NOTE:

[1] I collegati lombardi il 1177 in Ferrara dicevano a papa Alessandro

III: _Nos gratantes imperatoris pacem recipimus, salvo Italiæ honore;

et ejus gratiam, libertate nostra integra manente, præoptamus. Quod ei

de antiquo debet Italia, libenter exsolvimus, et veteres illi justitias

non negamus. Libertatem autem nostram, quam a patribus nostris, avis,

proavis hereditario jure contraximus, nequaquam relinquemus, quam

amittere nisi cum vita timemus._ ROMUALDI SALERNITANI _Chronicon_, Rer.

It. Script., tom. IV.

[2] Quelli che anche oggi compiangono o deridono gl’Inglesi perchè

non hanno cinquecentomila soldati, nè gendarmi e fortini, ci beffino

del compiacerci della domesticità di que’ regolamenti dei Comuni,

che direbbonsi contratti d’affitto tra un buon padrone e i suoi

famigli. All’elezione di ciascun doge, Venezia gli stendeva i patti

che dovea giurare, e ch’erano come la costituzione impostagli. La più

antica promissione che si conosca, è di Enrico Dandolo nel 1192, in

una pagina; mentre quella dell’ultimo doge è un volume di trecento.

In quella del 1249, il doge Marino Morosini promette operar sempre

ad onore di Dio e della santa Madre Chiesa, e a saldar la fede: —

Quelli che ci saranno dati dai vescovi come eretici, faremo bruciare.

Studieremo all’onore e al profitto di Venezia. Faremo rendere esatta

giustizia senza dilazione. Se i giudici fossero discordi, sicchè noi

dovessimo proferire, ci porremo dalla parte che ci parrà migliore

secondo lo statuto; e se manchi lo statuto, secondo l’uso; e se

manchi l’uso, secondo la nostra coscienza (_Non si riferiscono dunque

alla legge romana_). Nel consiglio prenderemo il partito che ci

appaja migliore, e manterremo il secreto. Studieremo di ricuperare

e conservare incolumi i lidi, le terre, le acque, le vigne, i boschi

spettanti al dogato, di cui godiamo le rendite. Se sapremo che qualcuno

sia debitore al Comune di Venezia, faremo che sia escusso, e così per

le condanne de’ consoli de’ mercanti. Non daremo bollette per estrarre

chechessia senza il consenso della maggior parte del Consiglio.

L’elezione dei vescovi rimanga in potere del clero.

«Non esigeremo la quarantesima, l’ottantesima e le altre ragioni che i

visdomini del Comune soleano prendere; nè di ciò che viene dalla Marca

d’Ancona, eccetto i pomi di Lombardia, de’ quali avremo due parti e

la terza i visdomini; nè di quanto entra per mare, nè del sale, nè del

dazio di Cabodarzere, nè della peschiera e beccheria, salvo l’onoranza

della nostra curia che dobbiamo avere ogni giovedì grasso. Anche le

quarantesime degli altri Comuni rimangano al pubblico, eccetto il dazio

dei gamberi e quello delle ciliegie di Trevisana. Non c’immischieremo

negli affari di Chioggia senza la maggior parte del Consiglio, salvo

la gondola, il fieno, il vino, e le altre onorificenze nel ricever noi

e i nostri messi, e quel che si deve farci quando volessimo andare a

caccia; eccettuate pure le appellazioni e gli interdetti che ci fossero

portati.

«Il Comune farà tutte le spese per legazioni e per eserciti

all’occorrenza. Daremo a prestanza le quindicimila lire di nostro

salario, e gli altri beni nostri. Non manderemo ambasciate o lettere

al papa, all’imperatore, a re o ad altri pel Comune nostro senza la

maggioranza del Consiglio. Le lettere che da essi ci fossero mandate

non apriremo prima di farle vedere ai nostri consiglieri o alla maggior

parte di essi. Le altre lettere per affari del Comune potremo aprire e

leggere e tenerle in segreto, se giudicheremo vantaggioso a Venezia.

«Ai nostri giudici di palazzo daremo ogni anno per ciascuno quattro

anfore di vino delle viti di Chioggia: e se, che Dio tolga, le vigne

non ne portassero, ne farem dare dell’altro. Dalle scuole di mestieri

non esigeremo alcun lavoro oltre il consueto, se non colla volontà

della maggioranza del Consiglio. Ciascuno andrà a negoziar dove vuole

senza contrasto. La nostra moneta sempre dovremo ricuperare e tenere in

cumulo, se altrimenti non paja al Consiglio. Puniremo i falsatori della

moneta o dei sigilli.

«Non riceveremo doni da chichessia, eccetto acqua rosata, fiori e

foglie, erbe d’odore, e balsamo; qualunque altro dono sia fatto a

noi, o ad alcuno per riguardo nostro, lo farem restituire fra tre

giorni al tesoriere del Comune. Potremo però noi e i nostri nunzj

ricevere vettovaglie cotte, fiale di vino, selvaggine, cioè un capo

per giorno, da chiunque le porti, e dieci paja di uccelli, e frutti

sin al valore di dieci soldi, purchè non venga da persona che domandi

qualche servizio nella curia. Altrettanto farem giurare alla dogaressa

e a ciascun nostro figlio quando sia in età, e alle nuore. Se faremo

nozze in palazzo, o quando vi meneremo la dogaressa, potrem ricevere

qualunque maniera di doni comestibili.

«Noi per la nostra entrata avremo la somma di duemila denari,

cinquecento al mese dal Comune di Venezia, settanta da quel di Veglia,

settanta dai Tiepolo conti di Absaro, metà dei drappi a oro che suol

darsi a san Marco dai signori di Negroponte, le onoranze e rendite

dell’Istria e delle acque e pesche del ducato, quali le ebbe il nostro

antecessore.

«Quando sei del minor Consiglio fossero concordi colla maggioranza del

gran Consiglio che dovessimo abdicare, abdicheremo senza condizione.

Faremo che i capi contrada, eletti per riparare le ingiurie e ricevere

l’obbedienza, giurino secondo il prefisso. Daremo dodici marche

d’argento per fabbricare quattro trombe, che rimarranno dopo la nostra

morte presso i procuratori della fabbrica di San Marco. Potremo dare

a chi vorremo le camere del nostro palazzo, che abbiano la porta di

fuori; e dovrem fare il tetto al palazzo a spese nostre quando occorra.

Al beato Marco daremo un panno lavorato a oro del valore di venticinque

denari almeno. Baderemo che dai nostri consiglieri si facciano venire

duemila moggie di frumento per mare, ed anche altre mille se non li

dispensiamo noi e il minor Consiglio e i Quaranta.

«Terremo con noi venti servi, contandovi quelli di cucina, avendo per

essi venti armadure di ferro; inoltre un notajo a nostre spese per

servizio del Comune, e datoci dal Consiglio; e uno che tenga il sigillo

nostro. Quello cui daremo le chiavi delle carceri, sarà buono e leale

secondo la nostra coscienza. Per le udienze d’ogni giorno seguiremo

l’uso, e in esse non gioveremo all’amico, nè noceremo al nemico».

Si paragoni coi giuramenti di consoli e di podestà, da noi addotti al

Cap. LXXXV.

[3] Nel 1783 il re di Danimarca decreta che un servo convinto di

essersi fatto pettinare da un parrucchiere, pagherà quattro scudi

d’ammenda per volta. Nel 1814 l’elettore d’Assia Cassel vieta di dar

del signore (_herr_) a chi non sia nobile.

[4] Anche adesso a Londra, quando s’insediano i nuovi sceriffi, e

che sono presentati ai giudici di Westminster, il pubblico banditore

intima ai possessori d’un pezzetto di terra chiamato la Landa e d’un

altro detto la Fucina, di rendere omaggio e pagare il loro canone; e un

usciere compare, porgendo agli sceriffi due farcine per la Landa, e sei

ferri di cavallo con sessantun chiodi per la Fucina.

Se a spiegare i nostri Comuni citiamo spesso l’Inghilterra, n’abbiam di

che.

[5] MACHIAVELLI, _Della riforma di Firenze_.

[6] MACHIAVELLI, _Discorsi_, I, 12.

[7] Il Machiavelli dice che «da Alessandro VI indietro i potentati

italiani, e non solamente quelli che si chiamavano potentati, ma ogni

barone e signore benchè minimo, quanto al temporale stimava poco la

Chiesa». _Principe_, XI.

[8] Francesco Sforza dava una lettera _e Firmano nostro, invito Petro

et Paulo_.

[9] Le trattative sono nell’archivio delle Riformagioni a Firenze, Cl.

II. dist. III. Nº 9.

[10] È denigrato da tutti gli storici; pure una sua lettera, inserita

nel vol. I dell’Archivio storico, ne dà molto miglior concetto. Il re

di Napoli gli aveva esibito lo stato d’un Sanseverino conte di Cajasso;

ed egli si profonde in ringraziamenti, ma soggiunge: — La regia maestà

sa quale è stata la vita de’ miei passati, che civilmente sono vissuti

delli loro traffichi e possessioni, nè mai hanno cerco avere stato

altro che privato. Io non sono per degenerare in questo dalli modi

loro..., e però pregate quella che... mi perdoni se io non accetto

quello che lei mi dà...; e se pure vuole beneficarmi, degni farlo

ordinariamente in quello che li pare costì con li miei del banco. Da

Firenze, 6 maggio 1494».

[11]

Io vidi a Roma entrar quella superba

Che va tra’ fiori e l’erba

Sicuramente; mi restrinsi alquanto

Ove io conduco la mia vita in pianto.

Poi — Mira (disse), figlio, crudeltade;

E qui scoperse da far pianger sassi...

E lacerato in mille parti il petto

Fuor dell’umìl suo primo santo aspetto.

_De ruina Ecclesiæ_, scritti nel 1473.

[12] Lettera 25 gennajo 1490 delle pubblicate dal padre Marchesi.

Esistono molti libri sacri da lui postillati, e cita continuo la

Bibbia.

[13] — Quanto io fossi per natura inetto a questo ufficio del

predicare, ne ha fatto fede l’esperienza. Onde avendo io esercitato

per comandamento de’ miei superiori dieci anni questo tale ufficio,

ero, non solamente al mio parere, ma di tutti li uditori, reputato

inettissimo, come quello che non avevo punto di voce, nè grazia

di pronunzia, nè modo del dire, da poter dilettare lo animo degli

uditori». _De veritate prophetica_, cap. V.

[14] Prediche sopra l’_Arca di Noè_, l’avvento 1492.

[15] Sermone fatto a molti sacerdoti in San Marco, il 15 febbrajo 1498.

[16] Per la IV domenica di quaresima.

[17] _De veritate prophetica_, cap. V.

[18] Ciò leggesi nella _Vita del Savonarola_, pubblicata dal Manso

(BALUZIO, _Miscell_., tom. I, ediz. di Lucca). Il Poliziano, nell’Ep.

II del lib. IV descrive a minuto gli estremi momenti di Lorenzo, senza

un cenno di ciò, anzi facendolo morire cristianamente. Ne taciono pure

i _Ricordi storici_ di Filippo Rinuccini, avversissimo ai Medici.

[19] Predica XXI.

[20] Predica XXIII.

[21] Pronostici intorno ai mali che verrebbero dalla calata de’

Francesi ne corsero molti, e singolarmente quelli di san Francesco

di Paola e del beato Vincenzo d’Aquila. Nei processi del Savonarola

è mentovata una Madonna Camilla de’ Rucellaj, alla quale mandavasi a

chiedere quel che s’avesse a fare, ed essa dava i responsi avuti per

rivelazione; ed anche una Bartolomea Gianfigliazzi, «la quale avea sue

devozioni e suoi spiriti, secondo diceva».

[22] _Vita del Savonarola_, scritta da frà Pacifico Burlamacchi; Lucca

1764, pag. 109. 27. 80 e _passim_.

[23] NARDI, _Storia di Firenze_, lib. II. Il pezzo che segue è del

Burlamacchi.

[24] _Poesie di Jeronimo Savonarola_, illustrate e pubblicate per

cura di Audin de Rians; Firenze 1847. Queste mostrano che frà Girolamo

poetò e da giovane e maturo, con affetto e forza, ma senza eleganza; e

spesso i versi suoi furono raccomodati dall’altro poeta domenicano frà

Benedetto Fiorentino, di cui mano son quelle stampate dall’Audin, come

si accerta dal codice originale, posseduto dai Borromei milanesi, e

che ne contiene assai maggior numero. L’intento dell’autore appare dai

versi proemiali:

Onnipotente Iddio,

Tu sai quel che bisogna al mio lavoro

E quale è il mio desio;

Io non ti chiedo scettro nè tesoro

Come quel cieco avaro,

Nè che città o castel per me si strua,

Ma sol, Signor mio caro,

Vulnera cor meum cantate tua.

[25] Feria IV della III settimana di quaresima.

[26] Per la I domenica di quaresima.

[27]

Io vo darti, anima mia,

Un rimedio, che sol vale

Quanto ogn’altro a ciascun male,

Che si chiama la pazzia.

To’ tre once almen di speme,

Tre di fede e sei d’amore,

Duo di pianto, e poni insieme

Tutto al fuoco del timore;

Fa di poi bollir tre ore,

Premi, e infin v’aggiungi tanto

D’umiltà e di dolor, quanto

Basta a far questa pazzia,

Ch’io vo’ darti, anima mia.

[28] _Vita di Michelangelo_, sul fine.

[29] Giuseppe Maffei, nella _Storia della letteratura italiana_, ci

narra con passione che bruciossi fin un canzoniere del Petrarca,

«adorno d’oro e di miniature», che valeva cinquanta scudi: —

_Finalmente_ (egli continua) _giunse l’ora fatale_ per chi seminava

tanti scandali nella sua patria, e le ombre del Petrarca e del

Boccaccio furono vendicate!» Mettiamgli a paro il Ranalli, che nella

_Storia delle belle arti_ diceva avere il Savonarola bruciato i dipinti

del beato Angelico! Vedi MARCHESI, _San Marco, convento de’ frati

predicatori in Firenze, illustrato e inciso_. Prato 1850-53.

[30] Sermone sopra Amos.

[31] Jacopo Pitti, lib. i, p. 51.

[32] Fra alcune sue lettere ultimamente trovate, produciamo la seguente:

«A frà Domenico Buonvicini da Pescia,

«Dilettissimo fratello in Cristo Gesù. Pace e gaudio nello Spirito

Santo. Le cose nostre riescono bene; imperocchè Dio maravigliosamente

ha operato, benchè appresso a maggiori patiamo grandi contraddizioni;

le quali, quando sarete tornato, vi racconterò per ordine: ora non è

a proposito scriverle. Molti hanno dubitato ed ancora dubitano che non

accaggia a me come a frà Bernardino (_da Montefeltro, che fu scacciato

perchè predicava contro le usure_). Certo, quanto a questo, le cose

nostre non sono state senza pericolo; ma io sempre ho sperato in Dio,

sapendo, come dice la Scrittura, il cuore del re essere nelle mani del

Signore, e che dovunque gli piace lo gira. Spero nel Signore che per

la bocca nostra farà gran frutto, perchè egli ogni giorno mi consola, e

quando ho poco animo, mi conforta per le voci de’ suoi spiriti, i quali

spesso mi dicono: — Non temere; di’ sicuramente ciò che Dio t’inspira,

perchè il Signore è teco; gli scribi e farisei contro a te combattono,

ma non vinceranno». Voi confortatevi, e siate gagliardo; imperocchè

le cose nostre riusciranno bene. Non vi dia noja se in cotesta città

pochi vengano alla predica: basta avere dette queste cose a pochi;

nel piccolo seme è gran virtù nascosta. Frà Giuliano e la sorella vi

salutano, la quale dice non vi sbigottiate, perchè il Signore è con

esso voi. Io spessissime volte predico la rinnovazione della Chiesa, e

le tribolazioni che hanno a venire, non assolutamente, ma sempre col

fondamento delle Scritture; di maniera che niuno mi può riprendere,

se non chi non volle vivere rettamente. Il conte tuttavia va avanti

nella via del Signore, e spesso viene alle nostre prediche. Non posso

mandare limosine; imperocchè, dato che i denari del conte siano venuti,

nondimeno per buoni rispetti bisogna aspettare ancora un poco. L’altre

cose che voi mi scrivete, ingegnerommi farle. Sono breve, perchè il

tempo passa..... Tutti siamo sani, massime i nostri Angioli, che a voi

si raccomandano. State sano, e pregate per me. Aspetto con desiderio

grande il vostro ritorno per potervi contare le cose maravigliose del

Signore. Di Firenze, il 10 marzo 1490».

[33] Cola Montani fuggì presso Ferdinando di Napoli, a cui istanza

scrisse un’invettiva contro i Medici per distorre i Lucchesi dal far

lega con loro. Ma passando da Genova a Roma lasciossi cogliere presso

Porto Ercole, e a Firenze fu processato e appiccato il 14 marzo 1483.

[34] Tutti l’ebbero per innocente, e tale lo mostra il suo processo

che conserviamo. Lo stesso duca, in una lettera ch’è nell’archivio

milanese, scrive: — La potissima cagione d’essa morte è stato il signor

Roberto (Sanseverino), quale per la sua perversa e maligna natura,

e per l’inimicizia e gli odj grandissimi con li quali sempre avea

perseguitato il signor Cicco, pose ogni cura e pensiero a farlo morire;

nè mai riposò, finchè ebbe l’intento suo, come voi, signor Ugo, assai

siete informato ecc.».

Suo fratello Giovanni, autore della _Sforziade_, per somma grazia

ottenne la vita. Il Rosmini conchiude: — Tale ebbe ricompensa l’autore

del più bel monumento che si abbia delle geste sforzesche; eterno e

salutevole (?) avviso, onde senno imparino tutti coloro che la loro

vita consumano nell’illustrare colla penna la memoria de’ principi».

[35] Prendendo soltanto l’anno 1480 e il mese d’agosto, le cronache

parmensi ricordano una donna di parto che fu sepolta per morta, ma tre

giorni dopo schiudendosi la tomba per deporvi anche la sua neonata, la

si trovò levata a sedere, e coi segni della disperazione tra cui era

morta davvero. Il connestabile di porta San Michele, uscito a cavallo

di città, fu trucidato da due sicarj de’ Maffoni, dei quali uno era

stato ucciso dal figliuolo d’esso connestabile. Poco poi un giovane di

Reggio, che sull’imbrunire stava alla porta d’un postribolo, fu ucciso.

Tre giorni appresso, sei armati scannavano Angelo Becchigni. Bande

mascherate scorreano la città in armi giorno e notte, massimamente i dì

festivi, rubavano, toglievano le vesti, tagliavano i capelli, gittavano

ne’ canali chi incontrassero, rapivano fanciulle e matrone. Tommaso da

Varese era ucciso da un armigero dei Sanseverino; e quando al domani il

giudice de’ malefizj si recò a visitare il cadavere, trovò su questo

l’uccisore con una scorta di armati che intimava celiando, — Portate

via questo corpo santo». PEZZANA, _Storia di Parma_, IV. 196.

[36] Giova alla conoscenza de’ costumi il costui testamento. A sua

moglie Antonia di Guido Torelli e alle figlie avutene lascia soltanto

la dote. I due figli Giovanni e Giacomo disereda, raccontando a disteso

i torti che ne ricevette, e le ingiurie che gli dicevano, per esempio

— Io vorrei essere in una tina con Piero Maria con una coltella alla

mano — Al dispetto di Dio, s’io avessi il core di Piero Maria in mano

io lo mangerei ecc.» I figli di Bernardo vescovo di Cremona e Guido

istituisce eredi in parti eguali delle moltissime ville nel Parmigiano.

— Delle vesti e suppellettili d’argento si dia a cinquanta fanciulle

povere la dote di venticinque lire imperiali. Ai Francescani di

Felino trentasei sacchi di frumento ogni anno, scongiurandoli a viver

lodevolmente». Aveva egli avuto per amante Bianchina Pellegrini, e

non che ricoprirli, volle eternare que’ suoi legami di ammogliato con

maritata, facendoli dipingere nella rôcca di Torchiara. A costei e

ad Ottaviano figliuolo di essa nel testamento lascia tutti i beni che

acquistò sul Milanese, e moltissimi castelli e giurisdizioni; all’altro

figlio naturale Bertrando la contea di Berceto. PEZZANA, iv. 310.

[37] _Estoit homme très-saige, mais fort craintif et bien souple quant

il avoit pour_ (_j’en parle comme de celluy que j’ay cogneu et beaucoup

de choses traicté avec luis_), _et homme sans foy s’il veoit son

prouffit pour la rompre_. COMMINES, lib. VII. cap. 3.

[38] Questa clausola è in un secondo diploma; in un terzo del 1495

mette patto la conferma degli elettori, e la espressa riversibilità

alla morte di Lodovico.

[39] Renato il Buono, duca d’Angiò e conte di Provenza, intitolavasi re

di Sicilia come figlio adottivo di Giovanna II. In testamento lasciò

a Carlo suo nipote la Provenza e il regno di Napoli, e a Luigi XI il

diritto di riunire alla corona la ducea d’Angiò. Carlo morendo lasciò a

Luigi XI tutte le sue pretensioni, e perciò il titolo di re di Sicilia.

[40] Queste ultime ragioni sono addotte da Carlo VIII in un proclama

riferito dal Burcardo, pag. 2049. Faceasi circolare una profezia,

dov’era detto di Carlo:

_Il fera si grant batailles,_

_Qu’il subjuguera les Ytailles;_

_Ce fait, d’ilec il s’en ira_

_Et passera de là la mer;_

_Entrera puis dans la Grèce,_

_Où par sa vaillante pruesse_

_Sera nommé le roi des Grecs:_

_En Jérusalem entrera_

_Et mont Olivet montera._

Il trattato fu maneggiato in Francia a nome del Moro da Carlo di

Barbiano conte di Belgiojoso e da Giovanni Francesco di Cajazzo,

primogenito di Roberto Sanseverino; e furono testimonj al contratto il

visconte di Beaucaire e Guglielmo Briçonnet, che fu poi cardinale.

[41] _L’armée du petit roi Charles VIII était épouvantable à voir.

De tous ceux qui se rangeaient sous les enseignes et bandes des

capitaines, la plupart étaient gens de sac et de corde, méchants

garnemens échappés de justice, et surtout force marqués de la fleur

de lis sur l’épaule, esorillés, et qui cachaient les oreilles, à dire

vrai, par longs cheveux hérissés et barbes horribles, autant pour cette

raison que pour se montrer plus offroyables à leurs ennemis_. BRANTÔME,

disc. 89.

[42] Carlo VIII e Gian Galeazzo nasceano da due figliuole di Lodovico

II di Savoja.

[43] Il sentimento popolare ci è espresso nel Memoriale d’un Giovanni

Portovenere: — Carlo di Franza è uomo di piccola statura, con poca

barba quasi rossetta, con gran faccia, magro in viso con naso aquilino;

uomo spirituale e d’anima, niente avaro, non pomposo; cavalca piccole

e vili bestie, con pochi appiè; di poche parole, tanto che i suoi

lo tengono quasi santo. E per tutta Toscana si grida Franza, con sua

insegna addosso, cioè la croce bianca, così pei contadini, come soldati

e cittadini, che pare che tutti ne siano in paura».

[44] _Ululantes se male passim ubique vagantes, sui corporis quæstum

turpiter facere, quam honeste in Florentinorum vivere tyrannide_.

SFRENATI, lib. II.

[45] In Vaticano, Innocenzo VIII fu da Antonio e Pietro Pollajuolo

effigiato con essa lancia. Sta nella biblioteca dell’Università di

Torino la geografia di Tolomeo, tradotta in versi toscani da Francesco

Berlinghieri, che la dedicò a Gem, con molte lodi del suo sapere e di

quello del padre suo. Salabery, nella _Storia dell’impero ottomano_,

riferisce in latino le istruzioni di Alessandro VI a Giorgio Bozzardo,

le quali dicono in compendio: — Salutato che avrai il sultano Bajazet

ed eccitatolo al timor di Dio, gli manifesterai che il re di Francia

viene per togliere dalle nostre mani Gem fratello di lui, acquistar

Napoli che noi dobbiamo difendere come feudo nostro e per amicizia a

quel re, pei tragittarsi in Grecia col pretesto di mettere in trono

esso Gem. Secondo la buona amicizia che corre fra noi, lo esorterai

con istanza a mandarci quarantamila zecchini per l’annata presente;

mostri suo sdegno verso i Veneziani se mai favorissero i Francesi, e

vi mandi un ambasciatore onde persuaderli ad adoperarsi in favore del

regno di Napoli; intanto non perturbi l’Ungheria, la Croazia, Ragusi nè

altra parte di cristianità, come il papa interporrà perché l’Ungherese

non gli rechi alcuna molestia». Narrasi che esso Bozzardo nel

ritorno fosse arrestato a Sinigaglia da un Della Rovere, fratello del

cardinale Giuliano, e confermasse a voce la verità di tali istruzioni.

A tal deposizione sono accompagnate cinque lettere di Bajazet al

papa, quattro in turco, una in italiano, tutte tradotte in latino

da interpreti e dal notajo rogato a far fede di tutto ciò. Bajazet

proponeva al papa di liberare Gem dalle angoscie terrene e mandar

l’anima sua nell’altro mondo, ove si gode miglior riposo; e per ciò

prometteva al papa trecentomila ducati, ed altri pe’ suoi figliuoli:

la lettera è data da Costantinopoli il 18 settembre 1494 d. C. Questi

documenti furono lungo tempo tenuti come autentici, e come tali li

accetta il Sismondi: ma si adducono troppe ragioni per crederli finti;

e almeno si dovrà credere che nella traduzione vennero molto alterati.

[46] Paolo Giovio, nella descrizione della sua entrata in Roma, ci

divisa gli eserciti d’allora. La cavalleria andava distinta dai fanti;

e prima Svizzeri e Tedeschi marciavano in cadenza al suon di strumenti,

belli di aspetto e mirabili per ordine, con veste corta e assettata,

non uniforme di colore, i più prodi un pennacchio, spade corte e lancie

da dieci piedi; molti inoltre le alabarde, ascie sormontate da una lama

quadrangolare, onde ferivano di punta e di taglio; ogni mille fanti,

cento portavano schioppi. Seguivano cinquemila guasconi balestrieri;

poi la cavalleria, cernita dalla nobiltà francese, magnifica a vedersi,

con sajoni di seta, collane e braccialetti d’oro. Gli scudieri,

spesso adoprati come cavalleria leggera, avevano una lancia robusta

e una mazza ferrata, grossi cavalli, colle orecchie e la coda mozze,

usanza forse introdotta in grazia dell’armadura onde coprivansi. Ogni

lanciere teneva un paggio e due scudieri. Gli arcieri armavansi d’elmo

e piastrone, arco grande all’inglese, e alcuni di lunghi giavellotti

per ferire i nemici abbattuti; distinguevansi mediante lo stemma del

loro capo. Quattrocento arcieri a cavallo facevano guardia al re, fra

cui cento scozzesi; e più ancora vicino a lui, ducento gentiluomini

francesi con mazze ferrate e bei cavalli, brillanti d’oro e porpora. La

maraviglia maggiore erano i cenquaranta cannoni grossi e i moltissimi

piccoli, che movevansi rapidamente tratti da cavalli, mentre prima

solevasi da bovi.

[47] _Materazzo_, _Cronaca perugina_. Del quale è pure il brano

seguente.

[48] Sono pubblicati negli _Archives de l’art français_, tratti da

copie che allora si moltiplicavano e spedivano alle persone e alle

città, come bullettini interessanti a tutti.

[49] Alione d’Asti scrisse, oltre varie poese, due farse: l’una «De la

dona che si credia aver una roba de veluto dal Franzoso alogiato in

casa sua»; l’altra «Del Franzoso alogiato a l’osteria del Lombardo».

In quest’ultima «vien da principio el Lombardo ospite calcolando e

fantasticando con la sua nota in mano:

Cinque per cinque vinte cinque,

Sei per sei trenta e sei,

Septe per septe quaranta e nove,

Octo per octo sexanta e quatro,

Ho guadagnato in otto mesi

Solamente a logiar Francesi

A centenara de fiorini ecc.»

_Poésies françaises d’Alione d’Asti, composées de 1494 à 1520, publiées

par J. C. Brunet_. Parigi 1836.

[50] — La Signoria non ha mai vogiù creder che Francesi vegnisse in

Italia; e ’l consegio dei Pregai era sì fisso, che ’l no voleva dar

fede ai avisi de quel regno... Pareva a la Terra che no fosse per nui

che i calasse, e molti crede quel che i voria». MALIPIERI, _Annali

veneti_. Il quale, all’anno 1495, dà il catalogo dei «sessantatre

condottieri stipendiati da Venezia, con circa ventimila uomini, oltre i

pedoni e i provvigionati della repubblica».

[51] COMMINES, lib. VIII. c. 5.

[52] Lettera del provveditore alla Signoria di Venezia, 7 luglio. Il

Ricotti fa durare un quarto d’ora la mischia e tre quarti la ritirata.

[53] MALIPIERI. Egli stesso però riferisce lettera di Daniele

Vendramin, pagatore in campo, che comincia: — Oggi abbiamo avuto fatto

d’arme con li inimici, i quali non hanno avuto quella rotta ch’era

nostro desiderio e che speravamo, perchè le sue artelarie li hanno

grandemente ajutati».

Quel piacere che reca l’udir raccontate le imprese da coloro stessi che

ne furon parte, rende gradite le varie lettere in proposito, raccolte

dal Malipieri. Il conte Bernardino Fortebraccio alla Signoria veneta

scriveva: — Dio sa che non mi pareva tempo di venire alle mani con

gl’inimici. Volevo lasciare che si movessero, che si sariano rotti da

loro stessi. L’illustrissimo marchese di Mantova deliberò altramente e

diede dentro da Cesare. A me toccò il secondo colonnello; lo ordinai, e

andai al loco mio. Alcuni dei nostri pervertirono l’ordine, e ne fecero

danno a tutti. Il terzo colonnello toccò al conte di Gajazzo: ognuno

diede l’assalto al loco suo. Io procedeva all’impresa mia ben armato e

ben a cavallo. Combattemmo un pezzo, e andammo al basso. Fui affrontato

da un cavaliere che portava sopra l’arme una veste di velluto negro

e oro a falde. Combattemmo alquanto, e finalmente restò ferito da

me, e se mi rese per prigione; non dico a me, ma all’illustrissima

Signoria; che in altro non dimandai mai che si rendesse. Mi dimandò

la vita, e gliela promisi; mi diede il suo stocco, e lo posi alla mia

catenella dell’arzone; mi porse il suo guanto in segno di captività,

e lo gittai in acqua, e consegnai la persona sua al mio ragazzo.

Procedei più oltre e presi un altro; e successivamente in su fin al

numero di quattro, due de’ quali sono, a mio giudizio, di qualche

condizione. Erano bene ad ordine, e tra le altre cose aveano le loro

catene d’oro al collo, in modo che io aveva al mio arzone quattro

stocchi de’ nemici. Seguitai combattendo verso lo stendardo reale,

sperando d’esser seguitato e ajutato dalli nostri, con disegno di

condurre nel felicissimo nostro esercito o tutto o parte dell’insegna

reale. Fui affrontato vicino ad essa insegna da un gran maestro ben

a cavallo; e fummo alle mani. Gli dissi che si rendesse, non a me,

ma all’illustrissima Signoria: mi rispose che non era tempo. Spinsi

’l cavallo, e gli tirai della spada nella gola; ma ad un suo grido

fui assaltato da quattro cavalieri, e fui con loro a battaglia. Non

voglio dire quello che feci; ma combattendo contro otto, fui prima

ferito d’un’accetta nella tempia, poi nella coppa pur di accetta, e

restai stornito; e ad un istesso tempo una lancia restata mi urtò nella

schiena, e mi gettò a terra mezzo tramortito. Poi mi furno addosso e

mi diedero dodici ferite, sette sull’elmo, tre nella gola e due nelle

spalle. Iddio benedetto mi aiutò, che mi avevo posto sotto l’elmo un

mio garzerino doppio, il quale mi salvò la vita; chè le ferite che io

ebbi nella gola mi avariano dato la morte tante volte quante furno; ma

non penetrorno. Ma quelle che io ebbi mi hanno data tanta passione,

quanta dir si possa. Fui lasciato per morto, e fui abbandonato da

ognuno del mio colonnello; il quale se fosse stato soccorso, non

veniva conculcato da cavalli. Fui strascinato da un mio ragazzo in

un fosso; persi il corsiero, un ragazzo, e un servitor che mi avea

servito lungamente: alcuni altri dei miei più cari persero i cavalli;

e in questa fazione pioveva grandemente. Cessato ’l fatto d’arme, fui

portato in campo al mio padiglione. Li magnifici Provveditori furno

a visitarmi, ma io non mi n’avvidi, chè ero più morto che vivo, in

modo che mi fu raccomandata l’anima. Fui portato qui in casa di Andrea

Bagiardo, uomo da bene: furno chiamati i medici, i quali non si curando

di medicar le ferite, fu mandato a Bologna per un medico di Parma mio

conosciuto; il qual prima che arrivasse, un suo fratello venuto qui a

caso m’avea levato tre pezzi d’osso della testa, in modo che mi restò

il cervello discoperto per quanto saria un fondo di tazza; perchè di

tre ferite ne fece una sola. Giunse poi qui la donna mia, e con lo

studio e sollecitudine sua son ridotto, per grazia di Dio, ad assai

buon termine, in modo che spero di salute. Ogni male mi par niente, pur

che abbia fatto cosa grata all’illustrissima Signoria e a quel glorioso

senato. Non mi curerei della vita, purchè l’esercito de’ nemici fosse

del tutto restato sconfitto. Mi par mill’anni a liberarmi del tutto, e

poter tornare appresso l’illustrissimo signor marchese nel felicissimo

nostro esercito: dove, occorrendo, mostrerò a pieno la mia vera

servitù e fede; chè son marchesco, come sempre ho detto. Mi è stato

di grandissima consolazione e sussidio, in tempo di sì grave caso,

l’arrivo di Rafael mio, con quella lettera dell’illustrissima Signoria,

piena di umanità e di dolcezza; e veramente non sento nè doglia nè

passion, conoscendo di aver fatto cosa grata ad essa illustrissima

Signoria; e certamente ho più stimato le proferte che mi son fatte

nelle lettere, che li denari che mi son stati mandati. Lodato Dio, non

stimo nessuna cosa più che esser in grazia del mio padrone... Questa

notte ho riposato meglio dell’usato, per grazia di Dio. Di quanto

succederà, la farò tener avvisata. Mi raccomando. Di Parma, a’ XX di

luglio MCCCXCV.

BERNARDIN DE FORTIS BRACHIIS

_comes, eques armorum_.

«Voglio dir queste parole le quali non posso tacere. Eramo atti a

romper quello e maggior esercito, se li nostri avessero atteso alla

vittoria e non alli carriaggi; come particolarmente ragionerò a bocca

con vostra magnificenza, se così piacerà al Signor Dio».

[54] Il duca d’Orléans vi fece battere la prima moneta ossidionale di

cuojo.

[55] — Credo che non sia costituzione migliore di quella dei Veneziani,

e che voi pigliate esempio da loro, resecando però qualche cosa di

quelle che non sono a proposito nè al bisogno nostre, come è quella del

doge. Predica sopra Aggeo, iii domenica d’avvento 1494.

Della sua avversione al suffragio universale diretto è monumento

la strofa che avea fatto scrivere sulla sala del gran consiglio, e

che parve profetica quando, per mezzo di quello, i Medici si fecero

acclamare principi. Diceva:

Se questo popolar consiglio e certo

Governo, popol, de la tua cittate

Conservi, che da Dio t’è stato offerto,

In pace starai sempre e in libertate.

Tien dunque l’occhio de la mente aperto,

Che molte insidie ognor ti fian parate;

E sappi che chi vuol far parlamento

Vuol torti da le mani il reggimento.

[56] — Si vorria far una legge che le schiave che rivelassino, quando

si giuoca in casa i padroni, fossero libere, e che i famigli che ancora

rivelassino il giuoco, avessino qualche premio». Predica del 12 maggio

1496. Esisteano dunque schiave. E poc’anzi il Savonarola avea detto

alle donne: — Intendo che le donne non allattano i figliuoli. Voi fate

male perchè gli fate allattare ancora dalle schiave: è quel primo latte

di grande inclinazione al fanciullo, e sono poi mezzi vostri figliuoli,

e mezzi no». Predica del 1º aprile.

[57] _Dignetur sanctitas vestra mihi significare quid, ex omnibus quæ

scripsi vel dixi, sit revocandum, et ego id libentissime faciam._ 20

settembre 1497.

[58] _Vita del Savonarola_, lib. IV. c. 10 e 14.

[59] Nel Burcardo (_Diarium Curiæ romanæ sub Alexandro VI papa_)

è una savia lettera di Alessandro al Savonarola, ove gli suppone

semplicità ed eccesso di zelo, e perciò lo richiama a penitenza. Il

frate ne risponde una lunga, ribattendo punto per punto le imputazioni

referendosi alla testimonianza di tutto il popolo che l’ascoltò

e dei libri da lui stampati, e negando l’essersi detto profeta nè

inviato direttamente da Dio; sovrattutto impugna l’accusa di spargere

nimicizie: _Certe, beatissime pater, notissimum est non solum

Florentiæ, sed etiam in diversis Italiæ partibus, quod meis verbis

secuta est pax in civitate Fiorentiæ, quæ si non fuisset secuta, Italia

fuisset perturbata. Quod si verbis adhibita fuisset fides, Italia hodie

non hoc modo quateretur; nam illius prævidens afflictiones, licet a

multis semper fuerim derisus, pronunciavi gladium venturum, ac pacis

remedium ostendi solum esse; unde Italia universa gratias pro me Deo

agere deberet. Docui enim eam remedium tranquillitatis, quod quidem

servans Florentia jam habet quod non haberet; et si similiter faceret

tota hæc Italia, gladius nequaquam per eam transiret: quid enim nocere

potest pœnitentia?_

[60] Lettera di Domenico Bonsi ai Cristiani di balìa.

[61] Il Burcardo, avverso a frà Girolamo, produce molte dichiare di

frati, disposti andar nel fuoco per provare le conclusioni di esso

e la nullità della scomunica. Tra questi, tutti quei di Prato, sotto

la cui dichiarazione Savonarola scrisse: — Io accetto le offerte di

questi frati che si trovano al presente in Santo Marco e in Santo

Domenico di Fiesole, e prometto di darne uno, due, dieci, quanti ne

bisognano per andare nel fuoco a probazione della verità ch’io predico;

e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, nella sua

verità evangelica, che, ciascuno ch’io darò, n’uscirà illeso senza

alcun danno; e quando di questo dubitassi punto, non lo darei per non

essere omicida; e in segno di ciò ho fatto questo, sottoscritto di mia

mano propria, e a salute dell’anime e confermazione della verità del

nostro salvatore Gesù Cristo, _qui solus facit magna et mirabilia et

inscrutabilia, cui est honor et imperium sempiternum_».

Avendogli poi alcuno rinfacciato che non osasse egli medesimo mettersi

all’esperimento, diè fuori un’apologia che comincia: — Risponderò

brevemente, per la gran carestia che io ho del tempo. E prima quanto

al non aver accettato d’andare io nel fuoco col predicatore di Santa

Croce, osservante de’ Minori, dico ch’io non l’ho fatto sì perchè egli

ha proposto in pubblico voler andare nel fuoco, non ostante che lui,

come dice, creda ardere, per provare che la scomunica fatta contro

di me è valida, ed io non ho bisogno di provare col fuoco che tale

scomunica sia nulla, conciossiachè io abbia già provato questo con

tali ragioni, che ancora non s’è trovato nè qui nè in Roma chi abbia

a quelle risposto; sì perchè la prima volta lui non propose di voler

combattere meco, ma bensì generalmente con ciascuno che fosse a lui

in questa cosa contrario. Vero è che poi, offerendosi a questo frà

Domenico da Pescia, trovò questa scusa che non voleva aver a fare

se non meco; e sì massimamente perchè il mio entrar nel fuoco con

un solo frate non farebbe quell’utilità alla Chiesa che richiede una

tanta opera, quant’è questa che ci ha posta nelle mani; e però mi sono

offerto, e di nuovo mi offerisco io proprio di far tale esperienza

ogni volta che gli avversarj di questa nostra dottrina, massime quelli

di Roma e i loro aderenti, vogliano commettere questa causa in questo

padre o in altri; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù

Cristo, e non dubito punto che ancor io andrò nel fuoco, come fece

Sidrach, Misach e Abdenago nella fornace ardente, non per miei meriti o

virtù, ma per virtù di Dio, il quale vorrà confirmare la sua verità, e

manifestare la sua gloria in quel modo. Ma certo io mi meraviglio assai

di queste tali obiezioni, perchè essendosi offerti unitamente tutti

i miei frati che sono incirca trecento, e molti altri religiosi di

diverse religioni, delli quali io ho le sottoscrizioni presso di me, e

similmente molti preti secolari e cittadini, tutte le nostre monache e

di quelle anco di diverse altre religioni, molte altre donne cittadine

e fanciulle, e questa mattina ultimamente, che siamo al primo d’aprile,

parecchie migliaja di persone di quelli che si trovarono in Santo Marco

nostro alla predica con grandissimo fervore, gridando ciascuno: _Ecco

io, ecco, andrò in questo fuoco per gloria tua, Signore_: se uno di

questi tali andando sotto la mia fede, e per fare l’obbedienza da me

impostagli, come si sono prontissimamente offerti, ardesse nel fuoco,

chi non vede che io e tutta questa opera e impresa di Dio andrebbe

meco in ruina, e che non potrei più in luogo alcuno comparire? E però

non bisogna che quel predicatore richieda altri che frà Domenico

predetto, contro il quale predicando l’anno passato, ebbe qualche

differenza con lui. E se dicessino che al manco le cose da noi per modo

di profezia annunziate richiederiano, a volere che fossero credute,

ch’io le provassi con miracolo, rispondo che io non costringo gli

uomini a credere più che a loro si pare, ma sì bene gli esorto a vivere

rettamente e come cristiani, perchè questo solo è quel miracolo che li

può far credere le cose nostre e tutte l’altre verità che procedono da

Dio. E benchè noi abbiamo proposto di provare cose grandi che s’hanno

a manifestare, e che noi diciamo essere sotto la chiavetta con segni

soprannaturali, non abbiamo per questo proposto di fare tali segni

per annullare la scomunica: ma non è ancora il tempo nostro, il quale

quando sia, Dio non mancherà delle promesse sue, _quia fidelis Deus in

omnibus verbis suis, qui est benedictus et gloriosus in sæcula_».

Giovan Canucci proponeva scherzosamente di rendere men micidiale la

prova col mettere i due frati in un tino d’acqua tiepida, e fosse

tenuto veritiero quel che n’uscisse asciutto. Vedi NERLI, _Commentarj_,

lib. IV.

[62] La parte di processo di frà Girolamo, che il signor Emiliani

Giudici stampò dietro alla sua _Storia de’ municipj_, non contiene

gl’interrogatorj propriamente, ma l’estratto di questi, che si fece

firmare dal convenuto sotto le minaccie della corda. Ne diamo qualche

brandello:

— Circa quindici anni fa, essendo io nel monastero di San Giorgio, la

prima volta ch’io fui a Firenze in chiesa io pensava di comporre una

predica, e nel pensare mi venner alla mente molte ragioni (furon circa

sette), per le quali si mostrava che alla Chiesa era propinquo qualche

flagello; e da quel punto in qua cominciai molto a pensare simili cose,

e molto discorsi le Scritture. E andando a San Geminiano a predicarvi,

cominciai a predicare proponendo queste conclusioni, che la Chiesa

avea ad esser flagellata e rinnovata, e presto; e quello non avevo per

rivelazione, ma per ragioni delle Scritture, e così dicevo; e in questo

modo predicai a Brescia e in altri luoghi di Lombardia ove stetti circa

quattro anni. Di poi tornai a Firenze, e cominciai il primo dì d’agosto

in San Marco a leggere l’Apocalisse, che fu nel 1490, e proponevo

similmente le medesime conclusioni di sopra dette. Di poi la quaresima

predicai in Santa Liparata il medesimo, non dicendo però mai l’avessi

per rivelazione, ma proponendo che credessino alle ragioni, affermando

questo con più efficacia che io potevo.

«Di poi passato pasqua di quella quaresima, frà Salvestro tornando

da San Geminiano mi disse, che dubitando delle cose ch’io dicevo e

reputandomi pazzo, li apparve in vigilia visibilmente, secondo disse

lui, uno dei frati nostri morto, il quale lo riprese e dissegli queste

parole: — Tu non dei pensar questo di frà Geronimo, perchè tu lo

conosci». E di poi ebbe molte altre apparizioni simili, secondo mi

disse frà Salvestro: e però oltre al desiderio e accensione ch’io avevo

di predicare simili cose, m’accesi ad affermare ancora in qualche parte

più che prima, benchè in fatto fossino tutti miei trovati e per mio

studio; e vedendo la cosa succeder bene, andai più avanti. Vedendomi

crescere la reputazione e la grazia nel popolo di Firenze, cominciai a

dire che l’avevo per rivelazione, e così cominciai a uscir forte fuora,

il che fu una mia gran presunzione, e molte volte dicevo delle cose che

mi riferiva fra Salvestro, pensando qualche volta fossino vere. Niente

di meno non parlavo a Dio, nè Dio a me in alcun special modo, come Dio

suol parlare a’ suoi santi apostoli, profeti o simili; ma andavo pure

seguitando le mie prediche, con la forza e industria dello ingegno, e

presuntuosamente affermavo quello ch’io non sapevo esser certo, volendo

ciò che io trovavo con lo ingegno fosse vero.

«Quanto alle visioni di frà Salvestro, quali elle si fossino, non me ne

curavo, ma mostravo bene di curarmene assai, perchè eran tutti trovati

di mio ingegno e mie astuzie; e se pure le cose di frà Salvestro mi

servivano al proposito, le averia dette e attribuitele a me per dare

più reputazione alle cose nostre, come era qualche bel punto o qualche

gentilezza. Ma sappiate di certo che questa cosa ch’io l’ho condotta,

l’ho condotta con industria, e prima colla filosofia naturale, la

quale molto mi serviva a provar le cose ed efficacemente persuaderle;

e poi la esposizione della Scrittura ajutava la materia, e sempre il

mio ingegno versava in queste cose grandi e universali, cioè circa al

governo di Firenze e circa le cose della Chiesa; e poco mi curavo di

cose particolari o piccole.

Quanto all’intento mio e fine, al quale io tendevo, dico in verità

esser stato la gloria del mondo e d’avere credito e reputazione; e

per venire a questo effetto ho cercato di mantenermi in credito e buon

grado nella città di Firenze, parendomi che la detta città fosse buono

stromento a far mantenere e accrescere questa gloria e farmi credito

ancora di fuori, massime vedendo che m’era prestato fede. E per ajutare

questo mio fine, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino

le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare

concilio, nel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti

molti prelati e anche il papa, e avrei cercato d’esser lì, ed essendovi

confidavo predicare, e fare tali cose che ne sarei stato glorioso o

con essere stato fatto grande nel concilio, o con restarne con assai

fama e reputazione di mondo. E per condurmi meglio al soprascritto

mio intento e fine, essendo già introdotto nella città di Firenze il

governo civile, il quale mi pareva esser opportuno strumento alla mia

intenzione, cercavo di stabilirlo a mio proposito per tal modo, che

tutti i cittadini fossino benevoli a me, o vero seguitassino il mio

consiglio per amore o per forza.

«Il signor Carlo Orsino e Vitellozzo Vitelli, quando tornarono di

Francia, furono a me in San Marco a confortarmi a far quello potevo

per il re di Francia, e vennero a me come se io fossi il signor della

terra; a’ quali risposi che pregherei Dio per il re, che ero di buona

voglia a fare per il re ciò che io potessi. Più altri ancora Franciosi

e Napolitani cacciati da Napoli, che dicevano andare a torno per le

cose del re di Francia e per cose di Stato, mi vennero a visitare e

parlare per simili effetti; perchè pareva a loro che io fossi amico

del re di Francia e tenessi la parte sua, ed io li rimettevo tutti a

Francesco Valori. Fu ancora a me messer Dolce da Spoleto imbasciatore

del duca d’Urbino a offerirmisi, e fu in quel tempo che il duca

d’Urbino s’era tornato a casa sua; e io scrissi una lettera al detto

duca.

«Circa a non obbedire il papa, e non andare a Roma, dico procedè per

timore di non esser morto per la via o a Roma, da Piero de’ Medici e

dalla lega, per essere io contro al proposito loro.

«Circa alla scomunica, dico che, benchè a molti paresse che la fosse

nulla, niente di meno io credevo che ella fosse vera e da osservarla,

e la osservai un pezzo; ma poi parendomi che l’opera mia andasse in

ruina, presi partito a non la osservar più, anzi manifestamente a

contraddirla e con ragioni e con fatti. E stavo ostinato in questo per

onore e per reputazione e mantenimento dell’opera mia.

«Le polizze, di che io feci menzione nelle prediche, ch’io volevo

fare e dar in mano di alcuni perchè le tenessino guardate fino a certo

tempo, e poi si aprissino, furon tutte favole e ciance per isbigottire

i miei contrarj. E quanto d’inganno fu in questa materia, fu solo ch’io

dissi a frà Salvestro: — Io vo dire di darvi una polizza, la quale

conterrà i peccati di Pier Capponi», che esso frà Salvestro li sapeva,

perchè lo confessava; ma non gliene detti, e in fine fu una finzione

per isbigottire, e in fatto non ne fu altro.

«Circa a’ Barbari ch’io ho predetto più volte che verranno contro a

Italia, dico e credo certo che in Italia abbia a venire flagello alla

Chiesa da gente barbara, perchè sempre i flagelli della Chiesa in

Italia son venuti da gente barbara: e per questo mio discorso lo dissi,

ma non per altra certezza particolare, benchè mostravo esserne certo

più che non ero in fatto.

«Circa la rinnovazione della Chiesa e la conversione degli infedeli

che io ho predetto dover succedere, dico che l’ho avuto e l’ho dalle

Scritture sacre, e credelo certo per ordine delle Scritture solamente,

senz’altra revelazione particolare; ma dello avere a esser presto, non

ho spressamente dalle Scritture nè da revelazione.

«Circa lo sperimento del foco, dico così, ch’io ebbi molto per male

che frà Domenico proponesse quelle conclusioni e provocasse questa

cosa, e avrei pagato gran faccenda non lo avesse fatto. Similmente

mi dolse che li miei amici lo stringessino, ch’io per me non l’avrei

voluta: che se vi consentii, lo feci per difendere il mio onore il

più che potevo; e se io avessi predicato allorquando la cosa si mosse

e poi quando si stringeva, mi sarei ingegnato estinguerla con dire

che quelle conclusioni si potevano provare con ragioni naturali: e

dissine male a frà Domenico, che l’avea così incalciata, parendomi

cosa grande e pericolosa. Finalmente lo consentii per non perdermi la

reputazione; e sempre dissi che ci conducevamo a questo cimento per

essere provocati e per rispondere; e stimavo al tutto che il frate

di san Francesco non vi avesse a entrare; e non vi entrando lui, non

era obbligato anche a entrarvi il nostro: e se pure fosse occorso

che il nostro avesse a entrare anch’egli, volevo vi entrasse con il

sacramento dell’eucaristia; nel quale sacramento avevo speranza non

l’avesse a lasciar ardere, e senza il quale non l’avrei lasciato ire.

Per sbigottire più il detto frate di san Francesco che non vi entrasse,

e per darvi maggior terrore, operai che il fuoco fosse grande, e

mandai frà Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di detto fuoco.

Similmente avevo detto che il fuoco s’accendesse da una delle bocche, e

dall’altra vi entrassino i frati, e drieto a loro si mettessino scope,

che serrassino l’altra bocca, di modo paresse che non potessino tornare

adrieto. Il che tutto disegnai perchè il detto frate di san Francesco

si sbigottisse e non vi entrasse; e così restava disobbligato anche il

nostro.

«Alla parte delli spiriti, che già si disse esser in San Marco circa

sette anni fa, e de’ quali io sono stato interrogato, rispondo che

quanto alli spiriti non li vidi mai. È vero che in quel tempo alcuni

frati di San Marco dicevano sentire per il convento di dì e di notte

spiriti in modo che tutti erano impauriti; ma io non vidi altro segno

se non che un giorno fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi,

il quale all’ora di nona nella sua cella era legato mani e piedi alla

lettiera, e io lo vidi con la spuma alla bocca, fatto insensato come

sogliono far quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa

circa un mese, e io andavo ogni sera per casa facendo l’_asperges_,

dicendo orazione, e altro non se ne sentì poi. Il converso che fu

trovato, tornando poi in sè diceva che gli pareva veder uomini a modo

di ghezi: il medesimo, un altro converso che è morto. Delli spiriti che

dicono essere in San Lucio, non ve ne so dir altro se non che una volta

ch’io vi sono stato da più mesi in qua, io vidi quattro monache che

facevano e dicevano cose strane; e perchè io vi vo molto di rado, non

ne so altro.

«Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicazioni _Gladius Domini

super terram cito et velociter_, lo dicevo sotto la generalità de’

flagelli, ch’io reputo debbano venire alla Chiesa e all’Italia per

ordine delle Scritture sacre, e non per rivelazione, come altre volte

ho detto. E così non intendevo allora per la passata del re di Francia

in Italia, della quale non sapevo altro, massime per rivelazione. Ma

essendo poi venuto il re di Francia, ed essendomi ito la cosa bene, me

ne servii dipoi dicendo: — Io lo predissi quando non si vedevano nugoli

per aria.

«Di nuovo dico che il mio disegno era di regnar in Firenze, per

ajutarmi poi col mezzo de’ Fiorentini per tutta Italia; e volevo

che la parte che si diceva mia de’ cittadini di Firenze, soggiogasse

l’altra parte, col favore del Consiglio però, e col castigare i detti

dell’altra parte quando avessero errato.

«Di far questo con l’arme non avevo anco pensato, ma quando fosse

bisognato, mi vi sarei vôlto. È ben vero ch’io avevo caro che i miei

stessino preparati con l’arme e raccolti insieme, acciocchè, quando

fosse venuto il bisogno, non avessino avuto a prepararsi, e avessino

potuto di subito rispondere ognivolta che gli altri si fossero

mossi; ma che i miei si movessero no, se non erano provocati: e avevo

disegnato che Francesco Valori fosse il capo e primo di tutti...»

Di veri peccati nel senso ecclesiastico non pochi confessò fra

Girolamo; e nella _seconda esamina, fatta senza tortura o lesione

alcuna di corpo_, dice non essersi mai confessato de’ suoi veri

intenti, benchè si comunicasse, «sì per non manifestare a persona,

sì perchè non ne sarei stato assoluto, non volendo lasciar l’impresa:

ma non ne facevo caso, attesa la cosa grande a che mi addirizzavo; e

quando l’uomo ha perso la fede e l’anima, ei può fare ciò che vuole,

e mettersi poi a ogni cosa grande. Confesso bene ora di essere un gran

peccatore, e mi vo’ molto bene confessare, e farne gran penitenza.

«Circa il segno della croce e del nome di Gesù che dissi a frà

Salvestro avere scolpito nel petto mio, confesso esser vero che io

gliene dissi, e feci opera che me lo credesse; e dicevoli che era per

mia divozione: ma tutto fu una finzione ch’io feci per mostrarli di

esser buono...»

Confessò pure altra volta d’essersi voluto far re, e perciò tenere in

armi i suoi; d’aver già palesato cose «di che io merito mille morti»; e

tutto ciò «spontaneamente e senza alcuna tortura».

Ma il 20 maggio del 1498 interrogato di nuovo, e non contentando i

giudici, questi ordinarono di spogliarlo per dargli della fune. Egli

mostrando grande paura s’inginocchiò e disse: — Orsù uditemi. Dio, tu

mi hai côlto: io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia:

signori Fiorentini, siatemi testimonj che io l’ho negato per paura de’

tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò ch’io ho

detto, l’ho avuto da Dio. Dio, tu mi dai la penitenza per averti negato

per paura de’ tormenti: io lo merito». Appena spogliato, s’inginocchiò

di nuovo, e mostrava il braccio manco dicendo averlo guasto, e del

continuo ripetea: — Io ti ho negato, Dio; t’ho negato per paura de’

tormenti». Tirato su, esclamava: — Gesù, ajutami, questa volta tu mi

ha’ côlto.

«Domandato in sulla fune perchè ora aveva detto così, rispose: — Per

parer buono; non mi lacerate, chè vi dirò il vero certo, certo». Perchè

avete negato ora? rispose: — Perchè io sono un pazzo». Posto giù,

disse: — Come io vedo i tormenti, mi perdo, e quando sono in una camera

con pochi e pacifico, dico meglio...» E seguitò a confessar tutto

quello che volevano e — La mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità

m’imbarcarono in questo: ero sì pazzo, che non vedevo il pericolo in

che io era; e qui me ne sono accorto.

«Domandato se crede in Cristo, mostrandogli che se ne dubitava rispetto

a quello da lui fatto, rispose: — E’ può bene stare il credere in

Cristo, e far quello ch’io ho fatto. Io ho fatto come i demonj,

_Demones enim credunt, et contremiscunt_». Domandato se ha usato

incanti, rispose che se n’è sempre fatto beffe, e non li ha usati mai.

Domandato se aveva detto che Cristo fosse stato uomo come gli altri, e

che a lui sarebbe bastato l’animo di fare il simile, rispose: — Questa

cosa saria da matti.

«Di nuovo tirato su, e datogli un tratto di fune, e poi posto giù dopo

che vi fu tenuto assai bene, e di nuovo domandato se è vero quello ha

confessato, disse tutto esser vero, e confermò ogni cosa...»

Il modo usato per averne le confessioni spiega e misura l’attendibilità

di quelle.

[63] Abbiamo una canzonetta che allora ripeteano i Piagnoni:

La caritade è spenta,

Amor di Dio non vi è.

Tepido ognun diventa,

Non c’è più viva fè.

Non s’ama il ben comune,

Ciaschedun ama sè.

Quel dice alla fatica:

Non s’appartiene a me.

Il piccol dice al grande:

Io ne so quanto te.

Io vedo tal che regge

Che non sa regger sè.

Sol nel mangiare e bere

Diletto e gusto c’è.

Chi più terra conduce

Più savio tenut’è.

Chi più spirito vuole

Rotte le braccia gli è.

La santa povertà

Ciascun gli dà di piè.

Che debbo dir, Signore,

Se non gridare — Ohimè?

Ohimè, che il santo è morto,

Ohimè, Signore, ohimè!

Tu togliesti il profeta,

Il qual tirasti a te.

O Geronimo santo,

Che in ciel trionfo se’,

Tra le tue pecorelle

Entrato il lupo gli è.

Ohimè, soccorri presto,

Ohimè, Signore, ohimè.

Col Savonarola stette fin agli estremi il padre Tommaso Sardi, insigne

oratore e buon poeta, che nel poema _Dell’anima pellegrina_ imitò

Dante, fingendo un pellegrinaggio traverso alla terra, agli elementi,

al limbo, al purgatorio e fin all’empireo, in cerca della verità, della

giustizia, dell’amore; tutto scienza scolastica. Nel purgatorio trova

frà Girolamo, il quale tra altro gli chiede:

... Poi dimmi quel che pensa

Di me il me’ popol, fatt’in me in do parti?

Ancora apparecchiata sta la mensa

(Diss’io a lui), di cui è tuo erede

Che li tuoi frutti ancor vi si dispensa,

Ancor, quanto che allor, più ti si crede,

Benchè di molti opinïon sien molte

Di tua dottrina speme e di tua fede.

Però gli fa confessare d’essere stato condannato giustamente:

Et io: Errasti? Et ei: Sì, nel giudizio

Quando la vera via tenni smarrita;

Che morte che seguì fu per mio vizio.

Et io: E meritasti perder vita?

Sì (disse), che la colpa fu a tempo,

Se non intera alla bontà infinita.

[64] Fra quei che lo credettero profeta è Commines, il quale asserisce

averlo interrogato se il re potrebbe ritirarsi da Napoli, ed esso

gli rispose, troverebbe ostacoli grandi, pure vi riuscirebbe; ma

poichè avea mancato alle promesse fatte a Dio, questo gli manderebbe

un grave castigo, Lib. VIII, c. 3; e al cap. 26: — Questo posso con

asseveranza dire, ch’e’ predisse molte cose, delle quali nessun mortale

avria potuto avvisarlo. Indovinò al re che perderebbe il figliuolo, e

che esso gli sopravvivrebbe poco; e le lettere di ciò le lessi io in

persona ad esso re».

[65] Predica del 17 febbrajo 1497. Nella _Verità profetica_ occorre

questo passo:

_Savonarola_. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi,

non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo

dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.

_Uria_. Guarda che questo non sia detto per umiltà, ma più presto per

arroganza.

_Savonarola_. Io non m’attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di

confessare d’averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de’ prossimi.

[66] Commentando una meditazione di esso dice: — Cristo lo canonizzò,

perchè non appoggiossi sui voti o sul cappuccio, sulle messe o sulla

regola, ma sulla meditazione del Vangelo della pace; e rivestito della

corazza della giustizia, armato dello scudo della fede e dell’elmo

della salute, si arrolò non all’Ordine de’ Predicatori, ma nella

milizia della Chiesa cristiana».

[67] Inferma a morte, si votò a frà Savonarola, e questo le apparve in

sogno cogli altri due _martiri_, e ne fu risanata. Di ciò ella scrisse

una laude, ove fra il resto dice:

Quel vivo amor che ti commosse il petto

A render alla ancilla sanitade,

Quello ti muova, padre mio diletto,

A crescer nella figlia la bontade.

A te ricorro, perchè la pietade

Cognosco viva dentro alla tu’ alma;

E spero per te, padre, aver la palma

Contro l’astuzia del gran seduttore...

Sempre t’arò nel mezzo del mio core.

[68] Di quel tempo circolò un epigramma, che può far riscontro al noto

del Flaminio:

_Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,_

_Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus._

Avversissimo a frà Girolamo si mostra Gismondo Naldi in una lettera

riportata nei _Diarj_ manoscritti di Marin Sanuto. Quest’ultimo pure

lo tratta da ribaldo, e può dar idea delle esagerazioni che se ne

dicevano a Venezia: — Da Fiorenza si havè avisi come frate Hironimo

preso et tormentato, havia hauto sette schossi di corda, et ei havea

aperto sotto il brazo, adeo non se li potea dar più corda; et li

voleano dar altri tormenti, zoè la stangheta. El qual confessò a la

corda molte cosse, tra le qual sette cosse heretiche, videlicet che

da do anni in qua pluries havia ditto messa non consacrando l’hostia;

item havia comunichato con hostia non sacra; item che havia alcuni

frati per Fiorenza li quali confessavano, et questi li rivelava tutti

li secreti dili primi di Fiorenza, et talhor questi diceva ad alcuno

qualche sua peccato, overo in percolo, dicendo haver per inspiratione

divina; item voleva far Francesco Vallori ditator perpetuo; item chel

non credeva in Dio, et altre cosse, maxime dil miraculo mostrò di far

di la lampreda che li fo mandata, la qual lui la fè atosicar, fingendo

la ghe fusse mandata per atosicarlo, dicendo havia inspiratione

divina, et fè la experientia contro uno, che subito manzata morì; item

domandato perchè queste cose faceva, rispose, per il sacramento havia

hauto da Carlo re di Franza a Fiorenza, che voleva invader Italia, et

lui credeva, et però predicava in suo favor, et si voleva far cardinal.

Or ditto processo compito, et lecto nel consejo, parse al pontefice

di voler veder dicto processo, et mandoe a Fiorenza maistro Ioachim

Turiano general dil hordine di Predicatori, con uno suo commissario,

acciò examinasse il ditto processo, et contra di lui et di altri

frati procedesse bisognando. Or par che li deputati al suo collegio

terminono, che havendo confessato queste tal heresie, a dì 29 dicembre,

istante il sabato dovesse esser, insieme con do frati zoè frà Domenico

et frà Silvestro, apicati et brusati, et fusse disgradato prima; tamen

la cossa andò in longa, perchè il duca de Milano scrisse, havia a caro

veder il processo prima che si facesse morir. Et cussi Fiorentini, per

far quello voleva Milano, mandò la copia fin a Milano; et al par che

dicto frate Hironimo inteso era per dispazarsi, cognoscendo meritava la

morte, domandò tre gracie: la prima, non sia mandato nè dato in le man

dil papa, contr’il qual havia predicato; secondo, non sia sententiato

a morir a le man di puti di Fiorenza, dili qual havia hauto tanto

seguito; tertio, non fusse brasato vivo: le qual tre gracie Fiorentini

libentissime li concesseno».

Nei _Documents inédits sur l’histoire de France,_ t. I. p. 774,

Champollion Figeac pubblicò una lettera di Luigi XII alla Signoria di

Firenze, esortante a differire ogni sentenza sopra il Savonarola finchè

esso re non abbia manifestato la propria opinione. Quando, sotto Paolo

IV, si prese ad esame la dottrina del Savonarola, il padre Paolino

Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da

Siena, compose _Narrazione e discorso circa la contraddizione grande

fatta contro l’opere del R. P. frà Girolamo_, e vuol convincere che

la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè per eretica, nè

per scismatica, nè manco per erronea o scandalosa». Il Burlamacchi nel

1764 stampò a Lucca la vita del Savonarola con un’estesa apologia:

contraddetto da un Fiorentino, rincalzò l’argomento, e annotò il

processo proprio del frate. BALUZIO, _Miscell_., tom. IV. 521. Manca

di critica, come pure Francesco Pico, che istituisce un parallelo fra

Cristo e il Savonarola, e ne moltiplica i miracoli. Naudé ne faceva

un Ario, un Maometto; mentre il padre Touron lo chiamava uomo inviato

da Dio. Francesco Mayer di Jena (1836) lo fa precursore ed emulo

di Lutero, e produce molte lettere di Alessandro VI. Rudelbach lo

studiò teologicamente. P. J. Carle (1842), copiando il Barsanti senza

citarlo, lo mostra un santo alle prese colle malvagie passioni del

tempo, martire della verità e della virtù, ortodosso nella teologia,

moderato nella politica. Rio lo considera come rigeneratore dell’arte

nell’idea. Perrens dice: — Regna su tutta la vita del Savonarola

estrema incertezza; la cronologia n’è imbarazzata; gli avvenimenti

più notevoli furono snaturati dagli autori; numerose lacune, che solo

può spiegare l’ignoranza de’ biografi o la negligenza degli storici;

grande sproporzione nelle varie parti del racconto; la storia scompare

sotto tante leggende incredibili, che reputiamo impossibile elevare uno

studio qualunque sovra basi così poco solide. Salvo qualche pagine di

storia sincere, ma sparpagliate e incompiute, ne’ libri consultati non

trovammo che apologie o detrazioni» (_Jérôme Savonarola, sa vie, ses

écrits d’après les documents originaux._ Parigi 1855). In questi ultimi

anni moltissimo si scrisse intorno al Savonarola e principalmente dal

Villari, e se ne pubblicarono nuovi documenti. Fu anche messo in scena

dal Rubieri nel _Francesco Valori_, in poema dal tedesco Lenau, in

romanzo dal piemontese Corelli.

[69] «Il magnifico Paulo Vitelli in questo tempo fu condutto a

Fiorenza; il qual giunto ad ore tre di notte, lo incominciarono ad

esaminar con varj tormenti. Durò ditta esamina fino alle dodici,

et non trovando cosa notabile in esso che meritasse se non laude

et fama immortale, per le ragion dette di sopra, et etiam per non

parer de aver errato, il primo giorno di ottobre ad ore ventitre in

circa, in Palazzo, in su un palchetto fatto per ciò, pubblicamente

li fecero tagliar la testa. Premio conveniente a tanta fede et opera

sua immortale! Il vulgo errante non si persuadendo che li signori soi

lo avessen decapitato, ma un altro in cambio suo, con voce crudele al

cielo gridavano: — Noi siam gabbati; non è Paulo ma altri; lo vogliam

vedere questo traditore». Li signori, veduto et inteso questo rumore,

per timore delle persone proprie, et etiam per satisfare a quello,

vituperosamente, con doppieri ardenti, giù per le scale del Palazzo,

fereno strascinare il tronco et il capo appresso; et condutto da basso,

fu collocato in la chiesa di San Piero Scaraggi lì vicina. Concorsevi

la plebe, la qual chiaramente conosciuto, si pascè del sangue suo. Così

tanti suoi sudori, vigilie et male notti da’ Fiorentini gli sono state

rimeritate, che si può dir meritamente Paulo Vitelli esser stato quello

che abbia conservato et restituito ad quelli et il Casentino et il

territorio pisano. Voi, illustrissimi signori Taliani, che per le virtù

militari meritate il bastone, considerar possete che merito et gloria

da’ Fiorentini aspettar dovete. Specchiatevi nello excellente capitano

signor Paulo Vitelli, et di poi, parendovi, militate sotto loro

ingratissimo vessillo. Ritornando al magnifico Vitellozzo, il quale,

intesa questa trista nova, con forte animo l’ascoltò et sopportò usando

queste parole: — De cetero, mortal non me ne parli, nè me ne lacrimi

davanti; a me se ne spetta il dolore, et a Dio la vendetta». _Archivio

storico_, vol. VI. p. 383.

[70] Lib. VII. c. 3. _Et de ce que contient ceste duché, je ne veiz

jamais plus belle piece de terre, ne plus grant valleur_.

[71] CAGNOLA, _Cronaca_, lib. VIII in fine.

[72] Il Matarazzo, cronista contemporaneo, dice che battesse una

moneta con questa epigrafe; ma è falso: bensì quel detto correva

proverbialmente, lo cita il Nardi nella _Storia fiorentina_, lib.

III, e ne trovo segno in una canzone popolare de’ Milanesi dopo le sue

sventure:

Son quel duca di Milano

Che con pianto sto in dolore;

Son sugeto ch’ero signore;

Ora son fatto alemanno.

Io diceva che un sol Dio

Era in cielo, e un Moro in terra;

E secondo il mio desìo

Io faceva pace e guerra...

Esso Nardi accenna una medaglia di Lodovico, dov’era una mano che

teneva acqua e una fuoco, volendo inferire che la sua prudenza

sapeva produrre guerra e pace; e soggiunge che avesse fatto dipingere

una Italia tutta piena di galli, e un Moro che colla granata parea

cacciarli. Mostrandola a Francesco Gualterotti ambasciadore fiorentino,

e chiedendo che gli paresse di tal sua invenzione, questi rispose: —

Benissimo; ma mi sembra che questo Moro volendo spazzare i galli fuor

d’Italia, si tiri tutta la spazzatura addosso».

[73] A Urbano Terralunga d’Alba, consigliere del marchese di

Monferrato, concede _ut facere, creare et instituere possit poetas

laureatos, ac quoscumque qui in liberalibus artibus ac maxime in

carminibus adeo profecerint, ut promoveri ad poeticam et laureatum

merito possint._ Diploma del 3 agosto 1501, ap. TIRABOSCHI, tom. VII.

p. 1823.

[74] Il Moro nel 1498 lagnavasi col Foscari, ambasciadore veneto, della

diffidenza che di lui avea la Signoria, e soggiungevagli: — Confesso

che ho fatto gran male all’Italia; ma l’ho fatto per conservarmi

nel loco in cui mi trovo. L’ho fatto mal volentieri, ma la colpa

è stata del re Fernando; ed anche, voglio dirlo, in qualche parte

dell’illustrissima Signoria (veneta), perchè mai si volle lasciar

intendere. Ma di poi non ha ella veduto le continue operazioni mie,

rivolte alla liberazione d’Italia? E state certo che, se differiva più

a far la pace di Novara, _actum erat de Italia_; perchè le cose nostre

erano costituite in pessimi termini». MALIPIERI, _Annali_, pag. 482.

In un’altra lettera nell’archivio Trivulziano del 1499, si lagna siasi

sparso ch’egli avesse invitato i Turchi: — E però sopra l’anima nostra

diciamo, che non è vero che ’l Turco si sii mosso ad istanza nostra,

nè che mai n’abbiamo fatto opera perchè ei si movesse». In un’altra,

che è il 15º de’ _Documenti di storia italiana_ pubblicati dal Molini:

— Io giuro a Dio che mai non mandai a dire cosa alcuna al Turco». Or

bene, il Corio suo lodatore asserisce che ciò «consta per la propria

minuta della instrutione che sua eccellenza diede ad Ambrogio Bugiardo

et a Martino da Casale, la quale così diceva ecc.», e reca la precisa

commissione data da Ludovico a’ suoi legati.

[75] Ai Fiorentini che mandarono raccomandarsegli, il doge avea

risposto: — Sempre che vorrete esser buoni e fedeli Italiani, e non

v’impacciare di là dai monti, noi con tutta la lega vi avremo per

nostri amici. Sapete bene che, se non eramo noi, tutta Italia era

occupata da’ Francesi; se non volete esser Italiani, non possiamo

prestar ajuto alcuno alle cose vostre». MALIPIERI, pag. 428.

[76] In conseguenza di ciò i Francesi vollero considerarlo per ribelle.

S’agitò in tutte quelle guerre, finchè Carlo V lo confermò nei beni e

nei privilegi; e morì nel 1538. Anche suo fratello Federico resistette

ai Francesi, e dopo lunghi guaj ebbe il contado di Bobbio.

[77] ROSMINI, _Istoria di Gian Jacopo Trivulzio_, pag. 322.

[78] Costui fu gran protettore dei dotti, che perciò lo ricambiarono di

lodi e dediche. Arcangelo Madrignano cistercense del nostro monastero

di Chiaravalle, nel dedicargli il Viaggio da Portogallo in India

(Milano 1508), gli pone in bocca un lungo discorso sulla cosmografia,

poi rammemora i benefizj e impieghi dati a Marc’Antonio Cadamosto

lodigiano, fatto professore di astrologia a Milano e a Pavia; Francesco

Tavella e Francesco Balzio, fatti senatori; Giovanni Mayna torinese,

messo segretario regio; Facio Cardano professore d’architettura,

Cesare Sacco astronomo e letterato, Nicola Picensio poeta vulgare

e latino, Francesco Tanzi Cornigero improvvisatore, Gian Giacomo

Ghilino erudito, Gian Antonio Cusano medico e dotto, Lancino Corti

filosofo, poeta, legale, enciclopedico, Gian Francesco Musicola, Fabio

Romano, Alessandro Minuziano educatore di prestantissimi Lombardi. Il

Madrignano trovavasi spesso con questi a magnifici conviti presso il

Caroli.

[79] Da lettere di Girolamo Morone segretario del duca, che sono

nell’archivio comasco (ROVELLI, III. 383), impariamo che lo Sforza,

vedendo scemar le sue truppe, spacciò Galeazzo Visconti alla dieta

degli Svizzeri in Lucerna per farli mediatori di pace, al che bastava

richiamassero le truppe loro, nerbo d’ambe le parti. La dieta in fatti

ordinò un armistizio, inviandone l’ordine ai due eserciti per due

diversi corrieri. Ma Antonio Baissey bailo di Dijon, legato di Francia,

corruppe il corriere inviato all’esercito francese, sicchè indugiò

più giorni, mentre l’altro, senza por tempo in mezzo, recò l’ordine di

cessar l’armi agli Svizzeri che militavano collo Sforza. Si presenta la

battaglia il 9 aprile; questi abbassano le lancie; mentre gli Svizzeri

che erano coi Francesi, nulla sapendo dell’armistizio, stettero

sull’armi, e lo Sforza così rimase di sotto.

Quanto alla cattura del duca, il Muralto cronista comasco dice che

Lodovico passava incognito colle file elvetiche, se un certo svizzero

Ansone, ch’egli ben conobbe, e che n’avea patteggiato col bailo Dijon

la mercede di ducento ducati, non gliel avesse segnato a dito. Merita

credenza, perchè appunto di quei giorni fu dai Comaschi spedito a

Novara oratore al conte di Ligny, ove potè parlare volto a volto

coll’illustre prigioniero: _Cœpi lacrymis ducem in mula sedentem

salutare, qui me interrogavit de statu Mediolani, cui multa retuli,

et lacrymando recessit cum Gallis._ Paolo Giovio, nell’istoria del suo

tempo, dice che il duca e i suoi furono additati da Rodolfo di Salis,

detto il Lungo Grigione, e da Gaspare Silen di Uri, che servivano agli

stipendj del Moro; così il Belcario, _Comm. rer. gall._, VIII. 240. Il

Mallet, _Storia Svizzera_, part. II. c. 6, lo dice un Turman di Uri,

che fu in patria dannato nel capo; e si lagna che Voltaire scrivesse

avere gli Svizzeri bruttato la gloria loro per sete d’oro, e venduto la

fede data.

[80] CASTIGLIONI, _Cortigiano_, lib. I.

[81] Quest’è la risposta attribuitale dalla più parte de’

contemporanei, invece della sguajata riferita dal Machiavelli e da

altri.

[82] RIPAMONTI, _Historia Mediolani_, VII. 667.

[83] Fu fedele alla sventura di lui il poeta Jacopo Sannazaro, e dopo

venduto ogni aver suo per fornire ai bisogni di esso, lo seguì esule

volontario, e partendo salutava la patria con questi affettuosi versi

(Epigramm., lib. 7):

_Parthenope mihi culta, vale, blandissima siren;_

_Atque horti valeant, hesperidesque tuæ;_

_Mergillina vale, nostri memor; et mea flentis_

_Serta cape, heu domini munera avara tui._

_Maternæ salvete umbræ, salvete paternæ,_

_Accipite et vestris thurea dona focis._

_Neve nega optatos, virgo Sebethias, amnes,_

_Absentique tuas det mihi somnus aquas;_

_Det fesso æstivas umbras sopor, et levis aura,_

_Fluminaque ipsa suo lene sonent strepitu;_

_Exilium nam sponte sequor. Sors ipsa favebit._

_Fortibus hæc solita est sæpe et adesse viris._

_Et mihi sunt comites musæ, sunt numina vatum;_

_Et mens læta suis gaudet ab auspiciis,_

_Blanditurque animo constans sententia, quamvis_

_Exilii meritum sit satis ipsa fides._

[84] Il Matarazzo, pag. 188. Vedi anche qui indietro, pag. 31.

[85] MARIN SANUTO, _Diarj mss._ Alessandro VI chiudeva una lettera ad

essa: — Per questa volta null’altro se non che attendi a star sana, et

a esser devota della nostra donna gloriosa (24 luglio 1494, nelle carte

di Urbino a Firenze).

[86] La fuga del duca è pittorescamente descritta da Bernardino Baldi

nella _Vita di Guidubaldo_, lib. VI.

[87] DELFICO, _Storia di San Marino_, docum., pag. 61-88. Negli antichi

tempi Pindinisso, castellotto degli Eleutero-Cilicj, sull’inespugnabile

sua altura era stato rispettato da tutti i conquistatori, e fin da

Alessandro, come San Marino da Napoleone.

[88] Vedansi nel Muratori gli argomenti contrarj alla vulgare

asserzione. Voltaire (_Dissert. sur la mort d’Henri IV_) trova strano

che, mentre il Guicciardini così lo particolareggia, non ne faccia

cenno il Burcardo, raccoglitore diligente di tutti gli scandali del

suo tempo. Pure il cauto Nardi dice questa «opinione costante degli

uomini». _Storia di Firenze_, lib. IV.

[89] Quando il Valentino fu arrestato, Baldissera Scipione senese

mandò ad affiggere per tutta cristianità un cartello contro qualunque

Spagnuolo volesse dire che «il duca Valentino non era stato ritenuto

in Napoli sopra un salvocondotto del re Ferdinando e della regina

Isabella, con gran infamia e molta mancanza della fede e delle loro

corone». LUIGI DA PORTO, _Lettera_ 30.

[90] Vedi le _Legazioni_, la XL _Epistola famigliare_, e il _Principe_,

VII.

[91] A Leone X dice: — Nessuno Stato si può ordinare che sia stabile,

se non è vero principato o vera repubblica; perchè tutti i governi,

posti entro questi duoi, sono difettivi».

[92] Lettera al Vettori.

[93] _Principe_, XV e XVIII.

[94] _Deche_, III.

[95] — Sogliono le provincie il più delle volte, nel variare ch’elle

fanno, dall’ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine

all’ordine trapassare; perchè non essendo dalla natura conceduto

alle mondane cose il fermarsi, come elleno arrivano alla loro ultima

perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e

similmente, scese che le sono, e per li disordini all’ultima bassezza

pervenute, di necessità non potendo più scendere, conviene che

salghino; e così sempre dal bene si scende al male, e dal male si sale

al bene». _Storie fiorentine_, lib. V.

[96] — Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone,

differenti dalle perniciose e ree, perchè veggendo che se uno noceva

al suo benefattore, ne veniva odio e compassione in tra gli uomini,

biasimando gl’ingrati ed onorando quelli che fossero grati, e pensando

ancora che quelle medesime ingiurie potevano esser fatte a loro, per

fuggire simile male si riducevano a far leggi, ordinare punizioni a chi

contraffacesse, donde venne la cognizione della giustizia». _Deche_, I.

2.

[97] _Deche_, II. 23; III. 41.

[98] Vedasi in tal proposito la consulta _del modo di trattare i

popoli della Valdichiana ribellati_. Esposto il discorso ove Camillo

dittatore propone ai Romani di rovinare il Lazio affinchè più non possa

ribellarsi, e si vanta di averli, colle sue vittorie, messi in grado

di operare a loro arbitrio, esorta a imitar quel savissimo popolo,

che diroccò una città nemica, in un’altra mandò nuovi abitanti. «Io ho

sentito dire che la storia è la maestra delle azioni nostre, e massime

de’ principi: e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che

hanno avuto sempre le medesime passioni; e sempre fu chi serve e chi

comanda: e chi serve mal volentieri; e chi si ribella ed è represso...

Dunque non era male per chi aveva a punire e giudicare le terre di

Valdichiana, pigliare esempio, e imitar coloro che sono stati padroni

del mondo.... Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi,

lasciarvene abitare i cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di

abitatori che li tengano sotto, e non si governare in modo con loro,

che, negli impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi

a tenere più spesa in Arezzo che all’incontro di quello inimico che

v’assaltasse ecc.»

[99] È il Nardi nella _Storia di Firenze_, lib. IV.

[100] Che quel trattato non sia di frà Paolo, ma di un bastardo di casa

Canal, è asserito non dimostrato; ma all’assunto nostro poco cambia.

[101] Tom. I. p. 237 dell’edizione della _Société historique_: _Je

veulx declarer une tromperie ou habileté, ainsi qu’on vauldra nommer,

car elle fut saigement conduicte_. Pag. 278: _Il pourra sembler, au

temps advenir, à ceulx qui verront cecy, que en ces deux princes_

(Luigi XI e il duca di Borgogna) _n’y eut pas grand foy... mais quant

on penserà aux autres princes, on trouvera ceulx cy grans, nobles et

notables et le notre très-saige... je cuyde estre certain que ces

deux princes y estoient tous deux en intention de tromper chascun

son compaignon_. Tom. II. pag. 311: _Ludovic Sforce estoit homme très

saige... et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre_.

Pure Commines ammette la Provvidenza come ordinatrice delle sorti dei

regni; e dice che bisogna far conoscere anche la malvagità del mondo,

non per valersene, ma per guardarsene. Tom. I. pag. 237.

[102] Parole d’uno de’ priori d’allora, partecipe dell’assassinio.

[103] Il primo a dirlo credo fosse Alberigo Gentile, che (_Legat_.

VIII. 9) scrive: _Sui propositi non est tyrannum instituere, sed

arcanis ejus palam factis, ipsum miseris populis nudum et conspicuum

exhibere._ Il cardinale Reginaldo Polo, che fu a Firenze pochi anni

dopo la morte del Machiavelli, scrive che colà «molti cittadini, stati

famigliari del Machiavelli, gli dissero che egli rispondeva sempre aver

seguito non il proprio giudizio, ma l’animo di quello al quale dirigeva

il libro del _Principe_: perchè egli odiando siffatti governi, avea

sempre inteso a rovinarli; onde se quegli, a cui fu diretto il libro,

avesse ascoltati e messi in opera i precetti, il suo regno sarebbe

durato pochissimo, ed ei sarebbesi precipitato da sè». _Apologia ad

Carolum cæsarem_, Brescia 1774, tom. I. p. 552.

[104]

La notte che morì Pier Soderini,

L’anima andò dell’inferno alla bocca:

E il diavolo gli disse: — Anima sciocca!

Via di qua; vanne al limbo coi bambini.

Questo motto non è tampoco originale. Il _Diarium parmense_, pubblicato

dal Muratori, sotto il 1481 nota che uscì di carica il governatore

Pietro Trotti, _qui dignus est ad limbum descendere, cum nihil mali,

nihilve boni egerit, cujus proclamationes et mandata nullatenus

observabantur_.

Il Busini scrive al Varchi, 23 gennajo 1549, che il Machiavelli

«l’universale, per conto del _Principe_, l’odiava: ai ricchi pareva

che quel suo _Principe_ fosse stato documento da insegnare al duca tor

loro tutta la roba, a’ poveri tutta la libertà. Ai piagnoni pareva

ch’e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più

valente di loro; talchè ognuno l’odiava... Fu disonestissimo nella sua

vecchiaja, ma oltre all’altre cose goloso».

[105] Il re che contribuì allo sbrano della Polonia, confutava il

_Principe_ nell’_Anti-Machiavel_, e dicea: _=Le prince= de Machiavel

est en fait de morale ce qu’est l’ouvrage de Spinosa en matière de foi.

Spinosa sapait les fondements de la foi, et ne tendait pas moins qu’à

renverser l’édifice de la religion: Machiavel corrompit la politique,

et entreprit de détruire les préceptes de la saine morale. Lesi erreurs

de l’un n’étaient que des erreurs de spéculation, celles de l’autre

regardaient la pratique_. Nelle _Memorie dell’abate Morellet_ (Parigi

1823) è una lettera di Pietro Verri del 1766, ove si legge: — Qual

altro paese che il nostro ha prodotto un Machievelli e un frà Paolo

Sarpi? due mostri in politica, la cui dottrina è tanto atroce quanto

falsa, e che mostrano freddamente i vantaggi del vizio, perchè ignorano

quelli della virtù». Napoleone diceva: — Tacito ha fatto romanzi,

Gibbon è uno schiamazzatore, Machiavelli è l’unico autore leggibile»

(DE PRADT, _Ambass. en Pologne_). Al tempo che Napoleone era cascato di

moda, fu stampato _Machiavelli commentato da Buonaparte_ (Parigi 1816).

Gran panegirista del Machiavelli e violento contro a’ suoi detrattori

è il signor Emiliani Giudici nella lez. XI della _Storia delle belle

lettere in Italia_; ma viene a concludere: — Questo io so certo, che

il libro di Machiavelli, quel repertorio mirabile in cui si ragiona

tutta la scienza dei veleni e de’ loro farmachi, tornò giovevolissimo

ai tormentatori, ed inutilissimo ai tormentati». Al modo stesso i suoi

istinti generosi prevalendo ai razionali giudizj, lo fanno paragonare

la politica del medioevo alla «snaturata odierna diplomazia» (_Storia

de’ municipj_, I. 821). Ancor più notevole è che Mazzini, il 1848,

nei _Ricordi ai giovani_ scriveva: — E che mai potremmo attingere

dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de’

malvagi, a sfuggirle ed eluderle? Io dico che i popoli si ritemprano

colla virtù, si rigenerano coll’amore, si fanno grandi e potenti

colla religione del vero, quand’essi possano guardar sicuri dentro

delle nazioni e della propria coscienza, e dire, _La nostra vita è

una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri_. Dico che

la moralità è l’anima delle grandi imprese; che l’inganno, efficace a

corrompere, a smembrarci, a inceppare, è buono ai padroni, è impotente

a movere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono

ad emanciparsi e rifarsi uomini. Dico che nè un popolo ha conquistato

indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea si è incarnata nei

fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s’è aggiunto

allo sviluppo d’una razza mortale per artifizj machiavellici».

[106] — Stradioti son gente a piedi e a cavallo, vestita come Turchi,

salvo la testa dove non hanno il turbante; gente dura e dormono

all’aria tutto l’anno, essi e’ cavalli. Erano tutti Greci, venuti

dalle piazze che i Veneziani ci hanno; gli uni da Napoli di Romania in

Morea, gli altri d’Albania verso Durazzo, e han cavalli buoni, e tutti

di Turchia. I Veneziani se ne servono molto, e se ne fidano: son prodi

uomini, e molto molestano un campo quando vi si mettono». COMMINES.

[107] Gli Spagnuoli nel 1530 vendettero il sacco d’Empoli per

cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea

sequestro su quel Comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne

certi resti. VARCHI, _Storie_, IV.

[108] L’Algarotti s’impenna contro chi non crede il Machiavelli gran

mastro di guerra: ma in fatti non diede di nuovo che lo strano pensiero

di far la fossa dietro la mura; certe arme sue sconvengono affatto; la

sua proposta di reclutare la fanteria nelle campagne, la cavalleria

in città, è una rimembranza di Atene; ma se ivi era conforme alla

costituzione, fra noi mancava di significato. Quelle sue asserzioni

sul poco sangue che si versava delle battaglie, sono per lo meno

esagerate: alla Molinella dice che morì nessuno, mentre il Sabellico

chiama quella battaglia sanguinosa molto; a quella d’Anghiari, ch’egli

dà per incruenta, il Graziani nella _Cronaca perugina_ dice perì molta

gente; e il Biondo, contemporaneo e segretario del papa, asserisce

che dei ducheschi sessanta perirono, quattrocento furono feriti: di

quei della lega ducento morti nella mischia e dieci dopo, e seicento

feriti. L’opinione della superiorità della fanteria già era abbastanza

comune; e Daniello de Ludovisi, nella _Relazione dell’impero ottomano_

al senato veneto il 3 giugno 1534, dice: — Le armi in ogni tempo sono

state meglio e più utilmente adoperate dalle fanterie che da’ cavalli:

e questo si è in diversi tempi e luoghi conosciuto e massimamente nei

Romani. E se nei tempi più propinqui ai nostri sono state in Italia

le genti d’arme in reputazione, questo è proceduto dal mal animo e

dalla trista volontà dei condottieri, li quali deprimendo le fanterie

e privando li principi della buona gente, tiravano nelle genti d’arme

loro tutta la reputazione per farsi arbitri d’Italia; e ciò fu con

rovina e desolazione, e in buona parte con servitù di quella».

[109] GIOVANNI D’AUTUN.

[110] L’atto dell’elezione di Paolo da Novi porta: _Cum ab aliquo

tempore citra, civitas januensis seditione civili vexata fuerit, quæ

inter nobiles et populares defectu justitia orta est, ita ut in maximo

discrimine existeret, et considerans populus januensis necessarium

esse saluti reipublicæ consulere, amota vivendi forma sub factionum

rectoribus, qui solent unum favere, alterum vero opprimere; et

animadvertens sanum, sanctumque ac salubre consilium ad dignitatem

ducalem Januæ promovere virum gravem, integrum et Deum timentem,

cujus providentia, prudentia, experientia et consiliis possint omnes

Januenses sub protectione sua in pace et sine stimulis vivere;

considerata virtute, prudentia ac probitate illustrissimi domini

Pauli de Novis, cujus gratia facit ut ab omnibus ametur et observetur;

idcirco Dei nutu et voluntate, acclamant toto populo januense etc....

Cum primum omnipotenti Deo placuerit ut arx Casteleti ad manus

nostras deveniat, eam pro libertate et gloriam nominis januensis dirui

faciet_....

[111] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie fiorentine_, lib. XXVIII.

[112] «Il re ha usato dire ad uomo che non dice bugie: — L’imperatore

mi ha ricerco di dividermi seco l’Italia; io non l’ho mai voluto

consentire, ma il papa a questa volta mi necessita a farlo».

MACHIAVELLI, _Legazione_ 9 agosto 1510.

[113] Della sfida di Barletta una nuova descrizione fu pubblicata dal

Maj nel vol. VIII dello _Spicilegium romanum_, in lettera di Antonio

Galateo contemporaneo: ed ivi pure trovasi descritta nella _Vita del

Gran Consalvo_, per G. Cesare Capacio.

[114] Giacchè nol crediamo inventore, come si asserisce comunemente.

Filippo di Mezières, nato in Picardia nel 1312, guerriero alcun tempo

in Sicilia, poi canonico di Amiens, fece il viaggio di Terrasanta,

dal re di Cipro fu preso cancelliere, poi consigliere da Carlo

V di Francia, infine si ritirò ne’ Celestini, dove morì il 1405.

Fra altre sue opere rimaste manoscritte n’è una intitolata _Nova

religio militiæ passionis J. C. pro acquisitione sanctæ civitatis

Jerusalem et Terræsanctæ_, che sono gli statuti di un Ordine ch’egli

divisava pel ricupero de’ santi luoghi. Un capitolo è intitolato,

_De diversitate multiplici ingeniorum ad obsidendum civitates,

castra et fortalicia inimicorum fidei, super faciem terræ in aqua,

in aere et =subtus terram=, tam in ingeniis virtute propria et

artificiali lapides projicientibus, quam ingeniis =virtute pulveris=

et ignis projicientibus_. Qui si troverebbe la polvere adoprata già a

bombardamenti e a mine avanti il 400.

Poi nel 1403 un Pisano fuoruscito avvertì i Fiorentini d’una porta

disusata ch’era nella mura della sua patria, murata dai due lati;

e Domenico di Firenze ingegnere propose d’empirla di polvere, la

quale scoppiando aprirebbe una breccia. I Pisani n’ebber fumo, e vi

ripararono.

Cornazzano poeta milanese verso il 1480 cantava:

Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15) · 第 19 / 22 题