Il meccanico, invece di rispondere, si gettò ad armacollo la grossa
carabina, esclamando:
— Karalit!... Che fortunato incontro!... Non mi sarei mai immaginato di
trovarlo qui!... —
Gli esquimesi non erano che a pochi passi.
Il loro capo, un omiciattolo non più alto d'un metro e mezzo, tondo
come una botte, tutto infagottato in una pelle d'orso bianco e le
gambe cacciate dentro un paio di monumentali stivali di pelle di foca,
guidava la colonna brandendo fieramente un vecchio fucile a cui mancava
il cane e che doveva essere probabilmente un distintivo della sua alta
carica.
Dik gli si era mosso sollecitamente incontro, dicendogli:
— Non mi si conosce più, dunque? Eppure un giorno io ho salvato
te e anche il tuo _kayak_ alla foce del Wenisk. Te ne ricordi,
Karalit? —
Il capo rimase qualche momento immobile guardando attentamente
l'ex-baleniere, poi mandò un grido e gli si avventò quasi addosso
strofinando energicamente il proprio naso contro quello dell'uomo
bianco.
— Mio fratello il pescatore di balene, — disse poi, in un pessimo
inglese. — Sì, lo riconosco e sono ben lieto di rivederlo, quantunque
tre volte i ghiacci si siano sciolti.
Che cosa fa qui mio fratello il baleniere?
— Te lo dirò più tardi.
— Chi sono quelli? — chiese indicando il canadese e lo studente, i
quali assistevano al colloquio frenando a gran stento le risa.
— Sono miei amici, grandi cacciatori di balene.
— E quella bestia che brontola come un orso bianco?
— Una slitta o qualche cosa di simile.
— Piena d'animali feroci?
— Ma no!...
— E perchè brontola così? Non conterrà qualche spirito malefico?
— Spiegarti il perchè sarebbe una faccenda troppo lunga. È una slitta
che gli uomini bianchi hanno inventata e che corre meglio di tutti i
cani della tua tribù. —
L'esquimese lo guardò con una certa diffidenza, poi disse:
— Vedremo. Se sarà vero, nessuno mi leverà dalla testa che dentro
quella bestia vi siano degli spiriti maligni.
— Mio fratello Karalit avrebbe perduta la sua fiducia verso suo
fratello bianco?
— No, perchè non mi sono mai scordato che ti devo la vita.
— Allora tutto andrà bene. Dove si trova il tuo villaggio?
— Laggiù, dietro quella collina.
— Vuoi condurci?
— La mia capanna è aperta a te ed ai tuoi amici, ma non a quelle bestie.
— Non hanno bisogno della tua ospitalità. Quando sezionerai la balena?
— Domani, quando le ondate si saranno calmate.
— Allora precedici. —
Il capo fece ai suoi uomini un segno e la colonna si mise in marcia
verso il villaggio.
Dik, il canadese e lo studente erano risaliti sull'automobile la quale
pareva impaziente di riprendere lo slancio.
— Devo farla correre? — chiese Dik, riprendendo il suo posto dietro il
volante.
— No, no, — rispose il canadese. — Non spaventiamo questi uomini
primitivi. —
L'automobile si mise subito in moto, procedendo al passo e lanciando un
urlo poco dissimile da quello della balena.
Gli esquimesi si erano arrestati di colpo, presi da un improvviso
terrore, poi si erano slanciati a corsa disperata attraverso la pianura
nevosa, in direzione del loro villaggio.
Il capo, non importa dirlo, era stato il primo a far lavorare le sue
gambe.
— Non vi avevo detto di far risuonare la sirena? — disse il canadese.
— La loro paura passerà presto, signore, — rispose l'ex-baleniere, con
un sorriso strano. — Lasciate fare a me. —
E lanciò l'automobile dietro ai fuggiaschi, raggiungendoli dinanzi al
loro villaggio.