L'arcivescovo Valperto lo presentò al papa[157], da cui venne
incoronato augusto nel 962. Appena celebrata questa sacra cerimonia
se ne venne l'imperatore a Pavia; Berengario e Adalberto stavano
ricoverati nel forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e
degna moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San Giulio
sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera la regina,
e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare fino al castello di
San Leone, e la lasciò al marito. Due anni dopo si dovette rendere
alle armi di Ottone Augusto anche San Leone; e allora Berengario
e la moglie furono relegati nella Germania. La generosa e mite
condotta del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette in
Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; nè entrerò io ad
esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha forse dettata al chiarissimo
Muratori la disapprovazione ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro;
ma nelle azioni di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di
generoso che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini
oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era degno di un
tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano ha battuto moneta,
ed io ne ho nella mia collezione. Il cronista Sassone, pubblicato
dall'Eccart, dice che Ottone:[158] _Mediolanenses subjugans, monetam
iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur._ Vi è chi ha
opinato che la nuova moneta fosse di cuoio[159]; ma la moneta è di
argento buono, simile a quello delle monete di Ugone e di Lotario,
scodellata come quelle, e perciò _innovavit_ potrebbe intendersi o
per avere posta in azione la zecca, o per averla collocata in nuovo
sito, e forse quello antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa
_alla Moneta_, dove quell'officina si è conservata per più di otto
secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la storia di
Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, nè sotto il di lui
figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò sulle tracce del padre.
Sotto due regni attivi e rispettati, nulla poteva somministrarci
la storia d'una città la quale non influiva nel regno italico se
non colla sagacità dell'arcivescovo metropolitano; importantissima
sotto un monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante
la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di ventidue
anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla. Morì Ottone
II in Roma, e colla di lui morte ritornò l'anarchia per quasi sei
anni, nei quali non si riconobbe verun re, giacchè il fanciullo
Ottone III era il soggetto delle dispute in Germania fra chi voleva
essergli tutore, e gli Italiani non conoscevano loro sovrano se non
quello che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte
di quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare il
sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. Venne in Italia
poi l'imperatrice Teofania correggente, e madre del giovine Ottone;
il quale, coll'opera di lei, fu riconosciuto per sovrano: poi venne
in Roma incoronato imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa ed
ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo l'ambizione
dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui vanità, quando, nel 1001,
lo destinò suo ambasciatore all'imperial Corte di Costantinopoli
per ricercare agli augusti Costantino e Basilio la principessa Elena
in isposa. Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle
parole di lui:[160] _Archiepiscopus, magno ducatum militum stipatus,
quos pellibus martullinis, aut cibillinis, aut rhenonibus variis, et
hermellinis ornaverat, quibus imperator mirifice eum imbuerat_, si
portò alla corte di Costantinopoli e si presentò ai greci augusti:[161]
_Episcopalibus indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam foris,
aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, aut perturbantibus,
esse solitus fuit...... et ab ipso admirabili monarcha magna susceptus
honorificentia, satis episcopaliter conversatus est._ L'ambasciata
doveva essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto,
per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il lusso allora era
nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili ancora non eravi la mitra;
e l'arcivescovo andava abitualmente vestito co' suoi paramenti, come
appunto continuano a praticare i sommi pontefici colla stola, che
non depongono mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, giunto
egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la morte seguita poco
prima di Ottone II, per cui Elena rimase vedova prima di conoscere lo
sposo. A quest'ambasciata, sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo,
siamo debitori del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta
collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è cosa nuova nei
monarchi di premiare e ricompensare con donativi, il valore dei quali
non pregiudichi l'erario. Il serpente di bronzo fu donato dal tesoro
di Costantinopoli, facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il
medesimo che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità fu
rimeritato della enorme spesa che fece.
Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono in Pavia
alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo la di lui morte
proclamarono re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea; e tosto venne
incoronato nella chiesa di San Michele in Pavia. L'arcivescovo era
assente per l'ambasciata, e quando ritornossene a Milano portossegli
incontro il nuovo re, e fece di tutto per renderselo amico[162].
Il regno degli Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati
d'Italia a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia
che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per dodici anni
sostenne la contrastata figura di re d'Italia, scacciato ogni volta
che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò la scena col farsi frate e
morire. I Milanesi non erano contenti di questo re Arduino, o perchè
eletto senza aspettare l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa
memoria di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non era
lontana che di quarantanni. L'arcivescovo era del partito di Enrico,
che era fatto re di Germania; ma cautamente si conduceva a seconda
del tempo[163]. Venne Enrico nell'Italia nel 1004, e in Pavia fu
incoronato re d'Italia, e da noi chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna
che venne in Milano il nuovo re,[164] _Sanctissimi praesulis Ambrosi
amore._ Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno,
portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, sebbene
Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran parte il dominio
d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. Enrico fu, nel 1014,
incoronato imperatore dal sommo pontefice Benedetto VIII, e cessò di
vivere nel 1024. La memoria la più importante che ci resta di lui, è
la legge ch'ei pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere
colla moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine
in Pavia[165]. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze al
clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai crudele. Il
conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, chiama costumanza
_concubinato_, e i sacerdoti ammogliati _concubinarii_: io credo che
sia più conveniente voce quella di _matrimonio_ e di _ammogliati_;
perchè nel nostro linguaggio comune le prime parole significano una
unione conosciuta illegittima da quei medesimi che la contraggono, e
le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra gli ebrei e
fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; Ottavia moglie
di Nerone; Domitilla moglie di Vespasiano, e così diciamo di ogni
unione d'uomo con donna, creduta e sostenuta e dai contraenti e nella
opinione della loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa
ha sublimato i misteri dell'altare, allora non era così generalmente
osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così anche rispetto
al celibato, si accostavano alla disciplina della chiesa greca.
Disputarono, come vedremo, per conservare questa facoltà di ritenere la
moglie. Dico ritenere, poichè il rito non permetteva ad alcun sacerdote
di ammogliarsi e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente
concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare
a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che sia un dovere
di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: non già perchè io
preferisca l'antica alla vigente disciplina, ma perchè l'imparzialità
della storia mi determina a così fare. Questo concilio ebbe alla testa
il sommo pontefice Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui
vi è immediatamente l'arcivescovo Ariberto:[166] _Sanctae mediolanensis
ecclesiae archiepiscopus_, così egli si qualificò, nè gli altri vescovi
chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo _non si prese molta
briga perchè fossero questi decreti nella sua diocesi ben eseguiti_,
dice il conte Giulini[167].
Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia
di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano _Heribertus_; ma egli
si sottoscriveva _Aribertus_, e così lo chiama il conte Giulini,
come io pure lo nominerò. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto
generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e
munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva
le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque
a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e
grande un risalto ed una considerazione che ella conservò dappoi.
Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi,
certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella
dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano
la base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come
due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignità, che,
profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo,
e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della
patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a
ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato
arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò
questa sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e
in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad
Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano.
Ariberto da Antimiamo era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa
milanese, cioè _cardinalis de ordine_, dal che ne venne il vocabolo di
_ordinario_, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della
metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano,
che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto
arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri al luogo ove trovavansi,
non ha guari, le monache Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi
propri: _de nostris proprietatibus_, come egli dice, e assegnò il
fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali
dovessero osservare la regola di san Benedetto[168]. Sanno gli eruditi
che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come
ogni altro ecclesiastico[169], e che i monasteri per lo più avevano
uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i
poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto
Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore
Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati,
non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla
elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignità reale nell'Italia,
che non potevasi mantenere senza una incessante forza; e perciò il
re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche
altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero
accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando
l'arcivescovo Ariberto:[170] _Suorum comparium declinans Heribertus
consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus
ipse regem electurus teutonicum,_ così ce lo rappresenta Arnolfo,
nostro milanese, scrittore di quel secolo[171], dal che vedesi
abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non
si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere
per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e
che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado,
scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi
il re Corrado, al quale dice che Ariberto promise che, tosto che
fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re:[172]
_Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice
laudaret, statimque coronaret;_ il che gli promise con giuramento
e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette
all'arcivescovo:[173] _Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum;
ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum_; e con ciò
oltre il diritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo
suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia
di collocare al possesso della dignità e dei beni il nuovo vescovo:
dritto che in que' tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice
_placet_, ma come una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti
e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto
al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità
sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero
della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, da che ne vennero
fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo,
al dire del citato Arnolfo,[174] _rediens securus in omnibus, totam
suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos
faciens._ Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare,
o per innalzare sè stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado l'anno
1026[175], o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo.
Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo
pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno,
che per più settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e le
sua corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare
i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator
Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo
di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse
verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere,
siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi
non era cosa insolita di veder dei vescovi nelle armate: merita però
riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorità si era
acquistata da potere da sè fare la guerra[176]. I Pavesi e i Lodigiani
così diventarono nemici dei Milanesi.
(1028) Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel 1028, merita
di essere riferito, perchè ci dà idea dei tempi e del carattere di
Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi
di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che
questa eresia approvava i riti de' pagani e de' giudei[177], quasi
che fossero componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo,
della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice
che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni
patimento; che amavano la virginità e vivevano castamente sino colle
loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano
le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non
offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune;
credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano
che vi fosse una podestà in terra di legare e di sciogliere; e
riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni.
Così essi professavano la loro fede[178]. Molti marchesi e vescovi e
signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di
Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua
giurisdizione, sulle diocesi dei vescovi suoi suffraganei, scortato
da militi valorosissimi[179], sebbene ascoltasse da Gariardo, uno dei
pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto,
credette di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero
loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della
Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori,
coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche
senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato
il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione,
giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi
una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del castello di
Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo,
e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora
del castello; e l'arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di
ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, _i primati della
nostra città, temendo_, dice il conte Giulini[180], _che non si
spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e
dall'altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli eretici, e
loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a piè della croce,
e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di
gettarsi nelle fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo
progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto
colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati_;
al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fallo accadesse per
volere dei primati,[181] _Heriberto nolente_. In quei tempi il glorioso
nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce e con uno
staffile nella mano; nè si credeva che avesse contrastato al sovrano,
nè perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo
vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe;
e aveva tollerati con carità e mansuetudine i suoi fratelli, che
traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva
le sue preghiere, acciocchè misericordiosamente gli richiamasse alla
strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni,
che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor più, e la
fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel
beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino
le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta
la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto
giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi
irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, la
pazienza disarmano gli avversarii, e li richiamano a venerare il vero
Dio con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio
della virtù. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come
arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato, politico, egli
ha saputo rendersi padrone di quella rôcca, il che invano altri aveva
tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto ingiusto e crudele
del supplizio. Vi è molto anche da dubitare se veramente quegli
infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore
di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro
imputato, cioè che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva
fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che
volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero i loro
confratelli allorchè gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto
qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata
la causa propria, saremmo un po' meglio informati della verità.
Forse erano costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione
generale, e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in
quel secolo, così scriveva:[182] _ad tantam faecem quotidie semetipso
deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis
sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat,
sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim,
reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat.
Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facta
agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit_[183]. Così
quel santo descriveva i costumi di quei tempi infelici. Il supplizio
adunque dei nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco
cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo che dai
pagani si trattassero i martiri; ma così non si legge che gli apostoli
dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa però è
la prima memoria e la più antica di persecuzioni e patiboli adoperati
dai cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo
esempio, che nei secoli posteriori è stato seguíto da tanti altri
funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028.
Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la
potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e la città si avvezzava
sempre più a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica.
A tanto giunse il potere di Ariberto, che, unitosi con Bonifacio,
marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San
Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata
dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna,
occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui
quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti
rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo
storico nostro Arnolfo[184]. Poi, ritornato Ariberto alla patria,
sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi
milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e,
memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono
a Lodi, ed eccitarono quanti più poterono a prendere le armi e seco
loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro a
costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Seguì una
zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco
vantaggio, e fra gli altri uccisi si annoverò il vescovo di Asti, suo
suffraganeo, che rimase sul campo[185]. Venne poi l'imperator Corrado
in Italia nel 1037, e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse
non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di
tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto ben
tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma,
sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza
ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco
rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu
arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero.
Io non trovo difficoltà a credere che realmente Ariberto non fosse
contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli
indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne
patire l'imperatore; e che, confidando sull'autorità che possedeva,
o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con
sicurezza. A custodire il prigioniere Ariberto l'imperatore aveva
destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta
cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero
alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo
era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo
per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Così egli ricuperò la
sua libertà, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla città con
somma allegrezza. Poichè Corrado intese il fatto, si mosse, e alla
testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto
singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano
assai cambiati. Milano non era più la città spopolata, distrutta e
languente; era[186] _maxima multitudine munita_, come ci attesta Wippo;
e i Milanesi gli andarono incontro, e più volte si azzuffarono con
gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei
potè devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero
di aver Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra
specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e
nominò Ambrogio prete cardinale della santa chiesa milanese in sua
vece: forse credendo che alla città medesima, stanca per avventura
della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma
nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso[187]. Vedendo
riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di
animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perciò
portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma
nemmeno perciò l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema[188], e
quindi Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco dopo
cessò di vivere nel 1039.