CAPITOLO XVII.

Una battaglia coi trichechi.

La Compagnia delle Pelliccie, che conta oltre trecento anni di

esistenza, tiene un numero ragguardevole di stabilimenti che chiamansi

_forti_, disseminati su quella immensa regione che è sottoposta al

dominio britannico e che dai confini degli Stati Uniti va fino oltre il

circolo polare Artico, ed è bagnata dall'Atlantico e dal Pacifico.

Quei _forti_ non sono gran cosa, poichè consistono in un fabbricato

centrale, per lo più in pietra, ed in poche tettoie dove vengono

conservate le pelliccie in attesa che la buona stagione permetta di

spedirle verso i porti più prossimi per poi disperderle pel mondo

intero.

Un capitano, chiamato il _borghese_, li comanda ed ha sotto di sè

venti o trenta cacciatori, per la maggior parte canadesi, tiratori

infallibili che di rado sbagliano i loro colpi, ed abituati a sfidare

tutte le fatiche e tutte le intemperie.

Dopo lo sgelo quei bravi avventurieri si mettono in campagna, facendo

strage di lupi, di volpi bianche ed azzurre, di martore, di foche,

di morse, di alci, di _wapiti_, di daini _mooses_, di lontre dalla

pelliccia preziosissima, che si paga perfino mille e cinquecento lire,

ed anche di orsi bianchi.

Vanno lontano, percorrendo regioni quasi inesplorate, vivendo alla

meglio sotto tende o capannuccie improvvisate con avanzi di navi

naufragate e con ossami di balene e di capidogli, e non ritornano fino

a che le loro slitte, tirate da grosse mute di cani, non siano ben

cariche.

Quelli che rimangono al forte attendono le tribù indiane ed esquimesi

che accorrono numerose a vendere pelli e ricevere in cambio coperte,

polvere, fucili e ornamenti per le loro donne.

Alle prime nevicate i cacciatori tornano ai forti e durante l'inverno

se la passano fumando e raccontandosi le loro avventure di caccia

intorno alle stufe russanti.

Quantunque la selvaggina sia oggidì molto scemata, la Compagnia

continua a fare affari d'oro, ripartendo fra gli azionisti somme

considerevoli.

Il forte di Churchill è il più settentrionale di quelli fondati nella

regione dell'Hudson, ma è anche quello che raccoglie maggior numero

di pelliccie per la sua vicinanza al circolo polare Artico, dove la

selvaggina si trova ancora abbondante, non spingendosi le tribù indiane

fino lassù, e rare essendo quelle esquimesi.

Al pari degli altri consiste in una casa di pietra tale da poter

resistere alle furiose bufere polari ed alle enormi nevicate, ed in

poche tettoie che d'inverno sono riparate da bastionate di ghiaccio.

L'accoglienza che ebbero i tre esploratori, giunti come una bomba

dinanzi al forte, fu entusiastica.

Il _borghese_, ossia il comandante e tutti i suoi uomini, una ventina,

portarono come in trionfo quegli audaci, che si proponevano di levare

il velo misterioso che copriva il terribile e fino allora inaccessibile

Gran Nord, nel gran salone del forte, dove russavano due stufe

monumentali, offrendo subito loro, giacchè era l'ora del pranzo, un

piccolo banchetto inaffiato copiosamente da vini e da liquori.

Essendovi al forte una grossa provvista di benzina per l'illuminazione,

il canadese non ebbe alcuna difficoltà a farsene cedere tanta da

riempire tutti i suoi lattoni.

— Se noi rimarremo senza, — disse l'ospitale _borghese_, — bruceremo

olio di foca o di morsa.

I miei uomini non sono così delicati da non soffrire un po' di

sgradevole odore. —

Quella notte gli esploratori si riposarono in buoni letti, al riparo

dalle intemperie e soprattutto dal freddo che aumentava spaventosamente

di ora in ora, ma all'indomani, ai primi albori, malgrado le proteste

dei cacciatori che desideravano averli loro ospiti qualche giorno

ancora, erano già sull'automobile, pronti a slanciarsi verso il Grande

Nord.

Gli addii furono commoventi e gli auguri infiniti, e verso le otto,

nel momento in cui la nebbia cominciava a diradarsi sotto gl'impetuosi

colpi di vento del settentrione, il treno riprendeva la sua corsa

fra gli _hurràh_ rimbombanti ed i colpi di fucile della piccola

guarnigione.

— Che brava gente!... — esclamò il campione di Cambridge, ancora

entusiasmato dall'accoglienza ricevuta. — Avrei passato fra quei

cacciatori l'inverno intero.

— Senza andare al Polo?

— Ah questo no, signor Gastone. Preferisco andare a vedere che cosa c'è

lassù.

— E che cosa credete di trovare lassù? — chiese il canadese, ridendo.

— Che ne so io? Almeno uno dei due cardini del mondo al quale noi

daremo un po' d'olio.

Per Giove!... Dopo tante centinaia di secoli, deve essere bene

arrugginito.

— Dite delle migliaia.

— Come volete, signor Gastone. Fa lo stesso.

Ma, dite un po': che ci siano degli abitanti al Polo?

— Può darsi, amico, — rispose il canadese. — Gli esploratori Artici

hanno trovato degli esquimesi nelle sue vicinanze, gente emigrata lassù

chissà da quanti secoli, e che credeva di essere sola al mondo, non

avendo mai avuto alcun contatto colle tribù del sud.

— Dite un po', signor Gastone, da che parte sono venuti questi piccoli

uomini che hanno preferite le pianure gelate del Polo alle fertili

pianure del continente americano?

— Un tempo si credette che fossero giunti, intorno al mille, da una

emigrazione asiatica passata attraverso lo stretto di Behring e poi

dispersasi per l'America settentrionale.

Oggi invece, recenti scoperte hanno dimostrato che l'Asia non ha nulla

a che fare colle razze primitive americane, perchè anche su queste

terre si sono trovate tracce umane assai più antiche di quelle che

finora erano state rinvenute nell'Europa e negli altri continenti.

— Me lo aveva già detto il mio professore Hart, quell'ottimo e

terribile bevitore di birra, fra un salto e l'altro dell'allenamento

per la sfida d'Oxford, ma io non ci avevo fatto gran caso.

Allora, da dove sono derivati questi americani, indiani ed esquimesi?

— Chi lo sa? Io vi posso solamente dire che in varie regioni del

continente, specialmente in quello settentrionale, si sono trovati

numerosi avanzi d'uomini vissuti ai tempi dei _mammouth_, ed anche

molto più antichi, cioè avanti il periodo quaternario, in un'epoca

nella quale la vita vegetale ed animale era ben diversa da quella

d'oggi.

— Si direbbe che l'America ha avuto i suoi primi uomini prima ancora

degli altri continenti, — disse lo studente.

— Tutto lo indicherebbe, — rispose il canadese, il quale era un uomo

istruitissimo. — Or sono pochi anni, in una caverna dell'Arizona, fu

trovata la mummia d'un bambino che fu giudicata appartenente all'epoca

terziaria, e che aveva notevolissime somiglianze col _pithecanthropus

erectus_, ossia della scimmia che più si avvicina all'uomo.

D'altronde ormai è provato che l'uomo, sia esquimese od indiano, visse

qui avanti la fine del periodo glaciale, ossia in un'epoca in cui

l'uomo forse non aveva ancora popolato il continente antico.

— Il continente americano doveva essere ben diverso da quello che è

oggi, in quei lontanissimi tempi.

— Non aveva la forma che ha presentemente. La sua ampiezza era molto

minore e si estendeva sopra i due oceani come una immensa isola

allungata verso il Polo.

Molto diverse di quelle attuali erano allora la sua flora e la sua

fauna, della cui ultima facevano parte delle specie gigantesche oggidì

completamente e da gran tempo scomparse.

Come e quando quegli abitanti e quegli animali comparvero su queste

terre, non è facile dirlo. È un problema che ha affaticato tante menti,

senza che una così interessante questione sia stata definitivamente

risolta.

Chissà che il Polo non riservi a noi delle straordinarie sorprese. Ohè,

Dik, che cosa fate? —

Un rombo assordante sfuggiva in quel momento sotto le ruote

dell'automobile. Si sarebbe detto che passasse sopra un ponte metallico

d'una eccessiva sonorità.

— Da che cosa proviene questo fracasso dunque, Dik? — chiese nuovamente

il canadese, alzandosi bruscamente.

— Pare che ci sia del vuoto sotto lo strato di ghiaccio, — rispose

finalmente l'ex-baleniere, rallentando subito.

— Passiamo forse sopra un fiume?

— Che ne so io, signore? —

Lo _chaffeur_ stava per obbedire, quando si udì uno scricchiolìo

fortissimo seguìto da un _crac_ spaventevole.

— Sprofondiamo!... — urlò Walter.

Lo strato gelato si era improvvisamente spezzato sotto il peso ed il

treno intero era precipitato in un abisso apertosi sotto le sue ruote.

Tre urla si erano confuse in una sola, tre urla di spavento, seguìte un

istante dopo da un rombo.

Il canadese, lo studente e l'ex-baleniere si sentirono proiettati

innanzi, come se una bomba fosse scoppiata dietro di loro, e

stramazzarono in mezzo a degli ammassi di neve più o meno indurita,

mentre il motore dell'automobile si arrestava di colpo.

Trascorsero parecchi minuti, poi un uomo si alzò penosamente,

tastandosi le costole e le gambe.

— Corpo di tutti i fulmini di Giove e di tutti i suoi parenti!... —

esclamò. — Questo si chiama un capitombolo, almeno all'Università di

Cambridge!... —

Stette un momento immobile, come istupidito, guardando l'automobile e

la vettura che si erano affondati in mezzo ad un enorme cumulo di neve,

poi si slanciò avanti come un pazzo.

Aveva scorto un corpo umano pochi metri più innanzi.

— Signor Gastone!... Signore!... — urlò con quanta voce aveva in corpo.

Il signor di Montcalm giaceva dinanzi a lui colle braccia e le gambe

allargate e gli occhi socchiusi.

— Fulmini!... — gridò lo studente, spaventato. — Del _wisky_, del

_gin!_... —

Si precipitò verso la vettura che si trovava quasi rovesciata su un

fianco, ma per un caso miracoloso ancora in buon stato, levò la sbarra

che chiudeva la porta, si gettò nell'interno ed uscì con una bottiglia

in mano.

Spezzò il collo contro la parete di ghiaccio e versò nella bocca aperta

del canadese alcuni sorsi di _wisky_.

Uno sternuto sonoro fu la risposta, accompagnato da due o tre colpi di

tosse.

— Buon segno!... — esclamò lo studente allegramente. — I morti non

sternutano nè tossiscono. _Hurràh!_... _Hurràh!_... —

Il signor di Montcalm si era messo a sedere, guardandosi intorno con un

vivo stupore.

— Walter, mi ubbriacate? — chiese con voce abbastanza robusta. — Ah!...

Diavolo!... Siamo caduti, è vero?

— Pare di sì, signore, — rispose lo studente.

— Mi ricordo vagamente....

— Ed anch'io.

— E Dik?

— Non so se sia morto o vivo. Spero però che la sua ossatura da bisonte

non avrà ceduto.

— E l'automobile?

— Ce ne occuperemo più tardi, signore. Mi pare che non abbia gran che

sofferto. Ce lo dirà Dik, se sarà ancora vivo.

— Ne avreste dubitato? — chiese in quel momento una voce un po'

ironica. — I balenieri hanno la pelle dura, mio caro signore. —

La testa di Dik era in quel momento comparsa fra un grosso ammasso di

neve che si trovava a cinque o sei metri dall'automobile.

Una fortuna veramente prodigiosa aveva protetto i tre esploratori,

poichè se fossero stati scaraventati un po' più innanzi si sarebbero

fracassate le ossa sulla superficie quasi liscia del sotto-campo di

ghiaccio, duro quasi quanto il granito.

Il baleniere, facendo forza di braccia, uscì dal cumulo, si scosse di

dosso la neve che gli si era appiccicata alla pelliccia, e dopo d'aver

aspirata l'aria freddissima, empiendo per bene i suoi polmoni, disse:

— Nulla di spezzato nè dentro nè fuori. Non poteva andare meglio.

— Per noi, ma per l'automobile? — chiese il signor di Montcalm.

Lo _chaffeur_ alzò impercettibilmente le spalle, poi rispose:

— Se avrà qualche cosa di rotto la medicheremo sul posto, senza

mandarla all'ospitale.

— Che sarebbe troppo lontano, — aggiunse lo studente. — Corpo di tutti

i fulmini di Giove!... Dove siamo noi?

— Ve lo dirò io, — disse il canadese. — Sulla superficie gelata d'un

corso d'acqua.

— E perchè questo vuoto? Si direbbe che noi siamo precipitati in una

galleria.

— Perchè l'acqua prima era alta assai ed ha fatta la sua prima crosta

di ghiaccio, poi si è abbassata ed ha formata questa, lasciando così un

gran vuoto che può prolungarsi per parecchie centinaia di chilometri.

— E come faremo noi a risalire alla superficie? Ci vorrebbe un potente

argano a vapore.

— Seguiremo il fiume fino alla sua foce.

— E dove andremo a finire?

— Nella baia d'Hudson, senza dubbio, — rispose il canadese.

— Questa brutta avventura ci farà perdere del tempo.

— Non so che cosa farci, mio caro. E dunque, Dik? —

L'ex-baleniere che stava esaminando l'automobile, alzò la testa, e dopo

d'aver fatta schioccare la lingua, rispose:

— Bisogna credere che qualche Santo abbia protetto noi e la nostra

macchina insieme. È vero che abbiamo fatto un salto di soli quattro

metri, tuttavia potevano toccarci dei guasti irreparabili.

Se la benzina avesse preso fuoco, a quest'ora non rimarrebbero che i

cilindri intatti.

Devo convenire però che questa automobile è stata costruita a prova di

capitomboli.

— Nemmeno il radiatore si è guastato?

— Fortunatamente no.

— Ed il carrozzone?

— Ha resistito meravigliosamente e le sue ruote non hanno ceduto.

— Sicchè potremo riprendere la nostra corsa dentro questa galleria?

— Quando vorrete, signore. Ecco, udite come il motore funziona ancora

perfettamente? I colpi sono regolarissimi.

— Allora, mio caro Walter, imbarchiamoci.

— Non desidero di meglio, signor Gastone, — rispose lo studente.

Rimontarono sui comodi sedili, ben felici di essersela cavata così

a buon mercato: Dik riprese il volante ed il treno si rimise in moto

sfondando impetuosamente i cumuli di neve.

Quella galleria si presentava meravigliosamente bella. La vôlta,

formata da una crosta di ghiaccio ben consolidato, dello spessore

di qualche metro, si manteneva ovunque ad un'altezza variante fra i

quattro ed i cinque metri, mentre le due pareti, costituenti le rive

del fiume, distavano cinquanta passi l'una dall'altra.

Una luce diafana, stranissima, trapelava attraverso lo strato superiore

su cui si rifrangevano in quel momento i raggi dell'astro diurno.

Il piano poi si svolgeva con larghi serpeggiamenti, come una splendida

pista, con pochissimi ostacoli, poichè la superficie del fiume doveva

essersi gelata quasi tutta d'un colpo, forse durante la bufera dei

giorni precedenti, senza lasciare il tempo alla formazione dei piccoli,

eppure noiosissimi _hummoh_.

Il fragore che produceva l'automobile, lanciato ad una velocità di

quarantacinque miglia all'ora, era impressionante. Un rombo continuo

si propagava sotto quella vôlta interminabile, ripercuotendosi

indefinitamente. Un urlo della sirena era sembrato lo scoppio d'una

gigantesca mina.

Dik, ben stretto al volante, guidava con una grande sicurezza ed

abilità. Pilota sul mare, era tale in terra con non meno bravura.

Per tre ore il treno divorò lo spazio, seguendo le larghe curve del

corso d'acqua, senza aver incontrato anima viva, poi Dik bruscamente

rallentò.

Avevano allora percorso circa cento cinquanta miglia.

— Vi sono degli ostacoli? — chiese prontamente il canadese.

L'ex-baleniere, invece di rispondere, arrestò il motore e si mise in

ascolto.

Quando i fragori cessarono dentro la galleria, i tre esploratori

poterono udire distintamente uno strano concerto a base di muggiti

cavernosi, che si ripercuoteva sotto le vôlte con intensità sonora.

— Si direbbe che dinanzi a noi vi sono dei bisonti!... — esclamò lo

studente, il quale, per ogni buon caso, si era armato del suo fedele

_mauser_.

— Dei bisonti qui!... Siete pazzo, Walter? Non siamo già nelle praterie

del Far-West, — rispose il canadese.

— Eppure questi sono muggiti, — disse lo studente.

— Non lo nego. Che cosa dite voi, Dik?

— Che siamo vicini alla foce di questo corso d'acqua, — rispose

l'ex-baleniere, rimettendo in moto la macchina.

— Che sia l'acqua che produce questo fragore? — chiese lo studente.

— Preparate il fucile.

— Per accoppare chi?

— Le morse, signor mio, diventano talvolta pericolose quando sono in

buon numero e si disturbano i loro accampamenti.

Si sono scelte la foce di questo fiume per svernare tranquillamente.

— È almeno buona la loro carne?

— Puah!... — fece l'ex-baleniere. — Tutt'al più il fegato.

— Ci prenderemo l'olio. Di quello almeno ne danno.

— Non è benzina, — disse il canadese. — Avanti, Dik, con

prudenza. —

L'automobile si avanzava lentamente, seguendo una grande curva, la

quale impediva di scorgere la foce del corso d'acqua.

Malgrado il fragore prodotto dal motore, i muggiti giungevano sempre,

aumentando d'intensità.

Pareva che il campo dei trichechi fosse ben popolato, a giudicarlo da

tutto quel fracasso.

Oltrepassata la curva, uno spettacolo terribile si offerse dinanzi agli

occhi dei tre esploratori.

Radunati all'estremità della galleria, la quale finiva sui banchi di

ghiaccio della baia d'Hudson, si trovavano tre o quattrocento anfibi,

di dimensioni enormi, poichè quasi tutti misuravano non meno di tre

metri di lunghezza con una circonferenza di due.

Erano delle morse, chiamate anche trichechi, e dagli esquimesi _awak_.

Quei mostri delle regioni polari, nella forma si avvicinano alle foche,

ma sono più giganteschi, con un muso corto ed ottuso, le labbra fornite

di grosse setole irte come quelle dei gatti in collera e armate di due

lunghissime zanne, d'un avorio assai più fino di quello degli elefanti.

Il loro aspetto è terribile, mentre invece quei disgraziati sono

tutt'altro che battaglieri, essendo in terra estremamente pesanti.

Ciò non esclude però che assaliti, specialmente in mare, si difendano

qualche volta disperatamente, affondando le imbarcazioni che osano

attaccarli.

Vedendo l'automobile avanzarsi, tutti quei colossi si erano prontamente

radunati come se fossero risoluti a chiuderle il passo, mandando nel

medesimo tempo dei muggiti spaventevoli che talvolta sembravano dei

veri ruggiti.

— Fulmini di Giove!... — esclamò Walter, il quale si era alzato,

imbracciando il _mauser_. — Si direbbe che noi, invece di trovarci

nelle regioni polari, siamo entrati in una foresta equatoriale abitata

da una banda di ferocissimi leoni.

Se quelle bestie lì avessero degli artigli, poveri noi!...

— Fortunatamente non posseggono che delle zanne di superbo aspetto e

niente affatto pericolose, — rispose il canadese.

— Non vorrei però provarle, signor Gastone.

— Non sanno servirsene quando questi anfibi si trovano a terra. Non

vedete come si muovono a stento?

— Sfido io!... Sono botti d'olio!...

— È precisamente per quello che si arenano. Se fossero invece in acqua

vedreste quelle botti balzare e rimbalzare sulle onde come gavitelli.

— Mastro Dik, voi che avete già conosciuto da vicino questi signori

abitanti del Polo, diteci che cosa possiamo fare.

— Provatevi a sparare, — rispose l'ex-baleniere.

— Scapperanno.

— Lasciate che scappino.

— Per tutti i fulmini di Giove!... Come mostrano i denti e rizzano i

baffi!...

[Illustrazione: Erano delle _morse_, chiamate anche

_trichechi_, e dagli esquimesi: _awak_. (Cap. XVII).]

— Fate fuoco!... Voi chiacchierate troppo.

— Non sono un baleniere io, mastro Dik. I lupi di mare, si sa già da

lungo tempo, sono assai avari di parole.

— E prendono le balene.

— Ed io, pur chiacchierando, vi mostrerò, mastro Dik, come si ammazzano

i trichechi. —

L'allegro campione di Cambridge balzò giù dall'automobile e sparò

sei colpi uno dietro l'altro, facendo stramazzare altrettanti giganti

polari. Sparava con una sicurezza meravigliosa ed anche con una calma

stupefacente, che strappava grida d'ammirazione al canadese. Perfino il

baleniere pareva estremamente stupito.

Sei morse, colpite tutte alla testa, erano cadute l'una vicina

all'altra, senza però far indietreggiare le altre, le quali anzi

parevano decise a scagliarsi contro il treno e tentare di metterlo a

pezzi.

— Mastro Dik, — disse lo studente. — Che vogliano, queste otri d'olio,

provare su di noi la robustezza delle loro zanne?

— Continuate, — rispose l'ex-baleniere. — Poi lancerò il treno a tutta

velocità e passeremo su quei mastodonti che creperanno appunto come

otri.

— E manderete l'automobile a sprofondarsi nella baia, — disse il

canadese, il quale era pure balzato a terra, armato di un fucile.

— Non ci pensate, signore: io rispondo di tutto. —

Walter aveva riempito il serbatoio ed imbracciato nuovamente il

_mauser_.

— Voi a destra, signor Gastone, ed io a sinistra. Per tutti i

fulmini di Giove!... Dovremo preparare agli orsi bianchi un banchetto

colossale?

— Sparate, — disse Dik. — Io mi preparo a caricare a fondo. —

Fu un vero fuoco di fila che rimbombò ai due lati dell'automobile. Lo

studente ed il canadese gareggiavano in abilità e le morse cadevano

sotto i loro colpi, fulminate da quei colpi meravigliosi che le

toccavano al cuore o al cervello.

Le compagne, rese furiose per le perdite subite, non accennavano

affatto a cedere il campo.

In file compatte, s'avanzavano verso l'automobile, trascinandosi

penosamente, con delle contrazioni furiose, tentando di venire a

contatto.

Ruggivano ferocemente, facendo rintronare la galleria tutta, provocando

perfino delle piccole frane nello strato superiore.

— Salite, — disse ad un tratto l'ex-baleniere. — Giacchè si ostinano,

passeremo egualmente.

Tanto peggio per quelli che rimarranno sotto le nostre ruote.

Una sfida al Polo · 第 51 / 75 题