Cava fin sotto a’ fondamenti d’esse,
E li sospende con intravatura.
Poichè gran parte in su colonne messe,
Dà sotto travi fuoco, e lui fuor viene:
Cascan le mura allor sbandate e fesse.
Qui non si parla che delle mine all’antica; ma delle moderne discorrono
a lungo Francesco Martini e Leonardo da Vinci. I Genovesi nel 1487,
assediando il forte di Sarzanello tenuto dai Fiorentini, le adoprarono;
e Pietro Navarro che colà militava, potè vedere quest’artifizio. La
mina del Castel dell’Ovo di Napoli, che diè tanta fama al Navarro,
sembra per molti argomenti dovuta al suddetto Martini.
[115] BEMBO, _Storia veneziana_, lib. V. p. III; RAYNALDI, _Annal.
eccles._ ad 1500, § 22.
[116] La nobiltà di Venezia non proveniva da feudi, eppur era la più
ambita. Negli ultimi tempi il popolo vi distingueva i dodici apostoli
e i quattro evangelisti. I primi erano le case elettorali vecchie:
Contarini ch’ebbero otto dogi, Morosini che n’ebbero quattro, Michiel
che tre, Badoer, Sanudo, Gradenigo, Falier, Dandolo, Manin, Tiepolo,
Bolani, Barozzi. I quattro evangelisti erano Giustiniani, Bragadin,
Bembo, Corner. Aggiungansi le famiglie tribunizie dei Dolfin, Quirini,
Ziani, ecc.
[117] Lib. VII. c. 45. — Nel 1855 per nozze fu stampato a Milano il
_Viaggio di Pietro Casola a Gerusalemme_, scritto nel 1494. Questo pio
prete milanese dovendo indugiarsi a Venezia per attendere l’imbarco,
«acciò per tedio non gli venisse voglia de tornare indietro come feceno
li fioli de Israel», cominciò a visitarne le rarità e le bellezze, e le
descrive con una ammirazione così dabbene, che incanta.
[118] Il ducato, marchesato e contado di Trento fa donato
dall’imperatore Corrado il Salico nel 1027 al vescovo Voldarico,
onde i vescovi furon anche principi sino al 1802: nel 1182 il vescovo
Salomone vi ottenne il diritto di zecca. Però i Veneziani possedevano
il castello di Lizzana, Roveredo ed altre terre della val Lagarina
per testamento di Guglielmo di Castelbarco del 1416: nel 1440 tolsero
a forza Penede e Torbolo ai d’Arco, e Riva di Trento al vescovo, che
tennero fin nel 1509, quando gl’Imperiali la ripresero.
[119] Anche durante il dominio veneto, si conservarono a Cividal del
Friuli alcune costumanze, che attestavano l’antica giurisdizione sì del
patriarca, sì del capitolo. Esso patriarca, nella prima sua entrata,
veniva investito colla spada dal decano del capitolo: all’Epifania
il diacono ascendeva a cantare il vangelo, con elmo dorato in testa
e pennacchio bianco e rosso, e colla spada nuda dorata nella destra,
nella sinistra l’evangelo: alla festa della Purificazione un canonico
recitava tutti i nomi dei patriarchi cominciando da san Marco, e il
gastaldo della repubblica veneta saliva al coro a offrir alcuni denari,
e riceveva una candela. _Relazione_ del provveditor Balbi nel 1637,
nelle _Monografie friulane_.
[120] All’Alviano la Serenissima infeudò Pordenone, il 1508 20 giugno,
_pro se et heredibus suis masculis legitime descendentibus, cum
mero et mixto imperio, cum reservatione statutorum, consuetudinum et
privilegiorum hactenus servatorum ipsi communitati, et civibus prædicti
loci, cum recognitione dominio nostro cerei singulo quoque anno dando
in festo sancti Marci, cum obligatione salis, et quod ibi stare non
possit aliquis qui stare non possit in terris dominii nostri. Item quod
dominium nostrum possit accipere vastatores, currus et cornetas, prout
ab aliis, sicut semper est solitum servari in locis datis in phœudum
per dominium nostrum_.
[121] _Relazione_ di Giovanni Corner del 1569.
[122] Gli eventi della lega di Cambrai sono narrati a minutissimo da
storici famosi, quali il Paruta, il Giustiniani, il Barbaro, e fra i
moderni principalmente da Giambattista Dubos, _Histoire de la ligue
de Cambray_, tutta in onore di Luigi XII e vitupero di papa Giulio II.
Meglio la ritraggono le moltissime cronache e relazioni contemporanee.
[123] È curioso che i paesi che doveva appropriarsi Massimiliano, son
quelli stessi che l’Austria ottenne nel trattato di Campoformio; come
egli già trattava collo czar di Moscovia per uno spartimento della
Polonia.
[124] La festa dell’Ascensione, la maggiore solennità veneta.
[125] Che dispensasse i sudditi della Terraferma dal giuramento è
asserito da tutti, ma non ne trovo vestigio negli atti uffiziali, e
repugna anzi con alcuni di essi, per es., colle punizioni inflitte a
chi favorì lo straniero.
[126] Nella _Legazione a Mantova_.
[127] La storia di questa cittaduccia, importante come tutte quelle
del Friuli, può in parte raccogliersi dal DEROSSI, _Mon. eccles.
aquilejensis_, e dal FLORIO, _Discorso preliminare alla vita del beato
Bertrando patriarca_. Essa città aveva avuto, al solito, il consiglio
maggiore di famiglie patrizie; il piccolo, composto del podestà e
cinque consoli; e un sindacato di cento capifamiglia. Ogni anno in San
Giorgio congregavasi l’arrengo, cioè il consiglio generale, ed eleggeva
a voti i magistrati del Comune; ma le cariche principali spettavano ai
nobili. Sotto i Veneti il capitano presedeva; il consiglio maggiore
fu ristretto in venticinque famiglie; due provveditori tenean luogo
del podestà e del sindaco, ma continuavano il sindacato popolare e
l’arrengo. Il Comune aveva giurisdizione civile e criminale con mero
e misto imperio sulla città e territorio; la civile esercitavasi dal
Consiglio, la criminale minore dal capitano, la maggiore dai tribunali
veneti.
[128] Su questi Tedeschi sporadici moltissimo si scrisse. Il
consigliere Bergmann, nell’introduzione al _Dizionario cimbrico_ di
Schmeller, morto nel 1852, espone le varie opinioni sull’origine loro.
V’è chi li crede avanzo degli antichi Reti, chi de’ Cimri sconfitti da
Mario (t. 1, cap. XX), chi Alemanni quivi stanziati al tempo d’Onorio,
chi Goti, chi seguaci de’ Carolingi o degli Ottoni. Infatti la prima
loro venuta in que’ paesi pare fosse quando Ottone I nell’872 donò
al vescovo Abramo di Frisinga molto paese attorno a Castelfranco, a
Godego, e più addentro in que’ monti, dove s’erano stabiliti molti
Tedeschi. Ezelino da Romano dovette condurne altri, ed Ezelino IV verso
il 1250 teneva un uffiziale (_amtmann_) a Rozzo, uno de’ sette Comuni.
Tedeschi di Pergine nel Tirolo e della vicina val Cembra, la quale sol
più tardi s’italianizzò, vennero nel XII secolo a cercare fra i monti
vicentini sicurezza dall’oppressione del balivo Guidobaldo, e forse
vi portarono anche il nome di Cimbri. Certo in antico son nominati
teutonici, e la loro lingua è un dialetto simile al tirolese-bavaro
del XIII secolo, per attestazione del suddetto Schmeller. Da principio
il paese era a dominio dei monasteri d’Oliero e di San Floriano, dei
Ponzi di Breganze, del Comune di Vicenza e d’altri signorotti; quindi
passò agli Scaligeri, coi privilegi che godettero poi sempre; indi
ai Visconti di Milano fino al 1404, quando vennero alla repubblica di
Venezia, che diè loro il titolo di Fedeli, e alla quale contribuivano
in occasione di guerra quattrocento lire e sette arcieri, oltre
l’obbligo di custodire i passi dal Tirolo al Veneto; del resto esenti
da prestazioni personali, da dazj, da dogane, ecc.
[129] Vedi le _Lettere storiche_ del Da Porto.
[130] GRATAROLO, _Storia della riviera di Salò_.
[131] Il 17 luglio 1509, festa di santa Marina, in cui Padova fu
ricuperata, restò sempre feriato a Venezia: il doge andava alla chiesa
di questa santa, e vi si esponeva un vessillo coll’iscrizione:
_Hanc tibi debemus trojani Antenoris urbem_,
_Præsidii memores, diva Marina, tui_.
[132] «Dio volesse fusse sta fatto l’accordo che io voleva far, se
intrava Savio ai Ordeni, di mandar a tor cinque over seimila Turchi,
e mandar secretario over ambasciatore al Turco! ma ora è tardi». MARIN
SANUTO, al 17 maggio 1509.
[133] Il Guicciardini mette in bocca al Giustinian un’orazione delle
sue solite, che pretende aver tradotta dall’originale latino. Sì
abjetto n’è il senso, che i Veneziani l’impugnano come calunniosa; e
robuste ragioni vi opposero molti di essi e Rafael della Torre, Teodoro
Gransvinckel e altri; mentre la sostengono vera il cardinal della
Cueva, il Caringio, Goldast nella _Politica imperialis_, ed altri.
[134] FLEURANGE, _Mémoires_, tom. XVI, p. 63.
[135] _Pense l’empereur que ce soit chose raisonnable de mettre tant
de noblesse en péril et hasart avecques des pietons, dont l’ung est
cordonnier, l’autre mareschal, l’autre boulengier, et gens mecaniques,
qui n’ont leur honneur en si grosse recommandation que gentils hommes!
c’est trop regarder petitement, sauf sa grace à luy._
Quest’assedio è descritto alla distesa nell’_Histoire du bon
chevalier_, cioè Bajardo: _Desja etait bruist par tout le camp,
que l’on donneroit l’assault à la ville sur le midy, ou peu après.
Lors eussiez vue une chose merveilleuse; car les prestres estoient
retenuz à poix d’or à confesser, pource que chascun se vouloit mettre
en bon estat; et y avoit plusieurs gens d’armes qui leur bailloient
leur bourse à garder; et pour cela ne fault faire nulle doucte que
messeigneurs les curez n’eussent bien voulu que ceulx, dont ils avoient
l’argent en garde, feussent demourés à l’assault. D’une chose veulx
bien adviser ceulx qui lysent ceste histoire; que cinq cens ans avoit
qu’en camp de prince ne fut vu autant d’argent qu’il y en avoit là; et
n’estoit jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz
qui ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bleds, soyes à
filer, et autres ustensilles; de sorte que audit Padouan fut porté
dommage de deux millions d’escus, qu’en meubles, qu’en maisons et
palais bruslez et detruitz_.
[136] — Il modo della benedizione fu così: Eran cinque ambasciadori
veneziani, i quali, dopo l’accordo, innanti al papa se inginogiarno,
e tre volte in pubblico sotto a lo antiportico di San Pietro in Roma
andarno a basiare prima el piede, poi la mano, ultimamente l’osculo;
indi furono aperte le cinque porte di San Pietro, e drieto a cardinali
alla messa papale entrarno egli poi, e da esso al finir della messa
benedicti furno». PRATO, _Cronaca milanese._
[137] MURATORI, _Antichità estensi_.
[138] Così un Nassino, suo fidato.
[139] Merita esser letto il _Racconto di Gian Giacomo Martinengo_,
pubblicato dietro alla _Storia di Milano_ del Rosmini. Egli divisa
tutti i mezzi de’ congiurati, la loro fiducia sopra mille accidenti,
che teneano per infallibili e che uscirono al contrario, e che egli,
secondo il solito, imputa a tradimento. Fra altri, don Raimondo
Cardona doveva impedire a’ Francesi di abbandonar Bologna, intanto
che i Bresciani coi Veneti, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri avrebbero
occupato gran parte del Milanese. Ma egli si lasciò corrompere da
trentamila scudi, numeratigli dal Foix. Vivissime sono le particolarità
di quel racconto, che finisce con queste parole: — Ora, figliuoli miei
carissimi e discendenti, io ve raccomando per l’obbedienza che siete
tenuti portarmi, che mai in alcun tempo facciate come ho fatto io in
questo, a metter la vita e la roba in servizio de’ principi, perchè con
essi si ha a perder molto e a guadagnar poco; perchè li principi sono
liberalissimi rimuneratori a parole, ma de’ fatti sono avarissimi; e se
non obbedirete a’ miei comandamenti, ve ne troverete malcontenti».
Fu notato un bizzarro riscontro fra l’impresa di Gastone e quella de’
Tedeschi nel 1849 contro Brescia stessa. La parte di Bajardo sarebbe
rappresentata dal giovane Nugent, il quale avanzandosi per calmare,
restò ferito a morte; testando beneficò la città stessa, che sulla sua
tomba scrisse, _Oltre il rogo non vive ira nemica_.
[140] MACHIAVELLI, _Della natura de’ Francesi_.
[141] Il cardinale d’Amboise confessò al re, che da alquanti anni
riceveva la provvigione di cinquanta mila ducati da varj principi e
repubbliche d’Italia, e trentamila dalla sola Firenze.
[142] Lo nega il Guicciardini per adulare ai Medici. — Tre descrizioni
di quel sacco si stamparono nell’_Archivio storico italiano_, vol.
I, 1842; e le immanità degli Spagnuoli trascendono l’immaginazione.
«Dove io non voglio mancar di raccontare duoi esempj molto notabili,
l’uno per la conservazione della castità, e l’altro per la vendetta
della perduta pudicizia. Era campata dalla morte una donna vecchia, la
quale essendo stata presa nella propria casa, serviva a’ comandamenti
e servigi de’ vincitori. Costei in quel primo tumulto e furore aveva
nascosto una pulzella sua nipote in un luogo segretissimo, e in quello
nascosamente la cibava, per salvarla dall’insolenza de’ nemici. I quali
nondimeno, essendosi accorti di ciò, e avendo ritrovato il luogo, ne
trassero l’infelice fanciulla, la quale piangendo e piena di dolore era
accarezzata e consolata dai detti soldati; ma ella, raccomandandosi e
dissimulando quanto più poteva la grandezza del dolore, e accostandosi
poco a poco ad un balcone, di subito con un salto inaspettatamente
si gettò a terra di quello, e così coll’acerbo rimedio della morte
provvide alla conservazione della castità. Un’altra giovanetta, il
marito della quale era rimaso ancora nelle mani de’ nimici perchè
pagasse la taglia, ne fu menata da un uomo d’arme spagnuolo, e tenuta
poi più tempo a’ suoi servigi, menandosela per tutto dietro, vestita
a guisa di ragazzo. E così, avendo consumato lo spazio di sette
anni nelle guerre di Lombardia, secondo che gli fu poi di bisogno
si condusse nella città di Parma; dove dimorando la giovane, e
conoscendosi esser vicina alla Toscana, pensò di liberarsi, con giusta
vendetta della sua perduta pudicizia, da tanto vergognosa servitù; e
così una notte quando tempo le parve, giacendo a lato del suo padrone,
mentre egli era oppresso dalla gravezza del sonno, gli segò la gola,
e pigliando tutti i denari e gioje e ricchezze di lui, delle quali
essa medesima era guardiana, e appresso montata sopra uno de’ migliori
cavalli ch’egli avesse, passati i vicini monti, se ne scese in Toscana.
E arrivata in Prato, e giunta alla bottega del marito, che bottajo
era, standosi ancora essa a cavallo, chiamandolo per nome disse: —
Conoscimi tu?» E quegli, avendola riconosciuta, si volle accostare a
lei e accarezzarla; ma ella con voce libera gli disse: — Marito mio,
stammi lontano; o tu risolvi e promettimi di ricevermi e trattarmi
per l’avvenire come tua carissima moglie con questa sopraddote di
cinquecento fiorini d’oro che io ti reco in ricompensa della mia
violentemente perduta pudicizia». Onde dal marito ella fu ricevuta
amorevolmente, e da tutte le donne pratesi sempre poi molto onorata
e accarezzata, come se con questo suo generoso atto avesse anche
parimente vendicato l’ingiuria della loro violata pudicizia». JACOPO
NARDI.
[143] Vedi la nota (14) del Cap. CXX.
[144] De’ Pazzi; quei che aveano congiurato.
[145] A Luca della Robbia, nipote del pittore, che l’assistette fin
agli ultimi momenti, il Boscoli diceva: — Deh, Luca, cavatemi dalla
testa Bruto, acciò ch’io faccia questo passo interamente da cristiano».
Il frate che lo assistè, diceva pure a Luca: — E quanto a quello cui
dicesti la notte, ch’io gli ricordassi che le congiure non son lecite,
sappi che san Tommaso fa questa distinzione: o che il tiranno i popoli
sel sono addossato, o che a forza, in un tratto, a dispetto del popolo
e’ regge; nel primo modo non è lecito far congiura contro al tiranno;
nel secondo è merito». Neppur questa volta il liberalismo stava col
Machiavelli.
[146] PRATO, _Cronaca milanese_, pag. 415 nell’_Archivio storico
italiano_.
[147] Nell’assedio la città già cadeva ai Francesi quando Emanuele
Caballo osò fra le artiglierie nemiche penetrarvi con un vascello
carico di viveri; onde, sospesi gli orrori della fame, restò liberata.
[148] Nelle lettere del Bembo a suo nome ricorrono frequenti
esortazioni alla pace. Quando Massimiliano Sforza rientra in Milano,
lo prega a non voler vendetta, e usare della vittoria con moderazione
(lib. III, ep. 2). A Raimondo di Cardona dopo la vittoria degli
Svizzeri scrive: — Quanto deploro la morte di sì prodi soldati ed
illustri capitani, che tanti servigi avrebbero potuto rendere alla
causa cristiana! Non la guerra noi dobbiamo volere, ma la pace. Voi,
che assai potete su Massimiliano, mostrategli come a un principe nulla
convien meglio che la dolcezza, la bontà, la clemenza; dimentichi le
ingiurie, e voglia far suo non le ricchezze ma il cuor de’ sudditi»
(lib. III. ep. 2). Così intercede presso Massimiliano a favore del
marchese di Monferrato che avea lasciato il passo ai Francesi, diretti
sopra Milano (lib. III. ep. 3).
[149] È strano che il Machiavelli, grande apostolo dell’unità,
rimprovera a Luigi XII _d’aver rovinato i deboli in Italia_.
[150] Vorrebbesi che in quell’occasione i Francesi forassero il
passaggio del Monviso alla Traversotta: ma pare quell’operazione fosse
eseguita nel 1480 da Luigi decimo marchese di Saluzzo.
[151] Al Montmorency dirigeva una lettera che conservasi nella
biblioteca nazionale di Parigi e che finisce: — Io ho scripto la
presente de mano mia propria per non fidarmi di persona. Vostra
signoria mi perdona se hè mal scripto, che a la scola non imparai
meglio».
[152] L’ottobre 1515, ad Ambrogio Cusano, pretore del suo feudo di
Lecco, scrive: _Deum testor optimum maximum neminem fuisse aut esse qui
magis deditionem impugnaverit, magisque contenderit, ut potius extrema
sequeremur, quam in hostium potestatem arcem nosque ipsos dederimus,
quam ego fui..... Oportuit, atque iterum repeto, oportuit deditionem
fieri; cujus rei culpam cum sit periculosum revelare, satius est
subtacere_.
[153] Paride de’ Grassi cerimoniere ci lasciò descritto a minuto
questo convegno, e quanti onori re Francesco rese a Leon X. Nella
messa solenne il papa chiese al re se voleva comunicarsi: egli rispose
non esservi disposto: ma molti della sua corte che lo desideravano
v’accorsero, sicchè il papa dovette dimezzar le ostie per comunicarne
quaranta. Il re stesso teneva indietro la folla; ed un Francese ad
alta voce disse: — Santo Padre, giacchè non posso da voi comunicarmi,
mi voglio almen confessare, e poichè non potrei all’orecchio, vi dirò
di qui che ho combattuto il meglio che potei contro papa Giulio, senza
far mente alle censure». Allora il re soggiunse d’avere il peccato
medesimo, altrettanto dissero gli altri baroni, e il papa diè loro
l’assoluzione.
[154] Monsignor Goro Gheri, governatore di Piacenza, scrive il 1514:
— Egli è qua il Rovato, frate da zoccoli, el quale è valentuomo, e in
questa città ha buona reputazione. E perchè questa città è divisa, da
una parte di quella abitano Guelfi, dall’altra abitano i Ghibellini,
di modo che l’una parte non va ad udire la predica nelle chiese che
sono più propinque all’altra parte, e la chiesa cattedrale è la manco
frequentata che ci sia dall’una delle parti: il frate Rovato, per
trovare un luogo che sia più comune che si possa nella città all’una e
l’altra parte, ha trovato una chiesa di San Protasio ecc.». _Archivio
storico_, app. VI, 36.
A Giuliano de’ Medici rimandava il 1515 un memoriale, ove dice:
— Questa città è divisa in due fazioni principali, cioè Guelfi e
Ghibellini; e più particolarmente ci sono quattro case principali:
due guelfe, cioè Scotti e Fontana; e due ghibelline, cioè Landesi e
Anguissola: e con il nome di queste quattro famiglie si imborsano li
officj di questa città e nello estraere detti officj non si fa alcuna
menzione nè del principe nè della comunità, ma nelle borse dove sono le
polizze è scritto la borsa de’ Landesi o la borsa degli Scotti, e così
delle altre famiglie dette di sopra; cosa poco onorevole al principe e
odiosa al popolo molto, perchè per questo modo ricevono una superiorità
molto strana: e ne risulta che quelli che sono gentiluomini e uomini
da bene fuggono intervenire nelle cose della comunità, e quelli che
accettano detti officj, pro majori parte sono genti bisogna che seguino
le voglie di chi dà loro li officj».
[155] Vedansi le negoziazioni austriache, pubblicate nel 1815 da Le
Glay.
[156] Lasciando via l’adulatore Giovio e il maledico Steidan e gli
altri storici antichi, e il Robertson, viepiù imperfetto dacchè tanti
nuovi documenti vennero in luce, il dottor Vehse scrisse una vita
di Carlo V denigrandolo: ma meglio compare in opere posteriori. Fra
le quali merita molta attenzione la _Correspondenz des Kaisers Carl
V, aus den K. Archiv und der Bibliothèque de Bourgogne zu Brüsselle
mittgetheilt von Dr_ CARL LANZ. Lipsia 1844. G. De Leva stampa la
storia di Carlo V relativamente all’Italia.
[157] Relazione di Giovanni Corner alla Signoria veneta, nelle _Rel.
des ambassadeurs_, II. 144. Parigi 1838.
[158] Il Molini nei _Documenti di storia italiana_ pubblicò la lettera
dello Sforza, che dà tal commissione al Pallavicini.
I Pallavicini, signori di Cortemaggiore, Castiglione, Busseto e altri
luoghi del Lodigiano, figurarono assai tra i fautori di Francia.
Orlando, ch’ebbe da Francesco Sforza il feudo di Busseto, lasciò molti
figli che ottennero titoli ecclesiastici e civili dagli Sforza e nuovi
feudi, dai quali presero nome i diversi rami. Gian Luigi, rompendo la
fede avita, si gettò coi Francesi: ma quando Lautrec fece squartare
Manfredo, egli non cessò più dai lamenti e dalle accuse non ascoltate.
Cristoforo, che avea arricchito Busseto di chiese e conventi, combattè
coi Francesi a Marignano; pure l’odio del Lautrec lo perseguì finchè
l’ebbe prigioniero, e quando ritiravasi dalla Lombardia il fece
decapitare. Galeazzo e Anton Maria suoi fratelli si tennero fedelissimi
a Francia; quand’era battuta, ritiravansi ne’ loro feudi; appena
risorgesse ricomparivano. Anton Maria era detto il _gran traditore_
perchè consigliò a Bernardino Corte di cedere il Castello di Milano;
ebbe ricchezze dal re; amò la bella Caterina Leopardi, ammirata da
tutti e da Luigi XII, che ne arricchì e nobilitò la discendenza.
Girolamo, figlio di Cristoforo, combattè contro i Francesi in Fiandra,
e dopo la pace di Castel Cambresì tornò a Busseto, e volle sposare
la prima donna che mendicasse al suo castello. Fu una montanara
piacentina, che mai non dimenticò l’origine, e fece sepellirsi negli
abiti di origine.
Eran gente robusta di corpi e di spiriti. Cristoforo, chiamato a
Roma a giustificarsi a Giulio II del suo starsi neutrale, investiva
il fratello Ottaviano che mal rispondeva, e castigavalo a schiaffi.
Galeazzo sposò Eleonora Pico; e perchè questa levossi buon’ora al
domani delle nozze per udir messa, egli cacciolla e riprese la druda
Bianchina. Carlo Sforza Pallavicini fu santo vescovo di Lodi, e da
questa stirpe venne il famoso storico del concilio di Trento.
[159]
E una pura colomba
Nel conversar paria.
DIOMEDE DA PO
[160] Da Ambrogio Noguet, nella preziosa raccolta di ritratti della
biblioteca Trivulzio.
[161] È stravagante l’opinione del padre Mattia Bellintani da Brescia,
che Adriano VI nascesse in Renzano della riviera bresciana. Vedi
_Storia di Salò._ Brescia 1599.
[162] Le bande inglesi portarono in Italia la malattia conosciuta col
nome di _sudore anglico_, che con forma di petecchie contaminò il regno
nel 1506; nel 1524 apparve a Milano, nel 27 nell’esercito del Borbone,
nel 28 in quello del Lautrec. Vedi HECKER, _Der englische Schweiss_.
Berlino 1832.
[163] In generale noi omettiamo questi numeri de’ soldati, degli uccisi
ecc., perocchè non troviamo mai d’accordo gli scrittori; oltre che
ognun di noi sa oggi quel che valgano, non solo i bullettini di guerra,
ma fino i quadri degli eserciti. Certamente Luigi XII, quando leggeva
la storia delle sue campagne, ne facea risate. Vedi FERRON, _De gestis
Gallorum_, lib. III.
[164] ROSSI. _Vita di Giovanni dalle Bande nere_.
[165] La battaglia di Pavia e tutto il libro XV sono tolti da Galeazzo
Cappella; molte altre narrazioni dal Cavalcanti, dal Rucellaj, dal
Commines.
[166] Al principio del libro XIV dice: — La quale (Italia) stata
circa tre anni in pace, benchè dubbia e piena di sospensioni, pareva
che avesse ’l cielo, il fato proprio e la fortuna o invidiosi della
sua quiete, o timidi che (riposandosi più lungamente) non ritornasse
nell’antica felicità».
[167] I passi contrarj a Roma furono taciuti nella prima edizione
postuma fatta dal Torrentino a Firenze il 1561; e solo comparvero
nell’edizione del 1775 colla falsa data di Friburgo, perfettamente
conforme al manoscritto dell’autore. Il passo più notevole e
lungo è nel lib. IV e V secondo la disposizione del Rosini,
sopra il rimutamento dei papi dalle cure spirituali alle mondane,
dall’universalità alle famiglie proprie.
Turpe macchia inflisse alla memoria di lui la pubblicazione delle opere
inedite, fattasi a Firenze il 1858.
Degli storici riparliamo nel Cap. CXLI.
[168] — Io dubito che a molti sia per recar noja così pieno e
accumulato inviluppo di cose; avendo io a obbedire a spazio di tempo
così ristretto quanto è quello di due mesi, e insiememente a materia
tanto varia e molteplice quanto è questa, che in un medesimo tempo
tutta Italia in diverse parti bolliva di guerra, che altro modo o
via posso tener io, per cui speri poter con maggior luce queste cose
trattare?» Lib. XXV.
[169] Nel libro VI si gloria d’avere udito dal duca Cosmo che la
famosa campana di Pisa pesava ventisettemila libbre, e si udiva da
tredici miglia discosto. — Ammirato giuniore, diligentissimo cercatore
d’archivj, vi fece copiosissime aggiunte, le quali viepiù imbarazzarono
il racconto.
[170] L’Ammirato (lib. XXIII) dice del Machiavelli che «si vede
esser poco diligente in tutta quella sua opera; i cui errori se noi
volessimo andar riprovando, o non osserveremmo il decoro dell’istoria,
o senza dubbio ci acquisteremmo biasimo di maligno. Scambia gli anni,
muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce, aggiunge,
toglie, diminuisce, e fa tutto quel che gli torna in fantasia senza
freno e ritegno di legge alcuna. E quel che più par nojoso è che in
molti luoghi pare ch’egli voglia far ciò piuttosto artatamente che
perchè ci prenda errore, o che non sappia quelle cose essere andate
altrimenti: forse perchè così facendo, lo scrivere più bello e men
secco ne divenisse, che non avrebbe fatto se a’ tempi e a’ fatti avesse
ubbidito, come se le cose allo stile, e non lo stile alle cose s’avesse
ad accomodare».
«Il Machiavelli, invece di darci le _storie fiorentine_, come porta
il titolo del suo libro, altro non ci diede che la storia delle
_ambizioni fiorentine_. Lo stato economico e morale di quel popolo è
così obbliato, che tu non ravvisi differenza fra il secolo de’ Medici
e quello de’ Buondelmonti e Amidei». ROMAGNOSI, _Dell’indole e dei
fattori dell’incivilimento_, part. II. § 3.
[171] _Ragguaglio sulla vita e le opere di Marin Sanuto detto Juniore,
veneto patrizio_ ecc., per RAWDON BROWN. Venezia 1838. Giaciono nella
biblioteca di Vienna; ma la Marciana n’ebbe una copia, e la loro
importanza è provata dal vederli continuamente fra le mani degli
studiosi.
[172] Del Navagero sono importanti le relazioni che mandava, stando
ambasciadore a Carlo V nel 1524; e un compendio ne diede Emanuele
Cicogna in _San Martino di Murano_. Egli udì da esso imperadore
rinfacciar all’ambasciadore di Francia che Francesco gli avesse
proposto di calare in Italia, e, svelto il dominio pontifizio,
spartirsela.
[173] Il decreto del Consiglio dei Dieci al 26 settembre 1530, dopo
le generalità sull’importanza della storia e lodi al Bembo, «le cui
opere latine si leggono per tutta Italia e cristianità con somma
ammirazione ed estimazione», gli affida la custodia della biblioteca
Nicena, e la continuazione delle deche sabelliche. «E perchè gli sarà
necessario, per legger le lettere e i libri nella cancellarla nostra,
dove avrà ad informarsi di detta istoria, venir a star in questa
nostra città, però per segno di gratificazione verso la sua persona, e
non per premio alcuno, sia preso che gli siano dati ogni anno ducati
sessanta per pagar l’affitto d’una casa». La _Storia veneziana_ del
Bembo in italiano fu stampata con moltissime correzioni, non solo per
le cose, ma per lo stile, le parole e il periodo. Non se ne conosce
il colpevole, ma certo la cosa fu discussa, e monsignor Della Casa
scrivevane al Gualteruzzi, erede dei manoscritti del Bembo, che
«sebbene vi fossero alcune parole e modi antichi, o fors’anco tutta
la frase fosse un poco affettata, secondo il giudizio di alcuno,
o ancora secondo il giudizio comune», nessun però avrebbe voluto
mettere il proprio giudizio avanti a quel di esso Bembo, il quale,
«essendogli stato detto questo che si dice ora dell’affettazione delle
sue scritture vulgari in prosa, non avea però mai voluto mutare quello
stile, reputandolo degno e grave e non antico e affettato».
L’originale autografo fu trovato nell’archivio dei Dieci, e da questi
mandato, il 1788, alla biblioteca Marciana, dove ora si trova, e sul
quale il Morelli, per stimolo del procuratore Francesco Pesaro, fece la
bella edizione del 1790. Riferiremo il principio, sì per saggio dello
stile che gli accademici lodano, sì per le asserzioni che contiene:
— I fatti e le cose della città di Vinegia patria mia, le quali in
tempo di quarantaquattro anni avvenute e state sono, io a scrivere
incomincio, non di mio volere e giudicio, o pure perchè a me giovi
e piaccia di così fare; ma da uno quasi fato sospinto, o almen caso,
che così portato ha che io faccia. Perciocchè, morto nell’ambascieria
di Francia M. Andrea Navajero, a cui questa cura era stata data per
lo addietro; essendo io stato richiesto per decreto del Consiglio
delli Diece, che, posciachè egli morendosi avea fatto ardere i suoi
scritti, io in quella stessa bisogna alla città ciò da me chiedente non
mancassi; vergognandomi di ricusare, a questa così varia e molteplice
e, come nel vero dire posso, sommamente faticosa scrittura mi son
posto _nell’anno della mia vita sessantesimo_: di maniera che, se la
richiesta pubblicamente fattami stata non fosse, giustamente potrei
ripreso essere dagli uomini dello avere avuto ardire in questa età di
sottopormi a cotanto peso».
Sebbene dovesse comprendere quarantaquattro anni, non va che dal 1467
al 1512.
[174] Nelle lettere dice: — Quanto alla vita e costumi, fo maggior
professione di sincerità e di modestia, che di dottrina e di lettera».
E nella storia, lib. II: _Equidem non is ego sum qui cujuspiam gratiam
eorum qui vivent aucapari studeam; homo recondita natura, et satis
cognita fide_.
[175] Lettera del 1º ottobre 1497.
[176] Delle moltissime storie municipali accenneremo soltanto, per
Padova Bernardino Scardeone; per Rovigo Andrea Nicolio; per Treviso il
Bonifacio e il Burchelati; per Verona il Rizzoni, il Corte, il Saraina;
per Ferrara il Baruffaldi; per Brescia il Cavriolo; per Bergamo il
Bellafini e Gian Grisostomo Zanchi (_De Orobiorum sive Cenomanorum
origine_, Venezia 1531), che esalta la sua patria, come allora si
facea, con esagerate opinioni, impugnategli da Gaudenzio Merula
novarese e da Bonaventura Castiglioni milanese, i quali trattarono
de’ Galli Cisalpini, e che, al pari d’Ottavio Ferrari da Milano,
conobbero le falsità di Annio da Viterbo; per Crema Alemanio Finio; per
Belluno il Piloni e il Doglioni; per Feltre il Dalcorno; per Vicenza
il Maccà, il Barbarano, il Castellini; pel Friuli Giovanni Candido;
per Ferrara Pellegrino Prisciani, Gasparo Sardi, Cintio Giraldi; e
Girolamo Falletti e il Pigna specialmente per la casa d’Este; per
Milano l’Alciati, il Merula, il Bescapè, il Morigia, oltre le cronache
del Cagnola, del Burigozzo, del Prato; Antonio Campi per Cremona;
Benedetto Giovio e Francesco Muralto per Como: l’Equicola per Mantova;
il valente medico Girolamo Rossi per Ravenna; per Bologna l’Alberti,
il Sigonio, Achille Bocchi, il Ghirardacci; il Maurolìco e il Fazello
per la Sicilia. Benvenuto da San Giorgio conte di Biandrate fece una
storia latina del Monferrato, esatta, e giovandosi degli archivj che
ebbe a disposizione. Un discorso di don Vincenzo Borghini sulla storia
fiorentina è irto d’erudizione.
[177] Aggiungiamo Giorgio Florio, professore di retorica a Milano, che
stese in sei libri le guerre di Luigi XII e Carlo VIII, propenso ai
Francesi; e Biagio Buonaccorsi fiorentino, che fece un arido diario dal
1498 al 1512.
[178] Lettera del cardinal Bibiena in quelle di _Principi a Principi_.
[179] Li raccogliamo da Francesco Muralto, che di que’ giorni scriveva
una cronaca rimasta manoscritta. Se ne trovano pure notizie in ROSCOE,
_Vita di Leon X_, vol. 7, ediz. di Milano.
La guerra contro i Turchi fu sempre soggetto di esortazioni popolari
in prosa e in versi. A tacere le composizioni di letterati, abbiamo
del 1480 poesie vulgari, di foggia bizzarra, fra cui scegliamo questo
sonetto:
_Surgite, eamus_, dixe el bon Jesù,
_Ecce appropinquat_ chi trader me de’:
_Surgite et vos_, signor, principi, re
Che Juda è in l’orto, non dormite più.
_Non potuistis vigilare._ Or sù
Pigliate l’arme in man ch’el tempo n’è.
_O stulti et tardi_, non vedete che
Se non ve unite insieme, tristi vu?
Guardate Jove che a Saturno va
Per farne in breve tempo sentir ciò
Che tante lingue han predicato già.
_Surgite_ adunche _ad quid_: ma per che no
Che con prudenzia l’omo savio fa
Bus... il ciel e Dio pentir si po.
Il _Diarium parmense_, manoscritto nella biblioteca di Parma, reca pure
una lamentanza assai lunga:
Italia sono, misera chiamata,
Con le man zonte a lacrimosi occhi.
Pietà ve prenda, o falsa brigata,
Prima che Dio la punizione scocchi.
Ecco ver nui la turchesca armata:
Deh mirate un po i miei lacrimosi occhi!
Pietà ve prenda legger mio lamento,
Forse farete alcun provvedimento...
Italia sono, e il rimembrar m’accora,
Che cresce el mondo quanto intorno cigne;
Oh quante glorie digne
N’ebbi a’ miei tempi e trionfali onori!...
Io prego Iddio che l’intelletto allume
A vui, crudeli e falsi Italiani,
Che sete come cani
Di rabbia e di venen calcati e colmi...
A te mi volgo, o papa Sisto,
Che tieni in mano le divine chiavi...
Lassa li cibi e le oziose piume,
I stati altrui per darne a chi m’intende;
A questa impresa attende,
Lassando le avarizie e pompe false.
La ricca dote a Costantin che valse
Lassare a voi, pastor, se ’l cristianesimo
Fia dal paganesimo
Con gran dispregio vinto e con dolore?...
Regina del gran mar donna Vinetia
Che tien l’insegna del beato Marco,
Che hai avuto il carco
Gran tempo a contrastar con tal genìa,
Qui mostrarai tua gran vigoria
Spiegando le toe belle insegne ornate.
E passati in rivista gli stranieri e i potentati italiani, ripiglia:
Non so in qual parte più mi valga el dire;
Sento mancar la voce a mezzo el petto...
A mio soccorso l’un l’altro riguarda,
E tal ne ride sotto i falsi panni
Che sentirà gli affanni,
Non è gran tempo ben che non sel creda.
[180] Ecco un’altra delle famiglie magnanime, di cui noi raccogliamo
le ricordanze, aspettando si faccia una storia delle famiglie, per
tutt’altro che per vanità di genealogie. Bartolomeo Colleone ne
adottò tre della famiglia bergamasca, i quali seco combatterono alla
Ricardina, e ne ereditarono l’amore delle arti, delle quali furono
patroni a Brescia e a Bergamo; e non meno pii che eroici, vi favorirono
il movimento religioso, iniziato da Bernardino di Siena, poi sospinto
dal concilio di Trento, e pel quale sorsero tante chiese e conventi.
[181] Gli Spagnuoli, quando andavano a conquistare un paese in America,
facevano una intimazione, nella quale si raccontava ai selvaggi
qualmente tutti gli uomini fossero nati da un solo, poi dispersi e
moltiplicati, e — Dio ne affidò la condotta a Pietro, costituendolo
capo e sovrano di tutta la stirpe umana, acciocchè dovunque nascano
e in qualunque credenza vivano, a lui obbediscano; sottopose tutto
il mondo alla giurisdizione di lui, e gli ordinò di piantar sua sede
in Roma; gli ha dato podestà di stabilire l’autorità sua su tutte le
altre parti del mondo, e governare e giudicare tutti i Cristiani, Mori,
Ebrei, Gentili, e di qualunque setta; vien chiamato papa, che vuol dire
_ammirabile, gran padre, tutore_... Quest’uso dura tuttavia, e durerà
sino alla fine dei secoli».
[182] RAYNALDI, al 1488 7 aprile, § 21.
[183] CIBRARIO, _Istituzioni della monarchia di Savoja_, pag. 127.
[184] Sermone per la V domenica di quaresima.
[185] LANDI, _Paradossi_.
[186] A Lione 1502, 1505, 1507, 1536, 1571, 1573, 1577, 1594; a Agen
1508, 1510, 1514, 1578; a Parigi 1518, 1521; ad Argentina e Rouen 1515;
a Brescia 1521; a Venezia 1585.
[187] Uno diceva: — Voi mi chiedete, fratelli carissimi, come si vada
in paradiso. Le campane del monastero ve l’insegnano col loro suono;
dan-do, dan-do, dan-do».
[188] MURATORI, _Annali d’Italia_ a quell’anno.
[189] Ammirato il Giovane racconta che, nel 1431, a Firenze venne un
cavaliere gerosolimitano con un Minorita; e quegli annunziava aver
dal papa autorità somma per assolvere dalla dannazione: questi stava a
banco nelle chiese a scrivere e sigillar le lettere delle indulgenze e
assoluzioni _di colpa e di pena_, dispensando in arduissimi casi chi
portava non solo denari, ma vesti e panni. I senatori, dubitandone,
vollero vedere l’autorità del cavaliere, e la trovarono minore di
quella che annunziava; onde gli proibirono di passar più avanti, ne
scrissero al papa, e crebbero _le pene contro a simil gentaccia_.
[190] Jacopo delle Marche Minorita, predicando a Brescia il 1462,
affermò che il sangue da Gesù Cristo versato nella sua passione era
separato dalla divinità, e perciò non gli si doveva l’adorazione. Se
ne levò tanto rumore, che Pio II volle fosse messo in disputa alla sua
presenza da celebri teologi: i quali si bilanciarono in modo, che esso
papa non potè se non imporre silenzio su tal quistione.
Non saprei che eretici fosser quelli che dalla Francia e dalla
Lombardia si erano ricoverati fra i monti della Valtellina, e alla cui
conversione andò il beato Andrea Grego da Peschiera, domenicano del
convento di San Marco in Firenze, dimorando quarantacinque anni fra
pastori e carbonaj (-1455).
[191] Nella vita di sant’Antonino scritta dal Vespasiano, edita dal
Maj nello _Spicilegium romanum_, leggo: — Giunto a Roma, dal pontefice
fu molto onorato e da tutta la corte di Roma; e contro a molti che
dicono i prelati usare le pompe per essere stimati, giunto a Roma con
una cappa da semplice frate, con un mulettino vile, con poca famiglia,
era in tanta reputazione, che non andava per Roma in luogo ignoto, che
quando passava per la via non s’inginocchiasse ognuno a onorarlo: assai
più onorato era lui che i prelati con le belle mule e con gli ornamenti
dei cavalli e famigli».
Sebbene alcuni mi accusino dell’opposto, io credo mi si farà colpa di
non avere tenuto conto di tutti i pii e i santi italiani. In realtà,
questo è un nuovo punto d’aspetto della storia nostra, e deve importare
l’osservare coloro, almen quanto il Borgia e l’Aretino. E bene il
Rohrbacher, nel lib. LXXIX della _Histoire universelle de l’Église
catholique_ (Parigi 1851), dopo enumerati i moltissimi Santi della metà
del 1300, conchiude: _On le voit; l’Italie était un paradis terrestre
dont le ciel paraissait sillonné de nuages et d’éclairs en tout sens,
mais dont le sol produisait les plus belles fleurs, les plus beaux
fruits, et pour le temps et pour l’éternité. Il y a des voyageurs
d’histoire, qui n’aperçoivent et ne signalent que ces éclairs et ces
nuages. Autant vaudrait dire que le printemps est la triste saison
où les hannetons bourdonnent, où les grenouilles coassent, où les
chenilles rongent les arbres, où la vermine foisonne partout_.
[192] _Vita Leonis X._
[193] Dedica del Giamblico e proemio al Proclo. Qui alcuno aspetterà
ch’io metta anche i lamenti del Poliziano pel tempo buttato via nel
dir l’uffizio, riportati dal Bayle e copiati da tanti. Ebbene, tutt’al
contrario, nell’epistola 9 del libro II a Donato, egli si querela che
le frequenti visite lo obblighino a interrompere sin l’uffizio: _Adeo
mihi nullus inter hæc scribendi restat aut commutandi locus, ut ipsum
quoque horarium sacerdotis officium pene, =quod vix expiabile credo=,
minutatim concedatur_.
È però vero che, scrivendo a Lorenzo de’ Medici il 6 aprile 1479,
si lagna che la madre facesse leggere al figlio Giovanni i salmi,
a preferenza de’ nostri libri: _Transtulit jam illum mater, id quod
equidem non probavi, ad psalterii lectionem, atque a nobis abduxit_.
Son note le poesie lubriche del Poliziano, e le oscenità di Giovian
Pontano, del Landino, del Poggio, del Filelfo, e l’_Ermafrodito_ del
Panormita, che dirigendolo a un suo amico, lo diceva _libellum equidem
lascivum, sed ea lascivia, qua summi oratores, sanctissimi poetæ,
gravissimi philosophi, viri continentes et christiani præluxere_.
[194]
_Te colimus, tibi serta damus, tibi thura, tibi aras_
_Et tibi rite sacrum semper dicemus honorem._
_Nos aspice præsens,_
_Pectoribusque tuos castis infunde calores_
_Adveniens pater, atque animis te te insere nostris._
_Multis comitantibus heros — immobilis heros orabat — curis confectus
tristibus heros — ipse etiam_ (il cattivo ladrone) _verbis morientem
heroa superbis stringebat._
[195]
E s’io potessi un dì per ventura
Queste due luci desiose in lei
Fermar quant’io vorrei,
Su nel cielo non è spirto beato
Con ch’io cangiassi il mio felice stato.
[196] _Omitte has nugas, non enim decent gravem virum tales ineptiæ._
[197]
_Quæ pietas, Beroalde, fuit tua, credere verum est_
_Carmina nunc cœli te canere ad cytharam._
[198] _Accesserat et Bibienæ cardinalis ingenium, cum ad arduas res
tractandas peraore, tum maxime ad movendos jocos accommodatum. Poeticæ
enim et etruscæ linguæ studiosus, comœdias multo sale multisque
facetiis refertas componebat, ingenuos juvenes ad histrionicam
hortabatur, et scenas in Vaticano spatiosis in conclavibus instituebat.
Propterea, quum forte Calandram a mollibus argutisque leporibus
perjucundam... per nobiles comœdos agere statuisset, precibus
impetravit ut ipse pontifex e conspicuo loco despectaret. Erat enim
Bibiena mirus artifex hominibus ætate vel professione gravibus ad
insaniam impellendis, quo genere hominum pontifex adeo oblectabatur,
ut laudando, ac mira eis persuadendo donandoque, plures ex stolidis
stultissimos et maxime ridiculos efficere consuevisset._ GIOVIO.
[199] _Lett. di Principi a Principi_, I. 16.
[200] Gemistio Giorgio, che poi trasformò il suo nome in Pletone,
nato a Costantinopoli verso il 1355 e morto il 1452, stabilito a
Misitra, dov’ebbe scolaro il Bessarione, cercò distorre dall’unir la
Chiesa greca colla latina, e lo fece anche nel concilio di Firenze
a cui intervenne. Quivi trovò il platonismo già rinato, e contribuì
a diffonderlo, misto a fantasie pagane tolte dai Neoplatonici. Diè
fuori un _Sunto dei dogmi di Zoroastro e Pitagora_, esposizione fatta
con arte perchè non desse ombra agli eterodossi quel suo opporre la
teologia gentile alla ecclesiastica. La contraddizione del famoso
patriarca Gennadio nol lasciò proseguire nel suo apostolato, e restò
inedito il suo _Trattato delle leggi_, del quale molta parte fu
stampata nel 1858 da M. Alexandre dell’Istituto a Parigi. È una vera
apologia del politeismo, combinandone i dogmi per adattarli a un
sistema filosofico regolare; vi si trovano l’esposizione dei dogmi,
l’organamento della nuova società pagana, le leggi sue, il culto,
le feste, gl’inni e le preci per ciascun Dio. Insomma appare degno
maestro di quel Pomponio Leto, che davanti ai papi professava di voler
distruggere l’opera di Gesù Cristo.
[201] _De fato_, III. 7.
[202] _Respiciens legislator pronitatem viarum ad malum, intendens
communi bono, sanxit animam esse immortalem, non curans de veritate sed
tantum de probitate, ut inducat homines ad virtutem; neque accusandus
est politicos._ De immortalitate animæ.
Matter (_Hist. des découvertes morales et politiques des trois derniers
siècles_) alzò a cielo il Pomponazzi come avesse stabilito la legge
della perfettibilità umana, il progresso delle istituzioni e delle
scienze, e la dottrina d’indipendenza dei tempi moderni. Sono sofismi
degni di chi chiama _barbara_ l’Italia al tempo di Leon X.
[203] Lo racconta lo Zilioli, _ms_. nella Marciana.
[204] CARACCIOLO, _Vita di Paolo IV_, ms. Il Pulci metteva in baja
queste disquisizioni:
Costor che si fan gran disputazione
Dell’anima ond’ell’entri e ond’ell’esca,
O come il nocciol si stia nella pesca,
Hanno studiato in su n’un gran mellone.
[205] Sono Alberto Magno, san Tommaso, Francesco Marone, Enrico
Gandavense, Egidio Romano, Averroe, Avicenna, Alfarabio, Isacco
di Narbona, Abumaron babilonese, Mosè egizio, Mahumet Tollettino,
Avempaten arabo, Teofrasto, Ammonio, Simplicio, Afrodiseo Alessandro,
Temistio, Plotino, Adelando arabo, Porfirio, Giamblico, Proclo,
i Pitagorici, i teologi caldei, ebraici, i cabalisti, Mercurio
Trismegisto. E dice essere stato educato a non giurare nella parola di
nessuno, ma diffondersi su tutti i maestri di filosofia, vagliare tutte
le carte, conoscere tutte le famiglie. Il razionalismo di Pico arrivava
sin a credere che l’oro puro, anche sotto forma tedesca, valga meglio
che il falso coll’eleganza romana (Lettera del 1485).
[206] Il costui carteggio in proposito col Lanfredini fu testè
pubblicato dal Bert nella _Rivista contemporanea_ con ricche notizie.
[207] Viene a proposito specialmente la novella X, il cui argomento è:
— Come un vecchio penitenziere non in ville o in luoco rustico, che
l’ignoranza il potesse in parte iscusare, ma ne l’alma città di Roma
e nel mezzo di San Pietro per somma cattività e malitia vendea a chi
comperare il volea come cosa propria il paradiso, sì come da persona
degna di fede m’è stato per verissimo raccontato».
[208] JACOBI SADOLETI cardinalis. _De Christiana Ecclesia._
_Ad Johannem Salviatum cardinalem,_
_.... Majores nostri salientissimi homines, optimis illis temporibus
quibus ecclesiastica vigebat disciplina, quæ nunc tota pæne nobis e
manibus elapsa est, tales eligebant et consacrabant sacerdotes, quos
doctrina vitaque eximios, egregie et posse et velle intelligerent,
docere populum publice, habere conciones, præcipere plebibus quæ
facienda cuique essent... Solis tum presbyteris et sacerdotibus Dei
hæc concionandi et dicendi provincia in templis et sacris locis erat
demandata; reliquis omnibus de populo, etiam ex ea vita quam monasticam
vocamus, quamvis doctis et prudentibus ad hoc omni munere penitus
exclusis_.
[209] HOEFFLER, _Analecten zur Gesch. Deutschlands und Italiens_, 1847,
da lettera esistente nella biblioteca di Monaco.
[210] PRATO, _Cronaca di Milano_. E segue: — Era costui di età d’anni
trenta, di nazione toscano, e disse lui avere nome Geronimo; e, per
quanto ho potuto comprendere nel ragionar seco, una fantasma mi parea
e non un uomo; e molte volte vacillava di proposito: ma era di parlar
soave, e nella Scrittura sacra credo fosse assai dotto. Esso da chi
era invitato non volea ospizio, ma secondo che nell’animo li cadea,
or in uno or in un altro loco andava: e di lui molte meraviglie mi è
riferito; ma perciocchè io non le credo, non voglio nè anche perder
tempo in scriverle».
[211] LABBE, _Concil_., tom. XIV. 232.
[212] In tal proposito abbiam molte lettere di Enea Silvio, che
scagionano i papi, attesa la necessità di far fronte al nemico comune.
[213] _Teotimus de tollendis_, _malis libris_, 1549.
[214] _Epist_. V. 10.
[215] Hutten fece un epigramma sanguinoso contro Giulio II, inserito
nei _Pasquillorum tomi duo_, e gli s’attribuisce pure il _Dialogus
viri cujuspiam eruditissimi festivus sane ac elegans, quomodo Julius II
pontifex maximus, post mortem cœli fores pulsando, ab janitore illo D.
Petro intromitti nequiverit_.
[216] _Opere di Lutero_, ediz. di Walch, tom. XXII. pag. 786 e seguenti.
[217] _Op. di Lut._, t. XIX. p. 1509, si legge espresso: — Prima ch’io
finissi il vangelo, il mio vicino avea finito la messa, e mi diceva,
_Passa, passa_». I biografi posteriori esagerarono questo racconto per
tramutare una celia in una bestemmia, e più rilevare la corruzione de’
preti. Selneccer (_Oratio de divo Lutero,_ pag. 3) traduce: — Passa,
passa, _idest, festina et matri filium remitte_». Mathesius lo copia,
se pure non fu lui che l’inventò. E i biografi moderni si fecero belli
di quest’empio scherzo contro la dottrina della transustanziazione.
Di tutto ciò si ragiona più a distesa nei nostri _Eretici d’Italia_.
[218] Molto rumore levò il libro _Regulæ, constitutiones, reservationes
cancellariæ sancti domini nostri Leonis papæ X_; ristampato molte
volte, dove son fissate le tasse per l’assoluzione di ciascun peccato.
[219] La bolla papale smentisce il Guicciardini, che dice aver il papa
assegnato il prodotto delle indulgenze di Germania a sua sorella madama
Cibo.
[220] I sermoni di Tetzel furono stampati da un Protestante, e vi si
legge espressa la necessità della confessione e contrizione: _Quicumque
confessus et contritus eleemosynam ad capsam posuerit juxta consilium
confessoris, plenariam omnium peccatorum suorum remissionem habebit_.
Come già col Savonarola, Tetzel proponeva a Lutero la prova dell’acqua
e del fuoco; e questo, men civile del Savonarola, rispondeva: — Io me
n’impippo de’ tuoi ragli. Invece d’acqua ti suggerisco il sugo della
vite; invece del fuoco odora una buona oca arrosto».
[221] _Ein voll betrunkener Deutscher._ LUTERO, _Opere_, tom. XXII. p.
1337.
[222] Per es. al concilio di Basilea erasi argomentato: — Per presedere
alla Chiesa universale, bisognerebbe che il papa precedesse ai capi
e ai membri di tutte le Chiese stabilite nell’universo. Ora il papa
non presede al capo della Chiesa romana perchè non può presedere a
se stesso. Dunque non presede a tutte le Chiese che fanno la Chiesa
universale».
[223] _De servo arbitrio._ Invano gli si nega un insegnamento così
repugnante all’intimo senso morale e alla sana ragione. Nelle sue opere
dell’edizione di Wittemberg, 1572, tom. VII. fogl. 18, si legge: —
Un’opera buona, compita il meglio possibile, è un peccato quotidiano
davanti la misericordia di Dio e un peccato mortale davanti la sua
stretta giustizia». Nella _Cattività di Babilonia_: — Ve’ quanto un
cristiano è ricco! Non può perdere la sua salute neppure volendolo.
Commetta peccati gravi quanto vuole, finchè non è scredente nessun
peccato può dannarlo. Finchè la fede sussiste, gli altri peccati son
cancellati in un istante dalla fede». E nella _Libertà cristiana_: —
Di qui si vede come il cristianesimo è libero in tutto e sovra tutto:
giacchè per esser giustificato non ha mestieri di veruna specie di
opere, e la fede gli dà tutto a sovrabbondanza. Se alcuno fosse tanto
stolto da credere ch’e’ può giustificarsi e salvarsi mediante le opere
buone, perderebbe subito la fede con tutti i beni che l’accompagnano».
Quando nel 1541 a Ratisbona Melantone cercò conciliarsi coi Cattolici,
dicendo che per la fede che giustifica dovea intendersi una fede
operante per la carità, Lutero dichiarò ch’era un misero ripiego, una
toppa nuova s’un abito vecchio, che lo straccia di più.
[224] _In kalende agosto. In kalende octobrio_ ve n’ha un’altra che
non porta data, e che forse è quella del Varagine. Dell’edizione
della Bibbia vulgare fatta a Venezia dal Jenson ebbe or ora in dono un
magnifico esemplare la Marchiana.
* Il Fontanini dimostrò non esistere la versione della Bibbia del
Varagine, vissuto a metà del secolo XIII. Bensì si conosce una
traduzione dell’Apocalissi con sposizione continua, fatta in rozzo
veneziano da frà Federico de Renoldo, che visse nel 1300: e fu stampata
dal Paganini a Venezia il 1515 col titolo: _Apocalypsis J. C. hoc est
revelatione fatta a sancto Giohanni Evangelista con nova expositione in
lingua volgare composta per el Reverendo Theologo et angelico Spirito
Frate Federico Veneto Ordinis Prædicatorum; cum chiara dilucidatione a
tutti soi passi_. È notevole che, davanti all’edizione del Malermi del
1477, Girolamo Squarzafico stampò: _Venerabilis D. Nicolaus de Malermi
sacra Biblia ex latino italiæ reddidit, eos imitatus, qui vulgares
antea versiones, si sunt hoc nomine, et non potius confecerunt_.
Vogliam qui notare come Aldo Manuzio, nella lettera premessa al
Salterio greco del 1495, promettea pubblicare l’intera Bibbia in
latino, greco, ebraico, e aver già preparato i caratteri ebraici, de’
quali infatti trovasi un saggio alla biblioteca della Sorbona. Vedi
FOSCARINI, _Della lett. veneziana_, l. IV.
[225] L’ascetico autore dell’_Imitazione di Cristo_ non vieta di
leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la
dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta»; lib. I. c. 3.
[226] Questo fece il _Thesaurus linguæ sanctæ_ (1529); ed è mirabile
che, in tempi di sì scarsi mezzi, s’ardisse un’opera, che neppur oggi
si troverebbe chi osasse rifarla. Il primo Cristiano che professasse
ebraico in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel
1515 pubblicò la traduzione latina dei Salmi, e da Leon X fu invitato
a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di
Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue,
dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. A Fano si stampò nel
1514 una raccolta di preghiere in arabo, stampate nella stamperia
fondata da Giulio II (SCHNURRER, _Bibl. arabica_, pag. 231-34). Pagnini
cominciò a Venezia l’edizione originale del Corano (ivi, pag. 402).
Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope (LE LONG, ediz.
Masch., vol. I. part. II. p. 146); poi nel 48 il Nuovo Testamento
per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi
diede la prima grammatica abissina (COLOMESII, _Ital. oratores =ad
nomen=_). Teseo Ambrosio dei conti d’Albonese insegnò a Bologna le
lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede
un’introduzione (Pavia 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti. E
tanti sono i lavori di esegesi sacra a quel tempo, che il M’Cree ammira
la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilar l’armi che
doveano trafiggerli!
[227] Non è fuor di tempo ricordare uno dei _Discorsi di Tavola_ di
Lutero: — Dice il proverbio che la roba dei preti va in crusca; e di
fatto quei che ghermirono i beni delle chiese finirono per restare più
poveri». Burcardo Hund, consigliere di Stato dell’elettor di Sassonia,
soleva dire: — Noi nobili abbiamo aggiunto i beni de’ conventi ai
nostri, e quelli mangiarono questi in modo che nè gli uni ci restarono,
nè gli altri. E voglio raccontarvi una favoletta: L’aquila rapì un
pezzetto di carne arrostita dall’altar di Giove, e lo portò agli
aquilotti nel suo nido, e riprese il volo per cercare qualc’altra
preda. Ma il carbone ardente era rimaso attaccato alla carne, cadde nel
nido, v’appiccò il fuoco; e non potendo gli aquilotti ancora volare,
bruciarono col nido. Così avviene a coloro che pigliano per sè i
beni della Chiesa, i quali furon dati per onorar Dio o per sostenere
la predicazione e il culto divino; devono perdere il loro nido e i
pulcini, e soffrire nei corpi e nell’anima». _Tischreden_, pag. 292;
Jena 1603.
[228] Il cardinale Wolsey inglese, ministro di Enrico VIII, aveva
sempre spasimato per la tiara; morto Adriano VI, faceasi raccomandare
caldamente dal suo re; e negli _State’s papers_ ultimamente apparve la
lettera di lui agli ambasciadori inglesi a Roma, dove, a tacer altro,
dopo mostrato conoscere le probabilità favorevoli al cardinale Medici,
soggiunge:
— Potrà darsi troviate che il cardinale ha tanti avversarj nel sacro
collegio da non nutrire ragionevole speranza di riuscire. In tal caso
potrete con più franchezza indagare com’e’ sia disposto a mio riguardo.
E gli direte che, se egli non riuscisse, il re farebbe ogni possibile
per me; lo che in certo modo sarebbe la medesima cosa, giacchè egli
ed io nutriamo un desiderio solo, e siamo concordi nello zelo per
il bene e la quiete della cristianità, per l’aumento e la sicurezza
d’Italia, pel benefizio e vantaggio della causa dell’imperatore e del
re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, tanto io
gli ho amore, stima e fiducia; egli sarebbe sicuro di ottenere tutto
secondo l’animo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori
possibili per sè, per gli amici e pe’ congiunti suoi. Con tali parole
assicuratevi che, non potendo per sè, egli coi suoi aderenti s’adoperi
per me. Se vedete dunque scemare le probabilità pel detto cardinale,
procederete franco nel mio interesse, presentando le lettere del re al
sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudicherete ben disposti.
Presso i medesimi, in segreto, farete valere quanto sarà in voi le mie
povere qualità: tali sono la grande esperienza degli affari del mondo,
e l’intero favore dell’imperatore e del re; le mie molte relazioni con
altri principi, e la cognizione profonda delle cose loro; l’incessante
zelo pel bene loro e per la sicurezza d’Italia e la quiete della
cristianità; il non mancarmi, la Dio mercè, sostanze da usar liberalità
verso gli amici; la vacanza che dalla mia elezione risulterebbe di varj
alti uffizj, di cui disporrei in favore de’ cardinali che l’avessero
meritato con vera e ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza
che essi troverebbero in me; il mio carattere non austero nè disposto
a rigore: il non avere nè fazione nè famiglia, cui dimostrarmi
parziale nelle promozioni o collazioni di benefizj ecclesiastici.
Quel che però più monta si è che, per mio mezzo, non solo all’Italia
si renderebbe perpetua sicurezza, ma si ristabilerebbe tra’ principi
cristiani la concordia tanto necessaria; di modo che si potrebbe fare
contro gl’infedeli la maggior spedizione che da lunghi anni siasi
tentata. Essendochè in tal caso l’altezza del re ha promesso di venire,
_volente Deo_, a Roma; dove non dubiterei di trarre parecchi principi
cristiani, deciso come sono ad esporre la mia propria persona qualora
Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare
molte cose che produssero male intelligenze fra i principi. Tutto
ciò per altro non va messo in primo luogo, nè sarebbe il migliore
spediente per guadagnarsi i cardinali. Userete dunque della vostra
prudenza rimovendone i dubbj d’una traslocazione della santa Sede, nè
di ritardo al venire, dicendo che, seguìta ed annunziatami l’elezione,
non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre
mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rimanente de’ miei giorni.
Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per parte del
re, i quali sua altezza rimette alla vostra discrezione, non v’è dubbio
che otterrete il voto di molti, se si abbia riguardo all’onore della
Sede apostolica, alla sicurezza d’Italia, alla pace della cristianità,
alla sua difesa contro gl’Infedeli, all’esaltamento della fede, alla
guerra contro i nemici di Cristo, all’incremento e benessere del
collegio dei cardinali, mediante il vantaggio e la promozione loro, ed
insieme un trattarli cortese, franco e liberale; insomma al benefizio
di santa Chiesa».
[229] Relazione del 1526.
[230]
Un papato composto di rispetti,
Di considerazioni e di discorsi,
Di più, di poi, di ma, di sì, di forse,
Di pur, d’assai parole, senza effetti.
BERNI.
[231] In una lettera citata dal Ranke.
[232] Brantôme (_Vies des grands capitaines_) dice che il Leyva,
assediato in Pavia, prese gli ori e gli argenti delle chiese, facendo
voto solenne, se restava vincitore, di restituirne ben di più, e ne
fece batter monete; ma «passato il pericolo, gabbato lo santo».
[232a] Mi rincresce di dover disabbellire questo motto così ripetuto,
restituendolo alla sua integrità: _Madame, de toutes choses
ne m'est demeuré que l'honneur, et la vie qui est saine_; e
sèguita una lettera abbastanza lunga.
Sulla battaglia di Pavia molte notizie desunte dal Sanudo
pubblicavansi nella _Bibliothèque de l'Ecole des Chartes_, 1863,
settembre e ottobre.
[233] Nei dispacci di Andrea Navagero del 1525 leggiamo che il Pescara
proponeasi di prender Venezia, come quella ch’è difesa soltanto dalle
acque, credendo arrivarvi per mezzo di fascine dalla parte di Malghera.
[234] Se crediamo al Varchi (_Storie fiorentine_, lib. II), essa aveva
avuto sentore della trama del marito, e gli scrisse acciocchè non
contaminasse col tradimento una vita così onorevole; mentosto che di
venir regina, a lei importare di esser moglie d’un cavaliere leale; chè
all’immortalità non conducono titoli e regni, bensì la fede e le altre
virtù.
Il Pescara, scoraggiato dalla vicina morte, nel testamento scriveva:
— Item vi lascio Hieronimo Morone qual è in prigione; et voglio che
si supplichi la cesarea maestà istantemente per la vita sua et ogni
altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello
che ho discoperto in benefitio di sua maestà habbia ad essere per
condannatione del suddetto. In questo sua maestà me voglia compiacere,
perchè altrimenti me reputerei esser caricato».
Sul fatto del Morone e del Pescara diffonde qualche luce la relazione
dell’ambasciator veneto Gaspare Contarini: — Il consiglio di Cesare è
diviso in due parti: il capo d’una è il cancelliere (Gattinara);...
consiglia costui Cesare per la via di farsi monarca universale, e
attendere all’impresa degl’infedeli, la quale è propria d’un imperatore
cristiano, ed abbassare la corona di Francia... al che è necessario
che si tenga Italia amica... All’incontro, il vicerè (monsignor di
Beaurain), e don Ugo di Moncada, il consiglio dei quali favorisce
quanto più può il marchese di Pescara, consigliano Cesare all’accordo
con Francia e alla ruina d’Italia, della quale dicono si farà padrone
accordandosi col re cristianissimo. Ma la cesarea maestà, al partire
nostro di corte, pareva accostarsi al consiglio del cancelliere, e
che quello prevalesse. Dopo giunto in Italia, e veduto questo tumulto
dello Stato di Milano, io ho presa grandissima ammirazione, giudicando
che questa commissione così particolare (_di destituire il duca_) il
marchese non l’abbia avuta da Cesare, dal quale solo avesse, per alcun
sospetto contro il duca, qualche commissione generale; ma che lui,
spinto dalla sua mala volontà contro il duca e contro Italia, ajutato
poi dall’arciduca d’Austria, il quale aspira sommamente al ducato di
Milano, sia proceduto tanto avanti, quanto vediamo». _Relazioni degli
ambasciatori veneti_, serie prima, vol. II. p. 59.
[235] _Lettere di Principi a Principi_, II. 95. È del 16 dicembre 1525.
[236] Mercurino di Gattinara, nato il 1465 nel castello d’Arborio
presso Vercelli da illustre famiglia, presto ebbe rinomanza come
giureconsulto, fu professore all’Università di Dole e consigliere di
Filiberto il Bello duca di Savoja. Margherita d’Austria, vedova di
questo nel 1506, affidò al Gattinara la difesa de’ suoi diritti presso
il duca regnante. Con patente del 12 febbrajo 1508, l’imperatore
Massimiliano lo destinò presidente del parlamento di Borgogna, posto
che prese solo dopo finite le negoziazioni per la lega di Cambrai, a
cui ebbe gran parte, e nella quale ottenne fosse compreso Carlo duca
di Savoja. Nel marzo seguente andò ambasciadore dell’imperatore e di
Margherita d’Austria presso Luigi XII, acciocchè restasse fedele alla
lega di Cambrai. Avuti da questo gran donativi, si pose presidente in
Borgogna. Tornò ambasciador dell’imperatore a Luigi XII con Andrea
di Borgo, altro diplomatico lombardo, assai adoprato in que’ tempi,
massime negli affari milanesi. Quando Massimiliano, disanimato
dall’assedio di Padova, ritiravasi pel Tirolo, Mercurino scrisse a
Margherita d’Austria perchè gli rendesse il coraggio. Fu poi ora in
Ispagna, or ne’ Paesi Bassi con essa Margherita, da cui fu fatto capo
del consiglio privato. Disgustato delle triche di corte, fe’ voto di
visitar Terrasanta; ma dispensatone dal papa, si raccolse a vita santa
nella Certosa di Bruxelles. Ne lo richiamò l’imperatore per ispedirlo
ambasciadore al duca di Savoja: poi assistette alle più rilevanti
negoziazioni di Carlo V. Divenuto vedovo, si fece ecclesiastico, ed
ebbe la porpora nel 1529: l’anno dopo morì a Innspruk. Lasciò varie
opere ed è altamente lodato dai contemporanei.
Del 30 luglio 1521 è una lettera di lui, ove all’imperatore dissuade
la guerra, mostrandogli dieci ragioni da ciò e confutando sette che si
adducono per la guerra. _Sire, en ceste matière si perplexe, par les
raisons alleguées d’ung cousté et de l’aultre, à les bien considerer,
peut sembler que les sept raisons alleguées pour l’acceptation de la
tresve sont les sept pechez mortelz que l’hon vous envoye pour tempter,
et vous divertir du droict chemin, et les dix raisons alleguées au
contraire signiffient les dix commendementz de Dieu, lesquelz devez
observer_.
[237] _Lettere di Principi a Principi_, II. 95, al 10 luglio 1526.
[238] Lettera da Roma, 10 giugno 1526. Fra altre cose dice: —
Apparecchieremo diecimila fanti, altrettanti i Veneziani; diecimila
Svizzeri aspettiamo che ci conduca il vescovo di Lodi, il quale prima
li avea praticati ed ora è là a questo effetto, e noi con Veneziani
li diamo danari; e se questi non vengono, ne faremo in ogni modo calar
diecimila. La fortezza di Milano massime è allo estremo, ancor quella
di Cremona patisce assai; spero saremo a tempo a soccorrerle. Il popolo
di Milano è ancor in arme; come si avvicini lo ajuto da qualche banda,
promettono far meraviglie. Spagnuoli fortificano molto Lodi; credemo
vorranno ridursi là in Pavia: il tutto sta che li siamo adosso avanti
le ricolte, perchè, se si riducessero nelle terre fornite, ci fariano
spendere un mondo. Lanzichenecchi non hanno danari, credemo che non
avendo i Cesarei modo da pagarli, se ne anderanno: li Spagnuoli pur
serviranno senza. Voi ci farete grandissimo servizio a non darli
denari, però tenete forte, e ovviate quanto potete che non se li diano.
Sono stato di malavoglia che, per la vostra del primo del passato, mi
scrivete che Cesare manda in Italia dugentomila ducati avuti da voi, di
che non avemo altro aviso, se non che cercavano cambi di settantamila
o incirca per Italia. Noi vedremo se possibile è levarli Genua,
affinchè quando voi fussi pur sì da poco, non abbia Cesare il modo
di rimetterli. Vorrei facessimo ora ancor l’impresa del Regno, o pur
vedremo _ut se initia dant in Lombardia_... Di fare il vostro infante
duca di Milano, ancor voi vedete che sono sogni e barrerie. Le lettere
vostre non vede persona, salvo il papa; vi scriverò, e voi scrivete; ed
anco senza scrivere sapete ciò che si può fare in disfavor di Cesare,
massime in non darli denari, nè alcun altro sussidio, tutto torna in
favor nostro ecc.».
[239] «Si levò un gridar per la città, dicendo _all’arma, all’arma_.
A questo gridar se mosse gran gente all’arma, chi con schioppi, chi
con una lanza, chi con una cosa, chi con un’altra; e fu fora per le
contrade gente assai, e fu dato campana a martello al Broletto, poi
alle altre gese. E presero per forza la Corte e... morse gran gente
de Corte. E presero el campanil del domo, e fu sonato al domo campana
a martello, e sonavano insieme con le altre campane per Milano; donde
che Milano all’arma e lanzinechi non sapevano in che mondo fossero;
e se serrorno verso il ponte Vetro, e le contrade si serrorno con
carri, vasselli, carrette, terra al meglio che possenno. De quelli
del borgo delli Ortolani ne andò una gran squadra in Castello (_donde
gli Sforzeschi fecero varie sortite_), e parte ne tornò, e in questo
andar e tornar furno morti paregi lanzinechi. Per tutta notte se
tenne all’arma... e ogni contrada faceva il suo bastione fortissimo
per difendersi..., e per tutto Milano se faceva ripari con terreni
e travi... e campana a martello. Al quale strepito, i villani per le
terre traevano a sturmi, e furno svalisati e morti assai lanzinechi
a piedi ed a cavallo. Ognuno era alli bastioni, aspettando qualche
buona provision da qualche capo, e de molti che pareva che volessero
metter paura a tutto il mondo: e al bisogno come l’era al presente,
non comparse mai alcuno a far animo al popolo, qual veramente faceva
più che non poteva. Ma alla mattina el signor Francesco Vesconte ensiem
con altri andavano per la città a far deponere le armi alli Milanesi,
dicendo, — Lasciate fare a noi, che conzeremo le cose che la città non
averà a lamentarse». Così la cronaca del pizzicaruolo BURIGOZZO, al 25
aprile 1526.
[240] «De nove de Milano, il grano vale lire cinquanta il mogio, il
vino sedece lire; legna nè altro non ci è; tute persone in Milano
mangiano pane di miglio, salvo li capitanei». _Documenti di storia
italiana_ del Molini, 163
Alla compassata eleganza del Guicciardini (lib. XVII) possiamo cercar
riscontro nel rozzissimo Burigozzo, viepiù attraente per infelicissimi
riscontri coll’accaduto in questi ultimi anni. «Gli Spagnuoli
comenzorno a far per Milano cose, che io non le potrò narrare perchè
non gh’è chi le credesse. Fra le quali, se uno omo d’arme, overo uno
fante alogiava in una casa, non bastava avere quella dove alogiavano,
ma ne avevano quattro o cinque per uno delle case, e la facevano pagare
un tanto al giorno; talmente che el gh’era tal omo d’arme e fante,
che tocava da sei o otto scudi al giorno, e chi più e chi manco. E se
trovaveno qualche roba par le cose che fossero ascose, se coloro de
casa le volevano, besognava che ghe desseno tanti dinari come quasi
valeva la roba.
«E assai de Milano se ne fugivano con le donne e con li putti, per non
poterghe stare: tanto più che in tutto questo tempo le botteghe stavano
serrate e non se fazeva quasi niente de ogni arte; e parte ne fugiva
per non poterse mantenere e fare le spese alli soldati; perchè lì era
tale omo, secondo el grado, a chi costava dieci e dodici e venti scudi
al giorno in farghe le spese; e non tanto a loro, quanto ancora alli
cavalli de biada. E se uno cavallo se amalava, bisognava che el padron
de casa pagasse el magistro; tanto che per simili respecti e ancora
pegio, besognava fugire; e quelli che rimaseno in Milano e in casa
bisognava portare el basto...
«Tutto Milano aspettava con allegrezza ch’el campo (_francese_), da poi
acquistata Cremona dovesseno venire a Milano a far l’impresa; e certo
che quasi ognuno desiderava per far presto de andar a sacco, acciocchè
la cosa avesse fine una volta; ma per contrario, mai non se ne dette
all’arma, o ben poco; e pur Milano stentava, e ogni dì ne fugiva. E li
Spagnoli qual logiavano in casa, vedendo li patroni fugire, ruinavano
le case, e facevano de gran mali. E a dì 28 octobre, se retirò el
campo de Veneziani in dietro quattro o cinque miglia, e fu fora li
bagagi de Spagnoli, che portorno in Milano tanta roba che tolsono nel
loro campo... E de presente se dice che Veneziani passano Adda, e così
fu el vero. E fu ditto che el soccorso de lanzinechi era passato per
forza su quello de Veneziani, e fu morti assai de loro da una parte e
dall’altra...
«In questo mezzo fu ditto che bisognava che li Spagnoli, qual era
in Milano, se partissero a andar incontra al soccorso, per adunarse
inseme; e fu fatto assai consilj infra loro signori de partirse. E el
povero Milano se fogava a pagar dinari et altre angarie, per ajutarse
de fare che lo exercito se partesse: ma la fantaria mai non volse
venire a partirse, dicendo voler esser pagati del tutto de quello
che avevano servito. Dondechè uno sabbato de mattina, qual fu a dì 15
decembre, se ritrovò la fantaria con li capitanei a consiglio a San
Gregorio, e non potenno esser d’accordo. E intrò in Milano la fantaria
desperata, e se retrovorno alla piazza del domo, e menorno le mane a
sachezzare le botteghe, e prender li omeni e torghe la borsa; e fezeno
tremare Milano. Beato chi se poteva serrare in casa; e cridavano
— Sacco, sacco»; e poi: — Paga, paga». Al qual rumore li capitanei
corsero alla piazza, e se repararono prontissimi de pagare; e così le
botteghe se erano comenzate a aprire; e per questo tratto beato chi
poteva tenere serrato. Dondechè Milano stava molto male; e a dì 24
decembre, che fu la vigilia de Natale, in lunedì, fu dato licenzia de
sonar le campane, qual non erano state sonate dal 17 giugno insino al
presente; e in Milano se parse un poco megliorare.
«Il dì de santo Joan evangelista, ch’è a dì 27 decembre, la mattina
si partì li lanzinechi fora de Milano, e quelli del quartero di porta
Cumana dove erano logiati, l’avenno a male, dubitandose che Spagnoli
non ghe andasseno a far qualche male, perchè già per lo passato ghe
menazavano; e così fu vero. De subito partiti lanzinechi, loro Spagnoli
ghe andorno alogiando, e con quelli modi ch’era sua usanza: tanto che,
beato quello che poteva fugire fora da quello quartiero; tanto che fra
tre o quattro giorni la fu conzata in dinari...
«In questo mezzo fu ditto ritornare lanzinechi a Milano per guardia, e
che Spagnoli se avessero a partire tutti per andare in campo; e così
fu. A dì 23 januario 1527, retornorno a Milano, e fu fatto ordene
de darghe alogiamento in tre o quattro loghi per porta. Intrati
in Milano, non volseno stare nell’ordine fatto, e se alogiorno con
tanto dispiasere verso Milanesi in domandare cose grande, dicendo che
Spagnoli volevano galine e caponi, e che anche loro volevano il simile
e più: talmente che a Milano parse stranio. E el mal che aveva fatto
Spagnoli, non era nulla a paragon de costoro. E quelli pochi Spagnoli
qual restorno in Milano se partirno a dì 11 febraro fora de Milano;
qual gente d’arme del suo bon deportamento se tace, perchè sarebbe
troppo longo el scrivere. Tanto che a dì 27 zugno 1526, rivorno in
Milano, e stettene alle coste de Milano a vivere, e con tanta carestia
insino al presente, ch’è al dì 11 febbraro 1527; tanto tempo, e con
tanta spesa intolerable, che el dire non saria possibile... L’è vero
che Spagnoli hanno fatto mal assai; ma questi Taliani (_del conte
Belgiojoso_) hanno avanzato assai là dove sono stati su per lo paese, e
in la roba, in le persone e in l’onore delle donne; tanto che se Turchi
venessero in queste bande, non fariano el mal qual fanno costoro.
«Passato qualche giorni, el signor Anton de Leyva fece domandare tutti
li omeni de Milano, zoè tanti per porta. Andorno tutti alla Pace, là
dove logiava; e lì gionti, ghe feze intendere che de due cose l’una: o
che l’esercito voleva venir dentro de Milano e logiare al solito, zoè
a discrezione, onde che besognava darghe li dinari de pagarli; tanto
che a questa domanda ognuno dubitava dovesseno intrare, e beato chi se
poteva serrare in casa. E molti ghe n’era che avevano fatto stangare
le porte; tantochè chi andava per Milano era uno stremizio a vedere
le contrate bandite de gente, e le porte a quello modo. Al povero
Milano non erano bastanti le taje passate che mai non se faceva altro
che scodere taje per dare a costoro; talmente che del passato non ne
besognava parlare. Al presente fu resposto al melio se potè, perchè
li omeni de Milano, scottati del tanto suo far male, besognò conzarla
in dinari; e fu messa una taja d’un mezzo ducato per migliajo a quelli
che sono in estimo de valsente, e ducati un per bottega alli bottigari,
e ducati un per casa. Chi avesse visto per Milano le botteghe serrate
per tal respetto de non pagar, era tal contrada che non gh’era bottega
aperta; e perchè non se fazeva fazende alcune, non volevano pagare
questi dinari; talmente che li sindaci delle parochie andavano conzando
la cosa, secondo el grado delle persone che pagassero...
«A dì... settembre fu fatto una crida sotto pena della vita, che tutti
quelli che non pagavano contribuzioni a Spagnoli, de soldi cinque in
giuso, avesseno spazzato da Milano; donde che tanti e tanti poveretti
che a fatica potevano vivere con tanta carestia, non potevano pagare
questi denari ogni giorno: e così se partì de Milano un numero infinito
de omeni, con le sue donne e fioli. Più ancora, che quelli che pagavano
contribuzione, fusseno ricchi e arciricchi, pagando per due mesi la
contribuzione potesseno andare dove gli pareva. A questa crida, assai
omeni de grado se partirno, con le robe e mulìere e fioli; dondechè
Milano non pareva più Milano, e le botteghe eran quasi tutte serrate.
Ancora de più; el castello fazeva provisione de fornirse de quello li
faceva de bisogno, come saria formagio, lardo, formento e molte altre
cose: vino non entrava dentro de Milano dieci a dodici brente, che
non ne volesseno la sua parte e per niente; e se ancora colui del vino
voleva dire niente, ghe davano delle bastonate. E el detto vino, zoè
mosto, era portato da lontano sei mìa con le brente; per chè non gh’era
cavallanti che potessero andar in volta, che ghe era tolto el caval e
le baghe; e valeva el mosto a questi giorni del mese de octobre 1527,
lire sette la brenta, e poco bono.
«El povero Milano non saria stato malcontento a livrarla e andar a
sacco, zoè la roba; perchè ad ogni modo la roba e li dinari ghe vanno
ogni giorno: ma la paura era in fare prigioni, e darghe tormenti, e
l’onore delle donne, e molti altri inconvenienti che acadeno. E per
tal respetto se andava dal signor Anton de Leyva a lamentarse, dicendo
la città non poter portare tanto carigo. Alle quali domande sempre
bone risposte: — Faremo, non oggi, ma domani»; e con questa proroga se
andava innanzi così; tanto che pure un giorno fu ditto che la gente
d’arme se doveva partire. Ad ogni modo el tal giorno, che fu a dì 4
dicembre, fecero la preparazione certa per andare al termine tolto. Ma
passò el termine tolto, e non fezeno niente; talmente che el povero
Milano se vide tolto a festa, e ognuno incontrandose per Milano, se
strenzevano in le spalle, perchè non se vedeva fine a tal cosa»
«Dal mese di aprile fu ditto di pagare la contribuzione de giorni 20
a un tratto, che el ditto esercito se partiria; tanto che sforzato
el povero Milano a fare più che non se poteva, deliberarno de pagare
questi tal dinari; e così fu fatto, tanto che a poco a poco se
partirono. A dì primo de maggio (che fu la seconda festa de Pasqua),
se partì el signor Anton de Leyva con certe compagnie ultime de
lanzinechi; qual lanzinechi da tre giorni inanzi andavano per li
monasteri de frati e de moneghe, vivendo a discrezione. Donde che era
una cosa grande le ruine che era, massime in le moneghe, che andavano
per Milano fugendo, e vedendo de reparare a questa cosa; ma che non
gh’era ordene. Non bastò questo, che ancora andavamo per le giese, e
intravano in casa de parochiani, e lì volevano del bono e del migliore,
e li pigliaveno e li tractavano male. E per tal respetti accadeva de
gran inconvenienti, talmente che li poveri preti stavano fugiti; e se
andavano in volta, andavano in abito mondano per non esser conosciuti;
e per tal causa el dì de Pasqua de maggio non fu fatto officj in
parecchie giese de Milano, per causa che li preti non v’osavano a
comparire. Per Milano non se trovava pane per mangiare, per l’ordene
fatto ch’el pane non se avesse a vendere se non a soldati: e questo
perchè se avevano a partire da Milano: tanto che el povero Milano non
se sentiva se non lamentare.
«Vedendo el signor Anton de Leyva non poter più cavar contribuzione
da Milano per esser del tutto desfatto, trovò un modo, che forza
era che ognuno pagasse, e fu a questo modo. Fece fare la crida, che
ognuno che aveva biada o farina, sotto pena de rebellion, l’andasse a
notificare: e così fece ognuno, e poca o assai fu scritta. Da poi fu
fatto la crida, che pristinaro alcuno non cocesse a casarenghi nessuni;
e così che nessuno avesse a cocere pane nè in casa, nè in altro loco
de guisa nessuna, sotto una pena grandissima, e così pure i frati
e le moneghe; ma ognuno avesse da stare a pane comprato. E tolevano
della farina de quelli li quali l’avevano notificata, e la pagaveno
lire diciotto al moggio de formento; e quella de segale lire dodici;
e poi li prestini de Milano davano lire quindici de guadagno al signor
Antonio per ciaschedun moggio de farina; e fazevano de soldi otto l’uno
i pani de formento da soldi due, di quattordici quei di miglio. E non
bastava questo ancora; che i lanzinechi e Spagnoli e Italiani andavano
per le case de grandi, e dove le pareva a stare meglio, e lì volevano
mangiare, e forza era mettergli la tavola, overo dargli denari, e
mandarli via: tanto che per Milano ognuno stava serrato in casa, e così
ancora le botteghe serrate. Ma non valeva; chè scalavano le case, e
andavano de una in l’altra, e in monasteri e case de moniche come de
frati, et lì mangiaveno fino ch’erano sazj; e pur pazienzia. E durò
queste andare per le case dal principio de settembre sino a San Matteo,
ch’è a dì 22 settembre 1528».
[241] Sulla battaglia alla Castellina presso Siena, 5 agosto 1526,
il Machiavelli scrive a Francesco Vettori: — Voi sapete che io mai
volentieri mi accordo a credere cosa alcuna soprannaturale; ma questa
rotta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio dire miracolosa,
quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 in qua; e mi pare
simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, quando entrava una
paura negli uomini che fuggivano, e non sapevano da chi. Di Siena
non uscirono più che quattrocento fanti, che ve ne era il quarto del
dominio nostro banditi e confinati, e cinquanta cavalli leggeri, e
fecero fuggire insino alla Castellina cinquemila fanti e trecento
cavalli; che se pure si mettevano insieme dopo la prima fuga mille
fanti e cento cavalli, ripigliavano l’artiglieria in capo di otto ore;
ma senza esser seguiti più d’un miglio, ne fuggirono dieci. Io ho udito
più volte dire che il timore è il maggior signore che si trovi; e in
questo mi pare di averne visto l’esperienza certissima».
[242] È pittoresca la costui vita, scritta da Paolo Giovio.
[243] FREUNDSBERG _Kriegsthaten_.
[244] Il Muratori nega che Alfonso d’Este consigliasse il Borbone
di gettarsi su Roma; ma tutti gli storici lo ammettono, e del suo
abboccamento col Borbone al Finale 5 marzo parla anche il Ghiberti
nella lettera 7 marzo. _Lettere di Principi a Principi_.
[245] Il Sepulveda, _De rebus gestis Caroli V_, lib. VII. dice:
_Borbonius, postea quam nec a militibus, ut ab incepto itinere ac
proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat stipendio non
suppetente precarius imperatore coercere posset, non putavit nec ad
suum officium et dignitatem, nec ad Caroli cæsaris rationes interesse
ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne, si tanta multitude sine
imperio ferretur, obvia quæque devastans atque diripiens in omnem
injuriam et maleficium intollerantius irrueret, et pontificiæ ditionis
populis, contra inducias factas, et Caroli cæsaris voluntatem, longe
gravius noceretur_.
[246] Allontanato il Freundsberg, il comando de’ lanzichenecchi fa
preso da Corrado di Bemelberg, che li condusse al sacco di Roma, poi
all’assedio di Firenze, durante il quale vinse al giuoco al principe
d’Orange tutto il denaro che a questo avea spedito Clemente VII pel
soldo delle sue truppe.
Il Borbone era figlio di Chiara, sorella di Lodovico Gonzaga marchese
di Mantova, padre di Francesco, padre di Ferrante. Quest’ultimo
comandava nell’esercito imperiale, benchè l’educazione che aveva
ricevuto gli mettesse scrupolo su questa spedizione contro Roma. A
Roma, nel palazzo dei Ss. Apostoli abitava Isabella marchesa di Mantova
sua madre, ed egli le diede ogni assicurazione, sicchè quel palazzo
restò salvo, e molti vi ripararono le sostanze e l’onestà. «Mentre con
sete e avidità insaziabile attendevano gli altri a saccheggiare e a
far prigioni, don Ferrante con filiale pietà e con fatica e pericolo
incredibile attese a por in sicuro, con la marchesana, la pudicizia
e l’onore di molte matrone e vergini nobilissime romane... Lontano
da far preda e guadagno di cose altrui, in quella tanta e sì gran
confusione perdè egli buona parte delle sue proprie più care. Per
ristoro delle quali e per usar gratitudine al magnanimo figliuolo del
pietoso officio... la magnifica madre gli fece dono di 10,000 ducati».
GOSELLINI, _Vita di D. F. Gonzaga_.
[247] VALERIANO PIERIO, _De literatorum infelicitate_, lib. I; il quale
è pieno di disgrazie avvenute in quell’occasione. I preziosi tappeti
disegnati da Rafaello, e allora rubati da Anna Montmorency colonnello
francese, furono restituiti poi a Giulio III: rubati di nuovo sotto
Buonaparte, e ricuperati da Pio VII.
[248] Fu in occasione che l’arciduca d’Austria lo aveva mandato a
sollecitar Clemente alla pace universale e alla spedizione contro i
Turchi. Balbo era grammatico e oratore famoso, e vescovo a Gurk in
Corintia.
[249] Persisto in questa opinione, malgrado le discolpe di Carlo V,
recate dal professore De Leva.
[250] Il Varchi (_Storie fiorentine_, lib. V) reca i cartelli
ricambiatisi fra i due re, che sono una bizzarria da disgradarne i
nostri spadaccini da caffè.
[251] Quando il longobardo re Liutprando espugnò Ravenna, ne tolse
una statua equestre di bronzo che chiamavasi Regisole e rappresentava
l’imperatore Marc’Aurelio e la trasferì a Pavia. Il primo soldato
del Lautrec, che penetrò per forza in questa città, fu un ravegnano
di nome Cosimo Magni, e non altrimenti come è detto da altri; e per
ricompensa domandò fosse restituita quella statua alla sua patria. Ma
quando si cominciò a levarla, i Pavesi, più dolenti di ciò che delle
acerbissime sciagure provate, tal rumore levarono, che il Lautrec
indusse quel soldato a riceverne invece tant’oro quanto bastasse a
farsi una corona murale. Così il Giovio ed altri: ma il Rossi, storico
di Ravenna contemporaneo, dice che il Magni, portossi la statua giù pel
Po; e giunto a Cremona, il custode della rôcca, istigato da’ Pavesi,
lo assalì e gliela ritolse, onde fu rimessa a Pavia. Quivi rimase nella
piazza fra il duomo e il vescovado sin al 1796, quando fu abbattuta dai
Giacobini.
[252] Il Morone scriveva a Carlo V, le forze di quell’esercito essere
bastanti a vivere, «ma la difficoltà e il pericolo consiste in tanto
difetto quanto c’è delle paghe, tante che non è meraviglia se le genti
non vogliano e non possino più militare... I Tedeschi, dopo fattile
mille promesse, le quali non si son potute poi osservare, finalmente
si sono ammutinati, e hanno deliberato di voler esser pagati di
presente, o che voglion licenza di potersene andar a casa loro, e
non hanno voluto aspettar altro che quattro giorni la risposta, e
si vede poco rimedio di poterli pagare o assicurare: perchè il papa
va differendo a compire la sua promessa di denari; e non valgon a
fargli compiere il capitolato i lamenti de’ Romani e i gridi de’
paesani, i quali patiscono grandissimi e intollerabili danni, e sanno
che l’esercito partirebbe da Roma e dal paese se fosse pagato; e
nondimeno sua santità non si move, nè si può conoscere se voglia pagare
o quando... Quantunque le altre genti non siano ammutinate come i
Tedeschi, nondimeno sua maestà può considerare come sarà possibile che
servino d’or in avanti senza paga, perchè non potranno più vivere a
discrezione».
Anton de Leyva scriveva all’imperatore, in cattivo francese, da
Milano il 4 agosto 1527: — Quest’esercito si conduce male; direbbesi
piuttosto una masnada d’avventurieri che l’esercito di vostra maestà,
facendo quel che vogliono. I capitani non possono farli operare quando
vogliono, ma solo quando a lor piace. Se avesser obbedito appena presa
Roma, e fossero tornati in Lombardia, tutta Italia apparterrebbe a
vostra maestà» (LANZ, _Correspondenz_, tom. I p. 235). E l’imperatore
stesso da Burgos il 21 novembre scriveva al fratello Ferdinando, pur
in francese: — Ho notizie della divisione fra le genti del mio esercito
che furono alla presa di Roma, e la discordia fra i capitani, di sorta
che non tengono nessun per capo, ma ciascuno pretende esserlo: e molto
devesi loro pei soldi, così gran somma che troppo s’avrebbe a fare
a trovar tanto denaro quanto sarebbe necessario per pagarli. Quest’è
l’ostacolo per cui quell’esercito dimorò sì lungamente intorno a Roma
senza voler moversi nè andar a soccorrere lo Stato di Milano» GÉVAY,
_Urkunden_ ecc., tom. I, p. 147.
[253] Lettera 291 di Teodoro Trivulzio a Guido Rangoni del 1529, nei
_Documenti di storia italiana_ del Molini.
[254] Lo stesso; e finiva: — Ma, per amor di Dio, avvertite, quando
scrivete cosa che sia in disfavore dei Francesi, di non la scrivere
senza cifra, perchè non basta che voi la scriviate per dolor che avete
che le cose non vadano felicemente per loro, come vi scrivo ancora
io; essendo il costume loro d’aver sempre per male che li sia detto
cosa contro l’appetito suo, e di credere che chi la dice la dica per
malignità e perchè si desideri che così sia ecc.».
[255] _Archivio storico_, lib. VI. p. 240.
[256] CAMPI al 1517.
[257] _De vita sub Turca_; nel 1529.