nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano
se non come re de' Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di
Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore;
e di questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente in
una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare l'erudizione
colla storia. Può sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo
Magno di porre in attività la zecca di una città distrutta, e quasi
disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le
metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del
prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però certo, come
molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del
suo soggiorno nell'Italia, si trovò in varie città, facendovi qualche
dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perlochè nasce dubbio
ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò
alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, morì in Milano
nell'810: ma ciò non accadde già perchè quivi quel principe tenesse la
sua corte. Egli morì attraversando Milano, mentre veniva alla guerra
co' Greci e coi Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere
sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare
che non vi fosse allora in Milano modo di fargli funerali colla pompa
conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle
scuole pubbliche nell'Insubria, le collocò a Pavia, dove, nell'823,
fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che
allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono
finora conosciute carte nè di Carlo Magno, nè di Lodovico, nè di
Lottario, nè di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti
soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta
in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia
teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo
il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora,
non ve n'è alcuno ch'io sappia, nè de' ventidue re longobardi, nè de'
primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni
pochi mostrano che furono spediti bensì nelle vicinanze di Milano,
come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data
_Actum ad Mediolanum_, come se fosse attendato ne' contorni della
rovinata città[99]. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, su di
che può consultarsi la Dissertazione del signor dottor Pietro Pessani,
intitolata: _de' Palazzi reali che sono stati nella città e territorio
di Pavia_, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona, nel
territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel
secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria,
siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di
Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando
crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano
dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le
memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che
governava nell'865, il quale stava di alloggio in _Curia ducis_, dove è
ora il _Cordùs_, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava:[100]
_Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum justitiam
faciendam_[101]. Poche memorie ci rimangono di que' tempi. Il quartiere
della città delle _Cinque vie_ si trova nominato sino all'ottavo
secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano
anche in oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, che
laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.
Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, egli
era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare
sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani;
la condizion de' tempi non ne avea fatto nascere l'idea. I Longobardi,
rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi; non
furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere
pubbliche. I re franchi interottamente comparivano nell'Italia per
ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai
signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col
titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal
forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile
che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di
Milano era considerato sempre il metropolitano e il più venerando, per
dignità, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice
stato della città. È assai verosimile che in que' tempi molti beni
possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'impero
e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di
mente, a quel grado che, inspirando un disprezzo universale, fu dalla
sua dignità deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di
governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo
nella bontà, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo
governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da
Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di là
da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione
che merita un ristoratore della patria. Già sotto i regni indeboliti
e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto
aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti
ad un principe. Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di
consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto
che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò ai vescovi
di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne' contorni
di Brescia un dato giorno, nel quale egli pure si ritrovò sul luogo
col clero che potè raccogliere, e così questa forza combinata rapì
l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di
Sant'Ambrogio[102]. Egli grandissima influenza ebbe nella elezione
di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra
gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso,
amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti:[103]
_Effector voti, propositique tenax_, come si legge nell'epitaffio che
conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato
a tempo, doveva richiamare a vita la sua città; e così fece con molti
stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura
giacenti e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la
vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo
scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel
nostro illustre cittadino e benefattore; le carte però che si sono
ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane,
ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era già un
personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi
di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico
II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignità
di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta davanti la chiesa di
Sant'Ambrogio. Questo è il più antico pezzo di architettura che abbiamo
dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881,
avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di
struttura assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel
secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira
una sorta di grandezza o maestà, in confronto delle meschine idee di
quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare è assai lontano dalla
venustà ed eleganza greca, e dalla nobile semplicità toscana; ma egli è
del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta
prodigalità degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente
il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto che fra gli errori
volgari debbono riporsi i nomi di _architettura gotica_ e di _scrittura
gotica_; giacchè le cose che portano questi nomi, vennero inventate più
di seicento anni dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero
dalla Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie de' tempi
mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di
Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal
sommo pontefice Giovanni VIII, acciochè intervenisse co' vescovi suoi
suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878,
e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse;
ma nè l'arcivescovo, nè i suffraganei vi si prestarono, e il concilio
non si tenne[104]. Il papa chiamò l'arcivescovo a un concilio in Roma
per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse[105].
Spedì Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo
cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo
non volle nè ascoltarli, nè riceverli, ma li fece dimorare fuori
della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò
nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per
la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignità arcivescovile,
e per ciò scrisse al clero di Milano, acciocchè, convocati i vescovi
suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali
della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il più
degno:[106] _Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis dignior
fuerit repertus, eum, Christi solatio, ad archiepiscopatus honorem
promoverent_, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbedì a
quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sarà
ne' secoli bassi l'autore che io primieramente terrò a seguitare per
la sicurezza dei fatti[107]. Ciò non ostante papa Giovanni medesimo,
in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un
monastero, perchè fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto
ed alla santa chiesa milanese:[108] _Fideli devotione, totoque
mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restituitione
sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti
reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque
tu omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter
comperimus_[109]; dal che si conosce che tutto pacificamente finì col
sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione
nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'orazione
_propositique tenax_, ma altresì la riforma che quell'arcivescovo
introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa
di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la
più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza de' sovrani
per agir da sovrano benefico e ristorare della sua patria; rianimò
il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il soggiorno della città col
restituirvi le antiche mura; ristorò le chiese; fondò degli spedali:
onde per tai mezzi invitata, cominciò parte della popolazione, che
stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella città, che da tre
secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a
prendere nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando per
gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli
ancora prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la
vera influenza d'una città capitale; perlochè la strage di Uraja lasciò
la depressione per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, sulla
patria nostra. I nomi di _Uraja_ e di _Ansperto_ meritano d'essere
più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono
stati.
CAPITOLO III.
_Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo._
Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale elettiva
erasi mantenuta come per successione in una stessa famiglia, e la dieta
tenutasi in Germania l'anno 887, deponendo Carlo il Grosso, pretese
d'innalzare all'impero Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da
Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso dei quali si era fatta
l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. Il papa, il quale
solo poteva conferire la dignità imperiale all'incoronazione, come
in quei tempi credevasi, cominciò a far uso di tale opinione per far
cadere questo titolo sopra di un principe che, da lui riconoscendolo,
fosse altresì meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice
sempre più vivesse e sicura, anzi a maggiore ampiezza si estendesse.
L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa mira, dacchè aveva
già assaporato il piacere di comandare nella sua città. Un principe
debole era per essi preferibile, posto che le circostanze esigevano
che uno ve ne fosse. Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero
d'accordo; se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza d'un
superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da temersi che
quella d'un laico, assente per lo più ed occupato negli affari dei
regni oltramontani; e perciò la condotta degli arcivescovi poche volte
s'accordava con quella dei papi, anzi bene spesso l'attraversava.
Gl'Italiani elessero un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del
Friuli, l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente
lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice,
solennemente incoronò imperatore Guido, duca di Spoleti. E l'uno e
l'altro di questi due principi per parte di madre discendevano da
Carlo Magno. Oltre questi due, che si disputavano la signoria del
regno italico, scese dalle Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per
sostenere la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito
è difficile l'assegnare a quale dei tre pretendenti obbedisse l'Italia.
Milano fu soggetta a Berengario, che risiedeva in Pavia ed in Monza;
poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata dal figlio di Guido, che
fu l'imperatore Lamberto. Arnolfo venne incoronato imperatore da papa
Formoso, e così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore
Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale ultimo cedettero
i due competitori. Fra questi torbidi andava cautamente schermendosi il
nostro arcivescovo, e cogliendo le occasioni d'ingrandirsi e di rendere
sempre più importante la sua influenza nel regno d'Italia.
Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò Milano, accadde
un fatto che merita luogo nella storia. Milano erasi data ad Arnolfo,
ed era per lui custodita dal conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che
ancora non aveva il titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia,
quando Lamberto augusto mosse le sue forze per sottomettere la
città. L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente il
suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per l'assenza
del re, terminò finalmente con la conquista. L'imperatore Lamberto
fece tagliare la testa al conte; nè pago ancora, volle punita la
fede e il valore del padre anche in uno de' suoi figli e nel genero,
privati entrambi degli occhi[110]. All'atrocità unì Lamberto la più
supina spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile a
comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e di guadagnarselo
nella persona di Ugone, figlio pure del decapitato conte Maginfredo.
Credette che il non averlo privato degli occhi potesse essere
considerato come dono; e che i regali e l'affabilità che seco usava,
potessero fargli dimenticare che egli era l'assassino della sua
famiglia. Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e seco
lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, sbandatosi
l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno non avendo seco, fuori che
il giovane Ugone, alla mente di questi si affacciò in quel momento
il teschio del buon padre grondante di vivo sangue, il fratello,
il cognato ridotti allo stato deplorabile della cecità, la patria
soggiogata, la sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un
mostro così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso
sul suolo[111]; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re Berengario di
aver gettato da cavallo Lamberto con un valente colpa di bastone sul
capo, e colla percossa avergli tolta la vita[112]. Non ci lagneremmo
cotanto dei tempi presenti, se meglio ci fossero noti i costumi dei
secoli passati. Non vi è certamente nella storia del nostro secolo
un tratto di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate
nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è maltrattato perchè
siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie per favorito il figlio
o il fratello di coloro che ha egli stesso consegnati al carnefice,
il che è un misto della più insensata dabbenaggine colla più fredda
crudeltà. Quello che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto
venne ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del conte
Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno aveva in favor
suo il corso degli anni, per di cui mezzo una lunga serie di beneficii
avesse potuto rallentare nell'animo di Ugone il mordace sentimento
della desolata sua famiglia.
Ucciso così l'Imperatore Lamberto, il re Berengario rimase solo
sovrano d'Italia in Pavia, poichè Arnolfo quasi nel tempo istesso
aveva cessato di vivere, assediando Fermo. Liberato dai due rivali,
ogni apparenza indicava l'augurio di un placido regno a Berengario. Ma
un regno placido e uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava
Milano, non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo
Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole accompagnata da
molta ricchezza, e sia avvezzo a influire nelle vicende di un regno,
difficilmente antepone la tranquilla obbedienza alla tumultuosa
inquietudine di spargere sopra un grande numero di uomini la speranza
e il timore, nè l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia.
Si cercò un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e
s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona d'Italia.
Scese Lodovico dalle Alpi e sorprese Berengario, che potè appena aver
tempo di rifuggiarsi in Verona: e Lodovico, collocatosi in Pavia,
venne l'anno 900 proclamato re da una dieta d'Italiani, e in un suo
diploma egli stesso ce lo insegna:[113] _Venientibus nobis Papiam in
sacro palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione
in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque
item majoris, inferiorisque personae ordinibus facta_[114]. Da queste
parole si conosce che il regno d'Italia dal re istesso era considerato
elettivo e dipendente dalla libera volontà dei signori italiani, e si
conosce pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia
ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. Milano fu
suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato imperatore,
ma poco potè godere di sua fortuna, poichè ben tosto venne scacciato
dall'Italia da Berengario, che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò
forze bastanti da opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei
diplomi del re Berengario del 903 dati in Pavia,[115] _in palatio
ticinensi, quod est caput regni nostri_[116], e da altri si scorge
ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo fatto dall'imperatore
Lodovico III per discacciare dal soglio il re Berengario gli costò la
perdita degli occhi, che il vincitore Berengario gli fece guastare;
onde quell'augusto ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò
libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto anni
ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, l'imperatore
Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore Lodovico III. Così,
assicurato sul trono Berengario, tranquillamente cominciò a regnare
senza nemici. Aveva la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui
non se ne dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano
la data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il sommo
pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, dopo ventotto anni da
che era stato incoronato re d'Italia; indi se ne ritornò a Pavia. Tre
anni dopo sappiamo dalle carte che questo augusto dimorava in Monza; la
villa favorita da lui era Olona.
Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa bastare a tessere
la storia di Milano. Vediamo unicamente che, dopo il glorioso
arcivescovo Ansperto, i prelati suoi successori avevano acquistata
molta considerazione, e si occupavano di oggetti grandi. Abbiamo
indizi che la città si andava popolando. V'erano monasteri di vergini
dedicate a Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa
Radegonda chiamavasi _San Salvatore di Vigelinda_; quello di Santa
Margarita chiamavasi _Santa Maria di Gisone_; il Bocchetto aveva
la denominazione allora di _San Salvatore di Dateo_; le monache di
Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano di _Santa Maria di Orona_;
il monastero Maggiore chiamavasi _Santa Maria inter Vineam_; e per
quei tempi, da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia
registrate le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente la
città, questo basta per conoscere che vi dovea essere radunato discreto
numero di popolazione. L'instancabile conte Giulini ha dovuto mendicare
dalle antiche pergamene, dai diplomi de' principi, dalle sentenze de'
giudici, dai testamenti e dai contratti che tuttora conservansi negli
archivi, le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono per
lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine monastico,
alla erudita ricerca su i confini di qualche giurisdizione o distretto,
alla dotazione od erezione di qualche chiesa; ma non possono servire
alla storia. Di che, ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio
scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica
da lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando fatti
che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que' tempi, e
per la possibilità che servano a beneficio di private persone, sebbene
non sieno materiali servibili per tesserne una storia.