senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo di Milano giaceva come
ogni altro suddito, senza avere altro di più che la venerazione
inerente al carattere del metropolitano. L'imperatore stipendiava
gli Ungari, di cui si era servito felicemente nelle vicende passate;
e questi, valorosi alla guerra ed egualmente esperti predatori,
avevano talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno
facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. Costoro lo
stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e nella Franconia.
La Germania e l'Italia erano esposte al saccheggio; e allora quasi
ogni borgo dovette cingersi di mura per vivere con sicurezza. Questo
aveva reso odiosissimo il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti
dell'imperatore Berengario, che aveva per essi molti riguardi.
Lamberto, arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti,
ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa che aveva dovuto
pagare a quell'augusto per essere da lui collocato sulla sede
arcivescovile, a cui era stato canonicamente innalzato dai voti del
clero[117]. Questa tassa fu proporzionata a quanto bisognava per pagare
la famiglia bassa di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil
gente[118]. Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo,
re dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta
della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare Olderico,
conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente alla custodia
dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei credeva fedele, anche per l'assenso
che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della
dignità arcivescovile. Poco dopo l'imperatore conobbe d'avere malamente
scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero senza
pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò collo specioso
titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo
in pericolo della vita. Lamberto non si arrestò al rifiuto; lasciò
in libertà l'affidatogli Olderico, il quale tosto andò ad unirsi
con Adalberto, marchese d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi
la maschera, comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto
Berengario; il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i ribelli,
rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto, e fuggitivo
il marchese. L'imperatore Berengario diede un generoso perdono a
Gilberto conte, e resegli la libertà. L'uso che fece di questo dono
l'ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal re di Borgogna,
e, nello spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di
dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori[119],
e l'imperatore Berengario per la seconda volta dovette vedere un
oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera dell'arcivescovo di
Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al
suo asilo di Verona, per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza,
ed ora di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui
Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico, dopo due anni, ne'
quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni pure, ne' quali Verona
fu il suo ricovero, riacquistò quanto gli aveva occupato Rodolfo.
Convien credere che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i
Pavesi complici dei mali che aveva sofferti, poichè, nel 924, assediò
co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse. Frodoardo
e Liutprando descrivono questo esterminio con espressioni forse
esagerate. Pretendono che quarantatre chiese vi fossero atterrate e
incenerite; che vi fossero rovinate tutte le abitazioni; e che appena
duecento abitatori abbiano potuto salvare la vita. Se questo fosse,
non si potrebbe spiegare come poi nello stesso anno vi soggiornasse
Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto agosto
974, di cui tratta il conte Giulini[120]. Sebbene poi anche a molto
meno riducasi il danno della saccheggiata Pavia, egli è verosimile
che un tale infortunio dovette essere favorevole alla crescente città
di Milano. L'imperatore Berengario appena dopo la presa di Pavia
ritornossene a Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser
ben munita di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui
aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò insidie
per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi Fiamberto; venne
scoperto il traditore, e l'augusto Berengario, fattolo venire a sè,
con umanità senza pari gli parlò della vergogna che va in seguito al
tradimento, dei rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che
accompagna la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo di avere
infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva fatto al conte
Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato e l'avrebbe beneficato
in avvenire: e in prova, sul momento, donogli una preziosa coppa d'oro.
Principe troppo incauto nell'usare della generosità; poichè, pochi
giorni dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse.
Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno d'Italia
per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove; principe degno
d'essere collocato fra i migliori, se non avesse portato la clemenza
a un estremo vizioso, poichè la libertà data a Gilberto cagionò al
regno i mali gravissimi d'un'estera invasione, e la generosa sua
bontà verso Fiamberto privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non
sapeva egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare al dovere
un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso di passione da
cui fu sedotta, non giova mai per acquistare l'anima bassa di colui che
tranquillamente si è determinato ad un'azione perversa. La vista del
magnanimo che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore.
I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza non sono
lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio, per beneficar lui, si
espone la società intera al pericolo di nuovi danni.
Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re Rodolfo
rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno italico; ma nemmeno
avea egli un partito bastante per essere proclamato re d'Italia. Una
donna celebre per la bellezza, non meno che per l'arte scaltrissima
di prevalersene, donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene,
e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a suo talento,
Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese d'Ivrea di cui poc'anzi
feci menzione, avea formato il progetto di collocare sul trono o Guido,
duca di Toscana, di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia.
Rodolfo invitato, come dissi, al soglio italico dal marchese defunto,
credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la trama di
scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche cogli amori, colle
arti medesime animava molti signori potenti a secondare il disegno
di lei. Il re Rodolfo stavasene a Verona, ed Ermengarda, unita ai
fratelli, s'impadronì di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno
dell'ingannatrice donna, e si determinò a scacciarla da quella città,
e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un esercito e marciò
alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta che, in séguito d'uno
scritto che la marchesa Ermengarda potè fargli giugnere, quel re,
furtivamente, di notte, abbandonò i suoi, e secretamente entrò come un
amante in Pavia e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi
mascherati nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano
armati per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo
allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo re
d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re di Provenza,
al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito[121]. Lo schernito
Rodolfo a stento potè uscire dal labirinto in cui la spensieratezza
avevalo condotto. Si parti quindi d'Italia per raccogliere un'armata
ne' propri Stati, e con essa ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non
trovandosi forte a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo
che assai importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui
spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai scegliere,
per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, deluso sotto Pavia,
e impegnato già col re di Provenza. Burcardo, orgoglioso ed incauto,
nel portarsi a Milano, osservando le torri e il restante dell'antica
fabbrica sacra ad Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa
di San Lorenzo, si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi
una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi soltanto, ma
molti principi d'Italia:[122] _Eum ibidem munitionem construere velle,
qua non solum Mediolanenses, sed et plures Italiae principes coercere
decrevisset_[123]. Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre
cavalcava. Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne fece
rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con ogni splendidezza
accolse l'ospite illustre, giacchè Burcardo era suocero dello stesso
re Rodolfo; gli diede una caccia del cervo nel parco, cosa che
Lamberto arcivescovo non soleva fare se non co' più cari amici:[124]
_Concessit cervum, quem is in suo brolio venaretur, quod nulli unquam
nisi carissimis magnisque concessit amicis_, così dice Liutprando;
insomma dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo
avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente con molta
officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non ebbe tempo di riferire
al re di Borgogna il risultato della negoziazione; poichè, assalito
ne' contorni di Novara da alcuni armati, vi lasciò la vita; dopo di
che il re Rodolfo abbandonò per sempre l'Italia. Fra le altre cose che
Liutprando asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi,[125]
_dum juxta murum civitatis equitaret_, vi è la seguente:[126] _Lingua
propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes
uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equae caballitare,
non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem
nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos
praecipitabo._ Veramente così non parlò Cesare alla cena, nè Augusto
alla vista del simulacro di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è
feroce e muscolare; l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia
colla virtù. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non
fu nobile, nè generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra parte,
se non coll'averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non dovea
simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava,
nè cercare l'assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una
vituperosa depressione: il progetto non era nè generoso nè eseguito
nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra
è la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che
diradatamente l'abita; che l'essere domiciliati qualche grado più al
polo, ovvero all'equatore, non costituisce una diversità nella specie;
che la fortuna, la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro
col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento e la
miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio nazionale, e niente
più ingiusto quanto il rimproverare altrui d'essere nati ove lo furono;
e niente più inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una
nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile,
sarà sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero
lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si
resero padroni della terra.
Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo di Milano
era già diventato un personaggio di somma considerazione fra i
principi del regno d'Italia; che le mura di Milano erano forti e tali
da potervisi confidare; che Pavia non era distrutta a segno che non
vi si abitasse tuttavia e non fosse capace di una difesa. Il parco
poi dell'arcivescovo, chiamato _Brolio_, in cui manteneva i cervi,
era immediatamente fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva
dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo diede
l'aggiunta _in Brolio_ alle due nominate chiese; nè questo è da
confondersi coll'orto chiamato _Broletto_, che aveva l'arcivescovo al
sito in cui vedesi oggidì la ducal corte.
Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi
nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna e re di Provenza,
già invitato, come dissi, dagl'italiani, se 'n venne:[127] _Venit
Papiam, cunctisque conniventibus regnum suscepit_[128]. Qui non
sarà inutile l'osservare che sotto la denominazione di Alta Borgogna
comprendevasi il paese degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte
della Savoia; chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta
Borgogna e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità colla quale
Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno di Berengario augusto, e
la rapidità con cui, partitosene, ritornò con un'armata. Ugone per
cinque anni regnò solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per
la vedova marchesa d'Ivrea Ennengarda, sorella di lui per parte di
madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, a cui doveva
il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane un vestigio nella
moneta milanese che conservo nella mia raccolta. Nell'anno 931 associò
sul trono Lotario suo figlio, ed allora i diplomi, non meno che le
monete, ebbero la leggenda di[129] _Hugo et Lotharius rege_, anzi in
modo assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che ho
presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente dell'incauto
Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'impero, e faceva servire gli
amori al regno, quando il primo aveva fatto l'opposto. La famosa
Marozia, vedova duchessa di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocchè
con quell'appoggio non vi fosse chi gli disputasse l'impero; e
l'avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto irritato
Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi la città,
dovette infelicemente ritornarsene in Pavia l'anno 933. Erano state in
questo frattempo, per lo spazio di sette anni, tranquille le cose di
Lombardia, e naturalmente i primi signori, e fra questi l'arcivescovo
di Milano, che opportunamente profittava quando gli affari erano in
movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per richiamare
al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato con quel principe,
al quale cedette una parte de' suoi Stati di Provenza, cioè la gran
Borgogna cisjurana; e con tal mezzo si fece interamente cedere ogni
di lui pretensione sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi
fatto invito ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, era
comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo vinse e lo fece
scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto aveva cessato di vivere;
eragli succeduto un prelato di più mite carattere. Ma il re Ugone,
da accorto politico, non valendo colla forza a contenere chi occupava
la cospicua sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la scelta
sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi; e questo fu Teobaldo,
che gli era figlio naturale, partoritogli da Stefania, donna romana,
che era la terza concubina del re. Per non violare le costumanze
e le ragioni de' sacri canoni, lo fece tonsurare e ascrivere tra i
cardinali della santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo
di _ordinari_[130], e così con finissima politica, onorando quel ceto
di polenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano de' principali
cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi, dignità allora
cospicue, si assicurò la tranquillità. Ma il progetto, immaginato con
avvedutezza, fu da Ugone medesimo, per impazienza, rovinato; poichè
durando a vivere l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re,
ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo,
ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano per di lui comando
i primari del regno nel 944, i suoi facessero nascere una briga co'
Milanesi, procurando fra il tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il
colpo andò a vuoto; venne sparso il sangue di molti, ma fu salvo
Arderico[131]; il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a
secondare le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene,
e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe poca parte
nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese d'Ivrea, che si
era sottratto dalle insidie del re Ugone, ricoverandosi in Germania.
Questi era un signore possente, e vedendosi favorito dall'arcivescovo
e da' signori suoi aderenti comparve in Italia alla testa di alcuni
armati. Nel 945 venne a Verona, donde passò a Milano. In Milano si
radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re Ugone forza
per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò la corona d'Italia;
pregò la dieta di non volerla togliere al figlio Lotario; e passò a
reggere i suoi Stati nella bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta
la corona italica per diciannove anni, ne' quali tenne per lo più la
sua corte in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano,
o perchè ancora non ben popolata e costrutta, o per la pericolosa
vicinanza del potente arcivescovo. Così restò semplice cardinale
ordinario il figlio reale Teobaldo.
Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, era figlio,
siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e di Gisla, figlia
dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto che si collegò con
Gilberto conte e con Olderico per deprimere il suocero e collocare
Rodolfo, re di Borgogna, in di lui luogo. Matrigna di Berengario
era la marchesa Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la
inquietudine politica e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un
oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro Ugone, che
lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre più di quanto
l'avrebbe egli desiderato. Pensando Ugone al modo di liberarsi da
un tale oggetto, ricorse alla insidia, solito mezzo di un principe
debole, spaventato e senza morale. Simulò la maggiore amicizia che
aver si potesse per il giovine Berengario; ogni volta che di lui
ragionava, palesava una simpatia, una stima di Berengario somma; ogni
arte pose in opera per invitarlo a venire a Pavia alla corte d'un
re che tanto fingeva di amarlo. Tutto era disposto per arrestarlo,
poichè fosse caduto nella rete, e cavargli gli occhi; operazione che
in que' secoli di ferro era pur troppo frequentemente praticata. Il re
Lotario, figlio di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre
fosse riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla
compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmi al padre
la macchia d'aver eseguilo l'infame progetto e rese avvisato Berengario
dell'occorrente: di che Liutprando non arrossi di biasmarlo[132]; tanto
le idee della virtù erano smarrite in que' tempi, non solamente nel
turbine delle passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore
che tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo per
cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, lontano dalla sorda
insidiosa politica del re Ugone, di cui la storia non ci ha lasciato
nessuna bella azione che in qualche modo bilanci i tratti di bassezza
e di atrocità che hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama
_una solennissima volpe_: io non credo che vi facesse bisogno di tanta
accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; per vivervi
fra le insidie e i pericoli senza potere ottenere giammai dal papa
la corona imperiale; per fuggirsene vilmente al primo comparire dei
torbidi; per vivere nell'angustia, e lasciare di sè alla posterità
un'infausta memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la
dappocaggine? La vera accortezza è quella che, conciliando al principe
la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul trono; lo rinfranca
contro gl'insulti nemici; e dopo una vita segnata colla giustizia,
colla beneficenza e col valore, lascia alla fama il carico di eternare
la sua gloria e trapassare alle età che nasceranno la memoria delle sue
virtù.
Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese d'Ivrea
Berengario, l'anno 945, per unanime consenso de' signori d'Italia,
fu collocato sul trono abbandonato da Ugone, il re Lotario, di lui
figlio; di cui l'ottima indole s'era meritata la comune opinione. A
questa scelta probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se
non per sentimento, chè l'anima di costui forse non era capace, almeno
per decenza di comparire grato a un principe che l'aveva salvato
dalle insidie del padre. Lotario altronde era già stato solennemente
associato al regno, e proclamato re d'Italia da quattordici anni
addietro; nè si poteva scacciare quell'innocente sovrano dal trono
senza ribellione ed ingiustizia manifesta. Questa è la prima dieta del
regno, e la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in
Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre memorando
(945). Il regno del giovine Lotario fu puramente di nome, poichè in
fatti tutto si mosse coi voleri del marchese Berengario; al quale
spiacendo anche quell'embrione di re, che gl'impediva di sedersi egli
stesso sul trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il
regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe la sua
tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale fu la ricompensa
che il marchese Berengario diede al re Lotario, a cui doveva la luce
del giorno. Dopo ventiquattro giorni appena estinto Lotario, l'anno
950, Berengario e Adalberto suo figlio vennero proclamati re d'Italia.