l'ingresso di un villino di cui appare la facciata, alta di alcuni
gradini di marmo. Lungo il viale o sentiero verde che a sinistra vi
conduce son disposti sedili di marmo o di legno rustici e colonnine
sormontate da busti in marmo di donne. Si fanno nel giardino
preparativi di festa. Alcuni operai attendono a disporre festoni e
lampioncini sotto la direzione di Placido.
SCENA PRIMA.
PLACIDO, PEPPINO, _Operai che non parlano,
occupati nei preparativi._
PLACIDO.
_(dando degli ordini e sorvegliando i preparativi, mentre il piccino
gira di qua e di là per suo conto giuocando e disturbando i lavori)_
Più in qua i lampioncini!... qui un festone, dei fiori!... via
questa roba!... lesti! Peppino, stai cheto! _(Peppino giuoca con un
lampioncino)_ lascia stare!... dà qua!.. Hai finito di studiare?... La
sai?...
PEPPINO.
Sì, che la so...
PLACIDO.
Guarda che se non la sai e non la dici bene, papà non ti compra il
cavallino...
PEPPINO.
E se la dico bene?
PLACIDO.
Te ne comprerà due. O sentiamo un po'. Dilla su... ma adagio...
_(suggerendo) Cara mamma..._
PEPPINO.
_(facendo le bizze)_
Non la voglio dire adesso... non la voglio...
PLACIDO.
Non vuoi?...
PEPPINO.
No.
PLACIDO.
Glielo dico a papà, sai. Da bravo! Ti do un chicco. _Cara mamma..._
PEPPINO.
_(recitando con poca voglia)_
_Cara mamma, in questo giorno... (si ferma)_
PLACIDO.
_Avanti... Di letizia e fio..._
PEPPINO.
_... e fiori adorno...
Che benigno il ciel ti diè... ti diè... ti diè..._
PLACIDO.
_... ti diè..._ Via dunque... su. _(Peppino tace e si gratta in testa:
Placido segue a suggerire) Ridon l'onde e la collina..._
PEPPINO.
_... e la collina..._
PLACIDO.
Ma vedi che non la sai ancora!... Uff! che pazienza!... avanti...
_Ed il cantico a Lucina_
_Cede Apollo anche per me._
PEPPINO.
_Ed il cantico in cucina_
_C'è del pollo anche per me._
Ed io lo mangio.
PLACIDO.
_(dando uno sbalzo)_
Ma che pollo! ma che pollo d'Egitto! mi fai disperare, marmottina!...
PEPPINO.
_(bizzoso)_
Marmottina te.
PLACIDO.
Te lo do io adesso il pollo, se non dici giusto...
PEPPINO.
O m'hai detto te che c'è il pollo! E io lo mangio.
PLACIDO.
_(minacciandolo)_
Guarda, Peppino...
PEPPINO.
_(sempre più imbizzito)_
E io non la dico più!
PLACIDO.
Peppino!... Uff! ci vuol tutta la mia autorità!
PEPPINO.
No, no, più più... _(pestando i piedi)_
PLACIDO.
Aspetta me...
PEPPINO.
Più, più... _(fugge e il maestro lo rincorre, e correndo dà di petto
in Giacomo che entra, avendo una valigia a mano. Peppino che scappa gli
sgattajola fra le gambe)_
SCENA II.
ZIO GIACOMO _e_ PLACIDO.
GIACOMO.
_(entrando urtato dal maestro)_
Ehi là... adagio... di grazia...
PLACIDO.
Oh signore... scusi... Lei cerca?
GIACOMO.
Mio nipote... Riccardo Verneda... cerco.
PLACIDO.
_(ravvisandolo)_
Ah... ma allora lei... è il signor cavalier Giacomo!... Sicuro!...
Perdoni. Non l'avevo riconosciuto. Oh che fortuna rivederla... Signor
cavaliere... dia qua! dia qua! _(gli toglie premuroso la valigia e la
depone sopra un sedile)_ che fortuna!...
GIACOMO.
Ma... e lei... di grazia?...
PLACIDO.
Come? non mi riconosce?
GIACOMO.
Sì... mi pare... ma non saprei...
PLACIDO.
Eh già, dopo tanto tempo! _L'ala del tempo!_ dicevano gli antichi.
Non si ricorda del maestro segretario comunale di Corciago?... di
quella sera che lei capitò su in montagna... al villaggio... saran
sett'anni... all'osteria della Madonna della Neve...
GIACOMO.
Ah, sì, mi ricordo! To' to'! siete voi? Come fate ad esser qui?...
PLACIDO.
Vicende umane! vicende umane! signor cavaliere! La nuova legge
comunale è venuta... _(sospirando con gravità)_ ma il miglioramento dei
segretari non è venuto. Sono ancora poveri martiri dell'intelligenza,
in balia di sindaci ignoranti ed arroganti. La mia dignità di sacerdote
della scienza si ribellava a quello zotico di sindaco albergatore.
Abbiam rassegnato le nostre dimissioni al Consiglio... e, non faccio
per dire, il Consiglio comunale comprese l'alta gravità de' miei motivi
e mi fece una di quelle dimostrazioni...
GIACOMO.
Le ha accettate?
PLACIDO.
_(con energia)_
Alla unanimità.
GIACOMO.
I miei rallegramenti. _(gli stringe la mano)_
PLACIDO.
Allora mi ricordai del signor Riccardo, ch'era stato assai buono con me
in quei tre mesi e — in attesa di meglio — lui mi chiamò presso di sè a
fare da maestro al suo bambino...
GIACOMO.
Quell'angioletto che dianzi scappava è il figlio di Riccardo?...
PLACIDO.
Precisamente. Angioletto ella lo chiama! Se non ci fossi io a tenerlo
in riga! Fortuna che di me ha soggezione... Ma l'altro ieri mi ha
tirato una pedata... e se non era...
GIACOMO.
_(guardandolo sorridente)_
... che gli incutete soggezione...
PLACIDO.
... già... a momenti me ne tirava un'altra.
GIACOMO.
Meno male. E dite un po': la mamma del bambino?
PLACIDO.
La signora Ida... la seconda moglie... Già, lei sarà al fatto di tutto.
GIACOMO.
Cioè... sì e no. Sapevo di un secondo matrimonio... e niente più...
Sono sei anni che viaggio all'estero, e appena ieri sbarcato a Genova,
trovo la lettera di mio nipote che mi dà il ben tornato, annunziandomi
il suo soggiorno nella Riviera, e invitandomi alla festa sua...
PLACIDO.
Già... la festa della sua signora... Oggi è l'onomastico e compion sei
anni dal matrimonio. Si sono sposati compiuto l'anno dalla morte di
quella poveretta...
GIACOMO.
Povera Lea!... Com'è finita?
PLACIDO.
Eh, il suo Riccardo non l'ha potuta veder più, perchè, mórtale
appena la mamma, il duca padre, che da un pezzo meditava il castigo,
l'ha tenuta presso di sè come in carcere: e un bel dì, con l'aiuto
di alte influenze e di preti, l'ha fatta scomparire in un convento
all'estero... fin laggiù nella Spagna. Per quante ricerche e ricorsi
alle autorità, non s'è mai potuto saper dove, finchè, a troncare le
ricerche, un bel giorno dall'ambasciata pervenne al signor Riccardo un
certificato di morte...
GIACOMO.
Su cui si vede che ha pianto assai...
PLACIDO.
Però della morta se ne ricorda... Guardi qui. _(gli mostra il busto di
Lea fra due altri)_
GIACOMO.
_(appressandosi al busto)_
Ah! il busto di Lea!... _(lo guarda)_ Poveretta!... _(osservando
insieme anche i due busti vicini)_ Meno male, l'ha messa tra Vittoria
Colonna e Veronica Gambara; così, in compagnia delle donne illustri, la
poveretta non si può lamentare...
PLACIDO.
_(additandogli la corona appesa al busto)_
Ma, vede, ci ha messo anche la ghirlanda!... E ogni tanto ce la
rinnova. Anche gli antichi, come Lei sa benissimo... _«Amaranti
educavano e vïole...»_
GIACOMO.
_(prevenendogli in fretta il resto della citazione per impedirgli di
continuare)_
_«Su le funebri zolle.»_ Mi congratulo. _(guardando ancora il busto)_
Dormi, dormi laggiù, povera morta!... _(rivolto al maestro)_ E son sei
anni...
PLACIDO.
Dal matrimonio oggi in punto. Oggi la festa.
SCENA III.
DETTI _e_ RICCARDO.
RICCARDO.
_(sì è affacciato dal villino all'ultime parole e va ad abbracciar lo
zio)_
E la presenza di zio Giacomo renderà la festa più completa per la mia
signora e per me!... _(lo abbraccia)_ Caro zio! quanto tempo!... e
quante cose!
GIACOMO.
_(asciutto)_
Ah sì, molte.
RICCARDO.
E come la mia Ida sarà contenta! Ella ti conosce come un vecchio amico.
Ti ha sentito tanto da me nominare... Ora la vedrai...
GIACOMO.
Grazie.
RICCARDO.
E hai visto qui _(additandogli Placido)_ una antica conoscenza...
GIACOMO.
Nell'esercizio di funzioni nuove...
RICCARDO.
Che farà del mio Peppino...
PLACIDO.
_(inchinandosi con gravità)_
... un cittadino utile all'umanità, profondo nella interpretazione dei
poeti, docile coi maestri, pronto di mano, pronto di piedi... _(accenna
col gesto una pedata)_... fin troppo...
RICCARDO.
Basta, basta... Signor Placido, corra ad avvertire la signora che c'è
lo zio...
PLACIDO.
Ma subito... _(porta via la valigia di Giacomo e nell'andarsene ripete
fra sè a mezza bocca:)_ Sicuro, di piede fin troppo. _(entra nel
villino)_
SCENA IV.
RICCARDO _e_ GIACOMO
GIACOMO.
Lascia un po' che ti guardi...
RICCARDO.
Guardami pure. Che hai?
GIACOMO.
Eh, tutti i gusti son gusti. C'è chi, di mogli, ne ha troppo di una. A
te ce ne voglion due. Non meritavi di perdere la prima.
RICCARDO.
Ma tu vedi in me semplicemente... un essere felice!
GIACOMO.
Vedo, vedo! Peccato che tutti non possano dire così... E... _(gli
addita il busto di Lea)_ quella poverina?
RICCARDO.
_(con un sospiro)_
Morta!
GIACOMO.
_(osservandolo)_
Quando Boezio in carcere scrisse il trattato della _consolazione_, si
vede che non lo ha scritto per te. Fai presto tu a consolarti... e a
servirti delle mogli morte per uso di decorazione nei giardini delle
mogli vive!
RICCARDO.
Sei sempre ingiusto con me. Le seconde nozze sono anche un po' opera
tua.
GIACOMO.
Ma se ti dico che hai ragione! Di un po', e questa almeno la ami?
RICCARDO.
Alla follia...
GIACOMO.
Come l'altra. Si intende.
RICCARDO.
Sei ingiusto, ti ripeto. Ricordati ch'io non volevo lasciarla andare al
letto di sua madre...
GIACOMO.
E siccome era un delitto contro natura, te l'ho impedito... E se te ne
fosse rincresciuto, e te ne fosse rimasto il rimpianto, adesso non mi
faresti tanta cera...
RICCARDO.
Intanto così ella mi fu rubata...
GIACOMO.
Come tu l'avevi rubata prima...
RICCARDO.
E io quel giorno ho creduto di morirne... I pochi mesi vissuti con Lea
tra l'ansie della fuga e del nascondersi, che rendevano ora tristi ora
febbrili i nostri baci, eran passati su di me come un sogno fuor del
quale mi parea di non poter vivere... Girai otto mesi per cercarne le
traccie... Invocai i miei diritti, minacciai, ricorsi a magistrati, a
consolati, a legazioni... tutto fu inutile... Otto mesi la poveretta
irreperibile languì in un convento... e il console che mi trasmise il
suo atto di morte non potè darmi neppure una sua riga, neppure un suo
ricordo, una ciocca di capelli che mi recasse il suo ultimo addio!...
GIACOMO.
_(con flemma ironica)_
Allora abbiamo celebrate le esequie e dato sfogo alle lagrime. Quando
il vaso delle lagrime fu pieno, e non ce ne stava neppure una di più...
allora...
RICCARDO.
Oh, la provvidenza...
GIACOMO.
Ti mandò un angelo consolatore. Per questi regali non c'è che lei. Eri
nato per essere marito ad ogni costo.
RICCARDO.
Tu ridi. Ma è proprio così. Dopo un anno, di quel sogno antico di
voluttà e di dolore era rimasta una mestizia blanda in mezzo a cui
venne a posarsi l'imagine di Ida. Non fu il turbine violento improvviso
della prima volta... fu una dolce simpatia che a poco a poco mi vinse.
La mia prima avventura aveva interessato Ida a me: mi parlava spesso
della mia povera morta rapita: si impietosiva meco su lei. Così l'ombra
di Lea, invece di frapporsi come un funebre ostacolo, continuò a star
fra noi, affievolendosi, scolorandosi, smarrendo i contorni a poco a
poco, finchè un bel giorno m'accorsi che l'ombra non c'era più... ma
si era mano mano, insensibilmente tramutata nelle sembianze di Ida...
La felicità presente non l'avrò meritata — ma so che le mie nozze,
sono felici — e la verità del mio vivere è cominciata da qui. E poi...
hai visto? Ora non siamo più soltanto due sposini... due tortore che
tubano... non ci chiamiamo più soltanto l'_amore..._ ci chiamiamo — la
_famiglia_.
GIACOMO.
Ho visto.
RICCARDO.
N'è vero ch'è bello il mio Peppino?
GIACOMO.
Non gli insegnerai a rubar ragazze...
RICCARDO.
Cattivo! Ma vieni dunque a veder Ida... Poi avrai bisogno di cambiarti,
riposarti...
GIACOMO.
Eh, un sonnellino magari... ho perso la notte. E tutte le volte che
vedo un uomo felice, o mi vien sonno... o mi vien appetito.
RICCARDO.
_(ridendo)_
Ah, ah! _(entrano nel villino)_
SCENA V.
LEA _e un_ GIARDINIERE _(che poi esce)._
_(Lea entra dal fondo, pei viali, vestita a nero)_
GIARDINIERE.
_(accompagnando Lea)_
Di qui... signora. Ecco, quella è precisamente la palazzina del signor
Verneda.
LEA.
Grazie.
GIARDINIERE.
La signora desidera ch'io vada ad annunziarla?
LEA.
No, no, grazie, buon uomo. Non occorre. Attenderò, _(mentre il
Giardiniere s'avvia, come pentitasi, lo richiama)_ Cioè dite...
GIARDINIERE.
Che cosa?
LEA.
_(vorrebbe interrogarlo e si ripente)_
No, no, niente, andate pure.
GIARDINIERE.
_(guardandola nell'andarsene)_
Che originale!
LEA.
_(sola) (uscito il Giardiniere corre verso il villino chiamando)_
Riccardo!... _(si arresta di botto)_ Son pazza!... Dio mio! come il
cuor batte! par voglia scoppiarmi!... Egli è là, il mio Riccardo...
L'ho tanto sospirata quest'ora... perchè adesso ch'è giunta, ho
paura?... Sett'anni! Riccardo ed io eravamo poco più che fanciulli...
e l'oblio ricopre tanto presto gli assenti, come l'erba le fosse...
Se egli... _(si scuote, cacciando il pensiero)_ Ah, mai! il dramma che
ci unì non è di quelli che si dimenticano... Povera mamma mia! la tua
morte meritava la mia lunga espiazione... ma tu mi hai perdonato...
perchè io sono qui. _(si guarda intorno, vede il proprio busto,
s'avvicina, lo riconosce)_ Che vedo! son io! son io!... Dunque ei
mi ricorda! dunque mi aspetta!... _(cade in ginocchio)_ Grazie, o
mamma!... E anch'io t'ho aspettato, mio Riccardo! Come voglio tornar
bella per te!... amarti per tutto il tempo perduto!... _(si avvia
risolutamente verso il villino: a un tratto, ode dalla macchia a
sinistra la voce del bambino: si arresta, come fulminata, in ascolto)_
PEPPINO.
_(di dentro, dalla macchia)_
Non mi pigli...
PLACIDO.
_(di dentro, dalla macchia)_
Ah no? ti ci ho colto, birichino. Aspetta me.
PEPPINO.
E io scappo!...
PLACIDO.
Lo dirò alla mamma che rubi le arancie invece di dir la poesia...
PEPPINO.
E io non la voglio dire la tua poesia, perchè è brutta. E no, e no, e
no...
PLACIDO.
Ah, è brutta? Le perle ai porci.
PEPPINO.
Sì, sì, brutta, brutta!...
PLACIDO.
Te la darò io. Giù quell'arancia...
PEPPINO.
Io no... voglio giuocar alla palla!...
PLACIDO.
_(più minaccioso)_
Giù quell'arancia!...
PEPPINO.
E io te la tiro!...
PLACIDO.
_(colpito)_
Ahi!... birbante! il mio naso! ora me la paghi!... _(tutto questo
dialogo, nell'interno della macchia è seguito avidamente da Lea
immobile, come impietrata dal terrore)_
SCENA VI.
PLACIDO _e_ LEA, _poi_ PEPPINO.
PLACIDO.
_(sbucando dalla macchia sulla scena, in traccia del piccino, tenendosi
il fazzoletto al naso)_
Uff!... che serpentello! che serpentello ha da venire!... Ma che cosa
farà con quelli che non gli mettono soggezione! Ah, il mio naso! Ehi là
Giovanni... _(chiamando il giardiniere, s'allontana)_
PEPPINO.
_(uscito il pedagogo di scena, Peppino ancora celato dalla folta
macchia, entro cui si suppone arrampicatosi sopra un albero, lascia
cadere due o tre aranci sulla scena; poi sporge circospetto fuor della
macchia verde la testolina, per assicurarsi che il maestro non ci sia)_
Non c'è più.
LEA.
_(guardandolo atterrita)_
Cielo!...
PEPPINO.
_(vedendola e avanzandosi)_
Una signora!... _(le gira attorno con circospezione e curiosità
infantile, intanto che raccatta le arancie)_ Ne manca una...
_(s'avvicina adagino a Lea, guardando per terra, se essa l'avesse tra i
piedi: poi si risolve a dirigerle la parola)_ Tirati in là!...
LEA.
_(lo guarda sempre più fissa, immobile, con ispavento: poi fa uno
sforzo sopra sè stessa e dà una crollata di spalle)_
Ah! che pazza! m'ha fatto paura!... è il bimbo di qualche vicino! È
venuto di lì e la casa invece è da questa parte.
PEPPINO.
_(tirandola per la veste)_
Ma tirati in là. Ci hai sotto la mia arancia...
LEA.
_(non rassicurata dalle proprie parole, si lascia macchinalmente tirar
in là dal piccino che la tira per l'abito, seguitando a fissarlo con
espressione di sgomento — poi in un nuovo sforzo di rassicurare se
stessa e discacciare l'idea balenatagli, gli butta febbrilmente le
braccia al collo)_
Ma sì, piccino mio!... angiolo mio!... come sei bello!... come sei
bello!...
PEPPINO.
_(si lascia accarezzare e mangia uno spicchio di un'arancia)_
Non mi voleva lasciar mangiare le arancie quel brutto cattivo... _(a
Lea)_ Te... ne vuoi?... _(le offre uno spicchio)_
LEA.
_(continuando a carezzarlo, china su lui)_
No, no, grazie, amore. Tienle per te. Come ti chiami?...
PEPPINO.
Peppino... e te?... _(la voce di Ida dall'interno del villino chiama:
«Peppino! Peppino!»)_ La mamma chiama!...
LEA.
_(percossa dalla voce di Ida che le giunge dal villino)_
Cielo!... di là!... Ah! _(si alza atterrita, ributtando bruscamente
indietro Peppino e strappa dal busto ch'è lì presso la ghirlanda di
fiori che vi è appesa)._
PEPPINO.
Ah!... Cattiva anche te!... Perchè strappi i fiori?... Non son tuoi.
Son di papà... Lo dirò alla mamma!... _(chiamando)_ mamma... _(mentre
Ida dall'interno lo chiama ancora, il piccino correndo rientra nel
villino)._
LEA.
_(cogli occhi sbarrati, fissi verso la porta per cui Peppino è
scomparso, e segnando del dito la direzione, indietreggia come per
terrore, balbettando):_
Di là!... di là!... _(mentre ripete con voce di spavento questi
monosillabi, seguita a indietreggiare vacillando, poi si copre delle
mani, in atto di angoscia suprema, il volto, e scompare dentro la
macchia, nel punto che Ida di cui si ode la voce avvicinarsi, entra in
iscena)_
SCENA VII.
IDA, PEPPINO _(rientrando con la mamma)._
IDA.
_(a Peppino)_
Che facevi qui fuori? Che hai? _(vedendolo cercar intorno con
l'occhio)._
PEPPINO.
_(non vedendo più Lea)_
Tò — non c'è più.
IDA.
Più... Chi?
PEPPINO.
C'era qui una signora cattiva... che mi ha picchiato...
IDA.
Picchiato?... Che! che!... se vedo io chi picchia il mio Peppino!...
PEPPINO.
Sì, sì, era qui adesso. È scappata via...
IDA.
Com'era?
PEPPINO.
Come quella lì... _(addita il busto di Lea)_ E ci ha strappato i
fiori...
IDA.
_(vedendo la ghirlanda a terra)_
Che vedo!...
PEPPINO.
È stata lei! Quella cattiva! ma è scappata!...
IDA.
_(cogitabonda)_
(Che è ciò?...)
PEPPINO.
_(raccogliendo la ghirlanda da terra, la porge alla mamma da rimettere
attorno al busto)_
Mamma, ce la rimetti?
IDA.
_(con gesto brusco glie la toglie e la torna a buttar via)_
Lascia stare...
PEPPINO.
_(s'allontana guardando intorno)_
O dove è andata?... _(minacciando con le manine)_ se la trovo... se la
trovo... _(esce per il parco)._
SCENA VIII.
IDA _sola, poi_ RICCARDO.
_(Ida, repentinamente fatta triste e come assorta, guarda lungamente
l'immagine di Lea. Riccardo esce dalla villa, le si avvicina in punta
di piedi da dietro le spalle, le chiude gli occhi e la distoglie dalla
contemplazione con un bacio)_
RICCARDO.
Gelosa!
IDA.
_(volgendosi)_
Riccardo!... Ah! _(gli si butta vivamente al collo)_
RICCARDO.
Che guardavi?
IDA.
_(appesa al collo di lui)_
Niente.
RICCARDO.
Niente? Ti ho visto, _(con dolce rimprovero additandole la ghirlanda
per terra)_ E quei fiori strappati!... Gelosa di un'ombra!...
IDA.
Non li ho strappati io... li ha strappati qualcuno... Una donna che è
passata di qui...
RICCARDO.
Una donna?
IDA.
Peppino l'ha vista. Vuoi ridere? Diceva che somiglia a quella lì.
RICCARDO.
_(sorridendo)_
Perchè non dirmi addirittura che è di qui passato uno spirito?
Pazzerella!... e dai retta a quel folletto burlone...
IDA.
No, no... non è questo... Volevo dire...
RICCARDO.
Volevi dire che scegli male il giorno per essere di cattivo umore...
Sai che cosa mi diceva testè lo zio? Che ha compreso, vedendoti, come
fatta la follia di un matrimonio, si possa commettere la seconda. Sai
che gli hai fatto una grande impressione?!
IDA.
_(cercando rasserenarsi e sorridendo)_
Si vede! Non s'è fermato cinque minuti... e ha chiesto subito di
passare nella sua stanza...
RICCARDO.
Era stanco del viaggio... ed è un uomo alla buona, senza complimenti...
Ma lo sentirai oggi a tavola...
IDA.
Tuo zio l'ha conosciuta la tua prima moglie, Lea?...
RICCARDO.
Sì, che l'ha conosciuta. Ma e dalli con Lea! Lasciamo stare —
sopratutto oggi — i poveri morti — e non portiamo via loro i fiori...
_(fa per prendere la corona di fiori e rimetterla a posto. Ida gli
ferma il braccio)_
IDA.
No... lasciali...
RICCARDO.
_(sorpreso)_
Ida!...
IDA.
_(con insistenza mista di mestizia)_
Lasciali, te ne prego. Quei fiori, sai bene, io stessa ce li ho posti
insiem con te. Io stessa ho sempre trovato pio il tuo ricordo, come
impetrasse da quell'ombra perdono e benedizione al nostro amore. Ma
oggi non so... sono triste... Oggi quel ricordo mi pare che s'alzi
fra noi. _(trattenendogli ancora di nuovo il braccio)_ Te ne prego!...
Riccardo, mio Riccardo, ritornano i morti?
RICCARDO.
Ma sai che si direbbe che tu sia impazzita? Ed è proprio oggi, nella
festa del nostro amore, che ti passano pel capo di queste ubbie?...
IDA.
_(insistente, supplichevole, affettuosa)_
Chiamale ubbie! Ma sei tu che me l'hai messe in mente. Te ne ricordi?
RICCARDO.
Di che cosa?...
IDA.
_(appoggiando con affettuosa mestizia la testa sulla spalla di lui,
mormora a voce piana e lenta senza guardar Riccardo)_
«Un fior sovra un tumulo spiega...»
RICCARDO.
_(un gesto vivo gli sfugge, come per porle la mano alla bocca e
impedirle di proseguire)_
Ida!...
IDA.
_(vivamente)_
No, no, lasciami dire... Non è per rimproverarti... È perchè allora sei
stato sincero, che t'ho preso a voler bene. Mi sei apparso bello nel
dolore... Ma ciò che mi scrivesti è scritto qui. _(accenna il cuore)_
«Un fior sovra un tumulo spiega
La pompa dei vivi color:
Simile all'amor che ne lega,
Ei vive... lo splendido fior!
«Un triste mister dello stelo
Gli dona la ricca beltà....:
Ei mesce l'umore del cielo
Con quel che la fossa gli dà.
«S'intesson le tenui radici
Con trecce lunghissime d'or....:
L'amor che ne rende felici
Le stesse radici ha del fior.
«Ma a mezzo la notte, lorquando
Pia scorge la stella brillar,
Il fior la sua stella adorando
Da sotto si sente chiamar.
«— L'olezzo io t'ho dato e i colori,
O immemore, amante del ciel!... —
Ahi, getta fra i nostri due cori
Lo stesso lamento un avel.»
_(mentre Ida dice i versi, con voce lenta, dolce, mestissima, Riccardo
ha gli occhi fissi a terra. Ida terminati i versi china il capo e
piange)_
RICCARDO.
_(commosso, distogliendole le mani dagli occhi)_
Ida... Ida... perchè piangi?
IDA.
Perchè fui una egoista allora, lo sento. Quella immagine morta che
mi immolavi solleticava il mio orgoglio. Mi allettava trionfar d'una
memoria. Oggi quella memoria si vendica. Mi fa triste... come se dalla
tomba quella imagine minacciasse il nostro amore...
SCENA IX.
DETTI _e_ PEPPINO, _poi_ LEA.
PEPPINO.
_(rientrando dal parco)_
Mamma!...
RICCARDO.
_(chiamando senza scostarsi da Ida)_
Peppino! Vieni qui. _(Peppino accorre, Riccardo lo bacia, poi
presentandolo a Ida)_ E contro le minaccie della tomba questo angiolo
guardiano non ti basta?
IDA.
_(abbracciando convulsa Peppino e poi Riccardo)_
Oh l'angiolo mio! mio Riccardo!
RICCARDO.
_(additandole il busto di Lea)_
Domani non lo vedrai più. Lo faremo portar via... Sei contenta?
IDA.
Sì... Sì... _(sorridente fra le lagrime)_
PEPPINO.
_(baciando la mamma)_
Mammina mia, come sei bella!...
RICCARDO.
Le carezze di Peppino e i baci miei... dimmi ancora hai paura dei
morti? hai ancora paura?
IDA.
Mio Riccardo! _(gli butta le braccia al collo con trasporto d'amore)_
_(Lea affacciatasi da alcuni minuti al limitare della macchia, ha
seguito con ineffabile angoscia l'ultima parte del colloquio. Alle
ultime parole di Riccardo dà un grido acuto di dolore)_
LEA.
Ah! _(cade in ginocchio semisvenuta)_
IDA.
_(Ida e Riccardo si voltano al grido. Ida, al veder Lea, pur
senza riconoscerla, con espressione istantanea di spavento, copre
istintivamente della persona e delle mani il suo piccino, e additando
Lea a Riccardo, indietreggia balbettando a voce soffocata):_
Sì, sì... ho paura... ho paura...!
_(Quadro — Cala la tela)_
FINE DELL'ATTO SECONDO.
ATTO TERZO
Stanza in un appartamento del villino di Riccardo e Ida a secondo
piano. — In fondo porta d'ingresso e un balcone. — A sinistra prima
quinta, porta che mette alle stanze di Ida. — A destra porta che
mette alle stanze di Riccardo. — Nella stanza quadri e alcune tele
in corso di lavoro. — Una di esse senza cornice appesa alla parete,
è la tela della fuga d'Egitto già veduta nel primo atto. — Mobiglio
artistico, signorile.
SCENA PRIMA.
ZIO GIACOMO, _per un momento un_ DOMESTICO.
GIACOMO.
_(al Domestico entrando)_
La signora Ida?
DOMESTICO.