Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome dissi, di questa

rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio

di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito

contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine

era di sottomettere alla giurisdizione di Roma la Chiesa milanese:

mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache

e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale

non era più possibile lo restituire l'antica libertà, toltale dal

potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco

il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novità[252].

L'arrivo de' due legati, che operavano in nome del sommo pontefice

Stefano X, risvegliò più che mai le fazioni. _La discordia era

cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì da un partito

che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati,

temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini

potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili

tutte le sue operazioni;_ così il conte Giulini[253]; al che aggiugne

questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci

narra il fatto, essendo nemico de' legati, è sospetto di parzialità.

_Si dee credere che la loro condotta sarà stata molto più regolare di

quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno

giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e

dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche

onesto accomodamento._ L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana

era allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter dal papa

che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che è il

più antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un

nuovo canto[254]. I due legati partirono, lasciando la città immersa

più che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri

gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò:[255]

_Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta

prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur,

super nos accendis?_[256] Da altro ecclesiastico distinto era stato

così ripreso:[257] _Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti

commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso

viro prius multis cum jejuntis debuisses consiliari_[258]. La voce

_patalia_ era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e

discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni

riprovabili chiamavansi _patalini_, _patarini_ o _catari_, come oggidì

chiamansi _novatori_. Così i due partiti, protestando ciascuno di

sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di

prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda coi nomi di _nicolaiti_ e

di _patarini_. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano,

anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito

dalla sentenza dei legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati

ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili,

non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi

dalla città, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre:[259] _Ast

nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia

ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae

calamitati finem imponerent, tempus expectabant_[260]. Abbandonati così

gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed

è facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso

di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora,

e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era

forte:[261] _Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra

libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem

in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis

concordiam optabant_[262].

La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando

aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per

assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato

l'ostacolo de' nobili e de' fautori del clero, ancora capace di

sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano)

prontamente se ne partirono condannando, siccome dissi, l'arcivescovo,

ora la venuta de' legati doveva essere più sicura ad eseguirsi. Ciò

non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando.

Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo

di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito), e gli assegnò

per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto

col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno

1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli

interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier

Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano

trascegliere due legati più opportuni per ottenere l'intento. Il

primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a parenti ed a clientele;

l'altro, eloquente, dotto e d'una pietà celebratissima. Non perciò fu

la cosa senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle

lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando:[263]

_Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere

ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi,

vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis

indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit

libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit,

Ecclesiae sit subjecta!_[264] così scriveva il vescovo d'Ostia. Questa

fazione naturalmente sarà nata, perchè il partito medesimo della plebe

secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla

depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla;

ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per

assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il

vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al

nostro metropolitano, il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi

dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si

posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze

ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione;

furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col

favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di

porvi il loro nome. Così di san Pier Damiano scrive il Calchi:[265]

_Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus

archiepiscopo nostro praefere: sed populus in propria dioecesi temerari

ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa

facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et

quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro

magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione

data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et

rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges

inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent,

archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine ni

obsequerentur, effecit_[266]. Queste pene, delle quali fu dispensatore

san Pier Damiano, furono dati ai simoniaci; poichè, per un abuso assai

antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che ii consacrava,

e davano per essere suddiaconi[267] _duodecim nummos_, diciotto per

essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato[268]: sul qual

proposito così scrive il conte Giulini: «A coloro che avevano pagato

la solita tassa già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano

che ciò fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual

tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua,

e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cioè quella avanti

il Natale, e quella avanti Pasqua, ec.[269]». Questa sommissione

poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare:[270]

_O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius

sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere

culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc

procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo.

Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe

non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in

posterum subjectum Romae Mediolanum._ Così Arnolfo, che viveva in que'

tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiunge:

«Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano

che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano

in un grandissimo errore. Egli è ben vero che prima la chiesa romana

non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto

l'esercilò dipoi; ma ciò fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non

nascessero in avvenire i disordini che già eran nati dianzi: onde

questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato

storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa

ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera

libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e maggiore quiete e

felicità[271]». Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii

assoggettato, che dal sommo pontefice Nicolò II venne chiamato a

Roma per intervenire ad un sinodo:[272] _Ecce metropolitanus vester,

prae solito, romanam vocatur ad synodum_, dice Arnolfo, continuando

l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice:

«Anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perchè

non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse

l'arcivescovo di Milano ai concilii[273]». Il dotto conte Giulini,

che per altro non tralascia di esporre le più minute circostanze nei

fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza è solito di porre

in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun

fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione

romana la chiesa milanese; nè ha nominato alcuno arcivescovo che siasi

portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato

cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire

uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti,

dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non

vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri che egli fa ad

Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato

dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire

portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza

al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato

così: «Non può negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse

molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso

della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu

che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi

si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza

al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai

praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello, quando

il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano.

Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste,

così fu giusto che l'arcivescovo le accordasse[274].»

I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente

sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata

la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli

ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi

fosse dimenticata la questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061)

Qualche riposo ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in

cui morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando fu

innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio,

che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico

nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità nominando Ildebrando, così

parla di lui:[275] _Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci

factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini

ingenii non mediocrem sacram litterarum eruditionem junxerat; et

statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et

cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter

sacerdotes obtinuit_[276]. Maggiore accortezza non poteva certamente

adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare

papa un milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e

prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea

giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse

una lettera[277] _Omnibus Mediolanensibus clero, et populo_, nella

quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva:[278] _Speramus

autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii

tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium

luxuria cum caeteris haeresibus confundetur_. Questo fu un avviso

che precorse le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la

tranquillità dei quali da due anni goduta si può attribuire anche

alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo

veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli dopo di avere

perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo

lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola

peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia:[279] _Quum

vero placuit Altissimo, qui renes scrutator et corda, ille qui alienam

diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius

aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur

officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente

Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos

accusare videamur, de illio penitus taceamus_[280]. San Pier Damiano

gli ricordò di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere

l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto

popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla

lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue

epistole, ed è diretta:[281] _Landulfo, clerico et senatorii generis,

et peritiae litteralis, nitore copiscuo_. Landolfo non si fece monaco.

Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco,

e occupandosi, come fece, in Milano[282]. Il cardinale Baronio lo

ascrive nel catalogo de' santi. La Chiesa però non rende verun culto a

Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un

libero soggetto di esame.

Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici in

Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in moto. In fatti la malattia

e la morte dell'accreditato Landolfo avevano calmata la fazione

contraria al matrimonio de' preti. Un fratello del morto Landolfo

trovavasi a Roma: il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e

portato per il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò

a tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi

suoi concittadini, gli aveva chiamati[283] _Vos autem, dilectissimi,

membra mea, viscera animae meae_[284], armò solennemente campione

della santa chiesa romana Erlembaldo; gli consegnò un vessillo in

un concistoro; gl'impose che si portasse a Milano, che si unisse con

Arialdo, e che combattesse sino allo spargimento del sangue[285]. Venne

a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono le fazioni,

e il papa contemporaneamente spedì un ordine che nessuno potesse

ascoltare la messa di un prete ammogliato, _la qual proibizione_,

dice il conte Giulini, _dee singolarmente notarsi, perchè cagionò i

più gravi rumori in questa città_[286]. (1063) Questo avvenne l'anno

1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con tali

aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere generalmente

tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando dopo la festa

dell'Ascensione ne' giorni nei quali, secondo l'antichissimo nostro

rito, si fanno le processioni e il digiuno, che chiamiamo le Litanie

e le Rogazioni:[287] _Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel

discipulorum institutione traditum; ab antiquis tantum idolorum

cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in honorem Bacchi,

Cererisque solebant_; così il nostro Tristano Calchi ci riferisce

aver sostenuto Arialdo[288], che quel digiuno e quelle pie processioni

non fossero cristiane, ma un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque

biasimando quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene

e rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi se a

tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse contro di

lui. La morale severa predicata concilia partito, perchè si crede

santa, e perchè ognuno ama che generalmente gli uomini la pratichino;

chi predica il contrario, perde la stima e viene riguardato come un

seduttore pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe fautori;

declamando contro il digiuno, rimase in preda al furore del popolo,

dal quale fu ridotto a mal partito, e tale, che non si sarebbe salvato,

se non fosse opportunamente accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale

predicava Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova.

Ivi corse il popolo con furore. «Mal per lui, dice il conte Giulini, se

si fosse trovato colà, che il furor del popolo non gli avrebbe lasciata

la vita, e male per que' santi edifizi, se non accorreva prontamente

sant'Erlembaldo con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga

gli ammutinati, e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che l'era

stato rapito[289]». Nè questo avvenimento rallentò punto l'ardore di

Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella chiesa un sacerdote che

cominciava la messa, e sapendosi che aveva moglie, si credè lecito

di strappargli i paramenti d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per

lo che il popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne

d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi[290]. Di questi fatti ne

era continuamente informato il cardinale Ildebrando, che era l'arbitro

sotto un papa creato da lui, e da Roma riceveva Erlembaldo[291] _sæpe

numero legationes_, e lettere[292] _apostolicis prænotatas sigillis_,

come ci assicura Arnolfo[293]. Ma questi due contrari moti del popolo

nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel qual tempo Erlembaldo

portossi a Roma[294].

(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione

all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066; quando, giunto in

Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone le bolle della scomunica

pronunziata dal papa. L'arcivescovo colse l'opportunità del vicino

giorno solenne della Pentecoste, e poichè radunato fu gran numero di

gente nella chiesa vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; e

con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria che

si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò nel tempio del

Dio della mansuetudine. Si venne ad una zuffa ai piedi dell'altare.

Arialdo, che era nella chiesa, venne assalito, percosso, e rimase a

terra creduto morto. L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze,

e la scena terminò colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo

pronunziò sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii,

sintanto che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio

pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte a chi

ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava l'interdetto.

Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono fuori della città, ed

Arialdo fu preso e ucciso al lago Maggiore, e così nel 1066 terminò

la sua predicazione; da martire secondo alcuni, appoggiati al fatto

di Alessandro II, il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel

numero de' santi[295]; e con fama diversa secondo altri, i quali,

vedendo che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano

quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore, che rimase

isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi lunghi e minuti

che presentemente si fanno precedere. Questo nuovo colpo ammorzò per

alcuni altri mesi il furor di partito.

Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per tante

difficoltà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base del suo

carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile era accesa.

Un partito si era creato; si era rianimato con più mezzi; s'erano

riparati i colpi che pareva lo dovessero distruggere per sempre: ma

non per questo si era sottomessa la chiesa milanese se non per un

momento. I preti ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio.

L'arcivescovo Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica,

nè il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. I nobili

stavansene fuori d'una città abbandonata al furore de' partiti;

potevano rientrare questi conducendo armati. Il re Enrico s'andava

accostando all'età di regnare; poteva quel principe, con una discesa

in Italia, distruggere il frutto del sangue sparso, dei saccheggi,

dei tumulti. Conveniva perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile

sommissione per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile vi

stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per la forzata

umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando colla forza

tenesse costantemente depresso il ceto dei nostri ecclesiastici. Era

necessario di collocare sulla sede metropolitana un arcivescovo, il

quale dovesse pienamente questo beneficio a Roma, e le fosse suddito

per animo e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale

Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò nella patria

l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva a deporre l'arcivescovo

Guidone, cominciò a serpeggiare. Guidone già da ventiquattro anni

reggeva la chiesa milanese: stanco di vivere fra torbidi e pericoli

continui, indebolito dagli anni, bramoso di godere il restante della

vita in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza del

partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, cardinale ordinario

della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò l'arcivescovato. Non era

questi il soggetto che piacesse ad Erlembaldo. Quindi col ferro, col

fuoco, colla devastazione de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si

oppose al nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non potè conseguire mai

la possessione nè della carica, nè delle entrate. Guidone pensò allora

a ripigliare la dimessa dignità, poichè non si voleva che Gotofredo ne

fosse rivestito. Guidone credette alla fede di Erlembaldo; si collocò

incautamente con lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a

Milano. Ma quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne

custodito[296] sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone all'eroe

del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. Egli fu bensì

tradito, ma non tradì mai: promise una fedeltà al papa, che non gli

mantenne, è vero, ma in questo io ravviso piuttosto l'uomo debole,

che il politico astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di

sedare il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata;

non fece che la guerra difensiva: insomma non parmi un uomo meritevole

di quella taccia. Il buon criterio del conte Giulini si conosce nella

giudiziosa critica che generalmente esercita; ma conviene accordare che

nell'esposizione di questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser

parziale.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 12 / 31 段