par che abbia la febbre...
GIACOMO.
Ditele che l'attendo. _(Domestico esce)_ Povera donna... cioè...,
povere donne tutt'e due! Ancora non saprei chi delle due sia più a
compiangere!... Oh che pasticcio! che pasticcio!... _(passeggiando
su e giù)_ Ecco il bel sugo dei colpi di testa della prima età!...
Si piglia per amore il primo riscaldo di sangue, che come viene se
ne va, e quando con la giovinezza arriva l'amor vero, ecco lo sterile
capriccetto di un'ora torna dal fondo del passato a devastarvi la vita
intera!...
SCENA II.
IDA _e_ ZIO GIACOMO.
IDA.
_(entrando da sinistra, dalle sue stanze, e correndo a lui affannosa)_
L'avete vista?...
GIACOMO.
L'ho vista.
IDA.
_(con accento febbrile concitato)_
Parlato?... _(Giacomo accenna di sì)_. E così?
GIACOMO.
Verrà qui. Vuol parlare con voi...
IDA.
_(c. s.)_
Che vi disse?...
GIACOMO.
Quel che una moglie può dire. Che un atto di morte non basta per
ammazzare chi è vivo e che la sua fede di matrimonio è in regola e che
la moglie deve seguire il marito.
IDA.
Ma e voi?...
GIACOMO.
Io... non so...; di questi pasticci non ne avevo veduti fin qui che in
teatro. Ma in atto pratico è un altro paio di maniche. Sapete il caso
di _Miss Multon e della Donna Pallida?_
IDA.
Perchè?
GIACOMO.
Sarebbe il vostro — a rovescio — ma ci vorrebbe per voi. _Miss Multon_
moglie colpevole del marito fido, e la _Donna Pallida_ moglie fida
del marito infedele — han tutte e due la cattiva idea di tornare dalla
tomba in momento incomodo. Però, sì, entrambe finiscono a pigliare il
mondo come viene e se ne tornano via in santa pace... Eh, se per gli
imbrogli della vita reale bastassero le ricette dei drammaturghi!...
IDA.
Ma voi dunque... anche voi...
GIACOMO.
Io son d'avviso che nella vita reale nè Miss Multon nè la Donna Pallida
avrebber rifatto la strada. Perchè tutt'e due quelle prime mogli avean
figliuoli. E prima che una madre rinunzi alla sua prole...
IDA.
_(vivissima)_
Ah, nevvero! Ma di prole costei non ne ha. Ma non è una madre che torna
dalla tomba. La madre son io. Il diritto materno è per me.
GIACOMO.
_(con flemma)_
Abbiamo anche degli esempi in contrario. Il conte Glauco, per esempio,
che ritorna dalle crociate, con un fior di sposa e il bambino annesso,
e trova la prima moglie, dal dolor dell'assenza, ancora viva. Il guaio
è che il codice l'han fatto dopo le crociate... e quindi regola le cose
alla moderna...
IDA.
_(impaziente)_
E dunque... e dunque?...
GIACOMO.
E dunque, qui bisogna trovare il modo di convincere Lea; altrimenti
(tant'è... meglio dir tutto...) altrimenti in linea legale, da qui non
s'esce che in questi modi:
_a)_ con un'azione di nullità da parte di Lea, e un processo di bigamia
da parte del Fisco... _(Ida fa un gesto di spavento che l'altro calma)_
processo seguito da piena assoluzione per causa di buona fede.
_b)_ con l'obbligo a Riccardo vostro marito — se Lea insiste —
di tenersi la prima moglie, e separarsi... _(con esitanza)_ dalla
seconda...
IDA.
_(con ispavento fra sè)_
Da me?!...
GIACOMO.
_(proseguendo titubante, senza guardarla)_
... la quale a tenor di legge, non è moglie, il matrimonio essendo
basato sulla erronea credenza di stato libero, e quindi _nullo_, art.
56, 104, 105.
_c)_ collo stigma di adulterini... ai figli delle seconde nozze, il
quale non si può togliere, essendo di questi vietata anche l'adozione.
Articolo 205.
IDA.
_(angosciata — piangente)_
Dio mio!... mio figlio!... povero angiolo mio!...
GIACOMO.
Su, su! Colle disperazioni non si rimedia nulla. Non si tratta di
disperarsi, ma di guardar le cose come stanno: e di convincere Lea,
colle buone, per pietà di quella creatura, a tornarsene per la via
ond'è venuta...
SCENA III.
DETTI _e_ LEA; _più tardi_ PEPPINO.
LEA.
_(affacciatasi all'ingresso, alle ultime parole avanzandosi)_
E chi oserebbe domandarglielo? _(a Giacomo)_ Voi no, non è vero?...
IDA.
Signora!...
LEA.
Perdonate, signora, se non mi sono fatta annunziare. Nella casa di mio
marito non mi è parso necessario...
IDA.
Ma io non so...
LEA.
Voi non sapete da che strada i morti ritornino fra i viventi. Felice
voi!... Ma che importa! Pur che tornino. Ah, c'è del freddo laggiù! Fa
così bene anche ai poveri morti tornare a riscalducciarsi quassù, sotto
il sole!
IDA.
Dio mio!...
LEA.
Signor Verneda, avete avvertito la signora delle mie intenzioni? I
fantasmi, lo so, sulla terra non han diritti; ma le mogli _vere_ si
dice che ne abbiano... se non vi rincrescesse lasciarci breve ora sole?
GIACOMO.
Come v'aggrada!... (Oh che imbroglio!) _(nell'andarsene s'avvicina
ad Ida e le parla sottovoce)_ Coraggio!... Parlatele colle buone!...
tornerò!... _(a Lea appressandosele)_ Siate pietosa! _(guardandole
entrambe con compassione)_ (Oh che imbroglio!) (_esce)_
SCENA IV.
LEA _ed_ IDA.
_(Ida si lascia cader sopra una sedia e sta angosciata, muta)_
LEA.
Dunque pare che io sia venuta in mal punto e che molte cose si siano
cambiate in casa mia _(gesto vivo di Ida)_ — di mio marito — dopo
la mia assenza dai vivi. Voi non ne avete colpa, lo so. Il destino
fu amaro ad entrambe. Ma più a me che a voi... Perchè nel cuore di
Riccardo voi siete la gioia viva dell'oggi, io l'ombra mesta di un
tempo che fu. Ma pesa, ma è triste anche all'ombre l'oblìo! Che colpa è
la loro se non sanno rassegnarvisi?...
IDA.
Dio! Ma da che inferno...
LEA.
Da che inferno sono uscita? Che v'importa di saperlo! Pur che uscita
ne sia. E poi, se l'inferno mi manda, i tormentati hanno diritto ad
un sollievo. Voi non li conoscete quei tormenti, beata voi!... Voi
lo ignorate che cosa sia piombar violentemente, nell'alba della vita,
dalle braccia di uno sposo amante al freddo giaciglio di un sepolcro di
vivi!... Vedersi a sedici anni, in un attimo, tutta la festa del vivere
mutata nel silenzio e nel buio!... Mi credettero, mi vollero morta; —
eppure là tra le fredde pareti di un chiostro, nelle notti lunghe di
pianto, un pensiero, uno solo mi confortava; queste lagrime ch'io verso
saranno le sue, queste notti saranno lunghe anche a lui!... Ei non
ristarà dal cercarmi, finch'ei non l'abbia trovata la sua Lea!... Egli
saprà trarmi di qui!... E quando la disperazione mi diè le forze della
fuga e la pietà d'altri m'aperse le porte non ischiuse da lui, per lui
solo mi riapparve bella la vita! Sperai, del riapparirgli visione cara,
inattesa, lungamente invocata, una gioia che superasse ogni delirio di
gioia umana! Vengo... e ritrovo... il mio posto preso da voi. Ebbene,
non è giusto. Per tutto quel ch'io soffersi, giuro a Dio che non è
giusto. Quel posto è mio. Lo riprendo. Ecco tutto.
IDA.
E il suo cuore siete ben certa di riprenderlo?...
LEA.
E voi così certa di poterne andare superba? Oh, lo so: egli vi deve
aver detto: Ci fu un'altra donna che amai, che ebbe il mio nome, che
mi sacrificò ogni cosa — perfino sua madre! — e alla quale giurai
amore sì fervido da credere che ogni facoltà umana di amare ne restasse
esaurita. Ebbene, no, per caso, n'è rimasta ancora qualche briciola,...
ve l'offro... e voi quella briciola l'avete raccattata, il vostro
orgoglio se n'è accontentato! _(con accento sprezzante)_
IDA.
Ah, è troppo!... _(si padroneggia e ripiglia con un sforzo di calma)_ E
se il suo discorso fosse stato diverso? Se egli fosse venuto a dirmi:
Ida, nella vita dell'uomo si ama una volta sola e raramente quella
volta è la prima. Nell'alba dei giorni, quando il cuore ignora le
battaglie del dubbio e del dolore, la baldanza dell'adolescente chiama
col nome d'amore il primo svegliarsi degl'istinti; si ama la prima
che s'incontra per via; è il primo amoruccio che ogni uomo ritrova ne'
suoi ricordi di scuola. Più tardi viene l'ora solenne che gli rivela la
compagna vera. È allora veramente la prima volta ch'egli ama, ch'egli
sa leggere nel libro eterno, ch'egli intende nell'amore tutto ciò che
è di alto e divino... S'egli m'avesse detto o fatto credere ciò, che
direste?...
LEA.
_(con calma cupa e sarcastica)_
Allora direi che la sventura sta su questo amore, perchè non ha fatto
i conti con le tombe. Direi che la vostra parte è già troppo bella,
perchè non ve ne dobbiate accontentare e lasciar qualche cosa anche
agli altri: perchè un amore così divino non appartiene alla terra, può
vivere anche fuori delle sue leggi e del rispetto degli umani. Direi:
te felice che la tua parte è migliore della mia: non lamentartene,
serba lassù in quella sfera celeste il posto che t'ha dato l'amore: io
serbo qui sulla terra il posto che il diritto mi dà.
IDA.
E siete ben sicura che lo sia... il diritto?...
LEA.
Se lo sono!
IDA.
Siete ben sicura che lo sia?! In un'ora di capriccio avete legato
alla vostra la vita di un giovane non ancora uomo: a quel capriccio
sagrificaste la famiglia, egli a voi sagrificò studii e amor proprio e
avvenire. La povertà che era il suo orgoglio, l'ingegno precoce ch'era
la sua ricchezza lo invitavano alle vie dell'onore, alle lotte superbe
dell'arte: per voi dimenticò sè stesso, quasi adattavasi a vivere della
vostra fortuna...
LEA.
Signora!...
IDA.
Ebbene, il destino non permise di compir l'opera. E perchè quel
capriccio non era la fiamma divina che sfida il tempo e gli uomini,
bastò che gli uomini vi soffiassero sopra, perchè a Riccardo nel cuore
non ne restasse più nulla. A me nel cuore di Riccardo... questo angiolo
resta! _(prende convulsa per mano Peppino entrato in quel mentre)_ È
lui il mio diritto, è la madre che santifica le nozze, è la madre!...
Voi, non madre, siete il sogno sterile, il nulla: io sono la famiglia,
ossia il tutto!... Ma ditelo ancora che il diritto siete voi!...
_(dette queste parole con impeto, ribacia febbrilmente il suo piccino)_
Peppino mio!...
PEPPINO.
O mamma, perchè piangi? È quella signora cattiva che ti fa piangere...
IDA.
No, no, stai zitto, mio angiolo! Nessuno _(guardando Lea)_ vuol far
male alla mamma. E di questo _(additandolo a Lea)_ che intendete di
farne? Perchè il vostro diritto è lo stigma del bastardo per lui. Che
male vi ha fatto questo essere? Chi avete da difendere contro di lui?
Perchè è lui che difendo, non me. Siete piombata come il fulmine sulla
mia vita — e sia pure. Avete per voi la legge, valetevene. Se dovrò
uscire da questa casa, ne uscirò. Ma badate a mio figlio, badate a
mio figlio!... perchè anche la leonessa protegge i suoi nati; così io
proteggo il mio e non conosco un diritto più alto sulla terra, dopo
quello di Dio!... _(entra Riccardo)_
SCENA V.
DETTI _e_ RICCARDO.
IDA.
_(proseguendo, a Riccardo che s'affaccia)_
Ma vieni, vieni, Riccardo!... Ma proteggi me, proteggi il sangue tuo
contro questo fantasma della tomba!... _(coprendo con moto convulso
della propria persona il bambino e quasi riparandosi seco dietro la
persona di Riccardo)_
LEA.
_(come per movere a lui)_
Riccardo!...
_(Riccardo rimane muto, visibilmente in preda a violenta lotta, gli
occhi a terra)_
PEPPINO.
_(aggrappandosi alla mamma)_
Mamma, mamma... non piangere!... _(a Lea)_ Signora cattiva, se
facessero piangere la mamma tua...
LEA.
_(arrestandosi come fulminata dalle parole ultime del piccino)_
Mia mamma!... mia povera mamma!... Morta per me!... _(cade in
ginocchio)_ Infatti era giusto... Ecco il castigo. _(si rialza e
va con passo risoluto al gruppo dei tre. Il piccino si schermisce
aggrappandosi intimorito alle vesti della mamma: ma Lea chinatosi per
baciarlo, gli parla dolcissimo)_ No, no, piccino, non aver paura. La
mamma tua non piangerà più. _(a Ida)_ Ringraziate questa creatura...
il vostro angiolo che ha vinto. Lasciatemi brevi istanti con lui.
_(additando Riccardo che si è abbandonato con angoscia sopra una sedia,
la testa nelle mani)_
IDA.
_(tra rassicurata e dubitosa interrogando alternamente dello sguardo
Riccardo e Lea)_
Ma...
LEA.
_(con voce triste ed amara)_
Non vi basta la vittoria? Anche gli istanti mi vorreste contare? Oggi
sono ancora io la legge, il diritto. Domani comanderete voi.
_(Riccardo è balzato in piedi guardando Ida: questa, fissandolo, gli
mostra il piccino che le si è avviticchiato alle vesti, e non cessando
di additarglielo esce lenta con lui: sulla soglia abbraccia il piccino
in uno scoppio di pianto)_
SCENA VI.
RICCARDO e LEA.
_(rimasti soli, Riccardo al lato opposto, violentemente commosso,
cupo, gli occhi a terra senza guardar Lea, questa dapprima dirigesi
lentamente al balcone, vi s'affaccia, guarda fuori, poi torna verso
Riccardo)_
LEA.
_(con accento calmo a Riccardo che muto immobile, le braccia conserte
tien gli occhi a terra)_
Avete udito vostra moglie?... Voi che ne dite?... _(Riccardo non
risponde)_ Nulla? Bene, dirò io. Io avevo torto. Ed è vostro figlio
che ha ragione. L'ho sentito nel suo pianto. È a me che tocca di
scomparire. Scomparirò... perchè dell'oblìo vostro non pesi sopra
quell'angiolo il castigo.
RICCARDO.
_(violentemente commosso)_
Oh Lea! voi siete generosa e grande — ma io, io non potrò mai
perdonarmi...
LEA.
Oh, non frasi, non frasi... Non è il momento. Voi vi perdonerete da
voi stesso e questo ed altro. Siamo tutti indulgenti verso noi. Quanto
al perdono mio, perchè dovrei negarvelo? Paghiamo entrambi l'errore di
esserci scambiati giuramenti nell'età che i giuramenti non tengono.
Ma dalla esistenza vostra dipendono altre. Io sono libera. Riparar
l'errore tocca a me.
RICCARDO.
Così me lo dite? E niente... niente altro a dirmi avete?... Che sarà di
voi?...
LEA.
Oh, non cerchiamo di intenerirci e lasciamo da banda, ve ne prego, i
falsi scrupoli! Guardate: quando venni qui, ho creduto, ho sognato
che il ritorno del passato fosse possibile; tanto avevo sofferto,
aspettando di vederlo tornare!... Ora l'illusione è svanita. Perchè il
mio amore era fatto tutto quanto di fede nel vostro: questa fede mi
rendeva bello il soffrire, mi consolava le notti di sogni, mi faceva
amare il mio dolore. La mia mente vi immaginava infelice, trascinante
per il mondo, nel chiuso dell'anima, la religione di un'ora d'ebrezza,
la fede cavalleresca a una memoria, a una imagine, a un nome. Invece...
vi ritrovo felice ed amato, in un mondo di affetti del quale io non
sono più. Che resta? Da un lato una vuota formula di cose morte,
dall'altro il diritto di un essere che s'affaccia alla vita. È giusto
che l'ombra ceda il posto al mattino. Addio.
RICCARDO.
No, voi non dovete, non potete così partirvene... se è vero che avete
perdonato. Non cerco scuse... no... Nella lotta orrenda di questo
giorno sento un castigo che meritai, ma mi sento migliore di quel
che volle il destino. Mio figlio, quell'angiolo, dianzi nel pianto si
lagnava di voi e ogni suo ingiusto lamento era una fitta per me. La
vostra partenza in questa forma, mi aggiungerebbe rimorso a rimorso.
Io non vedo nel cuor vostro le vostre intenzioni: ma vedo qui un
sacrificio che mi fa paura. Dove contate di andare?...
LEA.
_(cupa)_
Non so.
RICCARDO.
Che contate di fare?
LEA.
Non so. Non vi date pena. Non pretenderete che il vincolo che non fu
catena per voi, poichè io ve ne sciolgo, resti catena per me. Muterò
nome... andrò lontano... _(Lea parla come fra sè, con sorriso amaro, a
voce lenta, rotta, che ha in fondo le lagrime)_ Sono giovane ancora...;
alla mia età la vita deve avere ancora sorrisi e carezze — ne conobbi
sì poche! anch'io ho diritto alla mia parte!... _(come cessando il
monologo, si volge vivamente a Riccardo)_ Guardatemi! Oh, non sono
più la ragazza da collegio, il fantoccio roseo di un tempo. Sono donna
e bella... se fossi stata così quando ci sposammo, oh non mi avreste
così presto dimenticata! Se fossi stata così, non li avreste obliati i
baci di Lea! come di ferro rovente vi avrebbero bruciato le carni... e
un altro pegno ci avrebbe riuniti... e allora anch'io, anch'io avrei
difeso i miei nati... nel mio nido!... nel mio nido!... _(le ultime
parole muojono in un singulto di pianto)_
RICCARDO.
_(violentemente commosso)_
Lea!... Lea!...
LEA.
_(cercando ricomporsi e sorridere)_
Oh, lasciatemi dargli un ultimo sguardo... al vostro nido!... _(guarda
intorno per la stanza)_ Come si deve amar quietamente, dolcemente,
qui dentro!... meglio che non là fra le ansie e i rimorsi, nella
osteria del villaggio!... Ve ne rammentate?... _(con subito mutamento
d'inflessione)_ Te ne rammenti, Riccardo?... Ah!... _(il di lei
sguardo cade sulla tela appesa alla parete: vi si accosta e la
addita a Riccardo)_ E questa qui ancora la lasci? La fuga in Egitto!
_(mestissima)_ La nostra!... _(esamina da presso la tela proseguendo
con sorriso amaro)_ Perchè non l'hai finito?... Confessa che non t'è
bastato l'animo...
RICCARDO.
No... mi faceva troppo male...
LEA.
Lo vedi che i ricordi di certi giorni non muoiono mai interi!... E le
sembianze della Madonna... da chi le hai copiate, te lo rammenti?...
_(guardando la tela)_ Come era giovane allora la tua Madonna!... Però
adesso i capelli... ce li ho più lunghi di quelli lì... più belli e
più lunghi!... _(sempre contemplando il quadro si viene snodando la
capigliatura che le ricade sciolta, in massa foltissima e bionda,
fin quasi ai piedi, poi si volge a Riccardo)_ La tua Ida così non ce
li ha!... _(indietreggiando verso il balcone guarda fisso con occhi
ardenti Riccardo che a sua volta la guarda e par sotto il fascino
di quella trasformazione di bellezza)_ Che mi guardi?... Perchè mi
guardi?...
RICCARDO.
_(a poco a poco sotto il fascino dello sguardo di Lea le si è venuto
accostando, e piegando un ginocchio le dice con accento soffocato,
supplichevole, affettuosissimo)_
Lea!... perdonami!...
LEA.
_(chinandosi su lui e prendendogli la testa nelle mani, gli susurra
all'orecchio con accento rapido a fior di labbro)_
Mi ami ancora?... Mi ami?...
RICCARDO.
Sì.
LEA.
_(c. s.)_
Verresti meco?
RICCARDO.
Sì.
LEA.
_(che già si ritrova a due passi dal balcone, al sì di Riccardo
ritirando ratta le mani dalla testa di lui, si drizza della persona ed
esclama con accento vibratissimo)_
Ah! era ciò che volevo!... _(Riccardo la guarda sorpreso: ella
soggiunge con sentimento profondo e voce dolcissima, quasi parlando
fra sè)_ Ora sì che l'andarsene è bello!... _(si volge a Riccardo che
ansioso cogli occhi la interroga, gli pone affettuosa una mano sulla
spalla e con accento dolce soggiunge)_ No... no... Vivi a tuo figlio...
_(Riccardo volge altrove la testa e si cela la faccia nelle mani per
nascondere il pianto. Lea si è appoggiata affettuosa sulla spalla di
lui standogli dietro, a un passo dal balcone)_... il passato sta bene
nella tomba... ebbe torto ad uscirne...
SCENA ULTIMA.
DETTI, IDA _e_ PEPPINO.
_(Ida col piccino si è affacciata dall'uscio, guardando ansiosa
Riccardo e Lea; al comparire del piccino e di Ida, Lea getta alla
rivale un'occhiata, si stacca rapidissima da Riccardo, e rivolta verso
Ida termina la frase)_...
... e ci ritorna!...
_(in un lampo si getta dal balcone, ancor prima che Ida, che ha visto
l'atto disperato e getta un grido di terrore e d'angoscia, abbia potuto
accorrere a lei. Risponde al suo un grido di Riccardo che si precipita
verso il balcone, mentre Ida cade in ginocchio presso il suo bambino, e
se lo stringe atterrita, convulsa nelle braccia)._
_(Cala la tela)_
FINE.
NOTE:
[1] Eugenio Lombardi, il benemerito dirigente del _Teatro Manzoni_ di
Milano.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.