Anche durante tutto quel giorno la tempesta non cessò di ruggire
intorno al treno, nè la neve di cadere. Fortunatamente le raffiche si
succedevano così violenti da disperdere rapidamente i grandi cumuli di
nevischio che si formavano qua e là, diversamente il carrozzone sarebbe
rimasto sepolto sotto uno strato di parecchi metri.
Solamente verso sera, nel momento in cui il sole, mostratosi per
qualche minuto fra uno strappo delle nubi, «pallido come se avesse
fatto una grave malattia» come diceva lo studente, il vento cominciò a
cadere e la neve a sostare.
Un freddo intensissimo che superava i 35° era subito succeduto,
trasformando la sterminata pianura in un immenso campo di ghiaccio
tutto ondulato.
Alle 9 di sera non vi era più una nube in cielo e la luna splendeva
meravigliosamente, facendo scintillare tutto lo spazio.
Era il momento di tentare qualche cosa per liberare il treno il quale
poteva correre il grave pericolo di subire quelle terribili pressioni
prodotte dal dilatarsi dei ghiacci e che schiacciano le navi più
poderose come fossero nocciuole.
I tre esploratori, che avevano trascorsa quasi l'intera giornata
sonnecchiando sui libri, invitati dal dolce russare della stufa, dopo
essersi ben coperti, si armarono di picconi e di pale e sicuri ormai di
non correre più alcun pericolo, saltarono sul campo di ghiaccio.
— Questo si chiama veramente freddo!... — esclamò Walter, fregandosi
furiosamente il naso per paura che gelasse. — E non siamo ancora al
polo!... Come fanno dunque gli esquimesi a resistere? È vero che sono
prossimi parenti degli orsi bianchi!... —
Il ghiaccio si era ormai formato intorno al carrozzone ed
all'automobile, d'uno spessore d'un paio di metri, ed aveva cominciato
a stringere le ruote.
Non vi era un momento da perdere. Il treno correva il pericolo di
venire sfondato prima che l'alba spuntasse.
I tre esploratori, consci della gravità della situazione, si misero
valorosamente all'opera, maneggiando i picconi con suprema energia.
La prima cosa che misero allo scoperto fu l'orso, sulla cui carne
molto contavano per aumentare le loro provviste di trecentocinquanta o
quattrocento chilogrammi di eccellente carne.
Non potendo trarlo dalla buca, entro la quale stava gelando, a gran
colpi di scure lo fecero a pezzi sul luogo, sacrificando la pelliccia
per non perdere troppo tempo, poi dopo aver messo al sicuro quei
grossi quarti sulla cima della vettura perchè si conservassero meglio,
ripresero il duro lavoro.
Soltanto verso la mezzanotte riuscirono a raggiungere e liberare
l'automobile, la quale aveva sfidata impavida la bufera senza riportare
danno alcuno.
Si trattava ora di aprirsi dinanzi un solco a scarpata per prendere lo
slancio e montare sul campo di neve, ed i tre esploratori, quantunque
estenuati, vi si accinsero con novella lena facendo volare intorno a
loro, a colpi di piccone, larghi pezzi di ghiaccio.
Al primo impallidire delle stelle, tutto era pronto per la partenza,
ed il motore aveva ricominciato a sbuffare, pronto a slanciarsi
animosamente alla conquista del Polo.
— Dik, — chiese il canadese, prima di dare l'ordine della partenza. —
Quanta benzina avremo ancora?
— Tanta da poter percorrere comodamente quattrocento miglia senza aver
bisogno di rifornirci.
— Allora lasciamo da parte il forte Severn e muoviamo direttamente su
quello di Churchill. Così risparmieremo tempo.
— E ne guadagneremo su Torpon, — disse Walter. — Non so che cosa
pagherei per sapere dove si trova quel bisonte.
— Speriamo che si trovi ancora sulle coste del Labrador, — rispose il
canadese.
— Che riesca anche lui ad andare al Polo? —
Il signor di Montcalm guardò lo studente sorridendo:
— Voi dunque, — gli chiese, — siete ben sicuro di giungervi?
— Per tutti i fulmini di Giove!... Mi pare già di vedermi seduto
sull'incrocio di tutti i meridiani dell'orbe terraqueo, signor Gastone.
Chi potrebbe dubitare che uomini come noi non vi giungano? Andremo
a fumare la nostra pipa lassù ed a vuotare una buona bottiglia di
_champagne_ in onore del vecchio Polo.
— Questa vostra fiducia mi piace, Walter, — disse il canadese. — Sì,
noi arriveremo al Polo.
— E prima di quel bisonte, anche.
— Certo, Walter.
— Allora posso gridare: _hurràh_ pel Polo.
— Sì, mattacchione, e se.... —
Un brusco salto dell'automobile gli spezzò la frase.
— Che cosa succede, Dik? — chiese, riprendendo subito l'equilibrio.
— La via diventa pessima, signore, — rispose l'ex-baleniere. — Questa
neve copre delle insidie che non sempre si possono evitare.
Vi sono sotto dei crepacci che non si sa quanto siano larghi.
— Volete rallentare?
— Preferirei invece aumentare e passare sopra quelle spaccature in
piena volata.
— Fate come volete, purchè la vettura di rimorchio non si spezzi.
— Rispondo io di tutto, signore. —
La interminabile pianura che si stende lungo le coste occidentali della
baia di Hudson, spingendosi fino al golfo di Boothia, incominciava
infatti a diventare pessima.
La tempesta che doveva aver infuriato con estrema violenza verso il
nord, aveva accumulata la neve in quantità enormi, formando delle
vere bastionate alte parecchi metri e che l'automobile era costretto a
montare, non esistendo altri passaggi.
Per di più il gelo intenso l'aveva rassodata sopra i numerosi corsi
d'acqua che si scaricano nella baia, in modo da non potersi più
scorgere.
Una rottura dello strato nevoso poteva accadere da un momento all'altro
sotto il peso delle due vetture, piuttosto considerevole, e delle
gravissime conseguenze potevano succedere.
Lo _chaffeur_ che ci teneva, dopo tutto, alla propria pelle per poter
godersi più tardi i dollari di _mister_ Torpon, aveva aumentata la
velocità per passare di slancio sopra quei pericolosi ostacoli.
Da trenta miglia all'ora era passato alle cinquanta. Il motore
funzionava rabbiosamente imprimendo alle ruote una rapidità
vertiginosa.
La vettura traballava come una nave in piena tempesta, inclinandosi
ora a babordo ed ora a tribordo, poi si alzava di colpo per superare le
bastionate di neve che si succedevano senza interruzione e sempre più
ripide.
[Illustrazione: Il canadese e lo studente gettano la benzina
addosso agli orsi che li assediano. (Cap. XVI).]
Il canadese e lo studente sotto quelle scosse incessanti si urtavano
l'un l'altro con grande pericolo di rompersi la testa.
Dik, aggrappato al volante, stava invece saldo come un blocco di
granito e non cessava di aumentare la velocità, poco preoccupandosi
della vettura.
Quella corsa pazza durava da un paio d'ore, quando alcune detonazioni
rimbombarono in lontananza.
— Rallenta, Dik!... — gridò il canadese. — Siamo vicini a qualche forte.
— Che vi siano dei cacciatori qui? — chiese lo studente.
— Quelli della Compagnia delle Pelliccie.
— Allora Churchill non è lontano.
— Ah!... Come scappano!... —
Presso una collinetta erano comparsi degli animali somiglianti ai
daini, ma molto più alti e più grossi di quelli comuni. Erano cinque
o sei e fuggivano con grande rapidità sollevando, nella loro corsa
sfrenata, coi robusti zoccoli, un turbinìo di nevischio.
— Che cosa sono? — chiese lo studente, il quale aveva preso un fucile,
colla speranza di fare un buon colpo.
— Daini mooses, e se vi piace meglio, dei mangiatori di legno. È
inutile che sprechiate una palla; qualcuno sarà già rimasto a terra
poichè i cacciatori della Compagnia quasi mai mancano il bersaglio.