L'ultimo mammouth?
Come ebbero mangiato in fretta per approfittare delle poche ore di luce
che rimanevano, avvicinandosi rapidamente la lunga notte polare, i tre
esploratori che sentivano un grande bisogno di muoversi per combattere
il torpore che li invadeva in causa del grande freddo, presero le
armi e si allontanarono verso il settentrione, colla speranza di fare
l'incontro di qualche orso.
Ne avevano già veduti parecchi durante la loro fulminea corsa e si
tenevano certi di sparare non pochi colpi di fucile.
Pel treno, affondato nella neve fino alla parte inferiore dello
_chassis_, non avevano nulla da temere, tanto più che avevano prima
sprangato il carrozzone il quale conteneva i viveri.
La selvaggina non si presentava troppo abbondante. Qualche volpe polare
scappava con velocità fulminea, sfidando le palle che lo studente
le sparava dietro senza riuscire a colpirle; abbondavano invece i
volatili, specialmente i borgomastri ed i gabbiani, ma nessuno pensava
a sprecare delle munizioni diventate ormai piuttosto scarse.
Avevano percorso un paio di chilometri quando, con loro grande
sorpresa, trovarono impresse sulla neve delle orme gigantesche che non
potevano essere state prodotte dalle zampe di orsi bianchi, gli animali
più grossi fino allora conosciuti.
— Signor Gastone, — chiese lo studente, al colmo dello stupore. — Quale
bestione può aver impresse su questa neve queste orme? —
[Illustrazione: Il _mammouth_, spaventato da quelle
detonazioni.... (Cap. XXIII).]
Il canadese invece di rispondere si era curvato, guardandole
attentamente.
— È strano!... — esclamò finalmente. — Si direbbero traccie di
elefanti!... —
Lo studente rispose con una sonora risata.
— Degli elefanti al Polo!... Ah!... Signor Gastone, che cosa dite voi
mai?
— Vi stupite?
— Non siamo già all'equatore. Non sentite questo freddo cane?
— E allora?
— Vorreste proprio dire che queste traccie somigliano a quelle d'un
pachiderma?
— Pachiderma: ben detto, mio caro Walter, perchè la bestia che è
passata per di qua non può appartenere che a quella famiglia.
— Volete scherzare, signor Gastone.
— Niente affatto. Chi può assicurare che i giganteschi mammouth, quei
fratelli degli elefanti, che un tempo popolavano queste regioni, siano
veramente tutti scomparsi? Chi ha esplorate queste terre per affermare
ciò?
— Infatti, signore, io ho letto in non so quale libro della biblioteca
di Cambridge, che in tempi remoti i mammouth abitavano la Siberia e le
grandi isole dell'oceano polare.
— Non tanto remoti quanto credete, amico, — rispose il canadese. —
Nel 1900, se ben ricordo, giungeva all'Accademia di Pietroburgo la
strabiliante notizia che un cosacco aveva scoperto sulle spiaggie
dell'oceano polare, in un luogo assolutamente deserto, il cadavere
di uno di quei colossali pachidermi in uno stato di conservazione
splendido.
Aveva ancora intorno alle sue ossa la carne, e la pelle era ancora
coperta di peli: non gli mancava che la proboscide.
— Nel 1900 avete detto?
— Sì, Walter. Ammetto che il ghiaccio abbia conservato a lungo la carne
di quel colosso, ma ammetterete pure che non l'avrà conservata per
secoli e secoli.
Ciò vuol dire che i _mammouth_ se sono veramente tutti scomparsi, sono
finiti molto recentemente.
Ed infatti Behering affermava di aver veduto sulle isole dello stretto
degli animali giganteschi, i quali potevano benissimo essere dei
pachidermi.
— E fu ricuperato quell'animalaccio?
— Il governo russo, appresa la notizia di quella scoperta, mandò subito
in Siberia il conservatore delle collezioni zoologiche di Pietroburgo,
ed il _mammouth_, che si era affondato in mezzo ai ghiacci, poco
lontano dal villaggio di Sredne Kolynk, fu portato in Russia non senza
grandi difficoltà, non esistendo allora nessuna linea ferroviaria fino
agli Urali.
Oggi lo scheletro di quel bestione figura nel museo imperiale di
Pietroburgo.
— Che non siano proprio tutti scomparsi?
— Chi lo sa?... Qualcuno può essere sopravvissuto.
— Corpo di Giove!... Una caccia all'elefante al Polo!... Chi ci
crederebbe? Signor Gastone, seguiamo queste tracce.
— Certo, Walter.
— Ho udito narrare che la tromba degli elefanti è un vero manicaretto.
— Così si afferma.
— Corpo di tutti i fulmini di Giove!... Se potessi assaggiarla
anch'io!...
— Guadagnatevela, signor ghiottone.
— È quello che tenterò di fare.
— Allora in marcia dietro le orme. —
I tre uomini esaminarono prima i fucili, trattandosi d'una caccia
tutt'altro che facile, poichè se il _mammouth_ era un animale
tranquillo quando non era disturbato, diventava invece, al pari degli
elefanti, terribile se assalito; poi si misero in marcia risolutissimi
a scovare quell'animale che fino allora si credeva scomparso da qualche
centinaio d'anni se non di più.
Le larghe orme si dirigevano verso un picco isolato, contornato da
colossali _ice-bergs_ alla sua base e che probabilmente doveva essere
un isolotto.
Giunti a duecento metri, i tre cacciatori, con loro non poca sorpresa,
scopersero due traccie.
Una si dirigeva verso ponente del picco e l'altra verso oriente. Erano
due i colossali pachidermi od uno solo che aveva girato e rigirato
intorno agli _ice-bergs_?
— Dik, — disse il canadese, — se vi trovaste dinanzi ad un simile
animale, avreste paura? —
Un sorriso quasi sprezzante spuntò sulle labbra dello _chaffeur_.
— Un uomo che ha ucciso più di venticinque balene può affrontare un
elefante, a qualunque razza appartenga, — disse. — Gli sparerò dentro
il naso.
— Allora voi girate il picco verso ponente, mentre noi lo gireremo
verso levante e se lo trovate spingetelo contro.
— Va bene, — rispose l'ex-baleniere.
Accese la sua pipa, quantunque avesse poche probabilità di fare molte
tirate, in causa del freddo sempre intensissimo, e si allontanò col
fucile sulle spalle.
Il canadese e lo studente, dopo aver esaminate nuovamente le orme, si
misero a loro volta in marcia, girando il picco in senso contrario.
Un ardore bellicoso animava entrambi. La prospettiva d'una caccia così
colossale li esaltava, unita alla grande curiosità di vedere, ancora
vivente, un animale appartenente alla razza antidiluviana, scampato
chissà per quale miracolo alla formidabile sommersione della crosta
terrestre.
Le traccie continuavano, traccie profonde, formate da cinque unghie
assai larghe che avevano perfino spezzato il ghiaccio.
Non si poteva ormai più dubitare che si trattasse veramente d'un
_mammouth_ o di qualche altro animale simile, forse l'ultimo della sua
razza sperdutosi sugli ultimi confini della terra di Ellesmore.
I due cacciatori raggiunsero l'estrema punta del picco che scendeva
verso levante in forma d'uno sperone colossale, e piegarono verso il
settentrione per incontrarsi con Dik che doveva procedere dal lato
opposto.
Le traccie continuavano ma l'animale non compariva. Forse pascolava
dall'altra parte, spaccando il ghiaccio colle robustissime zanne per
mettere allo scoperto i pochi muschi ed i licheni sepolti sotto.
Già cominciavano a disperare d'incontrarsi con quel colosso, quando
uno sparo rimbombò a poca distanza seguito da un urlo acutissimo che li
fece trasalire.
— Aiuto!... Aiuto!...
— Dik!... La voce di Dik!... — gridò Walter, prendendo lo slancio. —
Signor Gastone, accorriamo!...
— Sì, preparate il fucile!... — rispose il canadese, con voce
soffocata. — Il _mammouth_ ha assalito il baleniere! —
Girarono a gran corsa una specie di bastione che si stendeva sul fianco
settentrionale del picco, ed uno spettacolo terrificante si offerse ai
loro sguardi.
Un animale gigantesco, assai più grosso e più alto d'un elefante,
armato di due lunghissime zanne ricurve in alto, d'un avorio
bianchissimo, aveva afferrato l'ex-baleniere colla sua tromba
e lo scuoteva furiosamente a venti metri dal suolo, barrendo
spaventosamente.
Il disgraziato _chaffeur_, semi-soffocato da quella poderosa stretta,
agitava pazzamente le braccia e le gambe gettando delle grida orribili.
Il signor di Montcalm in pochi salti raggiunse il colossale pachiderma,
imbracciò il fucile e sparò uno dietro l'altro, con una calma
meravigliosa, sei colpi, mirando le spalle anzichè la testa.
Il pachiderma, spaventato da tutte quelle detonazioni che si
succedevano senza tregua e colpito in pieno, sciolse la tromba
lasciando cadere Dik in mezzo ad un ammasso di neve fortunatamente
non ancora gelata, scosse le larghe orecchie, lanciò un formidabile
grido di guerra che si ripercosse contro i fianchi della montagna e si
scagliò innanzi, cercando di precipitarsi verso lo stretto di Smith che
era poco lontano.
Altri sei colpi rimbombarono in quel momento. Walter, passato il primo
istante di stupore, a sua volta vuotava il serbatoio del suo _mauser_.
Il colosso si fermò un momento lasciandosi fucilare quasi a bruciapelo,
lanciò tre o quattro barriti spaventevoli, poi, quantunque avesse in
corpo ben dodici palle, riprese la corsa verso la spiaggia.
Giunto però sulla ripa si fermò nuovamente lasciando penzolare, quasi
inerte, la sua proboscide pelosa, scosse le orecchie, poi rovinò sul
_pak_ sottostante con un cupo rimbombo.
L'ultimo _mammouth_ era morto!...
Mentre fuggiva, il canadese si era slanciato verso Dik il quale si
teneva le mani strette ai fianchi.
— Siete ferito, Dik? — gli chiese premurosamente.
— Bah!... — rispose lo strano uomo con un sorriso. — I balenieri hanno
le costole dure. Se però tardavate un istante a giungere, non so se
avrebbero resistito ad un'altra stretta.