Si era alzato e proteggendosi gli occhi con ambe le mani, per vincere i
bagliori acciecanti del sole riflettentisi sulla bianca pianura, aveva
spinti gli sguardi verso il settentrione.
Una linea azzurro-cupa spiccava vivamente sul luminoso orizzonte,
cosparso di grossi punti bianchi.
— È la baia coi suoi quasi eterni ghiacci galleggianti, — disse. —
Se qualche accidente non interrompe la nostra corsa, faremo presto a
raggiungere il Polo.
Speriamo che i canali delle terre boreali siano tutti gelati e tutto
andrà allora bene.
— Una grande bella baia, è vero signor di Montcalm? — chiese Walter.
— Sarebbe anzi stato meglio chiamarla mare di Hudson, poichè è un vero
mare.
È vero che il suo scopritore non aveva avuto il tempo di constatarne la
vastità.
— Perchè naufragò forse?
— Peggio che peggio, amico. La sua fine fu tragica e forse
terribilmente tragica.
Era un gran bravo navigatore quel vostro compatriotta che si era già
distinto in altre navigazioni polari nei pressi dello Spitzberg e
che era salito in grande fama per le sue osservazioni idrografiche e
magnetiche, fra le altre quella sull'inclinazione dell'ago magnetico.
Nel 1610, aiutato da negozianti, armata una nave, salpava per queste
regioni, animato dalla speranza di poter trovare il famoso passaggio
del nord-ovest, scoperto invece più di due secoli e mezzo dopo da
Mac-Clure.
— Che navi avevano allora quegli audaci naviganti?
— Dei miserabili navigli di cento o centocinquanta tonnellate e niente
di più.
— Continuate, signor Gastone. Le scoperte polari mi hanno sempre
interessato.
— Più fortunato di tanti altri, Hudson raggiunge felicemente l'America,
tocca l'estremità nord-ovest del Labrador, scopre il gran fiume che
oggidì porta il suo nome, ed avanzando nel canale intravvisto cento
dieci anni prima da Corte-real, scopre la grande baia che ci sta
dinnanzi.
Ma lì, su quelle acque, sventure inaudite piombano sulla spedizione.
I ghiacci imprigionano la sua nave nella baia di S. Michele, impedendo
il ritorno.
La fame non tarda a farsi sentire tremenda, poichè le provviste portate
erano state tutt'altro che abbondanti.
Per qualche mese si nutrono di pernici bianche, di oche, di anitre e di
cigni, poi, emigrati quei volatili, si vedono costretti a nutrirsi di
licheni.
Sul principio del Giugno dell'anno seguente lo sgelo permette
finalmente ai naviganti di rimettersi alla vela.
Avevano preso molto pesce durante la primavera, ma ben poco ne era
rimasto.
Hudson divide fra l'equipaggio diventatogli ostilissimo mercè le arti
infami del segretario Green, che pure aveva ricevuto tanti benefici
dallo sfortunato esploratore, e tenta di riguadagnare l'Inghilterra.
I suoi sforzi non sono condivisi dai suoi marinai, e la cospirazione,
da lunga mano preparata dal Green, il 21 Giugno scoppia.
Il disgraziato Hudson viene calato in una scialuppa insieme a tutti gli
ammalati che si trovavano a bordo, con viveri per qualche giorno, un
fucile e poche munizioni, ed abbandonato fra i ghiacci galleggianti.
— Ah!... Canaglie!... — esclamò lo studente. — E che cosa accadde di
quei disgraziati?
— Quello che doveva fatalmente accadere: morirono tutti di fame e di
freddo, almeno così si suppone, poichè nè di Hudson nè dei compagni che
aveva nella scialuppa più mai si ebbero notizie.
— E quel furfante di Green?
— Non godette a lungo il frutto della sua vigliacca azione, che privava
la marina inglese d'uno dei suoi più grandi esploratori.
Venuto a questione con una tribù di esquimesi del Labrador, fu
massacrato e probabilmente anche mangiato.
La nave, dopo una infinità di disgrazie ed i suoi ultimi marinai,
costretti a cibarsi di candele, di pezzi di pelle bollita e di
ossa d'animali triturate per formare una specie di pane, giungevano
finalmente alla baia di Galway, nell'Irlanda.
— Avrebbero dovuto appiccarli tutti!...
— Mentre pare che così non sia avvenuto, — rispose il canadese. —
Ecco la baia: vediamo se possiamo fucilare delle foche o qualche
morsa. —