Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della ta

STORIA

DI MILANO

DEL CONTE

PIETRO VERRI

COLLA CONTINUAZIONE

TOMO I.

MILANO

PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA

Contrada de' Due Muri, N. 1044

1850

NOTIZIE

DI PIETRO VERRI

Nell'accingermi a compilare le Notizie dell'ultimo de' magistrati

filosofi che hanno illustrato in Lombardia il regno di Maria Teresa, a

stento so contenermi nei limiti di una quasi cronologica brevità, cui

mi astringe il piano che mi sono prescritto in questa Raccolta. Tale è

la vastità e l'importanza dei servigi da esso prestati, che il parlare

adequatamente di lui, comprende la storia di trent'anni dell'economia

pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua l'opera immortale del

censimento, già precedentemente compita, tutte le importanti riforme

della pubblica amministrazione si eseguirono nel periodo della sua

magistratura; egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili

fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è ancor recente

e vivissima la memoria de' suoi servigi, ed essendo queste Notizie

susseguite dalla collezione delle sue opere economiche, ora in parte

per la prima volta pubblicate, si rende indifferente, anzi superfluo,

il parlare estesamente dei di lui meriti, siccome sarebbe inutile il

voler narrare ad altri la maestria de' sommi pittori, avendosi dinanzi

le più illustri opere de' loro pennelli. Seguendo pertanto il mio

metodo, mi accontenterò di delineare sommariamente le epoche memorabili

della sua vita.

Nacque PIETRO VERRI in Milano al 12 di dicembre dell'anno 1728. Il

di lui padre Gabriele dovette in gran parte ai personali suoi meriti

l'essere stato successivamente promosso a diverse eminenti cariche;

e fu per ultimo presidente del Senato. Egli si è pur distinto nelle

lettere; e si hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali,

dei commenti al principal codice di esse, e una voluminosa compilazione

della storia della Lombardia, che rimase manoscritta.

Chi bramasse di conoscere tutti i minuti tratti della fanciullezza e

della prima gioventù del nostro autore, potrà riscontrarli nell'Elogio

che recentemente ne ha pubblicato l'abate Isidoro Bianchi, già per

altre opere benemerito de' buoni studii[1]. Egli ha seguito un'altra

via da quella che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente

tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu mio scopo

di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può servire a far

distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato di tramandare la

sua memoria alla posterità.

Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell'attività e

dell'acume della sua mente; ma non gli si era ancora offerta occasione

di esercitarla in qualche rilevante travaglio, onde si avesse potuto

apprezzarne la vastità e il vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse

distratto per sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di

private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare col rango

di capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase fino al dicembre del

1760.

Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica,

riassunse con maggior calore gl'interrotti studii; e quelli

dell'ecconomia pubblica, applicata specialmente alla situazione

della sua patria, l'occuparono a preferenza. Ma per meglio conoscere

l'importanza di quanto in séguito operò e scrisse, gioverà di

veder riferito da lui medesimo qual era in allora lo stato della

Lombardia[2].

«All'incominciare del regno di Maria Teresa ognuno sa e si ricorda

quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse da noi l'industria

per esercitarsi in ogni parte. Arbitrario e sproporzionatamente

ripartito, il tributo sulle terre ci offriva lo spettacolo di molti

campi abbandonati dai proprietari alla comunità: la tassa personale

esuberantemente aggravata, rendeva spopolati altri distretti e priva

la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti all'interna

comunicazione pel trasporto delle derrate, sempre più allontanavano

i reciprochi soccorsi: severissime leggi annonarie, minacciando la

morte a chi cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura,

invece d'invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: i

tributi delle dogane, appaltati a diverse compagnie, interponevano un

contratto fra i bisogni del popolo e la paterna clemenza del sovrano:

le scienze, le nobili arti, quello spirito d'impegnata ricerca della

verità, che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e separare

le cose certe dalle probabili, non erano certamente festeggiati: uno

studio di parole, una servile venerazione o imitazione, erano lo scopo

che si poneva davanti alla docile gioventù, e così gradatamente, un

ostinato spirito, nemico d'ogni felice slancio verso del bene, teneva

in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche; e, dimentichi di noi

stessi, sembravamo piuttosto destinati a servire noi pure di mezzo e

di continuo fra le generazioni passate e le a venire, anzi che una

generazione avente diritto e ragione alla gloria di migliorare il

deposito delle umane cognizioni».

Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli

nell'abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero te cause,

perchè vi si erano abituati fin dalla nascita, fu lo scopo cui Verri

diresse la maggior contenzione dei suoi studii. Non omise fatica onde,

colla scorta della storia e spogliando i farraginosi documenti delle

diverse amministrazioni, svolgere le vere cause che avevano potuto

ridurre a tanto squallore un paese sì fertile, e altre volte sì ricco e

potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva di squisita

erudizione, la quale, dopo di averne egli usato in tante sue opere per

più di trenta anni successivi, era ancor lungi dall'essere esausta.

Per comunicare l'espansione di questo suo zelo, trovò egli un compagno

degno di lui e non men caldo di amor patrio, nella persona del marchese

Cesare Beccaria. La costanza e la sincerità della loro amicizia fu

ammirabile. Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente

confidenti senza arroganza, appassionati per gli studii utili senza

presunzione, percorsero la stessa carriera di studii e di cariche, e si

mantennero amici fino alla morte. Nè solo sinceramente si compiacevano

dei loro vicendevoli progressi; ma come il genio profondissimo di

Beccaria, quasi compresso dallo stato d'indolenza cui era portato dalla

sua fisica costituzione, avea bisogno per esercitarsi di chi, al pari

di un ostetricante, ne sollecitasse lo sviluppo, Verri fu quello che

si prestò a quest'ufficio; e già si è altrove notato[3] che alla sua

benemerita importunità dee il pubblico l'immortale opera _Dei delitti

e delle pene_, e l'autore di essa la giusta celebrità che gliene è

risultata.

Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione. Quindi

Pietro Verri e Beccaria divennero il centro dì un'unione d'illustri

giovani, egualmente studiosi ed animati da non minor fervore per la

prosperità della lor patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri,

e si resero in séguito famosi sotto il nome di _Società del Caffè_,

dal titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che

pubblicarono per due anni sul modello dello _Spettatore Inglese_, cui

però sorpassarono di molto nella varietà e scelta degli argomenti,

nell'eleganza e nella profondità[4].

A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle stampe diversi

saggi de' suoi talenti e della sua coltura. Oltre alcuni opuscoli di

circostanza, che potrebbero citarsi a sua lode quand'altro di meglio

non avesse fatto, pubblicò egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un

Dialogo su le monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi

molti articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti _sul

commercio_ e _sul lusso_. Diedero occasione al detto Dialogo i rumori

che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti contro la breve, ma

pregevol opera data in luce in quell'anno da Beccaria _sul disordine

delle monete_; e Verri spiegò in quello, con singolare brevità e

chiarezza, la teoria sulla monetazione dello stato di Milano, cui

si attenne dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelle

_Meditazioni sull'Economia Politica_ e nella _Consulta_ che sullo

stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel 1772. Essa ha

dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina nell'esecuzione della

riforma, ma non è ancor provato che quella in confronto non potesse

esser migliore, e meno poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo

così esposto il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni

che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, abitatori d'un

piccolo Stato mediterraneo, senza miniere, pensiamo ad accomodare

le nostre partite del commercio, a diminuire le importazioni, ad

accrescere l'esportazione, ad animare l'industria; pensiamo ad

avere _moneta buona_, a valutarla bene, e non ci prendiamo briga

dell'impronto che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera

persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con minor disprezzo,

o esaminare con più seria attenzione le massime che si oppongono alle

attuali costumanze, non sarà pure inutile di riferire che tra le carte

di Verri esiste un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di

sua mano, che egli _lo rileggeva sempre con piacere, persuaso che non

si potesse con minor noia e maggior chiarezza combattere i pregiudizii

del volgo in questa materia_.

L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu pur quella

in cui Verri diede principio alla sua pubblica carriera. Scadeva,

col 1765, il novennio della Ferma generale[5]. Perciò l'imperatrice,

mentre volle che nel nuovo appalto il regio erario fosse interessato

per un terzo, ordinò pure che si radunasse una Giunta di ministri

coll'incarico di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei

dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni,

venne pur Verri nominato alla carica di consigliere presso la Giunta

stessa, con voto deliberativo.

Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole

estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto l'aver

egli trasmesso nell'anno precedente al principe Kaunitz un volume

di _Considerazioni sul commercio dello stato di Milano_, opera,

per erudizione e dottrina, certamente superiore alla sua età e ai

tempi in cui la scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti,

della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al

1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera

rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel 1769 con nuove

interessantissime notizie che gli comunicò il benemerito archivista del

Senato, segretario Corti, e da lui disposta per la stampa col titolo

di _Memorie sull'economia pubblica dello stato di Milano_ allorchè fu

sorpreso dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata.

All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante un

indefesso travaglio, a compilare il primo _Bilancio del commercio della

Lombardia_, con quella maggior precisione che era possibile ad uomo

privato. Affine di ottenere l'esattezza nelle copie, difficilissima

in simili lavori colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel

numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a pochi amici,

e spedire alla corte. La notabile passività che risultava da quel

bilancio, diede luogo alla stampa di una _Lettera critica_, nella

quale all'opposto intendevasi di provare che il commercio dello stato

di Milano fosse attivo di molti milioni. Questa contestazione, e il

falso supposto che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al

principe Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare le

viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne trasse argomento per

anticipare un'utilissima disposizione. Molto importante, anche per far

conoscere il suo carattere, è la lettera che scrisse su tale argomento

al ministro plenipotenziario conte di Firmian[6]; ed è la seguente:

«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con cui mi rimise

il _Bilancio_, stampato dal conte Pietro Verri, _del commercio dello

stato di Milano_, colle altre tre pezze che lo accompagnavano. Può

ben essere persuasa l'E. V. che io non approvo e non sarò mai per

approvare alcun passo che deroghi all'autorità e dignità del governo;

e specialmente a questo riguardo mi è rincresciuto che il detto

cavaliere, di cui peraltro mi piace l'ingegno e la scelta che ha fatto

de' suoi studii, siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor

giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento ciò che,

prodotto in iscritto alla sola Giunta ed al governo, gli avrebbe fatto

dell'onore, se non altro per l'idea e per il piano di eseguirla.... Ma

posto che è rotto il ghiaccio convien ora andare innanzi, e verificare,

col maggior accerto che si può, il giusto mezzo fra i nove milioni

di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, e gli undici

milioni di sopravanzo annuo, che risultano dalla _Lettera critica_

al medesimo opposta. Sono persuaso che sia falso il bilancio, perchè

l'autore non potè essere autorizzato a riconoscere i fondi originali

per fissare dati certi, e credo egualmente che non sussista il calcolo

annesso alla _Lettera critica_, perchè si vede dettata da un puro

spirito di contraddizione e di animosità. Ordini dunque V. E. alla

Giunta di subito applicarsi a riconoscere, per quanto sia praticabile,

lo stato attivo e passivo di codesto commercio, affinchè rimosse le

esagerazioni, e con quella maggiore probabilità che sia compatibile

colla natura del soggetto, possa vedersi da qual parte propenda la

bilancia. È troppo necessario questo esperimento, acciocchè i paesi

circonvicini, eccitati a dubitare sugli eccessi opposti, non entrino

poi in diffidenza per mancanza di una dimostrazione che decida».

In adempimento del superiore comando, fu delegato dalla Giunta alla

compilazione del nuovo bilancio lo stesso consigliere Verri, unitamente

al di lui collega consigliere Maraviglia. Questa vasta operazione

venne compita in meno di diciotto mesi; e la chiarezza del metodo e

l'esattezza dell'esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che

ne innoltrarono al ministro plenipotenziario, il 30 di ottobre del

1765, possono servire di utile soggetto d'imitazione anche a' tempi

presenti. Quel bilancio offriva in risultato un'attività di lire

15,387,034. 16. 2, e una passività di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò

il commercio passivo era maggiore di lire 1,593,453. 9. 2.

Intanto, avvicinandosi il tempo dell'attivazione della nuova Ferma

mista, la profonda sagacità e l'attività indefessa dimostrate da Verri

in tutte le operazioni della Giunta, gli ottennero che fosse dalla

corte onorevolmente prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella

Ferma stessa, e contemporaneamente promosso al rango di consigliere nel

Supremo Consiglio di Economia[7].

L'inerzia de' precedenti governi gli aveva talmente allontanati da ogni

cura della pubblica amministrazione, che l'esercizio delle finanze

si coperse d'impenetrabile mistero; ed il sovrano, che pur vedeva i

miseri suoi popoli spremuti incessantemente dagli inesorabili fermieri,

era nell'impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di lumi onde

far amministrare direttamente le proprie rendite. Fu un tratto della

più sublime sapienza l'istituzione della Ferma mista. Per tal modo

il rappresentante del principe ha potuto conoscere l'entità delle

pubbliche rendite, il sistema de' fermieri e gl'immensi loro profitti.

Verri, giustamente animato da una destinazione di tanta confidenza, vi

si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la stessa aspettazione

della corte, sicchè questa fu in grado di anticipare di cinque anni il

compimento dell'ideata riforma, col decretare nel 1770 la cessazione

della Ferma delle finanze, sostituendole un'amministrazione economica.

Malgrado l'immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile di Verri

volle estendersi anche alla discussione, che allora si era mossa,

per la riforma del sistema dell'annona. Quindi scrisse nel 1769 le

_Riflessioni su le leggi vincolanti nel commercio dei grani_, lo scopo

e l'esito delle quali fu esposto da lui medesimo nell'Avvertimento

che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle stampe.

«Quest'opera, egli dice, fu scritta nell'occasione in cui si voleva

sgombrare l'amministrazione pubblica dalle nebbie e dagli errori

consacrati dall'antichità. Si credeva che i soli mezzi per salvare

la provincia dalla carestia fossero i vincoli; e quindi una legge

obbligava a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge

obbligava a introdurne una data porzione nelle città; pene severissime

erano imposte a chi ammassasse grano senza una patente; cautele su

la macina de' mugnai, cautele sul trasporto interno, proibizione

dell'uscita de' grani dallo Stato. Tale era la legislazione che pesava

sul prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano le

dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li teneva tenacemente

a difendere la pretesa saviezza delle leggi tramandateci da' maggiori.

Vi voleva del coraggio per comparire nell'arena in favore del ben

pubblico contro tali interessati oppositori all'utile verità; pure,

malgrado le arti nemiche, fui fortunato, e nel ceto di chi disponeva

dell'economia pubblica la luce della ragione ebbe accesso, e si

screditarono gli errori. Quindi leggi libere si promulgarono, e da

venti anni a questa parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di

carestia».

Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio nella

Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un'altra non men grave

incumbenza, preparatoria anch'essa al sistema dell'amministrazione

economica. Oltre i principali rami di finanze amministrate da'

fermieri, molti altri ne esistevano, i quali erano stati alienati o

dati in cauzione a' monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che,

nelle calamità degli scorsi secoli, aveano sovvenuto col proprio danaro

ai bisogni dello Stato. Era già stato deciso che tutte queste regalìe

dovessero essere avocate al sovrano. Il progetto per la redenzione

delle medesime cominciò ad essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu

istituita una Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono

le massime. Ma, distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni,

bastò l'esperienza di un anno a provare che non si poteva esigere dalla

loro opera quella celerità che era necessaria. Perciò con dispaccio 19

ottobre 1767, soppressa la Giunta, se ne trasferì l'incarico al Supremo

Consiglio di Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769

venne egli specialmente delegato col consigliere De Montani ad eseguire

la liquidazione e classificazione delle regalìe da redimersi; travaglio

arduo, complicato, minuziosissimo, cui tuttavia ridusse a termine con

distinta lode nel 1770.

Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col quale si

dichiarò cessata la Ferma mista. L'enorme pretesa de' fermieri per il

rimborso degli utili de' cinque anni che ancor rimanevano alla scadenza

dell'appalto, i quali furono a stento ridotti a sette milioni, finì

d'illuminare la corte sull'immensità del danno che da simili appalti

era fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del principe

Kaunitz al conte di Firmian[8], quello zelantissimo ministro così ne

scriveva: «Io devo ingenuamente confessare a V. E., che finora non mi

è bastato l'animo di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli

annui utili, toccata nel primo triennio al regio erario per la sua

interessenza nella scadente Ferma mista, poichè dal quantitativo di

questa terza parte avrebbero le medesime facilmente potuto calcolare

l'importo delle altre due terze parli a profitto de' fermieri. Il loro

ammontare ad un milione per l'anno 1768 e 1769, anche dopo ricompensata

con congrui appuntamenti l'opera di essi come rappresentanti la Ferma,

non potrebbe a meno di parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere

che non rivoltasse l'animo loro, in riflessione che in fine de' conti

questo danaro è cavato dalle sostanze de' loro sudditi, e che S. M.

l'imperatore non avea torlo a dire _che i fermieri succhiavano il

sangue de' Milanesi e Mantovani_. Dal confronto poi degli utili degli

stessi fermieri colle entrate pubbliche dello Stato, ne avrebbero le

MM. LL. fatta la conclusione che, dopo difalcate le spese che incumbono

all'erario per l'amministrazione della provincia, il sovrano ritrae da

questa molto meno dei fermieri: comparazione veramente odiosa, e che

darebbe da pensar molto su questo articolo».

La nuova amministrazione delle finanze venne formata sulla traccia di

quella che, con prospero successo, già trovavasi in attività nei Paesi

Bassi austriaci, e quindi distinta in tre parti: I. Amministrazione

generale; II. Controlleria della detta amministrazione; III. Riforma e

legislazione. Fu delegata la prima al magistrato camerale, la seconda

ad una Camera de' conti, la terza ad una Giunta governativa. Contro

il solito delle riforme, è stata questa eseguila con tanto spirito

d'imparzialità, che uno dei fermieri, il conte Antonio Greppi, fu

assunto al regio servizio nella Camera de' conti. Il principe Kaunitz,

in un suo rapporto fatto all'imperatrice nel 1771, qualificò il Greppi

_qual uomo di mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato

la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che odiavano la

Ferma_.

Questa è l'epoca più illustre della vita di Verri, siccome fu la più

attiva e laboriosa. Si può dire, senza tema di esagerare, che quasi

l'intiera sistemazione dell'amministrazione economica delle finanze è

stata affidata a lui solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa

di un piano organico; e dal proemio di essa si evince che la forza

della di lui mente ne avea compreso l'insieme nella maggior vastità

de' suoi rapporti. Giova di udire l'autor medesimo a render conto de'

propri pensieri; egli così si esprime[9]: «Organizzare un corpo di

amministrazione del tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè

non vi penetri l'arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli

affari; preservare l'interesse dell'erario e l'industria nazionale ad

un tempo; gettare i semi delle riforme da farsi nel tributo, parte la

più importante e irritabile del corpo politico; suggerire il metodo

col quale più rapidamente, ma nel tempo medesimo con passi più fermi

e sicuri, si possa distribuire il tributo nella forma più innocua e

adattata al bene della società; diminuire al possibile le spese della

percezione; lasciare tutta la libertà all'industria, componibile col

tributo destinato a proteggerla; accelerare l'epoca in cui, rese le

leggi della finanza chiare, umane e semplici, venga portata la luce

sopra ogni parte dell'amministrazione; tale è la natura del quesito,

sul quale scriverò come le deboli mie forze lo permettono».

Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della tariffa.

Basterà a dare un'idea di questa improba fatica la sola nomenclatura

de' travagli da esso presentati su tal proposito al magistrato

camerale, che era stato sostituito nel 1772 al Supremo Consiglio di

Economia. Il 13 agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale

dei generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello stesso

anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14 marzo 1774, lo

spoglio delle merci passate in transito nel 1771; e per ultimo, il

30 maggio, pure detto anno, il progetto della nuova tariffa. A fine

di render giustizia a chi gli avea giovato co' suoi consigli, così si

esprime nella lettera colla quale ha accompagnato il progetto medesimo:

«Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le avessi

sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto, sentii

il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati, lo chiesi e l'ottenni.

S. E. il signor conte presidente Carli ebbe la bontà d'interessarsene

meco, discutere le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i signori

consiglieri relatori di finanza, anche i signori consiglieri conte

Secchi e marchese Beccaria ebbero la compiacenza più volte di unirsi

meco a trattare di queste viste; onde il risultato di questo progetto

è una conseguenza di quanto si è discusso». Questo passo comprova

da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra la maturità e la

ponderazione con cui procedeva nei suoi travagli.

L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera ha reso alla sua

patria, risulterà maggiore dal riflettere allo stato delle finanze di

quel tempo. La daziaria era allora divisa in altrettante giurisdizioni,

quante erano le provincie che componevano il ducato di Milano, e in

ciascuna giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione

del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino quaranta erano

talvolta i pagamenti cui soggiaceva una sola merce[10]. Era tanto mal

calcolata la tariffa, che in più di trecento casi i rappresentanti

la Ferma generale aveano da quella receduto, e si erano accontentati

di percepire un tributo minore di ciò che portava la legge, _per non

annientare molti rami di commercio e deviare tutti i transiti dello

Stato_[11]. Questo è pure il motivo per cui avendo a combattere un

errore autorizzato dalla pratica, si diffuse Verri nel suo Progetto,

sul danno risultante all'erario dal soverchio aggravio del tributo

nella tariffa, dimostrandolo con molti antichi e recenti esempi. La

corte, nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa

tra una modificazione della tariffa esistente e una totale riforma. Ma

la faraggine degli errori e dei disordini fu da lui sì evidentemente

dimostrata, che quella non esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così

ottenne Verri la gloria di aver applicato al multiforme tributo

indiretto quella regolarità di principii e quella semplice uniformità

cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle terre; e

come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura, del pari la

nuova tariffa il fu per l'industria e per il commercio.

Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici occupazioni, cui

sembra che appena possa bastare un uomo solo, avesse Verri a trovar

agio per occuparsi ancora de' favoriti suoi studii? Eppure fu in

quel tempo che egli si produsse di nuovo in pubblico come scrittore

di economia e come metafisico, stampando nel 1771 le _Meditazioni

sull'economia politica_, e nel 1773 il _Discorso sull'indole del

piacere e del dolore_.

Le _Meditazioni_ sono state accolte con singolare applauso. In due

anni furono ristampate sei volte in Italia; e di nuovo, nel 1773,

a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda in tedesco, nel 1774.

Quest'opera può essere considerata il deposito de' principii che egli

ha seguiti come magistrato, e il risultato della sua esperienza. Del

metodo che tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione

alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente ad altri

suoi Discorsi[12]. «L'economia politica, dic'egli, è la materia più

vasta de' delirii di chiunque, e una specie di medicina empirica, che

serve di argomento ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e

potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere

facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo

tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a

molti autori. Essi, dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi

idee astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere

d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli elementi delle cose,

sopra ipotesi, anzi che sopra fatti conosciuti, hanno innalzate le loro

speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii

anni a conoscere i fatti: le commissioni colle quali la clemenza del

sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte

le idee mie hanno cominciato coll'essere idee semplici e particolari;

poi, coll'occasione di esaminare oggetti reali, accozzate, disputate,

contraddette, si sono andate componendo, e le generali idee sono

emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo

metodo non ha il merito certamente di essere il più breve, nè il

meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole

accoglienza che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo

vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci

anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra

gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l'essere conosciuto un buon

cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della

virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che

producono la felicità dello Stato».

Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli oppositori; essa

aveva una decisa superiorità di dottrina, e si era osato in essa di

dimostrare erronee le venerate massime dei nostri maggiori. Perciò

gl'invidiosi e gl'idolatri delle proprie abitudini ne dovevano muover

schiamazzo; il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo

M. Bisthowen, che pubblicò in Vercelli, col titolo di _Esame breve e

succinto_, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, in cui

si propose di contraddire da capo a fondo alle _Meditazioni_, e di fare

una illimitata apologia del vigente sistema economico, senza riflettere

che, con un tal sistema, la popolazione deperiva nello Stato,

l'agricoltura vi era negletta, l'industria languente, il commercio

passivo e i racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come

una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera, benchè

più ragionevole, suscitò l'invidia in un uomo il quale era altronde

fornito di bastanti meriti perchè non avesse dovuto degradarsi cotanto.

Fu questi il conte Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo

Consiglio di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui[13] qual

fu il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo poco

onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira quasi ad

ogni pagina. Dice in un luogo: _L'oceano ingoia le navi e le isole,

un terremoto distrugge le città, una voragine abissa un paese, un

autor fervido confonde e trasforma i principii dell'Economia Politica,

tenta una rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira_. Mentre

affetta di parlar sempre dell'_autore anonimo_, fino ad asserire

che egli siasi _impenetrabilmente tenuto occulto_, si cura poscia di

rimarcare che _si sono veduti dei bilanci stampati, i quali, se non

hanno discreditata la nazione, perchè i fatti veri trionfano su le

illusioni della mente, hanno onorato poco l'autore che gli ha formati_;

con che allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa

delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle _Meditazioni_,

nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno l'anno 1772, in cui

non mancò di ribattere talvolta la mordacità del suo censore. Ma una

reciproca stima riavvicinò in seguito i due illustri competitori; e

si è di sopra veduto che Verri consultò lealmente il suo antagonista

sul Progetto della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza

dell'utilità de' suoi suggerimenti.

Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe alle

_Meditazioni_, cioè il _Discorso sull'indole del piacere e del

dolore_. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere consiste

nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe ornare con tutta

la magia dello stile e i magnifici colori dell'immaginazione, benchè

forse non sia applicabile con eguale esattezza alla generalità delle

umane sensazioni. Egli deduce per corollario della sua teoria che

«il prodigioso avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro,

d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di

esserlo tosto che si conosca essere spuntati quei secoli dai dolori

e da così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime

spinte per agire[14]».

Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare

l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso che promoveva

co' proprii scritti la propagazione delle utili dottrine, non era meno

sollecito il sovrano a ricompensare i suoi servigi con successive

promozioni. Già si disse che nel 1765 era stato eletto consigliere

del Supremo Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel

1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure affidata

l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato vicepresidente

con diploma onorevolissimo[15]. Nel 1780 fu promosso alla carica di

presidente, rimasta vacante per la giubilazione accordata al conte

Carli. Nel 1783 fu decorato del grado di consigliere intimo attuale

di Stato, e nello stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano.

L'erezione della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento

dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio

2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica di Slesia e di

quella d'arti e manifatture di Londra[16], procurò a Verri una nuova

testimonianza della confidenza della corte, coll'essere destinato

conservatore anziano della medesima. In questa qualità intervenne

alla sua prima adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle

stampe e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte la

lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la giustezza delle

vedute, la finezza colla quale l'autore ha saputo toccare gli oggetti

più importanti della pubblica amministrazione, e combinarli collo

scopo della Società per risvegliare la passione del bene generale,

sono altrettanti motivi per i quali egli ha diritto all'applauso da lui

ottenuto»[17].

Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo ed instancabile,

riformatore della parte più complicata e difficile dell'amministrazione

dello Stato, scrittore di metafisica, di economia generale, e quindi

separatamente di monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che

poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo più

fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere

indifferente nell'universal gara de' saggi onde ottenere che fossero

proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano.

L'abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi.

Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile

abuso[18]; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza

de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto impossibile,

confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il fatto delle unzioni

venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630.

L'ordine, la chiarezza, la forza de' raziocinii e l'insinuantesi

fluidità del suo stile trovansi nelle _Osservazioni su la Tortura_ in

un grado eminente. Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se

dico che quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo era

Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei

pezzi di processo scritti col barbaro frasario de' tribunali, ancor

più barbaro a que' tempi; d'insinuare l'austerità de' ragionamenti

per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di

trasfondere ne' suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua

stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di

quel collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni prima

avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di crudeltà nel legale

assassinio di tanti innocenti. Si credette che l'estimazione del senato

potesse restar macchiata per la propalazione dell'antica infamia.

Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò

all'idea di dare alle stampe le sue _Osservazioni_; e così il pubblico

rimase defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di

eguale argomento avrebbe riportato la palma.

La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno conoscere le

successive vicende economiche della sua patria e la vera causa di esse,

gli aperse la via ad un più vasto lavoro, la _Storia di Milano_. Fino

a lui non si aveano che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte

esatti e rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di

sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto che dei

materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre per antica potenza

e per tante vicende, deve riconoscere in Verri il primo suo storico

che sia degno di tal nome. Il primo volume, che si estende fino alla

morte dell'ultimo dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche

pregio di eleganza tipografica[19]. La nitidezza della edizione,

la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile e la

filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero il generale applauso

degl'intendenti. Dell'imparzialità da esso osservata così rende ragione

egli stesso in fine della prefazione; «Ho rappresentato lo stato

de' nostri maggiori senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato

la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho

imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione, la oscurità e la

gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione

dei tempi. Destiamoci ora noi, per trasmettere ai posteri costumi ed

azioni che la storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun

ornamento».

Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia ed i suoi

studii divennero le sole sue cure. Talvolta accordava ancora qualche

attenzione alle cose pubbliche, e lasciò manoscritte diverse pregievoli

memorie sulle riforme del 1786, e sullo stato politico del Milanese

nel 1790, _unicamente_, come si espresse, _per dare sfogo alle sue idee

sulla pubblica felicità_.

La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi, seguíta nel

1784, lo determinò a scrivere le _Memorie_ della sua vita e de' suoi

studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole al celebre ed

infelice marchese di Condorcet. Nè qui si è limitato lo sfogo della

sua dolente amicizia. Ma due monumenti gli fece erigere: uno nella

chiesa della sua villa di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti

di Sant'Alessandro di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo

di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia qui lecita

una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto, scolpito dallo stesso

Franchi a spese del celebre astronomo Oriani, fu collocato nel ginnasio

di Brera, sono forse i soli tra tanti illustri italiani morti a' nostri

tempi che abbiano ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure

nol debbono che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi e

Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora indistinti,

quanto non è doloroso e umiliante che, anche nel poco che si è fatto,

la sola forza della privata amicizia abbia dovuto supplire a tutto per

onorare la memoria degli uomini grandi?[20]

Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, quando proruppe

in Italia la forza preponderante delle armate francesi. Allora, sotto

la licenza di un governo militare, tutte le passioni si sfrenarono, e

l'irritazione de' diversi interessi introdussero la discordia tra i

cittadini. Nei principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far

parte della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di quel

Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare i conti della

pubblica amministrazione, ma che, per le cabale di coloro che avevano

interesse nel mistero, cessò di esistere appena avea cominciato a dar

segni di vita. Egli rientrò nella pubblica carriera animato dalla più

ardente brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in parte la

sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in quella violenza

di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche contraddizioni,

resero quasi affatto vana la lusinga. Tuttavia la felicità della patria

fu il costante scopo dei suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi

più volte afflitto profondamente nel riflettere su la successione di

tanti traviamenti, e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che sì

bene esprimevano le commozioni della sua anima.

Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento de' nuovi

governanti, le sue _Riflessioni_ sull'annona, scritte ventisette anni

prima, di cui già si disse. Nel 1797 intraprese la stampa del secondo

volume della _Storia di Milano_, che venne poi condotto a termine

dal di lui amico il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica

benemerenza, se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii. È il

primo di aver interpolato i propri supplimenti alle lacune lasciate

dall'autore senza alcuna indicazione che li distingua, contro la

pratica dei Freinsemii, dei Brotier e dei più dotti editori di

storici antichi e moderni. L'altro, di aver violato la protesta da

lui fatta[21] di trascrivere _fedelmente_ i frammenti dell'autore,

mentre osò di _mutilarli_. Queste arbitrarie alterazioni, le quali

avrebbero pregiudicato alla fama di Verri se dessa stata non fosse

solidamente fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto

eseguita un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi si possa

ristabilire il testo della _Storia_ nella sua integrità, aggiungendovi

i preziosi frammenti che esistono per la continuazione di essa fino al

regno di Maria Teresa.

Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento il secondo

volume della _Storia di Milano_, si sarà già eccitato nell'animo de'

lettori il presentimento di un qualche disastro. Ed uno infatti sommo

e irreparabile ne era accaduto; ma a lui non già, che placidamente era

trapassato alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che

privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli morì quasi

improvvisamente, colpito d'apoplessia nella sala della municipalità,

nella notte del 28 giugno 1797, essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17

giorni.

Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, dalla quale ebbe

una figlia; indi, il 13 luglio del 1782, fece sua sposa Vincenza Melzi,

che amò sempre teneramente, formando delle sue domestiche virtù e della

numerosa prole che da essa ottenne, la costante delizia degli ultimi

anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, e rimasta a

lui superstite nel fiore dell'età, gli fece erigere nella cappella

gentilizia della rammentata villa di Ornago un decoroso monumento,

accanto al sepolcro ch'egli stesso, vivendo, si avea preparato.

Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed Alessandro,

si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. Il primo,

illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto, due utili saggi su la

coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, oltre molti discorsi

inseriti nel foglio periodico del _Caffè_, scrisse le _Avventure della

poetessa Saffo_, la nota tragedia della _Congiura di Milano contro

Galeazzo Sforza_[22], e le _Notti Romane al sepolcro de' Scipioni_, che

gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa[23].

Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quella di Mantova,

di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna. Oltre una continua

corrispondenza con suo fratello Alessandro, fu pure in relazione

di lettere con Voltaire, Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt

d'Avenstein, il conte di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani,

ed altri molti.

La rimembranza delle sue qualità personali accresce il dolore della

sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed instancabile magistrato;

ma fu pure buon marito, buon padre, leale amico, di maniere cortesi,

benefico, sincero, dotato della più viva sensibilità, costante nella

gratitudine. Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante

per la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene de'

suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica stima. Questa

passione era sì fervida in lui, che soleva chiamarla un bisogno

incessante, insaziabile, e che continuamente lo tormentava. Scrisse

molto e più operò; nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo

filosofo, o l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse

direttamente per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più sterile

argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo stile, benchè

talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo straniero, è sempre

immaginoso, animato, persuadente. Mi lusingo che non dispiacerà

ai lettori di vederne riferito qualche saggio, che servirà pure a

dimostrare la purezza e la forza della filantropia che divampava nella

sua anima.

Nelle _Riflessioni sull'annona_[24], dopo di aver dimostrato il mal uso

delle largizioni elemosiniere che si fanno nelle città al questuante

di professione, mentre il misero agricoltore è lasciato nell'abbandono,

soggiugne: «Io non pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di

compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo. Non pretendo

che alcuno rendasi duro ai gemiti dei miseri cittadini, pretendo

soltanto di rendere illuminata la commiserazione, e avvisare che non si

benefichi un cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda

la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che offenda la causa

dell'umanità con alcuna opinione; la causa dei poveri e dei deboli è

sempre stata e lo sarà, finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò.

Me felice, che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa causa

liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!»

Altrove[25] dichiara i suoi principii politici nei seguenti termini:

«Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati e conosciuti i sacri

diritti dell'uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo e se unicamente

lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza

e ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione di un

mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce annunciare con frutto

gli augusti primitivi diritti di un essere intelligente e sensibile,

che, associandosi, non può averlo fatto che per il miglior genere di

vita; dritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza

ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli, sparsi

e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a stento raffreno,

scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di

promuovere il bene degli uomini, non col linguaggio del sentimento,

ma coll'analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il

bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni. Rispettiamo

la elevazione del genio e la calda virtù di chi, posto in privata

condizione, si erge a tuonare sull'abuso della forza, e vorrebbe far

arrossire gli uomini in carica de' loro vizi e dei loro errori. Se

perciò l'umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe

quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è tale, che più si

ottiene generalmente sollecitando l'interesse personale, che non si fa

interessando la gloria, a cui rare sono le anime che s'innalzino».

Storia di Milano, vol. 1 · 第 1 / 31 段