Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua città.

Enrico, figlio di Corrado, era stato già proclamato re di Germania.

Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario

e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una

parte della loro corona; e gli Italiani diversamente credevano

che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se

non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non

seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione

alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che

ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico II, sebbene

gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza

del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillità,

disgraziatamente animò i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili

e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai più,

sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne

farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' nobili,

come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa è assai

naturale, perchè i cardinali erano scelti fra le più nobili famiglie,

e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata

con molta durezza dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione

militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il

comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù longobarda,

per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano

ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva

col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva

soffrire di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il

pericolo. La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul monte

Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò uno spediente

migliore; poichè invece ella scacciò dalla città l'arcivescovo e tutti

i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. Per più di due anni continui

si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando

incessantemente i nobili, a per assedio o per sorpresa, di rientrarvi;

e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che

il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno

in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto,

nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato

e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto; e

l'arcivescovo placidamente lo consolò dicendogli: Io vado sicuro ai

piedi di Sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive

la religiosa pietà del nostro Ariberto:[189] _Convocatis sacerdotibus

et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta,

atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus

per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam

Eucharistiam humiliter ac devote suscipit_[190], e poco dopo morì:

uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon

principe; aveva i costumi e la religione de' suoi tempi; egli nacque

opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che

dall'epoca sua può contare il vero suo risorgimento.

L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria oltre

le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza all'imperatore, fu

quello che inventò l'uso di condurre nell'armata il _carroccio_, nome

conosciutissimo, sebbene poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri

scrittori ci rappresentano questo carroccio come una superstizione,

ovvero come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba

riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, posta la

maniera di combattere di que' tempi. Nel tempo in cui dura un'azione,

egli è sommamente importante il sapere dove si trovi il comandante,

acciocchè colla maggior prestezza a lui si possa riferire ogni

avvenimento parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove

precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i feriti;

parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il comandante, e in

cui si radunano i feriti, sia conosciuto da ognuno, acciocchè si abbia

una cura speciale di accorrere a difenderlo. Questo sito deve essere

mobile a misura degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva

il carroccio, ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità della

quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: sotto il

quale pendevano due lunghe bandiere bianche, e al mezzo dell'albero

stavavi una croce. Avanti a quest'antenna erari l'altare sul quale

celebravansi i sacri misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato

sopra di un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo

enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie si adoperava

per moverlo. Non è punto inverosimile il credere che su di quel carro

o carroccio si ponesse la cassa militare, la spezieria e quanto più

importava di avere in salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile

il dire che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero

gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma anche ora nella

guerra di mare. Terminata la guerra, si riponeva il carroccio nella

chiesa maggiore, come cosa sacra e veneranda; e così anche l'opinione

religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia

i combattenti. Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino al

carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva,

per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio si portassero i feriti,

sicuri di trovare ivi ogni soccorso, lontani da ogni pericolo; che

dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo di segnali con

somma rapidità; che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso;

e che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a quel

vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava il generale, e

quale fosse il luogo più importante di ogni altro da custodirsi. Nella

maniera dì guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe inutile una tal

macchina, ben presto rovesciata dall'artiglieria, che ridurrebbe quel

contorno più d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte

che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione della

polvere il carroccio inventato da Ariberto certamente fu con accortezza

immaginato; e perciò anche le altre città della Lombardia, quando,

coll'esempio de' Milanesi, acquistarono l'indipendenza e si ressero

col loro municipale governo, adottarono ciascheduna il proprio gran

vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come la perdita

del carroccio fosse un avvenimento che funestasse una città, non già

per un'idea di Palladio, o per una vana opinione d'onore soltanto, ma

perchè la perdita del carroccio era prova di una totale sconfitta, al

segno di non avere potuto preservare quello spazio che sommamente era

cura di ciascuno il difendere.

La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; e

durava tuttora, come dappoi continuò, lo spirito di partito. Acciocchè

il governo degli ottimati sia fermo, conviene che la costituzione

ponga una distanza grande fra il ceto dei pochi, presso i quali sta

il comando, e il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva

obbedienza. La loro persona deve comparire al popolo sacra e veneranda;

ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre che fa la toga e la

pubblica persona, diventi popolare; e così la plebe ama i padroni, e

riceve come un beneficio que' momenti ne' quali discendono con lei i

magnati. Niente di questo eravi nella informe costituzione nascente

di Milano. L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio delle

leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il popolo, e

lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente adoperata.

Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono i partiti, e cominciò

la plebe a pretendere di avere essa pure influenza nell'elezione

dell'arcivescovo, dignità diventata assai più politica che

spirituale[191]. Non fu possibile di terminare la controversia fra di

noi; l'ostinazione era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere

al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. Vennero

adunque presentati al re i nomi di quattro cardinali della santa

chiesa milanese, acciocchè ne facesse la scelta. Ma il re profittò

dell'occasione e nominò arcivescovo certo Guidone, milanese bensì, ma

uomo ignobile, e conseguentemente che non era del ceto de' cardinali

ordinari; e così collocò sull'importante sede metropolitana una sua

creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il partito de'

plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per essere più padrone

del regno d'Italia, che non potè esserlo il di lui padre Corrado. Vi

volle tutta l'astuzia di Guidone, tutto il timore che si aveva del

re Enrico, e molto denaro per ottenere che fosse consacrato il nuovo

arcivescovo[192]. Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere

collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, che in un

giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di piantare abbandonato

solo all'altare il nuovo arcivescovo, essendosi sottratti i cardinali

in mezzo della sacra funzione, come ci attesta Landolfo Seniore. Non

si può a meno di non compiangere con san Pietro Damiano la misera

condizione di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri

dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio insegnando

al popolo la riverenza che si deve al santuario, e colla loro

mansuetudine allontanandolo dai perseguitare i nostri fratelli sotto

pretesto di religione. Pare che in quel secolo infelice la religione,

in vece di contenere le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse

sfrontatamente adoperata, servendosene di pretesto per farvi un più

libero corso.

Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose varii che si

dicevano sommi pontefici, e fece eleggere dal clero o dal popolo

Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo seguito condotto a Roma. Nel

giorno medesimo in cui Enrico fece incoronare papa Svidger col nome di

Clemente II; Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano,

coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo, e aveva

annientato il potere de' sacri canoni e la libertà dell'ecclesiastiche

elezioni. Da ciò nacquero le discordie, che durarono per secoli, a

separare i cristiani in due partiti, gli uni a favore della sovranità,

gli altri a favore della libertà ecclesiastica; e se questo furore

di partito finalmente nella vita civile è tolto, ne rimane però

sempre qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano

la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto se i vescovi,

vedendo soggetta la loro città a un sovrano elettivo, indifferente

per lo più al ben essere del suo popolo; vedendo il saccheggio, la

rapina, la miseria essere diventati lo stato naturale e costante della

città; non si può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le

pingui loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa,

con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza del loro

popolo. Nè si può fare alcun rimprovero ai prelati se procurarono,

colle forze acquistate e col loro credito, di accrescersi i mezzi per

meglio difendere gli uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che

venerare la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori,

avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro loro

ministero, avessero abbandonato le cure del regno al sovrano: ma dagli

uomini non si può pretendere che, per essere rivestiti d'un carattere

pio e santo, cessino d'essere uomini e si trasmutino in altrettante

divinità. Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti.

Niente poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani

mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali era

essenziale per la sicurezza della loro corona; partito che non aveva

l'appoggio della tradizione, contrario alle opinioni di quei tempi,

ma assolutamente necessario per restare tranquilli sul trono. Questo

turbamento essenzialissimo, che rovesciava dai fondamenti la gerarchia

ecclesiastica non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che

faceva collocare sulla sede vescovile soggetti inettissimi e affatti

indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla simonia, e faceva

diventare un articolo di finanza per il sovrano l'investitura de'

vescovadi e de' beneficii, era un oggetto turpe e luttuoso, meritevole

di riforma; e nessun altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice

capo della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto da questo

universale disordine. In ogni cosa umana, quando si ha da combattere,

si corre rischio di trascorrere più in là del giusto. Così è accaduto

ai due partiti più di una volta, abusando delle circostanze favorevoli.

Scegliendo i fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo

que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie che prova e

convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli ora al sacerdozio ed ora

al trono. Io non ardirò di mischiarmi nella gran contesa; tralascerei

anzi di parlarne, se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano

i fatti più importanti e più interessanti per la loro influenza: ma

giacchè la fatica che ho intrapresa, e il corso degli avvenimenti mi

conducono a scrivere que' fatti che risguardano la città, io lo farò,

mosso dal sentimento di compassione de' mali che da un tale dissidio

sono nati; conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che

lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la debolezza, la

illusione e le passioni sono compagne degli uomini in tutti i secoli e

in tutte le condizioni. Ma di ciò tratteremo nel capo seguente.

Per ora ci può servire, per avere idea del governo della città in

que' tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna:[193] _Insuper

archiepiscopus mediolanensis quosdam alios maximos redditus imperiali

auctoritate recipiebat; quia super stratas regales, in exitu quolibet

de comitatu, habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus

in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario archiepiscopi,

immo innumerabilibus telonarii scensum, et archiepiscopus tenebatur

custodiri facere passus, et omnibus damnificatis intra territorium

restituere de suo tantum quantum damna fuissent aestimata_[194]. Da

queste parole molte cognizioni si ricavano. Primieramente il sovrano

è sempre stato considerato il re d'Italia o l'imperatore, e da lui, o

per tacita o per espressa concessione, doveva provenire ogni diritto

pubblico per essere considerato legittimo. L'arcivescovo realmente

non è stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente la

pretesa donazione che si asserisce fatta dal re Lotario nel 949 della

zecca di Milano all'arcivescovo; giacchè due anni dopo quest'epoca le

monete di Milano portarono il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici,

dei Federici, dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai

ebbero il nome di verun arcivescovo, trattone quello dell'arcivescovo

Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino nella signoria di

Milano, e che la dominò per titolo ereditario di sua famiglia, e non

per la dignità ecclesiastica. Questa supposta donazione della zecca

ha per appoggio una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale

poteva essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera come

legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale non fosse. Questa bolla

fors'anco è stata composta ne' tempi posteriori per altri fini, senza

che il papa l'abbia spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva

per concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo istesso

tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i danni secondo la

stima che ne venisse fatta. Il sistema fu introdotto dall'imperatore

Ottone. Sappiamo che il tributo s'impone per supplire ai mezzi della

difesa dello Stato. È strano il sistema che il sovrano confidi al

pubblicano medesimo la cura della difesa: ma la sovranità elettiva

d'un monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano

milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il progetto spediente.

Dovevano temersi le scorrerie degli Ungheri, e da essi forse avevano

anche imparato i vicini a depredare. Non era sicuro il contadino di

raccogliere e conservare la messe del suo campo. I Pavesi, Lodigiani,

Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare i Milanesi; e

questi altrettanto facevano fuori de' confini. Non v'era giudice che

avesse una giurisdizione estesa per punire il delitto commesso da

un uomo che abitava fuori di contado. Perciò ogni distretto doveva

essere custodito, e questa custodia era confidata all'arcivescovo,

personaggio il più facoltoso e autorevole della città, ma non però

l'arbitro di essa; poichè v'erano i messi ed i giudici regii, che

potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, tosto

che per negligenza di lui gli estranei avessero portato danno a un

milanese. L'autorità dei conti, che in origine comandavano la città

in nome del sovrano, si andava indebolendo ogni anno. La potenza

dell'arcivescovo non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i

fratelli dell'arcivescovo Landolfo,[195] _prae solito, civitatis

abuti dominio_[196], venne scacciato per questa insolita pretenzione

l'arcivescovo della città, la quale,[197] _tempore Ottonis imperatoris

primi, Bonizio...... virtute ab imperatore accepta, velut dux castrum

procurando regebat_[198].

Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di essere ricordate.

Continuava l'usanza, siccome ho detto, di considerare alcuni uomini

come servi: a questi si tagliavano i capelli, e quando volevansi

manomettere, era costume di presentare il servo a un sacerdote, che

lo faceva passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal

cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto solenne

di donazione il costume esigeva che si adoperasse un coltello e un

bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero un pampino di vite. Qualche

altra volta si adoperava per tale atto un'altra cerimonia, ed era di

porre sulla terra la carta e il calamaio, e il donante li prendeva

dal suolo e li poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la

donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso la plebe.

Abbiamo più legati pii ai poveri che dispongono di distribuirne. Uno

di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo Andrea, in cui vuole

che il suo erede, nel giorno anniversario di sua morte,[199] _pascere

debeat pauperes centum, et det per unumquemque pauperem dimidium panem,

et companaticum lardum, et de caseum, inter quatuor, libra una, et

vino stario uno_. Nella chiesa di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti

di opinioni capricciose: un antico marmo rappresentante Ercole, e si

credeva che l'impero doveva conservarsi sin tanto che quella scultura

rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli Uberti:

_Hercules vidi, del qual si ragiona_

_Che, fin che 'l giacerà come fa ora,_

_L'Imperio non potrà forzar persona._

Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale, ponendosi

a sedere le donne incinte, credevano di non poter più correre alcun

rischio nel parto. In terzo luogo si credeva che quel serpente di

bronzo collocato sulla colonna dal buon arcivescovo Arnolfo, quel

prezioso dono de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai

vermi. Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla

potessero operare nelle case avanti le quali passavano le processioni

delle Rogazioni, le quali sono assai antiche presso di noi. Quando le

campagne avevano bisogno della pioggia si poneva una gran caldaia a

fuoco in sito aperto; e vi si facevano bollire legumi, carni salate

ed altri commestibili; poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i

circostanti. Nella vigilia del santo Natale si faceva ardere un

ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre volte vino e

ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia in festa. Questa usanza

durava ancora nel secolo decimoquinto, e la celebrò Galeazzo Maria

Sforza. Il giorno del santo Natale i padri di famiglia distribuivano,

sin d'allora, i denari, acciò tutti potessero divertirsi giuocando.

Si usavano in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla mensa

anitre e carne di maiale, come anche oggidì il popolo costuma di fare.

V'è nell'archivio del monastero di Sant'Ambrogio una donazione, fatta

nel 1013, da Adamo, negoziante milanese, all'abate del monastero; egli

dona una casa, acciocchè col fitto di essa i monaci comprino de' pesci,

ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario della morte di

Falcherodo, monaco, e di Giovanni, prete: e ciò per sollievo dell'anima

de' trapassati. Sono anche curiose le parole:[200] _Emanat pisces ad

refectionem et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum

Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum eorum remedio,

quo ipsis proficiat ad gaudium et anime salutem_[201]. Si credeva da

molti che giovasse al riposo delle anime de' defunti l'accendere sulle

tombe loro delle lampadi:[202] _Ut ipsa luminaria luceant pro anima

ipsius_[203]. Altre donazioni ritrovansi colla condizione:[204] _Et

faciat ardere ia quadragesima majore super sepulturam ipsius quondam

Andreae genitoris_[205]. Di varie superstizioni di quei tempi ne tratta

la dissertazione dell'illustre Muratori, alla quale si può ricorrere

per una più vasta erudizione[206].

Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e meschino ch'egli

si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare di avere venduta

la sentenza. Allora l'imperatore Ottone III non ebbe difficoltà, in

un diploma del 1001, di asserire di aver ricevuto dal vescovo di

Tortona la metà dei beni disputati:[207] _Propter rectum judicium

quod fecimus inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis rebus_[208].

Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero allora le leggi,

la disciplina, le scienze. I vescovi erano soldati e vivevano più

nelle armate che nella Chiesa. Così facevano gli abati[209]. L'uso di

decidere le questioni col preteso giudizio di Dio nel duello, sempre

più rendevasi comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi

prelati; e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale[210] _ecclesiae

facultates et multa clericorum distribuit militibus beneficia_[211];

e più distintamente lo spiega l'altro storico nostro contemporaneo

Landolfo:[212] _Pollicens illis omnes plebes, omnesque dignitates atque

Xenodochia, quae majores ordinarii atque primicerius decumanorum,

archipresbyteri, et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum tenebant,

jurejurando asserens, pactum usque detestabiles patratus_[213]. Io

ripeterò più volte una verità che non sarà mai ripetuta abbastanza;

cioè che le malinconiche declamazioni che si fanno contro i costumi del

secolo in cui viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e

che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto, dobbiamo

umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno che ci ha riserbati

a vivere fra uomini assai più colti e ragionevoli, sotto governi assai

più saggi e benefici, diretti da un clero assai più dotto, costumato e

pio, mentre il vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano

(poichè la terra è la loro abitazione), ma non innalzano la temeraria

fronte, nè dettano precetti per confondere, come allora facevano, ogni

idea di giustizia e di virtù.

CAPITOLO V.

_Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica

dopo la metà del secolo XI._

Storia di Milano, vol. 1 · 第 10 / 31 段