la libertà de Genova, e la tratta per diecimila salme di grano di
Sicilia e certe altre condizioni di poco momento. Sua maestà li ha
concesso non solamente quello che chiedeva, ma davvantaggio; scrive
el signor principe che terminandosi bene la guerra per la maestà sua,
provveda il capitano Andrea d’uno stato nel regno di otto o diecimila
ducati; oltre a questi, mille seicento al conte Filippino, credo
settecento a Cristoforo Pallavicino, uomo di Andrea, ed altrettanti
ad esso Erasmo, in modo che tutti stanno contentissimi d’aver preso il
servizio suo». _Lettere di Principi a Principi_, III, 43.
* Sopra Andrea Doria assai si scrisse in questi ultimi tempi, con
molti documenti nuovi e molta passione, dal Bernabò Brea, dal Celesia,
dal Guerrazzi, da altri. Tutti li prese in esame Massimiliano Spinola
(_Considerazioni su varj giudizj di alcuni recenti scrittori_, Genova
1867) difendendo gli atti e le intenzioni di Andrea.
[259] Bologna, 12 settembre 1529, negli _State’s papers_, vol. VII.
[260] GAETANO GIORDANI, _Della venuta e dimora in Bologna di Clemente
VII per la coronazione di Carlo V_; Cronaca con documenti ed incisioni
ecc. Bologna 1842. — Il duca di Savoja portava un abito che costava
trecento mila scudi. _Monum. Hist. patriæ_, Script. I. 861.
[261] I battesimi erano medaglie che si offrivano in occasione de’
battesimi: i grossoni cessarono: crazia pare corrotto da _hreutzer_, ed
è moneta corrente anch’oggi.
[262] In quell’occasione Siena figurò il cavallo di Troja e lo condusse
per città, e fu detto volesse con ciò avvertire la Toscana de’ nemici
che le entravano in seno.
[263] VASARI in _Jacopo da Pontormo_; ma erra nel dire questi trionfi
fossero fatti per la coronazione del papa.
[264] Ingrandita che fu Casa de’ Medici, s’inventarono genealogie per
aggiungere lo splendore degli avi a una gente popolana. Ma nessun de’
nostri storici avvertì un fatto che trovasi nella _Storia dell’anarchia
di Polonia_ di Rulhière, cioè che la famiglia Mikali o Jatrani, capi
de’ Mainotti nel Peloponneso e famosi anche nelle ultime guerre, sia il
ceppo de’ Medici di Firenze, il cui nome sarebbe tradotto dal greco.
[265] Della nobiltà fiorentina già toccammo nel t. VII, p. 33 e t.
VIII, p. 235; ma sì poca certezza se n’aveva, che il Nardi scrive: —
Questa distinzione di nobiltà e ignobiltà confesso io ingenuamente non
aver mai saputo fare, ancora che io sia nato e allevato nella medesima
patria. Conciossiacosachè io abbia veduto i figliuoli discordare
da’ padri proprj, e i fratelli da’ medesimi fratelli nelle azioni di
questa stolta favola del mondo, secondo che ciascuno è stato vinto e
traportato dall’empito de’ proprj appetiti, e secondo che più o meno il
suo intelletto è stato illuminato dallo splendore della divina grazia».
_Storia di Firenze_, lib. VI.
[266] JACOPO PITTI, _Storia fiorentina_, pag. 112. Vedi _Archivio
storico_.
[267] NARDI, lib. III.
[268] CAMBI, al 1523.
[269] AMMIRATO, al 1515.
[270] Lo stesso, al 1521.
[271] Le racconta Jacopo Pitti, pag. 123.
[272] JACOPO PITTI, pag. 136.
[273] Erasi speso un mezzo milione di ducati d’oro nell’acquistare
Urbino al duca Lorenzo; altrettanto nelle guerre di Leon X contro i
Francesi; trecentomila ai capitani imperiali prima dell’elezione di
Clemente VII.
[274] — E si può dire certo che messer Baldassarre Carducci, inimico
de’ Medici, operasse più nella tornata loro in Firenze che qualunque
altro, reputato a essi amicissimo». VETTORI, _Sommario detta Storia
d’Italia_ dal 1511 al 1527.
Della prudenza, cioè timidità d’alcuni reca buona immagine il Nardi,
introducendo due cittadini, amici ma differenti d’opinione in senato,
l’un de’ quali dice all’altro: — Compare, non è molta la saviezza
nostra nel difendere il presente stato in modo che, succedendo uno
stato diverso, ci abbia ad essere turbata la quiete di nostra casa»;
ma l’altro gli risponde: — Anzi il modo di stare a casa nostra
dopo cambiato governo è appunto il difendere quel d’adesso, che è
giustissimo. Il quale se per colpa nostra rovinasse, gli avversarj
ci avrebbero giustamente in dispregio come dappochi, e Dio in
abbominazione come tepidi; e la patria, che su noi riposa, si terrebbe
ingannata come da imprudenti o forse infedeli consiglieri». VARCHI.
[275]
E il buon gallo sentier, ch’io trovo amico
Più de’ figli d’altrui, che tu de’ tuoi.
[276] È di somma importanza il carteggio d’esso Carducci, che sta
nell’archivio Capponi. Come meglio conobbe la diplomazia francese,
il 3 agosto scriveva: — Questi nostri Francesi sono tanto al di sotto
degl’Imperiali, che è loro necessario ricevere quelle condizioni che
sono porte loro. Nondimanco, avendo io avuto sempre da questa maestà
e da questi signori una quasi certa speranza di dover essere inclusi
con condizioni oneste e comportabili, non ho voluto disperare le vostre
signorie».
[277] Una lettera del Busini 31 gennajo 1549, che non è fra le edite
a Pisa, dice: — Nicolò Capponi mai non volse che si fortificasse il
monte di San Miniato; e Michelagnolo, che è uomo veritierissimo, dice
che durò grandissima fatica a persuaderlo agli altri principali, ma
Nicolò mai potette persuaderlo: pure cominciò nel modo che sapete con
quella stoppa; e Nicolò gli toglieva l’opere, e mandavale in un altro
luogo; e quand’ei fu fatto de’ Nove, lo mandarono due o tre volte
fuora; e quand’ei tornava, trovava sempre il monte sfornito, ed egli
gridava e per la reputazion sua e per il magistrato ch’egli aveva. Si
ricominciava, tanto che alla venuta dell’esercito si potette tenere.
Cred’io per questo e altri suoi modi che Nicolò fosse persuaso che
lo stato si muterebbe, non in tirannide, ma in stato di pochi, come
desideravano quasi tutti i ricchi, parte per ambizione, parte per
sciocchezza, come Pietro Salviati e il fratello; parte per dependenza,
come Ristoro e Pier Vettori: e soggiunge che egli da in quel tempo in
là, non volle mai bene a Nicolò, nè egli a lui».
Un’altra lettera del Busini, mutila nella stampa di Pisa, ma riferita
intera dal Gaye, narra i motivi della fuga di Michelangelo, della
quale è tanto incolpato: — Ho domandato a Michelagnolo quale fu la
cagione della sua partita. Dice così, che, essendo de’ Nove, e venuto
dentro le genti fiorentine e Malatesta e il signor Mario Orsini ed
altri caporali, i Dieci disposero i soldati per le mura e per li
bastioni, e a ciascun capitano assegnarono il luogo suo, e detton
loro vittovaglie e munizioni, e fra gli altri dettono otto pezzi
d’artiglieria a Malatesta che le guardasse e difendesse una parte de’
bastioni del Monte, il quale la pose non dentro, ma sotto i bastioni,
senza guardia alcuna; ed il contrario fece Mario. Onde Michelangelo,
che come magistrato e architetto rivedeva quel luogo del Monte, domandò
al signor Mario onde nasceva che Malatesta teneva così trascuratamente
l’artiglieria sua? A che disse Mario: — Sappi che costui è d’una casa
che tutti sono stati traditori, ed egli ancora tradirà questa città.
Onde gli venne tanta paura che bisognò partirsi, mosso dalla paura che
la città non capitasse male, ed egli conseguentemente. Così risoluto
trovò Rinaldo Corsini, al quale disse il suo pensiero, e Rinaldo come
leggieri disse: — Io voglio venire con esso voi; ecc.».
[278] NARDI. La Provvisione di quella milizia fu messa a stampa, col
motto virgiliano:
_Æneadæ in ferro pro libertate ruebant._
[279] «La somma e i capi principali furono, che don Ercole, primognito
di don Alfonso duca di Ferrara... fosse, ancorchè giovanetto, capitan
generale di tutte le genti d’arme della repubblica fiorentina tanto di
piè quanto da cavallo, d’ogni e qualunque ragione, per un anno... con
tutte quelle autorità, onori e comodi che sogliono avere i capitani
generali della repubblica fiorentina; e la condotta fosse dugento
uomini d’arme in bianco, con fiorini cento di grossi, con ritenzione
di sette per cento per ciascun uomo d’arme ogn’anno, da doversi pagare
a quartieri, e sempre un quartiere innanzi, e con provvisione e piatto
all’illustrissima persona di sua eccellenza, di fiorini novemila di
carlini netti, cioè senza alcuna ritenzione, da pagarsi nel medesimo
modo; fosse però obbligato di convertire almeno la metà dei dugento
uomini d’arme, e quelli più che a lui piacesse, purchè fra lo spazio
di venti giorni lo dichiarasse, in tanti cavalli leggieri, a ragione di
due cavalli leggieri per ciascun uomo d’arme. Ancora, che ogni anno gli
si dovessero pagare quattromila ottocendiciannove fiorini e soldi otto
marchesani d’oro in oro del sole, e questo per le condizioni de’ tempi
cattivi e grandissima carestia in tutte le cose e grasce, ch’era per
tutta Italia. Ancora, che ciascun uomo d’arme fosse obbligato di tenere
nel tempo della guerra tre cavalli, un capo di lancia, un petto e un
ronzino, e a tempo di pace solamente i due principali senza il ronzino.
Ancora, che in tempo di guerra, e ciascuna volta che la città soldasse
almeno duemila fanti, gli dovesse dare, cavalcando egli, una compagnia
di mille pedoni da farsi per lui, nè fosse tenuto di rassegnarne più
d’ottocento; e facendosi minor numero di duemila dovesse anch’egli
farne la parte sua a proporzione nel soprascritto modo e patto. Ancora,
che gli si dovessino pagare ogni mese a tempo di guerra cento fiorini
d’oro di sole, e a tempo di pace cinquanta, per poter trattenere
quattro capi di fanteria a sua elezione. Ancora, che tutti i denari
per fare i detti pagamenti si dovessero mandare in mano propria di lui.
Ancora, che dovunque in cavalcando gli fossero assegnate le stanze, gli
fossero parimenti assegnate legne e strame, e di più nel tornarsene le
coperte senza alcun costo. Ancora volle, e così fecero, che li signori
Dieci s’obbligassero in nome della magnifica ed eccelsa Signoria di
Firenze, che durante la sua condotta non condurrebbono, nè darebbono
titolo o grado alcuno a persona, il quale fosse, non che superiore,
eguale al suo. E d’altro lato la sua eccellenza s’obbligò a dover
servire colla sua persona propria e con tutte le genti, così in difesa
come in offesa di qualunque Stato o principe, ogni e qualunque volta
o dalla Signoria o da’ Dieci o dal loro commissario generale ricercato
ne fosse, con questo inteso che i signori fiorentini fussono obbligati
a consegnarle il bastone e la bandiera del capitano generale, colle
patenti e lettere di tal dignità». VARCHI, _Storie fiorentine_.
[280] Il Varchi, lib. IX, riporta un còmputo di Benedetto Dei, che,
al fine del 400, si trovassero a venti miglia in giro a Firenze
trentaseimila possessioni di cittadini con ottocento palazzi murali di
pietra picchiata, che l’un per l’altro erano costati meglio di tremila
cinquecento fiorini d’oro. E Marco Foscari, ambasciador veneto, nella
sua _Relazione_ del 1527: — Non credo che sia in Italia, anzi in tutta
Europa una regione più amena nè più deliziosa di quella ove è posta
Firenze; perchè ella è posta in un piano tutto circondato di colli e da
monti fertili, coltivati, amenissimi e carichi di palazzi bellissimi e
suntuosissimi, fabbricati con eccessiva spesa con tutte le delizie che
sia possibile immaginare, con giardini, boschetti, fontane, peschiere,
bagni, e con prospettive che pajono pitture, perchè dalli detti colli
e palazzi si scoprono gli altri colli d’intorno e poggetti e vallette,
tutte cariche di palazzi e di fabbriche, che par proprio un’altra città
più bella di Firenze stessa ecc.».
[281] L’anzidetto ambasciator veneto Foscari diceva che Firenze è
debole per la debilità degli uomini. La quale debilità viene «prima
per natura, poi per accidente. Per natura, perchè quell’aere e quel
cielo producono naturalmente uomini timidi; per accidente, perchè tutti
si esercitano nella mercatanzia e nelle arti manuali e meccaniche,
lavorando e operando colle proprie mani ne’ più vili esercizj: e li
primi che governano lo Stato vanno alle lor botteghe di seta, e gittati
i lembi del mantello sopra le spalle, pongonsi alla caviglia e lavorano
pubblicamente che ognun li vede; ed i figliuoli loro stanno in bottega
con li grembiali innanzi, e portano il sacco e le sporte alle maestre
con la seta, e fanno gli altri esercizj di bottega ecc.». _Relazioni
degli ambasciadori veneti_, serie 2ª, vol. I. pag. 21.
Di questi spregi verso la gente mercadante avemmo altre volte a far
ragione; e sin d’allora il Varchi li confutava, e, — Io mi sono meco
più volte maravigliato come esser possa che quegli uomini, i quali sono
usati per piccolissimo prezzo infino dalla prima fanciullezza loro a
portare le balle della lana in guisa di facchini, e le sporte della
seta ad uso de’ zanajuoli, o star poco meno che schiavi tutto il giorno
e gran pezza della notte alla caviglia e al fuso, si ritrovi poi in
molti di loro, dove e quando bisogna, tanta grandezza d’animo e così
nobili ed alti pensieri ecc.».
[282] — Tanto sono diversi gli affetti e le passioni degli animi
degli uomini in diversi tempi, secondo la varietà e la forza degli
accidenti: conciossiachè già nella mia adolescenza io avessi veduto i
padri e le madri levare e torre dalle camere de’ loro figliuoli ogni
generazione di arme quanto meglio potevano e sapevano, acciò, che
quegli fossero meglio disciplinati e manco discoli che fosse possibile;
e poscia io medesimo abbia veduto più d’un padre, ancora di verde età,
descritto nella milizia, andare alla mostra o vero rassegna, o anche
nelle fazioni fuori delle porte, accompagnato in mezzo di duoi suoi
figlioletti con gli archibusi, che non passavano l’età di quindici
o sedici anni; e similmente ho veduto le sorelle armare in persona i
fratelli loro, e le madri e i padri mandare i loro figliuoli lietamente
alle fazioni della guerra, raccomandandoli alla bontà di Dio con la
loro benedizione». NARDI.
[283] Anche il residente Carlo Cappello, a’ 15 ottobre 1529, scriveva
alla Signoria veneta: — La città tutta è di ottimo animo, ed ognora si
rende più intrepida e desiderosa di mostrare il valor suo: nè più si
può dire con verità che li poderi di questi signori sieno ostaggi dei
loro nemici, perchè sono tanti gli incendj di bellissimi e ricchissimi
edifizj, fatti sì dalle genti nemiche come dalli padroni proprj, che
non è facile giudicare qual sia maggiore, o la immanità e barbarie di
quelli, ovvero la generosa costanza di questi; e sebbene così grande
rovina non può fare che non doglia, pure è di molto maggior contento
vedere la grandezza degli animi e la prontezza d’ognuno in sostenere
ogni danno, ogni pericolo, per conservazione della libertà». _Relazioni
ecc._; serie 2ª, vol. I. pag. 234. — Sebbene sia questa la prima
fiata che questa città abbia sentito l’artiglieria alle mura, non v’è
però alcuno che non sia di costante e forte animo, e prontissimo alla
difensione di quella, la quale, per somma diligenza usata da ognuno e
per la comodità di balle mille ottocento di lana, le quali sono state
poste nelle fortificazioni di essa, è ridotta ormai di sorte, che il
nemico deve piuttosto di lei temere, che sperare vittoria». Ivi, pag.
238.
[284] Questo fatto nuovo raccogliamo da relazioni dell’ambasciatore
Cornaro, che scriveva alla Signoria veneta: — Non voglio restar di dire
che questi signori sempre mi domandano delle cose del signor Turco,
dimostrando di avere in quello grandissima speranza; e jeri hanno
avuto lettere da Ragusa, che quella potenza preparava grande armata di
mare e di terra, e già aveva inviato alla Vallona galere cento e cento
palandre, la qual nuova è stata di sommo contento a tutta questa città,
di modo che si può quasi esser certi che questi signori abbiano fatto
intendere al Turco il bisogno loro; e di ciò mi è stato eziandio fatto
motto da buon loco». _Relazioni ecc._; serie 2ª, volume I, pag. 279.
[285] NARDI. Il quale, al lib. ix, ci dà alcuni prezzi: vino al
barile ducati 8, 9, 10; aceto ducati 5 o 6; olio un ducato e più al
fiasco; carne di vitello 5 carlini la libbra; 2 la bovina; 4 quella di
castrato; 1 quella di cavallo o d’asino; 5 carlini la libbra il cacio;
ducati 6 e fin 8 il pajo di capponi; 3 di pollastri; uno di piccioni;
soldi 18 la coppia d’ova.
[286] In espiazione, il giorno dell’Ascensione movono da San Marcello
e da Gavinana due processioni verso la fonte dei Gorghi; quando
s’incontrano rinforzano i canti, e accostano i crocifissi, il che
dicesi il bacio de’ Cristi.
Fabrizio Maramaldo, alquanti anni dopo, s’una festa alla corte di
Urbino invitò a ballare la figliuola di Silvestro Aldobrandino, ed
essa gli rispose: — Nè io nè altra donna italiana che non sia del tutto
svergognata, farà mai cortesia all’assassino di Ferruccio».
Di rimpatto, la marchesa di Pescara ha una lettera al principe
d’Orange, ove loda infinitamente Fabrizio Maramaldo, e lagnasi che, per
accuse dategli, abbiagli esso diminuita la sua grazia, e confida che
«la candida fede d’un tal cavaliere, affinata per mano» del marchese di
Pescara e del marchese del Vasto, sarà restituita all’onorato grado ed
autorità che i suoi servigi ricercano.
_Lettere di XIII uomini illustri_, 1564. p. 570.
[287] Nel _Discorso sopra il governo di Firenze_, che è nelle _Lettere
di Principi a Principi_, III. 124, tra il resto dice: — Le difficoltà
principali mi pajono due: la prima che questo Stato ha alienissimi da
sè gli animi della più parte della città, i quali in universale non si
possono guadagnare con qualunque maniera di dolcezza o di benefizj;
la seconda che il dominio nostro è qualificato in modo, che non si
può conservare senza grosse entrate: ed il nervo di queste consiste
nella città propria, che è tanto indebolita, che, se non si cerca
di augumentare quella industria che vi è restata, ci caderà un dì
ogni cosa di mano; però è necessario aver rispetto assai a questo,
il che ha impedito il poter usare molti rimedj gagliardi, che erano
appropriati alla prima difficoltà; e se questa ragione non ostasse, era
da fare quasi di nuovo ogni cosa, non essendo nè utile nè ragionevole
aver pietà di coloro che hanno fatto tanti mali, e che si sa che,
come potessino, farebbon peggio che mai: ma quanto la città ha più
d’entrate, tanto è più potente chi n’è capo, purchè sia padrone di
quella; e il diminuire ogni dì l’entrate con esenzioni a sudditi, è mal
considerato...
«Parmi bisogni navigare tra queste difficoltà, ricordandosi sempre che
è necessario mantenere la città viva per potersene servire, e quello
che per questo rispetto si designasse riservare ad altro tempo, fosse
dilazione e non oblivione, cioè non mancar mai di camminare destramente
a quel fine che l’uomo si fosse una volta proposto, ed intrattanto non
perdere occasione alcuna di stabilir bene gli amici, cioè di fargli
partigiani; perchè come gli uomini son ridotti qui, bisogna vadino
da se medesimi, e proponghino e riscaldino tutto quello che tende a
sicurtà dello Stato, non aspettando di esser invitati, come forse si fa
ora. È vero che gli amici son pochi, ma sono in luogo che, se non sono
totalmente pazzi, conoscono non poter stare a Firenze non vi stando
la casa de’ Medici; perchè non interviene a noi come a quelli del 34
che avevano inimici particolari, ed in tempo di dodici o quindici anni
restarono liberi dalla maggior parte di loro. Abbiamo per inimico un
popolo intero, e più la gioventù che vecchi, sì che ci è a temere per
cento anni; in modo che siamo sforzati desiderare ogni deliberazione
che assicuri lo Stato, e sia di che sorta voglia...
«I modi di fare una massa sicura e ferma d’amici nuovi e vecchi non
sono facili, perchè io non biasimo soscrizioni e simili intendimenti,
ma non bastano: bisogna siano gli onori ed utili dati in modo, che
chi ne partecipa diventi sì odioso all’universale, che sia forzato
a credere non potere essere salvo nello stato del popolo: il che non
consiste tanto in allargare o stringere il governo un poco più o manco,
in stare su modelli vecchi o trovarne de’ nuovi, quanto in acconciarla
in modo che ne seguiti questo effetto, a che fa difficoltà assai la
povertà e le male condizioni nostre...
«Il ridursi totalmente a forma di principato non veggo dia, per
ora, maggior potenza nè più sicurtà; ed è una di quelle cose che,
quando si avesse a fare, crederei fosse quasi fatta per se stessa, e
comproporzionare con la proporzione che si conviene le membra al capo,
cioè fare de’ feudatarj pel dominio; perchè il tirare ogni cosa a sè
solo farebbe pochi amici, e come questo si possa fare al presente senza
disordinare le entrate e senza scacciare l’industria della città, io
non lo veggo. In questa scarsità di partiti mi occorreva che, spento
il modello de’ consigli e di quelle chiacchere vecchie, si eleggesse
per ora una balìa di dugento cittadini, non vi mettendo dentro se non
persone confidenti...».
[288] VARCHI, _Storie_, lib. III. in fine.
[289] Gli statuti del 27 aprile 1532, che trasformano la repubblica in
principato, sono recati per disteso dallo Zobi, _Storia di Firenze_,
vol. V, append. X.
[290] Il Nardi, fuoruscito anch’esso, ci ragguaglia di tutti i
movimenti de’ fuorusciti nella parte della sua storia che rimase
inedita fin testè.
[291] La fortezza di San Giovan Battista, or detta di Basso. La prima
pietra ne fu posta dal duca e dal vescovo d’Assisi il 15 luglio 1534 a
ore 13, minuti 25, ora di felice augurio computato dall’astrologo frà
Giuliano Buonamici di Prato.
[292] All’entrata di Margherita moglie del duca Alessandro, «da Livorno
a Pisa perfino a Poggio e a Fiorenza, i castelli, le ville, i popoli e
le genti erano calcate per le strade a guisa dei pastori che, tornando
dalle maremme, solcando con le loro capre ed altri armenti le strade,
adornano i greppi, i piani e’ poggi; e, perdio, non era sì piccol
forno in su la strada, che apparecchiato non avesse le tavole in su
le strade, con moltissime robe sopra, che avriano sfamata la fame e la
sete a Tantalo; e aveano fatto a ogni casa o porta fonte di due bocche,
gettando vino una e acqua l’altra». Così il Vasari scrive all’Aretino;
e dappertutto, oltre le solite comparse, sono notevoli questi
allettamenti alla gola plebea. «Alla porta del Prato a Firenze era una
botte di barili sei che gettava vino con un grasso nudo sopra.....
Stavano innanzi a sua eccellenza due dromedarj, quali sua maestà
cesarea donò al duca, e dopo essi era Baldo mazziere, con due gran
bisaccie a traverso al cavallo, gettando denari... Erano calcate le vie
di donne e uomini, che mai dacchè Fiorenza è Fiorenza si vide tanto
popolo, con un’allegrezza miracolosa...» Dallo stesso sono eziandio
descritte le feste splendidissime per l’entrata di Carlo V.
[293] SEGNI, lib. VI. Allora furono introdotti o ripristinati i
baccanali detti _Potenze_, ove diverse brigate si univano sotto un
capo con titolo e veste di gransignore, marchese, duca, principe, re,
papa; e ciascuna con bandiera e insegna proprie, da maggio a tutta
estate festeggiavano in comparse e gara di lusso e di brio, e battaglie
di sassate. Nella facciata di Santa Lucia sul Prato leggesi ancora:
_Imperator ego præliando lapidibus vici anno_ MDXXXIV.
[294] Lo stesso, lib. IX.
[295] I fuorusciti si teneano molto raccomandati ai frati; e al
confessore di sua maestà lasciarono un’esposizione del salmo _Verba mea
auribus percipe, Domine_, in forma d’orazione ad esso imperatore.
[296] Il Segni, che pur è benevolo a Cosmo, narra nel lib. xii d’aver
molto bene conosciuto Beba da Volterra, uno degli assassinatori di
Lorenzino, «il quale vantandosi di quel fatto, lo raccontava pur
come un’azione gloriosa... Ed essi dal duca Cosmo non avendo voluto
accettare la taglia, furono provvisionati con trecento scudi l’anno per
ciascuno, e con titolo di capitani; onde di poi lietamente potessero
vivere in Volterra, e trionfare del prezzo del sangue».
[297] Relazione dell’ambasciador veneto Fedeli. Questo racconta che,
mentre in consiglio si dibatteva sul partito da scegliersi, un soldato
che stava di guardia tirò a un colombo sulla torre del palazzo, e il
popolo applaudì a quella botta con tal rombazzo, che i quarantotto
adunati credettero la città sollevata, e fretta e furia risolsero per
Cosmo.
[298] — L’altro giorno venne a bottega mia quello de’ Bettini, e... mi
disse come Cosimo de’ Medici era fatto duca, ma ch’egli era fatto con
certe condizioni, le quali l’avrebbon tenuto che egli non avesse potuto
isvolazzare a suo modo. Allora toccò a me ridermi di loro, e dissi:
Codesti uomini di Firenze hanno messo un giovane sopra un maraviglioso
cavallo; poi gli hanno messo gli sproni e datogli la briglia in mano
in sua libertà, e messolo sopra un bellissimo campo, dove sono fiori
e frutti e moltissime delizie; poi gli hanno detto ch’ei non passi
certi contrassegnati termini. Or ditemi voi chi è quello che tener lo
possa quand’egli passar li voglia? Le leggi non si possono dare a chi
è padrone di esse». BENVENUTO CELLINI, _Vita_. — A questo punto finisce
la storia del Varchi.
[299] Appare evidente dai documenti soggiunti da Giovan Battista
Niccolini alla tragedia su _Filippo Strozzi_, e specialmente dalla
lettera di Francesco Vettori, 15 gennajo 1537. Al 6 luglio 1536 re
Francesco I scriveva e mandava per uomo espresso a Filippo Strozzi,
esibendosi a tutto: — Io credo che voi sapete assai il desiderio ed
affezione che vi porto, non solamente a voi e a tutti quelli di vostra
casa ed alleati, ma eziandio a tutte le cose pubbliche di Fiorenza. Di
presente essendo le cose ridotte al punto che si trovano, io ho voluto
spedire Emilio Ferretti acciò di sapere da voi e dagli amici vostri
se ci sarà loco e modo dove possa io fare qualche cosa tanto per voi
quanto per loro e la repubblica di Fiorenza; pregandovi avvertirmene
amplissimamente per mezzo suo, e di quello vi parrà si potrà e dovrà
fare a quel punto. E potete esser sicuro che facendomelo sapere,
mi c’impegnerò di tal modo, che voi conoscerete chiaramente quanto
desidero fare per voi, per vostri amici, e in conseguenza per la
libertà di Fiorenza».
[300] Il Cambi scrive: — Addì 19 di maggio 1524 si azzuffarono i
Pistoiesi, _come sono usitati_; per modo che i Panciatichi cacciarono
fuori i Cancellieri della città; e fuvvi morto da dieci cittadini
ecc.».
[301] Filippo n’avea offerti al Vitelli cinquantamila scudi: esso
ne voleva sessantamila, tutti in denari contanti. Dietro al Filippo
Strozzi del Niccolini si stamparono le trattative pel riscatto di
Filippo. Il sunto delle ragioni sta in queste parole di lui, ove al
cardinale Salviati raccomanda di far presente a sua maestà e al Medici
che «la morte mia dispera sette figli, i quali restano con non poche
facoltà; offende tutta la famiglia degli Strozzi, che è la più numerosa
di questa città, e tutti li parenti che sono di qualità; disordina
e scompiglia una città che ha necessità di essere riordinata; e
finalmente che il trarre più sangue a questo infermo che ha bisogno di
ristoro infinito, saria estremo errore e passione e non ragione».
Quelle lautissime esibizioni spiacevane a Pietro Strozzi, ch’era
fuggito e che poi divenne maresciallo; e ai fratelli scriveva: —
Ci troveremo senza il padre, poveri, ruinati della riputazione.
Nostro padre non pensa più nè a roba nè a figliuoli, ed offre le più
esorbitanti e vituperose cose che mai s’udissino; scrive che vuole
piuttosto viver povero che morire ricco; certo voce degna d’un uomo che
abbia sette figliuoli!... e dice tante altre coglionerie, che credo
certo vi morreste dal dolore vedendole». 21 febbrajo. Filippo se ne
scagionava, e secondo suo stile diceva averle offerte solo perchè Cosmo
non avrebbe mai voluto dare sì grossa taglia, e perciò non l’otterrebbe
dal Vitelli; ma del resto «non pensai mai pagare tale taglia, sapendo
non potere se non con vendere quanto ho al mondo, e restare poi
mendico, vituperato e non libero; il che non farei mai, eleggendo prima
morire». 8 marzo. Di Pietro diceva Filippo nel testamento: — Piero
mio si è portato dopo la mia cattura tanto empiamente, che si può con
verità dire ch’io perisco per sua colpa».
[302] — Più certa fama in fra pochi fa che il Filippo fosse stato
scannato per ordine del castellano o del marchese Del Vasto, che gli
avevano promesso di non darlo in mano del duca; i quali, intesa la
risoluzione dell’imperatore che voleva compiacere il duca Cosimo,
l’avevano fatto scannare, e fatto ire fuora voce che da se stesso si
fosse ammazzato». SEGNI, lib. IX.
[303] Niccolini, nella vita dello Strozzi che precede la tragedia
mentovata. Si aggiunse d’una carta trovatagli, intitolata _Deo
liberatori_, e con una proclamazione, che fu esercizio, giacchè
ciascuno la reca diversa. È notevole la sua preghiera a Dio, acciocchè
all’anima sua «se altro bene dare non vuole, le dia almeno quel luogo
dove Catone Uticese ed altri simili virtuosi uomini che hanno fatto tal
fine».
[304] Del Migliore, nella _Firenze illustrata_, annovera le famiglie
magnatizie che allora migrarono.
[305] Da un figlio naturale di Francesco I Sforza derivarono i conti
di Borgonuovo, finiti nel 1680. Da uno di Lodovico Moro i marchesi
di Caravaggio, finiti nel 1697. Francesco avea avuti due fratelli:
Alessandro ebbe nel 1445 la signoria di Pesaro, che poi Galeazzo,
ultimo suo discendente, rinunziò al papa nel 1512; Bosio, la signoria
di Castell’Arquato, e sposando nel 1439 Cecilia, erede del conte Guido
degli Aldobrandeschi, per lei ereditò la ricchissima contea di Santa
Fiora in Toscana, da Mario Sforza venduta poi nel 1633 al granduca.
Suo nipote Federico sposò nel 1673 Livia Cesarini, donde i duchi romani
Sforza-Cesarini.
[306] PAOLO GIOVIO, lib. XL. — Anche Gregorio Leti taccia Carlo V
d’essere fuggito dinanzi a Solimano, conducendosi in Italia per la
via più breve. La cosa è pure attestata da un bel documento inserito
nei _Diarj_ manoscritti di Marin Sanuto, che giova riferire come
prova dell’insubordinazione delle truppe d’allora: — Non volevano
(le soldatesche italiane) andare in Ungaria a morir di fame. E cussì
il signor marchese del Vasto volendo risolvere e aver l’opinion di
queste fanterie italiane, avendoli tutti ceduti alli soi colonnelli,
e passando lui per mezzo loro colonnelli, dimandò qual voleva restar
in Ungaria e quali retonar in Italia; dove per uno fante discalzo e
ragazzone fu scomenzato a risponder, _Italia Italia, andar andar_;
e cussì in un atimo, come sol succedere nelle guerre e campi; e il
desiderio di repatriar, e li mali pagamenti, la carestia del viver,
la dubitazione de morir in Ungaria e non poder più venire in Italia,
la mala natura dei oltramontani dall’Italiani contraria, fu precipuo
e principal fondamento che tutti Italiani con grandissimo strepito
comenzorono a cridar _Italia Italia, andar andar_; e cussi in ordine
se posero in cammino a dispetto dello imperatore e marchese del Vasto
e delli soi capi, ali quali più volte li archibusi le fece angustia
e paura, che tre delli soi colonnelli amazarono, e costituetono tre
altri e novi capi, sotto il governo delli quali vennero avanti lo
imperatore, caminando in un giorno leghe sei che son miglia sessanta; e
cussì sino alla Chiusa sono venuti in ordinanza; e perchè non trovavano
vittuaglie e volevano intertenerli, brusavano, amazavano, sachizavano,
strapazavano li preti, e vergognavano le donne. Ma sopratutto ad
un locho, se adimanda la Trevisana, per esser stato amazato alcuni
capitani e gentilomini che venivano avanti, hanno brusato e fato
quel più male hanno potuto, talchè dubito se ha rinovato l’odio ed
inimicizie antiche dei oltramontani con Italiani. A Vilach a stafeta,
per dirupi e vie insolite, arrivò innanzi al capitano Ponte, ministro
del campo cesareo, mandato in diligenza da Cesare per intertenerli lì
a quel passo, o con bone parole overo per forza; dove non potè far
cosa alcuna nè con promission di darli denari, e manco per forza,
che scomenzorono a brusar il burgo, dove avevano el passo, e per
tre giorni continui fino alo arrivar alla Chiusa hanno vissuto di
radici; e arrivati suso al Stato nostro, vedendo le buone preparazion
di vittuaglie ed essere intesi, scomenzorono a cridar _Marco Marco,
Italia Italia_, dicendo che, se si credessero ciascun di loro acquistar
un imperio, non torneria in quella parte, che li mancava e denari e
vittuaglie, e quando domandavan pane, overo vino, tutti respondevano
_Nicht Furt_ ecc.».
[307] Al fine del 1300 i villani del Vallese, della Tarantasia, del
Vercellese e più del Canavese si sollevarono contro i nobili; le valli
di Brozzo e di Pont formarono un’estesa cospirazione, e fecero strazio
de’ beni, de’ castelli, dell’onore, dei castellani e delle mogli e
figlie loro, e quasi un secolo durò il movimento.
[308] Una cronaca contemporanea di Rivoli racconta che molti si
chiusero nel campanile; ma i Francesi poser fuoco ad una catasta di
legna là vicina; onde i rinchiusi sarebbervi soffocati : se non si
fossero calati per le corde delle campane. Ma queste non giungendo fin
a terra, doveano saltare, fiaccandosi la persona. Una madre si calò a
questo modo portando un figliolino pel braccio, l’altro tenendo per le
fasce coi denti.
[309] Matteo Dandolo, andando per la Signoria veneta ambasciadore in
Francia, visitava il duca di Savoja in Vercelli, quasi unica città
rimastagli. «Io non so se veramente egli si possa chiamare non che
duca, signor di Vercelli, essendo anche questa città, ov’egli abita,
in guardia de’ Spagnuoli, e così stretta, che li miei servitori che
conducevano le mie cavalcature non vi furono lasciati entrare, ma furon
fatti alloggiare di fuori, siccome par che facciano di quasi tutti
forestieri». _Relaz. degli ambasciatori veneti_, serie 1ª, vol. II. p.
62.
Esso Carlo diceva al Muzio: — Ho due granmastri di casa, l’imperatore
e il re, che governano il mio, ma senza rendermene ragione».
_Avvertimenti morali._
[310] CIBRARIO, _Origine delle istituzioni di Savoja_, pag. 136.
[311] Vedi _Négociations de la France dans le Levant_, 1854, raccolti
da Charrière. Solimano aveva concertato di assalire Otranto; ma
venutone in vista e non trovatovi la flotta francese, diè volta.
Il signor Michelet, nel libro intitolato _Réforme_, misto di profondo
e di buffo, dogmatico a forza di dubbio, e con uno stile tutto a
sorprese, imputa della negligenza quei che in corte favorivano il papa
contro il Turco e l’eresia; domanda se sarebbe stato un male che i
Turchi occupassero il regno di Napoli, e risponde di no, perchè, come
nella Cina, i conquistatori sarebbero stati inciviliti dai vinti, e il
Turco sarebbesi ridotto europeo. Quasi ciò fosse avvenuto in Grecia
e in quattrocento anni d’occupazione! Ma il professore parigino è
accecato dal desiderio di veder abbattuto il cattolicismo.
Per un altro principio, la legalità, il nostro Giannone giustifica le
continue correrie e le conquiste de’ Turchi in Italia, perchè, avendo
essi conquiso Costantinopoli, divenivano legittimi eredi dell’impero
orientale, e quindi de’ diritti di questo sull’Italia meridionale!!
[312] In quell’isola la chiesa di San Giovanni vuolsi disegno del
fiorentino Arnolfo, continuata poi da tutti i granmaestri dell’Ordine.
Per noi trovammo memorevole il sepolcro di Fabrizio Del Carretto,
_urbis instaurator et ad publicam utilitatem per septennium rector_,
morto il 1521.
[313] Sarebbesi voluto levare il decimo de’ frutti per cinque anni,
invece de’ quali il papa offriva un milione di ducati d’oro. Adunque
esso decimo doveva essere per lo meno di ducento mila ducati, cioè
la rendita annua de’ beni del clero superava i due milioni di ducati.
Ingente possesso!
[314] Questo, già generale de’ Veneziani, aveva un castello presso
Agen, in Francia, e a lui e sua moglie Costanza Rangoni largheggia
encomj Matteo Bandello, il quale avendo avuto la sua casa in Milano
bruciata dagli Spagnuoli, erasi rifuggito presso di loro. Morto Cesare,
re Enrico diede al Bandello il vescovado di Agen, riservando metà dei
frutti per Ettore Fregoso, figlio dell’estinto.
[315] Il duca di Savoja fece battere medaglie col titolo _Nicea a
Turcis et Gallis obsessa_.
[316] Marano era stata occupata da Massimiliano nella guerra della
lega di Cambrai, e non la volle restituire nella pace. Pietro Strozzi
nel 1542 la sorprese con una sua masnada; e intimatogli di lasciarla,
rispose la darebbe piuttosto al Turco che all’Austria. I Veneziani
risolsero allora comprarla da lui per trentacinquemila ducati; ma
ecco l’imperatore querelarsene, e pretendere settantacinquemila
ducati per indennità. Il senato rassegnavasi a questo sacrifizio, ma
voleva s’acconciassero contemporaneamente altre divergenze di confini
nell’Istria e nei Friuli; onde vennero lunghissime dispute.
[317] La famiglia Birago milanese era durata fedele ai Francesi; e
ripristinati gli Sforza, ricoverò in Francia. Renato vi ebbe grandi
favori da Francesco I, che lo fece consigliere del parlamento di
Parigi, poi presidente di quel di Torino, governatore del Lionese, e
lo deputò al concilio di Trento. Carlo IX lo nominò guardasigilli, e
si asserisce sia stato principal consigliatore della strage del San
Bartolomeo. I Francesi estesero anche a lui l’odio che portavano a
Caterina, e lo davano per famoso avvelenatore. Il capitano La Vergerie
avendo detto che gl’Italiani erano la ruina della Francia e bisognava
sterminarli, esso lo fece appiccare e squartare. Pure lo storico De
Thou lo dà per generoso, prudente, tutto candore; e Papiro Masson
ne stese un ampio elogio. Si oppose a Enrico III quando questi volle
cedere al duca di Savoja le città di Pinerolo e Savigliano. Rimasto
vedovo, fu ornato cardinale nel 1558, nella qual occasione diede una
festa dove intervennero il re e la regina; un’altra scialosa ne diede
pel battesimo del figlio d’un suo nipote, dov’erano due lunghe tavole,
coperte di mille ducento piatti di majolica con confetti e droghe,
disposte a piramidi, a castelli e in altre figure; e tutto il vasellame
fu mandato a pezzi. Come Enrico III, apparteneva alla confraternita de’
Disciplini, e con quello e coi principi e grandi girava per le strade
di Parigi, vestito di sacco e col volto coperto. Suo nipote Flaminio
Birago scrisse poesie francesi. Altri di quel cognome ebber cariche e
onori in Francia.
Governatore del Piemonte per re Francesco fu il signore di
Bellay-Longeay, che scrisse le _Ogdoadi_, a imitazione delle _Deche_ di
Tito Livio.
[318] Uberto Foglietta, in un’orazione a propria difesa, rivela
le discordie e l’arroganza degli aristocratici: _Sed quid ego ut
sanguinem misceant loquor, cum nobiles ab ipsa popularium consuetudine
abhorreant, se seque ab eorum aditu, congressu, sermone sejungant,
illosque devitent, perinde quasi illorum contactu se polluere ac
contagione contaminare formident? Quare, separata loca et compita
habent, in quæ utriusque corporis juventus conveniat, cum alteri
alterius corporis homines excludant. Quin etiam, cum forum unum esse,
in quod omnes cives convenient; necesse sit, ratione quadam assequuti
sunt, ut forum ipsum dividant, ac duo fora prope faciant: duæ enim
sunt porticus, in quas alteri ab alterius corporis hominibus separati
conveniunt. Eadem quoque distinctio in juventutis sodalitatibus
servatur, quarum multas nobiles instituerunt; in quas neminem unquam
ex popularibus acceperunt, cum nonnulli, privatis necessitudinibus
illis conjuncti, se admitti postulassent, sed ad repulsæ injuriam,
verborum quoque contumelias addiderunt, cum se degenerum sodalitate
commaculaturos negarent. Jam vero, cum ad animos hominum accendendos
major sit contemptus, quam injuriarum irritatio, dii immortales quam
despecti ab istis nostris nobilibus sumus, quam illi a nobis abhorrent,
quam nos auribus et animis respuunt, quam contemptim de nobis
loquuntur, in quanta convicia, linguæ intemperantia provehuntur, cum
nos degeneres et rusticanos, non modo Genuæ, sed in aliis civitatibus
appellant, per inde quasi deorum genus, atque e cœlo delapsi ipsi
sint; exterosque, simulatque de aliquo ex nobis incidit sermo, etiamsi
alias res longe agatur, sedulo admoneant, hominem illum degenerem et
ex infima plebe esse, nobilitateque sibi haudquaquam, comparandum:
neque sentiunt, se risui plerumque exteris esse, quos non pudeat fœnus
ac sordidiores quæstus exercentes, nobilitatis nomine, quam comprimere
deberent, se commendare, haud ullam animæ nobilitatis mentionem facere.
Anecdota Uberti Folieta._ Genova 1838.
[319] Secondo gli annali del vescovo Agostino Giustiniani, al principio
del Cinquecento contenevano, la Liguria occidentale fuochi 31,457, o
teste 125,828, calcolando solo quattro teste per fuoco; Genova e borghi
104,216; la Liguria orientale 22,088 famiglie, o teste 88,352; i paesi
oltre Gioghi, 15,173.
Ansaldo Grimaldi di Genova fece rifabbricare a proprie spese la chiesa
di Santa Maria della Consolazione; e in una sola volta donò alle opere
pie della città 75 mila scudi d’oro. Perciò ottenne franchigie perpetue
e due statue nel 1536, una delle quali vedesi ancora nel palazzo di San
Giorgio.
[320] Lucca nel 1504 avea stabilito munirsi di mura, e fino al 1544
si fecero quelle verso levante e mezzodì; poi dall’estendersi delle
nuove armi fatti accorti che i bastioni circolari e le mura con poca
scarpa mal resisterebbero, affidossene la cura ad altri ingegneri,
segnatamente a Vincenzo Civitali; e l’opera con undici bastioni fu
compita solo nel 1645, colla spesa di 956,000 scudi; oltre il valore
di 120 cannoni che la munivano; nella tagliata, fin a 750 braccia di
distanza non era permesso piantare. La fortificazione fu adattata a bel
passeggio, della lunghezza di 5000 metri, tutto pianeggiante.
Con un fosso navigabile si pose in comunicazione Lucca coll’Ozzeri e il
lago di Sesto, donde per l’emissario della Seresta sboccavasi in Arno,
e così poteasi navigare a Firenze, a Pisa e al mare.
[321] Il Burlamacchi «interrogato, rispose, che il desiderio suo di
mettere in libertà la Toscana, e farne poi una unione, li era nato
dall’aver letto più libri d’istorie, e massime le _Vite_ di Plutarco;
fra le quali aveva considerato la vita di quattro gran capitani,
che con pochissima gente avevano fatto gran cose; e questi erano
Timoleone, Pelopida, Dione ed Arato. Ed in questi pensieri era stato
da sei mesi se non forse un anno avanti che lo conferisse con persona;
ed ogni giorno parendoli che la cosa fosse più riuscibile, deliberò
conferirla; e così li parve che fosse a proposito Cesare di Benedino;
e ne lo conferì, dicendoli che ci andasse pensando, che altre volte ne
parlerebbero, perchè era cosa da pensarla; e sendone stato alcune volte
insieme, a esso Cesare pareva che la cosa fosse riuscibile.
«Item, interrogato, disse: essersi confessato e comunicato quest’anno
in Ferrara, e da molti anni in qua, ogni anno una volta; non avere mai
desiderato alcun comodo o utilità particolare di questo suo disegno,
ma che il principale intento suo era di fare una cosa buona, lodevole
e di memoria; tenere per certo che, se la cosa non si fosse scoperta,
sarebbe riuscita, senza dubbio alcuno, a giudizio suo, ed oggi lo crede
più che mai.
«Interrogato qual benefizio intendesse fare a sua maestà con
quest’unione, sì come scrive, rispose che, riuscendoli l’impresa
dell’unire Toscana, aveva disegnato di poi andare o mandare o scrivere
all’imperatore, e pregarlo se ne venisse dalle parti di qua, e che
vedesse di riformare la Chiesa dalli molti abusi che vi sono, e ridurla
all’unione di molte varietà d’opinioni che vi sono; il che li poteva
riuscire con levarli l’entrate, e con questo avrebbe contentato gli
Alamanni, e ridottili alla obbedienza sua, li quali non desideravano
altro.
«Ed allora il prefato signor commissario, per aver meglio la verità
delli altri complici del detto delitto, ha ordinato sia spogliato,
ligato et alzato. E subito postosi da se medesimo alla corda spogliato,
e dopo ligato ed alzato per braccia quattro o circa da terra, ed ivi
stando sospeso, interrogato che dica la verità degli altri complici di
più di quello ha detto, e massime delli suddetti Senesi, rispose: Ah,
signor commissario, ch’io son morto, che ho detto la verità, ahimè!...
Un altro giorno «entrato il soprascritto signor commissario nella
carcere della torre del Palazzo di Lucca, dove sta detenuto il
soprascritto Burlamacchi, e di nuovo monito ed interrogato, rispose
lamentandosi: Oh! signore, che volete ch’io vi dica: se ho detto
tutto ciò che sapeva? Fatemi di grazia tagliar più presto la testa che
tormentarmi tanto, chè io sono tutto stroppiato. Non avete, signore, la
cosa chiara?
«E volendo il prefato signor commissario chiarire l’animo suo di
questo fatto importantissimo, in conformità dell’ordine che tiene,
ordinò li fosse appresentato il fuoco e ceppi, e scalzato. E di nuovo
interrogato, rispose: Ah! signore, se si vede la cosa chiara, come e a
che tanto tormentarmi?
«E scalzato che fu, il prefato signor commissario ordinò che fosse
condotto al fuoco; e così ivi condotto, nell’atto di ponerli i ceppi,
più volte monito e pregato a dire la verità, disse: Signore, io non so
che mai dirle altro, perchè ho detto tutta la verità, e mai dirò altro
di più di quelle ho detto.
«Il che vedendo il prefato signor commissario, e conoscendo la
ferma constanza del detto Burlamacchi, attese li tormenti avuti e
l’apparato del fuoco fattoli come di sopra, ed ancora attesa l’età
e la delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patiria tanti
tormenti se altro sapesse, ordinò fosse lasciato e non tormentato: e
così fu dimesso in detta carcere con la medesima custodia». (Processo
nell’_Archivio storico_).
[322] Parma avea per insegna il torello rosso colle corna dorate, che
vestivasi solennissimamente il giorno dell’Ascensione; sul suggello
portava: _Hostis turbetur quia Parmam Virgo tuetur_. Nel 1470 gli
spedali vi furono riuniti in quello del Tanzi. Il _Diarium Parmense_
sotto il 1481 racconta che, mentre i Turchi aveano occupato Otranto,
re Ferdinando mandò ad essi quattro meretrici infette, le quali accolte
lietamente, appestarono l’esercito.
[323] Lettera del primo febbrajo 1547. Il padre Ireneo Affò scrisse
una _Vita di Pier Luigi Farnese_, donde restiam chiari quanto Carlo V
volesse male a questo perchè parteggiava con Francia, e perchè esso
Carlo da un pezzo agognava a Piacenza. Anche don Ferrante Gonzaga
nutriva particolare rancore contro di esso perchè aveagli contrastato
l’acquisto di Soragna:
— Scrivendo questo dì a vostra maestà, e dandole conto del procedere
del duca Pierluigi Farnese, e parlando del trattato di Parma e
Piacenza, dissi che mi pareva meglio per molte ragioni di attendere
al detto trattato in vita del papa che non dopo la morte sua, e lo
supplicai a farmi intendere se, offerendosi qualche apparente occasione
di rubargli Piacenza in vita del papa, quella sarebbe stata servita
che si tentasse. Vostra maestà mi rispose, che le piaceva che le si
attendesse, ma che io non venissi all’esecuzione senza consultar seco,
e avvisarla particolarmente del modo che in ciò penserei di tenere.
Sa vostra maestà che nel _robbar_ di un luogo, la maggior difficoltà
che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno da fare
il _furto_; perchè, quando si vede far genti senza un qualche giusto
e legittimo colore, quelli che possiedono gli Stati, i quali per
l’ordinario ne sono gelosi, provvedono in qualche modo alla sicurezza
loro, ed ogni provvisione che facciano, per minima che sia, disturba
tutto il disegno. Ora egli si presenta questa colorata causa di far
gente, e di farla in luogo comodissimo a Piacenza, con l’impresa che
convien fare di Montojo.
«Per dar mo conto a vostra maestà del modo che vorrei tenere per questo
effetto, dirò l’intento mio esser di occupare una porta, e tener in
punto il soccorso, e per quella impadronirmi della terra. L’occupar la
detta porta in questi tempi, come ho detto, è da me giudicato facile;
ed il soccorrerla, e soccorsa impadronirmi della terra, facilissimo.
Per pigliare la porta penserei di fare che uno de’ miei servitori
facesse un affronto ad una persona della quale mi fido che farebbe
questo furto, e fare che lo affrontato si partisse di qua e se ne
andasse in Crema, e di là cominciasse a mandar cartelli a questo mio
che l’avesse affrontato, e presa occasione da questi cartelli, vorrei
mandar uomini che mostrassero voler di mia commissione ammazzare quel
tale, e dall’altro canto vorrei dar ordine che il detto affrontato,
mostrando aver scoperto il trattato de’ detti uomini ch’io manderei per
mostrare di ammazzarlo, se ne fuggisse in Piacenza, ed indi proseguisse
pur a mandar cartelli, e mostrasse animo di voler combattere, e
per guardia e sicurezza sua tenesse otto o dieci uomini che sempre
l’accompagnassero. E a fine che la pratica dei cartelli aspettasse e
desse luogo alla principale, la farei trattenere quanto mi piacesse
senza venire ad alcuna conclusione sin a tanto che il resto delle
cose a ciò necessarie fosse maturo. Appresso vorrei, per la notte
che dovesse porsi in esecuzione il trattato, mandarci altri quindici
uomini, che l’uno non sapesse dell’altro, nè l’effetto per il quale
andassero, finchè non si venisse al bisogno, e con questi venticinque
uomini occupata la porta, che intendo non esser guardata se non da uno
che la chiude, e quella occupata, introdurre il soccorso delle genti.
«Sotto colore adunque dell’impresa di Montojo, vorrei dar fama di fare
una compagnia di trecento fanti solamente nel paese di Lodi, che si
estende fin presso Piacenza due o tre miglia; ma in effetto vorrei
che se ne facessero cinque o seicento, e costituire per la mostra e
paga loro il giorno precedente alla notte che si avesse ad eseguire
il trattato, acciocchè, venuta l’ora che li venticinque di dentro
avessero ad occupare la porta, questi potessero esser presti e comodi a
mantenerla occupata, ed a cacciarsi per forza dentro...
«Mandai ne’ giorni passati un mio confidente per tentare da lontano gli
animi di alcuni di quei gentiluomini, e sapere se, caso che succedesse
alcun tumulto, essi se ne starebbero al vedere. Il quale vi andò, e
fatto l’officio come il dovea, trovò talmente mal disposti quei tali
con chi parlò, che dice quelli, senza sapere con chi parlassero, esser
venuti a dire, che il maggior piacere che aver potessero in questo
mondo sarebbe sentendo che una notte si gridasse Spagna Spagna, o
Francia Francia. Io ho uno di quei gentiluomini principale, con cui
potrei fidarmi, e che la notte, sentendo il rumore per la città della
porta occupata, cavalcheria, e trovando chi sembiante facesse di
volersi movere, con buone parole o con minaccie lo farebbe tornare in
casa...
«Promettendosi qualche buono trattamento e qualche mercede a qualche
persona principale, spererei che Parma non dovesse molto replicare a
rendersi, vedutosi chiusa la via del soccorso, ed esser in favor nostro
alcun principale, che si scoprisse in favore di vostra maestà, attesa
ancora la malevolenza portata al duca predetto. Come vostra maestà sa
molto bene, le cose di questa qualità non si sono mai condotte bene, se
non si è proposto premio a quelli che per effettuarle han posto la vita
in pericolo».
Come accade, passò del tempo, moltiplicaronsi lettere e brighe;
don Ferrante trasse dalla sua l’Anguissola, e i 13 giugno scriveva
all’imperatore: — La maestà vostra deve ricordarsi di quel tanto che
a questi dì le scrissi, in proposito di unire con questo Stato quel di
Parma e di Piacenza, e del disegno che mi si offriva di rubar Piacenza,
nel qual disegno interveniva per capo il conte Giovanni Angosciola
principale di quella città, e per mezzo di Luigi Gonzaga suo cognato
trattava seco di questa pratica. Il qual conte Giovanni mostrava allora
di moversi in ciò principalmente per servizio di vostra maestà, e di
voler esporsi a questo pericolo per mostrare la volontà che aveva di
servirla. Ma ora aggiungendosi nuova cagione a questo suo disegno,
cioè il desiderio ch’egli ha di liberare la patria della soggezione e
tirannide di Pierluigi, non può lasciar di persistere e perseverare nel
medesimo disegno, essendo d’accordo egli con quattro altri principali
della città, i quali si tirano dietro tutto il resto, e uniti e
collegati sotto la fede datasi di far rivoltare la città, e di prender
la persona di Pierluigi, e occupare la cittadella, e darla in potere
di vostra maestà. E non domandano altro, salvo che dopo il fatto siano
soccorsi da me con quel numero di gente che avran bisogno per difesa
della città».
[324] Esso don Ferrante scriveva ai congiurati che l’imperatore
«vorrebbe non si ponesse mano nella persona del duca... e che aggradiva
di buon animo quanto faceano, e non mancherà di riconoscere questo
segnalato servizio». Anche sulla vita del duca non faceva gran caso
don Ferrante, e scriveva a Carlo V: — Morto ch’egli fosse, mi parria
che poco caso si avesse a far di lui»; e dice solo aver raccomandato
si risparmiasse Ottavio genero dell’imperatore, «benchè in caso simile,
dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile a poter assicurare
una persona».
[325] «Che delli omicidj che seguissero il giorno del caso, non sarà
domandato conto nè ragione; nè similmente di robe e denari che fossero
stati acquistati in qualsivoglia modo; ma che tali robe e denari
saranno tenuti per acquistati a buona guerra». Capitoli concessi al
conte Anguissola, 7 settembre.
[326] Che Pier Luigi Farnese non fosse quel mostro che è nella
tradizione, cercò mostrarlo Luciano Scarabelli in un _Capitolo inedito_
della sua Storia civile (Bologna 1868). Di tante cronache e memorie
contemporanee da lui compulsate, nessuna lo presenta quale i partitanti
dei Medici, dei Doria, degli Austriaci e i nemici del papa: certo
aveva attorno persone rispettabilissime, Annibal Caro, il Pacino, il
Monterdo, Claudio Tolomei, Marcantonio Scotti, G. B. Pico ed altri. Il
popolo non prese parte all’assassinio, anzi lo detestò.
[327] A chiarire la condizione delle città italiane d’allora giovi qui
riferire i «Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Piacenza,
e stabiliti per l’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Ferrando
Gonzaga, capitano generale e luogotenente della cesarea maestà in
Italia, alli 10 settembre 1547 in Piacenza:
«1. Prometterà sua eccellenza, in nome di sua maestà, attesa la
devozione volontariamente dimostrata e con manifesto pericolo, che
mai s’infeuderà, alienerà, o _quovis modo_ si separerà detta città
dallo Stato di Milano, in alcuna persona di qualunque grado, dignità
o preeminenza sia, anche che fosse del proprio sangue di sua maestà, o
per qualunque altra causa anche privilegiata.
«2. Che tutte le entrate ordinarie si riducano ed esigano come erano ed
esigevano nanti la investitura ed alienazione fatta di questa città, e
le addizioni fatte per papa Paolo; nè quelle si possano _quovis modo_
accrescere.
«3. Che accadendo imporsi nello Stato di Milano gravezze straordinarie,
non possa imporsi alla città e contado di Piacenza più della decima di
tutta la somma.
«4. Che il podestà, qual sarà deputato nella città, sia uno dei
magnifici senatori giureconsulti residenti nell’illustrissimo senato di
Milano, nel modo e forma e con l’autorità quale si suol dare a quello
di Cremona.
«5. Che le cause civili si vedano, conoscano e decidano in questa
città, nè siano tirate in Milano, eccetto le cause feudali e quelle che
passano mille ducati di entrata.
«6. Che siano conservati li nostri statuti e legge municipale, non
ostante qualunque disposizione di ragione comune in contrario.
«7. Che per mantenere la città e contado in unione e pace, colla
quale sono venuti all’obbedienza di sua maestà, si cancellino ed
annullino tutti i processi e condanne criminali di qualunque causa
e delitto, _etiam criminis lesæ majestatis_, intervenendo però la
pace in quei casi, ov’è necessaria la pace; eccetto che, dove non è
intervenuto omicidio o ferite di animo deliberato, s’intenda anche
fatta la remissione del tutto, senza pace, eccetto quello che concerne
l’interesse e pregiudizio del terzo. E così tutti i banditi anche dello
Stato di Milano per i tempi passati siano liberi e assolti.
«8. Che tutti i beni confiscati siano restituiti a quelli di chi erano,
essendo capaci per la presente concessione; e in ogni caso non essendo
essi capaci, siano restituiti a’suoi più prossimi, quali verranno ab
intestato.
«9. Che non sia proibito ad alcuno di questa città il far mercanzia e
artifizio di qualunque sorte che sia permesso nella città di Milano.
«10. Che niuno sia forzato contro sua volontà a venire a stare ed
abitare nella città, ma sia in libertà sua star dentro e fuori.
«11. Che il governo della città si riduca e sia com’era nanti la
investitura e infeudazione o alienazione di questa città.
«12. Che i signori feudatarj siano preservati nei loro privilegi e
amministrazione delle loro giurisdizioni, com’erano nel tempo degli
eccellentissimi duchi passati di Milano, avanti che lo Stato fosse
occupato dai Francesi, osservandosi però sempre il decreto del maggiore
magistrato.
«13. Che sua maestà _perpetuis temporibus_ farà de’ magnifici senatori
residenti in Milano uno dei giureconsulti di questa città.
«Ultimo, che sua eccellenza costringa ognuno che posseda beni nel
territorio di Piacenza, così piacentino come ogni altro, anche
feudatarj, a venire alla debita obbedienza, fedeltà e unione con gli
altri cittadini; e contro gl’inobbedienti si proceda alla privazione
de’ loro beni e altre pene, come meglio parrà a sua eccellenza».
[328] GRISELLINI, _Vita di don Ferrante_; ADRIANI, _Storia_, lib. IV.
[329] SOZZINI, _Diario Senese_, pag. 88.
[330] Brantôme nella Vita di esso scrive: _Le seigneur Strozzi quitta
l’Italie et vint trouver le roy au camp de Marole, avec la plus belle
compagnie qui fût jamais vue de deux cents arquebusiers à cheval, les
mieux dorés, les mieux montés, les mieux en point qu’on eût su voir;
car il n’y en avoit nul qui n’eût deux bons chevaux qu’on nommoit
cavalins, qui sont de légère taille, le morion doré, les manches de
maille, qu’on portoit fort alors, la plupart toutes dorées, ou bien la
moitié, les arquebuses et fourniments de même, ils attoient souvent
avec les cheveaux légers et coureurs, de sort qu’ils faisaient rage;
quelquefois ils se servoient de la pique, de la bourghignote et du
corselet doré, quand il en faisoit besoin; et qui plus est, c’étoient
tous vieux capitaines et soldats bien aguerris sous les bannières et
ordonnances de ce grand capitaine Jeannin de Médicis, qui avoient quasi
tous été à lui, tellement que, quand il falloit mettre pied à terre, on
n’avoit besoin de grand commandement pour les ordonner en bataille, car
d’eux-mêmes se rangeoient si bien qu’on n’y trouvoit rien à redire_...
[331] _Lettere di Principi a Principi_, tom. II. p. 149.
[332] Al ritorno, Enrico II lo trattiene cinque ore d’orologio a
raccontare tutti gli accidenti dell’assedio, soprattutto stupendosi
come egli, collerico e impetuoso, avesse potuto accordarsi con una
gente straniera e puntigliosa; e Monluc gli rispose: — Un sabato andai
sul mercato, comprai un sacco e una corda per legarne la bocca; e
portato che l’ebbi in camera, bruciai una fascina, e preso il sacco vi
chiusi dentro tuttavia mia ambizione, la mia avarizia, li miei rancori
privati, la mia lascivia, la mia ghiottoneria, la mia poltroneria, la
parzialità, l’invidia, le mie particolarità e umori di guascone, tutto
insomma quel che potrebbe pregiudicarmi nel servigio di vostra maestà;
e legato ben bene il sacco, tutto buttai al fuoco». Per le ferite avute
a Siena restò così sformato, che portò sempre una maschera. Nella
strage di San Bartolomeo e nelle guerre civili mostrò tal ferocia,
ch’era intitolato il boja reale; e non che scusarsene e’ se ne vanta,
quasi ciò sia inevitabile. Sul suo sepolcro fu scritto, a imitazione di
quello del magno Trivulzio a Milano:
CI-DESSOUS REPOS LES OS
DE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.
[333] _Il ne sera jamais, dames sienoises, que je n’immortalise
vostre nom, tant que le livre de Monluc vivra: car à la verité; vous
estes dignes d’immortelle louange, si jamais femmes le furent. Au
commencement de la belle resolution que ce peuple fit, de defendre
sa libertè, toutes les dames de la ville de Siene se departirent en
trois bandes: la première estoit conduite par la signora Forteguerra,
qui estoit vestue de violet, et toutes celles qui la suivoient aussi,
ayant son accoustrement en la façon d’une nymphe, court etmonstrant
le brodequin; la seconde estoit la signora Picolhuomini, vestue de
satin incarnadin, et sa troupe de mesme livrée; la troisième estoit
la signora Livia Fausta, vestue toute de blanc, comme aussi estoit la
suite avec son enseigne blanche. Dans leurs enseignes elles avoient de
belles devises: je voudrois avoir donné beaucoup à m’en resouvènir. Ces
trois escadrons estoient composez de trois mil dames, gentils-femmes
ou bourgeoises. Leurs armes estoient des pics, des pelles, des
hottes et des facines. Et en ceste equipage firent leur monstre, et
allerent commencer les fortifications. Monsieur de Termes, qui m’en
a souvent fait le compte (car je n’y estois encor arrivé) m’a assuré
n’avoir jamais veu de sa vie chose si belle que celle là. Je vis leurs
enseignes depuis. Elles avaient fait un chant à l’honneur de la France,
lors qu’elles alloyent à leur fortification. Je voudrois avoir donné le
meilleur cheval que j’aye, et l’avoir pour le mettre icy.
Et puisque je suis sur l’honneur de ces femmes, je veux que ceux qui
viendront après nous admirent et ce courage et la vertu d’une jeune
Sienoise, la quelle, encore qu’ elle, soil fille de pauvre lieu,
merite toutesfois estre mise au rang plus honorable. J’avois fait une
ordonnance au temps que je fus créé dictateur, que nul, à peine d’estre
bien puny, ne faillit d’aller à la garde à son tour. Ceste jeune fille
voyant un sien frere, à qui il touchoit de faire la garde, ne pouvoit
y aller, prend son morion, qu’ elle met en teste, ses chausses, et un
colet de buffle: et avec son hallebarde sur le col, s’en va au corps de
garde en cest equipage, passant lors qu’on leut le rolle sous le nom
de son frere: fit la sentinelle à son tour, sans estre cogneue jusqu’
au matin, que le jour eut point. Elle fut ramenée à sa maison avec
honneur._ MONLUC, Mémoires.
[334] Ap. RICOTTI, _Compagnie di ventura_, IV. 264.
[335] «Dei Lucchesi non bisogna parlare, che stanno come la quaglia
sotto lo sparviere, e sempre con questa ansietà d’animo di non andare
nelle mani del duca, che li circonda collo Stato suo. Ma il duca che
non vede come averli in modo da essere padrone assoluto degli uomini e
dei capitali, li quali sono per la maggior parte in mercanzie e denari
contanti sopra cambj, e che conosce che ogni minimo moto saria un
disertar quella città, perchè i cittadini se ne partiriano abbandonando
con le facoltà loro la patria, come fecero i Pisani, e che vede così
esser difficile non ad impadronirsi di quella città che in un soffio se
la faria sua, ma ad impadronirsi degli uomini che sono quelli che fanno
gli Stati, li lascia nei loro termini viver quieti, ma sì ben sempre in
timore; sì che eziandio in questo modo, lasciandoli nella loro libertà,
gli sono si può dire soggetti». _Relazione_ dell’ambasciatore veneto
Vincenzo Fedeli nel 1561.
[336] «Sono i Senesi molto accomodati, e tutti hanno del proprio, e
non attesero mai ad industria alcuna se non a quella dell’agricoltura,
vivendo molto delicatamente e spensieratamente; e le donne tutte
vivaci e piene di spirito e di lussuria (_lusso_) erano quelle che
facevano la città molto più bella e dilettevole. Ma gli uomini sempre
divisi, e in parte fra loro contendendo insieme fino al sangue, e
tagliandosi a pezzi, hanno fatto che si sono ridotti in servitù:
sebbene dicano pubblicamente che, perfino non saranno tocchi con
le gravezze e con le angarìe dalle quali sono liberi, staranno nei
termini; che altrimenti saranno quelli medesimi che sono stati sempre,
desiderosi di cose nuove, il che conoscendo ed intendendo, il principe
va ponendo loro il freno per levarli d’ogni ardire, ed abbassarli
quanto più può». _Relazione_ predetta dell’ambasciadore Fedeli, che
è bellissimo ritratto dei primordj del principato mediceo. Descritti
i naturali vantaggi di Firenze, prosegue: — Ma a questo quadro si
aggiunge un rovescio molto oscuro e tenebroso, in considerare come
tante nobilissime e ricchissime famiglie, piene di tanti onorati
uomini, soliti a viver liberi ed a governare un sì bello Stato, il
quale era pur loro per natura, si veggono ora da un solo e da un loro
cittadino dominati e governati; e di liberi e di signori che erano,
fatti servi, che a vederli solamente se gli conosce manifestamente
l’oppressione dell’animo; che non so qual maggiore calamità di questa
si possa vedere, di una città dove quello che era di tutti è ora di
un solo, il quale colla potenza del principato tiene in sua mano e le
ricchezze pubbliche e le private». E l’attribuisce a castigo di Dio per
le ingiustizie che la democrazia fiorentina aveva commesse. _Relazioni
degli ambasciadori veneti_; serie 2ª, vol. I. pag. 327.
[337] È famosa nei fasti della tirannide la legge Polverina, dell’11
marzo 1548, stesa da Jacopo Polverino auditore fiscale. Considerato
l’immenso danno che deriva dalle macchinazioni contro i principi, e
sebbene i rei «sieno stati in Firenze in diversi tempi puniti, non
solo essi autori di così crudeli flagizj, ma etiam li loro proprj
figliuoli e discendenti e di relegazioni e di esilj e di confiscazioni,
e non tanto dei loro beni liberi, ma etiam de’ sottoposti a qual si
voglia spezie di fideicommissi e d’obbligazioni, e che siano per tal
conto i detti figliuoli e discendenti, per pena de’ paterni delitti,
stati fatti inabili, e sieno stati privi in perpetuo di tutti gli
officj, onori, dignità e commodi di essa città, e fatti incapaci di
ogni successione»; non vedendo però correggersi con ciò i riottosi per
diabolica istigazione, il duca provvede alla felicità dello Stato collo
stabilire che
Chiunque cospirasse contro la persona del duca e de’ suoi, o la
sicurezza dello Stato, o avendone notizia non lo denunzii, s’intenda
incorso nelle pene inflitte dalle leggi comuni; e vengano perseguitati
in ogni luogo, promettendo cinquantamila fiorini a chi rivela tali
macchinazioni, oltre conseguir le sostanze de’ cospiranti; assolti da
ogni pena se fossero stati anch’essi cospiratori. Eguale premio a chi
ucciderà uno d’essi cospiranti, quand’anche fosse bandito, e condannato
nella vita; e inoltre possano ottener grazia della vita a due banditi
per altra colpa che di Stato: eguale a chi un rubelle conducesse vivo
nelle forze della santa giustizia, quand’anche siano bargelli o persone
pubbliche: ai ribelli s’infligga la pena di morte; e se non siano
in podestà della giustizia vengano banditi, confiscati i loro beni,
quantunque legati a fedecommesso, sostituzione, traslazione; e fin i
beni materni e delle avole che ad essi pervengano; cassando i contratti
che abbian fatto dopo messisi a cospirare.
E «acciocchè non solo essi cospiranti siano puniti e castigati, ma i
figliuoli ancora e i loro discendenti maschi etiam inlegittimi, come
discendenti da corrotta radice, e per tale discendenzia partecipi
del soprascritto contagioso e abbominevole delitto, portino parte
della pena che si convien loro come persone odiose e colpevoli», si
stabilisce che essi pure siano infami, incapaci d’ogni dignità, esuli
in perpetuo e relegati, cominciando al duodecimo anno. Le figliuole
s’intendano solo prive d’ogni successione, e fin de’ beni fedecommessi,
salvo una dote competente. Le doti delle mogli de’ delinquenti
s’impieghino sul Monte dello Stato o in beni stabili, in modo che
non possano conseguirne alcun frutto vita durante: che se muojano
senz’altri figli che dello scellerato, tutto vada al fisco, non ostante
qualsivoglia contratto: bensì possano succedere i figli che abbiano
d’altro letto.
Con queste non s’intende tolta verun’altra delle pene comminate dalla
legge comune o dalle municipali, e non ostante qualsivoglia privilegio,
statuto, provvisione, immunità, capitolazione.
[338] Sono sue le fortezze di Pistoja, d’Arezzo, di San Sepolcro, di
Eliopoli al confine della Romagna, due castelli dell’isola d’Elba, quel
di San Martino nel Mugello, il bastione di Poggio imperiale.
Del modo di quelle milizie Cosmo informava di sua bocca il Fedeli
suddetto: — Io ho una milizia descritta nello Stato di Firenze d’uomini
da diciotto anni fin a cinquanta, e tutti usi alle armi, in numero
di ventitremila, così bene regolati e disciplinati, che si può dire
che questa sia una bellissima banda, tutta armata, parte d’archibugi,
parte di corsaletti e picca. Da questa descrizione è riservata la
città di Pistoja e suo territorio, per gli animi che hanno implicati
nelle parti, e la città di Firenze e suo territorio; chè a questa non
ho voluto lasciar l’arme, ma vi si caveria e miglior gente e in gran
numero in un bisogno importante, come fu nella guerra di Siena, ch’io
me ne servii mirabilmente; così che in tutta quella impresa non altri
che due soli mi si ribellarono, e tutti continuarono sino a guerra
finita; cosa che non fece nessun’altra nazione, che ogni tratto se
ne andavano e se ne fuggivano. In regolare questa milizia ho avuto
grandissima fatica a ridurla obbediente ed in provveder di non essere
rubato nei pagamenti, come io era da principio; ma in questo ho ora
posto così buon ordine, che ben posso al tutto e di tutti rassicurarmi
«Quando si ritrova di tempo in tempo alcuno che passi l’età, o che
si faccia impotente, o che abbia qualche altra legittima causa di non
poter essere soldato, subito si mette un altro in suo luogo, e si vanno
descrivendo eziandio alla giornata quelli che pervengono alli diciotto
anni. Quando poi mi occorre di levar una banda dalla provincia, faccio
cavar dal libro della descrizione generale un ruolo a San Pietro, con
li cognomi, nomi dei padri, e segni, e con li pagamenti stabiliti a’
capitani, sergenti ed alfieri e capi di squadra; e con una lettera mia
e con il denaro bollato in gruppo, mando l’ordine al commissario di
quella città dove voglio levare la gente; il qual subito col ruolo in
mano chiama la gente e la paga, e quelli se ne vengono tutti spediti,
perchè sanno che hanno da camminare; e così immediate marciano dove
dai capi sono guidati. E quest’ordine ho io ridotto così facile, che
in cinque soli giorni li metto tutti insieme ed uniti in campagna:
perchè in due giorni e mezzo va il comandamento per tutto lo Stato,
e in due giorni e mezzo sono tutti uniti. Ma quando è il tempo delli
raccolti e di far i servizj della villa, ordino che li contadini siano
lasciati a casa persino che dura il bisogno della campagna. Ho poi
fatto una descrizione per tutto lo Stato di dodicimila guastatori,
tutti uomini di campagna forti e robusti, e sono tutti per pelo o per
segno descritti; e di questi me ne posso servire mo’ di una parte, mo’
dell’altra in quel modo che io voglio, scambiandoli di continuo secondo
il bisogno, e adoperandoli sì nella guerra come in altre opere secondo
la mia volontà.
«Di quel di Siena io cavo poco per adesso, per le esecuzioni fatte
loro per la guerra, ma penso ridurli a buoni termini. Ora ne cavo
poco più di centomila ducati oltre la spesa; e questo denaro si cava
solamente dai pascoli, dal sale e da due dazj, li quali spero io che
si faranno molto maggiori presto, perchè torneranno li traffichi, e
moltiplicheranno le genti. La milizia descritta è di settemila uomini,
tutta gente eletta (che il Senese fa sempre buoni soldati), ed è
governata col medesimo ordine e con la stessa disciplina che ho detto
esser quella di Firenze. Di modo che dell’uno e dell’altro Stato di
Firenze e Siena avrò sempre pronti trentamila fanti, senza che li Stati
predetti patiscano.
«De’ cavalli non son molto in ordine, ma presto farò di maniera che ne
avrò una banda di mille e cinquecento; perchè in tutti due li Stati vi
sono molti gentiluomini, ed altri che tengono cavalli per loro uso,
ai quali dando io due scudi al mese in tempo di pace, supplisco al
mio bisogno con poca spesa, e terranno buoni cavalli con questo poco
intertenimento.
«Io mi sono posto poi con tutti gli spiriti alle cose di mare, e ho
delle galere fatte, e tuttavia se ne fanno, e continuerò a farne,
e le terrò in ordine di tutte quelle cose che fanno bisogno per
poterle armare; chè ciurme non me ne mancheranno, e d’avvantaggio, se
occorrerà in servizio delli miei amici; fra poco tempo ne voglio avere
trenta in ordine. E per avere nel mio Stato tutte le cose per bisogno
dell’arsenale, quest’anno ho posto in ordine per il tessere cotonine da
far le vele; chè il resto nasce tutto sul mio in grandissima copia, e
da servirne chi ne volesse».
[339] Non si può immaginar festa più insigni, di quelle per le
nozze del granduca Francesco Medici colla regina Giovanna d’Austria,
descritte a lungo dal Vasari, e dove tutto il giro della città ebbe
archi, statue, ritratti, iscrizioni, poi apparati diversi di comparse,
di teatri, di musiche, continuati per molti giorni. Il Vasari stesso
ordinò e descrisse quelle pel battesimo del loro figlio.
[340] L’ambasciadore Fedeli diceva di lui: — Avendo provato la cattiva
poi la buona fortuna, e l’uno e l’altro modo di vivere, e l’una e
l’altra condizione de’ tempi, s’è fatto molto prudente e savio, e si è
conservato ed ingrandito, e ha superate tutte le difficoltà, scoperte
tutte le congiure; e vinti e debellati tutti li suoi potentissimi
nemici, e quelli avuti nelle mani ha castigato di modo che con le
persecuzioni s’è assicurato e con le guerre confermato; talmente che
oggidì si dice in Firenze che ogni tumulto, ogni guerra, ogni assedio,
ogni vittoria ed ogni morte si vede esser seguìta per fermare e
stabilire in Cosmo questo principato...
«Questo principe governa gli Stati suoi con un grandissimo rigore
e spavento; vuole la pace, l’unione, la tranquillità fra i suoi
popoli e cittadini, li quali non ardiscono pur muoversi; e non
vuole che si parli d’odj, d’ingiurie, d’inimicizie e di vendette,
nè che più si nomini nè parte guelfa nè ghibellina, nè parte
panciatica nè cancelliera, nè piagnoni nè arrabbiati, sebbene tutte
fra loro queste parti sieno piene di veleno. Tiene una giustizia
incomparabile, e così grande, così eccessiva, così espedita, e così
a tutti indifferente, che fa stare ciascuno ne’ termini; e in ciò
mette grandissima cura acciocchè non segua disordine, e non sia fatto
torto ad alcuno nè ingiustizia, e che tutti siano eziandio de’ loro
errori indifferentemente castigati e puniti. Finalmente colla quiete
de’ popoli, con l’abbondanza, con la pace e con la giustizia si fa
sempre più degno del principato: nè manca in cosa alcuna, ponendo
ogni cura e diligenza che gli ufficiali di dentro, e li reggimenti e
governi di fuori siano sempre d’uomini periti, pratici e intelligenti,
e soprattutto che siano buoni e fedeli; e come ne scuopre un tristo
o parziale, lo cassa e lo punisce senza rispetto alcuno; e non sono
molti mesi che una mattina assistendo all’udienza del magistrato degli
Otto, che è il supremo nelle cose criminali, li mandò tutti a casa
con ignominia, e dubitavasi di peggio assai, solamente per mostrarsi
parziali in un caso che aveva bisogno di pronta e severa risoluzione;
di modo che le cose civili e criminali sono con grandissimo studio
spedite ed amministrate.
«Ha medesimamente provveduto per la difesa de’ suoi popoli, per la
conservazione de’ suoi Stati, per l’aumento della sua grandezza, e per
la futura autorità e dignità de’ suoi posteri e successori; perciocchè
ha disposto sotto perpetui ordini una onorata e valorosa milizia di
fanti trentamila, tutti disciplinati e tutti descritti da anni diciotto
fino a cinquanta, li quali in cinque giorni si possono unire e porsi
tutti insieme in campagna; e si può eziandio servire di molto maggior
numero se vuole, per la buona e numerosa gente de’ suoi Stati.
«Di cavalli, volendone tenere una banda di duemila, ne va ogni dì
facendo, ma con grandissima difficoltà, per la carestia che ha il paese
di cavalli: pur mi disse che pensava di facilitar l’espedizione col
fare una nuova descrizione di tutti quelli del suo Stato, che o per
comodità o per sollazzo o per onorevolezza tenessero cavalli, e con
due scudi al mese in tempo di pace, e con qualche esenzione personale
o privilegio di portar l’armi, obbligarli a star bene a cavallo, con
promessa di pagarli in tempo di guerra: e con questo modo pensava di
dar pronta esecuzione a questo suo disegno, come darà, perchè quello
che egli vuole senza replica sempre si eseguisce.
«Ha poi una descrizione di dodicimila guastatori, tutti uomini di
campagna robustissimi, delli quali, sebbene sono fatti per adoperarli
nella guerra, se ne serve però anche in tempo di pace, secondo
il bisogno, ad assettar le strade, a cavar fossi, seccare paludi,
bonificar terreni, e così fa opere grandi e maravigliose che è uno
stupore; volta le acque e i fiumi dove che vuole per ridurre il paese
all’agricoltura.
«Fa poi di continuo lavorare intorno le munizioni di polvere, e gettare
artiglierie, che finora n’ha pezzi cento da batteria ed altri infiniti
da campagna; e a questo si aggiunge una elevazione di capitani valorosi
di diverse nazioni, tutti esercitati nella guerra, i quali sono al
numero di centoventi, che tutti seguono la Corte, e tutti hanno soldo
da diciotto fino a venti, venticinque, trenta e quaranta scudi al mese
per uno...
«Non entra nè esce cosa alcuna dalle città dello Stato, che tutte
non paghino pur qualsivoglia minima cosa; nè in ciò vi è rimedio,
tanta è la esatta diligenza dei dazieri e deputati, che tutti sono
per conto del principe, il quale non affitta nè appalta alcun dazio
o gabella, e però si fa la esazione con molta cautela e riscontri,
e quelli che hanno i carichi stanno sempre con spavento nel rivedere
de’ conti, perchè il principe punisce gl’intacchi severissimamente;
il quale, con aver fatto impiccare un suo favoritissimo, e che però
rubava con sicurtà, nominato messer Giuliano del Tovaglia, uomo già
fatto ricchissimo e al quale a tutte l’ore era l’adito aperto di poter
entrare dal duca, ha dato un esempio perpetuo a tutti li suoi ministri.
E mi ricordo che sua eccellenza un giorno mi disse, che in regolare
il suo Stato il tutto gli era stato facilissimo, ma che il provvedere
di non esser rubato l’avea trovato difficilissimo, e l’avea ottenuto
con gran fatica, parendogli però d’esser ora sicuro che li ministri
s’abbino a guardare di torgli pur un quattrino; li quali per la verità
stanno sempre in un terrore grandissimo, talmente che non bisogna
pensare di potere far contrabbandi nello Stato suo.
«Ha un corpo di assai più che comune statura, robustissimo e forte;
nell’aspetto è molto grazioso, ma quando vuole si rende tremendo;
nelle fatiche e negli esercizj è indefesso, e molto si diletta delle
cose ove abbisogni agilità, forza e destrezza, talmente che nel levar
dei pesi, nel maneggiar dell’armi, nei torneamenti dei cavalli, e nel
giuoco della palla e nella caccia, non vi è chi lo superi, e stracca
ognuno. Ed in simili piaceri delli quali si diletta molto, e nel
pescare e nel nuotare è la totale sua ricreazione, e si spoglia allora
d’ogni autorità e dignità, e sta con molta domestichezza burlando
con tutti molto famigliarmente, e vuole che tutti i suoi egualmente
piglino questa sicurtà senza avergli rispetto alcuno: ma fuori di
questi esercizj non riconosce persona, come se vista e conosciuta mai
non l’avesse, nè v’è chi fosse ardito di far pure un minimo segno di
famigliarità, e si ritira immediate nella sua solita severità, talmente
che è fatto un proverbio nella città, che il duca si disduca e s’induca
quando vuole, perchè si fa privato e principe a sua posta. Ma questo fa
solamente con i suoi, perchè con gli altri non si domestica mai, nè fa
punto copia di se stesso se non quando porta il bisogno del negoziare.
«Così come è grande nel maneggio e nel governo dello Stato, così già
soleva usare tutte le grandezze in tutte le cose: ma da un tempo in qua
è molto rimesso e ritirato, e nelle cose della casa non vive in vero da
principe con quelle grandezze esquisite che sogliono usare gli altri
principi o duchi, ma vive come un grandissimo padre di famiglia, e
mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una
tavola moderatamente ornata; nè li figli fanno da sè tavola, nè altra
spesa come s’usa nelle altre corti, ma tutta è una spesa ed una sola
corte; e così nell’andar fuori o per la città e in campagna, dove va il
duca va la moglie e figliuoli e tutta la casa, con una guardia sempre
a canto d’una banda d’Allemanni, d’una compagnia di cavalli leggieri e
di cento archibugieri, che non mancano mai; e lui sta sempre armato di
maniche, giaco, spada e pugnale con la sua numerosa corte che lo segue;
e dove va la sua persona vanne tutti li suoi capitani pensionati e
stipendiati, che manco di seicento cavalli non sono mai, i quali tutti
ad un suon di tromba si muovono; e tutto è ridotto a tanta facilità,
che li muli e carriaggi, che sono infiniti, sono subito pronti e presti
in seguire; nè altri poi vi sono che gli facciano corte di quelli
della città, perchè il duca non vuole che nè le donne nè gli uomini
si occupino in altro che nelle loro faccende, per non esser nè atti nè
assuefatti a questo, come è usanza nelle corti degli altri principi.
«Soleva già questo principe dare la spesa e fare una tavola per
chi voleva andare; ora l’ha levata del tutto, e non la fa se non in
campagna, e non sempre. Soleva tenere una stalla regia di tutte le
sorta di preziosi cavalli; ora tiene tanto che basta. Soleva nelle
cose della caccia far una grandissima spesa; ora se la passa con ogni
mediocrità, e fa che li privati suppliscano, che il tenere un buon
falcone o un buon cane si reputa favore. Ed ha ristretto finalmente
tutte le spese superflue, nè si vede tenere in altro la mira che in
accumular tesori.
«Confinando assai con lo Stato della Chiesa, non può avere il duca
maggior disturbo se non da quella banda; chè nessun altro principe
gli può far guerra offensiva, nè solo nè accompagnato con altri, se
non ha la comodità delle vittovaglie e delle monizioni da quello
Stato. Nè bisogna pensare che in Toscana vi possa durare molto un
esercito grosso; perchè il duca ha introdotto un bell’ordine ne’ suoi
Stati in tempo di pace, acciocchè in tempo di guerra e quando bisogni
non patiscano, e non si renda difficile l’osservarlo; e l’ordine è
questo: che tutti li grani e tutti li vini, subito fatti i raccolti,
si portano e si conducono nella città e luoghi forti, e li contadini
e gli uomini di campagna ne vanno poi a pigliare per li loro bisogni
di tempo in tempo; e di quello che entra e di quello che esce se ne
tiene particolar conto, e tutto passa per bollettini e licenze senza
alcuna spesa; di modo che sempre la campagna è vuota, e le terre,
città e luoghi forti sono pieni; e mai, arrivato colui che facesse
in ciò fraude: ma è tanto il terrore, che non vi è alcuno che ardisca
contraffare agli ordini dati.
«E questa cosa di far monti di provvisioni cammina con tanta esattezza
e così facilmente, che il principe sa sempre a dì per dì fino a un
granello quanto vi sia in ogni luogo, premiando gli accusatori,
e castigando li trasgressori gravissimamente: e con questi modi
s’assicura dalli potenti eserciti, e delli minori non teme, per aver il
modo di cacciarli e di romperli».
[341] Quelle lettere furono pubblicate a Berlino nel 1848 da G. Heine
col titolo _Cartas al emp. Carlos V en les anos del_ 1530-32.
[342] Ivi condusse seco Giovanni Torriano cremonese, oriolajo e
meccanico valentissimo, che Famiano Strada qualifica l’Archimede di
quel tempo, e che inventò la macchina, da cui a Toledo l’acqua del Tago
è sollevata fino alla cima d’Alcazar; faceva automi ingegnosissimi, ed
eseguì l’orologio pubblico di Pavia con mille cinquecento ruote, che
indicava i movimenti dei pianeti.
[343] Aveva per banchieri i Fugger d’Augusta, negozianti ricchi quanto
già i Medici e gli Strozzi di Firenze, e che come questi proteggevano
le arti, raccoglievano libri, iscrizioni, letterati, onde Roberto
Stefano gloriavasi del titolo di stampatore di Ulrico Fugger. Questa
casa fin dal secolo precedente nelle sue corrispondenze facevasi
mandare informazioni di tutti i fatti; le quali si cominciarono a
stampare col nome di _Ordinari Zeitungen_ e _Extraordinari Zeitungen_,
origine della famosa Gazzetta universale d’Augusta. Dovendo Augusta
pagare ottantamila fiorini d’oro, quella casa li fece coniare. Carlo V
li teneva carezzati, alloggiava da loro, e nel 1530 tornando d’Italia,
si scusava di non poter ancora soddisfare le cambiali che aveva ad essi
rilasciate; e al tempo stesso dolevasi che, quantunque fosse giugno
e in Italia estate spiegata, colà si sentisse ancor freddo: allora
i Fugger gli accesero il camino colle cambiali stesse di lui, e con
legni di cannella che costava due zecchini la libbra. Teneano sempre
un di loro famiglia a Venezia per assistere al banco che vi aveano nel
fondaco de’ Tedeschi; ed Enrico III, quando passò da Venezia nel 1574,
andò a fargli visita.
[344] SEGNI, _Storie fiorentine_, lib. XL. — Un dì, liberamente
ragionando meco, sua maestà mi ha detto essere di natura fermo nelle
opinioni sue. E volendolo io scusare, dissi: — Sire, l’esser fermo
nelle opinioni buone è costanza, non ostinazione»; ed egli mi rispose
subito:. — E qualche volta son fermo nelle cattive». _Relazioni di Roma
di Gaspare Contarini._
[345] NORIS, _Guerra contro Paolo IV_, lib. I. pag. 6.
[346] Vedasi il giornale delle lettere di Bernardo Navagero al senato
veneto, sotto il 21 maggio e 28 giugno 1557.
[347] NORIS, lib. cit., pag. 11.
[348] Nella _Relazione_ letta in senato da Giovanni Michiel, reduce
dall’ambasceria di Francia il 1561, leggiamo: — In secreto la regina
(Caterina) non può addolcir l’animo verso del duca Cosmo, ancorchè
sia della medesima casa, e lo veda accrescere e farsi ogni dì più
grande; chè non solo la grandezza sua non gli piace, ma, per contrario,
ognora gli è più molesta: e la causa non si sa se sia ingiuria privata
ricevuta dal duca (oltre la pubblica d’aver accordato col re dopo
la presa di Siena col mezzo del cardinal di Tornone, e poi, senza
occasione, rotto la capitolazione, essersegli dichiarato nemico), o sia
per istigazione de’ molti fuorusciti fiorentini che sono in Francia,
che accendono a tutte le ore essa regina all’odio del duca e alla
restituzione della libertà, della quale in pubblico e in secreto (o
finga o sia da vero) ella ne mostra grandissimo desiderio. E so dire
a vostra serenità, per relazione di persona atta benissimo a saperlo,
che subito ch’ella seppe che vi era principio di diffidenza tra il re
di Spagna e il duca, diede in commissione con una scrittura di sua mano
alla regina sua figliuola, nel mandarla a marito, di fare per parte sua
quel peggior uffizio che potesse contro esso duca. E tra le altre cose
perchè desiderasse vedersi col re Filippo, era per confirmar meglio
quel re ad averlo in disgrazia, ed esortarlo alla ruina sua. E per
confirmazione di questo, so che quando da più vie si divulgò in Francia
che l’imperatore, con permissione del re Filippo, era per dimandar la
restituzione di Siena al duca, andati alcuni gentiluomini fiorentini
alla regina per dirle che aveano deliberato, se così le paresse bene,
d’andar un di loro in Ispagna per raccomandare con quest’occasione
a quel re le cose loro, e metterle innanzi molte sorte di partiti
per offesa del duca, la regina non solo li laudò, ma disse che daria
loro efficacissime lettere di sua mano. Ed essendole poi detto dalli
medesimi, che temevano di non aver ad essere scoperti e impediti dal
duca, perchè, intendendolo, i signori di Guisa l’avriano fatto saper al
duca di Ferrara, e lui a Fiorenza, per il parentato e unione che è tra
loro: — No, no (disse la regina), a questo io rimedierò benissimo, che
i Guisa non lo sapranno, e se «lo sapranno, si guarderanno benissimo
di non offendermi». Consideri ora vostra serenità se con questo mal
animo della regina, e con l’autorità che ha, se venisse occasione
d’offenderlo, si restasse di farlo».
[349] ZILIOLO, _Vite de’ poeti_, ms.
[350] RICOTTI, IV. 115; e _Scelta di azioni egregie operate in guerra
da generali e da soldati italiani_; Venezia, 1742.
[351] CAMBI, _Storia di Cremona_.
[352] Tra altri gli fecero quest’epitafio:
_O Deus omnipotens, crassi miserere Vitelli_,
_Quem mors præveniens non sinit esse bovem._
_Corpus in Italia est, tenet intestina Brabantus_,
_Ast animam nemo. Cur? quia non habuit._
[353] MARIN SANUTO, _Diarj_.
[354] Paolo Contarini, balio a Costantinopoli nel 1580, scriveva alla
Signoria: — Mustafà bascià a me fece grandissime cortesie, mostrando
risentimento grande della morte del clarissimo Bragadin di felice
memoria, e affermando non aver avuto alcuna parte in essa, e che fu
tutta opera di Araparmat, il quale poi ne patì la pena, perchè nel
luogo stesso che fu scorticato quel povero martire, essendo egli
vicerè in quel regno, fu in una sollevazione de’ Gianizzeri impiccato».
_Relazioni degli ambasciadori veneti_, vol. IX.
All’assedio di Famagosta assisteva Girolamo Maggi di Anghiari, valente
filologo e giureconsulto, che scrisse molte opere, fra cui la più
notevole è il trattato _Della fortificazione delle città_. Vi espone
molte macchine belliche da esso medesimo inventate, e delle quali pare
siasi servito a difesa di Famagosta. Caduta questa, restò prigioniero
e fu venduto a un capitano di nave che lo menò a Costantinopoli. Ivi
nello studio cercò distrazione, e alfine riuscì a fuggire e ricoverarsi
in casa dell’ambasciadore cesareo: ma il gran visir lo scoperse, e lo
fece strangolare nel 1572.
[355] SERENO, _Comm. della guerra di Cipro_, pag. 191. — Pochi
giorni dopo la battaglia delle Curzolari fu stampato a Venezia un
opuscoletto: «L’ordine delle galere et le insegne loro con li fanò,
nomi et cognomi delli magnifici et generosi patroni di esse che si
ritrovarono nell’armata della santissima lega al tempo della vittoriosa
et miracolosa impresa ottenuta et fatta con lo ajuto divino contro
l’orgogliosa et suprema armata turchesca. Fidelmente posto in luce in
Venetia presso Giovan Francesco Camotio MDLXXI». Vi sono divisate le
cinquantatre galee del corno sinistro; poi le trenta della battaglia
reale, ossia del centro, a sinistra, e trentadue a destra; poi
cinquantacinque del corno destro; e trentasette di retroguardia o
riserva.
[356] Andrea Provana, detto monsignor di Leiny, vi serviva con tre
galee piemontesi: d’una rimasero vive soia dodici persone, e vi fu
ferito a morte Francesco di Savoja.
[357] SANSOVINO, _Venetia città nobilissima et singolare_, lib. X. Per
la battaglia di Lepanto Francesco Zane fece un epigramma, il cui prima
distico è tutto di parole cominciate in _T_ (_Thrax trux turca trahit
tantos terrore tumultus_), il secondo in _F_, il terzo in _P_.
NATALE GENNARI, _Della santa triplice alleanza del S. P. Pio V contro
Selim II, battaglia di Lepanto e trionfo di M. A. Colonna_. Roma 1847.
[358] Tra i fuggiaschi da Cipro fu Giasone di Nores, che si piantò a
Padova, e v’ebbe la cattedra di filosofia morale. Lasciò molte opere
più erudite che belle, fra cui una retorica e una poetica. In questa
condannava le tragicommedie pastorali; e il Guarini, che credea colpito
specialmente il suo _Pastor fido_, vi rispose acremente. Pietro di
Nores suo figlio scrisse pur egli alcune opere, fra cui una vita di
Paolo IV, pubblicata solo testè.
[359] La relazione di Gianfrancesco Morosini, balio a Costantinopoli
nel 1585, dice:
«Le forze marittime, con le quali il granturco difende il suo impero,
sono tali, che non ci è nel mondo altro principe che ne mantenga
maggiori di lui, perchè ha nel suo arsenale un grandissimo numero di
galere, e ne può molto facilmente far davantaggio quando vuole, perchè
ha abbondanza di legnami, di ferramenti, di maestranze, di pegola, di
sevi e d’ogni altra cosa necessaria per questo effetto.
«È vero che al presente non si ritrovano in pronto tutti quelli armezzi
che sariano necessarj per armare i corpi delle galere che sono in
essere, e molto meno quelle che di nuovo il gransignore ha ordinato che
si facciano, ed ha mancanza di cotonine di che fanno le vele, e d’altre
cose; ma è così grande la sua possanza, che con prontezza e facilità,
quando gliene venga voglia, potrà far provvisione di tutto quello che
gli manca, come ha già dato principio a provvedere.
«De’ galeotti, quando il gransignore vuole dal paese uomini e non
denari, ne avrà sempre abbondantemente per fare ogni grossa armata,
siccome anco avendo tanta gente pagata, come la vostra serenità ha
inteso, potrà sempre mettervi sopra quel numero di soldati che vorrà:
li quali anco vi sogliono andare molto più volentieri che non vanno per
terra, così per la comodità, come anco per la manco spesa.
«È ben vero che la fortezza dell’armata turchesca consiste in trenta
ovvero quaranta galere, che sono armate di schiavi cristiani, e tutto
il resto è simile e forse peggiore delle galere che si armano qui di
contadini, e tutte insieme confessano li medesimi Turchi che non sono
così buone come quelle de’ Cristiani. Ed in questo proposito non voglio
lasciar di deplorare la semplicità de’ principi cristiani, che potendo
levar in gran parte a’ Turchi il nervo delle loro forze marittime,
non pare che vi pensino; e questo saria procurando con destro modo di
ricuperare tutti gli schiavi cristiani che si possono avere con denari,
perchè questi sono li marangoni, li calafati, li compagni, li comiti,
li padroni e anco li galeotti che fanno buone le loro galere, li quali
con molta facilità si potriano liberare, con grande gloria del Signore
Dio e benefizio di quegl’infelici, e sicurtà di tutta la repubblica
cristiana».