prefetto del pretorio, potenza funesta a molti imperatori, diede una
nuova forma al governo dell'Impero; abolì il prefetto del pretorio
e divise le provincie, affidandone il governo a distinti ufficiali.
L'Italia allora in due parti venne divisa. La capitale della parte
meridionale fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi pose
il _vicario di Roma_, in Milano il _vicario d'Italia_. Il governo del
vicario di Roma si stendeva sopra dieci province, cioè la Campagna,
l'Etruria, l'Umbria, il Regno suburbicario, la Sicilia, la Puglia e
Calabria, la Lucania e Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e
la Valeria. Il vicario di Milano sette province governava, cioè la
Liguria, la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a cui
fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra Rezia. Il
sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel quinto ancora, la
città di Milano la prima città d'Italia sicuramente dopo Roma, e di
questa antica grandezza ne rimangono ancora alcune vestigia nella
cospicua dignità della sede vescovile di Milano[58], giacchè le
giurisdizioni ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo
civile de' primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi delle città
capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle città che nel
governo politico da quelle dipendevano[59]. Il che posto, conosciamo
quanto cospicua città sia stata Milano nel quarto e nel quinto secolo,
osservando che il di lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di
ventuna città da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara,
Bergamo, Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona, Torino,
Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova, Como, Coira, Ivrea ed
Alba, e questi erano suoi suffraganei anche nei secoli posteriori. I
confini delle diocesi, le preminenze delle sede vescovili, sono per lo
più un indizio sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni
città e dell'antico stato di ciascheduna; perchè le cose sacre, anco
presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate per
lo più intatte framezzo alle rivoluzioni civili.
La dignità del vescovo di Milano, che giustamente può in questi tempi
de' quali tratto chiamarsi metropolitano bensì, ma non già arcivescovo,
titolo posteriormente introdotto, e che significa onorificenza più
che giurisdizione; la dignità, dico, del metropolitano ricevette sommo
risalto da sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la pietà, per la
fermezza e per ogni sorta di virtù celebratissimo, e collocato fra gli
esimii dottori della Chiesa. Celebre è il coraggio nobile e virtuoso
col quale escluse dai sacri misteri l'augusto Teodosio. Nella Macedonia
i popoli della città di Salonicco, allora _Thessalonica_, tumultuarono
contro alcuni imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce
inconsideratezza, slanciò la licenza militare sulla infelicissima
città, ove vennero barbaramente scannati più di settemila abitatori,
donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei, senza distinzione; e le
pubbliche strade e le case vennero coperte di cadaveri, vittime di
quest'atroce crudeltà. Questi orrori vengono dalla storia registrati
nell'anno 390. Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella
chiesa. Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia
di quell'augusto che non l'avrebbe ammesso a partecipare de' sacri
misteri se prima non avesse espiato il suo delitto con pubblico
pentimento. Voleva lasciare il pregio della spontaneità alla
riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere tutto piegarsi ai suoi
voleri, pensò che la sola maestà di sua presenza dovesse annientare
ogni riguardo; s'incamminò per entrare nella chiesa, ove, con passo
grave, affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli
queste parole: _Uomo grondante ancora di sangue innocente, ardisci tu
con tal fronte portare la profanazione nel santuario, e collocare il
delitto impunito nel tempio del Dio della giustizia, della mansuetudine
e della pace?_ La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di
quell'augusto la riprensione sacerdotale. Obbedì al sacro ministro
a vista di tutto il popolo, e partissene. Riparò la gran colpa con
pubblica espiazione, o colla migliore di tutte, cioè colle opere
virtuose e col premunirsi da simili eccessi, comandando che qualunque
ordine severo gli accadesse in avvenire di proferire, i ministri
dovessero per trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loderò
questa legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi fratelli,
non deve loro manifestare il timore ch'egli ha di essere ingiusto e
violento. Questo è un colpo alla opinione su di cui si appoggia il
governo; s'ei non era padrone di sè stesso, da uomo virtuoso doveva
giudicarsi incapace di reggere gli altri e dimettere la porpora. Dirò
bensì che ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la
loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanità intera ha
tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo fatto solo sarebbe
stato bastante ad ottenerla al santo vescovo. L'ebbe in fatti a
tal segno, che da lui prese la Chiesa milanese il nome, il rito e
la dignità. La liturgia ambrosiana, che anche oggidì si conserva,
sebbene abbia sofferte molte variazioni co' secoli, essa però si è
preservata attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla.
Io non deciderò quale sia la miglior costituzion ecclesiastica, se
la repubblicana, ovvero la monarchica; nè mi propongo di trattare di
cose sacre. So che col cambiare dei secoli le circostanze si cambiano;
che una forma di civile governo, ottima in una combinazione di cose,
può diventare pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una
società combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente
cambierà la costituzione propria, qualora per quello ottenere i civili
cambiamenti lo consigliano; e così, senza ch'io intenda di preferire
l'antico sistema all'attuale, unicamente come storico osserverò che
l'autorità del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente
da Roma in quei tempi; e che tale si conservò fino al duodecimo
secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano di
Milano veniva eletto per lo più dai primari ecclesiastici, che si
chiamarono _cardinali della santa Chiesa milanese_: così i vescovi
suffraganei erano eletti dal clero delle loro città. Non dipendeva
il vescovo suffraganeo che dal metropolitano, dal quale era ordinato
vescovo; ed il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai
suffraganei. Le controversie o si decidevano dal metropolitano,
ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il quale
giudicava sulla canonicità delle elezioni controverse, e su quant'altro
occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore di san Pietro, il capo
visibile della Chiesa, era da tutti venerato, e Roma è sempre stata
la norma del dogma e il deposito della credenza; ma quantunque per
circostanze particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse
di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiarò di non mai
intromettersi nella elezione del metropolita, ma unicamente ne ordinava
la consacrazione, eletto ch'egli era canonicamente. Nella ventesimanona
epistola del libro terzo, diretta[60] _ad presbyteros et clerum
mediolanensem_, quel sommo pontefice scrisse:[61] _Verumtamen quia
antiquae meae deliberationis intentio est ad suscipienda pastoralis
curae onera pro nullius unquam misceri persona, orationibus prosequor
electionem vestram_[62]. Nei tempi successivi non si mantenne nemmeno
la dipendenza di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il
papa san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano, Lorenzo, per
certe entrate che il metropolitano possedeva nella Sicilia dipendente
da Roma, nomina la Chiesa milanese santa.[63] _Quod autem perhibetis
ab exactione patrimonii Siciliae provinciae, juris sanctae, cui Deo
auctore praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas
vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana Ecclesia aliquid
debeat solide definire_[64]; e Giovanni VIII, nell'anno 878, scrisse
un breve:[65] _Reverendissimo et sanctissimo confratri Ansperto,
venerabili archiepiscopo Mediolanensi_. Così sia detto per conoscere
quanto fosse decorata la città di Milano, fatta sede del prefetto
d'Italia, soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo,
e parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo, quanto ne
trascorse dal sistema fissato da Costantino alla devastazione di
Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero i Goti; cosicchè
nessun'altra città dell'Occidente fu a lei paragonabile per lo
splendore, se ne eccettuiamo la sola Roma.
Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo di Magno
Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le quali dagli eruditi
si giudicano della zecca di Milano. Se ne conoscono di Valente, di
Valentiniano II, di Vittore, di Eugenio e del tiranno Costantino, le
quali si possono sostenere della zecca di Milano. Quelle d'argento
hanno le lettere M. D. P. S., che s'interpretano _Mediolani pecunia
signata_; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., _Mediolanum_; così
vien letto. Hanno questi augusti regnato dal 364 al 407, ne' tempi
appunto ne' quali Milano significava tanto. Anche Ausonio ricorda ne'
riferiti versi: _opulensque Moneta_; non vedo che vi sia improbabilità
alcuna nel darvi una tale interpretazione. Le monete che si trovano
negli scavi del nostro paese sono per lo più del terzo, quarto e quinto
secolo.
Ho cercato inutilmente di saperne di più di quei tempi. Gli storici
nostri accuratamente si occupano a verificare la cronologia de'
vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti martiri, l'acquisto
di molle sante reliquie, fondazioni, etimologie di chiese, portenti
accaduti o degni di una pia credenza; ma nulla ci ha lasciato
l'antichità, onde avere una idea dello stato della popolazione,
della civile costituzione, del governo e del genio de' Milanesi; se
marziale, ovvero pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e
sensibile al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e mezzo
che trascorse fra l'Impero di Costantino e la devastazione d'Attila
accaduta nel 452. Così diciamo d'essere nella ignoranza totale sullo
stato della agricoltura del Milanese, sulla negoziazione in que'
secoli, sopra i costumi sì religiosi che civili del popolo, e in una
parola sulla storia antica; nulla di più sapendosene fuori che essere
stata e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la città di
Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma.
CAPITOLO II.
_Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo;
e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei
risorgimento._
Attila, re degli Unni, aveva soggiogate già alcune province
dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di popoli rozzi e
feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo solo rimaneva alla
difesa dell'impero, e questi era Ezio. Egli dunque, spedito incontro
ai nemici, sconfisse i Barbari ed obbligolli a rintanarsi fra i
loro boschi nativi; ma la gloria di questo generale mossegli contro
l'invidia dei cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto,
ed avrebbe difeso sè medesimo col proteggere il difensor dell'Impero;
ma Valentiniano III non era nè accorto, nè degno del trono augusto.
Egli fu atroce e imbecille a segno che di sua mano a colpi di pugnale
uccise Ezio; e dopo ciò Attila invase l'Italia. Non v'era più uomo
capace di opporsegli. Aquileia, Padova, Milano e altre città furono
saccheggiate e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne
l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci descrivano
il fatto. Abbiamo però quanto basta per comprendere che questa fu
una vera distruzione ed una vera rovina della nostra città; e per
conoscerla basta leggere la epistola che Massimo, vescovo di Torino,
scrisse allora ai cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio
nell'antico codice di pergamena, intitolato: _Homiliarum hiemalium_,
dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Così quel santo
vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini.[66] _Quidam imperiti
nimis interpretes fuerunt dicentes: Periit haec civitas, collapsa
est Ecclesia, non est jam causa vivendi. Immo causa est justius
sanctiusque vivendi, quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna cum
pietate disponit, hostium manibus non civitatem, quae in vobis est,
sed habitacula tradiit civitatis, nec ecclesiam suam, quae vere est
ecclesia, consumi jussit incendio, sed pro correctione receptacula
ecclesiae permisit exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud
excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis, clerus integer, et
plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc metu et moesta vivens, tamen in
libertate perdurat... non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut
praedo diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem,
irruptis muris, armatos fortesque hostes populi inermes... fugerunt...
Consolemur nos itaque fratres, nec usque adeo suspiremus collapsas
esse domos, quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam...
vindictam erga nos suam Dominus temperavit ut, direptis urbibus,
vastatis agris, imminuta substantia, nec animae nostrae, nec corpora
lederentur... ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque
nostris amissa reparare._ Perchè così Attila maltrattasse gl'Italiani,
perchè questi non si difendessero, esattamente non lo sappiamo. Pare
che il progetto di quei feroci fosse, non di piantare una dominazione,
ma di saccheggiare e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Già
regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva ottenuto un
umiliante tributo dai Romani di settemila libbre d'oro. Egli guidava
una moltitudine di armati, che dagli scrittori si fa ascendere a
cinquecentomila e più uomini. Gl'Italiani erano una nazione che, da
conquistatrice, passò ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata
alla mollezza; e una schiera di arditi selvaggi non può temere
resistenza da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca la
organizzazione ingegnosa del governo; e questa, dopo i lunghi disordini
dell'Impero, affatto mancava. Il più rapido mezzo per acquistare le
ricchezze d'una città si è il diroccarla; e così intendiamo come
Attila, mosso dalle insinuazioni del sommo pontefice san Leone,
abbandonasse l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che
tutti gli storici fanno di questo generale è odiosissimo. Egli è
vero però che nessuno fra questi storici è Unno, o Gepida, o Alano, o
Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda che in così breve tempo
siansi cotanto estesi. Egli era sommamente riverito da' suoi, e temuto
dovunque. Se gli Americani avessero scritti i fatti di Ferdinando
Cortez, noi non conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ciò
non ostante Attila fu un barbaro, che devastò depredando alla testa di
ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque passò. I Romani
vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano.
Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione diedero
nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di Padova e di
Verona, dopo quest'ultima incursione de' barbari, memori delle
precedute, cercarono un asilo, e lo trovarono sopra di alcune isolette
dell'Adriatico. Ivi collocarono il loro nido. Se il non aver mai
obbedito che alle proprie leggi, promulgate e custodite da propri
concittadini, e l'essersi costantemente preservati contro di ogni forza
estranea è un titolo di nobiltà, nessuna città d'Europa può vantarne di
uguale alla veneta, la quale non ha acquistato il dominio del proprio
suolo colla usurpazione e coll'esterminio di altri uomini, ma creando
colla sagace e pacifica industria il suolo medesimo su di cui si è
collocata; sorta di dominazione la più giusta di ogni altra. Ivi si
è conservato l'antico sangue pure italiano, sicuro contro l'invasione
delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente accessibile
alle navi armate, e tuttavia si conserva sotto la tutela della virtù e
della sapienza dopo compiuti tredici secoli[67].
Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano potè essere la
residenza de' sovrani, distrutta e incendiata come ella era. In fatti
quei pochi deboli augusti, che continuarono la serie dei Cesari ancora
per ventiquattro anni, soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai
in Milano. Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma.
Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e visse nella
Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse l'Imperio prima in Ravenna,
e dopo circa tre anni fu deposto in Tortona. Libio Severo fu proclamato
augusto in Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio
in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni. Lo stesso dicasi
di Anicio Olibrio, Claudio Clicerio, Giulio Nipote e di Romolo, che
tutti insieme non più di quattro anni regnarono succedendosi quasi
efimeri imperatori. Quest'ultimo, chiamato Romolo Augustolo, con un
diminutivo indicante la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità
imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, invasore
d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O fosse che la dignità
d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, non sembrasse bastante
grado all'ambizione del conquistatore, o fosse che gli usi e la forma
di governo d'una nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro
vincitore, egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo di
re d'Italia. L'imperatore Zenone, che allora regnava in Oriente,
non aveva forze per ispedire da Costantinopoli un'armata a liberare
l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli amava Teodorico, figlio del re
de' Goti, giovine allevato alla Corte di Costantinopoli, e innalzato
al consolato. Quel giovine reale s'era talmente distinto col suo merito
presso di Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua
equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva fatto suo figliuolo
d'armi. Permise egli adunque a Teodorico che venisse in Italia co'
Goti, e ne scacciasse gl'invasori, e così fece. Tutto si dissipò il
furore degli Eruli al presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase
dei Goti. Il re Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore.
Egli accortamente adoperò ogni mezzo acciocchè gl'italiani non
s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò i Goti a
vestire l'abito romano. Col proprio esempio insegnò loro ad uniformarsi
all'indole della nazione. Onorò le scienze e le arti. Vegliò sulla
esatta osservanza della giustizia. Repristinò i nomi e i riti delle
antiche magistrature. Preservò da ogni vessazione i popoli nel
pagamento dei tributi. Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò
i pubblici edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro
di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato esercizio
della religione; e dopo trentasette anni di un regno felice, lasciò
un nome glorioso nella storia, che non sa rimproverargli nemmeno la
morte di Boezio e di Simmaco, comandata per seduzione, e vendicata
da crudelissimi rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico,
dimostrarono quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore.