Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel secolo

crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione fosse

disceso l'uman genere; esamini, chi il brami, più minutamente gli

storici, e veda poi se le querele sopra i costumi presenti sieno

fondate; ovvero se in vece non vi sia ragione di offrire umili voti

di riconoscenza a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce

che vizio e miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se

qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra, questa è

riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata sullo stato delle

arti e delle lettere in que' barbari tempi, servirà a distrarci

dai veneficii, dagli accecamenti e dalle insidie che compongono la

storia di quegli anni. Poichè si dovette tumulare in Milano l'estinto

re Lotario, tanto era lontana ogni idea della erudizione, che, per

formarne l'urna sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in

cui eravi scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si

formò l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i

caratteri; di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, i

quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti[133]. La lingua

latina scrivevasi coi più strani solecismi: alcuni pochi esempi ne

daranno idea. Un diploma di questi tempi comincia così:[134] _Dum in

Dei nomine, civitate Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo

et Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, quod

topia vocatur, infra eadem Curte_, etc.[135]. Una sentenza comincia

così:[136] _Dum in Dei nomine, ad monasterium sancti, et Christi

confessoris Ambrosii, hubi ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus

Lambertus piissimus imperator preerat, in domum ejusdem sancte

mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, in juditio resideret

Amedeus comes palacii, una cum Landulfus, vocatus archiepiscopo,

singulorum hominum justitiam faciendam, ed deliberandam, etc._[137].

Altra sentenza comincia così:[138] _In Dei nomine, civitatis

mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis in juditio

ressederet Magnifredus comes palatii, et comes ipsius comitati

Mediolanensis, singulorum hominum justicias faciendas, ressedentibus

cum eo Rotcherius vicecomitis ipsius civitatis, etc._[139]. Vero è

che ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: e tale

è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla pag. 17, ove

così leggesi:[140] _Confirmo ut omnes servos et ancellas meas sint

Aldiones, et pertinentes mundium eorum ad ipso Xenodochium, habentes

per caput unusquis mascolis et femine solidus singolus; et ita volo,

ut illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas opera mihi

faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint faciendi, ut cum anona

ejusdem Xenodochii operas ipsas perficiant._ Ma convien confessare

che assai barbaro era il modo col quale comunemente si scriveva anche

nel decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il quale

pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva essere uomo

colto, egli, nel 903, così scriveva:[141] _Senodochium istum sit

rectum et gubernatum per warimbertus humilis diaconus de ordine sancte

mediolanensis ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de

besana diebus vite sue_.[142]. Da ciò comprendesi qual grado di coltura

poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano rimanere sconosciuti

gli autori de' buoni secoli preceduti; poichè per poco che un uomo si

addomestichi a leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non

sarà forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si parlasse

in Milano un dialetto poco dissimile da quello che si parla oggidì;

e che nello scrivere si adoperasse una lingua diversa da quella che

volgarmente si parla. In fatti anche presentemente nello scrivere si

adopera la lingua italiana, anche dalle persone meno colte; le quali

parlane do, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto

sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se dunque,

anche a' nostri giorni, i Milanesi scrivono quella lingua che chiamasi

italiana, e nel discorso non se ne servono comunemente mai, non vi può

essere difficoltà a comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella

lingua che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto proprio.

Quello che mi fa credere che la lingua che serviva per la scrittura,

non fosse la usata nel parlare, si è che non vi trovo analogia veruna

fra una carta e l'altra. I barbarismi, le sconcordanze sarebbero

costanti se fossero state in uso nel parlare; nè può intendersi questa

varietà di errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di

dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose che cercava

di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati gli articoli del

volgare _da due parti, dalla terza, dalla quarta_; come in una carta

del 941;[143] _Coeret ei da duos partes tenente ursone, item de insola

comense, de tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta

parte terra sancti petri de clevade_[144]. Dallo stato della lingua

può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e di quei tempi

nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese che stendesse le memorie

degli avvenimenti della città; siccome cominciarono poi a fare nel

secolo undecimo Arnolfo e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi

persuade che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia si

parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia conserva; e

ciò perchè le vocali _u_ ed _eu_ pronunziate coll'accento francese, e

così altre desinenze della lingua francese, non mi sembrano innesti

fatti colla dominazione dei Franchi, ma una emanazione dell'antica

lingua gallica originale, siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli

ne' due ultimi secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro

parole spagnuole ci sono restate, _infado, amparo, giunta, desdita_

e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che i Franchi,

e poche voci abbiamo che traggano la sua origine dal tedesco. Questa

generale pronunzia francese più che italiana, adunque, è una tradizione

da padre in figlio, che ascende sino all'antica venuta de' Galli, e

per conseguenza non interrotta. In queste materie la dimostrazione non

può sperarsi; le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano

favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese potrà in

breve intendersela con un contadino provenzale; e più difficilmente

s'intenderanno fra di loro due contadini, uno milanese e l'altro

calabrese; tanto il nostro dialetto appartiene più alla lingua di

Francia che alla italiana!

L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite al

segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio della chiesa di

Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi l'altare della chiesa

istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, il mosaico del coro e la

tribuna. La porta della chiesa di San Celso, l'altare di San Giovanni

in Conca sono di que' tempi: cose tutte lontane della eleganza che

soddisfi un delicato conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi

lavori di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle

chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, dove

rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di manifatture. Lodovico il

Pio aveva ricompensato un prete veneziano che da Costantinopoli aveva

portato l'arte di fare gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto

in grazia dal vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno

873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva luogo nell'Italia.

Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a una tale

ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, sotto il governo di

sovrani che col veleno e cavare gli occhi cercavano di mantenersi sul

trono, in un regno elettivo, esposto a invasioni straniere, facile è lo

immaginarselo. Il visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della

sua magistratura, aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare

gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non potè firmare una

carta che anche oggidì conservasi nell'archivio di Sant'Ambrogio, e

vi fece in luogo del suo nome una croce per non sapere esso scrivere;

e di sedici persone che intervennero a quel contratto, appena sette

poterono fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, vi apposero

la croce[145]. Anche da ciò facilmente comprendiamo in quale misero

stato dovessero trovarsi gl'interessi de' cittadini. La carica di

_viceconte_ era immediatamente subalterna del _conte_, che reggeva la

città in nome del re, come la carica di _vicedomino_ era immediatamente

subalterna dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi

origine del cognome che ne prese la famiglia _Visconti_. I cognomi non

ritornarono in uso se non verso la fine del secolo undecimo. Le leggi

poi sotto le quali si viveva in quei tempi, erano quali lo potevano

permettere i tempi stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa

per vederla eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava che

non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti a quei

che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva l'esportazione delle

armi agli esteri. In somma tutto si credeva di poter fare con leggi

vincolanti; o almeno si credeva il legislatore di avere bastantemente

eseguito il dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli

uomini d'essere felici, in vece di ascendere alle cagioni e impedire

che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi stesse molto si

estendevano contro coloro che col mezzo della magia devastavano colla

grandine le messi, e si ordinava all'arciprete della diocesi il modo

di costrignerli a confessare il supposto delitto, onde punirli[146];

e questo ci basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei

miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a ripeterlo,

sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; i lumi, l'urbanità,

la felicità pubblica caramente si abbracciano[147].

Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse la

costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri nei quali

principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia potrebbe

darci qualche idea del governo d'Italia in quei tempi. Un re elettivo;

il primato, che ha molta influenza in tutti gli affari; la plebe

degradata sotto la potenza dei grandi, divenuti formidabili al re; la

facilità della rivoluzione; la frequenza delle invasioni straniere;

la concorrenza di più rivali che coll'armi disputano il trono; la

vera sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze

che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza dei tempi, ne'

quali, mancando l'arte dello scrivere, e non essendovi nomi di casati,

nemmeno poteva esservi una costante tradizione di nobiltà. Quindi,

non solamente era difficile il modo per fare le risoluzioni, ma era un

altro oggetto di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile,

chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale controversia

in un tale sistema doveva portare la confusione all'ultimo grado; Carlo

Magno fu un gran principe, gran soldato, e col dritto di conquista,

dominò assolutamente sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere

sacra la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate

per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. I successori di

lui non ebbero un vigore e un genio che lo pareggiasse. S'indebolì la

potenza del sovrano; e l'acclamazione de' magnati e la sacra cerimonia

divennero condizioni pretese essenziali alla costituzione di un

sovrano. Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il quale,

gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva doni continui

di terre e accresceva l'opinione, vera ed unica base del potere

politico, e giunse ad essere creduto il solo che colla incoronazione

potesse creare un legittimo re d'Italia. Come poi i re d'Italia

potessero donare poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e

ad altre chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero erano

recentemente chiamati a regnare; come fossero in poter dei re questi

campi e queste terre, onde ne facessero un dono della loro proprietà ai

primati, non è facile lo spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome

a me pare credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti

fosse allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì nostri;

per la ragione che, non essendovi cognomi delle famiglie, e pochi

essendo coloro che sapessero scrivere, sì tosto che un uomo non aveva

figli o fratelli o nipoti, facilmente non si conosceva più nessun

parente a cui dovesse passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo

vacante nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo

nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che i sovrani, laddove

lasciavano in origine la libertà dell'elezione al clero a norma de'

sacri canoni e della tradizione, non consentirono più che una dignità

divenuta pericolosa al loro regno cadesse indifferentemente sopra

chiunque; ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando,

costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal quale speravano di

temer meno in avvenire, e che, riconoscendo dal re la dignità, a lui

fosse anco più ligio ed ossequioso. Quindi si sconvolse l'ordine; la

venalità aprì la strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di

venire a rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria

fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette la

chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. Sotto Carlo

Magno e sotto i primi suoi successori, l'Italia fu immediatamente

diretta da governatori in nome del sovrano, dei quali alcuni ebbero

il non dovuto titolo di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo

Magno, Bernardo, figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho

fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi regii, il

visconte, l'arcivescovo, chiamato anche _dominus_, il di lui vicario,

_vicedominus_, e ciò a vicenda e confusamente, ora più, ora meno, a

misura della circostanza del momento.

Dello stato della popolazione del decimo secolo nulla abbiamo di

preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere mediocremente popolata

Milano. Le terre erano coltivate parte da servi e parte da liberti,

i quali chiamavansi _aldiones_. Molta parte del ducato era bosco. In

qualche luogo che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque

stagnanti. Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie sorta

di grano si coltivavano e si coltivava anche il lino.

Le terre, che prima si misuravano a _pedatura_, già nel principio

del nono secolo si misuravano a _pertiche_ e _tavole_, come oggidì si

costuma; la misura del fieno era a _fascio_, quella del vino a _stajo_

ed a _mina_, nella misura delle terre però eranvi _juges_, misura

equivalente a dodici pertiche.

Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come continua ad

esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti col passare dei

secoli. Fu più volte per essere abolito, e una di queste fu sotto Carlo

Magno, che aveva preso concerto col papa di uniformare al rito romano

tutte le chiese de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece

il possibile per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio,

vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza al santo

institutore che non venisse abolito[148]. Fra le mutazioni accadute

nel rito ambrosiano, vi è in parte quella del battesimo, che allor si

eseguiva immergendo nel sacro fonte, non porzione del capo soltanto, ma

tutto il corpo del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per

le donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove ora trovasi

Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo le vergini sacre a

Dio di Vigelinda, che assistevano alle fanciulle nel loro battesimo:

_massimamente finchè durò il costume di non conferire comunemente

quel sacramento a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche uso

di ragione_, come insegna il conte Giulini[149]. L'altro battisterio

chiamavasi San Giovanni alle Fonti, destinato per gli uomini; ed è

tuttavia in piedi, sebbene mutato dì forma. Ognuno può ravvisarlo

al capo della chiesa di San Gottardo, nella regia ducal corte, ed

è quel fabbricato poligono in cui sta riposto l'altar maggiore; e

quello è appunto l'antichissimo battisterio in cui probabilmente

Sant'Agostino venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio[150].

Oltre la universale ignoranza di quei tempi si può avere un'idea della

religione, dalle prescrizioni che si fecero in un concilio tenutosi

in Pavia l'anno 580, a cui presiedeva l'arcivescovo di Milano. Si

proibisce in quel concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma

nei privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non farli

celebrare se non da un sacerdote:[151] _Docendi igitur saeculares

viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter exerceri debeant,

quod valde laudabile est; ab his tamen tractentur, qui ab episcopis

examinati fuerint, et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris

comitati probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si qui ergo

contemptores canonum extraordinarie et illicite ministrantes, et

divina sacramentaliter violantes inveniuntur, primum ab episcopo

uterque amoveatur, et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui

ejus usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate

compescere, excomunicetur_[152]. Nel medesimo concilio si prescrive ai

vescovi di non cagionare tante spese girando per la cresima, di non

appropriarsi i beni delle pievi, e di non vivere con donne sospette.

Questi fatti s'ignorano da coloro che vorrebbero indistintamente

richiamare la pietà degli antichi tempi.

CAPITOLO IV.

_Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la

più importante città della Lombardia nel secolo undecimo._

(950) Già erano trascorsi più di sessanta anni dacchè l'Italia non

aveva più connessione alcuna coi regni di Francia, nè con quello di

Germania, quando Berengario, marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico

l'anno 950. Gli Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo

incoronava imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti a Carlo

il Grosso, Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, figlio di Arnolfo, nel

quale finì il sangue di Carlo Magno; a questo fu sostituito Corrado I,

conte di Franconia, indi Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette

Ottone, che già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando il

marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di Germania, sebbene

non dimenticassero l'Italia e pensassero a regnarvi scacciandone quelli

che la dominavano col titolo di re o d'imperatore, non ebbero però nè

occasione nè mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come il

duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo Anselmo,

ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, sommo pontefice,

fosse incoronato imperatore. Si è pure veduto come i duchi di Spoleti,

Guido, poi il di lui figlio Lamberto, da Stefano V incoronati augusti,

regnassero interrottamente. Questi Italiani, innalzati al trono

italico ed alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati

come usurpatori, non meno di quello che consideravano Rodolfo, Ugone

e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a regnare sull'Italia.

Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo collocato nella serie degli

augusti nè Arnolfo, nè Luigi, nè Corrado, nè Enrico, dagli Oltramontani

inseriti nella cronologia degli imperatori; sebbene non incoronati dal

papa, e sebbene nè Corrado, nè Enrico nei loro diplomi si siano mai

dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione assai feconda

di equivoci, perchè Enrico I, imperatore, dagli Oltramontani si chiama

Enrico II, e così i Tedeschi contano sette Enrici nella serie, dove

noi non ne annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane

eccedono d'una unità le nostre. Io, italiano, debbo servirmi della

cronologia italiana, e ne prevengo i miei lettori, per non ripeterlo

ogni volta; e credo che sia ragionevole di non qualificare nè Corrado,

nè Enrico con un titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi

medesimi fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono d'Italia

il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione sommamente

aveva contribuito Manasse, da Berengario istesso violentemente intruso

nella sede arcivescovile. Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono,

non solamente abborrendo la recentissima scelleraggine d'aver egli

avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, e

l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova Adelaide, ma in

lui ravvisando un ingiusto oppressore del loro legittimo arcivescovo

Adelmano. È assai probabile che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo

fossero i Milanesi, ad invitare secretamente Ottone, re di Germania,

a scacciare dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno d'Italia

agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano cautamente il di

lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, e ciò accadde appena un

anno dopo che il marchese d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951[153].

Venne Litolfo a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con

quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore di quel

re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi di Ottone spediti

in Pavia appunto nel 951, dai quali si conosce ch'egli aveva creato

Manasse arcicappellano[154]. (952) Pare che al comparire di Ottone si

ecclissassero Berengario II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone,

il quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re d'Italia;

poi, ritornato in Germania, dovettero colà portarsi Berengario e

Adalberto, abbandonandosi alla generosità di Ottone, da cui a titolo di

feudo vennero in Augusta, nel 952, investiti del regno d'Italia, e da

ciò ne fa nascere il Muratori il diritto che pretesero in séguito i re

di Germania di avere sopra l'Italia.

Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente peso del

re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, ritornati in Italia,

dalla viltà passarono alla prepotenza; solito costume delle anime

basse, d'insultare quando la fortuna è loro prospera, e annichilarsi

quando è loro contraria. Il loro governo era diventato insopportabile.

Lo scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, e la

reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo venne alla

testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re Ottone di lui padre,

che, occupato negli affari di Germania, non potea venire in persona a

contenere i due tiranni. Litolfo però fu degno di venire invece di un

gran re. Berengario e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio sul

lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse per forzarli.

Una masnada di militi traditori, come dovevano essere coll'esempio

di tai padroni, consegnò nelle mani di Litolfo lo stesso Berengario,

da cui erano stipendiati. Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò

di vincere senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente

lo fece scortare libero nella fortezza. In quei tempi, sotto Ottone,

sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica magnanimità romana;

e questo ci fa risovvenire di Camillo e di Fabricio. Ma il valoroso

Litolfo, amato e venerato allora dagli Italiani, poco dopo morì, non

senza sospetto di veleno[155]. Tali erano le armi di Berengario. Così

que' due cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono

il dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla morte

del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene dal re Ottone in

Germania, implorando la sua venuta, per liberare Milano e l'Italia da

coloro. Giovanni XII, sommo pontefice, spedigli dei legati pregandolo

di venire, e offrendosi d'incoronarlo imperatore. (961) Scese

finalmente in Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa

di Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e così ce

lo descrive Landolfo Seniore.[156] _Interea Valperto mysteria divina

celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia,

lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem,

baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare

beati Ambrosii deposuit.... Valpertus, magnanimus archiepiscopus,

omnibus regalibus indumentis, cum manipulo subdiaconi, corona

superimposita, astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis,

multisque ducibus atque marchionibus, decentissime, et mirifice Ottonem

regem, collaudatum et per omnia confirmatum, induit, atque perunxit._

Ho riferito le parole istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo

dopo, acciocchè si veda che nessuna menzione in quei tempi si faceva

della _corona ferrea_, come nemmeno se ne trova cenno nelle precedute

incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti le ho riferite per dar luogo

a riflettere che i suffraganei si chiamano _beati Ambrosi_i, non già

_Barnabae apostoli_. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro che

egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno dissertato

sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di queste opinioni sono

state immaginate molto tempo dopo di Ottone, la incoronazione del

quale è probabilmente la prima che siasi fatta in Milano; non potendosi

chiamare incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici anni

prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. Forse non si fece

questa solenne incoronazione in Pavia nella chiesa di San Michele, come

era costume, perchè il palazzo reale era stato distrutto da Berengario,

siccome accenna il conte Giulini, appoggiato al testimonio di alcuni

scrittori.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 8 / 31 段