Le ultime corse.
L'uragano di neve scoppiava allora con una furia veramente
spaventevole, come se volesse gareggiare colle terribili convulsioni
del grande _pak_ che si stendeva sul golfo di Boothia.
Un vento d'una violenza inaudita e così gelido da far screpolare la
pelle dei volti e sopratutto le labbra, soffiava dal nord con ululati
sinistri, sconvolgendo gli altissimi strati di neve che coprivano
quella grande isola perduta ai confini del mondo abitabile.
Le folate, o meglio le raffiche, giungevano con tanta rabbia da
scuotere l'automobile, quantunque questa fosse, per sua fortuna,
sepolto nella neve fino sopra le ruote.
Il signor di Montcalm, Dik e Walter si erano rifugiati in fondo alla
_capote_ dopo aver abbassata e ben legata la grossa cortina di cuoio,
portando con sè una bottiglia di _gin_, l'unica che ormai possedevano e
la sola che potesse dare ai loro corpi intirizziti da 45° di freddo, un
po' di calore.
Ben stretti l'uno contro l'altro e avvolti nelle loro folte pelliccie
d'orso bianco, attendevano pazientemente che quell'ira di Dio si
calmasse.
Il canadese era diventato più taciturno di Dik; lo studente aveva
perduto completamente il suo buon umore.
Di fronte a quel disastro non si sentiva più in grado di scherzare.
Preferiva dare, di quando in quando, qualche bacio alla bottiglia per
combattere alla meglio quel freddo feroce che non accennava affatto a
diminuire.
La notte era scesa, una notte oscurissima marina, e la tempesta non
cessava d'infuriare.
La neve continuava ad accumularsi intorno all'automobile formando
dei bastioni alti tre ed anche quattro metri, che di quando in quando
venivano sfondati dalla furia del vento polare.
— Bella notte, — disse ad un tratto lo studente, dopo di aver
sbadigliato come un orso. — Che domani ci svegliamo con un contorno di
ghiaccio? E la cena?
— Andate a prendervela nel carrozzone, — disse il canadese.
— Se le pressioni fossero cessate mi ci proverei, signor Gastone, anche
perchè io non sono mai stato abituato a coricarmi senza aver prima
cacciato qualche cosa nel mio ventre, fosse pure un miserabile biscotto
bagnato con un po' di _gin_.
— Non vi consiglierei di avventurarvi sul _pak_ con un simile tempo.
Non andreste certamente molto lontano.
— Freddo e ventre vuoto!... Questo non può durare.
— Volete un altro consiglio?
— Dite pure, signor Gastone.
— Stringete la cintura dei vostri calzoni, copritevi bene e chiudete
gli occhi. Chi dorme non sente più gli stiracchiamenti dello stomaco.
— Farò come voi dite.
— Dik, accendete un fanale per tenere lontani gli orsi bianchi.
Potrebbero approfittare di questa tempesta per farci una visita, da me
non certo desiderata.
— E da me anzi invocata, signor Gastone, — disse lo studente. — Sarebbe
l'arrivo della cena e di non so quanti pranzi poi.
— Potreste però servire voi da cena a quei messeri dalla bianca
pelliccia. —
Attesero che la lanterna fosse accesa, si misero accanto le armi,
fecero riabbassare la tenda di cuoio, e dopo di aver vuotate le
ultime gocce della bottiglia, si ricacciarono in fondo alla vettura,
stringendosi bene dappresso, per scaldarsi un po' reciprocamente.
Al di fuori la bufera si scatenava sempre più formidabile.
Il vento scaraventava addosso alla vettura, fra ululati e ruggiti
spaventosi, una grandine di ghiacciuoli ed immense colonne di neve.
Vi era il pericolo che tutto rimanesse seppellito prima che sorgesse
l'alba.
La stanchezza, le emozioni provate ed il freddo che li intorpidiva
ebbero ben presto ragione sulle apprensioni, ed i tre uomini non
tardarono ad addormentarsi.
Lo studente soprattutto, malgrado la mancanza della cena, non aveva
tardato a cadere nel mondo dei sogni.
Sognava di trovarsi in un grande albergo americano, seduto dinanzi
ad una tavola copiosamente imbandita, e fornita d'un bel numero di
bottiglie di _champagne_, e di essere lì per allungare una mano verso
un magnifico _pudding_ appena levato dal forno.
La mano infatti fu allungata dallo studente anche se dormiva, ma quale
fu il suo stupore nel sentirsela afferrare da certe granfie che un
momento prima, nel sogno, non aveva vedute dinanzi a sè!... Sentendo
quella stretta si era svegliato di colpo spalancando gli occhi.
La tenda di cuoio era caduta ed una massa enorme, che la luce
della lanterna volta verso l'interno della vettura illuminava, si
era arrampicata sul dinanzi dello scudo protettore, allungando due
zampaccie villose verso lo studente che si era addormentato quasi
dietro al volante.
Walter con una mossa fulminea aveva ritirata la mano urlando a piena
gola:
— Aiuto!... Aiuto!... Gli orsi bianchi!... —
Il canadese e Dik, strappati bruscamente dal loro torpore da quelle
grida terribili, erano balzati in piedi stringendo ognuno una Colt.
Vedendo quella massa bianca si misero a sparare all'impazzata,
bruciando fino l'ultima cartuccia.
L'orso, poichè si trattava realmente di uno di quei giganti abitatori
delle regioni polari, imbarazzato dal volante che gli aveva impedito di
avanzare, ricevette quel fuoco di fila senza nemmeno protestare.
Crivellato a brucia pelo dai proiettili delle grosse rivoltelle, si
piegò da un lato, poi rotolò giù dalla vettura scomparendo sotto la
neve prima che Walter, il quale era riuscito a trovare uno dei due
_mauser_, avesse avuto il tempo di dargli il colpo di grazia che
d'altronde non era necessario.
— Ve lo avevo detto io che malgrado la tempesta ci avrebbero fatta
qualche sgradita visita? — disse il canadese, mentre Dik rimetteva a
posto la tenda di cuoio per arrestare la neve che il vento spingeva
dentro la vettura. — Nemmeno la luce dei fanali arresta più queste
bestiaccie.
— Che sia proprio morto, signor Gastone? — chiese Walter.
— Con dodici palle che ha ricevuto? Io credo che nessuna sia andata
fuori bersaglio.
— I lupi non ce lo mangeranno? Ci tengo a ritrovarlo intatto per
rifarmi della cena che mi è mancata.
— I lupi sono piuttosto scarsi oltre il circolo polare artico, e poi
non oseranno lasciare le loro tane con una notte così orribile.
Walter riprendiamo il nostro sonno.
— Volentieri, signor Gastone. Ora che so di non dover morire di fame
dormirò più tranquillo. —
Si rincantucciarono in fondo alla vettura, ricaricarono per precauzione
le armi, quantunque avessero la convinzione di non ricevere altre
visite da parte di quei pericolosi signori del Polo, e non tardarono a
riprendere il sonno così bruscamente interrotto. Al mattino la tempesta
infuriava ancora e, sempre con eguale violenza, la neve continuava a
turbinare.
Una semi-oscurità avvolgeva l'isola quantunque la dormita degli
esploratori si fosse prolungata fino dopo le dieci.
Intorno alla vettura si erano accumulate delle enormi masse di neve le
quali oltrepassavano la _capote_.
— Siamo come sepolti, — disse lo studente, mentre Dik si sforzava di
far agire il motore per riscaldare un po' l'interno della vettura. —
Come faremo a uscire, signor Gastone?
— Colle nostre gambe e colle nostre picozze, — rispose il canadese.
— Fortunatamente nella cassa abbiamo anche dei badili per aprirci il
passo.
— E ritrovare il nostro orso, signore. Se mi dovesse mancare anche la
colazione mi sentirei di morire molto presto.
— Il grande freddo domanda la sua parte di carbone che pei nostri
corpi deve essere rappresentato da carne, a qualunque specie d'animali
appartenga.
— E dove cucineremo noi le nostre bistecche? Non abbiamo qui la stufa.
— Se fossimo degli esquimesi non ci troveremmo imbarazzati, Walter.
— Volete dire?
— Che si potrebbe farle arrostire sulla fiamma dei fanali.
— Puah!... — fece lo studente sputando un pezzo di ghiaccio che gli si
era formato in bocca.
— Ed allora, mio caro, divoreremo le nostre bistecche crude. Su,
prendete i picconi e le pale e cerchiamo di liberare la vettura dalla
neve che la stringe da tutte le parti, prima che geli completamente.
Dopo cercheremo l'orso.
— Mi premerebbe prima, signor Gastone.
— Abbiate un po' di pazienza, signor affamato. Sbarazziamo almeno
prima le ruote per evitare che il ghiaccio faccia scoppiare le
pneumatiche. —
Lavorando febbrilmente liberarono dapprima la parte anteriore della
vettura che era quasi scomparsa sotto la neve, poi assalirono i
bastioni di ghiaccio che tendevano a restringersi contro le ruote per
effetto delle pressioni che si manifestano anche a terra, non però
colla violenza spaventosa che si nota sui _paks_.
Per quattro ore quei tre uomini, quantunque sfiniti dalla fame,
maneggiarono ora i picconi ed ora le pale, sotto una continua bufera
di neve, poi ottenuto, almeno pel momento, uno spazio sufficiente, si
misero in cerca dell'orso.
Il bestione, sprofondando, aveva aperta una buca nella neve, sicchè
non fu difficile scovarlo, quantunque sepolto sotto uno strato di due
metri.
A gran colpi di scure il canadese e l'ex-baleniere gli troncarono
le zampe posteriori senza perdere tempo a scuoiarlo tutto, poi si
affrettarono a rifugiarsi sotto la _capote_ non potendo più resistere
alla furia del vento ed al freddo intensissimo che aveva raggiunto
ormai i 45°.
Togliere la pelle e tagliare a fette uno zampone ben grosso fu l'affare
di pochi momenti.
— _Rosbif_ sanguinanti riscaldati sotto la neve!... — gridò
allegramente lo studente. — Cucina polare!... —
Ed i tre uomini, divorati dalla fame, assalirono quel gigantesco
prosciutto divorando a crepapelle e senza provare alcun ribrezzo.
Si provarono poi ad accendere le pipe, ma dovettero ben presto
rinunciare, poichè dopo poche tirate si trovavano in bocca un pezzo di
ghiaccio ed il tabacco si spegneva.
Il termometro sospeso all'esterno era disceso di altri due gradi in
meno di un'ora.
— Finiremo per morire gelati, se questa tempesta non cessa, — disse
lo studente, il quale pensava al tiepido carrozzone riscaldato dalla
russante stufa.
Non potendo recarsi fino alla spiaggia per vedere se la loro vettura
esisteva ancora od era stata inghiottita, non trovarono di meglio che
di riaddormentarsi, ciò che riuscì loro facile poichè le bassissime
temperature intorpidiscono l'uomo più vigoroso annichilendogli quasi il
cervello.
Anche durante tutto quel giorno la bufera rumoreggiò ed urlò intorno
alla vettura, però la neve dopo mezzodì era completamente cessata.
I tre esploratori che si erano svegliati, ne approfittarono per cercare
di riparare il guasto toccato al motore.
Come già il canadese ne aveva avuto il sospetto, il pezzo che avevano
forse troppo frettolosamente saldato, si era nuovamente spezzato.
Fortunatamente il radiatore non aveva nulla.
Dik, sorvegliato strettamente dallo studente e dal canadese, il quale
lo aiutava, si mise di buona o mala voglia all'opera, e prima che le
tenebre scendessero il motore aveva ricominciato a funzionare.
— A domani, — disse il canadese. — Lasciamo che questa notte la neve si
rassodi, poi ci scaveremo una via per far rimontare la vettura che si
trova due buoni metri sotto lo strato.
Durante la notte anche la bufera, che durava da due giorni, finalmente
si calmò, sicchè al mattino sulla grande isola regnava una calma
relativa.
La neve era però caduta in così grande quantità che lo spessore del
ghiaccio era aumentato di quasi tre metri, rendendo l'atmosfera quasi
irrespirabile tanto era fredda.
Il canadese ed i suoi compagni, quasi completamente assiderati,
malgrado lo spessore delle loro pelliccie, con un ultimo sforzo
aprirono un varco nella massa gelata, improvvisando una strada saliente
verso la superficie del ghiaccio, poi lanciarono l'automobile, ansiosi
di tornare sul _pak_.
Avrebbero ritrovata la loro vettura che portava con essa tutte le
loro speranze, poichè nei suoi fianchi stavano rinchiusi i serbatoi di
benzina? Ecco quanto si chiedevano ansiosamente.
Se il golfo di Boothia l'aveva inghiottita potevano considerarsi come
perduti, poichè l'automobile non avrebbe potuto percorrere più d'una
cinquantina di chilometri nè, anche se avesse avuto una grossa riserva
di benzina, proteggerli contro i terribili freddi del Polo artico.
La tempesta di neve aveva trasformata la costa meridionale dell'isola.
Se due giorni prima era quasi piana, ora mostrava una serie infinita
di ondulazioni più o meno accentuate, simili alle _rolling prairies_
delle sconfinate praterie del Far-West, che l'automobile però superava
facilmente, pur rollando e beccheggiando disperatamente.
Con una volata di mezz'ora, a sessanta chilometri di velocità, la
vettura raggiunse la costa, arrestandosi bruscamente sulla cima sotto
una poderosa stretta di freni.
Il canadese, lo studente e perfino il flemmatico Dik erano balzati in
piedi.
L'immenso _pak_, tutto scintillante d'una luce intensissima in causa
del rifrangersi dei raggi solari, si stendeva dinanzi a loro.
In mezzo a quello scintillìo che accecava, un punto oscuro attrasse
subito l'attenzione dei tre esploratori.
— Il nostro carrozzone!... — gridò il canadese.
— Sì, il nostro _vagone-salon!_... — urlò lo studente dimenando le
braccia come le ali d'un mulino. — _Hurràh!... Hurràh!_... La conquista
del Polo è assicurata!... —
Anche Dik pareva commosso. Dopo tutto non doveva garbargli troppo di
trovarsi arrestato al di là del circolo polare artico in piena _panne_,
colla sola risorsa di ritornarsene al Canadà a piedi sia pure coi
diecimila dollari di _mister_ Torpon.
— Dik, — disse il canadese. — Il _pak_ a quanto pare ha ripreso il suo
equilibrio. Possiamo scendere?
— Sì, signore.
— Andiamo a riprendere il nostro carrozzone.
— Purchè il motore non si guasti ancora.
— Lasciate a me allora il volante, — disse il signor di Montcalm,
con tono un po' acre. — È impossibile che ogni momento succedano
dei malanni ad una macchina che è stata costruita con tutte le cure
possibili.
Si direbbe che voi avete sbagliato mestiere.
— E che avreste fatto meglio a continuare a fare il baleniere, —
aggiunse Walter.
Dik si era alzato, lanciando sui due uomini un brutto sguardo.
— Pare che mi vogliate offendere, — disse poi, con calma glaciale. —
Se siete stanchi di me, ditemelo francamente, ed io me ne tornerò al
Canadà colle mie sole gambe, purchè mi si dia un fucile colle relative
munizioni.
— Per farvi mangiare dagli orsi bianchi? — disse lo studente.
— Siete pazzo, Dik? — disse il canadese.
— Uh!... Un baleniere non ha paura nè del freddo, nè degli orsi. Se
volete, parto subito.
— Riprendete il volante, — comandò il canadese, con voce imperiosa. —
Io vi ho arruolato e dovrete venire con noi fino al Polo.
— Avete ragione, — rispose asciuttamente l'ex-baleniere, dopo una breve
esitazione.
Tornò a sedersi dietro il volante e dopo d'aver guardato per qualche
istante la spiaggia che scendeva rapidissima, rimise in moto il motore,
tenendo una mano sul freno.
Più che una discesa fu uno scivolamento, poichè le ruote erano
state chiuse. La vettura balzò finalmente sul _pak_, il quale aveva
riacquistata la sua immobilità e filò verso quel punto grigiastro che
ingrandiva a vista d'occhio, scomparendo la distanza rapidissimamente.
Dopo d'aver girato intorno a numerosi e giganteschi _ice-bergs_, i
quali erano riusciti a cacciarsi a forza dentro l'immenso campo di
ghiaccio, la vettura potè finalmente raggiungere il carrozzone scampato
miracolosamente alle formidabili pressioni che avrebbero potuto
stritolarlo in un attimo e mandarlo rotto in fondo al golfo di Boothia.
Nessun danno aveva subìto. Solamente le sue ruote si erano affondate
nel ghiaccio e l'intera massa si era inclinata su un fianco.
— Signor Gastone, — disse lo studente, il quale era balzato a terra
prima di tutti. — In questo miracolo io vedo una straordinaria
protezione da parte della fortuna verso di noi. Ora non dubito più di
poter sedermi in quel punto dove tutti i meridiani s'incrociano e di
bagnarli con una bottiglia di _champagne_.
— Lo spero anch'io, Walter, — rispose il canadese. — Sono anch'io
fermamente convinto ormai che la fortuna ci abbia accordata la sua
intera protezione.
Dik, guardate di attaccare e rinforzare le catene. Ne abbiamo altre in
serbo.
E noi, Walter, accendiamo la stufa e sgeliamoci le membra che ne hanno
proprio bisogno dopo tanto freddo.
— E prepariamoci un pranzetto più o meno luculliano per riscaldare
anche le nostre budella, signor Gastone, — rispose lo studente. — Corpo
di tutti i fulmini di Giove!... La carne dell'orso mi scendeva nello
stomaco come pezzi di ghiaccio.
— Lascio a voi preparare la minuta, signor ghiottone.
— E vedrete che fagiolata fumante vi preparerò io!... Me l'ha insegnata
la mia povera mamma, e come le faceva eccellenti!... —
Il bravo e sempre allegro giovanotto balzò nella vettura per accendere
la stufa prima di tutto, mentre il canadese e Dik si occupavano
dell'allacciamento delle catene che si erano spezzate durante quella
corsa disperata attraverso al _pak_.
Un'ora dopo i tre esploratori si trovavano riuniti intorno alla stufa,
dinanzi ad un pranzetto sapientemente preparato dallo studente.
Avevano proprio bisogno di un po' di calore esterno e sopratutto
interno dopo due giorni, passati quasi a digiuno fra una temperatura
oscillante fra i 42° ed i 45° sotto lo zero.
Quantunque avessero desiderato riposarsi alcune ore sui loro lettucci,
il timore che le terribili pressioni potessero ancora sorprenderli li
decise a riprendere senz'altro il viaggio.
Lasciarono molto a malincuore quel tiepido ambiente, allietato dal
russare dolcissimo della stufa, e ripresero il loro posto nella vettura
non senza aver prima rifornito il serbatoio della benzina.
Con una volata rapidissima riguadagnarono l'isola di Devon e dopo una
breve fermata per fare il punto, alle tre pomeridiane tagliavano il 75º
parallelo.
Lo stesso giorno, con un tempo relativamente calmo, si accampavano
sulle rive settentrionali di quella vasta terra, di fronte allo stretto
di Jones che era completamente gelato ed in vista dell'isoletta di
Coburg.
L'indomani, dopo una notte tranquillissima, rischiarata da una
magnifica aurora boreale, passavano sulla terra di Lincoln, terra
appena esplorata lungo le coste e che si ignora ancora esattamente se
sia una grande isola o se sia congiunta alla terra di Ellesmore.
Il ghiaccio era sempre buono e permetteva all'automobile di percorrere
senza fatica i suoi cinquanta chilometri all'ora.
Qualche orso di quando in quando si mostrava, subito salutato da una
scarica di _mauser_, e anche delle foche e delle morse apparivano in
vicinanza delle coste, presso i buchi che avevano aperti nei banchi
di ghiaccio per venire a respirare e godersi qualche pallido raggio di
sole.
Il secondo giorno da che avevano lasciato il _pak_ del golfo di
Boothia, correvano già sulla terra di Ellesmore, una delle ultime
esplorate dai navigatori americani ed europei in questi ultimi anni.
Le difficoltà però cominciavano a farsi sentire di miglio in miglio che
l'automobile si avvicinava al Polo.
Dei vasti canali di quando in quando interrompevano la corsa, canali
a mala pena gelati, quantunque il freddo si mantenesse sempre elevato,
obbligando gli esploratori a fare dei lunghissimi giri.
Ora invece erano ammassi formidabili di vecchi _ice-bergs_, che la
cortissima estate da tanti anni non aveva potuto sciogliere, che si
presentavano dinanzi al treno senza mostrare alcun passaggio, il che
obbligava gli esploratori a perdere delle lunghissime ore ed a sprecare
molta benzina per cercare una salita abbastanza accessibile.
Ora erano i _pak_ dei larghi stretti aperti al di là della terra di
Ellesmore, che mettevano a dura prova ed a grandi rischi quei tre
animosi — o meglio i due animosi — colle loro pressioni.
Da quattro giorni correvano senza posa, talvolta bersagliati da
improvvisi uragani di neve, quando verso il mezzodì del quinto giorno
il treno passò sulla terra di Smith, una delle più settentrionali e
delle meno note.
— Prendiamoci ventiquattro ore di riposo, — disse il canadese, dopo
che l'automobile, con grande fatica, ebbe superata l'alta costa,
sprofondando fino all'altezza delle ruote in un campo di neve non
ancora rassodato. — Ne abbiamo bene il diritto.
— È ancora molto lontano questo signor Polo? — chiese lo studente.
— Io spero, fra due giorni, se nulla di grave succede, di sturare la
nostra famosa bottiglia di _champagne_ sull'incrocio dei meridiani e di
vuotarla....
— Alla salute dei begli occhi di _miss_ Ellen Perkins, — interruppe
Walter.
Il canadese lo guardò socchiudendo più volte gli occhi, poi rispose
bruscamente:
— No.... alla nostra. Pranziamo; e poi, giacchè il vento non ci
tormenta e la temperatura è diventata stranamente mite, andremo ad
esplorare un po' il paese ed a cacciare. —