Una caccia emozionante.
La baia di Hudson è una delle più vaste che si trovano nell'America
settentrionale e non ha che una sola rivale: la baia di Baffin che le è
però inferiore per vastità.
Sia l'una che l'altra potrebbero chiamarsi mari, poichè prima di
attraversarle occorrono parecchi giorni di navigazione, anche pei
grandi pericoli che presentano, essendo sempre ingombre di grandi
banchi di ghiaccio e di montagne galleggianti che le correnti polari
trascinano verso il sud.
Quella d'Hudson si trova al di qua del circolo polare artico, poichè
comincia all'isola di Southampton e finisce colla baia di James la
quale si caccia, come un gigantesco cuneo, entro l'alto Canadà, eppure
il suo clima è rigidissimo quasi quanto quello della baia di Baffin
che si sviluppa invece al di là del circolo polare e sulle sue coste
non possono sorgere città. Non vi sono che qua e là dei piccoli forti
appartenenti alla Compagnia delle pelliccie e che per sei od anche otto
mesi dell'anno si trovano quasi sepolti fra la neve.
Vi s'incontrano invece numerose tribù di esquimesi, specialmente lungo
le coste del Labrador, tribù che non hanno sedi fisse, quantunque
invece di vivere entro capanne di ghiaccio come i loro confratelli del
settentrione, si fabbrichino delle casupole di pietre ammonticchiate e
rinsaldate con ammassi di torba.
Non sono però nè leali, nè ospitali come i loro compatrioti dei ghiacci
eterni. La vicinanza della civiltà li ha corrotti e sono diventati dei
ladri temibili, ed hanno perduto completamente quel po' di buono che
avevano prima.
Nel punto ove l'automobile era giunto, la costa si profilava
frastagliata capricciosamente ed assolutamente deserta.
Qualche tribù di esquimesi doveva però aver trascorso l'estate in quei
luoghi, poichè esistevano ancora degli avanzi di casupole, circondati
da ammassi di ossami appartenenti a foche ed a morse.
La immensa baia non era ancora interamente gelata, quantunque lungo
le sue coste si fossero ormai fissati i primi banchi di ghiaccio. Al
largo fluttuavano pesantemente, dondolandosi, molti _ice-bergs_, alcuni
dei quali di proporzioni gigantesche, seguiti da un numero infinito
di _palks_ e di _streams_, ossia piccoli banchi circolari od allungati
staccatisi certamente dai grandi _palks_ delle baie e dei golfi situati
al di là del circolo artico.
— Si direbbe che siamo già giunti al Polo, — disse Walter, il quale
seguiva cogli sguardi gli immensi stormi di uccelli marini volteggianti
sopra quei ghiacci.
— Mentre non siamo che al principio del viaggio, — rispose il canadese,
il quale invece esaminava la costa occidentale, per rendersi conto
dello stato della via che dovevano percorrere.
— E non si possono vedere quei brutti musi di esquimesi?
— Oh, ne incontreremo certamente. A voi, guardate laggiù: non vi pare
di scorgere delle sottili colonne di fumo?
— Che vi sia qualche accampamento?
— Può darsi.
— Se andassimo a visitare quei bevitori d'olio?
— Si può salire quella costa, Dik? — chiese il signor di Montcalm.
Il meccanico che era già balzato a terra, non aveva risposto. Curvo
innanzi, colle mani tese dinanzi agli occhi, pareva che osservasse
attentamente qualche cosa navigante al largo.
— Mi avete capito, Dik? — chiese il canadese.
Ancora nessuna risposta.
— Fulmini di Giove!... Che sia diventato improvvisamente sordo!...
— esclamò lo studente. — Ohè, _chaffeur_, si può salire quella costa
colla nostra macchina? —
Questa volta il baleniere si scosse e dalle sue labbra contratte uscì
un grido:
— Scandaglia la _boete_!... —
Lo studente l'aveva guardato, domandandosi se per caso il meccanico
fosse improvvisamente impazzito.
Il canadese invece aveva fatto un salto innanzi, esclamando:
— Il grido della vedetta dei balenieri!... Dov'è, Dik!...
— Guardatela.... laggiù.... fra quei due _ice-bergs_!... Ah!... Se
avessi una scialuppa ed il mio rampone!...
— Signor Gastone, — disse lo studente. — Volete dirmi se sta per
sprofondarsi la baia d'Hudson?
— Non sprofonda affatto, anzi spinge a galla uno dei suoi più
giganteschi abitatori.
— Eccola la briccona!... Che colossale balena!... Deve essere una
_franca_, è vero, Dik?
— Sì, signore, — rispose l'ex-pescatore di cetacei, agitando in alto
il braccio destro e stringendo le dita come se cercasse di afferrare
qualche rampone.
— Fulmini di Giove!... — esclamò lo studente. — Ero dunque io cieco
poco fa per non vedere un simile mostro? —
A soli cinquecento metri dalla riva, fra due gigantesche montagne
di ghiaccio, era bruscamente comparsa a galla una enorme massa nera
che aveva l'aspetto d'un fuso di metallo, poichè percossa dal sole
luccicava come se fosse d'acciaio.
All'estremità d'uno dei due capi, delle nuvole di vapore sfuggivano ad
intervalli, producendo un rumore strano, allargandosi in forma d'un V.
Era una magnifica balena franca, una delle pochissime sfuggite alla
ferocia dei balenieri americani ed inglesi, i quali ormai le hanno
quasi completamente distrutte.
Quel gigante dei mari, il più grosso della specie, doveva misurare
per lo meno una ventina di metri in lunghezza e pesare intorno alle
settanta tonnellate, il peso di trecento grossi buoi legati insieme.
— Come mai si trova così presso la costa? — chiese il canadese al
marinaio.
— Cercherà forse qualche posto adatto per deporre il balenottero,
poichè quella è una femmina e non un maschio.
— Il suo piccino? — chiese lo studente. — Dico piccino per modo di dire
poichè suppongo che i neonati di questi bestioni debbono nascere ben
grossi.
— Come un vitello, — rispose Dik, — ed ingrossa così rapidamente che
dopo poche settimane misura già, quel piccino, sette ed anche otto
metri di lunghezza.
— Che ottime balie devono essere le balene.
— E che madri affettuose, — aggiunse il canadese. — Per difendere il
loro piccino non esitano a sacrificarsi, è vero, Dik?
— Sì, signore. Difendono la loro prole con un accanimento feroce, e per
salvarlo si espongono ai colpi dei fiocinieri, lasciandovi quasi sempre
la pelle.
— Ma che cosa fa quella bestiona? — chiese Walter. — Si tuffa e risale
subito spalancando le mascelle. Che abbia sete?
— Si guadagna la sua zuppa, — rispose Dik. — Deve aver incontrato un
banco di quei granchiolini minuscoli che noi chiamiamo _bolte_....
— E gli zoologi: _clios borealis_, — aggiunse il canadese.
— E sta inghiottendoli in grandi masse, — continuò l'ex-baleniere.
— E come fa?
— Spalanca le mascelle, empisce la bocca enorme d'acqua, serra i fanoni
che funzionano come una rete, si sbarazza del liquido per mezzo degli
sfiatatoi e manda giù il pasto, attraverso una gola non più larga del
mio pugno.
— È allora tutt'altro che una terribile gastronoma come i capidogli e
come i pesci-cani, — disse il canadese.
— Adagio, signore, — rispose il baleniere. — A questi enormi mammiferi
sono necessari, in un solo giorno, non meno di dieci o dodicimila
chilogrammi di piccoli crostacei e d'altre materie quasi gelatinose
chiamate cibo della balena.
— Che zuppa!... — esclamò lo studente.
— Dik, — disse in quel momento il canadese. — Guardate un po'!... Non
vi sembra molto inquieta quella balena?
— Era appunto quello che stavo osservando ora, — rispose lo _chaffeur_.
Infatti l'enorme cetaceo, dopo essersi immerso tre o quattro volte,
a non molta profondità di certo, poichè si trovava troppo vicino alla
sponda, si era messa a spiccare dei veri salti, slanciandosi quasi a
metà fuori dall'acqua e mandando nel medesimo tempo delle formidabili
note che avevano qualche cosa di metallico, poichè pareva che
ripercuotessero entro un enorme tubo di bronzo.
La sua possente coda sferzava rabbiosamente l'acqua, sollevando delle
gigantesche ondate le quali si rovesciavano verso la costa con grande
fragore, balzando e rimbalzando.
— Che sia stata ferita da qualche colpo di rampone? — chiese il
canadese.
L'ex-baleniere scosse la testa, poi disse:
— Fra le onde che solleva si vedrebbe qualche grossa macchia di sangue.
Che i delfini gladiatori le abbiano invece divorata la lingua? Oh!...
Ve ne sono molti di quei ferocissimi pesci nei mari artici.
— Come, dei delfini oserebbero assalire un tale colosso!... — esclamò
lo studente, con stupore.
— Sono bestioni lunghi sette ed anche otto metri e con certi denti che
non vorrei provare.
Nutrono un vero odio contro le balene, e quando si trovano in buon
numero non esitano ad assalirle e con una ferocia inaudita.
Aspettano che uno di quei disgraziati cetacei spalanchi l'enorme
bocca e subito vi si precipitano dentro, mentre uno di loro si getta
attraverso i fanoni per impedire che le mascelle si rinchiudano
completamente.
Divorata la lingua, se ne vanno tranquilli e ben pasciuti.
— Ah!... Birbanti!... E la povera mutilata poi muore?
— Si, e fra dolori spaventevoli, — rispose lo _chaffeur_. — Questo
cetaceo potrebbe invece essere tormentato da qualche _cyamo_.
— Che cos'è? — domandò il canadese.
— Un crostaceo carnivoro che gli rode la cotenna e gli entra nel corpo
intaccando la carne viva.
Si dice che quel piccolo mostro cagioni a quei disgraziati giganti tali
dolori da farli impazzire.
— Povere balene!... — esclamò lo studente. — E dopo hanno gli uomini
che le perseguitano senza posa, è vero, Dik? —
L'ex-baleniere invece di rispondere tese un braccio verso la costa di
ponente, dicendo:
— Li vedete?
— Chi? — domandarono ad una voce il canadese e lo studente.
— Tutti quei punti neri che si dirigono verso la balena.
— È vero, — disse Gastone. — Che cosa possono essere?
— Potrei ingannarmi, tuttavia scommetterei il mio vecchio rampone
contro una carica di tabacco che quelli sono _kayak_ esquimesi.
Guardate, escono appunto dalla piccola cala dove poco fa voi avete
osservate delle colonne di fumo.
— Che corrano all'attacco del gigante dei mari? — chiese lo studente.
— Certo, signore. Sono fortune che toccano di rado a quei poveri
diavoli sempre in lotta colla fame.
Che scorpacciate di lardo che faranno se riusciranno a catturarla!... E
che bevute d'olio!...
— Con quei piccoli canotti di pelle di foca o di morsa oserebbero
tanto? — domandò il canadese.
— Vedrete all'opera quegli audacissimi pescatori. Sono in buon numero:
una cinquantina per lo meno.
Ah!... Godiamo una caccia emozionantissima. Che peccato non aver qui il
mio rampone e.... —
Dik si era bruscamente interrotto, mentre un urlo spaventevole aveva
lacerata l'aria: l'urlo della balena.
— Si è arenata!... — esclamò quasi subito lo _chaffeur_. — Che festa
per gli esquimesi!... —
La sua voce si perdette fra i clamori assordanti che uscivano dalla
gola del gigante dei mari.
— Sì, sì, si è arenata!... — gridarono a loro volta il canadese e lo
studente.
Era vero!... Il colosso, reso certamente pazzo da atroci dolori
causatigli o dalla perdita della lingua o dai morsi del vorace
crostaceo, era andata a cadere, dopo un ultimo e più disperato slancio,
su un banco subacqueo che non aveva potuto scorgere, ed era rimasta
come ancorata, con tre quarti del corpo allo scoperto.
Solamente la possente coda era rimasta immersa, ma non poteva esserle
ormai di nessuna utilità, anzi le era di danno, perchè ad ogni colpo
delle due gigantesche pinne il corpaccio si insabbiava sempre più.
Quel banco non distava che duecento cinquanta o trecento metri dal
luogo ove si era fermata l'automobile, quindi nulla poteva sfuggire,
della lotta che stava per cominciare, ai tre viaggiatori.
Gli esquimesi, accortisi che la colossale preda non poteva ormai
più evitare il loro attacco, affrettavano la corsa, mandando clamori
assordanti.
Le loro leggierissime scialuppe, lunghe dai sei agli otto metri,
coll'ossatura di fanoni di balena solidamente legati fra di loro
con nervi di renna e di volpi ed il resto di pelli ben cucite e rese
impermeabili, scivolavano sulle acque con fantastica rapidità sotto i
colpi dei remi a doppia pala.
I piccoli uomini delle terre gelate erano coperti in modo da sembrare
tanti orsi bianchi, avendo perfino le teste riparate da ampi cappucci
villosi e pur continuando ad imprimere ai loro _kayaks_ dei grandi
slanci, non cessavano di urlare.
Una cosa aveva subito colpito il canadese: cioè che ogni canotto
portava a poppa, a fior d'acqua, un paio di grosse vesciche ben gonfie
d'aria.
— Che cosa ne faranno, Dik, di quei palloni?: — chiese allo _chaffeur_.
— Quelle vesciche sono legate alle fiocine e servono ad impedire
alla balena di affondare. In questo caso gli esquimesi non ne avranno
bisogno, poichè questo disgraziato cetaceo non lascerà più il suo banco
se non a pezzi.
Ecco che l'attacco comincia.
— E noi assisteremo a questa caccia senza fare nulla? — chiese lo
studente. — Cerchiamo di affrettare, a colpi di _mauser_, l'agonia
della balena.
Le risparmieremo altri dolori.
— Così avremo anche noi il diritto di reclamare qualche pezzo di quel
colosso, — disse il canadese.
— Osereste mangiare di quel lardo, signor di Montcalm?
— Oh no, quello lo lasceremo agli esquimesi e faremo loro un gran
piacere, essendo ritenuto un pezzo scelto. Domanderemo invece un po'
di lingua per trarne dell'olio che si dice sia ottimo per friggere il
pesce, quando però è fresco, è vero, Dik?
— Buonissimo, signore. Attenzione: ecco l'attacco!... —
I cinquanta _kayaks_ si erano rapidamente divisi in due ranghi,
per assalire il gigante a tribordo ed a babordo, presso la testa,
ed evitare i terribili colpi di coda che si succedevano senza
interruzione, sconvolgendo l'acqua della baia per una distanza
notevolissima.
La balena si era già accorta della presenza dei nemici e mandava dei
clamori sempre più formidabili.
Nel medesimo tempo faceva degli sforzi disperati per sottrarsi dal
mal passo ove si trovava, imprimendo al suo corpaccio dei sussulti
formidabili che facevano vibrare la sua grassa cotenna come se fosse
una massa gelatinosa.
— Mirate presso gli occhi!... — disse il canadese allo studente. —
Sprechereste inutilmente le palle se vi provaste a tirare contro quella
botte di grasso.
— Va bene, — rispose Walter.
[Illustrazione: — E perchè brontola così? Non conterrà qualche
spirito malefico? — (Cap. X).]
Un momento dopo, quando già gli esquimesi cominciavano a stringere le
linee e ad impugnare le loro fiocine, alcune di buon acciaio ed altre
di osso ben lavorato ed accuratamente affilato, parecchi colpi di fuoco
rimbombavano sulla spiaggia.
I due viaggiatori vuotavano rapidamente il serbatoio dei loro _mauser_,
tempestando l'enorme testa del cetaceo.
Gli esquimesi, udendo quegli spari, dapprima ristettero, poi avendo
compreso che gli uomini bianchi non volevano altro che aiutarli nella
difficile impresa, coprirono i fianchi del mostro di fiocine.
Quantunque i loro canotti danzassero come turaccioli sulle creste delle
onde sollevate dai potenti colpi di coda, lanciavano i loro dardi con
una precisione meravigliosa.
Ben presto i due fianchi del mostro apparvero irti di lancie infisse
abbastanza profondamente nello strato oleoso.
Larghi getti di sangue colavano in mare arrossando le acque a parecchi
metri di distanza.
Quello che sopratutto produceva una profonda impressione erano le
urla spaventevoli che uscivano da quella gran bocca, le cui mascelle
s'alzavano e si rinchiudevano convulsivamente.
Ad ogni clamore del povero animale rispondevano le urla selvagge dei
vittoriosi pescatori e gli spari dei _mauser_. Anche Dik, non avendo
potuto avere una fiocina, poichè i canotti non osavano accostarsi
troppo alla riva battuta da ondate irte di spuma sanguigna, si era
impadronito della grossa carabina a due colpi e bruciava, con una
specie di gioia feroce, le sue cartucce, scegliendo i punti più
sensibili del cetaceo.
Ben presto le note metalliche del mostro immane cominciarono
ad affievolirsi. Le sue forze scemavano e la vita se ne andava
rapidamente.
La coda si alzava ormai pesantemente, ad intervalli, e non più colla
suprema energia di prima.
L'agonia cominciava e la morte si avanzava frettolosamente.
Nemmeno quell'enorme massa l'aveva vinta o fatta indietreggiare.
— Ecco la fine, — disse Dik, appoggiandosi alla carabina ancora
fumante. — Guardate gli sfiatatoi. —
Due fitte colonne di vapore rossastro, cariche di sangue, si erano
alzate sopra la testa del gigante dei mari.
Annunciavano la morte.
Gli esquimesi, sapendo ormai che la gigantesca preda non poteva più
sopravvivere che pochi minuti a quella tempesta di fiocine e di palle,
si erano allontanati di tre o quattrocento passi per trovare una zona
di mare tranquillo; poi si erano diretti rapidamente verso la costa,
sbarcando e portando a terra i loro leggierissimi canotti.
Parevano premurosi d'incontrarsi cogli uomini bianchi che li avevano
così validamente aiutati in quella emozionante e non facile impresa.
— Andiamo loro incontro, — disse lo studente. — Sono curioso di vedere
da vicino questi abitanti delle nevi e dei ghiacci eterni. —
Il canadese, con un certo sguardo imperioso, lo fermò.
— Rimaniamo presso il nostro treno, — disse poi, — e tenete il
serbatoio del vostro _mauser_ pieno.
Non fidiamoci; questi non sono gli esquimesi del settentrione.