chiamassero con tal nome, e che i Galli chiamassero perciò Milano la
città da essi fabbricata: opinioni tutte arbitrarie, incerte e di
una infruttuosa discussione; perchè i nomi s'inventarono prima che
s'inventasse la scrittura, e la storia non ha principio se non dopo
ritrovata la scrittura.
Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano ascende
all'anno di Roma 533, cioè appunto duemila anni fa, scrivendo io nel
1779. I consoli Cnejo Cornelio Scipione e Marco Marcello conquistarono
l'Insubria, e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno
221 prima dell'era volgare. Vorrei pure sapere a quale stato di
coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse il loro governo
civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; se avessero monete;
qual religione e qual linguaggio fossero naturali a quei popoli; se
coltivassero i campi; qual forma presentasse la fisica in questo tratto
di paese: ma di ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco
ci attesta che allora Milano era una città molto popolata:[38] _urbem
Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum vocant. Hanc Galli
Cisalpini pro capite habent_[39]; ma Plutarco scrisse due secoli e più
dopo Marcello e Scipione. Polibio ci assicura che Marco e Cornelio,
consoli, guerreggiando contro de' Galli Insubri,[40] _Mediolanum,
praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, urbe, quae
et frumento et omni genere commeatus refertissima erat, potitus,
Gallos persequitur_[41]. È verisimile assai che Marco Marcello, dopo
conquistata Milano, abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la
quale, coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco romano. Di sì
fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in memoria delle
conquiste fatte, ovvero per dominare la città vinta, e dalla sommità
della torre potere all'occasione vedere e nuocere. È tanto celebre
presso degli storici nostri quest'Arco romano, che conviene per qualche
poco ragionarne.
Molte volte mi accaderà nel decorso di quest'opera di nominare il
signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene ora ricordato, perchè
tutto quello che dirò dell'Arco romano, da lui lo preso; e chi volesse
vedere l'oggetto più distesamente, esamini il tomo sesto della di
lui Storia, dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma,
il Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco romano
nella più ampollosa e strana foggia: Un arco lungo niente meno di due
miglia; monito dai due lati di altissime mura; e nel mezzo di questo
lunghissimo fabbricato si descrive una torre da cui si dominava nulla
meno di tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime
colonne. La larghezza di questo Arco romano era un getto di pietra,
e si chiamava ora l'Arco romano ed ora l'Arco trionfale. Di questa
mole immensa però non se ne mostra nessun vestigio: si disputa per
fino sul luogo ove fosse collocato; e un architetto potrebbe fare un
immenso portico eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che
somigliasse a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo stato il
nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò che l'Arco Romano
altro non era se non una massiccia torre, vasta e quadrata, piantata
sopra quattro solidissimi pilastri, e sostenuta da quattro archi;
opera tutta di pietre grandi e quadrate, che molto si innalzava, e
conteneva stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa
torre era collocata sulla via romana, di contro al luogo ove oggi
vedasi il monastero di San Lazzaro[42]. Di simili torri se ne vedono
altre memorie nella storia di Roma, e Lucio Floro[43] scrive che Cnejo
Domiziano Enobarbo, e Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano
vinto gli Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso,
sopra di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti.[44] _Utriusque
victoriae quod quantumque gaudium fuerit, vel hinc existimari potest
quod et Domitius Ænobarbus et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant
in locis, saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus
trophaea fixere._ La nostra torre diventò celebre dappoi per le
esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non meno che per
gli avvenimenti accaduti durante la guerra che Federico I mosse ai
Milanesi, intorno al qual tempo rimase distrutto quest'antico e forte
edificio. La opinione del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata
sempre più dal[45] _Chronicon Vicentii Canonici Pragensis_, che per
la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione del padre
Gelasio Dobner, che ha per titolo:[46] _Monumenta Historica Boemiae
nusquam antehac edita. Pragae._ Il Canonico era testimonio di veduta,
e così la descrive:[47] _turris fortissima, maxima, de fortissimo
opere marmoreo, quae arcus romanus dicebatur_[48]. Questo testimonio
non poteva essere noto al conte Giulini, perchè non ancora pubblicato
mentr'egli scriveva.
Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante la repubblica
di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo durante i primi tre
secoli dell'era volgare. I Romani, stesa che ebbero sulla Insubria la
loro dominazione, piantarono delle nuove città; tali furono Piacenza,
Cremona e Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero
padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque stagnanti, e
fra essi Emilio Scauro si distinse; poi, mentre Roma era lacerata dalle
fazioni, il senato, al tempo di Silla, accordò la cittadinanza romana
a tutti gli abitatori dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia,
che prima terminavano al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino
all'Alpi; e così divenimmo italiani per adozione. Il dominio adunque
di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò di nuove;
rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo dalle paludi;
dallo stato di barbarie c'innalzò a quello di una società civile; e
perfine da sudditi che ci aveva resi la forza, la beneficenza romana
ci fece liberi; e membri d'una illustre Repubblica, fummo capaci
delle magistrature di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano.
Cenando quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli
eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica e senza
atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore, il quale ne
provava confusione; ma Cesare giocondamente prese a mangiare quelle
rozze vivande, e seriamente rivolto a' Romani fece loro la questione,
se fosse più rozzo e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla
foggia del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore[49]. Marco
Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte e sublime,
eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati, che gli innalzarono
nel foro una statua di bronzo; di che ci fanno fede Svetonio e
Plutarco. Quando Augusto, reso padrone della terra, passò a Milano,
si trattenne ad osservare questo monumento, non senza inquietudine
dei Milanesi, ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui,
per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisione di Cesare e il
nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo di farci un encomio,
perchè rendevano omaggio alla virtù indipendentemente dalle vicende
capricciose della fortuna[50]. Così i Romani colti e potenti trattarono
gl'Insubri agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai
vinti, nè mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, fieri
contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione su i popoli
per liberarli dalla tirannia, per condurgli alla coltura e allo stato
civile. Non credettero mai utile nè giusto il disprezzo anche verso un
popolo barbaro. La grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano,
e i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano loro cari.
Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto comando, egli ha
fatto maravigliare l'Europa; il tempo schiarirà sempre più il problema
politico, se a incivilire un popolo più giovi l'energia e la rapidità
del comando, ovvero la industriosa sapienza dei mezzi trascelti; e se
la vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del clima nativo
e riparando accortamente le sole ingiurie di quello, o veramente con
artificiale ed estraneo calore costringendo la natura.
Fra gli imperatori dei primi secoli, Giulio Capitolino scrive che
Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. Elio Sparziano e varii
altri ci assicurano che Giuliano Didio, che fu proclamato imperatore
l'anno 195, fosse milanese. Nel terzo secolo i popoli del Settentrione
cominciarono a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa parte
d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e furon scacciati;
e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori portassero la loro
ordinaria sede più vicina alle Alpi per vegliare più di presso alla
sicurezza d'Italia. L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto
per cui è annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di
monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi un passo;
e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il tentare di penetrarvi
con un esercito, che s'inventarono dei favolosi aiuti per ispiegare
il passaggio che vi fece Annibale, quantunque gli abitatori delle
Alpi non fossero suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che
nessuna estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, se
opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi dei paesi
e custodire le alture che dominano sulle vie; e porre gli invasori
nella condizione di comprare con una battaglia vinta il potere di
avanzare pochi passi e disporsi a nuovo cimento, e ciò con una lunga
alternativa, che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse
da quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di estere
genti per mare non potevano allora temersi, perchè non v'era alcuna
nazione che avesse un corredo marittimo capace di tentarlo; l'Italia,
per godere dei vantaggi d'un'isola, non ha che a rendersi forte nei
sbocchi delle Alpi; e così fecero gli imperatori verso la fine del
terzo secolo, a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno
di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di un Augusto,
prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, e trucidavano per
collocare un successore sul trono del mondo. Nei contorni di Milano
qualche tempo soggiornò Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso
Milano, e in memoria abbiamo un villaggio che dai Latini chiamossi
_Pons Aureoli_, ora _Pontirolo_. Marc'Aurelio Valerio Massimiano
Erculeo è stato fra gli imperatori quello al quale più deve la città
di Milano; perchè fu probabilmente il primo che collocò la sua sede in
Milano, e fu quello che cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio
Vittore.[51] _Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae
urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia._ Il giro di
queste mura però non era più di due miglia, e viene assai accuratamente
descritta la loro posizione nel libro: _Le vicende di Milano durante
la guerra con Federico I, imperatore_, pubblicato con eleganza dalla
stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, l'anno
1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, come verosimilmente lo
era nel secolo XII, e col muro di Massimiano, che allora sussisteva.
Io non ripeterò quanto ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò
soltanto che probabilmente allora non v'erano che nove porte della
città. La _Romana_ era poco lontana da San Vittorello; la _Erculea_[52]
era fra il monastero della Maddalena e quello di Sant'Agostino;
la _Ticinese_ era al Carrobbio; la _Vercellina_ era vicina a San
Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa poco lontana ha il nome
di Santa Maria alla Porta; la _Giovia_ era vicina al monastero di
San Vincenzino; la _Comasina_ era poco discosta da San Marcellino; la
_Nuova_ stava collocata più interna prima della chiesa de' Minimi; la
porta _Argentea_, ora _Renza_, era prima di giungere alla colonna, così
detta del Leone; la porta _Tosa_ era al fine della via di San Zenone.
Dalla situazione delle porte facile sarà a chiunque il comprendere a
un di presso dove si trovassero le mura fabbricate da Massimiano. Le
chiaviche e il condotto delle acque coperto che spurga la città, sono
l'acquedotto antico, il quale fiancheggiava esternamente le mura di
quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, ivi si aprivano le
porte. Di queste mura molte descrizioni se ne sono fatte. Il Fiamma,
al suo solito, asserisce che la larghezza di queste mura fosse di ben
ventiquattro piedi di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di
quindici miglia, l'altezza di sessantaquattro piedi, e, finalmente,
che vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito. Molti
hanno di poi ripetute simili fole, degne di stare accanto all'Arco
romano di due miglia. Gli scrittori di questi ultimi tempi si sono
limitati a credere cento torri, dodici piedi di grossezza al muro,
due miglia di estensione: ed anche di meno ne credo io; perchè troppo
sarebbe vicina una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve
ne fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci rimane nel
Monastero maggiore, non ha dodici piedi di grossezza nel muro, nè è
difesa da sassi quadrati, come nemmeno lo sono le antiche mura di Roma
istessa, tutte di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo
e del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano i
nostri storici. Nè può negarsi che vi fossero tali fabbriche, poichè,
oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo anche oggidì due luoghi
della città chiamati l'uno al _Circolo_, l'altro al _Teatro_; ed è ben
naturale che una città in cui molto risiedevano gli Augusti, avesse
tai luoghi destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire
per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai pretesi
grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime colonne di
Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe qualche avanzo di Circo,
e massimamente di Teatro, se fosse stato eguale almeno a quello di
Verona, che vedesi intero nella gradinata; opera che non si distrugge
facilmente: e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di cui nome
conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, senza che nessun pezzo
di antica architettura ce ne assicuri la decantata magnificenza. Lo
scopo che mi sono proposto non è la descrizione di Milano, nè l'esame
minuto degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse di
troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente il Circo, il
Teatro, il Palazzo vennero costruiti nel decorso del quarto secolo, e
furono opere inferiori al grido che ebbero dappoi, singolarmente nei
notissimi versi di Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele
e veridico, trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale di
Pavia, e che dicono:
_Et Mediolani mira omnia: copia rerum;
Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum
Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro
Amplificata loci species; populique voluptas
Circus, et inclusi moles cuneata theatri:
Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta,
Et regio Herculei celebris sub honore lavacri,
Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis,
Moeniaque in valli formam circumdata limbo;
Omniaque magnis, operum veluta emula, formis
Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae._[53]
Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse una magnifica
città per la popolazione, l'abbondanza, la coltura, la fortezza ed il
lusso; ma qualche espressione è da poeta. A un uomo che avea ammirato
Roma, non potevano sembrare[54] _mira omnia_ le cose di Milano. Noi non
vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di marmo che ornavano la
città. Se vi fossero state fabbriche innumerevoli e colte, dai rottami
della antica città, negli scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire
o belle statue antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba
architettura, avanzi dei tempii, dei palagi, delle ròcche emule della
grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra la terra; e da essa
nei contorni di Roma, in quei di Napoli, nella Sicilia, nella Grecia
si scavano ogni giorno dei preziosi avanzi della magnificenza e della
coltura antica.
Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come presso de'
Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione nel secolo che ebbe il
nome di Augusto, declinarono poscia ed invecchiarono da sè, prima che i
barbari entrassero a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma,
ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata rozza
e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino in poi, s'andarono
sempre più degradando e diventando barbare. Al tempo poi di Costantino,
al principio del quarto secolo, abbiamo un documento della totale
decadenza della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si dovettero
in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, inserire i
bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano, perchè in Roma non v'era più
un'artista capace di farvene; e veggonsi i Daci e la figura di Traiano
incassati per ornare un monumento de' trionfi di Costantino; e que'
pochi ornati che vi si dovettero allora aggiungere per riempire il vano
sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori di alcuni
simili travagli gotici. Ciò posto la grandezza di Milano s'innalzò
appunto nel tempo in cui tutte le idee grandiose e nobili delle belle
arti già svaporavano; e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli
altri celebrati edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di
proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, credo vere,
e che ho pubblicate anni sono in un discorso sull'indole del piacere
e del dolore, ove sviluppai il principio motore dell'uomo, che, a mio
parere, è il solo dolore; ma siami permesso di accennare che, frammezzo
agli orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci
proscrizioni del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori,
i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, pittori
più illustri; e che, sotto un seguito di regni di cinque benefici e
grandi augusti, Nerva, Traiano, Adriano Antonino e Marc'Aurelio, regni
preziosi alla virtù, alla umanità ed al merito, le belle arti protette
e pacifiche si esercitarono, perchè onorate; ma non s'innestarono nei
giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde nella seguente
generazione scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere Isacco Newton,
che il nostro cittadino signor abate Paolo Frisi ha stampato, mostrasi
come, fralle atroci rivoluzioni, al tempo del regicidio, sotto la
tirannia di Cromwell e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante
del proprio sangue, si svilupparono gli ingegni sublimi che hanno resa
gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori vengono a schiudersi
que' principii di attività, e l'animo viene a ricevere quell'energia
e quell'impeto che lo scagliano al disopra degli ostacoli, e lo
costringono a seguire ostinatamente una serie di idee per sottrarsi
ai mali della comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce
protezione s'abbandona a godere del momento presente. Con ciò viene
a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente accaduto e nel
secolo d'Alessandro e in quello di Augusto e nei successivi tempi;
cioè essersi riscossi gl'ingegni e comparsi sul teatro del mondo gli
uomini grandi ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e
tormentato; essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti in mezzo
alle calamità; e tutto essere svanito e depravato colla felicità dei
tempi. Raffaello, Michelagnolo, Tiziano, Correggio dipingevano i loro
lavori immortali prima che fosse instituita l'accademia di San Lucca;
e nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che reggevano
i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario Fiorentino. I loro
talenti gli innalzarono a godere poi della sicurezza e degli onori;
ma la fatica, per diventar sommi artisti, l'affrontarono spintivi
dai mali. Pietro Cornelio e Racine sublimarono il teatro francese
al maggior grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi.
Dacchè venne eretta l'Accademia francese in Roma non si è innalzato
alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, nati, vissuti e resi
grandi fra le torbulenze. Virginio aveva quarant'anni quando seguì la
battaglia d'Azio; Orazio era più giovine di lui cinque anni; Cicerone
ebbe troncato il capo nella proscrizione; insomma nessun uomo ha mai
potuto diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, i
quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, irritano
e spingono al disopra del livello comune, qualora vi sia speranza di
superarli; su di che bastantemente ho spiegata la mia opinione in quel
discorso. Milano adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali
l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata
e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi esagerare le
magnificenze che gli scrittori nazionali ci hanno vantate. Un solo
monumento ci rimane dell'antico, e sono le sedici superbe colonne
di ordine corintio scannellate; pezzo di così nobile e grandiosa
architettura, che sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso
al Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni
sono del buon secolo, nè io potrei crederle mai innalzate al principio
del quarto secolo, come finora si è scritto, attribuendole a Massimiano
Erculeo. Il chiarissimo nostro P. Pini, benemerito della Mettalurgia
per l'opera[55] _De Venarum Metallicarum Excoctione_, e benemerito per
le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, crede
che il marmo di quelle preziose colonne sia tratto dall'antica cava
di Oligiasca, terra del lago di Como, posta fra Bellano e Piona. Si è
opinato che questo fosse il fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico
bagno dedicato ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile
parimenti il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che è vera,
si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci sia rimasto; che
sembra essere del secolo d'Augusto, o poco dopo, e che meriterebbe
d'essere nuovamente riparato dalla rovina che minaccia, per trapassarlo
a' posteri, come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel
secolo XVI.
Nel quarto secolo molto dimorarono i Cesari in Milano; Massimiano
Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305. Nello stesso giorno,
1.º di maggio, fu in Milano dichiarato cesare Flavio Valerio Severo.
Costantino, Costanzo, Costante varie leggi scrissero in Milano,
registrate nel Codice Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in
Milano, sottoscrisse la famosa legge di tolleranza, in vigore di
cui venne legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla
qual legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata[56]
_ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestaem sequendi
religionem, quam quisque voluisset_[57]. In Milano, l'anno 355,
Giuliano fu dichiarato Cesare; e Costanzo radunò un concilio in Milano,
a cui intervennero più di trecento vescovi. Valentiniano e Valente
promulgarono in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano,
ove anche morì l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in Milano celebrò
le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena sette anni si osservano
senza leggi promulgate in Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si
raccoglie che in quella compilazione vi sono trecento undici leggi
pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; nè certamente in tale
collezione si saranno trascritte se non quelle che si credettero
destinate a formare la stabile legislazione di tutto l'impero. Questo
fatto solo ci prova come nel quarto secolo, e al principio del quinto,
essendo diventata Milano la residenza ordinaria degli Augusti, dovette
per conseguenza essere una cospicua città, ricca, popolata e tanto
colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi.