cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra città. Stragi,
incendii, odii, scandali, risse, questa è la scena che ci si apre
davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que' tristi
avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo
lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo farò più colle
parole altrui, che colle mie. La libertà ecclesiastica era stata
depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il
pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era abbassato
all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza
di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni
XIX nel 1204. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena
cherico, a forza pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette
col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà
che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore
Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla sua sede; ivi
però, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette
il sommo pontefice a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano,
che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado,
volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi
costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo
di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e
si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a
sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo spedì a Roma, dove
ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destinò per
successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX.
Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichslat, scelto in Magonza,
il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano allora
le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco, in Roma, poi
cardinale, viveva in que' tempi. Dotato di somma accortezza e di quella
energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi
principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata
la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle elezioni
canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma
all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i più
vili e i più indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a
tempo, poichè il disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici,
cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire
una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo
più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e
dispiace. La stima de' Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che
Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire,
Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo
pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei
rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa
romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de'
vescovi, e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica
riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle
elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La
chiesa milanese era la più importante di ogni altra, per il numero
grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per
la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo
nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione
Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio,
malgrado le gravissime difficoltà che vi si frapposero.
(1056) Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, e restava
collocato sul trono imperiale un bambino di sei anni, Enrico III, in
mezzo alle turbolenze della Germania, sotto la tutela dell'imperatrice
Agnese, di lui madre. Durante una lunga serie di anni l'Italia
rimase come se non vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi
d'Ildebrando. Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In quel
tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, sacerdoti anche
gli uomini che avevano moglie, e permetteva loro di convivere con
essa. Non però ammetteva al sacerdozio coloro che fossero passati
a seconde nozze, ovvero avessero presa per moglie una vedova. Non
si proibiva poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove
nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle funzioni
sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che tale fosse il
patrio rito sino dai tempi di Sant'Ambrogio, il quale, come nella
forma del battesimo e in altra parte della liturgia aveva adottata
la pratica della chiesa greca, così ne avesse accettata anche la
disciplina, che accorda il matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione
è stata contrastata con molta erudizione dal nostro Puricelli in una
sua dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio
permesso il matrimonio ai sacerdoti[214]. Citavano allora i nostri
ecclesiastici un testo del santo nel suo primo libro[215] _de officiis
ministrorum_, con queste parole:[216] _De monogamia sacerdotum quid
loquar? quum una tantum permittitur copula, et non repetita; et haec
lex est non iterare conjugium_[217]. Ma questo passo ora si legge
così:[218] _De castimonia autem quid loquar, quando una tantum nec
repetita permittitur copula. Et in ipso ergo conjugio lex est non
iterare conjugium_[219]. Non consta nemmeno che gl'impugnatori del
matrimonio de' sacerdoti allora accusassero di mala fede i nostri
sacerdoti, che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza;
anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la seguente fosse
dottrina di sant'Ambrogio:[220]_ Virtutum autem magister apostolus
est, qui cum patientia redarguendos docet et contradicentes, qui unius
uxoris virum praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, nam
hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali castimonia fruatur
absolutionis suae gratia; nulla enim culpa conjugii, sed lex. Ideo
Apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris
vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, teneatur ad legem
sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem
non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis_[221].
Questo passo del santo dottore ora si legge così:[222] _Virtutum
autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos doceat
contradicentes; qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quo exortem
excludat conjugii (nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali
castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum ut filios
in sacerdotio creare apostolica invitetur auctoritate, habentem enim
dixit filios, non facientem, neque conjugium iterare_[223]. Il testo
odierno è precisamente contrario a quello che allora si allegava in
pubblico, senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e gli
scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero ambrosiano, che
faceva professione di conservare i particolari instituti di quel santo
vescovo. In seguito a ciò, leggesi anche presentemente il passo in
questi termini:[224] _Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine
crimine est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii suscipiendi:
qui autem iteravit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati,
sed praerogativa exuitur sacerdotis_[225]. Cresce anche al di più la
difficoltà sul testo del santo dottore, osservando come poco dopo, a
tal proposito, presentemente leggesi:[226] _Patres in concilio Nicaeno
tractatus addidisse, neque clericum quemdam debere esse qui secunda
conjugia sortitus sit_; il che non si sa come spiegarlo, poichè ne'
venti canoni del concilio Niceno nessuna menzione si fa de' cherici
bigami; ne è presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli
atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era celebrato
appena settantun'anni prima del tempo in cui egli scriveva quelle
parole; meno poi che allegasse l'autorità di quella celebre unione
di trecento diciotto vescovi sopra un argomento di cui il concilio
non avesse trattato. Il testo del santo padre allora era diverso da
quello d'oggidì; quale sia la genuina lezione a me non appartiene
il deciderlo[227]. I nostri ecclesiastici allora interpretavano
letteralmente i testi di san Paolo:[228] _Bonum est homini mulierem
non tangere; propter fornicationem autem unusquisque suam uxorem
habeat_; e l'altro:[229] _Oportet ergo episcopum irreprehensibilem
esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, etc._ Questa opinione,
che attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio
de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di Dazio, riferita
da Galvaneo Fiamma:[230] _In synodo Damasi Primi, centum quadraginta
episcoporum, celebrata in Costantinopoli, ubi beatus interfuit
Ambrosius, gravissima dissensio exorta et inter sacerdotes uxoratos
ex una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex altera, qui
sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes uxoratos salvari non posse.
Summus pontifex hanc quaestionem commisit beato Ambrosio, qui sic ait:
Perfectio vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum
illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum, etc. Ideo
lex concedit sacerdotes semel virginem uxorem ducere, sed conjugium
non iterare. Si autem, mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit,
sacerdotium amittit._ Questa opinione durava ancora al principio del
secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il quale, descritta
che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, aggiugne:[231] _Iis
omnibus benedicens beatus Ambrosius, una uxore uti posse concessit, qua
defuncta et ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo duravit
annis septingentis usque ad tempora Alexandri papae, quem civitas
Mediolani genuerat._ E anche un secolo dopo così credevasi; di che ci
fanno testimonianza le seguenti parole del Corio, e _concesse loro[232]
che potessero avere moglie vergine, la quale morendo, restassero poi
vedovi, come chiaramente si legge nella prima a Timoteo_; parole che
trovansi nelle prime edizioni di Milano 1503, e di Venezia 1565, ma che
si tralasciarono nelle posteriori ristampe. Quantunque questa opinione
di sant'Ambrogio sia considerata erronea; e la pratica di ammettere al
sacramento dell'ordine le persone che avevano già il sacramento del
matrimonio, si risguardi come un abuso introdottosi posteriormente;
egli è però certo che i sacerdoti che vivevano nel 1056 erano nati ed
allevati con questo costume e con questa opinione che il matrimonio
fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento anni, tale
fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte Giulini, che pure
è poco amico di que' nostri ecclesiastici così egli: _Non era così
antico, a mio credere, come quello della simonia, nella nostra città
l'altro abuso del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io
trovato qualche indizio che nel secolo decimo_[233].
Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica che
permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone loro l'obbligo
del celibato, io tacerei per riverenza verso della Chiesa, che ha
stabilito generalmente il secondo. Ma tutto bene esaminato, parmi
che il celibato sia lo stato più conveniente ed opportuno agli
ecclesiastici; perchè meno legami gli attaccano alle brighe della
società; più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del santo
loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi negli
studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, e possono interamente
consacrarsi al bene degli uomini; i beneficii ecclesiastici possono
essere ripartiti ai poveri, senza che i sentimenti della natura verso i
figli allontanino il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli
degli ecclesiastici che vivono co' beni della Chiesa, contraggono
con una educazione civile i bisogni ai quali totalmente viene a
mancare la base colla morte del padre, e corre pericolo la società
di avere pessimi cittadini, a meno che le cariche ecclesiastiche non
diventassero feudi transitorii ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi
persuaderebbe in favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti
per servire al ministero dell'altare, anche allorquando si disputasse
se convenga non ammettere se non uomini che siano determinati a questo
genere di vita, giudicato più perfetto, e più dal popolo riverito. Ma
questo non mi induce però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese
di que' tempi _concubinari_, siccome in questi ultimi tempi sogliono
fare alcuni; poichè essi nè difendevano il concubinato, nè generalmente
erano accusati di questo; e nemmeno li chiamerò _incontinenti, eretici,
scismatici, nicolaiti_, voci adoperate per un male inteso zelo, poichè
nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La questione è stata
unicamente per la disciplina del celibato, che da noi non si credeva
una condizione essenziale per il sacerdozio. Posto così lo stato della
questione nel suo vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando
abbia incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa.
Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, nel
concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico, fatta la
legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo da Baggio,
ordinario cardinale della santa chiesa milanese, uomo di merito e
di nascita distinta, e che godeva in Milano, sua patria, moltissima
considerazione, fu il primo che cominciasse da noi a disapprovare il
matrimonio degli ecclesiastici[234]. Sappiamo che gli ecclesiastici
erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente. I
discorsi di Anselmo stavano per cagionare dei torbidi nella città,
dove le inimicizie fra i nobili e i plebei erano sopite, piuttosto
che spente; e i popolari, prontissimi a cogliere l'occasione di
umiliare gli ottimati. L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che
l'imperatore Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal
mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il più
saggio e il più mite) credette di avere allontanato il pericolo
di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi fu sempre ligio
d'Ildebrando; con esso venne in Milano, siccome vedremo in seguito;
e non dimenticò mai l'oggetto di sottomettere l'arcivescovo alla
giurisdizione romana, finchè fu innalzato al sommo pontificato per
opera d'Ildebrando, col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo di
essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente
Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella autorità, non perciò
mancarono altri che decisamente cercarono di animare il popolo contro
degli ecclesiastici. Tre uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e
Nazaro: Arialdo era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era
cherico, se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non era in
modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico Arnolfo. Nazaro
era uno zecchiere assai ricco, _de' quali due compagni di Arialdo, uno
con l'autorità, l'altro col danaro diede molto vigore al partito de'
buoni_, dice il conte Giulini[235]. Convien credere che appunto questo
fosse il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poichè di lui
in nulla si fa menzione, nè io più lo nominerò. I due che figurarono
furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due partiti nell'asserire
che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; discordano sulla famiglia
di Arialdo, gli uni volendola plebea, e gli altri al contrario.
Arnolfo, che viveva in que' tempi, così comincia il racconto di questa
dissenzione:[236] _Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum
invasit clerum.... cujus initium et seriem, quum res nostris adhuc
versetur in oculis, prout possumus enarremus..... Quidam igitur ex
Decumanis, nomine Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus
deliciis, multisque cumulatus honoribus, dum litterarum vacaret studio,
severissimus est divinae legis factus interpres, dura exercens in
clericos solos judicia. Qui quum modicae foret auctoritatis, humiliter
utpote natus, praevidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem,
et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. Landulphus vero,
quum esset expeditioris linguae ac vocis, nimiusque favoris amator,
repente dux verbi efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae,
praedicationis officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis gradibus
alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat cervicibus, quum Christi
suave est, et ejus leve sit onus_[237]. Landolfo adunque dai privati
discorsi passò ai pubblici, e lo storico istesso ci ha trasmessa la
prima parlata con cui eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici,
ed a saccheggiare le case loro. Ella è la seguente:[238] _Carissimi
seniores, conceptum in corde sermonem ultra ritenere non valeo. Nolite,
domini mei, nolite adolescentis et imperiti verba contemnere; revelat
enim saepe Deus minori, quod denegal majori. Dicite mihi: creditis in
Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. Et adjecit. Munite
frontes signo Crucis. Et factum est. Post haec, ait. Condelector
vestrae devotioni, compatior tamen imminenti magnae perditioni.
Multis enim retro temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator.
Diu est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; pro
luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam caeci sunt duces
vestri. Sed numquid potest caecus caecum ducere? nonne ambo in foveam
cadunt? Abundant enim stupra multimoda; haereris quoque simoniaca in
sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum ministris, qui, quum
nicolaitae sint et simoniaci, merito debent abjici, a quibus si salutem
a Salvatore speratis, deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes
officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, eorumque
basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, ipsis amodo reprobatis, bona
eorum publicentur. Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint
in urbe vel extra_[239]. Gli editori della raccolta _Rerum Italicarum_
credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza dello storico,
e che unicamente Landolfo, parlando al popolo, acremente declamasse
contro il matrimonio dei preti:[240] _acriter intonuisse_[241]: ma
non producono alcuna ragione. La storia ci fa vedere che in seguito
il popolo saccheggiò le case degli ecclesiastici, e se crediamo a
questo autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le cose:[242]
_Quum res nostris adhuc versetur in oculis_, si vede che erano
vaghe e generali le accuse per eccitare il popolo contro del corpo
ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, altro nostro scrittore di quei
tempi, così più in breve ci descrive l'origine della dissenzione:[243]
_Arialdus, cujusdam superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam
scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante Guidonem, adstantibus
sacerdotibus hujus urbis multis, et partim quia urbani sacerdotes,
forenses togatos urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias
civiles illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, per
omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes ab uxoribus,
populi virtutem sollicitando, removeret_. Il conte Giulini a
questo passo aggiugne: «Quanto al delitto che gli appone il maligno
scrittore, si scuopre questa per una mera calunnia, osservando che
Arnolfo, storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne
dice. Oltrechè, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato Landolfo
di spiegarne meglio le circostanze per renderlo credibile. Ma anche
senza badare a ciò, la santità di quel buon servo di Dio in tutto
il resto della sua vita lo difende abbastanza da tale manifesta
impostura[244]». I due nostri scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore
sono i soli che abbiamo di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e
forse partecipi delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per
queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che ne furono la
cagione. È naturale altresì il supporre che essi fossero affezionati
alla disciplina che avevano trovata in uso presso de' loro padri; e
questo basterà perchè non venga loro prestata ciecamente credenza nel
male che dicono di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato
unicamente di ripristinare o dilatare la disciplina del celibato anche
nella chiesa milanese, e non ammettere agli ordini sacri in avvenire
se non coloro che si obbligassero alla vita celibe, la questione
si sarebbe potuta discutere pacificamente; ma volendosi rimovere
dall'altare i sacerdoti ammogliati, ognuno vede in quale angustia
venivano riposti e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo
migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci ai fatti
non contrastati, e non far caso delle declamazioni.
Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro partito,
evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, radunò sulla piazza
un buon numero di popolo; e alla testa della moltitudine entrato
nella chiesa, mentre i sacerdoti celebravano i divini uffici,
violentemente scacciolli tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i
canti e ripostigli; poscia dispose un editto in cui si comandava il
celibato, e costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si
saccheggiarono le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono.
Arnolfo così lo racconta:[245] _Die una solemni ad ecclesiam veniens_,
parla di Arialdo, _cum turbis a foro, psallentes omnes violenter
projecti a choro, insequens per angulus et diversoria; deinde
providet callide scribi Pytacium de castitate servanda, neglecto
canone, mundanis extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines
ambrosianae diocesis inviti subscribunt, angariante ipso cum laicis.
Interim praedones civitatis, praeter aedes aliquos in urbe dirutas,
lustrabant parochiam, domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes
substantiam._ Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così riflette:
_Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici viziosi
ed ostinati i quali non volevano cangiar vita, venissero castigati
anche col braccio secolare. Egli è ben vero che i rimedi violenti
non vanno per l'ordinario disgiunti da qualche disordine: ma pure
talora sono necessari_[246]; il che suppone che quegli ecclesiastici
fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio fosse
della classe di quelli che sono sottoposti al braccio secolare; che
Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità; che legittimamente
lo costituisse vindice della disciplina; e finalmente che il modo
per esercitare questa magistratura fosse legale, movendo la plebe
a tumulto, profanando l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i
ministri: cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo
a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati tutti i mezzi
possibili per guadagnarsi Arialdo e Landolfo[247], Guidone arcivescovo
doveva ricorrere al mezzo che i sacri canoni proponevano, cioè alla
convocazione d'un concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei
ed ascoltate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la
questione, si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse
alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo. Ma siccome
il furore dei partiti rendeva troppo pericoloso il soggiorno di Milano,
venne radunato il sinodo in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono
avvisati Arialdo e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre
la loro dottrina e le querele contro del clero. Ma nè Arialdo, nè
Landolfo vollero presentarvisi[248], e quindi vennero da quel sinodo
scomunicati[249]. Questa scomunica sconcertò i disegni di Arialdo e del
compagno Landolfo. La storia c'insegna quanto obbrobriosa e precaria
fosse in que' tempi l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato
pronunziato l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a
Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne accolto con
molta onorificenza[250]. Landolfo aveva presa la strada medesima, e
le insidie che trovò nelle vicinanze di Piacenza fecero che ritornasse
ferito in Milano[251]. Allora sembrava ritornata la quiete nella città.