rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio
di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito
contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine
era di sottomettere alla giurisdizione di Roma la Chiesa milanese:
mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache
e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale
non era più possibile lo restituire l'antica libertà, toltale dal
potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco
il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novità[252].
L'arrivo de' due legati, che operavano in nome del sommo pontefice
Stefano X, risvegliò più che mai le fazioni. _La discordia era
cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì da un partito
che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati,
temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini
potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili
tutte le sue operazioni;_ così il conte Giulini[253]; al che aggiugne
questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci
narra il fatto, essendo nemico de' legati, è sospetto di parzialità.
_Si dee credere che la loro condotta sarà stata molto più regolare di
quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno
giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e
dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche
onesto accomodamento._ L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana
era allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter dal papa
che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che è il
più antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un
nuovo canto[254]. I due legati partirono, lasciando la città immersa
più che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri
gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò:[255]
_Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta
prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur,
super nos accendis?_[256] Da altro ecclesiastico distinto era stato
così ripreso:[257] _Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti
commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso
viro prius multis cum jejuntis debuisses consiliari_[258]. La voce
_patalia_ era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e
discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni
riprovabili chiamavansi _patalini_, _patarini_ o _catari_, come oggidì
chiamansi _novatori_. Così i due partiti, protestando ciascuno di
sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di
prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda coi nomi di _nicolaiti_ e
di _patarini_. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano,
anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito
dalla sentenza dei legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati
ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili,
non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi
dalla città, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre:[259] _Ast
nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia
ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae
calamitati finem imponerent, tempus expectabant_[260]. Abbandonati così
gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed
è facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso
di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora,
e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era
forte:[261] _Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra
libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem
in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis
concordiam optabant_[262].
La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando
aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per
assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato
l'ostacolo de' nobili e de' fautori del clero, ancora capace di
sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano)
prontamente se ne partirono condannando, siccome dissi, l'arcivescovo,
ora la venuta de' legati doveva essere più sicura ad eseguirsi. Ciò
non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando.
Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo
di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito), e gli assegnò
per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto
col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno
1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli
interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier
Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano
trascegliere due legati più opportuni per ottenere l'intento. Il
primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a parenti ed a clientele;
l'altro, eloquente, dotto e d'una pietà celebratissima. Non perciò fu
la cosa senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle
lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando:[263]
_Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere
ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi,
vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis
indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit
libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit,
Ecclesiae sit subjecta!_[264] così scriveva il vescovo d'Ostia. Questa
fazione naturalmente sarà nata, perchè il partito medesimo della plebe
secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla
depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla;
ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per
assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il
vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al
nostro metropolitano, il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi
dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si
posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze
ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione;
furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col
favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di
porvi il loro nome. Così di san Pier Damiano scrive il Calchi:[265]
_Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus
archiepiscopo nostro praefere: sed populus in propria dioecesi temerari
ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa
facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et
quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro
magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione
data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et
rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges
inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent,
archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine ni
obsequerentur, effecit_[266]. Queste pene, delle quali fu dispensatore
san Pier Damiano, furono dati ai simoniaci; poichè, per un abuso assai
antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che ii consacrava,
e davano per essere suddiaconi[267] _duodecim nummos_, diciotto per
essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato[268]: sul qual
proposito così scrive il conte Giulini: «A coloro che avevano pagato
la solita tassa già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano
che ciò fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual
tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua,
e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cioè quella avanti
il Natale, e quella avanti Pasqua, ec.[269]». Questa sommissione
poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare:[270]
_O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius
sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere
culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc
procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo.
Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe
non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in
posterum subjectum Romae Mediolanum._ Così Arnolfo, che viveva in que'
tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiunge:
«Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano
che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano
in un grandissimo errore. Egli è ben vero che prima la chiesa romana
non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto
l'esercilò dipoi; ma ciò fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non
nascessero in avvenire i disordini che già eran nati dianzi: onde
questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato
storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa
ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera
libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e maggiore quiete e
felicità[271]». Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii
assoggettato, che dal sommo pontefice Nicolò II venne chiamato a
Roma per intervenire ad un sinodo:[272] _Ecce metropolitanus vester,
prae solito, romanam vocatur ad synodum_, dice Arnolfo, continuando
l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice:
«Anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perchè
non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse
l'arcivescovo di Milano ai concilii[273]». Il dotto conte Giulini,
che per altro non tralascia di esporre le più minute circostanze nei
fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza è solito di porre
in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun
fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione
romana la chiesa milanese; nè ha nominato alcuno arcivescovo che siasi
portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato
cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire
uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti,
dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non
vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri che egli fa ad
Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato
dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire
portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza
al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato
così: «Non può negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse
molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso
della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu
che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi
si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza
al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai
praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello, quando
il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano.
Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste,
così fu giusto che l'arcivescovo le accordasse[274].»
I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente
sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata
la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli
ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi
fosse dimenticata la questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061)
Qualche riposo ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in
cui morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando fu
innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio,
che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico
nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità nominando Ildebrando, così
parla di lui:[275] _Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci
factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini
ingenii non mediocrem sacram litterarum eruditionem junxerat; et
statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et
cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter
sacerdotes obtinuit_[276]. Maggiore accortezza non poteva certamente
adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare
papa un milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e
prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea
giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse
una lettera[277] _Omnibus Mediolanensibus clero, et populo_, nella
quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva:[278] _Speramus
autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii
tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium
luxuria cum caeteris haeresibus confundetur_. Questo fu un avviso
che precorse le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la
tranquillità dei quali da due anni goduta si può attribuire anche
alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo
veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli dopo di avere
perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo
lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola
peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia:[279] _Quum
vero placuit Altissimo, qui renes scrutator et corda, ille qui alienam
diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius
aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur
officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente
Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos
accusare videamur, de illio penitus taceamus_[280]. San Pier Damiano
gli ricordò di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere
l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto
popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla
lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue
epistole, ed è diretta:[281] _Landulfo, clerico et senatorii generis,
et peritiae litteralis, nitore copiscuo_. Landolfo non si fece monaco.
Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco,
e occupandosi, come fece, in Milano[282]. Il cardinale Baronio lo
ascrive nel catalogo de' santi. La Chiesa però non rende verun culto a
Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un
libero soggetto di esame.
Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici in
Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in moto. In fatti la malattia
e la morte dell'accreditato Landolfo avevano calmata la fazione
contraria al matrimonio de' preti. Un fratello del morto Landolfo
trovavasi a Roma: il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e
portato per il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò
a tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi
suoi concittadini, gli aveva chiamati[283] _Vos autem, dilectissimi,
membra mea, viscera animae meae_[284], armò solennemente campione
della santa chiesa romana Erlembaldo; gli consegnò un vessillo in
un concistoro; gl'impose che si portasse a Milano, che si unisse con
Arialdo, e che combattesse sino allo spargimento del sangue[285]. Venne
a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono le fazioni,
e il papa contemporaneamente spedì un ordine che nessuno potesse
ascoltare la messa di un prete ammogliato, _la qual proibizione_,
dice il conte Giulini, _dee singolarmente notarsi, perchè cagionò i
più gravi rumori in questa città_[286]. (1063) Questo avvenne l'anno
1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con tali
aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere generalmente
tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando dopo la festa
dell'Ascensione ne' giorni nei quali, secondo l'antichissimo nostro
rito, si fanno le processioni e il digiuno, che chiamiamo le Litanie
e le Rogazioni:[287] _Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel
discipulorum institutione traditum; ab antiquis tantum idolorum
cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in honorem Bacchi,
Cererisque solebant_; così il nostro Tristano Calchi ci riferisce
aver sostenuto Arialdo[288], che quel digiuno e quelle pie processioni
non fossero cristiane, ma un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque
biasimando quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene
e rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi se a
tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse contro di
lui. La morale severa predicata concilia partito, perchè si crede
santa, e perchè ognuno ama che generalmente gli uomini la pratichino;
chi predica il contrario, perde la stima e viene riguardato come un
seduttore pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe fautori;
declamando contro il digiuno, rimase in preda al furore del popolo,
dal quale fu ridotto a mal partito, e tale, che non si sarebbe salvato,
se non fosse opportunamente accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale
predicava Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova.
Ivi corse il popolo con furore. «Mal per lui, dice il conte Giulini, se
si fosse trovato colà, che il furor del popolo non gli avrebbe lasciata
la vita, e male per que' santi edifizi, se non accorreva prontamente
sant'Erlembaldo con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga
gli ammutinati, e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che l'era
stato rapito[289]». Nè questo avvenimento rallentò punto l'ardore di
Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella chiesa un sacerdote che
cominciava la messa, e sapendosi che aveva moglie, si credè lecito
di strappargli i paramenti d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per
lo che il popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne
d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi[290]. Di questi fatti ne
era continuamente informato il cardinale Ildebrando, che era l'arbitro
sotto un papa creato da lui, e da Roma riceveva Erlembaldo[291] _sæpe
numero legationes_, e lettere[292] _apostolicis prænotatas sigillis_,
come ci assicura Arnolfo[293]. Ma questi due contrari moti del popolo
nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel qual tempo Erlembaldo
portossi a Roma[294].
(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione
all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066; quando, giunto in
Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone le bolle della scomunica
pronunziata dal papa. L'arcivescovo colse l'opportunità del vicino
giorno solenne della Pentecoste, e poichè radunato fu gran numero di
gente nella chiesa vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; e
con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria che
si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò nel tempio del
Dio della mansuetudine. Si venne ad una zuffa ai piedi dell'altare.
Arialdo, che era nella chiesa, venne assalito, percosso, e rimase a
terra creduto morto. L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze,
e la scena terminò colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo
pronunziò sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii,
sintanto che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio
pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte a chi
ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava l'interdetto.
Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono fuori della città, ed
Arialdo fu preso e ucciso al lago Maggiore, e così nel 1066 terminò
la sua predicazione; da martire secondo alcuni, appoggiati al fatto
di Alessandro II, il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel
numero de' santi[295]; e con fama diversa secondo altri, i quali,
vedendo che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano
quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore, che rimase
isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi lunghi e minuti
che presentemente si fanno precedere. Questo nuovo colpo ammorzò per
alcuni altri mesi il furor di partito.
Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per tante
difficoltà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base del suo
carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile era accesa.
Un partito si era creato; si era rianimato con più mezzi; s'erano
riparati i colpi che pareva lo dovessero distruggere per sempre: ma
non per questo si era sottomessa la chiesa milanese se non per un
momento. I preti ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio.
L'arcivescovo Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica,
nè il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. I nobili
stavansene fuori d'una città abbandonata al furore de' partiti;
potevano rientrare questi conducendo armati. Il re Enrico s'andava
accostando all'età di regnare; poteva quel principe, con una discesa
in Italia, distruggere il frutto del sangue sparso, dei saccheggi,
dei tumulti. Conveniva perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile
sommissione per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile vi
stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per la forzata
umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando colla forza
tenesse costantemente depresso il ceto dei nostri ecclesiastici. Era
necessario di collocare sulla sede metropolitana un arcivescovo, il
quale dovesse pienamente questo beneficio a Roma, e le fosse suddito
per animo e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale
Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò nella patria
l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva a deporre l'arcivescovo
Guidone, cominciò a serpeggiare. Guidone già da ventiquattro anni
reggeva la chiesa milanese: stanco di vivere fra torbidi e pericoli
continui, indebolito dagli anni, bramoso di godere il restante della
vita in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza del
partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, cardinale ordinario
della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò l'arcivescovato. Non era
questi il soggetto che piacesse ad Erlembaldo. Quindi col ferro, col
fuoco, colla devastazione de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si
oppose al nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non potè conseguire mai
la possessione nè della carica, nè delle entrate. Guidone pensò allora
a ripigliare la dimessa dignità, poichè non si voleva che Gotofredo ne
fosse rivestito. Guidone credette alla fede di Erlembaldo; si collocò
incautamente con lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a
Milano. Ma quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne
custodito[296] sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone all'eroe
del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. Egli fu bensì
tradito, ma non tradì mai: promise una fedeltà al papa, che non gli
mantenne, è vero, ma in questo io ravviso piuttosto l'uomo debole,
che il politico astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di
sedare il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata;
non fece che la guerra difensiva: insomma non parmi un uomo meritevole
di quella taccia. Il buon criterio del conte Giulini si conosce nella
giudiziosa critica che generalmente esercita; ma conviene accordare che
nell'esposizione di questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser
parziale.