Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò con Teja nel 553. I re che
furono di mezzo si nominarono Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo,
Erarico e Totila. Il più notabile per la storia di Milano è Vitige,
sotto di cui la infelice nostra patria rimase presso che annichilata,
come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma
unicamente quella di Milano, nè per ora, nè in séguito mi stenderò mai
sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione
che ebbero colla nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale,
è stato trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della
gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona e dello
spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri d'illuminare i
suoi simili, e di lasciare una durevole memoria alla posterità. Alcune
circostanze hanno consigliato il differire di render pubblico quel
lavoro di erudizione, di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un
giorno giudicheranno se quel compendio della storia d'Italia sia stato
annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo, che gli ha
fatti piangere colla _Pantea_, gli ha fatti fremere colla _Congiura
di Galeazzo Sforza_, e gli ha occupati colla placida e sensibile
narrazione di _Saffo_, abbia saputo dipingere al vivo il carattere dei
secoli, e lo stato della felicità e della coltura degli Italiani da
Romolo fino a noi. Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più
quei d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare
di rendere un tributo al merito ed ai servigi ch'egli ha preparati
al pubblico. La storia d'Italia adunque dirà di più; e così, io
della dinastia de' Goti dirò unicamente, che sembrò riconoscessero il
regno d'Italia come un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono
l'apparenza della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì
nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa l'immagine degli
Augusti colle loro iscrizioni, e unicamente dall'opposta parte il nome
del re d'Italia senza immagine. Sin che durò la dominazione de' Goti,
si vede che le città considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia,
Ravenna, Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione,
fuorchè per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo
538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le province del romano
impero fossero invase dai popoli barbari. Amava la gloria, e la cercò
coi pubblici edifici, col codice delle leggi e coll'attività de' suoi
generali Belisario e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia,
e ricuperata era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino
a Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che aveva
atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano nelle terre, e se
avevano perdute le ricchezze depredate dagli Unni, non perciò si erano
dimenticati dalla grandezza della loro patria, e quindi abborrivano
l'estera dominazione che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta
politica e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi,
acquistato tanto ascendente fino a fare illusione e togliere agli
Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, i Milanesi,
tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare che i Goti pure dalle
contrade medesime erano discesi: e quindi assai bramavano che le forze
imperiali ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza dei
Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito a Roma Dazio,
vescovo di Milano, con alcuni de' primarii della patria, i quali,
abboccatisi con Belisario, gli esposero lo stato dell'Insubria, il
numero dei popoli, l'odio che generalmente regnava contro dei Goti e
la facilità di riunirla all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un
mediocre soccorso di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e
affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero considerevole
di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, sboccando nel Mediterraneo,
giunsero a Genova, d'onde, superati i monti, scesero verso Milano.
La provincia sarebbe stata tutta immediatamente dell'Impero se non
vi fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte, e
gl'imperiali non erano nè in numero da poterla sorprendere, nè scortati
da macchine sufficienti ad assediarla e impadronirsene. Milano, Novara,
Como e Bergamo si unirono a Mondila. Vitige spedì a questa volta un
buon numero de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze
che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì
chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poichè l'antica Borgogna si
estendeva persino su quelle parti), fecero che un'armata di Borgognoni
contemporaneamente scendesse dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti,
uniti a questi terribili alleati, acquistarono una forza preponderante.
Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio,
Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, si combinarono a
desolare Milano; nessun soccorso vi si innoltrò; scomparvero Mondila
e i suoi; e dai Goti e dai Borgognoni venne non solamente atterrato
il poco che aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecento
mila abitanti, senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani
furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. Vi è chi
in questo racconto, che ci viene da Procopio[68], crede di trovare
una esagerazione, e limita l'eccidio a trentamila abitanti, e non
più, considerando la inverosimiglianza di supporre una così grande
popolazione in una città di giro angusto, e già da Attila diroccata e
incenerita. Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio,
che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti dei
tempi suoi e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano
essere esattamente palesi. Egli è vero che la città era piccola, e già
ne ho indicato il recinto; ma è verosimile che l'esterminio cadesse
sopra tutti gli abitatori del milanese. Vero è altresì che rari sono
nella storia così enormi atrocità; non sono però senza esempio, e uno
dei più sicuri lo somministra l'America meridionale. È finalmente vero
che la umana natura non è spinta nemmeno fra i barbari a superflua
crudeltà; ma la condizione dei Goti era pericolosissima sin tanto
che l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci
sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e si innoltravano
da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli
oltramontani; ma se gl'Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo,
i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessità
adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitator.
Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione di
Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si
è la considerazione che la salubrità del clima, e singolarmente la
fecondità della terra del milanese sono tali, che sempre dopo le
sciagure sofferte o per le vicende politiche, o per le pestilenze od
altri fisici disastri, passato un determinato numero di anni, la città
riprese vigore e si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel
progresso; laddove da questa desolazione del 538 per cinque interi
secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque sotto di Attila
ottantasette anni prima fosse diroccata, smantellata, incendiata
Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate le loro ricchezze; noi
vediamo che ebbero ardire e forza per collegarsi con Belisario, e porre
in forze il regno dei Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio
di Vitige, rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a Pavia
non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la spopolazione e
l'esterminio veramente sieno stati enormi. Non per questo mi renderò io
mallevadore del preciso numero scritto dallo storico greco, al quale il
nostro Tristano Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare
la strage a trentamila uomini; con tutto ciò a me sembra che una tale
perdita, benchè funestissima, non sarebbe stata cagione bastevole a
spiegare un così lungo annientamento accaduto dappoi.
Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto un
aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. Per me i nomi
di _Uraja_ e di _Vitige_ sono i più funesti che possa rammemorare
la nostra storia. E quali altri lo sarebbero se non lo sono i nomi
di coloro che annientarono Milano dal secolo sesto sino al secolo
undecimo? Gli storici nostri hanno temuto di deturpare lo splendore
della patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo
spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro corte a Pavia, da
Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, in Pavia si facessero le
solenni incoronazioni, immaginarono un privilegio dato da Teodosio a
sant'Ambrogio, per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare
in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta da
ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso sarebbe stato il
primo a violarlo, poichè visse e morì in Milano, siccome ho detto.
Onorio, di lui figlio, in Milano celebrò le sue nozze, e nel capo
antecedente si accennò quanto vi dimorassero dappoi gli augusti.
Sarebbe cosa assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero
obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, di quello
che ei medesimo, i suoi figli e successori non fecero. Il metropolitano
di Milano in quei tempi non aveva giurisdizione o ingerenza nelle
cose civiche, nè a sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio
quando si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta una
forma repubblicana, e avesse creato i proprii magistrati, e riscossi
i proprii tributi sotto una semplice protezione del sovrano, poteva
esservi il desiderio di non alloggiare un protettore sempre pericoloso
al governo aristocratico e popolare; ma Milano era città suddita come
le altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risiedeva un
governatore a nome del sovrano, chiamato _duca_ sotto i Longobardi, e
_conte_ sotto i Franchi, dal quale si esercitava la somma autorità; il
privilegio dunque si riduceva a condannar Milano a non essere mai più
la capitale del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione,
sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi e tali che,
se vi è certezza nella storia, egli è evidente che un diritto cotanto
indecente e sconsigliato a chiedersi ed a concedersi, altro non è che
un sogno immaginato per poter persuadere che Milano conservasse la
sua grandezza ancora in quei secoli nei quali la corte dei sovrani
stava collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno un
monarca desidereranno sempre di esserne la residenza e la patria dei
successori; e quelle che si reggono sotto altra costituzione, avrebbero
un fragilissimo garante, se altro non le mantenesse in possesso dei
loro diritti, fuorchè una pergamena.
La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il comando di
Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea il glorioso Narsete,
spedito nella Italia da Giustiniano Augusto. Nell'anno 553 non rimase
più alcun Goto nell'Italia, se non reso suddito dell'imperatore, e da
quell'anno cominciò il governo di Narsete, che risiedette in Roma,
reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici anni.
Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia uomo capace
di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno 569 entrovvi Alboino,
guidando una sterminata moltitudine di Gepidi, Bulgheri e Longobardi.
Occupò egli senza contrasto buona parte dell'Italia, e il centro della
nuova dominazione fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi
Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo regno de'
Longobardi. Ravenna diventò la residenza del ministro, che col nome
di _esarca_ gli augusti destinavano a reggere Roma, Napoli e altre
città che rimasero sotto l'imperatore preservate dalla invasione. I
Longobardi, senza contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle
altre città; ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I
costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da un fatto
solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un giorno, più ferocemente
allegro del solito, costrinse la regina Rosmunda, sua moglie, a bere
in una coppa orrenda, fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre,
ucciso da Alboino medesimo. La regina comperò coll'adulterio un
vendicatore; fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio
di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi di quella nazione.
I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed innalzarono Clefi a regnare.
Costui con tanta crudeltà trattò gli uomini, che, dopo alcuni mesi,
venne ucciso nel 575. I primi generali longobardi, in vece di passare
a nuova elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli
tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte del
regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si attribuisce
d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte di Milano vicina
al centro, che oggidì chiamasi _Cordùs_, nome derivato, a quanto
pretendesi, dal latino _Curia Ducis_. Questa anarchia dopo dieci anni
terminò, avendo i proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio
dell'ucciso Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere
una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari e
una porzione dei tributi al re, ma conservando ciascuno il dominio
del proprio ducato; il che fece poi nascere il gius feudale appunto
verso il finire del sesto secolo. La dinastia dei Longobardi durò per
ventidue regni nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni,
le feste, le incoronazioni, le nozze, tutto quello che indichi luogo
di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia dei
Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano:[69] _suscepit Agilulfus,
qui erat cognatus regis Authari, inchoante mense novembrio, regiam
dignitatem. Sed tamen, congregatis in unum Langobardis postea mense
madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus est_[70],e
quell'_apud_ fa vedere che l'adunanza si tenne nella pianura vicina
e non nella città; e altrove:[71] _igitur sequenti aestate, mense
julio, levatus est Adaloaldus rex super Langobardos apud Mediolanum
in circo, in praesentia patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis
Theudeberti regis Francorum_[72]: e qui pure _apud_ e non _Mediolani_,
come avrebbe scritto Paolo Diacono, giacchè, quantunque presso alcuni
scrittori del buon secolo la voce apud non significhi nei contorni,
ma bensì nel luogo nominato, lo stile di Paolo rende giustificata la
interpretazione. Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza,
ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia, che diventò
la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, fu da Carlo Magno
assediato e preso, nel 774, Desiderio, ultimo re dei Longobardi,
e condotto prigioniero in Francia; e così in Carlo Magno cominciò
una dinastia nuova di re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome
dell'Impero occidentale.
Di ciò che spetti alla Storia di Milano durante la dominazione de'
Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete gotiche non se n'è
trovata una sola che indichi essere stata adoperata da essi la zecca
di Milano. Delle monete longobarde due ne conservo: la prima d'oro
potrebbe essere della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò
del 712 al 744; ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; ma ognun
vede quanto ne sia incerta la prova; l'altra pure d'oro ha da una parte
il nome del re Desiderio, e dall'altra _Flavia Mediolano_; essa prova
che la zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poichè questa
rara moneta, che il solo _Le Blanc_ ha pubblicata, è stata coniata
nei diecisette anni precedenti, ed è la più antica moneta sicura della
nostra officina monetaria, non avendo le più antiche, che si credono
di Milano, se non delle probabilità. Ciò però basta per provare che da
mille anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto moneta.
Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore longobardo, la nazione
de' Longobardi veniva dalla Scandinavia. Forse quello storico non aveva
letto la geografia di Tolomeo, in cui si vede:[73] _habitant Germaniam
quae circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri parvi
appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi._ Erano adunque i Longobardi
popoli della Germania, vicini al Reno, dalla parte settentrionale.
Aggiunge poi Tolomeo:[74] _interiora atque mediterranea maxime tenent
Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi._ Sembra
con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi fosse a un dipresso
verso la Westfalia. Per la ragione medesima crederemo che nemmeno
avesse osservato Cornelio Tacito, nel libro _de situ Germaniae_,
ove si legge:[75] _Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis et
valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis,
et periclitando tuti sint_; e Tacito istesso nelle storie:[76]
_Longobardorum opibus refectus, per laeta, per adversa res Cheruscas
afflictabat_, dice di Italo Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio
Augusto. Se adunque cinque secoli prima che venissero i Longobardi
a invadere l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si può
attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli fatti discendere
dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica Scandinavia, nel
secolo ottavo, nel quale scriveva Paolo Diacono.
Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige del 538 fu
uno annientamento di Milano, dal quale per cinque interi secoli non
potè risorgere, non intendo perciò di asserire che non vi rimanessero
più abitatori nel luogo della città, e che il suolo ne restasse
deserto; dico annientata la città cospicua, e rimasto al luogo di essa
un ammasso di ruine, con alcune chiese e alcune case abitate da un
piccolo numero di poveri uomini mal sicuri: perchè le mura delle città
atterrate lasciavano libero ingresso ad ogni invasore. Alcuni rari
abitatori erano, dopo quest'eccidio, sparsi sulla campagna: poco in
vigore era la coltura delle terre per mancanza di uomini; insomma non
restava di grande che la memoria e la dignità del metropolitano, la
quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne il decoro
del patriarca d'Aquileia.
Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima del 1000 la
maggior parte de' nobili abitava nelle terre[77]: e l'asserzione di un
autore tanto esatto, fedele e ingenuo, è maggiore di ogni eccezione;
egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e
giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità
di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato,
quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far
comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli è
stato fattibile, salva la verità. Nelle diete, che pure era costretto
a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: _naturalmente vi
avrà preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione
l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano_; così dice narrando le solenni
inaugurazioni dei principi: e così cerca di grandeggiare anche in quei
secoli che veramente mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque
la maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in Milano,
egli è evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili
abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili
l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado.
Tutti i fatti più sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo
annientamento. Si è osservato nel capitolo primo come il circuito
delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo
sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi,
laddove il giro delle odierne mura è di circa quattromila trabucchi,
compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, così il
trabucco è cinque braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio.
Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura
attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque della antica
città era appena la sesta parte dello spazio della città attuale;
dico appena, poichè, laddove le mura attuali formano un poligono che
si accosta al circolo, le antiche in più d'un luogo irregolarmente
portavano la convessità dalla parte del centro della città medesima.
Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in molti luoghi
era evacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra coltivati, dei quali
attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era
il _Forum Assamblatorum_; v'era il _Foro pubblico_[78]; v'era l'orto
dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte,
che perciò si nominò il _Broletto vecchio_, dalla voce _Brolo_, che ne'
secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera
in questo senso la nostra plebe[79]. Dall'altra parte l'arcivescovo
aveva il giardino, _Viridarium, Verzè_; così attualmente chiamasi quel
sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva
perciò anche presentemente il nome di _Campo Santo_[80]. Entro le mura
della città, vicino a San Giovanni _alle quattro facce_, v'erano in
que' tempi dei campi coltivati[81]. Altri pezzi di terra coltivati si
ritrovavano vicino a San Satiro[82]. Presso Santa Radegonda v'erano
pezzi di terra coltivati, con una _cascina_[83]. Altra terra coltivata
trovavasi in città vicino alle mura antiche di porta Vercellina[84].
Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto,
eranvi pure altre terre coltivate[85], e questi probabilmente non
saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta
città, perchè nè saranno state pubblicate tutte le antiche carte di
affitti o di vendite di simili fondi, nè col trascorrere di tanti
secoli questi contratti si saranno tutti conservati, nè su tutti i
pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura,
onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica
città meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero
de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi poteva
certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse
occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra
a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in
quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in
Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano
superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa,
e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi
solariatae, e venivano così contradistinte dalle case comuni[86],
ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio _in
Solariolo_, che così fu chiamata perchè ivi si trovava una piccola casa
con camere superiori[87]. Da tutto ciò chiaramente si vede che poca e
miserabile popolazione rimaneva nella distrutta città prima del secolo
undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico
nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che
si era perduta in Milano ogni forma di buon governo,[88] _ob nimiam
hominum raritatem_[89]. Della povertà poi di Milano in que' tempi tutto
quello che ce ne rimane ne dà indizio. Alcune poche vie della città
chiamavansi _carrobj_, perchè non tutte erano larghe abbastanza per
il passaggio dei carri[90]. Le piazzette della città si lasciavano
a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome
milanese di _pascuè_,[91], e ben poche case erano di mattoni, ma anzi
le muraglie erano formate con una grata di legno intonacata di creta
e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la
pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano[92],
così la materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi
erano gli incendi nel secolo undecimo e al principio del seguente,
mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che è bene ch'io
riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori:[93] _ubi est
sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non
erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus
quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur,
tota civitas comburebatur._ In fatti ci raccontano gli storici incendi
fatali accaduti in quei tempi, negli anni 1071[94], 1075[95], 1104[96]
e 1106[97].
Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere
mai la dominante del regno, ma una città suddita secondaria, diretta
da un vicegerente del monarca, che tale sarebbe il supposto privilegio
di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano
fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona
e Monza divenissero la residenza de' principi, piuttosto che Milano,
riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora
nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato
in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, nè cosa alcuna conveniente
ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se non dappoichè,
riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli.
Se prima di ciò si fossero radunati molti a convivere sullo stesso
suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare
ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima
che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle
sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito per i nobili
che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; e perciò Milano era
come annientato. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa
riuscì ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo
la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano
senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la
posterità sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto
scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a
suo luogo.
I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e
Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta
all'imperatore, se pure può chiamarsi soggezione un titolo di sovranità
conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da
spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il
loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo;
non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo
implorò da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria,
e che aveva già battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno
nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò
in Pavia; Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi
Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. Così,
nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione dei Longobardi e
principiò quella de' Francesi. Ma non però furono scacciati dall'Italia
i Longobardi: essi erano già domiciliati da sei generazioni su questo
suolo, poichè erano già trascorsi dugentocinque anni dopo la loro
venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo
longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi
rimasero gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro nei
secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia,
viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere
colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano
di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i
Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono
domiciliando nella Lombardia, professavano la legge salica; e così
nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza
l'aggiunta[98]: _qui professus est vivere lege Romanorum_; ovvero _qui
visus fuit vivere lege Langobardorum_; ovvero _qui professus sum,
natione mea, lege vivere Salica_, e simili dichiarazioni; e questa
dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocchè i contraenti
potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che
incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si
doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la
rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre
per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di
lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di sè tanti regni.
Le virtù di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno
della elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare un
linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla
divinità sublimato.