Un duello al Polo.
Nel pomeriggio, dopo una vera scorpacciata di carne di _mammouth_
sapientemente preparata dallo studente con grande abbondanza di droghe
e di pepe per toglierle quel sapore di selvatico che si riscontra in
tutti i grossi animali, il treno riprendeva la sua corsa.
Ormai soli dieci gradi, ossia seicento miglia, li separavano dal Polo,
una vera inezia se potevano trovare il ghiaccio sempre buono.
In tre giorni, e fors'anche in minor tempo, quella distanza poteva
essere superata anche senza troppo spingere l'automobile.
Dopo essersi assicurati del buono stato del ghiaccio steso sullo
stretto di Smith, lasciarono la terra di Ellesmore e scesero sul _pak_
per raggiungere la terra di Grinnell, le cui coste si profilavano
distintamente sul limpido orizzonte.
Enormi _ice-bergs_ si erano radunati nel vasto canale, piantandosi
saldamente sul campo di ghiaccio e formando qua e là delle barriere
le quali interrompevano sovente la corsa del treno, costringendolo a
perlustrare per miglia e miglia prima di poter trovare un passaggio.
Fortunatamente in quel momento le pressioni non si facevano sentire che
assai leggermente.
Di quando in quando il campo di ghiaccio vibrava e muggiva e qualche
_ice-berg_, perduto l'equilibrio, strapiombava sul _pak_ con un fragore
assordante, aprendosi uno squarcio attraverso a cui l'acqua del mare
saliva spumeggiando e rimbalzando. Gli uccelli marini, che erano
tornati numerosissimi, e che nidificavano sui fianchi o sulle cime di
quei colossi, scappavano via spaventati, mentre migliaia e migliaia di
uova si fracassavano sul ghiaccio, gigantesche frittate perdute, come
diceva, molto amaramente lo studente, il quale non aveva ancora potuto,
fino allora, permettersi il lusso di regalarsene una.
Tre ore dopo l'automobile, varcato lo stretto, saliva la terra di
Grinnell, una terra assai accidentata, cosparsa di profondi _fiords_ e
tagliata in vari sensi da catene di montagne di considerevole altezza.
È una delle ultime conosciute, che si stende di fronte agli estremi
limiti settentrionali della Groenlandia, da cui è separata dal canale
di Kennedy e più oltre da quello di Robison.
Quantunque non formi che una massa sola, si divide in due terre un
po' separate dalla lunga baia di Lady Franklin, chiamandosi quella
più boreale terra di Grant, nome datole dagli esploratori americani in
memoria del loro glorioso Presidente.
Essendo la parte occidentale piuttosto piana, il treno piegò verso
quella direzione per raggiungere il Greely _fiord_ e più tardi la costa
di Garfield; nondimeno dovette ben presto rallentare la corsa poichè i
ghiacciai delle montagne orientali avevano già spinto molto innanzi le
loro enormi masse di ghiaccio, disperdendole in tutte le direzioni.
Dik, che ormai dirigeva risolutamente la corsa, premuroso di mostrare
al canadese il suo pentimento pei tradimenti passati, era costretto
suo malgrado a fare delle frequenti fermate, delle quali d'altronde
approfittavano i suoi compagni per sparare sugli orsi bianchi e sui
buoi muschiati che si mostravano numerosissimi.
Una cosa aveva colpito gli esploratori: la improvvisa mitezza del clima.
Mentre più si avvicinavano al Grande Nord, la temperatura, invece di
aumentare vertiginosamente, scemava di ora in ora.
Il sole splendeva magnifico, durante le quattro o cinque ore che
rimaneva sull'orizzonte, poichè la lunga notte polare s'avvicinava
a grandi passi; l'aria si manteneva sgombra di nebbie ed aveva una
mollezza che contrastava stranamente coll'altezza dei paralleli, i
quali ormai toccavano l'82º.
— Che esista realmente un mare libero intorno al Polo, come hanno
affermato tanti navigatori, cominciando da Barentz? — si chiedeva
continuamente il canadese. — Se questa temperatura continua a diminuire
invece di aumentare, come sarebbe nel suo diritto, noi fra poco
troveremo gli ultimi canali quasi sgombri dai ghiacci.
Fortunatamente ho portato con me un canotto di _cauciu_ e mi spingerò
da solo verso il Polo.
Ah!... Io non tornerò senza averlo veduto e senza avere spiegata lassù
la bandiera della vecchia Francia. —
Alla sera il treno, dopo una traversata assai laboriosa, si arrestava
sulle rive del Greely _fiord_. Erano allora appena le tre pomeridiane
ed il sole era già tramontato.
Non essendovi nè luna, nè stelle, nè aurora boreale, i tre esploratori
si accamparono poco lungi dal _pak_, non fidandosi di attraversarlo per
paura che non fosse abbastanza solido per reggere il peso del treno.
La temperatura, che diventava sempre più dolce, li costringeva ormai a
diffidare del ghiaccio marino.
Alle nove del mattino, quando un leggiero barlume di luce cominciava
a mostrarsi verso levante, riprendevano la marcia a piccola velocità,
girando il _fiord_ il quale era formato da aspre colline non sempre
accessibili, e verso le undici, al primo raggio di sole, passavano
sulla terra di Grant, terra assolutamente deserta, poco nota, che
spinge le sue spiaggie fino al canale di Robison, l'ultimo esplorato.
Anche l'83º parallelo era stato felicemente superato. Sette gradi
ancora ed il Polo, quel terribile polo che in quattro o cinque secoli
aveva divorate tante vittime umane per non lasciarsi togliere il velo
misterioso che lo copriva, era vinto.
— Avanti giorno e notte, — disse il canadese a Dik, preso da un
improvviso entusiasmo. — Vi offro mille dollari ogni grado che mi
farete vincere.
— Ed io vi prometto di intascarli, — aveva risposto l'ex-baleniere. —
_Master_ Torpon per me ora è morto!... —
Ed il treno era subito ripartito a grande velocità, salendo e scendendo
le larghe ondulazioni della pianura gelata, sprofondando però talvolta
entro la neve rammollita da quello strano tiepore che non aveva cessato
di aumentare.
Al tramonto anche la terra di Grant, l'ultima rilevata ed osservata
dagli esploratori artici, arrestatisi allo stretto di Robison ed alla
baia di Morkham, era attraversata.
Malgrado i molteplici ostacoli, Dik aveva condotto meravigliosamente
il treno, imprimendogli talvolta una velocità di sessanta e perfino di
settanta miglia.
Al di là dell'ultima terra esplorata dagli audaci navigatori americani
ed europei, si stendevano parecchie isole che sembravano picchi
vulcanici emersi dal mare chissà in quali lontane epoche, congiunte fra
di loro da terre basse e contornate da ghiacci ancora abbastanza solidi
per reggere il treno.
Non vi era però da fidarsi gran che. La temperatura non cessava di
scemare, e verso il settentrione apparivano degli ampi canali d'acqua
libera, quantunque ingombri d'_ice-bergs_ natanti, vecchi forse da
secoli.
— Adagio Dik e scandagliamo prima il ghiaccio, — disse il canadese, il
quale temeva che da un istante all'altro il _pak_ cedesse sotto il peso
del treno e li facesse scomparire nei baratri dell'oceano artico. — E
noi, Walter, gonfiamo il canotto _cauciu_ e teniamolo pronto.
Non è di grande portata, tuttavia potrà, in caso disperato,
reggerci. —
L'automobile ormai non avanzava che con estrema lentezza, passando da
un'isola all'altra, non senza che Dik, esperto conoscitore dei ghiacci,
avesse prima provata la solidità dei campi di ghiaccio.
L'89º parallelo era stato già superato quando il treno, dopo d'aver
attraversato un'isoletta di mediocre vastità, si trovò improvvisamente
dinanzi ad una distesa d'acqua intensamente azzurra, ingombra solamente
da enormi montagne di ghiaccio che il vento del nord faceva oscillare
spaventosamente ed urtare le une contro le altre con rombi che
impressionavano.
Un picco aguzzo, tutto coperto di ghiaccio, forse un antico vulcano,
dai fianchi quasi inaccessibili, spiccava su quel mare libero che una
superba aurora boreale, sprigionatasi in quel momento, tingeva d'un
rosso vivissimo.
Il canadese mandò un grido altissimo:
— Ecco uno dei due cardini del mondo!... Il Polo è là!... Dik, il
canotto!...
— Il polo!... Quello è il polo!... — esclamò lo studente.
— Sì, Walter: domani a mezzodì io farò il punto, e vedrete che è
proprio sul vertice di quel picco che s'incrociano tutti i meridiani
del mondo.
— Possibile, signore?
— Che cosa credevate di trovare dunque voi al Polo? La luna forse, o
tutti i vostri fulmini di Giove riuniti in fascio?
— Non lo so, signor Gastone, — rispose lo studente, che pareva
sbalordito.
— Dik, il canotto!... — ripetè il canadese. — Metteteci dentro la
gloriosa bandiera della vecchia Francia.
— Eccomi, signore, — rispose l'ex-baleniere uscendo di sotto il
carrozzone, dove in un cassetto di ferro si trovava il canotto ben
ripiegato, coi pezzi dell'armatura, i due remi e la pompa premente per
gonfiarlo.
Lo studente era accorso in suo aiuto.
In dieci minuti la piccola imbarcazione, capace di portare non più di
due uomini, fu gonfiata, armata e portata sulla spiaggia.
— Lasciate che per ora io solo prenda possesso del Polo nord, — disse
il canadese con voce grave, fissando e spiegando sulla poppa una
piccola bandiera coi colori di Francia.
— Ne avete il diritto, signor Gastone, — rispose lo studente. — A
voi spetta pel primo di posare i piedi sul cardine boreale dell'orbe
terracqueo. —
Il canadese aveva già afferrati i remi, quando un colpo di fucile
rimbombò sul mare libero, ripercuotendosi fragorosamente fra i monti di
ghiaccio.
— Uno sparo.... qui.... a due passi dal Polo!.... — esclamò il signor
di Montcalm con vivo stupore.
Poi un nome gli sfuggì:
— Torpon!... —
Dik e Walter si erano slanciati giù dalla spiaggia, spingendo i loro
sguardi al largo.
In quel momento un secondo sparo rimbombò, e sui fianchi d'un enorme
_ice-berg_, il quale oscillava spaventosamente a cinque o seicento
metri dalla sponda, salì una nuvoletta di fumo.
— Un uomo laggiù!... — disse l'ex-baleniere.
— Aspettatemi qui!... — gridò il canadese. — Chiunque sia cercherò di
salvarlo. —
Afferrò i remi e fece volare il canotto sulle acque spingendolo verso
la gigantesca montagna di ghiaccio la quale, quantunque il mare
fosse calmo, continuava a rollare come se fosse lì lì per perdere
l'equilibrio e rovesciarsi.
Su una specie di piattaforma che declinava verso l'acqua, una forma
umana era comparsa ed agitava pazzamente le braccia, urlando a
squarciagola:
— _Help!... Help!_...["Aiuto!"]. —
Il canadese, abilissimo canottiere, come tutti i suoi compatriotti del
S. Lorenzo, in pochi minuti attraversò la distanza, gettò un gancio sul
ghiaccio e balzò sulla piattaforma.
L'uomo che gridava era scomparso qualche istante prima dietro una
sporgenza.
— Dove siete? — gridò il canadese. — Sono venuto a salvarvi!... Non
abbiate alcun timore!... —
Aveva già raggiunta la cima della piattaforma, quando un uomo gli
rovinò addosso, bestemmiando.
Stringeva fra le mani un fucile, impugnandolo per la canna.
— Ah!... Miserabile!... — gridò, con accento feroce. — Ti ho trovato
finalmente ed ora ti uccido!... Tu non andrai al Polo!...
— Voi.... Torpon!... — aveva gridato il canadese, balzando indietro. —
Disgraziato, che cosa volete fare? —
Era proprio il _yankee_, il suo rivale, che gli stava dinanzi,
spaventosamente dimagrito, colla pazzia negli sguardi, il viso smunto,
col naso gelato e già intaccato dalla cancrena.
Che cosa era toccato a quel miserabile, ritrovato in vista, anzi a
poche centinaia di metri dal Polo? Dov'era la sua automobile? Dov'erano
i suoi compagni, poichè non era ammissibile che si fosse slanciato da
solo nella grande e perigliosa impresa?
[Illustrazione: Il canadese volle andar solo ad inalberare la
bandiera... (Cap. XXV).]
— Giù quel fucile!... — gridò il canadese, estraendo rapidamente
il _bowie-knife_ che portava appeso alla cintola, e che era l'unica
arma che in quel momento possedeva. — Io non voglio farvi alcun male,
_mister_ Torpon, quantunque abbiate ordito contro di me dei tradimenti
infami!... —
Lo _yankee_ rispose con uno scoppio di risa, e dardeggiò sul suo rivale
uno sguardo feroce.
— Io non ho potuto andare al Polo quando già stavo per metterci il
piede, — disse con voce cupa. — Il freddo ha spento i miei due compagni
e l'oceano ha inghiottita la mia automobile, ma nemmeno voi andrete al
Polo, signor di Montcalm.
Già se anche io ci andassi, _miss_ Ellen non mi vorrebbe più ora che il
mio naso è putrido.
Guardatevi: non ho più che una sola cartuccia, perchè le due ultime
le ho sacrificate per richiamare la vostra attenzione, però ho ancora
abbastanza forza per uccidervi.
Nessuno di noi guarderà più mai gli occhi di quella terribile e crudele
fanciulla!...
— Giù quel fucile, _mister_ Torpon, — ripetè con tono minaccioso
il canadese. — Vi ripeto che non voglio farvi alcun male e che vi
ricondurrò sul continente, perdonandovi i vostri tradimenti.
— Quali? — chiese ironicamente l'americano.
— Dik, il mio _chaffeur_, mi ha narrato tutto.
— Ecco una grande canaglia: mi prende diecimila dollari e vi lascia
giungere al Polo. Bisogna che vi uccida tutti!... —
Con un balzo improvviso si era scagliato sul canadese, mandando un
ruggito di belva.
Il suo avversario che già si teneva in guardia, aspettandosi qualche
brutto giuoco da parte di quell'uomo a cui le sofferenze avevano
guastato il cervello, con un salto di fianco si sottrasse al calcio
del fucile che avrebbe dovuto spaccargli la testa, poi gli si precipitò
addosso afferrandolo strettamente e gridando:
— Arrenditi!... Ho un coltello nelle mie mani!... —
La risposta fu una bestemmia seguita da uno scroscio di risa.
L'americano aveva lasciato cadere la carabina ed aveva, a sua volta,
avvinghiato il canadese, cercando di spingerlo giù dalla piattaforma e
scaraventarlo nel mare.
Una lotta terribile, feroce, si era impegnata fra i due uomini, i quali
ormai non avevano altre armi che le loro mani, poichè anche il canadese
si era lasciato sfuggire il _bowie-knife_.
Erano caduti sul ghiaccio e si rotolavano tentando di sopraffarsi e
scambiandosi, quando potevano, dei poderosi pugni.
Imprecazioni e ruggiti di belve in furore sfuggivano dalle loro labbra.
Walter e Dik, impotenti, assistevano a quella lotta selvaggia senza
nulla poter tentare, poichè il canotto era rimasto fisso al ghiaccione
col raffio.
Intanto l'enorme _ice-berg_, sospinto dal vento polare, s'avvicinava
alla spiaggia rollando sempre più spaventosamente.
Gli uccelli marini che nidificavano sulla sua cima erano già volati
via abbandonando le loro uova, e dai fianchi della gigantesca massa
rotolavano, rimbalzando, gran numero di ghiacciuoli.
Era un avvertimento ben conosciuto ai marinai pratici delle
regioni artiche. Il colosso, rôso alla sua base dalle acque non
più così intensamente fredde, stava per perdere il suo equilibrio e
capovolgersi.
Dik se n'era accorto.
— Signor di Montcalm!... — gridò, facendo colle mani porta-voce. —
Fuggite!... La montagna sta per rovesciarsi!... Al canotto!... Al
canotto, signore!... —
Disgraziatamente la sua voce veniva coperta dal continuo grandinare dei
ghiacciuoli, e poi i due uomini erano tanto accaniti nella lotta da non
vedere e da non udire più nulla.
Continuavano a rotolarsi per la piattaforma, tempestandosi di pugni,
l'uno facendo sforzi disperati per non lasciarsi precipitare in mare, e
l'altro per gettarvelo.
Ad un tratto l'enorme montagna s'inclinò su un fianco tuonando, come se
nel suo seno fosse scoppiata una mina.
Le due vette descrissero sull'azzurro del cielo un grande arco,
poi l'enorme massa, che pesava quanto un'alta montagna, si rovesciò
rapidamente mentre la parte fino allora sommersa s'alzava sollevando
una immensa ondata.
Dik e Walter avevano mandato due grida d'angoscia.
— Signor di Montcalm!... —
Per qualche istante videro i due uomini, strettamente aggrappati,
sollevarsi in aria insieme alla piattaforma sulla quale lottavano, poi
non scorsero altro che una immensa colonna di acqua e di spuma da cui
emerse, con un salto immenso, la parte inferiore dell'_ice-berg_.