CAPITOLO CXXXVIII.

Doria e Fieschi. I Farnesi. Gli Strozzi. Guerra di Siena. Cosmo

granduca.

Erasi ricantato che la debolezza d’Italia veniva dall’impedire i

signorotti ogni potenza più vigorosa; che le sue turbolenze derivavano

dalle repubblichette e dalla mancanza di regolari successioni: ora i

signorotti erano repressi, le repubblichette soffogate, stabilite le

dinastie; bella felicità che ne seguì! Fu anzi chiaro che la moralità

di un popolo, ben più che dalle guerre civili ove in battaglia aperta

cade chi colpito dal giudizio di Dio, è peggiorata dai repressi

rancori, dalle impotenti trame, dal cupo terrore; dagli assassinj,

siano quelli che i potenti mascherano col velo della giustizia e il

pretesto dell’ordine, siano quelli in cui si sfogano le passioni,

invelenite dalla compressione e ammantate di politica. Siffatti

delitti esprimevano gli spasmodici guizzi dell’agonia dell’indipendenza

italiana.

Genova, accomodata da Andrea Doria di nuova costituzione, oltre esser

divisa in parte guelfa e ghibellina «come generalmente tutte le terre

d’Italia» (VARCHI), era ancora in nobili e popolani, questi ultimi in

cittadini e plebei, e i cittadini di nuovo in mercanti ed artefici. Le

famiglie, nobili o no, che avevano primeggiato negli affari politici,

soleano crescersi potenza coll’aggregarsene altre meno illustri

ma numerose; laonde, non per vincolo di sangue, ma per comunanza

d’interessi o di fazione, si erano formati degli _alberghi_, portanti

il medesimo cognome e stemma, associati nei litigi, negl’impegni, nelle

votazioni. Del popolo parte si schierava cogli Adorni guelfi, parte

coi Fregosi ghibellini: prevalsi questi, a nessuna persona nobile o di

parte guelfa erano accessibili le magistrature, e ghibellino e plebeo

fu sempre il doge fin dalla metà del secolo XIV. Siffatte discordie

partorirono la servitù; e la servitù comune ritemprò la fratellanza

degli oppressi, talchè, se non spente, rimasero sopite le rivalità.

Allora dunque che fu assicurata l’indipendenza dal disinteresse di

Andrea Doria, dodici riformatori istituiti per istabilire un governo

tolsero ai Ghibellini e popolani quel privilegio delle cariche,

accomunandole a tutte le antiche case possidenti e contribuenti,

che vennero a costituire i _gentiluomini_; ciascuna famiglia avente

in Genova sei case aperte, formasse un albergo, al quale come a

nocciolo si aggregassero le stirpi meno facoltose, mescolando guelfi

e ghibellini, nobili e popolani, di modo che le stirpi cessassero

di rappresentare i partiti, e si scomponessero i casati degli

Adorni e Fregosi, che perpetuavano la memoria de’ rancori. Questi

ventotto alberghi uscirono così: Calvi, Cattani, Centurioni, Cicala,

Cybo, Doria, Fieschi, Fornari, Franchi, Gentili, Grillo, Grimaldi,

Giustiniani, Imperiali, Interiano, Lercaro, Lomellino, Marini, Negro,

Negroni, Pallavicini, Pinelli, Promontorio, Salvaghi, Sauli, Spinola,

Usodimare, Vivaldi; dai quali si scelsero quattrocento senatori

annui a sorte, e cento a palle, che nominavano alle altre cariche. Di

tali alberghi doveva essere il doge; e il primo fu Oberto di Lazzaro

Cattaneo.

Al Doria, sebbene avesse ricusato d’esser principe, una specie di

dominio assicuravano i benefizj e la virtù; teneva in porto navi

proprie, e proprj soldati su quelle e a custodia del suo palazzo.

Egli non trascese le condizioni di cittadino, ma quelli stessi che ne

rispettavano la benemerenza, temevano volesse trasmettere l’autorità

al nipote Giannettino, al quale invecchiando avea ceduto il comando

delle galee; valente uomo di mare, ma superbo e dissoluto, e che

della potenza dello zio e della grazia dell’imperatore abusava a

soddisfacimento di sue passioni. Particolare dispetto ne concepiva

Gianluigi del Fiesco, conte di Lavagna e signore di Pontremoli,

disordinato, ambizioso, cupido non di liberare la patria, ma di

dominarla, e che nel mentre piaggiava il Doria, s’intese con Francia,

col papa, col duca di Parma per disfare ciò che l’imperatore avea

ricomposto, e scassinare in Italia la potenza imperiale, ch’era

minaccia di tutti. Dentro poi carezzava artigiani e marinaj

largheggiando; col pretesto di allestir navi contro i Barbareschi,

chiamò da’ suoi feudi molti fidati, e trasse a sè l’antica parzialità

dei Fregosi. Tutto preparato, i congiurati levano rumore, uccidono

Giannettino (1547 2 genn.), han in mano la flotta di Andrea Doria, al

quale riuscì di fuggire; gridano libertà, ma fra il trambusto Gianluigi

s’annega casualmente, i suoi perdono la testa e vanno dispersi, e il

Doria tornato, sanguinosamente racconcia il freno alla patria.

Tre anni dopo, Giulio Cybo cognato del Fiesco ritessè la congiura, e

fu decapitato. La Corte spagnuola, pentita della generosità dopochè fu

signora del Milanese a cui per Genova avrebbe avuto libero accesso,

tentò alcuna volta occuparla, ma Andrea la schermì; acquistò alla

repubblica il marchesato del Finale; mosse pure contro la Corsica,

ammutinata dai Francesi finchè la rinunziarono nella pace di

Cateau-Cambrésis (1560); e sino ai novantaquattro anni egli continuò

a proteggere la patria, mentre Dio proteggeva lui dai coltelli, cui

ricorrevano allora i regnanti non meno che i cittadini.

Però le gelosie interne ribollivano; e alle antiche distinzioni tolte

dalla legge del Garibetto, pubblicata dopo la congiura di Fiesco, ne

sottentrarono altre fra l’antica nobiltà e la nuova, e fra esse due

classi e il popolo escluso: quelle fuggivano ogni contatto con questo,

tenendo e banchi e divertimenti e fôro separati[318]. Prorompeva dunque

la discordia civile, finchè il papa, il re di Spagna e l’imperatore

chiamati arbitri (1576), stabilirono fossero scomposti gli alberghi,

ripigliando ciascuna famiglia i prischi nomi, senza divario da vecchi

a nuovi, da popolani ad aggregati; il doge fosse biennale, come

continuò fino al 1797; il maggior consiglio constasse di quattrocento,

dei quali, cento formassero il minore; e trenta scelti da questo

nominassero i membri de’ due consigli. Il potere esecutivo apparteneva

al doge coi due collegi del senato e di otto procuratori del comune,

specialmente attesi alle finanze, estendendosi fino al far grazia,

derogar testamenti, avocare cause da qualsifosse magistrato, accordare

o negare l’esecuzione de’ brevi pontifizj, vigilare sulla religione.

Al potere legislativo partecipavano i due collegi coi due consigli

annuali. Li coadjuvavano molti magistrati, la più parte collegiali,

e tutti con qualche brano anche di giurisdizione: l’ordinaria

spettava a una rota civile e ad una criminale, composte ciascuna di

tre giurisperiti stranieri, eletti dai consigli sovra proposizioni

de’ collegi; al qual modo era pure eletto il procuratore fiscale. La

repubblica allora contava da trentacinquemila abitanti[319].

Tolta ogni differenza di setta e d’origine, i cittadini attivi e

in pieno possesso de’ diritti politici, erano iscritti nel _Liber

civitatis_, che poi si tramutò in libro d’oro, dove si registravano

tutti i nati legittimi, i quali a ventun anno partecipavano al

governo. Poteano esserne depennati, per esempio, se esercitassero arte

meccanica; e ogni anno s’apriva il libro a dieci popolani: ma poichè si

richiedeva grossa spesa e i nobili stessi doveano trovarli meritevoli,

tale aggregazione s’avverava rarissimo. Quest’eguaglianza fra i nobili

saldò l’aristocrazia. Veruna parte restava al popolo minuto, nè a

quel della campagna: pure non ne rimase mai tolta l’energia, come a

Venezia; e sì poco invecchiò, che ducent’anni più tardi seppe mostrare

l’aborrimento a quella servitù, cui l’Italia avea fatto il callo.

Lucca[320] tentava grandemente l’avidità di Cosmo de’ Medici; ma

essa se ne schermì tollerando le provocazioni di lui, e tenendosi

raccomandata all’imperatore, i cui consiglieri guadagnava a gran

prezzo. Però Francesco Burlamacchi, scaldato dalle storie antiche di

Plutarco, e massime dalle glorie tirannicide di Timoleone, Pelopida,

Arato, Dione, e propenso alle dottrine protestanti, divisò di

resuscitare a libertà l’Italia (1546), e delle poche truppe che per

l’uffizio suo di gonfaloniere potea radunare, fare il nocciolo attorno

a cui si unissero Pisa sempre sospirante l’antica indipendenza, Pescia,

Pistoja, Siena, Perugia, Bologna; presa Firenze, si sbratterebbero

degli stranieri, tedeschi fossero o francesi, e insieme terrebbero i

dominj temporali al papa, ricorrendo per ciò anche all’imperatore, il

quale n’avrebbe un mezzo di contentare i suoi Tedeschi, e ricomporre

le scissure della Chiesa. I profughi Strozzi, disposti sempre agli

scompigli di Toscana, lo sovvenivano di denaro e di promesse: ai

liberi pensatori, che non erano pochi in Lucca, prometteva colla

libertà cittadina l’indipendenza religiosa. Il colpo era già sullo

scocco, quando un traditore lo rapportò a Cosmo, e Cosmo a Carlo V, che

obbligò la repubblica a processarlo nelle orribili guise d’allora, indi

consegnarglielo, e a Milano (1556) il mandò a morte[321].

Ogni colpo fallito diviene pretesto e opportunità a serrare i

freni, laonde Martino Bernardini fece ai Lucchesi accettare che si

ammettessero alle cariche del governo le sole famiglie che in tale

istante godevano di quell’onore, col diritto di trasferirlo alla

loro discendenza, «esclusone però chiunque fosse nato in Lucca da

padre forestiero o da persone di contado». Così la repubblica venne a

stretta aristocrazia, che qualificavasi scherzevolmente intitolandoli

i _Signori del cerchiolino_. E chi si elevasse per meriti di qualsia

genere, veniva mandato via per la legge del discolato: legge odiosa,

come quella che non puniva il delitto, ma la possibilità del delitto.

Alessandro Farnese, creato cardinale da Alessandro VI pei meriti

della sorella Giulia, possedea buone lettere, molta perizia d’affari,

mansuetudine ed affabilità; amoroso di belle arti, cominciò in Roma

il più bel palazzo del mondo, e tenne villa splendidissima presso

Bolsena; amatissimo, garbato, magnifico, non voleva usar parola che

classica; credeva all’influsso degli astri; dalle fragilità umane

non si tenne guardato, e frutto ne fu un figlio, diffamato poi

col nome di Pierluigi. Dopo essere intervenuto a cinque conclavi,

Alessandro fu eletto successore a Clemente VII col nome di Paolo

III, e non volle in magnificenza parer da meno dei Medici. Ordinò

a Michelangelo continuasse il cartone del Giudizio universale, fece

gli orti Farnesiani sul Palatino, la Sala Regia e la cappella Paolina

nel palazzo Vaticano, e animò a fabbricar quello dei conservatori sul

Campidoglio, la scala doppia del senatorio e l’altro palazzo presso

Araceli. Introdusse di dare udienza una volta al mese a chiunque

si presentasse: tolse ai Colonna i dominj, da cui infestavano il

patrimonio di San Pietro: volle gravare ai Perugini la gabella del

sale, ed essi resisterono colle armi, ajutati dai vicini e condotti

da Rodolfo Baglione; ma costui se l’intendeva coi papalini, che

sperperarono il paese, e senza venir a battaglia (1540) rimisero al

giogo i sollevati; molti furono sbanditi, di molti diroccate le case,

e colle imposizioni e coi servigi obbligati a fabbricare la fortezza

Paolina. Quanto alla politica esterna, Paolo III vedeva Carlo ispirare

alla supremazia universale, blandire i Protestanti di Germania, e

mostrare maggior cura della propria autorità che non dell’integrità

della fede cattolica; ma d’altra parte non osava scoprirsi per la

Francia, mobile troppo, sempre di precaria dominazione in Italia,

e che non esitava collegarsi colla Turchia; laonde vacillava nelle

risoluzioni.

Delle quali la più decisa era quella di fornire lautamente il suo

Pierluigi. Ad Alessandro, figlio di questo, conferì la porpora a

soli quattordici anni, e gli attribuì la collazione di quasi tutti i

benefizi della diocesi di Novara. Pretendendo vacante e ricaduto il

feudo di Camerino, il papa mosse guerra a Guidubaldo d’Urbino che lo

tenea come dote dell’unica erede dei Varani; guerra grossa e lunga,

finchè Guidubaldo si rassegnò a vedere il ducato conferito a Ottavio,

altro figlio di Pierluigi, a quindici anni già governatore di Roma.

Margherita, la bastarda di Carlo V e vedova di Alessandro duca di

Firenze, avea bottinato le gioje e il denaro dell’ucciso marito; e

sebbene pel sangue e per le ricchezze ne ambisse le nozze Cosmo de’

Medici, il pontefice la ottenne al suo Ottavio, confidando per mezzo di

essa ottenere grande stato a’ suoi. Di fatto Margherita, troppo lontana

dal contentarsi del piccolo Camerino, e così istrutta dai Farnesi, si

gittò ai piedi del padre supplicandolo desse a suo marito il Milanese,

giacchè il tenerlo per sè metteva tanto mal umore nei potenti. Carlo

non era uomo da cedere a moine donnesche, sicchè il papa disgustato

ripeteva: — Ho bell’e veduto dalla storia e dall’esperienza mia ed

altrui, che mai la santa Sede non fu potente o prospera se non quando

alleata coi Francesi». Messosi allora a diservire Carlo, avea favorito

la congiura del Fiesco contro i Doria, e quando la udì fallita,

esclamò: — Vedo chiaro che Dio ha designato che questo imperatore

prevalga per rovinar la Chiesa e tutta la cristianità» (SEGNI). Tali

propositi già indisponeano Carlo V, e viepiù il prodigare che Paolo III

faceva dei beni della Chiesa a Pierluigi.

Costui, più che a governo o a guerra, valeva a sporcizie e ladrerie,

sicchè serravansi le robe e le donne dovunque egli passasse; Paolo

gli compativa come _leggerezze giovanili_ colpe che faceano fremere il

mondo; e per alimentarne il lusso e le ambizioni disanguava lo Stato.

Procuratogli dai Veneziani il titolo di gentiluomo, benchè le loro

consuetudini il ricusassero a’ bastardi, dall’imperatore la nobiltà e

il marchesato di Novara e lauto assegnamento sui dazj del Milanese, lo

costituì gonfaloniere e capitano generale di santa Chiesa; e poichè non

potette ottenergli il Milanese o Siena, l’investì dei ducati di Nepi e

Castro di Maremma; poi al sacro concistoro dimostrando che queste città

erano troppo utili allo Stato della Chiesa, propose (1545 agosto) di

surrogarvi Parma e Piacenza, lontane e in procinto d’essere assorbite

dal potente vicino; e il concistoro disse di sì. Di tal guisa Pierluigi

ebbe quel nobilissimo ducato, e il tenne come Dio vel dica. Intento

ad abbassare i nobili, tanto più che nel servire a Francia s’erano

addestrati alle armi, esigette che tutti i feudatari dimorassero in

città, vi menassero le loro mogli al carnevale, e così tenendoseli

sotto mano, li disabituava dal comandare, e ne toglieva i privilegi

quando non potesse torne i possessi con fiscali sottigliezze. E in

fatto privò de’ feudi i Rossi, i Pallavicini, i Sanvitali, gli Scotti,

ed anche alcuni forestieri, come i Borromei, i Fieschi, i Dal Verme:

dagli altri smungeva denaro, e valeasene per fabbricare fortezze con

cui tenerli in soggezione; e proponeasi a modello Cesare Borgia.

Parma[322] e Piacenza aveano formato parte del ducato di Milano, fin

quando Leone X se l’era fatte cedere; onde Carlo V mal soffriva di

vederle in mano altrui, massime Piacenza, chiave del Po. Lo subillava

don Ferrante Gonzaga governatore del Milanese, che particolarmente

astiato contro del papa, sollecitavalo a permettergli «di far rubare

alcuna delle terre del Farnese, con dar nome di poi d’averlo fatto

di mia testa, senz’ordine e saputa di sua maestà, acciocchè con

questo venisse disgravata dal carico che di ciò potesse esserle dato

d’esser fatto per ordine suo»[323]. Non disdetto dal padrone, divisò

un sucidissimo intrigo, e se non palese eccitamento, diè conforto a

una congiura, ordita da gentiluomini delle case Anguissola, Landi,

Confalonieri, Pallavicini. Costoro offrivano Piacenza a Carlo V[324],

il quale a vicenda prometteva lasciar impune il sangue o i furti

che si facessero quel giorno, e ricevere a omaggio tutti i feudatarj

piacentini[325]. Questi dunque, assalito nel suo palazzo Pierluigi

(1547 10 7bre), liberarono la terra da un mostro[326]; Piacenza

gridava libertà; e quel giorno stesso don Ferrante la occupava a nome

dell’imperatore, secondo il prestabilito, e sotto certe condizioni,

osservate al solito modo[327]. Ottavio Farnese, genero di Carlo V,

accorse per occupare Parma di nascosto del papa, minacciandolo a tal

fine di collegarsi fin cogli uccisori di suo padre: del che Paolo III

provò tanto dolore che ne morì (1549 9bre), e il successore Giulio III

fece rilasciare quella città a Ottavio. Ma quel piccolo paese fu (come

in tempi più vicini) per mettere in fuoco l’Europa, non soffrendo Carlo

che potessero da quello i Francesi minacciare il Milanese, o piuttosto

volendo egli da quello minacciare Modena e Bologna.

Perocchè la morte di Francesco I non aveva tronche le rivalità fra

gli Austro-Spagnuoli ed i Francesi; e il suo figlio Enrico II, per

far dispetto a Carlo V, tolse in protezione il Farnese, e mandò il

maresciallo Cossé-Brissac nel Piemonte. Ferrante Gonzaga, i cui superbi

e subdoli portamenti erano stati fomite a quella guerra, inveleniva i

Tedeschi contro gl’Italiani, asserendo che costoro, «spenti che avranno

gli Spagnuoli, spegneranno anche voi»; a Carlo V raccomandava di non

fidarsi delle soldatesche italiane, «gente inquieta, disobbediente,

infedele»; e per assicurare la Lombardia suggeriva di ridurre a un

deserto il Piemonte[328]. E in fatti, costretto allargare Parma,

dove assediava il Farnese e lo Strozzi, venne a desolare il Piemonte

(1551), ove i soldati di Francia parevano coppe d’oro a fronte degli

sregolatissimi Spagnuoli e’ Tedeschi. Intanto i Luterani davano duro

intoppo a Carlo V, che, sorpreso da loro a Innspruck, fu ad un punto di

restarne prigioniero; i Francesi, che avevano incitato quel partito,

sollecitavano Roberto Sanseverino a ribellar Napoli; dappertutto

rinverdiva la parte francese; e i malcontenti di tutti i paesi, e

massime napolitani, congregati a Chioggia, pensavano ogni via di

nuocere agl’Imperiali, neppur esitando a chiamare in Italia i Turchi,

da cui furono abbruciate Reggio, Nola, Procida.

Tradimenti, coltelli, veleni, corruzioni che allora più che mai

frequentavano, io li tacerò volentieri; solo dicendo come Carlo mandò

il duca d’Alba con grosse armi, il Doria genovese portò quelle e il

denaro americano a’ danni nostri, il Medeghino milanese vi unì le

proprie bande. Carlo V, tenendo alle due estremità il Milanese e il

Napoletano, legandosi il papa col timore de’ Protestanti, Cosmo colla

necessità de’ benefizj, poteva disporre a suo senno delle forze e

della politica italiana, sicchè il consolidarsi di lui guardavasi

come servaggio comune; badavano dunque i nemici a suscitargli qualche

avversario, e sperarono nuocergli almeno in Toscana col rivoltargli

Siena.

Questa piccola repubblica meriterebbe storia ben più che alcuni

grandi imperj; tanto fu piena d’attività, di senso estetico, di fede

in quel medioevo, la cui virile operosità vorrebbero i liberalastri

eclissar nella luce che concentrano sopra la beatitudine odierna.

Le arti belle forse colà resuscitarono, certo vi fecero delle prime

e più felici prove, e vi conservarono le tradizioni cristiane anche

dopo che Firenze e Roma le aveano cambiate collo stile classico e

coi concetti pagani. La rendeano venerabile tante memorie di santi

colà fioriti, massime dacchè vi nacque l’ordine de’ Serviti, che sul

cadere del XIII secolo fu un focolajo di vita spirituale. In quella era

arso di zelo per Maria e pei poveri Gioachino de’ Pelacani; il bealo

Giovanni Colombini, da gonfaloniere della città ridottosi mendicante

volontario, con Francesco Vincenti aveva fondato un nuovo ordine; a

quel di Santa Maria di Montoliveto aveva dato origine Bernardo Tolomei,

dottore in ambi i diritti e in filosofia, armato cavaliere da Rodolfo

d’Habsburg, e che con Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizi erasi

ritirato al deserto. Vivaci erano la memoria e il culto di Bernardino

da Siena, di Ambrogio Sansedoni e di Antonio Patrizi; di quel Pietro

Petroni certosino, che morendo mandava a dire al Boccaccio riparasse

gli scandali del suo scrivere; e viepiù di quella Caterina, che colla

semplicità onde assisteva gl’infermi e ne succhiava fin le ulceri,

andava a rappacificare gl’infelloniti Ghibellini, mitigare i capitani

di ventura, e dar consigli ai papi (tom. VIII, pag. 149).

Siena, anche in mezzo a incessanti dissensioni, dava prova di quella

floridezza, per cui un tempo aveva emulato Firenze. Arrestò il fiume

per formare un lago che fornisse di pesce la città, mediante una diga

di seimila canne, sulla larghezza di quattordici passi, e doveano

trasportarvisi ventimila libbre di pesce dal lago di Perugia: essendo

però l’opera acciabattata per guadagnare molto più del dovere, nella

fine del 1492 rovinò da un lato, allagando il paese circonvicino, con

morte d’uomini e di bestiame (ALLEGRETTI). Fin negli ultimi suoi tempi

fece terminare l’interno del duomo di Grosseto.

Caduti i Petrucci per opera di Leone X poi di Clemente VII, Siena

ricevette un governo popolare (1523): ma parendole troppo stretto, si

giovò delle traversie di esso Clemente per trucidare Alessandro Bichi

capo del magistrato dei Nove; e a Carlo V, partecipe o connivente

a questi fatti, raccomandò la propria libertà. Egli, visitatala nel

1536, lasciò a governarla il senese Piccolomini duca d’Amalfi, e poichè

le turbolenze vi continuavano, cambiollo con Francesco Sfondrato, ma

sempre era sommossa dai Francesi e dai malcontenti. I Fiorentini la

voleano tener dipendente, e d’accordo con papa Clemente vi mandarono

un grosso esercito; ma si trovò respinto dal caldissimo valore de’

Senesi. E fu ben deplorabile che le due principali città di Toscana

si danneggiassero, a mero vantaggio della casa che entrambe dovea

schiacciare. Siena, non che collegarsi a Firenze per respingere i

Medici e gl’imperiali, questi provvide d’artiglieria; ma subito caduta

quella città, si conobbe esposta agli arbitrj de’ Cesarei, che vi

ristabilirono i fuorusciti, i quali pensarono a punire gli avversi

e assodare la tirannia. Alfonso Piccolomini duca d’Amalfi, generale

di Carlo V, era realmente il padrone di cotesti ringhiosi, che si

cacciavano a vicenda e si uccidevano.

Da ciò prendendo titolo, e dalle mene che incessantemente vi facea la

Francia, desiderosa d’inquietare lo spagnoleggiante Cosmo, e istigato

dagli Strozzi e loro parteggianti, Carlo mandò il ministro Antonio

Granuela (1541) colla guardia tedesca di Cosmo, acciocchè riformasse

quello Stato, surrogando una stretta oligarchia da sè dipendente, e

con tribunale a cui presedesse un cesareo; vi stanziò anche guarnigione

propria, che, al solito, non pagata, dovendo vivere a discrezione come

in terra nemica, diede motivo a più d’una sollevazione. Pertanto Carlo

V la crebbe, e l’affidò a don Diego Hurtado de Mendoza. Grand’amatore

delle lettere era costui, ed uno dei primi scrittori spagnuoli:

ambasciadore a Venezia, poi al concilio di Trento e a Roma, valutava

al vero quella posizione fra d’ingannatore e d’ingannato, e fu volta

che esclamò, — Qual miserabile genìa è mai un ambasciadore!» A Siena

si comportò con superbia e spavalderia, esigliava i giovani d’ingegno

e valore, disarmava gli altri, mentre conniveva agli abusi de’

soldati ladri e non pagati; fece morire un Politi che consigliava a

non festeggiarlo di troppo; consigliava a Carlo di darla a suo figlio

Filippo, acciocchè di là tenesse in freno e il papa e la Toscana e il

popolo riottoso; e per quanto i Senesi si opponessero e reclamassero

all’imperatore, vi cominciò una fortezza; inevitabili spedienti d’un

governo oppressore. Il romito Brandano, detto il pazzo di Cristo,

andava gridando per le vie, _In vanum laborant qui ædificant eam_;

i Senesi menarono devote processioni e offrirono alla Madonna chiavi

finte della città; al che il Mendoza esclamava: — Gliele presentino,

purchè le chiavi vere stiano in mia mano». Con questi trattamenti la

città più ghibellina, fu ridotta avversissima agli Imperiali.

Cosmo, che pur era il più necessario alleato di Carlo, oltre vedere di

mal occhio così vicini gl’Imperiali, desiderava per sè quella città,

come parte del proprio paese: la desiderava Paolo III per suo nipote

Enea Piccolomini, e per mortificare Cosmo. Fra gli amici di Francia

adunati a Chioggia discuteasi del come soccorrerla; proponeasi che

i Francesi assalissero Orbitello, e quando gli Spagnuoli uscivano a

difenderlo, i sollevati ucciderebbero il Mendoza: intanto i Senesi, che

indarno aveano tentato ripristinare la democrazia, e che nelle elezioni

annuali erano sempre straziati dai parteggiamenti de’ popolani e del

monte dei Nove, congiurarono, capo Cesare Vajari, insorsero (1532),

e colle barricate e col fuoco costrinsero gli Spagnuoli a ritirarsi:

fecero quelle gazzarre, troppo solite in cotesti trionfi popolari;

ma uno spagnuolo uscendo diceva: — Senesi valorosi, bellissimo colpo

voi faceste, ma badate bene all’avvenire, che avete offeso troppo

grand’uomo». I sollevati tenevansi sicuri sui Francesi, allora tornati

in guerra cogli Austriaci, e che mandarono navi di conserva colle

turche per devastare quella marina e le isole, rimedio peggiore del

male; poi entrarono in Siena, promettendo libertà. I cittadini si

smaniarono a distrugger la fortezza, colle lagrime agli occhi gridando

_Vittoria, Libertà, Francia_; fecero dipingere dal Sodoma sulle pareti

i santi loro cittadini Ausano, Caterina, Bernardino, e su porta Pispini

una vergine in gloria colle parole _Vittoria e Libertà_; trassero

fuori lo stendardo di san Sebastiano, che moveasi solo per le grandi

occasioni,e «passarono due mesi allegramente, senza più ragionare di

guerra, ma solo si attendeva a banchetti, caccie e piaceri»[329]. Tanto

i vulghi s’assomigliano sempre e dappertutto!

Montalcino, la terra più salda di quello Stato, fu difesa da Giordano

Orsini, finchè gli Spagnuoli se ne staccarono per proteggere le coste

dai Turchi, i quali devastavano la Sicilia, spogliavano la Pianosa e

l’Elba, prendeano quasi tutta la Corsica, sterminando i Genovesi. Carlo

V, non lasciandosi abbattere dai rinascenti guaj, drizzò verso Italia

molta gente tedesca; molta spagnuola fece portare sulle galee del

Doria, con l’oro americano; e a don Pier di Toledo, vicerè di Napoli e

suocero del duca Cosmo, diede incarico di ridurre Siena all’obbedienza.

La costui morte ritardò l’impresa; però fu lasciato arbitrio a chiunque

di correre sopra Siena, talchè ne venne guerra di stupri e assassinj

contro paesani e imbelli. Poi mentre i Francesi munivano i castelli

del Grossetano, e il governo senese metteva in assetto diecimila fanti

e cinquecento cavalli, l’imperatore affidava l’esercito ad Alessandro

Vitelli.

Il duca Cosmo, se odiava i Francesi, temeva gli Spagnuoli, e prevedendo

si troverebbe in balìa di qual dei due vincesse, reggevasi su due piè;

mostrando non darsi per inteso dei moti di Siena, adocchiava al proprio

profitto; lasciava che truppe ed eserciti francesi attraversassero

la Toscana, ma intanto allestitosi d’armi, assalse i castelli che

circondano Siena. I Senesi, che mai non aveano temuto da Cosmo un

attacco risoluto, si accinsero a respingerlo con quell’eroismo, che i

popoli spiegano negli estremi loro momenti. L’annunzio d’una guerra

suona speranza ai popoli oppressi, che non s’accorgono com’essa non

faccia che aggiungere un nuovo male ai precedenti: e subito vennero

a farvi prove molti gentiluomini d’Italia, Aurelio Fregoso, Cornelio

Bentivoglio, Flaminio d’Astabbia, Mario Sforza di Santafiora, Paolo

e Giordano Orsini, Bonifazio Gaetani, Gerolamo della Corbara; altri

furono soldati dai Francesi come condottieri, Lodovico Carissimi,

Camillo Martinengo, Ottavio Thiene, Fulvio Rangoni, Adriano Baglione,

il conte della Mirandola.

Pietro Strozzi, figlio della Clarice Medici e di quel Filippo che

finì in carcere, partecipò alcun tempo ai vizj del duca Alessandro,

poi stomacatosene fuggì in Francia, e sostenuto da Caterina de’

Medici regina e dal proprio valore, divenne gentiluomo del re, e fin

maresciallo. Avea menato seco «la più bella compagnia che mai si fosse

veduta di duecento archibugieri a cavallo, i meglio in punto che si

potessero, ciascuno con due buoni cavalli, con eccellenti armi dorate,

e avvezzi i più alla disciplina di Giovanni dalle Bande nere»[330].

Questi veterani, più non potendo spiegarlo per la patria, usarono

il valore per Francia nella guerra di Borgogna e di Piemonte, poi in

quella contro gl’Inglesi.

Lo Strozzi intanto mestava senza riposo nelle cose d’Italia; la girò

più volte travestito per togliere or la Corsica a Genova, or Genova

al Doria, or Piacenza ai Cesarei, soprattutto Toscana ai Medici, e in

generale l’Italia agli Imperiali, proposito ch’egli diceva impressogli

dal cielo. Parve venirgliene il destro quando il re di Francia lo

destinò suo generale a difendere Siena da Cosmo e da Carlo V; e

drappellava una bandiera verde col dantesco _Libertà vo cercando ch’è

sì cara_. Appoggiavalo la flotta comandata da suo fratello Leone,

priore dell’ordine di Malta, uno de’ più arditi uomini di mare, che

a servizio di Francia avea menato l’armata navale a difendere Maria

Stuarda contro la regina Elisabetta d’Inghilterra; erasi costituito

emulo del Doria; una volta, fingendosi imperiale, con ventidue galee

francesi cercò sorprendere Barcellona, e vi sparse un terror panico,

che sarebbe stato funesto se Emanuele Filiberto di Savoja non avesse

improvvisato una difesa. Guastatosi con Francia, Leone era ito a

combattere i Turchi: ora riconciliatosi con quella, portava il suo

valore in Toscana, e osò perfino assalire Firenze, gareggiando in

crudeltà coi nemici. Perocchè tutti professavano che il fine giustifica

i mezzi.

Da prima la guerra si esercitò a nome di Cesare, poi Cosmo propose

toglierla sopra di sè, purchè l’imperatore gli desse truppe e compenso

delle spese che anticiperebbe. Così convenuto, egli prese al soldo

ventiquattromila fra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, scrisse di proprio

pugno le disposizioni guerresche, affidò la capitananza a quel Gian

Giacomo Medeghino (1554), che tanti mali aveva recato nelle guerre di

Lombardia, e che fatto da Carlo V marchese di Marignano, con questo

titolo avea prestato grand’appoggio agl’Imperiali nell’ultima guerra in

Germania, massime per la sua abilità nell’artiglieria. Presa Ajuola,

costui ne impiccò quasi tutti gli abitanti, bandendo tratterebbe

così chiunque in una rôcca aspettasse una cannonata, e l’attenne: col

che portava il patriotismo alla disperazione; ogni bicocca gli costò

gran sangue, e col sangue egli puniva della lealtà e del valore. Lo

Strozzi gli propose più volte di rispettare reciprocamente le donne e

i fanciulli, come esso ne dava l’esempio; ma il Medeghino prometteva e

falliva, forse perchè de’ riscatti la maggior parte entrava nella sua

borsa[331].

Dovendo lo Strozzi tener la campagna, chiese al re di Francia

un luogotenente, e fu Biagio di Monluc guascone, il quale ci

lasciò ricordi curiosissimi. Messosi di buon’ora alla milizia, a

diciassett’anni venne in Italia, tratto «dal racconto de’ bei fatti

d’arme, che vi si compivano ordinariamente», e sopra un cavallino

di Spagna regalatogli da suo padre, guadagna il grado di capitano a

vent’anni, e toglie per divisa, _Deo duce, ferro comite_. Combatte

alla Bicocca: resta prigioniero a Pavia, ma è rilasciato «perchè

vedeano bene che non v’era da cavarne gran denaro»: in patria assolda

una compagnia a piedi, e viene col Lautrec a Napoli; all’assalto di

Capistrano presso Ascoli è ferito a morte: pure quando il castello fu

preso, si fe cedere un numero di donne, le quali avea fatto voto alla

Madonna di Loreto di salvare da oltraggi. Stentò per anni a guarire:

poi rimessosi all’armi, giacchè «nulla odiava tanto quanto casa

sua», gettasi una volta in Casale, città quasi smurata; v’improvvisa

una fortificazione, obbligando tutti dal capitano allo zappatore a

lavorarvi dalla punta del giorno, e fa alzar forche per chi ricusa, ed

è obbedito «perchè avea voce di far giocare molto la corda».

A Napoli ebbe in dono Torre della Nunziata, e benchè ancora col braccio

al collo, facea prodezze stupende, ch’e’ narra colla vanità d’un

guascone. Precipitate le fortune francesi, torna addietro desiderando

mille volte la morte «perchè avea perduto tutti i suoi signori ed

amici». Appena si ripigliano le armi, con Francesco I combatte in

Provenza, sempre smaniato di quel ch’è l’idolo de’ Francesi, la gloria.

«Mi parea, quando mi facevo a leggere Tito Livio, che vedessi in vita

quei bravi Scipioni, Catoni, Cesari; e quand’ero a Roma, guardando

il Campidoglio, ricordandomi di quel ch’avevo udito dire (giacchè del

leggere poco sapevo), pareami dovessi trovar là quegli antichi Romani».

Nei consigli fa prevalere sempre il partito più risoluto, persuaso

che «soldati francesi non si vincono, quand’anche avessero un braccio

legato; pensate poi avendoli tutt’e due liberi»; non sa darsi pace di

quei che riflettono _se perdiamo, se perdiamo_; e «Non c’è principe al

mondo che abbia nobiltà più volenterosa della nostra; un piccol sorriso

del padrone riscalda i più ghiacciati; e volentieri cangiando prati,

vigne, mulini in cavalli ed armi, vanno a morire su quello che noi

chiamiamo letto dell’onore».

A Ceresole guidava gli archibugieri, giacchè egli sapeva profittare

dell’armi da fuoco, quantunque spesso le esecri; e vi fu armato

cavaliere dal duca d’Enghien. Mal tollerava le distinzioni fra i

soldati e i puntigli di preminenza: se alcuni ne vedeva ricusare i

lavori di pala e scure, s’inviperiva, parendogli che qualunque cosa

giovi alla guerra non possa sconvenire a capitano nè a soldato. Di

denaro e di bottino facea prodigiosa liberalità; sì poco gli costavano!

«Quante volte, vedendo i soldati stanchi, scavalcai per camminare con

essi e fare qualche lungo tratto! quante volte bevei dell’acqua con

essi, per mostrare l’esempio del soffrire!» Vero è che confessa, la sua

colpa essere stata di metter mano troppo spesso alla spada negli impeti

di collera.

Noi c’indugiamo intorno a lui, perchè quelle sue memorie con

frequentissime digressioni sull’arte militare, da Enrico IV erano

chiamate il manuale del buon capitano, e perchè egli fu lodatissimo

da coloro che vantano il valore sotto qualsiasi forma, non da coloro

che vi vogliono accoppiate moderazione, giustizia, umanità. Già di

settantacinque anni scrivendo l’odissea delle sue imprese, diceva:

— Nel nostro mestiere bisogna essere spietati, e Dio deve usarci

misericordia pel male che abbiamo fatto»[332].

Costui fu dunque destinato luogotenente regio (1554) a Siena, per

quanto un tal posto paresse richiedere ben altra prudenza in una

repubblica, in guerra di partiti. Finchè lo Strozzi rimase a capo

del piccolo esercito, Monluc comparve in secondo piano; ma ben presto

Leone Strozzi restò ucciso, e Pietro, tepidamente secondato da Francia,

mal nudrito in paese sperperato, fu sconfitto a Lucignano (2 luglio)

e ferito. «Fatta rassegna, mancorno al campo franzese, fra morti e

prigioni, circa dodicimila uomini. Ora, chi avesse visto tornare in

Siena la sera tanti soldati di tante nazioni svaligiati, feriti e

tanto malconci, piangendo buttarsi per le strade a giacere per le

banche e murelli (dopo pieno lo spedale a quattro per letto, e di più

piene le banche e le tavole e la chiesa), non saria stato possibile

aver possuto tenere le lacrime, sebbene avesse avuto il cuore di

durissima pietra, vedendo e considerando una strage siffatta. Moveva

tal caso orrendo a compassione chi vedeva le strade piene di feriti,

e sentiva i pietosi lamenti, e massime dei Tedeschi e Franzesi, che

si raccomandavano chiedendo un poco da bere e un poco di sale, pane e

vino, e gli ajutavano meglio che possevano; ed io fo fede, che vidi

più di cent’uomini appoggiarsi a un muro, e lacrimare per pietà de’

poveri soldati a tale esterminio condotti» (SOZZINI). Lo Strozzi non

potè più tener la campagna, e tornato in Francia (1555), vi fu malvisto

come chi è vinto, e accusato d’ambe le parti, finchè col valore e colla

perseveranza ricuperò nome e gloria.

Monluc allora divenne il personaggio principale di Siena, e sebbene,

all’uso de’ suoi, egli attribuisca tutto a sè il merito della

perseveranza e del valore de’ Senesi, non può non ammirarne la virtù.

Rinascevano discordie e sospetti? egli facea far processioni, «giacchè

digiuni ne facevamo già abbastanza, nè dal febbrajo uscente sino

ai ventidue aprile mangiammo mai più d’una volta; e questo mangiare

consisteva in un piccolo pane, alquanti piselli con lardo e cattivo

brodo. La voglia d’acquistare onori, e di far all’imperatore questa

vergogna d’avere sì a lungo arrestato il suo esercito, mi toglieva il

rincrescimento del digiunare: quella meschina refezione mi equivaleva

ad un banchetto quando tornavo da qualche abbaruffata, dove ai nemici

si fosse bene scossa la polvere».

E di fatto non trattavasi che di puntiglio, giacchè del vincere non

rimanea speranza; soccorsi di Francia sapeva non arriverebbero, per

quanto e’ ne lusingasse i Senesi; voleva soltanto illustrarsi con una

bella difesa, il che dalla sua nazione chiamasi gloria. Al Medeghino

e’ non vuol male; «serve al suo padrone come io al mio; egli attaccava

me pel suo onore, io lo respingeva pel mio; egli voleva acquistar

reputazione, io pure». Anzi esso Medeghino la vigilia di Natale gli

mandò mezzo cervo, sei capponi, sei pernici, sei pani bianchi, sei

fiaschi di vino: vero è che la notte stessa, sperando che i Senesi

fossero distratti nel celebrarla, tentò sorprendere la città, ma se ne

trovò respinto.

Quella che tra i soldati sembrava una partita d’esercizio, pei Senesi

era decisione capitale, andandovi della libertà e della vita; e serrato

l’assedio, da mezzo ottobre sino al 21 aprile passarono per tutti i

gradi della fame, delle ansietà, delle malattie. Cosmo e il Marignano

seguitavano le immanità, respingendo le bocche inutili che fossero

mandate fuori, impiccando chiunque tentasse introdur viveri. Eppure

i contadini bazzicavano di continuo i quartieri nemici, e difendevano

bravamente ciascuno la propria masseria. Siena vide scemare da trenta

a diecimila i suoi cittadini; eppure si resse, e le donne medesime

adoperavansi a faticosi servigi in pro della libertà; e — Voi (esclama

il Monluc) siete degno d’immortal lode, se mai donna il fu. Presa la

bellissima risoluzione di difendere la libertà, si divisero in tre

bande di tremila ciascuna, condotte da una Forteguerra, una Fausta,

una Piccolomini, con vestire e divise proprie, e lavoravano alle

fortificazioni»[333].

Alla fine, stremi dalle malattie, nè roba più nè cavalli o gatti o

sorci rimanendo da mangiare, i Senesi chiesero patti. Il Marignano

voleali a discrezione: ma poichè essi mostravansi disposti piuttosto

a sepellirsi sotto le ruine della patria, e un esercito francese

si avanzava dal Piemonte, e Firenze fremea di dover sostenere tanti

sacrifizj per fare altri servi com’essa, alfine vennero accordate (21

aprile) condizioni simili a quelle che venticinque anni innanzi avea

ottenute Firenze stessa, e violate al par di quelle. Monluc, che, come

Massena ai nostri giorni, aveva giurato che «capitolazione non farebbe

mai», uscì senza patti, e il Marignano ricevette lui e i suoi non come

vinti, ma come eroi e camerata. Egli menò seco i più compromessi, e

al vedere i congedi di quel popolo «sì devoto alla libertà, non seppe

frenarsi dal pianto».

Contano che cinquantamila uomini perissero d’armi, di fame o di

supplizio: e il viandante, che sospirando attraversa la desolata

maremma, florida un giorno di coltura e di casali, maledice ancora le

snaturate guerre del Cinquecento, e la memoria del Marignano e de’ suoi

padroni. Alla guarnigione francese sottentrò in Siena la spagnuola;

molti preferirono l’esiglio alla vista dei vincitori, delle armi tolte,

della fortezza rifabbricata (1556); altri ricoverati a Montalcino,

ostinandosi ad intitolarsi Repubblica senese, sostennero quegli ultimi

aneliti d’indipendenza, finchè la pace di Cateau-Cambrésis non assodò i

ceppi della Toscana. Allora se n’andarono anche i Francesi (1559), che

fin là aveano tenuta Grosseto.

Lungamente la Francia alimentò i profughi nostri, e ancora nel 1585

quel re ne manteneva ventuno della propria cassetta, fra cui un

Caracciolo, un Ubaldini, un Alamanni, tre Giustiniani, un Fiesco,

un Marcello[334]. Chi crede alle esagerazioni de’ profughi, troverà

asserito che Cosmo pensò disfare questo nido de’ suoi nemici, e al

Pichena, segretario suo d’ambasceria a Parigi, spedì sottilissimi

veleni e i più abili assassini, promettendo quarantamila ducati

per ogni morte, oltre rimborsar le spese. La prima vittima fu

Bernardo Girolami; e talmente ne rimasero sgomenti gli altri,

che si sparpagliarono per le provincie e in Inghilterra, ormati

incessantemente da’ sicarj de’ Medici.

Non tanto i generali colle armi, quanto Cosmo coi denari, colle forze,

col vitupero proprio aveva conquistato Siena: ma Carlo V ne investì

Filippo II, il quale a Cosmo non la cedette (1557 19 luglio) se

non quando ebbe bisogno di lui nella guerra terminata colla pace di

Cateau-Cambrésis, e a patti che posero la Toscana in qualche dipendenza

dalla Spagna, essendosi questa riservato i porti di Orbetello,

Telamone, Portercole, Montargentaro e Santo Stefano, che furono detti

i _Presidj_, e che preclusero a Siena il commercio e il mare, così

perpetuandone la desolazione. Dell’isola d’Elba porzione fu restituita

all’Appiano signor di Piombino; al duca restò Porto Ferrajo, con due

miglia di contorno.

Lucca non si salvava da lui che col farsi dimenticare[335]. Soltanto

Soana tardò a venire a Cosmo. Nicolò Orsini, nel 1547, incarcerato

il proprio padre Giovan Francesco conte di Pitigliano, ne tenne lo

Stato, e per non esserne punito dall’imperatore, secondò i Francesi

nella guerra di Siena, i quali gli diedero Soana. Per la pace di

Cateau-Cambrésis avrebbe dovuto restituirla; ma egli allegando che

fosse antico feudo di sua casa, la tenne violentemente; si circondò

di concubine ebree, non risparmiava la roba d’alcun uomo, l’onestà

d’alcuna donna, neppur della moglie di suo figlio Alessandro. Questo

propose a Cosmo d’ammazzarlo: ma Nicolò, scoperta la trama, arrestò il

figliuolo. Allora Cosmo dovè mover coll’armi, e l’Orsini cedette.

Cosmo chetò a denari il presidio spagnuolo che usciva di Siena,

e ricomprò da esso fin le artiglierie e le munizioni, che pure

appartenevano al comune senese; vi pose guarnigione tedesca, che

finì di guastare se alcun che vi si era salvato; e pubblicò — In

evidentissima dimostrazione del buon animo nostro e del paterno

affetto inverso di questa nostra dilettissima città, per pace e quiete

universale e per ogni ragionevole considerazione, per nostro proprio

movimento e per certa scienza, perdoniamo pienamente e scancelliamo in

tutto e per tutto ogni eccesso e delitto commesso da qualsiasi persona,

avanti al giorno nel quale a nome nostro si prese il possesso della

città, assolvendo e liberando pienamente ciascuno da qualsivoglia

pena incorsa per delitti ed eccessi, ancorchè enormissimi». Frasi

stereotipe, siccome quelle altre che, nel desiderio di riparar i mali

e restituire l’antica felicità e splendore a Siena, introduceva la

forma di governo che credeva di maggior soddisfazione universale per

distribuire le dignità, utili e onori della città ai più meritevoli,

ed a ciascuno buona ed eguale giustizia. Pertanto terrebbe in Siena un

luogotenente per vigilare all’osservanza delle leggi, e intervenire

al consiglio generale, creato dal duca, da cui erano eletti pure

il capitano del popolo, i confalonieri, il capitano di giustizia, i

conservatori dello Stato, gli uffiziali della mercanzia, il giudice

ordinario, gli auditori di rota, gli otto capitani dello Stato; agli

antichi uffizj del popolo erano conservati i diritti e privilegi.

Tante morti, tante migrazioni, tanto devastamento di ubertosissimi

paesi segnarono il decadimento della Toscana. Un secolo i Medici

aveano faticato a corromperne la libertà, ed ecco finalmente se

l’erano soggiogata, e col levare le forme democratiche di cui era

fin allora vissuta, se la resero serva senza temperamento. Alle città

sottoposte Cosmo lasciò da principio le forme municipali e risparmiò

le gravezze[336]: e per vero quelle che già erano suddite di Firenze

ebbero piuttosto a lodarsi d’aver mutato la tirannia di molti in quella

d’un solo. Per tener in freno un paese di tante rimembranze, dove

i fuorusciti predicavano ogni mezzo essere onesto a ripristinare la

libertà, dove i Piagnoni non aveano perduto la potente flebilità, Cosmo

adoprò e forza ed arte.

Contro i ribelli (come chiamava i fedeli a quella repubblica, cui

egli si era ribellato) pubblicò quarantatre editti dal 1537 al 74,

di fierezza draconiana, colpendo di confisca non solo l’eredità

de’ figliuoli, ma le enfiteusi e i fedecommessi, senza riguardo

a diritti di terzi, e perfino i beni che gli ascondenti di rei

avessero acquistati dopo il delitto, e a perpetuo esiglio la loro

figliolanza[337]; moltiplicò bargelli, carceri, relegazioni, vigilanze;

chi uscisse di casa in tempo di tumulto poteva esser morto impunemente;

insomma quelle fierezze di dominio, di cui poteasi fremere e persin

dubitare nel benigno secolo passato, ma che il nostro rivide con più

sapiente ferocia. Nel suo principato si decapitarono cenquarantasei

persone, fra cui venticinque di famiglie illustri e sei donne; nel

1540, quattrocentrenta furono condannati in contumacia; oltre quelli

che lontano cadeano colpiti di veleno o di pugnale. Filippo II era

l’ammirazione di Cosmo; e suoi oracoli Pier di Toledo e il duca d’Alba,

sanguinarj conculcatori dell’umanità; ma prima di loro il Machiavelli

aveagli insegnato «nemico temuto doversi spegnere». Fu lui che

introdusse quel sistema di spionaggio, insolito anzi impossibile ne’

governi precedenti, per cui furono seminati il sospetto ne’ principi,

la diffidenza ne’ popoli: peste moderna, alla quale non ebbe la

equivalente il medioevo. Perchè la libertà del pensare religioso non

avviasse alla libertà del politico, vigilava i progressi dell’eresia,

faceva numerare le particole, contare le persone in chiesa: pure non

lasciava che gl’inquisitori procedessero se non assistiti da deputati

laici.

Pretendendo che i Domenicani, non dimentichi dell’alito popolesco di

frà Savonarola, s’intendessero coi fuorusciti, subillassero il popolo

contro il principe, e secondassero le animosità di Paolo III, li cacciò

e fece processare, non badando a reclami di Roma e de’ timorati, che

consideravano i Domenicani come zelantissimi dell’ortodossia, mentre

gli Agostiniani a loro sostituiti non andavano senza sospetto di

parteggiare per l’agostiniano Lutero. Cosmo, costretto richiamarli,

colle spie e le accuse li molestò: poi per imbrigliare anche la

curia romana creò il «dipartimento della giurisdizione», assistito da

Lelio Torelli di Fano, valente giureconsulto, per impedire che alcuna

autorità esterna turbasse il governo; il qual magistrato poi si arrogò

la cognizione de’ fatti ecclesiastici che portassero pene temporali,

e di concedere l’_exequatur_ ai decreti della podestà clericale.

Questa magistratura fu temperata coll’introdurre un nunzio, il quale

aveva tribunale per le cause ecclesiastiche, ma divenne occasione di

frequenti conflitti tra le due potestà.

Cosmo ridusse in sè solo l’arbitrio de’ consigli, dei giudizj, del

tesoro. Dappoichè Carlo ebbe levata la guarnigione spagnuola dai

forti, fu il primo principe italiano che tenesse milizia regolare,

ideata sopra l’antica ordinanza fiorentina; fortificò le città[338],

provvigionò le rôcche, istituì compagnie d’archibugieri a cavallo

per guardare le coste, e dodici galee: per tal modo ottenne quiete

dentro, e rispetto dai Turchi, che per far piacere a Francia e

dispetto all’imperatore, tornavano a devastare l’Italia; e giovò non

poco agli Imperiali, sia col tenere in fede il ducato di Milano, sia

coll’assisterli nella guerra di Piemonte.

La guerra di Siena l’avea logoro al punto, che dovette sospendere

le paghe agl’impiegati; ma presto restaurò le finanze. Il Fiorentino

contava allora settecentomila abitanti, e centomila il Senese, ed egli

con esenzioni e regali e sovvenzioni vi chiamava agricoli ferraresi,

mantovani, parmigiani, piacentini, veneti, e maestranze e marinaj

dalle coste. L’unione del Senese crebbe le comodità de’ popoli, per le

ricche raccolte di quello rendendosi inutile il tirar grano forestiero,

anzi avendone da mandar fuori. Cosmo aveva pensato ad un canale, che

varcando l’Appennino alla montagna della Consuma, congiungesse i due

mari, talchè Firenze divenisse un emporio de’ più operosi; ne fece

anche elaborare il progetto dal celebre matematico Ignazio Danti, poi

l’abbandonò.

Il commercio era decaduto, e molte famiglie trasportarono i banchi o

le braccia loro in Francia, in Inghilterra, altrove. L’istituzione

dell’ordine di Santo Stefano, mediante il quale volle alloppiare

con decorazioni chi gli chiedeva libertà, trasse molti ad aspirare

a quella nobiltà, abbandonando il commercio, e parte salire sulle

galee dell’ordine, parte brigare nelle anticamere del padrone. Cosmo

faceva egli stesso monopolio di alcune merci, e s’interessava con

ricchi negozianti sulle banche di Anversa, Bruges, Londra, Lisbona,

Barcellona, Marsiglia, Lione, oltre le italiane; impiegava due galeoni

per trasportar merci d’Italia e del Levante ai porti dell’Oceano; dai

Fugger d’Augusta traeva il rame d’Ungheria; da Levante grano, olio,

vino; schiuse il porto di Livorno; cavava metalli, e da operaj di

Germania fece tentare a Pietrasanta le miniere dell’argento.

A tale concorrenza soccombeano i minori negozianti; ed egli, malgrado

tante spese, divenne il più ricco principe d’Italia, e lasciò sei

milioni e mezzo di ducati in cassa; comprò il palazzo Pitti perchè

i suoi successori avessero la residenza più bella che in Europa sia;

edificò quel degli Uffizj, il loggiato del Mercato vecchio e il più

grandioso del nuovo, la biblioteca Laurenziana, l’archivio d’Or San

Michele; quadruplicò le entrate del paese portandole a un milione

centomila ducati; spense i debiti pubblici. Le Università di Firenze

e di Pisa rassettò; alla Platonica, istituita da Cosmo il Vecchio,

sostituì l’accademia Fiorentina, in cui entrarono il Carnesecchi, il

Domenichi, il Giambullari, il Segni, Benedetto Varchi richiamato di

bando. Coglieva ogni occasione di allettare il popolo, ed occupare

artisti e operaj con feste, or per qualche galea tolta ai Barbareschi,

or per le nozze di suo figlio con Giovanna d’Austria, or pel battesimo

d’un bambino natone[339]: mettessero pure i Fiorentini tra i ritratti

che allora esponevano, non solo Farinata e il Capponi, ma anche il

Carducci e il Ferruccio, e’ non era sì codardo da temere gli eroi di

cartone. Fece involar da Roma il corpo di Michelangelo per sepellirlo

in patria; diede commissioni al Pontormo, al Bandinelli, al Bronzini,

al Cellini, a frà Giovanni; dal Vasari fece dipingere tutto il palazzo

ducale; e volendo questo ritrarlo in mezzo a’ suoi ministri in atto di

discutere della guerra di Siena, il duca gli disse: — Che ci hanno a

fare i ministri? mettici il silenzio e altrettali virtù, che tengono

luogo di consiglio». Chiamò da Sicilia a Pisa lavoratori di coralli e

specchi, arti perfezionatesi sotto il suo figlio; il quale introdusse

la fabbrica della porcellana, fin allora ignota, e il meraviglioso

magistero de’ commessi di pietra dure. «Soprattutto (scriveva Andrea

Gussoni ambasciatore veneto nel 1576) ha diletto di lavorare di

lambicchi, formando molte acque e dei sublimati atti a medicare molte

infermità, e ne ha quasi per ognuna; e fra le altre fa un olio di sì

eccellente virtù, che ungendo di fuori dei polsi, il cuore, lo stomaco,

la gola, guarisce e difende da ogni sorta di veleno, sana gl’impestati,

preserva i sani, ed è attivissimo rimedio alle petecchie e ad ogni

sorta di febbre maligna; e mi ha detto aver voluto fare esperienza del

veleno in persone che aveva a far morire per giustizia, facendo loro

bere del veleno, e con questo suo olio li ha del tutto guariti»[340].

Ma anche il bene è disgradito quando obbliga a sagrificar l’onore: la

vita artifiziale che le arti traevano dalla protezione, non toglieva

che deperissero; e Cosmo dovette far lavorare fuori gli argenti

per le nozze con Eleonora di Toledo. Il traffico restò impacciato,

la giustizia passionata; la popolazione si sottigliò; i cittadini

ambiziosi di titoli sottraevano i capitali dal commercio per investirli

in terreni; i migliori velavano l’umor repubblicano con inezie

letterarie, e istituirono l’accademia del Piano, e per Piano intendeano

la repubblica, e vi recitavano dicerie allegoriche.

Non è dunque meraviglia se fu vituperato da’ suoi, malgrado le

eccellenti qualità. Pio IV, che l’amava perchè n’aveva favorito

l’esaltazione ed accettato nella sua pienezza il concilio di Trento,

gli offerse il titolo di re, ed egli nol volle; ma quando si trattò di

dare una figlia all’imperatore Ferdinando, Pio V gli esibì di nominarlo

arciduca; e poichè Casa d’Austria non voleva accomunato ad altri questo

titolo, s’inventò (1569) quello di granduca e di altezza serenissima; e

recatosi a Roma con un fasto che mai il maggiore, ricevuto da cardinali

e da tutta la nazione fiorentina, alloggiato nel palazzo pontifizio,

fu coronato sedendo alla dritta del papa, e d’allora s’intitolò

_per grazia di Dio_. Non sono a dire le proteste degli Austriaci;

dell’imperatore, che pretendeva fosse vassallo suo per la Toscana,

e della Spagna per Siena; del duca di Ferrara, che fin là aveagli

disputato la preminenza; e per anni durarono le collere e i litigi

sotto apparenza di cerimoniale, ma in fatto perchè trapelava anche in

lui quell’ambizione che ogni principe ingrandito concepì, di dominare

tutt’Italia, o almeno di snidarne gli stranieri. In ciò lo secondava

il papa; ma poichè il disegno non gli successe, colmò di nuovi favori

il granduca, gli regalò tante anticaglie da empire quattro vascelli,

e beni alla moglie, e il proprio palazzo e giardino a un figlio,

all’altro il comando delle galere dello Stato.

Chi pensa come le città, eccetto Firenze e Siena, già stessero sotto

una servitù che egli cercò mitigare; che senza lui la Toscana sarebbe

divenuta provincia della Spagna o della Francia; che gravi e secolari

agitazioni non possono calmarsi senza violenza; che tanti proscritti

e fuorusciti artifiziavano instancabilmente congiure e turbamenti,

ed esagerarono le colpe e i difetti di esso, vorrà riconoscerlo

del male che non fece o che palliò. E molti de’ contemporanei lo

lodarono sinceramente; così è facile passare dall’orrore dell’anarchia

all’avversione della libertà politica. Egli stesso cercò illudere la

posterità col comprare storici, e il non esservi riuscito fa lode a

questi. Pure l’Ammirato più volte encomia i Medici della libertà che

lasciavano di dire il vero; e il Pitti, nell’_Apologia de’ Cappucci_,

liberale confutazione del Guicciardini, dice che «il granduca Cosmo e

il principe Francesco reggente hanno caro che si sappia il vero delle

cose, largheggiano non pur delle scritture pubbliche a chiunque le

desidera vedere, ma delle lettere segrete loro, ancora de’ casi più

ascosi dello Stato, premiando chi s’affatica a descrivere le pubbliche

azioni». Chè i tiranni brutali strozzano il pensiero e incarcerano

gli scrittori; i tiranni scaltriti se li guadagnano quando possono, o

almeno gli abbagliano.

Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15) · 第 14 / 22 题