Un dramma polare.
Quella notte, passata sulle rive di quel lago gelato, fu
tranquillissima, ed i tre esploratori poterono riposarsi placidamente
sui loro piccoli ma soffici lettucci, russando insieme alla stufa che
era stata lasciata accesa dopo la cena.
L'indomani una nebbia intensa copriva la sterminata pianura polare.
Il canadese, dopo aver rilevato alla meglio, sulla bussola, la
posizione e aver fatti accendere i due potenti fanali, diede il segnale
della partenza.
Era forse una imprudenza avventurarsi attraverso a quel denso strato
di vapori che un vento freddissimo del nord ora lacerava ed ora
addensava. Se Torpon non si fosse già spinto tanto innanzi, il canadese
avrebbe accordato un giorno di riposo, non avendo stabilito il giorno
per raggiungere il Polo; l'idea però che il rivale potesse giungere
prima di lui all'incrocio di tutti i meridiani e spiegarvi la bandiera
stellata dell'Unione Americana, lo spingeva ad affrettarsi.
— Aprite bene gli occhi, Dik, — disse, prendendo il solito posto
insieme allo studente. — Non spingete troppo la corsa, almeno fino a
che la nebbia non si sia diradata.
Se tutto va bene, faremo quest'oggi un bel tratto di via e ci lasceremo
alle spalle il circolo polare artico. —
E l'automobile si era slanciata in mezzo a quel caos di vapori
turbinanti, procedendo con una velocità di trenta miglia all'ora,
velocità che se fosse durata sole dieci ore, avrebbe potuto condurre
gli esploratori fino sulle coste meridionali del vastissimo golfo di
Boothia.
La pianura si manteneva sempre abbastanza buona, quantunque, di quando
in quando, si presentassero dei crepacci che l'ex-baleniere evitava con
grande fatica e che talvolta invece superava quasi di volata, facendo
subire alle due vetture dei soprassalti spaventosi.
A mezzodì il treno giungeva sulle rive del Chesterfied, una specie di
fiord che staccandosi dalla baia d'Hudson s'inoltra entro terra per
parecchie dozzine di leghe.
Essendo la sua superficie tutta gelata, l'automobile vi si avventurò,
senza perdere tempo a girarlo verso ponente.
Giganteschi _ice-bergs_, alti due e perfino trecento metri, si erano
qua e là accumulati, formando talvolta delle barriere che apparivano
insuperabili.
Il freddo intenso li aveva però saldamente imprigionati entro il
_pak_, sicchè non c'era pericolo che da un momento all'altro perdessero
l'equilibrio e schiacciassero il treno.
Descrivendo delle grandi curve e dei vasti angoli, l'automobile
avanzava sempre, perseguitato da vere nubi di volatili, i quali osavano
perfino precipitarsi sugli esploratori colle loro grida rauche e
discordi.
Erano così poco paurosi, che anche presi a fucilate, dopo qualche
minuto tornavano alla carica.
Walter era riuscito a strozzarne perfino alcuni colle mani, e li aveva
messi da parte, contando di prepararseli per la cena, quantunque il
canadese ed anche l'ex-baleniere avessero fatto delle smorfie molto
significanti. Valeva infatti molto meglio la carne dell'orso bianco,
più saporita e meno coriacea.
Un'ora più tardi l'automobile correva nuovamente sulle pianure
settentrionali, muovendo sul Wager River, che non è affatto un fiume,
bensì un altro lunghissimo e largo _fiord_ che sbocca di fronte
all'isola di Southampton.
Il terreno era diventato nuovamente migliore, sicchè Dik, il quale
pareva pel momento che si fosse dimenticato delle promesse fatte a
_mister_ Torpon, spingeva la velocità talvolta perfino a sessanta
miglia all'ora.
Se non vi fosse stato il carrozzone, quel diavolo d'uomo non avrebbe
esitato a lanciarlo anche a cento, non essendovi alcun pericolo
di schiacciare delle persone, ma non doveva dimenticare il peso
considerevole che il motore era costretto a trainare.
Ancora tre ore di corsa velocissima in mezzo ad un piccolo uragano di
neve ed il treno giungeva sulle rive del golfo di Boothia, un grado e
mezzo sopra del circolo polare artico.
— Se continuiamo così e non succedono guasti, fra cinque o sei giorni
al più, noi faremo colazione al Polo, mio caro Walter, — disse il
canadese, nel momento che l'automobile si arrestava.
— Siamo infatti molto innanzi, signor Gastone. Me ne accorgo dal freddo
intenso.
Quanti gradi avremo?
— Trentacinque sotto.
— Brrr!... Eppure si può ancora resistere abbastanza bene.
— Perchè non soffia il vento del nord.
— Ci fermiamo qui?
— Voglio prima assicurarmi dello stato dei ghiacci.
— Correremo sul mare?
— Sarà molto meglio, Walter, così raggiungeremo più presto l'isola di
Devon.
Lasciamo che si occupi Dik della cucina per oggi, e noi andiamo a fare
una piccola esplorazione lungo la costa.
— Avete capito, mastro baleniere? — gridò lo studente. — Vi raccomando
i miei gabbiani.
— Che mangerete voi solo, — rispose lo _chaffeur_. — Io preferisco un
filetto d'orso bianco.
— Come vi piace: io tengo più ai miei volatili.
— Andiamo, Walter, — disse il canadese.
Presero i loro fucili ed i loro coltellacci, non essendo improbabile
l'incontro di qualche orso bianco, e scesero la spiaggia interrotta da
seni e da minuscoli _fiords_.
Tutto il golfo, il quale si prolunga fra la terra omonima che si
frastaglia a ponente e quella di Baffin a levante, era gelato.
S'aprivano però qua e là dei larghi canali, in mezzo ai quali sfilavano
gli _ice-bergs_.
Una luce intensissima, d'una bianchezza diafana, che il cielo,
coperto di nubi gravide di neve, rifrangeva, lo illuminava tutto: era
l'_ice-blink_.
— Che inverno precoce, — disse il canadese. — Guai se i balenieri si
fossero quest'anno indugiati.
— Che ne troviamo qualcuno rinchiuso fra i ghiacci? — chiese lo
studente.
— Può darsi, Walter. Questo freddo intenso è però favorevole a noi
poichè potremo correre, senza alcun pericolo, attraverso i canali
del Reggente e di Lancaster e raggiungere le terre di Lincoln e di
Ellesmere. Oh!... Toh!... Che cos'è quella massa oscura che si scorge
laggiù, rinserrata nel _pak?_
— Qualche tricheco forse?
— Non mi sembra, Walter. Si direbbe piuttosto un rottame.
— Possibile?
— Andiamo a vedere. —
Una massa piuttosto grigiastra, anzichè nerastra come una morsa od
una foca, si scorgeva in mezzo al ghiaccio, ad un duecento metri da un
piccolo _fiord_. Un animale non doveva certo essere, poichè scorgendo i
due uomini avanzarsi, non avrebbe tardato a fuggire.
— Sì, deve essere un rottame o per lo meno una scialuppa, — disse il
canadese.
— Una scialuppa, signore, — aggiunse Walter, il quale forse aveva la
vista più acuta.
Affrettarono il passo avanzandosi sul ghiaccio e si avvidero di non
essersi ingannati.
Una piccola scialuppa baleniera si trovava incastrata nel _pak_, con
un fianco già sfondato dalle prime pressioni, e dentro vi era un uomo
ormai ridotto allo stato di scheletro, semi-avvolto in una vecchia
pelliccia.
Il cranio sporgeva da una parte; le due gambe dall'altra prive dei
piedi, i quali si erano staccati e giacevano in fondo al battello.
Accanto a quel disgraziato vi era un fucile arrugginito, un'ascia ed
un barilotto che doveva aver contenuto dei viveri e che ora invece era
affatto vuoto.
— Chi sarà quest'uomo? — chiese lo studente, con voce commossa. — Che
sia morto di fame e di freddo? —
Invece di rispondere, il canadese, passato il primo istante di doloroso
stupore, era entrato nella scialuppa ed aveva messe le mani su un pezzo
di carta ingiallita, su cui erano state vergate alcune righe con una
materia rossastra, probabilmente del sangue.
Molte parole erano assolutamente indecifrabili, ma due colpirono subito
il canadese:
«_Sarya_ e _barone de Tolt_».
Un grido di profonda sorpresa gli era sfuggito.
— Una scialuppa della _Sarya_ qui!... Come l'hanno condotta fino a
questi luoghi le correnti polari? Ah!... Mi ricordo benissimo della
disgraziata spedizione del barone de Tolt, che commosse non solo
la Russia intera, ma anche tutti i naviganti polari dell'Europa e
dell'America.
— Che cosa dite voi, signor Gastone? — chiese Walter, il quale
continuava a guardare, con un misto di terrore e di compassione, quel
teschio umano le cui vuote occhiaie pareva che lo guardassero. — Chi
sarà questo naufrago sperduto sui mari del Grande Nord?
— Chi lo sa? Forse il barone de Tolt in persona od uno dei marinai che
lo seguivano.
— Qui vi è una drammatica istoria che mi pare voi conosciate.
— È vero, Walter.
— Chi era dunque quel barone?
— Un ardito esploratore russo che nel 1900, ossia cinque anni or sono,
si era proposto di esplorare le isole della Nuova Siberia, sulle quali
sperava di trovare ancora qualche _mammouth_ vivente o almeno ancora
ben conservato fra i profondi strati sabbiosi.
Già molti denti giganteschi, d'un avorio ben più fino di quello degli
elefanti, erano stati trovati su quelle terre desolate da indigeni
siberiani spinti lassù dalle tempeste.
— Narrate, signor Gastone. I drammi polari mi interessano ed hanno
destato sempre in me una profonda impressione, dopo che ho letto
dei rapporti dell'Ammiragliato sulla terribile fine dell'_Erebus_
e del _Terror_, che l'ammiraglio Franklyn conduceva al Polo e che
l'Inghilterra ancora piange.
— Seguiamo la costa, Walter, — rispose il canadese. — La vista di
questo disgraziato mi impressiona.
— E me non meno di voi, — rispose lo studente.
— Vi dicevo dunque, — riprese il canadese, rimettendosi in cammino,
— che quel disgraziato scienziato voleva visitare quelle isole così
prossime al Polo.
Aveva, a tale scopo, armata una nave che si chiamava la _Sarya_. Ai
primi di Giugno del 1900 la spedizione aveva oltrepassato lo stretto di
Kara filando lungo le coste siberiane.
Il ghiaccio era pessimo ed ostacolava continuamente la nave,
minacciando ad ogni istante di rinchiuderla in qualche _wake_ o nei
grandi _paks_.
Alla fine di Settembre la _Sarya_ veniva strettamente imprigionata
sulle coste settentrionali dell'isola Taimer, oltre l'imboccatura
dell'Jenissik.
Svernò in quel luogo, colla speranza che la prossima estate sciogliesse
i grandi banchi di ghiaccio, ma soltanto verso la fine dell'Agosto potè
muoversi, e dopo una lotta spaventosa cogli _ice-bergs_, si diresse
verso le isole della Nuova Siberia.
Nel Settembre la _Sarya_ raggiungeva l'isola Bennett, la famosa isola
scoperta dall'equipaggio della _Yeannette_, perito così tragicamente,
quasi tutto, di fame e di freddo alla foce della Lena, il grande fiume
siberiano.
I ghiacci che circondavano quell'isola inospitale costrinsero il barone
de Tolt a cercarsi un altro rifugio e lo trovò infatti in una baia
dell'isola Kotelinoi.
Era ormai troppo tardi per pensare al ritorno. Il _pak_ si stringeva da
tutte le parti intorno alla poco fortunata nave e fu deciso un secondo
svernamento.
Nella primavera del 1902 il coraggioso barone parte con delle slitte,
una scialuppa, probabilmente quella che abbiamo trovata or ora, in
compagnia d'un astronomo e di un medico, risoluto a raggiungere l'isola
Bennett.
Aveva avvertito il capitano della nave che se dopo tre mesi non fossero
tornati, si mettesse in cerca di loro.
La spedizione pareva però perseguitata da un triste destino.
Un'altra volta la _Sarya_, che nel frattempo aveva potuto raggiungere
la costa siberiana, approfittando del breve estate, per rifornirsi di
viveri e di carbone, viene presa dai ghiacci.
Raggiungere l'isola Bennett era impossibile, ed erano già trascorsi
cinque mesi.
Un coraggioso, votatosi prima ad una morte certa, il tenente Kolchak,
parte a bordo d'un piccolo canotto, e passando fra i canali aperti
fra i banchi di ghiaccio, dopo sforzi sovrumani riesce a raggiungere
l'isola e la percorre in lungo ed in largo.
Trova finalmente un _cairn_, ossia una piramide formata di pietre, la
atterra e vi trova dentro una scatola di zinco contenente una lettera
scritta dal barone che datava dall'anno precedente, ossia dal Novembre
1902, se la memoria non m'inganna.
Il disgraziato esploratore diceva in quelle righe che stava per partire
pel sud, non avendo viveri che per sole tre settimane.
Fu cercato invano e più nulla mai si seppe di lui e dei suoi compagni.
Si suppose che i ghiacci si fossero aperti sotto le slitte e che lo
avessero inghiottito, mentre invece noi abbiamo ora la prova che lui
solo o insieme all'astronomo o al medico si erano imbarcati sulla
scialuppa baleniera forse colla speranza di raggiungere le coste della
Siberia.
— Ma come quella imbarcazione può essere giunta qui? — chiese lo
studente. — Non sono mai stato molto forte in geografia, tuttavia mi
pare che le isole della Nuova Siberia siano lontane assai.
— Delle migliaia di miglia, mio caro Walter. Voi però dovete tener
conto delle correnti le quali girano intorno al Polo da ponente a
levante.
Pensate inoltre che questa scialuppa ha impiegato ben due anni prima
di incanalarsi attraverso il passaggio del nord-ovest scoperto da
Mac-Clure e finire qui.
— E che cosa sarà succeduto degli altri due che mancano?
— Chi potrebbe dirlo? Forse quei disgraziati, rôsi dalla fame, si sono
divorati.
— Ah!...
— Forse che i superstiti della spedizione Franklyn non hanno fatto
altrettanto? Si assassinavano per riempire le caldaie di carne umana.
— È orribile!...
— Il Polo, mio caro, ha avuto centinaia e centinaia, e forse delle
migliaia, di vittime umane.
Orsù, ritorniamo. Ricomincia a nevicare ed il nebbione si avanza
scendendo lungo il golfo.