Grazie. Un'altra volta. Staran molto a tornare?...

GALLERIA TEATRALE

TEATRO

DI

FELICE CAVALLOTTI

VOL. IX.

LEA.

LEA

DRAMMA

IN TRE ATTI IN PROSA

CON UN PROLOGO IN VERSI

DI

FELICE CAVALLOTTI

MILANO

Presso CARLO BARBINI Editore

_Via Chiaravalle Num. 9_

1890.

È assolutamente proibito a qualsiasi Compagnia di rappresentare questo

dramma, senza il consenso per iscritto dell'autore.

Tutti i diritti riservati.

_Legge 25 giugno 1865, N. 2337 e 18 agosto 1865, N. 2652; decreto 10

agosto 1875, N. 2680._

Questa produzione, per quanto riguarda la stampa, è posta sotto la

salvaguardia del testo unico della legge 6 ottobre 1882 N. 1012, sui

diritti d'autore, qual proprietà dell'Editore

Carlo Barbini.

Milano, 1890 — Tip. Wilmant di G. Bonelli e C.

PERSONAGGI DEL PROLOGO

FULVIO, poeta di libretti e sciarade.

BARDI, attor comico.

1.º AUTORE.

2.º »

AUTORE della _Lea_.

AVVENTORE.

CAMERIERE.

PADRONE.

(Avventori che non parlano).

La scena si suppone nel Caffè del _Teatro Manzoni_ in Milano.

PROLOGO

All'alzar della tela entra FULVIO. L'attor comico BARDI è già

seduto per far colazione ed ha in mano un giornale. Un terzo

avventore è immerso nella lettura di giornali e si alza ogni tanto

a razzolare tutti i fogli che trova sui tavoli.

BARDI.

_(a Fulvio che entra)_

Ciao Fulvio...

FULVIO.

_(va alla casella delle lettere, non trovando nulla, ne chiede al

Cameriere)_

Per me lettere?

CAMERIERE.

Nessuna.

FULVIO.

_(al Cameriere che lo interroga tacitamente sull'ordinazione)_

_Il Trovatore._

CAMERIERE.

E... d'altro?

FULVIO.

Un bicchier d'acqua.

_(va a sedersi, legge, cava delle carte e scrive)_

CAMERIERE.

(Che perla d'avventore!)

BARDI.

_(dal suo tavolino, al Cameriere)_

Neh! questa carne è legno. Qui ci si rompe il dente.

CAMERIERE.

O se il signor Lombardi[1] l'ha trovata eccellente!

BARDI.

Vuol dir che il sor Lombardi avrà i denti migliori

Dei miei. Già, dover sempre trattar con certi autori...

Neh, Fulvio, senti un po' se questa è carne...

FULVIO.

_(si leva dal suo posto, va da Bardi, e prende sul suo piatto per

assaggio un boccone grosso)_

Oh Dio!

_(mangiando a bocca piena)_

Ma questa è pietra calcare!

BARDI.

N'è ver? lo credo anch'io...

FULVIO.

_(al Cameriere)_

Cameriere, non vedi?

_(prende sul piatto di Bardi e assaggia un altro boccone grosso)_

Fa sangue!

CAMERIERE.

Vedo, vedo!

Che lei è un sanguinario!...

FULVIO.

E poi... aspetta...

_(taglia un altro boccone e lo mangia)_

... io credo

Che sia roba d'ier l'altro...

_(assaggia un quarto boccone)_

Sicuro! è lo stufato

D'ier l'altro!...

_(a Bardi)_

Non mangiarlo.

_(Fulvio non ha lasciato quasi più nulla sul piatto. Bardi lo guarda un

po' sconcertato. Fulvio se ne va, per tornare al suo posto, poi torna

indietro e si versa da bere, nel bicchiere di Bardi, dalla bottiglia di

lui)_

Scusami, m'hai guastato

La bocca.

_(beve e se ne va ripetendogli)_

Non mangiarlo.

_(torna al suo posto forbendosi la bocca)_

BARDI.

_(con rassegnazione al Cameriere)_

Porta dell'altro e fa

Presto, che ci ho la prova.

FULVIO.

E dunque come va

Con la _Lea_?

BARDI.

S'è provata fin qui tre volte appena...

Ma sabato al più tardi andrà, credo, in iscena.

FULVIO.

_(al Cameriere)_

Ehi, dammi un cappuccino... e il numero passato dell'_Arte_.

_(Cameriere la cerca e la vede in mano a Bardi)_

CAMERIERE.

L'è in lettura.

FULVIO.

_(si alza e va da Bardi)_

Scusami, hai terminato?

BARDI.

Cioè...

FULVIO.

_(senza lasciarlo finire, glie la leva di mano e torna al suo posto.

L'altro rimane male)_

Grazie.

_(sorseggiando il cappuccino)_

BARDI.

_(lo guarda sconcertato)_

Bel tipo!

FULVIO.

Camerier!

_(Cameriere accorre)_

Ma qui c'è

Troppo latte. Ci aggiungi un sorso di caffè.

_(Cameriere eseguisce con gesti d'impazienza)_

FULVIO.

E dunque, dimmi un poco, della _Lea_ come sei

Contento? Che pronostichi?

BARDI.

Eh, proprio non saprei...

Alla lettura, ai comici piaciuta è immensamente.

FULVIO.

_(sorseggiandosi il cappuccino)_

Allora è un fiasco in regola.

BARDI.

E infatti, veramente,

Critici che l'han letta dicono che in coscienza

L'è una tale scempiaggine da perder la pazienza;

E che sul palcoscenico voleranno le mele...

FULVIO.

Oh, oh! dunque è probabile che vada a gonfie vele.

_(Alcune figure mute — fattorino del telegrafo — venditore ambulante

di zolfanelli, di cravatte — entrano nel caffè e vanno il fattorino al

banco a portar dispacci, il merciaio a offrir la roba agli avventori:

il Cameriere lo manda via)_

_(Fulvio dal suo posto, al Cameriere)_

Ehi là, lo fai apposta? Ora è tutto caffè...

Mettici un po' di latte...

_(gesto d'impazienza del Cameriere)_

Il _Secolo_?

CAMERIERE.

_(impazientito)_

Non c'è.

FULVIO.

_(addita un terzo avventore)_

Se ce l'ha quel signore!

CAMERIERE.

Vede ben ch'è impedito.

FULVIO.

_(va all'avventore)_

La scusi, con suo comodo, quando lei ha finito...

_(l'altro sentendosi parlare interrompe la lettura, per rispondere,

Fulvio ne approfitta per levargli gentilmente e prestamente il foglio

di mano)_

Grazie.

AVVENTORE.

_(Stupefatto)_

Perdoni, io stavo leggendo...

FULVIO.

_(ritornando col giornale al suo posto)_

Oh non fa niente.

Grazie. Leggo da me.

AVVENTORE.

Ti pigli un accidente!

_(entrano dall'ingresso interno, che dà alla sala da bigliardo, due

giovani autori, discorrendo e gesticolando tra di loro vivamente)_

1.º AUTORE.

_(con uno scartafaccio aperto in mano, mentre confabula con l'altro)_

Credi quell'uomo è meglio levarcelo d'attorno.

Dammi retta, ammazziamolo.

_(si volge, nel dir questa parola, al Cameriere che la crede a sè

diretta)_

CAMERIERE.

_(spaurito)_

Eh?

1.º AUTORE.

_(al Cameriere)_

Due cognac.

_(agli altri presenti)_

Buon giorno!

2.º AUTORE.

Bene, ammazzalo tu.

1.º AUTORE.

Non mi sento.

2.º AUTORE.

Perchè?

1.º AUTORE.

Quegli altri due assassinj gli hai già lasciati a me...

Se devo fare io tutto... tutto io...

FULVIO.

_(interloquendo dal suo posto)_

Tanto più quando

In galera ci è posto per tutti e due.

1.º AUTORE.

_(non avendo ben inteso)_

Che?... quando?

Cosa?

FULVIO.

Dicevo, quando accoppati se n'è

Già un paio, è più economico spedirne almeno tre.

_(fa cenno al Cameriere di portare tre bicchierini invece di due)_

1.º AUTORE.

La finisci?

FULVIO.

Ho finito.

1.º AUTORE.

_(al Cameriere che ha portato tre bicchierini)_

Perchè tre bicchierini?

FULVIO.

_(alzandosi e prendendone uno)_

È il mio. Grazie. Ehi bottega!

_(accenna al Cameriere i due Autori)_

Pagano i due assassini.

1.º AUTORE.

Cioè...

FULVIO.

Zitti. È qui Bardi, che ci ha da dir sincera

La sua intorno alla Lea.

_(gesti vivissimi di attenzione dei due)_

BARDI.

Che ho a dir? dopo ieri sera

Non giuro più di niente. Quando una porcheria

Di quella fatta il pubblico ti manda in frenesia...

C'è da perder la testa...

1.º AUTORE.

Sfido! con quel po' po'

Di _claque_! Saranno stati, _paganti_, sì e no

Duecento...

2.º AUTORE.

Ed aver faccia tosta la Direzione

Di affiggere: _esauriti i palchi e le poltrone!_

1.º AUTORE.

Però del resto hai visto staman la _Lombardia_

Come ben te lo concia?!

2.º AUTORE.

_(vivamente)_

Ah proprio?

1.º AUTORE.

In fede mia,

Quello sì ch'è un articolo! Te lo stronca il lavoro

In un modo! in un modo!... Leggilo. Val tant'oro.

2.º AUTORE.

Questo però non toglie che ci sarà una piena

Questa sera... vedrai...

1.º AUTORE.

Che vuoi farci? La scena

L'hanno ancora in man loro, queste mummie impagliate

Di rètori e romantici, fin quando avrem spazzate

D'Augìa le stalle e l'arte dalle loro imposture,

Del Ver noi campion giovani, con la face e la scure.

2.º AUTORE.

E dire che, se invece d'arte moderna e vera,

Noi due pur fatto avessimo un dramma di maniera,

Al posto della diagnosi del novo io femminino

Stemprando azzurro e zucchero, come questo cretino,

Vedevi che successo di repliche entusiaste...

E invece...

_(sospira)_

FULVIO.

_(interloquendo dal proprio posto, mentre legge)_

Invece furono tórsoli e mele guaste.

1.º AUTORE.

_(volgendosi indispettito)_

Almen noi non si ruba! E le commedie mie,

_(il collega gli fa un gesto di rimostranza, ed egli corregge il mie)_

Le tue, nostre...

FULVIO.

Son vostre, sebben sian porcherie.

2.º AUTORE.

Crepa.

1.º AUTORE.

Lascialo dire.

_(pigliando a parte, sotto braccio, il compagno, gli dice sotto voce

con aria di mistero)_

Somarelli ha trovato

Un libro da cui tutto il dramma fu rubato

Di peso, tale quale...

2.º AUTORE.

_(vivissimo gongolante)_

Davver? L'hai letto?

1.º AUTORE.

No,

Ma doman Somarelli mel porta e te lo dò.

2.º AUTORE.

Bisogna pubblicarlo... Proprio, dici... tal quale?

1.º AUTORE.

Se ti dico... due gocciole!... Il terz'atto, il finale

I dialoghi...

2.º AUTORE.

_(fregandosi le mani)_

Oh bellezza!

1.º AUTORE.

Zitto, c'è qui l'Autore.

_(L'Autore della Lea entra dall'ingresso che dà sulla via)_

2.º AUTORE.

_(guardandolo di traverso)_

(Plagiario!)

AUTORE.

Buon dì a tutti.

1.º e 2.º AUTORE, BARDI.

Gloria al trionfatore!

1.º AUTORE.

_(solenne e commosso va ad abbracciarlo, come se la commozione gli

togliesse la parola)_

Si parlava di te. Già non ti dico niente...

2.º AUTORE.

_(stessa mimica)_

Nemmen io. Bevi e tocca! Corpo d'un accidente!

Si chiamano, eh, successi!...

AUTORE.

Non mi lagno.

1.º AUTORE.

Davvero?

2.º AUTORE.

_(offrendogli un bicchierino)_

Mi devi un par di guanti. Tocca!

AUTORE.

Grazie! Sincero

Dimmi: che te ne par?

1.º AUTORE.

Non dico niente. Sei

Tu e basta. Solamente... io forse ne farei

Quattro atti e non tre soli...

AUTORE.

Eh?

1.º AUTORE.

Già. L'azion mi pare

Troppo stretta. A poterla in quattro sviluppare...

AUTORE.

Vedrò.

2.º AUTORE.

_(pigliandolo sotto braccio e tirandolo da parte)_

Scusa: permetti un sol parere a me?

Io già in due atti soli vorrei ridurre i tre.

Serberei la gran scena del duel — quella è arte! —

E taglierei di pianta la scena delle carte.

AUTORE.

Se al pubblico è piaciuta!

2.º AUTORE.

Piaciuta qui... ma aspetta

Che la diano a Torino... e poi mi darai retta.

AUTORE.

_(volgendosi all'altro dei due autorelli)_

Senti Oreste!... Merlini qui dice che la scena

Delle carte...

1.º AUTORE.

È stupenda, sicuro. Però qui, da fratello,

Io taglierei di pianta la scena del duello.

AUTORE.

(Eccomi orizzontato!) Grazie!...

_(cambiando discorso)_

Ed a che ne siamo

Della commedia vostra?

1.º AUTORE.

Merlini ed io ci stiamo

Dividendo il lavoro. Andiam nelle idee d'arte

Tanto d'accordo...

AUTORE.

Vedo!

1.º AUTORE.

Che ognun fa la sua parte

Quasi senza bisogno dell'altro. Scusa sai...

_(lo lascia per volgersi al suo compagno)_

Finiam la divisione...

AUTORE.

Oh fa pure! fai! fai!

Ohe, là, Bardi! E la prova?

BARDI.

Manca men di mezz'ora.

AUTORE.

Bravo, per quei due tagli, possiam combinar ora.

_(L'autore va a sedersi al tavolino di Bardi, estrae il copione e tra

di loro due vi riscontrano e segnano a matita i tagli)_

1.º AUTORE.

_(nel lato opposto della scena seguendo a confabular col suo compagno,

sulle mosse entrambi per andarsene)_

Sicchè dunque io m'incarico... dei caratteri...

2.º AUTORE.

Bene!

1.º AUTORE.

Dell'intreccio?...

2.º AUTORE.

Benissimo...

1.º AUTORE.

Del taglio delle scene?...

2.º AUTORE.

Perfettamente...

1.º AUTORE.

_(un po' sorpreso guardandolo)_

E... d'altro?

2.º AUTORE.

... Del dialogo se vuoi...

È un lavor materiale per me seccante...

1.º AUTORE.

E poi?

2.º AUTORE.

Quanto ai finali d'atto, sai che ho fiducia in te...

1.º AUTORE.

_(sconcertato)_

O allora?

2.º AUTORE.

... Tutto il resto lo lasci fare a me.

_(esce precedendo il compagno)_

1.º AUTORE.

Ma come?...

_(va dietro al compagno)_

FULVIO.

_(fermandolo)_

Ma è giustissimo! mi pare un patto onesto.

Tu intreccio, scene, dialoghi, finali — e lui fa il resto.

1.º AUTORE.

Ma io...

FULVIO.

Ma tu stai zitto. E prima che tu vada,

Se prometti esser savio ti conto una sciarada.

1.º AUTORE.

Ah! ah! le tue sciarade...

FULVIO.

Stai zitto. Ce ne' ho qui

Una che non la sciogli nemmanco in cento dì.

Io Sulamita, dei canti sposa,

Vo' dei capelli _primi_ orgogliosa:

Io son la _fine_: la _fine_ è il nulla:

Io sono il _tutto_ sin da la culla.

Chi la indovina è bravo!...

1.º AUTORE.

E s'io te la indovino?

FULVIO.

Scommettiamo.

1.º AUTORE.

Eh?

FULVIO.

Da bere — giusto ho sete.

1.º AUTORE.

Adagino.

La Sulamita biondi capei dovrebbe avere

... Il _primo_ è _biondi_.

FULVIO.

_(trionfante)_

Bestia! hai perso.

_(al Cameriere)_

Ehi là! da bere.

1.º AUTORE.

_(si batte la fronte correggendosi)_

— Ah! il primo è _fulvi_... e il nulla..., la _fine_, è un _o_

che è zero...

_Io_ il _tutto_ — tu sei Fulvio... eh già: Fulvio è l'intero.

Ah, ah!

_(tutti canzonan Fulvio)_

Ci siam?

FULVIO.

_(sospirando)_

Da bere.

_(al Cameriere)_

_Chartreuse_ di quella verde...

1.º AUTORE.

Che tu...

FULVIO.

_(terminandogli rapidamente la frase)_

Che tu mi paghi... Scusa, chi vince perde.

Grazie! alla tua salute.

_(beve)_

Come presto l'hai sciolta!

_(assaporando la Chartreuse)_

Se vuoi scioglierne un'altra...

1.º AUTORE.

_(vivissimo)_

No, grazie, un'altra volta.

_(scappa via)_

_(Tra il dialogo dei due autori, e il successivo fra Bardi e l'autor

della _Lea_, intercede qui una piccola scena muta. Una figurina

elegante di donna, apparentemente una qualche attrice, guarda dietro

i vetri della porta d'ingresso; il Cameriere corre a lei, parla

seco, rientra sorridendo con malizia e va a riporre nel casellario

vicino al banco una lettera consegnatagli; l'altro avventore ch'era

in bottega si alza, s'accosta al Cameriere e con gesti gli domanda

chi è quell'attrice; saputolo, le corre dietro. Il padrone del caffè,

stando al suo banco, vede che l'avventore è corso via senza pagare,

ne fa cenno al Cameriere che corre al vassojo dell'avventore, verifica

infatti che non c'è il danaro e corre all'avventore dietro. Ritorna di

lì a un momento mortificato, con gesto espressivo accennando al padrone

che non lo ha potuto raggiungere e soggiunge)_

CAMERIERE.

_(al padrone)_

Noti trenta!

PADRONE.

_(dal banco prendendo il mastro e annotando con dispetto)_

Notare sempre... pagare mai!

_(fra sè scrivendo nel mastro)_

Trenta... e dieci di coda... quaranta! Imparerai!

_(chiude il mastro dispettosamente, e va via per l'ingresso interno che

mette al bigliardo)_

AUTORE.

_(a Bardi nel correggere assieme il manoscritto)_

Così ti par che vada?

BARDI.

Sì, sì... mi par... Però

S'intende, questa parte, ricordati, io la fo...

Per favore a te solo... Queste parti, noi, vedi,

Le chiamiam con un nome... lasciamo lì... ma credi

Che se non eri tu...

AUTORE.

Ti ringrazio.

BARDI.

Vuol dire

Che vedrai nei giornali di farlo ben capire...

Non ch'io ci tenga... Ma...

AUTORE.

Sta tranquillo.

BARDI.

_(consulta l'orologio)_

Ora vo

Alla prova...

_(s'avvia)_

AUTORE.

Anch'io vengo.

FULVIO.

_(che stava leggendo o scrivendo, a questo punto si alza e ferma

l'autore che sta per uscire)_

C'è tempo. Aspetta un po'.

Quando va questa nuova?

AUTORE.

Va sabato — speriamo.

FULVIO.

E nemmeno a me proprio ne vuoi dir nulla? Andiamo!

Via!

AUTORE.

Ma lasciami.

FULVIO.

Il tema almen. Di me

Ti puoi fidare. Dopo dirotti anche il perchè.

AUTORE.

_(impazientito)_

Uff! La mia _Nicarete_ l'hai vista sulle scene?

FULVIO.

Già. Quella ch'era moglie a due mariti.

AUTORE.

Ebbene

Tu della greca tunica i personaggi spogli,

E avrai or, viceversa, marito con due mogli.

Sei contento?

FULVIO.

_(passandosi la mano sul mento e riempiendo la pipa)_

Eh, mi sembra, scusa se mal m'appiglio,

Che il tema abbia la barba lunghetta un mezzo miglio.

La va, capisco al modo di svolgerlo... e poi se

Il tema è vero...

AUTORE.

È storico...

FULVIO.

_(incredulo)_

Storico?

AUTORE.

Eh, altro che.

Ti basti che nei fogli fu raccontato un fatto

Preciso tale quale lo narro al second'atto.

FULVIO.

Ne dicon tante i fogli! E poi non è ammissibile

Che un fatto, perchè vero, debba anche esser possibile.

Esempio: io illustro l'arte: l'arte mi rende zero:

È un fatto non possibile...

_(sospirando)_

eppur giuro che è vero.

E vuoi...

AUTORE.

Voglio, sian temi moderni o in veste achea,

Cavarmi sempre il gusto di svolger la mia idea.

FULVIO.

Che idea?

AUTORE.

La mia idea fissa, ch'è il mio chiodo qui in testa...

FULVIO.

(Oh anch'io... per chiodi...) E in grazia che idea sarebbe?

AUTORE.

Questa:

Le leggi di natura eterne, immote, arcane

Han dritto a precedenza sovra le leggi umane:

Queste sbagliano, mutano, o di capricci gioco,

O di violenti, o furbi, o deboli, o dappoco:

Variano con le foggie de le mutanti età,

Cogli eventi, coi gusti: e il fio la società

Dei loro sbagli sconta con lagrime e con guai...

Le leggi che natura pose non sbaglian mai.

Contro di _lei_ diritti veri non sono: ell'è

Il diritto supremo: di savii e papi, e re,

Statuti, e dogmi, e codici, ella corregge o cassa:

Se leggi a lei si oppongono... straccia le leggi e passa.

Dice la Chiesa al giovine: — Tua sposa, ecco, son io,

Affetti e corpo donami, meco t'unisci in Dio:

A me dei verdi aprili dona il fior verginale.

Tutto il resto è menzogna, è peccato mortale. —

La natura risponde: — Ma che! frottole! Io sola,

Della tua vita, o giovane, so la vera parola:

Vuoi lotte? ecco qui il campo. Vuoi luce? ecco là il _vero_.

Qui cadder veri mártiri: lassù splende il pensiero.

Or per le lotte attingi vigore: ecco la tazza:

La sposa che ti occorre gli è un pezzo di ragazza! —

Sta il poeta a sentire: l'estro soffia nei mantici,

Ed ecco allora scrive... il _Cantico dei Cantici_.

Dice la legge: — In terra tocca a chi tocca. Gli uni

Sudino e gli altri godano: quel mangi e quel digiuni:

Il _mio_ ed il _tuo_ gli è il dritto: nel lotto disuguale

Di miseri e gaudenti sta l'ordine sociale. —

Risponde la natura: — Frottole! ognun che nasce

Ha dritto alla sua parte di gioie dalle fasce:

Se gli altri gliela rubano, io d'infelici amori,

Io di sudor sfruttati io vendico i dolori:

Serbo supreme gioie ai vinti nell'agone,

E a furia di compensi rimetto l'equazione. —

Ode il poeta: e nascono così nel suo pensiero

Prima _Luna di Miele_, dopo, il _Povero Piero_!

Dice il codice: — Fida sia la moglie al marito:

Sia calvo o bianco il pelo, guai chi ci mette un dito:

Fedel, sin ch'egli vive, lo segua ov'ei soggiorna,

Disonor, multa e carcere castighino le corna. —

Ahi, stolto! la natura prorompe: e che t'attenti

Legare i fiori teneri a tronchi arsi e cadenti?

Non ad amplessi sterili, a carezze senili

Non io dannavo il riso dei cor primaverili.

A forti amplessi e giovani diritto ha giovin core,

Come al suo ciel la rondine, alle sue brine il fiore:

Rondine e fior non badano di tue minaccie al suono:

Se ad esse il cor ribellasi — tu danna! ed io perdono. —

Attento il vate ascolta la disputa curiosa

E torna a casa a scrivere di _Menecle la sposa_.

Così i lavor più varii, con gli altri che sorvolo,

Mettono capo tutti ad un concetto solo:

Dall'idea madre scendono sì come varii fili

D'una sola matassa: e per diversi stili

In un sol vero unisconsi, come diverse spume

Per diversi torrenti vannosi a unir nel fiume.

FULVIO.

E dunque, per intenderci più chiaro, la tua _Lea_...

AUTORE.

È un'altra applicazione di quella stessa idea.

FULVIO.

Bravo! Tò un bacio! Ah! Bravo! Tal e qual come me!

Ma che combinazione! Tal e quale!...

AUTORE.

Cioè?

FULVIO.

Trenta libretti, vedi, tengo nel mio cassetto

Coordinati tutti a un unico concetto:

La _legge_ che a saldare i creditor fa invito

Col _dritto di natura_ compor dell'appetito.

Così ogni atto che scrivo comprende d'ordinario

Un acconto al trattore... o un capo di vestiario.

Quando, vedi, mi occorse comprar questo _paltò_,

A Corradino il capo troncai per man d'Angiò:

In altri dì rischiavo restar senza merenda

E allor dritto al patibolo mandai _Bice di Tenda_.

Pel calzolaio ho scritto: _Due morti di pugnale!_

Che fa precisamente un morto per stivale.

Il guaio gli è che, i conti, quei seguono a venire

E i drammi nel cassetto...

_(sospirando)_

talor stanno a dormire:

Le tristi note intanto, da Oriente da Occidente

Ti piovono, ti piovono inesorabilmente,

Si incalzano, si ammucchiano, si aggruppano con arte

Ne le diverse cifre su le diverse carte...

_(estrae di tasca e presenta all'altro una nota di conti in una

striscia di carta lunghissima che non finisce mai di svolgersi)_

E in un gran conto solo si vanno a riunire...

Come i torrenti al fiume... Prestami venti lire.

AUTORE.

_(prima sconcertato, poi lo abbraccia)_

Oh mio povero amico! e che vuoi far con venti

Lire sole? Ten presto... Cinquanta. T'accontenti?

FULVIO.

_(baciandolo con espansione)_

Sei un cuor d'oro. Grazie.

_(stende la mano per prendere il denaro)_

AUTORE.

S'intende. Non adesso.

FULVIO.

_(sconcertato)_

Eh? Quando?

AUTORE.

Appena il dramma avrà avuto successo.

FULVIO.

_(con gesto e smorfia di disappunto)_

Ah!

_(riprendendosi e sforzandosi sorridere)_

Ma non c'è alcun dubbio!... Dubbio non c'è! non c'è...

Un successone!...

AUTORE.

_(con effusione stringendogli la mano)_

Oh grazie! Voglio credere a te!

Posso credere?...

FULVIO.

Diamine!... ti dico... a gonfia vela...

_(va via lento esitante, e ripetendo, un po' a denti stretti: a gonfia

vela! fatto qualche passo ritorna verso l'autore e senza guardarlo gli

stende la mano)_

Senti... dammene cinque... prima ch'alzin la tela.

FINE DEL PROLOGO.

LEA

Non ci è matrimonio, _non unione,

non legame fra due sposi che dal

giorno in cui loro nasce un figlio.

Togliete il figlio,_ ciò che giustifica

e purifica quel connubio _e quel

connubio di fatto è rotto. Due sposi

senza figli non rappresentano che

un progetto abortito._ È una specie

di concubinaggio con autorizzazione

governativa. _Non c'è famiglia dove non

sono figli._

P. L. STAHL.

Quel est le père de bonsens qui

voudrait marier son fils à vingt ans?

Ne connait-on pas le danger de ces

unions précoces?

BALZAC.

PERSONAGGI DEL DRAMMA

LEA.

RICCARDO VERNEDA.

GIACOMO VERNEDA, suo zio.

IDA.

PLACIDO, maestro e segretario comunale.

PEPPINO, bambino di Ida (anni 5).

SINDACO di Corciago.

MARIETTA, fantesca.

Un giardiniere o domestico.

Operai che non parlano.

Epoca moderna. L'azione del primo atto si svolge in un'osteria di

villaggio in montagna — nel secondo e nel terzo sulla riviera ligure.

Dal 1.º al 2.º atto passano sei anni.

ATTO PRIMO

Stanza modesta a primo piano in un'osteria da villaggio. — Un

tavolo da pranzo nel mezzo, sedie e mobiglio alquanto rustico. —

Oleografie alle pareti. — Da un lato un tavolino con oggetti da

ricamo, da un altro un cavalletto da pittore con suvvi una tela in

corso di lavoro. — Porte ai lati verso altre stanze dell'osteria e

porta comune nel fondo a sinistra. — Nel fondo, in mezzo un balcone

che dà sulla campagna.

SCENA PRIMA.

ZIO GIACOMO, PLACIDO, _un momento_ MARIETTA.

PLACIDO.

_(per di dentro)_

Per di qua, signor cavaliere...

GIACOMO.

_(affacciandosi all'ingresso seguito da Placido)_

Qui stanno?

PLACIDO.

Sissignore. Questa sarebbe la sala comune dell'albergo; ma non ci sono

altri che loro — e siccome è la più bella, vi passano il dì...

GIACOMO.

_(guardandosi attorno per la stanza)_

Eccoci dunque finalmente nel nido delle due tortorelle... Cerca e

cerca, tortorelline mie, vi ho snidato...

PLACIDO.

Questa osteria ella saprà che si chiama la Madonna della Neve; perchè

la Vergine Santissima fece qui presso una apparizione e nella neve

lasciò l'impronta dei piedi. Abbiamo anche una cappella dedicata a

lei da uno del paese che fu soldato in Russia con Napoleone I, e fu al

passaggio della Beresina, dove pigliò del freddo, e il freddo gli portò

via le due gambe e le due orecchie... Sicchè al ritorno fabbricò alla

Madonna una cappella votiva per ringraziarla...

GIACOMO.

Di avergli fatto perdere orecchie e gambe...

PLACIDO.

No, di avergli risparmiato il naso. Se il signore vuol visitarla...

GIACOMO.

No, no, grazie, più tardi. Dite piuttosto: nessuno è venuto prima di me

oggi a cercar dei due giovani?

PLACIDO.

Nossignore.

GIACOMO.

Meno male... (Arriverà forse domani...) Da quanto tempo i due ragazzi

son qui?

PLACIDO.

Da tre mesi. Si vede che sono sposini di fresco e passano qui la luna

di miele. Giocano fra loro: un po' lei ricama, lui dipinge: quel quadro

lì è dello sposo...

GIACOMO.

_(osservando la tela)_

Ah! _la fuga in Egitto!_ (Bravi, bravi! San Giuseppe mi sentirà!)

PLACIDO.

Poi fanno delle lunghe passeggiate. Abbiamo infatti dei dintorni

magnifici. Un panorama del lago e della valle stupendo! la vera poesia

della natura!... Il mio collega segretario comunale che l'ha diretta

a me, le avrà anche detto che io sono un po' poeta... Anche il signore

deve esserlo... Se avrà tempo potrò mostrarle...

GIACOMO.

Grazie. Un'altra volta. Staran molto a tornare?...

PLACIDO.

Sono usciti a passeggio in montagna. Mi ero offerto accompagnarli,

spiegar loro le bellezze... han preferito andar soli...

GIACOMO.

Capisco... Se sapessi da che parte sono andati...

PLACIDO.

_(chiamando)_

Neh, Marietta!... da che parte hanno preso i due forestieri?...

MARIETTA.

_(affacciandosi da una porta laterale)_

Verso Ghevio...

GIACOMO.

È lontano?...

PLACIDO.

Non tanto. Ma la potrebbe cogliere la pioggia per istrada...

GIACOMO.

_(osservando fuori dal balcone)_

Eh, ora non pare...

PLACIDO.

Gli è che abbiam da qualche giorno tempo instabile. _(con fare

d'importanza)_ Abbiamo delle grandi depressioni barometriche: dei

ciclóni attraversano l'Atlantico, in direzione sud sud-est. Il mio

collega le avrà detto che io sono anche un po' fisico e astronomo...

GIACOMO.

Ah!...

PLACIDO.

A meno che... _(guardando fuori dal balcone)_ Oh aspetti... Passa lo

speziale. _(va dal balcone all'uscio da cui si è affacciata Marietta)_

Neh, Marietta, corri un po' a vedere il naso dello speziale... passa

ora...

MARIETTA.

Ora vado...

GIACOMO.

O che c'entra lo speziale col suo naso?

PLACIDO.

Ah, il signore si vede che non è del paese. Noi abbiamo il naso dello

speziale che serve all'uso pubblico. È il barometro del comune. Le

nostre donne, prima di mettersi in via per andar lontano al mercato,

lo consultano. Quando vuol fare cattivo tempo, il sangue risalendo

alla fronte nella regione parietale superiore, il naso diventa smorto.

Quando il tempo si mette al secco e al sereno, il sangue discende nei

lobi inferiori e il naso dello speziale è più rosso di un garofano di

quei rossi. Effetto del circolo del sangue. Il mio collega segretario

le avrà detto che...

GIACOMO.

_(prevenendolo)_

... che lei è anche un po' medico. Ho capito.

MARIETTA.

_(parlando dalla strada)_

Neh, signor Placido?...

PLACIDO.

_(affacciandosi al balcone)_

E così?...

MARIETTA.

_(come sopra)_

Lo speziale ci ha il naso smorto... ci ha... _(gettando un grido)_

Ahi!... Ahi!...

_(Voce d'uomo irritato, dalla via)_

Te lo darò io il naso smorto, brutta sfacciata!...

GIACOMO.

Eh, non pare che il vostro barometro sia molto contento di funzionare...

PLACIDO.

Ah già, si altera un po'... Io lo faccio apposta... Ha combattuto in

consiglio il mio aumento di stipendio... e, a sentirlo, pretende di

saperne più di me, che sono il segretario e il maestro del comune. Già,

qui tutti, compreso il sindaco, pretendono di saperne... E se vedesse

che zucche!... Intanto la consiglio a non uscire...

GIACOMO.

E allora, per guadagnar tempo, prenderei qualche cosa. Sono digiuno

da stamane. Se volete fermarvi a mangiar due bocconi con me, senza

complimenti...

PLACIDO.

_(cerimonioso)_

Troppo onore, signor cavaliere!

GIACOMO.

Ma che onore d'Egitto! andiamo! Non siete il segretario comunale?

PLACIDO.

E il maestro, per giunta! Due sacerdozii!... Due volte sacerdote! E

sto peggio del sacrestano! Il signore avrà visto il mio nome nella

petizione dei segretarii al Parlamento... Se vuol gradirne una copia...

GIACOMO.

Grazie. Ce l'ho.

PLACIDO.

Già, in gran parte l'ho redatta io. Eh, se non ci fossi io... Anche

qui, faccio io tutto... Il sindaco è un ignorante presuntuoso...

_(guardando fuori)_ Oh, eccolo che rientra. (È la volta che lo

mortifico!) Signor sindaco! Signor sindaco!...

GIACOMO.

Qui lo chiamate?...

PLACIDO.

Il sindaco è l'oste padrone di quest'osteria...

GIACOMO.

Ah!

SCENA II.

DETTI _e il_ SINDACO.

SINDACO.

_(affacciandosi)_

Eccomi.

PLACIDO.

Signor sindaco, le ho condotto il signor cavaliere che viene a far

visita ai due sposini qui d'alloggio... e desidera una stanza...

GIACOMO.

Per l'appunto.

SINDACO.

_(inchinandosi e sberrettandosi)_

Signor cavaliere!...

PLACIDO.

Intanto amerebbe mangiar qualche cosa...

SINDACO.

Vuol restar servito abbasso?

GIACOMO.

No, no, anche qui. Serviteci pur qui.

PLACIDO.

_(al Sindaco, con sussiego, ripetendo)_

Ha inteso, signor Sindaco? La ci serva pur qui.

SINDACO.

_(rivolto allo zio Giacomo, senza badare alle parole di Placido)_

Il signore pranza con un suo amico?... _(durante il battibecco che

segue fra sindaco e segretario, Giacomo osserva in giro per la stanza,

esamina il quadro)_

PLACIDO.

_(c. s.)_

Con me. Con me. Il signor cavaliere mi ha fatto l'onore di invitarmi...

La ci serva _(appoggia di nuovo con intenzione sulla parola)_ pur qui,

signor sindaco...

SINDACO.

_(ironico, a voce alta)_

Non dubiti, signor segretario!... _(a denti stretti)_ (Te la darò

io...) _(esce gettando occhiataccie al segretario)_

SCENA III.

DETTI, _meno il_ SINDACO.

GIACOMO.

Eh? Si direbbe che tra sindaco e segretario non andiate in

tenerezze!... (E quei due signorini si fanno attendere...)

PLACIDO.

Le dirò... il sindaco non vuole mandar giù che io ne sappia più di

lui... E noti, quando gli occorre di far bella figura, ricorre a me. Un

mese fa era la festa dei due sposini che stan qui da lui...

GIACOMO.

Ah sì?...

PLACIDO.

Il dì della sposa. E per tenerseli dacconto, lui ha fatto venire la

Giunta in corpo a portare gli augurj. Si intende, li ho dovuti far

io... _(declamando con enfasi)_

In un giorno sì dolce e sì bello

Che d'Imene v'allieta l'ostello,

Io, sebben comunal segretario,

Sciolgo un canto non certo ordinario,

Per offrirvi gli omaggi del cor

Della Giunta coi proprj assessor!...

Io sebben....

GIACOMO.

_(vivamente arrestandolo)_

Basta, basta. C'è del Parini.

PLACIDO.

_(inchinandosi)_

Troppa bontà!

SCENA IV.

DETTI _e il_ SINDACO.

_(Il Sindaco rientra colle stoviglie e prepara la tavola alla lesta,

dando occhiataccie al segretario. Dispone sulla tavola intanto pane,

salame, dei peperoni e delle mele)_

PLACIDO.

Oh così va bene! Il signor cavaliere qui ha fame... Ci serva presto,

veda di far presto, signor sindaco...

SINDACO.

A lei... _(nel porgergli un piatto cava di sotto l'ascella un grosso

pacco di carte e glie lo butta sul piatto)_

PLACIDO.

_(sconcertato)_

Cos'è?...

SINDACO.

Il verbale dell'ultima seduta di consiglio. Favorisca per la prefettura

di farmene due copie.

PLACIDO.

Eh?

SINDACO.

_(rifacendogli colla voce il verso)_

E me le dia presto... Veda di far presto, signor segretario...

PLACIDO.

_(a denti stretti)_

Va bene... un momento...

SINDACO.

Ma il signor prefetto non può aspettare, e io come sindaco non lo

posso permettere. Qui _(accenna a un tavolino lì presso)_ c'è penna e

calamaio. Il signore scuserà... Prima il dovere...

GIACOMO.

Ah già... il dovere. Intanto, comincierò a mangiar io. Eh? Ci avreste

_(al Sindaco)_ delle uova?...

SINDACO.

Ma subito...

PLACIDO.

_(nel mettersi a scrivere, irritato)_

E che non siano stantìe, mal cucinate come al solito...

SINDACO.

_(canzonatorio rimbeccandolo)_

E che le copie come al solito non sian piene di spropositi...

_(guardando fuori)_ Oh, signor cavaliere, vedo laggiù in fondo i miei

due sposini che arrivano...

GIACOMO.

_(balzando in piedi)_

Di già? Allora, brav'uomo, se non vi increscesse andar di là a finire

le vostre copie...

SINDACO.

Il signore dice benissimo... di là potrà lavorar più raccolto...

_(Placido si alza mangiandolo degli occhi)_

GIACOMO.

Ma ora che ci penso, se m'arrabbio adesso subito, addio il desinare. E

poi se stessi prima un po' a vedere come se la fanno... Sicuro!... _(al

sindaco)_ Dica un po', per non farmi veder subito, mi potrebbe servire

in una stanza qui attigua...

SINDACO.

Come desidera...

GIACOMO.

Allora... presto...

PLACIDO.

_(al Sindaco)_

Disparecchi, disparecchi.

SINDACO.

_(a Placido)_

Copii, copii.

GIACOMO.

_(dal balcone)_

Vengono. Via, via. Lasci quel che resta. Ov'è la stanza?

SINDACO.

Di qui...

GIACOMO.

Mi raccomando... non dir nulla...

_(Giacomo esce: dietro a lui, pur seguitando a bisticciarsi e

ripetendosi ironicamente l'uno_ Disparecchi!_ e l'altro:_ Copii!

_escono anche Placido e il Sindaco)_

SCENA V.

LEA _e_ RICCARDO.

_(Lea entra correndo con piccoli trilli allegri e va a rimpiattarsi

dietro un mobile, come giocando a mosca cieca. Riccardo entra correndo

dietro di lei e la vien cercando per gli angoli della stanza. Entrambi

han l'aria di due ragazzi. Quando Riccardo è presso a Lea rimpiattata

e sta per coglierla, questa lo previene e scappa fuori rimettendosi a

correre)._

RICCARDO.

_(inseguendola per la stanza)_

Ah, birichina!... _(si rincorrono intorno al tavolo non ancora

interamente sparecchiato. Riccardo ad un tratto si ferma)_ Tò! qui

qualcuno ha mangiato...

LEA.

_(fermandosi a sua volta e cogliendo di sul tavolo una mela)_

Oh la bella mela!...

RICCARDO.

Me ne dai un po'...

LEA.

_(ne taglia una metà e la tiene sospesa fra le dita)_

Vieni a prenderla... _(quand'egli s'avvicina per prenderla, fa finta di

dargliela, poi se la mangia e scappa ridendo)_

RICCARDO.

Ah sì? aspetta!... _(la rincorre di nuovo. Lea nel fuggirgli rovescia

il cavalletto su cui è la tela)_ Tò! guarda cos'hai fatto!... _(corre a

raccogliere da terra il quadro)_ La mia fuga d'Egitto!...

LEA.

_(con fare fanciullesco)_

Che ho fatto?...

RICCARDO.

_(rimettendo a posto la tela)_

Hai rovinato le orecchie al ciuco! Povero ciuco!

LEA.

Bene. Le orecchie ce le aggiusterai. Tanto, per ciuco, le eran corte.

Gliene farai un bel paio più lunghe. E alla Madonna, se vuoi che mi

somigli, i capelli ce li hai a far più biondi... _(Riccardo dà due

o tre ritocchi di pennello alla tela: Lea gli toglie il pennello di

mano)_ Ma lascia lì adesso... a lavorare ci hai tempo...

RICCARDO.

Tempo... quando?

LEA.

Quando sarem poveretti...

RICCARDO.

E allora?...

LEA.

Allora... allora... _(resta lì perplessa, pensierosa poi dà una

crollata di spalle. Riccardo si è fatto pensieroso e un po' triste:

Lea gli si appressa carezzevole)_ Per ora non sono io il tuo... più bel

quadro?...

RICCARDO.

_(guardandola affettuoso)_

Lea!

LEA.

Non è di me sola che devi ora occuparti?...

RICCARDO.

E il parroco che aspetta il quadro da un mese...

LEA.

Che aspetti! Così l'asino avrà tutto il tempo di andar in Egitto, e di

tornare.

RICCARDO.

E di star via tutto il tempo che i tuoi continuano a star in collera...

_(i due si sforzano di essere allegri, ma di un'allegria che vorrebbe

cacciare qualche pensiero triste)_

LEA.

_(guardando innanzi a sè, cogitabonda)_

Ebbene... se io per te ho lasciato i miei... — la mia mamma!... — anche

tu a me puoi sacrificar qualche cosa...

RICCARDO.

_(andando a lei affettuoso)_

Hai ragione. Perdonami, Lea! Dammi un bacio.

LEA.

_(volgendogli vivamente il capo, poi mutando bruscamente pensiero)_

No. _(va a sedersi al suo tavolino da ricamo e vi appoggia il gomito.

Riccardo ve la segue)_

RICCARDO.

Lea...

LEA.

_(cogitabonda)_

Che ora è?

RICCARDO.

Le cinque.

LEA.

A quest'ora andavo con la mamma al Pincio. Che starà facendo adesso?...

Povera mamma!... Come fui cattiva!...

RICCARDO.

Lea!...

LEA.

Va là, va là, che l'abbiam fatta grossa... Scommetto che ora sta

pensando a me... alla sua ingrata figlia fuggita... Ma quando papà si

sia placato... andremo a trovarla, n'è vero? a domandarle perdono?...

RICCARDO.

Sicuro!...

LEA.

Tutti i giorni, vedi, questo pensiero mi torna. Se non avessi questa

speranza, guai!... La mamma è tanto buona... e mi voleva un bene...

RICCARDO.

Com'è che non t'ha risposto?...

LEA.

Papà gliel'avrà proibito, o avrà intercettato la mia lettera... Oh, ma

il giorno che a lui sarà passata la collera, e noi alla mamma potremo

dire: Benedici i tuoi due figli che ti compenseranno con tante gioie

il dolore... come sarò felice quel giorno... _(si rasciuga le lagrime)_

quel giorno...

RICCARDO.

_(con malumore)_

E adesso piangi!... brava!... Grazie!

LEA.

No, no... _(rasciugandosi gli occhi)_ purchè tu mi ami. Guai se non

avessi te. _(con affettuosità nervosa)_ Voglimi bene, Riccardo! Ora non

ho che te! Mi vorrai bene sempre... proprio sempre?

RICCARDO.

Ma sempre... ma sempre!... cattiva!... _(l'abbraccia e restano

abbracciati)_

LEA.

Me lo giuri... su questa medaglia della mamma...

RICCARDO.

Te lo giuro... idolo mio!... ma non ti voglio più veder piangere...

_(ribaciandola)_ E al diavolo ora le malinconie! Il parroco

aspetterà...

LEA.

Sì, sì, lascialo aspettare... _(sempre restando abbracciata seco, la

testa sulla spalla di lui)_

RICCARDO.

_(rivolto al quadro)_

E tu intanto resta lì con le orecchie mozze...

SCENA VI.

DETTI _e_ ZIO GIACOMO.

_(S'è affacciato, non visto, dalla porta laterale, con lo stuzzicadenti

in bocca)._

GIACOMO.

_(avanzandosi verso il quadro)_

Sì, sì, restaci pure... Anche colle orecchie mozze, povero asino, avrai

sempre più giudizio e più cuore di chi te le ha dipinte...

RICCARDO.

_(attonito)_

Zio Giacomo!... _(rinvenuto dalla sorpresa corre ad abbracciarlo —

l'altro lo arresta, con far brusco, del gesto della mano)_

GIACOMO.

Già... proprio lui... zio Giacomo... Bravi! Bravi! Ci divertiamo in

campagna, a quanto pare!... Gran bella cosa la campagna!... _(con far

canzonatorio)_ Il lago al chiaro di luna, la collina, le macchie verdi,

gli usignuoli, i merli...

RICCARDO.

Zio!...

GIACOMO.

_(rinforzando)_

... i merli che zufolano... i grilli che cantano... le anime che si

baciano... Che poesia!... Signorina, ho nuove di sua mamma...

LEA.

_(vivissima)_

Oh la mamma!... _(resta interdetta, confusa)_

GIACOMO.

Lei vorrebbe chiedermele, e non osa. Capisco. Gliene darò io. È stata

poco bene...

LEA.

_(sgomenta)_

Dio mio!...

GIACOMO.

Ella non presumeva, fuggendole, di averle fatto un complimento... _(Lea

nasconde la faccia)_

LEA.

_(con trepidanza)_

E... e... mi ha... perdonato?...

GIACOMO.

Bella novità! per che cosa ci sarebbero le mamme se non fossero fatte

apposta per perdonare!... Per questo le loro creature ne abusano...

Peccato che i padri non sempre siano della stessa pasta...

LEA.

Ah! il papà!...

GIACOMO.

Già, peccato ci siano dei papà intrattabili che non si rassegnano

a vedersi dai monelli di scuola _(gesto vivo di Riccardo, lo zio

ribadisce la parola)_... dai monelli di scuola rubar le figliole!...

LEA.

Per pietà, signore, mi dica tutto...

GIACOMO.

Calma, calma, signorina... _(Riccardo lo guarda)_ ah già! mi sbagliavo!

Signora... _(alza gli occhi esclamando)_ a sedici anni!... Creda a

me, non è il momento di inquietarsi... Era forse da pensarci un po'

prima. Intanto, se permettesse, avrei da dire quattro paroline, a

quattr'occhi... a mio nipote...

LEA.

_(interroga inquieta dello sguardo Riccardo)_

Riccardo! (Dio mio!... Tremo tutta!...)

RICCARDO.

Lea, aspettami di là. _(le si appressa)_ Animo... vedrai non è nulla...

Mio zio è rustico... ma buono...

LEA.

_(lentamente, a capo chino, accomiatandosi)_

Signore!... _(esce)_

GIACOMO.

_(seguendola dell'occhio)_

Povera ragazza!...

RICCARDO.

Sono ai tuoi ordini, _caro zio!..._

SCENA VII.

ZIO GIACOMO _e_ RICCARDO.

GIACOMO.

_(si siede a un lato del tavolo in mezzo, tossisce, spiega il

fazzoletto, soffia il naso, prende tabacco, ripone la tabacchiera)_

RICCARDO.

_(vedendo quei preparativi)_

Ahi! cattivo esordio!...

GIACOMO.

Primo di tutto, _caro nipote_, non t'aspettavi, nevvero? alla dolce

sorpresa di vedermi? Ma io ci tengo a fartela completa, e ti porto

l'attestato dei tuoi studii di quest'anno. Quei pedanti di professori

vanno all'antica, e tu, per loro, sei un genio moderno incompreso.

Col pretesto che agli esami non ne hai azzeccata una... _(gli porge

il foglio)_ guarda qui, t'hanno bocciato! _(Riccardo prende il foglio

mortificato)_ Consolati!... hanno bocciato anche Dante!... Ma lui ha

fatto la _commedia_... e anche tu ne stai facendo qui una...

RICCARDO.

Zio!... ma io...

GIACOMO.

_(interrompendolo)_

Ma tu la chiami un'ingiustizia. D'accordo. E poi tu vai col progresso.

In _illo tempore_, vedi, un ragazzo di diciott'anni bocciato agli

esami, ripeteva prosaicamente la classe... Adesso invece si butta

poeticamente all'artista... o, per consolarsi, rapisce una ragazza da

marito. Eh quante cose fanno ora i ragazzi alla tua età! E tutte in una

volta! Giuocano, ballano, mangiano l'erre, cacciano piccioni, stampano

elzeviri, imbrattan tele, si spelano in duello, pubblican verbali,

seducono fanciulle, le piantano se povere, le sfregiano se infide,

le rubano se ricche, citano Schopenhauer, fanno dell'alta critica,

dell'alta politica, e, a tempo avanzato, dei grassi sposalizi...

Fuorchè studiare sul serio, un po' di tutto fanno!...

RICCARDO.

Ma zio, tu non sai...

GIACOMO.

Se ti dico che so! L'arte è lunga, la vita è breve, e i genii pari

tuoi amano scorciar la strada dell'arte e della fortuna: allora ci si

fa accogliere in una famiglia di alto e ricco casato, dove ci sia una

giovanetta che legga romanzi, studii le lingue e il pianoforte: le si

scalda la testa con le romanticherie: un bel dì si scappa insieme,

e si scrive dal nascondiglio ai genitori della rapita, obbligandoli

garbatamente a scegliere tra il disonore della fanciulla e del nome,

o il consenso al matrimonio per riparare allo scandalo. Poi si passa

nascosti la luna di miele ad attendere che, placate le ire, dietro

al consenso venga la dote alla sposa, e magari, anche, n'è vero?

un congruo assegnamento allo sposo; perchè un genero dei duchi di

Bajamonte, per quanto genero per forza, non è decoroso che campi di

lavoro come un bipede qualunque... _(passando bruscamente dall'ironico

al serio)_ E di' un po', per l'onor dei Verneda di cui tu ed io

portiamo il nome, mi fai adesso il famoso piacere di diventare almeno

un pochino rosso di vergogna?...

RICCARDO.

Zio!...

GIACOMO.

_(rinforzando, senza dargli tempo a parlare)_

No, no, non basta. Non sei rosso abbastanza. Come questo peperone

_(piglia un peperone rosso dai piatti del dessert rimasti sul tavolo)_

come questo peperone, ti voglio! Così va bene.

RICCARDO.

Finora hai parlato sempre tu... ma sei ingiusto. Perchè nel mio amore

per Lea non entrò mai pensiero sordido di interesse. Che colpa n'ho io

se i suoi son ricchi e patrizi? Io non ci pensai, quando ci amammo.

Niente di più schietto del nostro amore. Fu una fiamma improvvisa,

sublime, che ci travolse entrambi, che unì le anime nostre, i nostri

corpi, prima di unirci in faccia alla legge. Liberamente Lea si è data

a me per tutta la vita; liberamente a questo amore ho legato il destino

di tutta la mia...

GIACOMO.

Fino alla tomba...

RICCARDO.

Sicuro... anzi...

GIACOMO.

_(con vivacità beffarda)_

Anche più in là?... Bravo! Diffatti, trattandosi di amor sublime,...

il bello tra marito e moglie, è amarsi dopo morti!... Tanti mariti

volentieri comincerebbero da qui... Però la scadenza essendo sì lunga,

ci avrai naturalmente riflettuto ben prima...

RICCARDO.

S'intende...

GIACOMO.

Come me. Anch'io vedi, m'innamorai giovanissimo. E amore, di quel fino!

la ragazza era povera, avevo fatto per lei pazzie più di te, perchè

nello andare a trovarla, invece di passar dal portinaio, qualche volta

passavo dalla finestra,... per non incontrar obbligazioni coi parenti.

Quando parlai di sposarla, mio padre, in anticipazione di assegno, mi

regalò... due sonori scappellotti e mi mandò a Pisa a finir gli studi.

Lei giurò sulla tomba di sua madre di aspettarmi tutto l'anno, io, su

quella di mio nonno, di morire se la mi mancava di parola. Al ritorno

la trovo fidanzata di un altro: le ricordo la promessa e la mi ride

sul muso. Per istare in carattere, io dovevo ammazzarmi... ma... era

una così bella giornata! i cespugli verdeggiavano, le acacie erano in

fiore... uscii a prendere una boccata d'aria!... Di lì a un anno... mi

innamoravo come un gatto di quella santa di tua zia. Oggi la mia prima

fiamma è sposa felice di un barone che ha nel suo stemma, oltre la

sua, le sette corone di Ottone Visconti: e io,... io benedico i paterni

scappellotti, perchè, senza di essi, a quest'ora, tutte quelle corone

sarebbero mie, e per uno stupido sproposito sull'alba della vita non

avrei conosciuto neppur una delle sante gioie, che adesso sul tramonto

me la fanno benedire!...

RICCARDO.

E con la mia Lea tutto questo che c'entra?... che vuol dire?

GIACOMO.

_(annasando una presa)_

Vuol dire — ecco — che la cresima di mio padre, se ti coglievo prima

delle nozze, parola di onore, te la davo io; perchè se il chiedere

giuramenti alle ragazze di sedici anni è una pazzia, il consegnarli

alla legge per tutta la vita, è un delitto...

RICCARDO.

Zio!...

GIACOMO.

_(rinforzando)_

... un delitto... e l'esporsi al rischio di porre al mondo infelici ne

è un altro: poichè la natura, signorino mio, non vuol violenze, e come

le nozze di consanguinei, castiga le nozze di adolescenti; e quando

il fisico non ha raggiunto il suo sviluppo, quando non si ha ancora

_(lo piglia per il petto)_ un torace di misura da passar la rassegna

di leva, e si rischia di dar la vita a dei rachitici, signorino mio,

non si va dal sindaco!... _(guardandogli lo stomaco)_ Neanche sessanta

centimetri! _(con gesto comico)_ Provati a darmi dei nipoti, e poi

vedi!...

RICCARDO.

_(raumiliato)_

Proverò...

GIACOMO.

_(fermandosi di botto e guardandolo)_

Sai perchè son venuto?

RICCARDO.

Per strapazzarmi... e per darmi del denaro...

GIACOMO.

Vieni qua...

RICCARDO.

(Vuol esser cattivo, non ci riesce...) _(s'avvicina allo zio)_

GIACOMO.

_(con voce bassa alquanto mitigata)_

Sei in rotta ancora coi parenti di Lea?...

RICCARDO.

Lo sai bene. Sai che suo padre...

GIACOMO.

Dopo il ratto, ha voluto le nozze, per salvar l'onore; ma ha giurato

che in casa sua non metterai mai piede. Speriamo, perchè è di sangue

vendicativo, che si limiti lì. Bisognerà dunque prepararsi a lasciar

Lea per un po'... e prepararla...

RICCARDO.

Ah?... che! mai!...

GIACOMO.

Non c'è nè mai nè che! Bisognerà ti prepari a lasciare andar Lea. Io

ora non le ho voluto dir tutto. Sua madre è a Nizza... molto aggravata;

ha desiderato veder la figliuola... Un messo della famiglia, credo, fu

spedito a prenderla con una lettera per lei... Dev'essere qui oggi o

domani... Sono venuto avanti apposta...

RICCARDO.

Dio mio!... ma è impossibile!... Io non la posso lasciare andar

sola!... Se suo padre la rià, non la lascia più tornare...

GIACOMO.

E se suo padre venisse qui lui, in persona, ci vorresti andar

insieme?... Lasciati da lui vedere... e stai fresco...

RICCARDO.

_(con risolutezza)_

E allora io piuttosto...

GIACOMO.

_(senza lasciarlo finire)_

Tu piuttosto, dopo aver avuto il coraggio di rapire a una madre la

figliuola, avresti anche quello di negargliene i baci nell'ora della

morte... Adesso stai per farmene dire una grossa... _(voce di Lea

allegra, vivissima dall'interno che chiama Riccardo)_

SCENA VIII.

DETTI _e_ LEA.

LEA.

_(di dentro)_

Riccardo!... Riccardo!... _(entra festosa gridando con una lettera

ancor chiusa in mano e agitandola con gioia per aria)_ Una lettera

della mamma!... Una lettera della mamma!... l'ha portata un messo

ora!... Cara mamma!... volevo ben dire!...

RICCARDO.

Lea!... _(costernato, imbarazzatissimo, fa per toglierle istintivamente

la lettera di mano)_ Da' qua.

LEA.

_(ingannandosi sul suo pensiero, sempre allegra)_

Vuoi leggerla insieme?... Perchè mi guardi?... No, no, prima leggo

io... Curiosone!... _(bacia la soprascritta prima di aprirla)_

Curiosone!... _(apre e legge le prime righe)_ Cielo... mio padre?... in

paese... qui... a prendermi?... _(scorre con ansia il rimanente e dà

in un grido acutissimo)_ Ah!... mia mamma!... la mia povera mamma!...

_(Riccardo che le è già dietro l'ha abbracciata, la sorregge; Lea

continua piangendo, contorcendosi)_ Mia mamma muore!... voglio vedere

la mamma!...

RICCARDO.

_(tenendola abbracciata)_

No... no... sentimi, Lea,... mia adorata Lea...

LEA.

_(divincolandosi in pianto)_

La mamma muore... No, no... voglio vedere la mamma!... voglio vedere

la mamma!... _(scioltasi a forza dall'abbraccio di Riccardo corre verso

l'uscio)_

RICCARDO.

_(correndole dietro mentr'ella si è già slanciata fuori)_

No... no... Lea... fermati.... ti scongiuro... senti... non voglio...

GIACOMO.

_(sbarrandogli risoluto sull'uscio il passo, fissandolo severissimo, le

braccia incrociate sul petto)_

Cosa... non vuoi?... _(Riccardo china la testa sotto lo sguardo dello

zio)_

_(Quadro — Cala la tela.)_

FINE DELL'ATTO PRIMO.

ATTO SECONDO

Lea: dramma in tre atti in prosa con un prologo in versi · 第 1 / 3 段