filosofia negli Stati[26]. «Gli uomini di lettere, dice egli, hanno
maggiore influenza del destino delle generazioni venture, di quanto ne
abbiano gli stessi monarchi sugli uomini viventi. Spargono i primi semi
de' lor pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella gioventù
s'innestano; e l'uomo di lettere determina le opinioni del secolo che
vien dopo di lui. I libri de' filosofi son quelli che hanno finalmente
costretto i tribunali, malgrado la tenacità delle antiche pratiche,
a non più incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire
colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni; a limitare
i supplizi ai soli casi estremi. I libri hanno resa accessibile al
merito la strada degli onori, battuta in addietro da chi, scaltramente
simulando, adulava gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo
debitori se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati
e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto degli avvocati
la probità e il buon senso vennero sostituiti alla maligna ed infida
gravità; se, conoscendosi meglio la morale e i doveri dell'uomo e del
cittadino, l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e
non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di una simulata
religione. Insomma, i filosofi, trascurati, contraddetti, perseguitati
durante la loro vita, determinano alla perfine l'opinione; la verità
si dilata, da alcuni pochi si comunica ai molti, da questi ai più;
s'illuminano i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole
e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità, che, senza
pericolo, non si sarebbero presentate fra le tenebre dell'ignoranza.
L'opinione dirige la fortuna e i buoni libri dirigono l'opinione,
sovrana immortale del mondo».
Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si eresse più
durevole dei marmi e dei bronzi e maggior d'ogni elogio ne' proprii
scritti e nella indelebile memoria delle sue virtù e dei beneficii
da esso recati alla sua patria. Nell'adempire a questo ufficio mi si
ravviva nell'animo il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che
allora mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una prospera
occasione mi aveva concesso, nel fervore della mia gioventù, di poter
studiare davvicino i di lui esempi e approfittare de' suoi consigli.
PREFAZIONE
Abbiamo un buon numero di scrittori della Storia e della erudizione
patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini
colti, i quali abbiano un'idea della Storia del loro paese. Questa
generale oscurità ci dispiace, e talvolta ancor ci pregiudica; ma gli
ostacoli che dovremo superare per acquistarne la notizia, sono tanti e
sì difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni
pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici
e le pergamene, non vi è chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati,
il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de' secoli barbari
gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino
da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia
e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni
Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura
Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescapè,
del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia,
del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del
Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la
Storia dell'età loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema
politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie
dello stato della città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini,
il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per
porre in chiaro le cose della nostra città. Una singolar menzione
d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il
signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua
vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli della nostra Istoria,
con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue
forze fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi a terminare i
suoi giorni. Chiunque prenderà nelle mani la voluminosa opera di quel
benemerito cavaliere, non potrà giudicarne con equità, se prima non
distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la
verità di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia
soltanto la probabilità che debba un giorno servire anche a una privata
famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il
secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e
caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un séguito
di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli
ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di
pubblicare la Storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie
opportune a servire alla Storia, alle private e pubbliche ragioni,
alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima
ch'ebbi per lui, per la bontà del suo carattere, non mi seduca punto
se dico che in quell'opera si ammira la sagacità e la giustezza della
sua mente nell'esatta sua critica; la quale, se talvolta sembra venir
meno, ciò è di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo
però a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale con
chiarezza, metodo e discernimento sviluppi il filo della nostra Storia,
e c'instruisca sugli oggetti più importanti della nostra antichità.
Questa verità mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona
mia volontà avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi d'aver
posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi un'opera in due
volumi, che però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una
difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non
siamo più noi Milanesi forestieri in casa propria. La più bella parte
della specie nostra, e la più amabile potrà essa pure, forse utilmente,
passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne
le occulte cagioni se non colla energia, che è propria dell'uomo,
colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza.
Nell'educazione della nascente speranza della patria, potrà forse aver
luogo la notizia de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale
almeno è stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro.
Se oltre la comune utilità dell'oggetto, anche il tedio superato per
riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi.
Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto
il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta
sopportare.
Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di
esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati
gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ciò sono d'accordo co'
nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di
sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono
dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo,
hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera,
sull'antichità, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi
di Milano. Molti de' principi che hanno signoreggiato sulla nostra
patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati
sinora; perchè, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le
opinioni, anzichè trascrivere i giudizii già pronunziati. Non rispondo
che in un'opera vasta per sè medesima non mi possa esser corso qualche
errore di fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che sia sicura di
non averne! Rispondo bensì che ho fatto quanto era possibile alla mia
diligenza per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente istrutto
delle antichità milanesi, non potrà certamente divenirlo colla sola
lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converrà che ricorra agli
autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che
cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente
istruzione delle cose della patria, questo libro può bastare, e per
essi veramente ho travagliato.
Il linguaggio della Storia è quello della verità: sacra, augusta
verità, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di
trovare la malignità nella debolezza: nemica della licenza, turbolente,
declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta
di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il
proprio e l'altrui ben essere: verità, donna e signora delle menti
assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face
dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una
effimera luce. Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima al mio
stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi
troveranno costantemente, amore del vero ed amore della patria. Avrei
tralasciato di porre il nome a quest'opera, se i fatti si potessero
credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza
bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato
de' nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato
la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho
imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità e la
gloria; il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione
de' tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri costumi ed
azioni che la Storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun
ornamento.
STORIA DI MILANO
CAPITOLO PRIMO
_Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita
nell'anno 452._
L'origine di una città antica si perde comunemente nella oscurità
de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti secoli dai quali a
noi non è trapassato monumento alcuno, e perciò debbono considerarsi
come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è
la fondazione della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio
fanno menzione, con autorità però sempre dubbia; perchè trattasi di un
avvenimento accaduto più secoli prima che questi autori scrivessero,
e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della
scrittura con cui passare a' posteri la notizia de' fatti. Conviene
però queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare
dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia più credibile.
Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori
dell'Insubria dai Galli, che, superate le alpi, si collocarono in
questa pianura; e perciò quella che oggidì chiamasi _Lombardia_, dai
Romani ebbe il nome di _Gallia Cisalpina_. Questa general opinione
degli antichi viene confermata ancora al dì d'oggi dalla pronuncia
del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti
di qua dalle alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene
pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia,
per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, dì Roma,
della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicherà piuttosto francesi
che italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende
verosimile l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perchè se
bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole diversità, noi
dovremmo avere assai più parole ed accenti teutonici che non abbiamo,
sebbene la lunga dominazione de' Longobardi e l'invasione loro sia
accaduta in secoli a noi più vicini.
Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce
dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano
quivi collocate le loro sedi.[27] _Galli... fusis acie Tuscis, haud
procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium
appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen
sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt_[28]. Il saggio
autore però dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta
de' Galli quanto gli era stato narrato:[29] _De transitu in Italiam
Gallorum haec accepimus_; e poco sopra, parlando di questa venuta,
dice:[30] _Eam gentem traditur... alpes transisse_. Trattasi di un
avvenimento: che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio
Prisco, cioè seicento anni prima dell'era volgare. Non abbiamo nel
nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione
colta entro di esso prima d'Augusto, Negli scavi che sinora si sono
fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua
alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta,
che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'era volgare
gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro
alcuno scritto in Italia di cui l'autore non sia vissuto più secoli
dopo l'epoca in cui si dice fondata la città nostra. Livio stesso non
indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti
che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più dice, che _haec
accepimus_, ovvero _traditur_; l'asserzione perciò di Livio tutt'al più
ci farà credere che l'opinione de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva,
fosse che la città di Milano avesse per fondatore certo antico
Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per
molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.
Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato
il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente dubitare se
Milano abbia avuto un fondatore, cioè un capitano, un principe il
quale, avendo il disegno di creare una città, abbia collocato una
popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione
nasce dall'osservare che le città quasi tutte, e nella Lombardia e
nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un
fiume, al lido del mare, e i luoghi muniti e forti si sono piantati
anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile.
Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero
di fabbricare una nuova città su di questa pianura, doveva essere
invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino,
ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto necessaria
agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna per trasportare
ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de' canali
secent'anni sono per rendere comuni anche a Milano questi comodi;
il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato
trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano mi sembra
formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare
che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi,
diventasse insensibilmente una città, senza che uomo alcuno avesse
concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne
di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la
fecondità della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato
luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al
suo campo, e così la fertilità della terra avrà dato motivo di sempre
più ampliare la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a
formarne una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero,
fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi
laddove co' rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie
e le piante che successivamente il fiume trasporta, e così formarsi
un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi
la loro dimora. Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi che
persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una città lontana
dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi per bere, e a trasportare
tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione
attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso
capitano, che aveva nome _Medo_, a cui si attribuisce la prima pianta
della città, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano,
per nome _Olano_, dalla unione de' quali nomi se ne pretende formato
_Mediolanum_: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai
tempi oscuri, e perciò le accenno al solo fine di non lasciare ignorare
quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia del
nostro paese.
La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de'
sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le alpi
contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini
dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in
realtà la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre
parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre
il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i venti che,
sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di levante. In questa
pianura così fiancheggiata le altissime montagne che la cingono, vi
gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la
sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo,
per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe
coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi,
nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perchè valgon
meno che le due parole _Paolo Frisi_, mi ha graziosamente comunicate
le notizie che i due laghi maggiore e di Como sono prossimamente allo
stesso livello, cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano.
Il lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; così
riesce braccia duecentocinquanta più alto della città di Milano, cioè
settanta braccia ancora più alto sopra la sommità dell'aguglia del
Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii di acque più alte e imminenti.
La pianura è alquanto pendente verso del Po. La città di Milano, dalla
parte più elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta,
cioè dalla mura di porta Nuova a quella di porta Ticinese, il che fa
vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone la piazza del
Duomo a livello della sommità della torre di Sant'Eustorgio. Le spese
e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui
giungono le piene al disopra del livello de' campi, ci convincono che
un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la
parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi
di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una
dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico
Antonio Muratori[31], ci dimostra con quanta facilità diventino
lago o palude i paesi più floridi della Lombardia, tosto che cessino
gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della
natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale
artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini,
quasi contro il di lei volere; simile in ciò agli Olandesi, i quali,
come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi
hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia
mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle
innondazioni, ivi si è formata una pallude. Sant'Ambrogio, nella
lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brisello,
Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama[32] _tot semirutarum
urbium cadavera._ Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime
colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre
di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza
poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella
vita di san Geminiano[33].[34] _Mutinensis urbis solum, nimia aquarum
insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex
paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse
desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries,
saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, aquarum
crebra, ut diximus, inundatione submersa._ Se dunque è vero che la
costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude,
da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di cultura
e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la attenzione degli
uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il lor sito coprendo la
terra; sarà anche assai verosimile il dire che ne' tempi antichissimi
questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i
Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di
aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare sopra
di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde all'antica
tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi
l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri;
questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e
Strabone[35], descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di
paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago
Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte bassa è
tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne' contorni di
Crema, di cui trattano le carte de' secoli bassi, sebbene al giorno
d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna.
I documenti più sicuri dell'antichità sono i fisici. La curiosità
nostra vorrebbe sapere come e perchè i Galli, uscendo dalla loro
patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a
stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma
la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che non lo
sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia è piena
di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico,
innondazione, terremoto, ec.; la violenza d'una barbara nazione che
sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste;
l'avidità di godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le
cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le colonie
greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed
altri regni; le spagnuole, le inglesi ec., l'America. Al tempo delle
crociate l'Europa tentò di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si
stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni
anche al dì d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal sassone,
mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la
quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua
sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano
l'illirico, mentre nella città la lingua naturale è la tedesca. Anche
nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia,
e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e
poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra
ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che
vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo
paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo può dire la
storia, che in Italia non riascende sino a que' tempi.
Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella
accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è chi la deriva dal tedesco
_Mayland_ (così chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa
paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente
conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti,
e in cui ne' sei mesi dell'anno, che cominciano in novembre e terminano
al fine d'aprile, l'altezza media del termometro è al disotto del
temperato, e dove in quella metà dell'anno la terra è soggetta al gelo
ed alle nevi. La più comune sentenza fa nascere la voce _Mediolanum_
da un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo
mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano così credette,
ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci
rappresentò Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a
Genova, donde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso
Milano.
_ad moenia Gallis
Condita, lanigerae suis ostentantia pellem._[36]
Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il quale,
annoverando le città più illustri, così volle indicarci Milano.
_Et quae lanigero de sue nomen habet._[37]