Fine di Carlo V. Estremo assetto dell’Italia. Prodi suoi figli.
Sventure e glorie di Venezia. Imprese contro i Turchi.
Intanto scomparivano gli attori di questi terribili drammi. A Francesco
I, morto delle conseguenze dell’irrefrenato libertinaggio, era
succeduto Enrico II, marito di Caterina de’ Medici, dissipato egli pure
in altri amori e in valenterie cavalleresche, per le quali in un torneo
cadde ucciso (1559 10 luglio), dopo essere stato zimbello di donne e
di partiti, e aver visto invadere il suo regno dall’eresia, collegata
colla riottosa nobiltà.
Carlo V, allorchè partì d’Italia, vi lasciò Garcia di Lojasa suo
confessore, coll’incarico di mandargli informazioni d’ogni cosa[341];
e questi da Roma il 15 agosto 1530 gli scriveva: — Sire, non pensate
a divertimenti, e non perdete coraggio alla vista degli impacci che
v’attendono, certo non minori di quei che aveste a Bologna. Pensate
che nè corona fu conquistata, nè gloria ottenuta colla mollezza, col
vivere lussurioso e coi viziosi diletti. Due antagonisti contendono in
vostra maestà; l’indolenza e l’ambizione. Finora in Italia prevalse la
seconda; possa essere altrettanto in Germania; e la cura dell’onore
e della gloria trionfi del nemico interno, che vi trae a sciupare la
miglior parte della vita in feste, banchetti, stravizzo».
Suona strano l’udire imputato di accidia quell’imperatore, che si vantò
d’avere, dai diciassette anni in poi, veduto ogni cosa coi proprj
occhi, nove volte passato in Germania, sei in Ispagna, quattro in
Francia, sette in Italia, dieci ne’ Paesi Bassi, due in Inghilterra,
altrettante in Africa, undici traversato i mari. Giunto ai cinquantasei
anni, diceva: — La fortuna, come le altre donne, mi abbandonò dacchè
invecchiai»; e il mal esito di molte imprese, la contraddizione che
trovava nel fratello e nel figlio, l’irrefrenabile estendersi della
Riforma, quella sazietà che presto ammuffa le grandezze umane, lo
indussero a rinunziare al figlio Filippo II (1555-56) i Paesi Bassi
e la Spagna coll’Italia e l’America, raccomandandogli di mantenere
la santa fede e l’Inquisizione; e al fratello Ferdinando il titolo
d’imperatore e i possessi di Germania. E si ritirò a pii ma non
inoperosi esercizj nel convento di Just dell’Estremadura[342], come
quegli eroi del medioevo che mettevano un intervallo di raccoglimento
fra la presente vita e la futura.
Con tale spartimento egli stesso dichiarava impossibile quella
monarchia universale che qualche volta fantasticò. Re di titolo a
sei anni e di fatto a sedici, imperatore a diciotto; altero e fermo,
ma severo e melanconico, sapendo con calma e penetrazione valutare
le difficoltà delle imprese: mai non montava in collera; offeso,
avvolgeasi nella dignità del silenzio: versava sangue senza riguardi
ma senza piacere, e coglieva ogni occasione di perdonare. Comparso
al momento che la società nuova usciva in fasce, e sulle ruine delle
repubblichette e delle feudalità ergevansi poteri compatti, che
conglobavano le singole forze e volontà fin allora cozzanti, pensò alla
vita animata e indipendente del medioevo sostituire un’amministrazione
centrale, e nella monarchia raccogliere tutta l’attività; reprimere
l’agitazione municipale delle Spagne; al tempo stesso che sperava
togliere ai Barbareschi le coste d’Africa, conquistare e legarsi
l’Italia, coprire di colonie il Messico e il Perù, osteggiare la
Francia, tenere in briglia la Germania, comprimere i Paesi Bassi;
in somma sostituire l’Austria alla Chiesa nel rappresentare l’unità
cristiana, onde si credette volesse assorbire le singole nazioni.
Se non che d’arrivare al gran fine era impedito dalla natura de’
suoi possessi, immensi ma nè vicini nè omogenei, dalle gelosie della
Francia, che parve erigersi protettrice delle parziali nazionalità.
Glorioso uffizio come imperatore cristiano fu l’opporre una diga ai
progressi del Turco; pure lo lasciò prendere Rodi senza contrasto, ed
avanzarsi in Europa più che non avesse fatto ne’ momenti di suo slancio
maggiore; e col disastro d’Algeri offuscò la gloria della spedizione
di Tunisi. Guardandolo come la potenza preponderante fra’ Cattolici, e
il vero ostacolo agl’infedeli, i papi smetterono quell’antagonismo che
costituì l’attività di tutto il medioevo; e se Carlo fosse riuscito
a subordinare la corona germanica elettiva all’ereditaria di Spagna,
farsi dare successore nell’impero il figlio Filippo, e a questo
ottenere, colle nozze di Maria, lo scettro d’Inghilterra, tutta Europa
si sarebbe trovata austriaca, e il despotismo gentilesco incatenava una
società tornata pagana. Ma ad impedirlo sorsero il pensiero emancipato,
lo spirito riformatore, e le idee della personale responsalità,
rincalorite da Lutero. Carlo sperò un pezzo riconciliare alla Chiesa i
dissenzienti, o almeno conservare l’unità, fosse poi trionfante la fede
apostolica o la nuova: però, come vide questa crescere di estensione e
di petulanza, e intaccare non che la dominazione regia, le basi della
società, si diede a tutt’uomo a reprimerla; ma che? versato tesori e
sangue, costretto a fuggire innanzi ai campioni di essa, non potè che
farle accettare un soprattieni (l’_Interim_), all’ombra del quale essa
si consolidò entro i termini che fin oggi conserva. Inoltre già si era
stabilita quella politica che riunisce tutti contro quello che minaccia
di soverchiare; e non è ultimo vanto di Firenze e di Siena l’avere
saputo così a lungo, sebbene infelicemente, resistere al dominator del
mondo.
Povero in mezzo a smisurati dominj[343], dopo supplito ai regolari
tributi con estorsioni d’ogni specie, dopo lasciato ai soldati il
saccheggio invece delle paghe, dalla mancanza di denaro costretto a
interrompere tutte le imprese, non conquistato nessun regno malgrado
di tante guerre e di tanti paesi incamerati, Carlo vide invasi da
stranieri tutti i suoi, eccetto l’estrema Spagna; dovette cedere
terreno ai Turchi; abbandonò alla ventura e all’avidità la conquista
del Nuovo mondo, che avrebbe potuto offrire campo al guerresco ardore
della nazione e rimedio alle impoverite finanze, più che gli spedienti
che toglieano di circolazione capitali e depauperavano l’industria.
Monopolio de’ mestieri, ingordi dazj d’entrata e uscita, fabbriche
imperiali, costose licenze erano abusi già praticati: ma Carlo
gl’introdusse sistematicamente nell’amministrazione; il commercio
fu ricinto di restrizioni ed esclusioni; sagrificate le colonie
alla capitale; lo spirito pubblico sviato dalle vie regolari della
prudenza per gettarlo in quelle del rischio. Tutte le forme tutelari
furono abolite sottomettendole a dispotici governatori: ritornò in
onore l’aristocrazia, ma creata da diplomi, e perciò oppressiva degli
inferiori, inetta a resistere agli arbitrj superiori.
Che se il nome di lui sfolgora all’apogeo dell’Austria, l’Italia vi
associa l’elegia della perduta sua indipendenza. Allora un vecchio di
sentimenti moderatissimi scriveva: — Dappoichè Carlo V ebbe le insegne
imperiali, per cagione delle guerre seguite fra lui e il re Francesco,
coll’aggiunta di quelle che Solimano granturco, parte spinto da oro
e parte incitato da se stesso, ha fatte contro a’ Cristiani, sono
state ammazzate in guerra ducentomila persone, più di cento tra città
e castella di notabil fama sono ite a sacco, rovinate e distrutte.
Tante migliaja, dopo queste, d’uomini e di donne innocenti son periti
per fame e pestilenza, che non è agevole raccontarne il numero, senza
contare gli sbordellamenti delle matrone nobili, la verginità perduta
delle fanciulle sacre e profane, e i vituperosi e abbominevoli stupri
nei fanciulletti: cose empie, atroci, fuor d’ogni legge umana e divina,
commesse la più parte da Cristiani infra loro medesimi, non per altra
cagione che per soddisfare all’ambizione di due uomini, i quali nati,
cresciuti e invecchiati con odj eterni e con animi sempre nemici, non
mai stanchi di far sangue, ancora combattono e combatteranno infino
che avranno vita. Onde i popoli afflitti non hanno da avere maggior
desiderio, per quietarsi una volta, che a pregar Dio che gli spegna,
o veramente che voglia ambidue sottoposti al granturco; acciocchè,
ridottosi il mondo sotto un solo monarca, avvegnachè barbaro ed inimico
della nostra legge, possano con qualche riposo nutrire i figliuoli,
e sostenere, sebben poveri, almeno senza tanti travagli, i pesi della
loro infelicissima vita»[344].
Anche Paolo III moriva (1549), e dopo lungo tempestare del conclave,
otteneva la tiara Gianmaria Ciocchi, cardinale lodatissimo e papa
infingardo col nome di Giulio III, assorto nell’ingrandire nipoti
e favoriti. Succedettegli per pochi giorni Marcello II (1555), dei
Cervini di Montepulciano, poi l’ottagenario Paolo IV, dei Caraffa
napoletani. Stava costui alla corte di Spagna quando Fernando il
Cattolico, rimorso nell’agonia d’avere sottratto il regno di Napoli
agli Aragonesi e imprigionato l’ultimo di essi contro la fede data,
volle consultarsene con persone pie e dotte. L’uno fu il Caraffa,
il quale francamente gl’intimò non poter lui salvare l’anima e la
reputazione altrimenti che restituendo quel regno; e talmente il
compunse, che forse ne seguiva l’effetto, se altri, «perturbando con la
ragione degl’interessi di Stato le ragioni di Dio e della giustizia»,
non avessero svolto il moribondo[345]. La verità suona ingiuria ai
potenti; e Carlo V lo guardò come avverso a Spagna, l’escluse dal
consiglio reale, gli contrastò lungo tempo l’arcivescovado di Napoli,
ne turbò sempre la giurisdizione. Egli a vicenda non dissimulava la
sua avversione per gli Austriaci, e fatto cardinale, contraddiva in
ogni atto all’imperatore, che chiamava fautore d’eretici, e che in
conseguenza gli diede due volte l’esclusiva dal papato: la terza fu
per castigare severamente i cardinali cesarei che non eransi adoprati
efficacemente ad impedirlo, e pensò convincere d’illegale la nomina,
deporlo e avvelenarlo.
Paolo IV, mostratosi fin allora pio ed austero, quando gli fu chiesto
come voless’essere trattato, rispose: — Da gran principe»; e coronato
splendidissimamente, si mostrò in tutto suntuoso, e più temporale che
alla dignità sua non convenisse. Focoso, iracondo, tutto capricci e
partiti, bistrattò l’ambasciadore di Toscana, prese a pugni e calci
il governatore di Roma, svelse la barba all’inviato di Ragusi; vestì
cardinale suo nipote don Carlo, fin allora guerriero sotto i profughi
Strozzi; prese segretario monsignor Della Casa, manifestandosi così
nemico al duca Cosmo, di cui era ribelle. L’Italia paragonava ad uno
istromento, le cui quattro corde erano Napoli, Milano, Venezia, lo
Stato della Chiesa: — Infelici quelle anime di Alfonso d’Aragona e
Lodovico duca di Milano, che furono i primi a guastare così nobile
stromento d’Italia! _Hinc omnis mali labes_, perchè costoro aprirono
questa mala porta a’ Barbari, la quale noi vorremmo serrare e non
siamo ascoltati, per colpa de’ peccati nostri. Noi non ci pentiremo
mai d’avere fatto quello che abbiamo potuto, e forse più di quel
che potevamo. Lasceremo ne’ secoli avvenire la confusione a quelli
che non ci avranno ajutato, e che si dica che fu già un vecchio di
ottant’anni, il quale, quando si credeva avesse a star in un cantone
a piangere le sue infermità, si scoperse valoroso e desideroso della
libertà d’Italia, ma fu abbandonato da chi manco dovea; e così la
penitenza sarà de’ signori Veneziani, e degli altri che non vogliono
conoscere l’occasione di levarsi dalle spalle questa gente mista di
Fiamminghi e Spagnuoli, nella quale _nihil regium, nihil christianum_;
tengono come la gramigna ove s’attaccano, a differenza dei Francesi,
che non vi starieno se vi fossero legati. Non ci pentiremo mai d’avere
stentato questo poco di vita per onor di Dio e per benefizio di questa
povera Italia; perchè ci abbiamo proposto una vita facchinesca, e
non riposiamo mai». Così diceva egli a Bernardo Navagero ambasciator
veneto, e altre volte: — Siamo vecchi, e ce ne partiremo un di questi
dì quando piacerà a Dio; ma verrà tempo che conoscerete che vi diciamo
il vero; e Dio non voglia sia con nostro danno. Sono barbari tutti
due, e saria bene che stessero a casa loro, e non fosse in Italia
altra lingua che la nostra». Il Navagero conchiude: — Mai parlava di
sua maestà e della nazione spagnuola, che non li chiamasse eretici,
scismatici e maledetti da Dio, seme di Giudei e di Mori, feccia del
mondo, deplorando la miseria d’Italia, che fosse astretta a servire
gente così vile»[346].
Paolo sospettava ogni tratto che Carlo attentasse ai suoi giorni, e
diceva: — L’imperatore vuol uccidere me di febbre mortale, ma io darò
a lui da fare, e libererò la povera Italia». Ma neppure a Francia
si confidava pienamente, e al nipote diceva: — Vedi che non crediamo
troppo in questi Francesi, e che, rotta che noi avremo l’inimicizia,
non ci abbandonino come è fama che soglion fare»[347]. Ma questi nipoti
che speravano pescare nel torbido, e monsignor Della Casa suo intimo,
che desiderava redimere la patria Toscana, gli aggiungeano sproni; ed
egli, spogliati i feudatarj romani, massime i Colonna, fermò alleanza
con re Enrico, assolvendolo da una tregua giurata recentemente, e
meditava trasferire in questo o trarre a sè il regno di Napoli e il
Milanese, dichiarandone scaduti gli Spagnuoli; se non altro, ottenere
Siena, fracassata dagli Spagnuoli e da Cosmo. A tal fine pretendesi
negoziasse fin coi Turchi acciocchè infestassero le marine toscane e
napoletane, e col marchese di Brandeburgo luterano perchè assalisse
l’imperatore in Germania; nessun mezzo reputando illecito a raggiungere
il suo fine.
Per incarnare il magnanimo disegno di liberare l’Italia da’ forestieri,
al papa occorreva l’appoggio degli altri signori: ma la Savoja si
ostinava contro Francia, appoggiandosi perciò all’imperatore; Venezia
adombravasi degli incrementi del papa; Cosmo temeva che i Caraffa
ottenessero l’ambita Siena; Ottavio Farnese, non abbastanza irritato
dall’assassinio del padre e dall’usurpazione di mezzo il suo dominio,
erasi riconciliato cogl’Imperiali, e li serviva con zelo; gli stessi
nipoti, arbitri del papa a segno che ne aprivano le lettere, operavano
di capriccio e di prepotenza, spingendolo a consigli inopportuni
o a meschini ripieghi, a sospettare di quanti lo circondavano, a
perseguitare e tormentare persone anche altissime.
Pure egli mise insieme una lega santa, a capo della quale portava le
irreconciliabili sue ire Pietro Strozzi; e l’occhio dei Protestanti si
dilettò di nuovo allo spettacolo del papa in guerra coll’imperatore
e col re Cattolico. L’esercito di questi, guidato dal duca d’Alba,
fatta orribile strage a Segna, presi un dopo uno i castelli dell’agro
romano, difesi valorosamente e assaliti furiosamente, si presentò con
scale a Roma, la quale, impaurendosi di vedere rinnovato il sacco del
27, chiedeva pace ad ogni costo. Come allora, i Colonna assalgono la
città, Pietro Strozzi e Biagio di Monluc accorrono a difenderla, ma
non vi sarebbero riusciti se gli Spagnuoli non avessero accettato un
armistizio.
Enrico II, che, erettosi vindice dei disastri paterni, coglieva ogni
destro di turbare agli Spagnuoli il tranquillo godimento d’Italia, non
foss’altro per isviarli da casa sua, vi spedì Francesco di Lorena duca
di Guisa (1557). I costui Francesi, traversata baldanzosi la penisola,
si assisero nel Lazio, molestandolo poco meno che i nemici, i quali
anch’essi v’entrarono per ricolpo dal Napoletano. Il duca d’Alba,
avveduto calcolatore, evitò la battaglia; e il Guisa, a cui s’erano
promessi soccorsi d’altri feudatarj e la sollevazione del Napoletano,
si lagnava di non vedersi secondato, non voleva avventurarsi a fazioni
pericolose (1557), per quanto sollecitato dallo Strozzi; infine fu
richiamato acciocchè col fiore della nobiltà francese proteggesse i
Paesi Bassi. Colà dodicimila Inglesi s’erano congiunti all’esercito
ispano di trentaseimila, comandato dal conte d’Egmont e da Emanuele
Filiberto di Savoja, governatore di quelle provincie; e davanti a
San Quintino (10 agosto), emporio del commercio tra Francia e i Paesi
Bassi, colla robusta cavalleria posero in pienissima rotta l’esercito
francese. Mai l’indipendenza di Francia da Giovanna d’Arco in poi non
erasi trovata in sì grave frangente, poichè gli Spagnuoli potevano
senza verun ostante marciare sopra Parigi: fortunatamente si ostinarono
all’assedio di San Quintino, intanto che Enrico II rinnovavasi d’armi;
il Guisa, accorso d’Italia ed ajutato da intelligenze, dal verno e
dalla trascuranza degli avversarj, in meno di tre settimane col braccio
dello Strozzi prese Calais (1558), che da ducent’anni era il punto
d’appoggio degl’Inglesi sul continente.
Il papa, pertinace a ricusare ogni condizione di pace, quando si vide
abbandonato da’ Francesi, in Roma la castità e la roba minacciate dai
difensori, molti de’ quali erano luterani, e i cittadini stessi far
trama d’aprire le porte all’Alba, dovette chinare ad accordi. Il duca
d’Alba, che «non aveva ancora esperienza della gran differenza ch’è tra
il guerreggiare con i papi, coi quali finalmente niente si guadagna,
anzi si perdono le spese» (GIANNONE), instava perchè si proseguisse
la guerra: ma Filippo II, desideroso da un pezzo di riconciliarsi,
concordò una pace di sì ampie condizioni, che tutti ne stupirono.
La penna di chi scrive e l’attenzione di chi legge si stancano al
racconto di queste guerre meramente politiche; eppure dal preponderare
de’ Francesi o degli Spagnuoli restavano mutate le sorti degl’Italiani,
non più dalla forza e volontà nazionale. La lunga guerra, oltre causare
quella di Spagna, Francia, Inghilterra, avea sfinito lo Stato romano:
per sopraddosso le acque del Tevere e dell’Arno traboccarono, colla
morte di migliaja di persone; il duca di Ferrara continuava le ostilità
ai Farnesi, finchè staccato dalla lega con Francia, rappacificossi al
Cattolico; la flotta turca tornava ogni anno a predare alcune coste, e
spaventarle tutte.
Il papa poneva il capo in grembo a’ suoi nipoti, dei quali nessuno
osava manifestargli gli eccessi. Il cardinale Pacheco davanti a lui
volendo scolpare un altro cardinale, il papa gli ruppe le scuse in
bocca, esclamando: — Riformazione ci vuole, riformazione». Al che
il Pacheco: — Bene sta, padre santo; ma la riformazione dovrebbe
cominciare da noi», e gli gettò qualche cenno. Poi l’ambasciatore
di Firenze gli rivelò tante brutture de’ Caraffa, che il papa colle
lacrime deplorò in concistoro gli scandali derivatine, li tolse dai
gradi e dagli uffizj, e licenziolli e relegò, dando miglior forma al
governo; e al cardinale Farnese, che voleva mitigarlo, rispose: — Se
Paolo III avesse dato simili esempj, vostro padre non sarebbe stato
impiccato».
Non per questo cessò lo scontento de’ Romani, irritati da’ suoi rigori,
dallo spionaggio con cui sosteneva l’Inquisizione, dalle gravezze
esagerate in grazia delle guerre. Intanto sotto gli auspizj del
papa stesso era in pratica una pace generale, che poi fu conchiusa a
Cateau-Cambrésis (1559 3 aprile), e fin alla quale noi volemmo trarre
il racconto, perchè chiuse le ostilità fra Austria e Francia, e assise
le cose d’Italia in quella miseria, in cui doveano rimanere gran pezzo.
Ivi fu convenuto che il Cristianissimo desisterebbe dal proteggere i
Senesi, e ritirerebbe le truppe che ancor vi restavano; rinunzierebbe
al Milanese e al Napoletano, come il Cattolico alla Borgogna. Siena fu
assicurata a Cosmo; la Corsica resa ai Genovesi; Piacenza ai Farnesi
in benemerenza de’ servigi renduti a Spagna da Alessandro guerreggiando
i ribelli Fiamminghi. Questo grandissimo capitano, dotto quanto prode,
cauto quanto vigoroso ne’ governi, ito all’impresa dov’erano falliti il
terribile duca d’Alba, l’accorto Requesens, l’impetuoso don Giovanni
d’Austria, seppe attendere e agire, negoziare e vincere, profittar
delle scissure solite fra gl’insorgenti, trattare senza duplicità,
governare senza tirannia, in modo di rimettere all’obbedienza di Spagna
le dieci provincie cattoliche, restringendo la rivoluzione alle sêtte
protestanti, che ben tosto si costituirono in repubblica. Mai non
dimorò egli a Parma, e morendo il 1592 lasciò al figlio Ranuccio un
dominio ben consolidato, e protetto dalla Chiesa e da Spagna.
Alfonso d’Este era morto (1534) poco dopo di Clemente VII; e suo figlio
Ercole II, imparentatosi colla Francia, tentò due volte scuotere il
giogo imperiale che sentivasi sul collo, soccorse Ottavio Farnese,
capitanò la lega di Paolo IV contro Filippo II; ma come questo vinse,
dovette accettare una pace umiliante, alla quale poco sopravvisse
(1559), lasciando successore quell’Alfonso II, il cui nome s’accompagna
sciaguratamente a quello di Torquato Tasso.
Il ducato d’Urbino, cheto fra’ suoi monti, era passato immune da
guerre: ma Guidubaldo (1538), succeduto a Francesco Maria Della Rovere,
sprecando in lusso e vanità, ebbe ridotti a estrema miseria i sudditi,
i quali proruppero ad aperte rivolte, tuffate nel sangue.
Carlo di Savoja, forse buono come n’ebbe il titolo, certamente
sfortunato, e credendo abilità il destreggiarsi, avea peggiorato la
difficoltà della propria posizione, e non rimediato a nessuno de’
mali del suo paese. Ma Emanuele Filiberto, nella guerra di Fiandra
acquistatasi fama di valoroso, gridato eroe (1539) della giornata di
San Quintino, sposata Margherita di Francia sorella di Francesco I,
potè domandare condizioni migliori; e per quanto i generali francesi
esclamassero contro il cedere un paese acquistato con tanto sangue,
egli recuperò quanto erasi nella guerra perduto: e da questo punto la
casa di Savoja apparve potenza italiana, ed ebbe peso fra le europee.
Tanto più che l’essersi allora ribellata Ginevra, portava l’attenzione
di que’ duchi mentosto verso il Rodano che verso il Po.
Le guerre religiose scoppiate in Francia impedirono agli Enrichi
di più mescolarsi de’ fatti d’Italia, dove rimase senza contrappeso
l’Austria. Qui dunque finirono le agitazioni e con esse la libertà,
e i nostri dovettero subire in silenzio l’insulto de’ loro nemici.
Grandezze e virtù incontreremo ancora in Italia, ma sempre velate dalla
melanconia che ispirano le opere incompiute e le ruine, e il veder
la potenza degl’istinti e le indistruttibili speranze lottare colla
perseveranza della sfortuna. Molti Italiani stavano ancora profughi;
altri esercitavano fuori un valore, a cui erano mancate le occasioni
in patria. È ingiustizia il tacciare i nostri d’aver dismesso le armi
e adoperato le mercenarie; non era questo allora il modo universale
di far eserciti in Europa? eppure non solo gli Stati feudali nostri,
come il Piemonte, la terra di Roma e il regno di Napoli, stavano
in armi, ma le repubbliche mercantili mostrarono valore da eroi sia
nelle interminabili guerre di Levante, sia nella micidiale di Pisa con
Firenze, o di questa e di Siena co’ loro tiranni; forza di carattere
apparve nelle tante congiure, o generose o insane, contro al Medici,
ai Farnesi, ai Doria; il Ferruccio, e le Bande nere, e gli Strozzi
mostraronsi degni di causa o di riuscita migliore.
Quando più non si potè combattere in patria, portarono di fuori il lor
valore. Cosmo respirò allora solo quando Pietro Strozzi, mostratosi
eroe (1558) alla presa di Calais, morì d’una cannonata a Thionville; ma
i suoi seguaci, avanzi i più delle Bande nere e dei difensori di Siena,
e favoriti da Caterina de’ Medici avversa a Cosmo[348], continuarono
utili servigi alla Francia. Ferrante Sanseverino principe di Salerno,
genero del vicerè Toledo, era stato spedito ad esporre le querele dei
Napoletani a Carlo V; e mal ricevuto da questo, in patria perseguito
prima da sicarj, poi da accuse di eresia e di Stato, fuggì a Padova,
e dichiarato ribelle, tramò cogli altri fuorusciti, poi deluso andò
a servire i Turchi; unitosi a Pietro Strozzi sotto Siena, entrò anche
nel Reame; cadute poi tutte le speranze, tornò oltr’alpe al durissimo
pane degli esuli; e cantossi lungamente per Italia e per Francia una
sua canzone che cominciava, _Ohimè, ch’io non pensava dipartirmi_, e
una spagnuola che esprimeva, _Passò il tempo dell’amore, passò la mia
gloria, passò la mia ventura; non mi aspetta che il sepolcro_. Sua
moglie vendette poi le suppellettili e mendicò alle Corti per ergere
una tomba sulle stanche ossa di lui.
L’Armanni (_Lettere_, volume I, pag. 727) dice che Gubbio dal 1530 al
70 aveva in diversi eserciti tre capitani generali, due luogotenenti
generali, sei colonnelli, 65 capitani, divisandoli per nome e anni. Don
Giovanni d’Austria, nella rassegna dell’esercito che menava contro i
Turchi, udendo ogni tratto nominare _da Gubbio_, domandò: — Ma cos’è
questo Gubbio? o ch’è maggior di Milano? maggior di Napoli?» Gli fu
risposto era una città del principe Francesco Maria ivi presente,
del che egli lo felicitò. Eppure quando ai dì nostri, Napoleone volle
obbligare i Gubbiesi alla coscrizione, buttavansi piuttosto ai boschi e
ai monti.
Bernardino Rocca piacentino fu buono scrittore di cose militari.
Centorio degli Ortensi, romano o milanese, portò sui campi lo
spirito osservatore, e dopo la pace fece discorsi sull’arte militare,
commentarj delle guerre di Transilvania, ed altri lavori. Antonio
Castrioto duca di Ferrandina, ultimo discendente dello Scanderbeg,
liberalissimo fin alla prodigalità e buon poeta, militò con Carlo
V contro gli eretici, e reduce passò per Venezia, ove assistendo
mascherato a una festa di gentildonne a Murano, usò insolenza a
Marco Giustiniano, onde un costui famiglio l’ammazzò[349]. Torquato
Conti, signore di molti castelli di Romagna, e suo fratello Alto
assai campeggiarono in Germania e Francia. Molti altri de’ nostri
militarono per gli oppressori e contro, ma erano tenuti da meno,
esposti ove maggiore il pericolo, abbandonati dopo questo: Carlo V nel
1547 congedava quelli che lo aveano servito contro i Protestanti in
Germania, in tal povertà, che ebbero ad accattare il pane di porta in
porta, e pochi si ridussero alle patrie[350]. Jacobo Inghirami marchese
di Montegiori fu de’ capitani più famosi nel XVI secolo, comandò le
galere della religione di S. Stefano e fu il flagello de’ Barbareschi.
Biagio Capizucchi marchese di Monterio, generale delle truppe papali
all’assedio di Poitiers nel 1569, osò mettersi a nuoto, e andar a
tagliare le corde che teneano i pezzi che gli assedianti preparavano
per gettar un ponte e dare l’assalto; di che Pio V lo loda in una
bolla. Combattè poi anche in Germania e ne’ Paesi Bassi. Suo fratello
Camillo, segnalatosi alla battaglia di Lepanto e ne’ Paesi Bassi e
in Ungheria, morì di 60 anni nel 1597, e scrisse _De officio præfecti
castrorum_.
Francesco Sommi cremonese, cavaliere di Santo Stefano, servì Francia
contro gli Ugonotti, con bellissima compagnia di cavalleggeri. Nella
guerra di Fiandra si segnalarono Vincenzo Machiavelli e il Fiammelli
fiorentino, Scipione Vorganno, Antonio Pittore, Giambello architetto,
Girolamo Osio luogotenente di cavalleria[351], e Chiapino Vitello
di Città di Castello, già capitano generale della fanteria di Cosmo,
del cui valore i Fiamminghi si vendicavano col beffarne la mostruosa
pinguedine[352]. Ivi stesso il conte Basta di Rocca presso Táranto,
militò col duca di Parma, poi guidò gli eserciti austriaci a togliere
la Transilvania al famoso Stefano Batori, e la governò con militare
prepotenza; scrisse il _Maestro di campo generale_, e il _Governo della
cavalleria leggiera_.
Nell’età seguente Lodovico Gonzaga, divenuto poi duca di Nevers,
combattè gli Ugonotti, salvò Parigi dal Coligny, tolse agl’Inglesi
Hâvre de Grace, ed espugnò Macone. Gabrio Serbelloni milanese si
segnalò all’impresa della Goletta. Pier Battista Borgo di Genova
osteggiò valorosamente gli Svedesi in Germania, e descrisse la guerra
de’ Trent’anni fin alla morte di Gustavo Adolfo. Nella quale Alberto
Caprara bolognese più volte ebbe il comando supremo degli Imperiali,
fece quarantaquattro campagne, ambasciate molte e due alla Porta.
Ottavio Piccolómini senese, come venturiere fece buona prova contro
i Turchi e in Valtellina, servì sotto il Waldstein, e alla famosa
battaglia di Lutzen caricò sette volte il nemico, sei colpi di pistola
ricevette, prese diciassette bandiere, e furono i suoi che, uccidendo
Gustavo Adolfo, salvarono la Germania dalla dominazione svedese;
poi rivelando all’imperatore i disegni confidatigli dal Waldstein,
procacciò a questo l’assassinio, a sè il titolo di principe e l’infamia
di spia.
L’arte degli assedj dovette mutarsi da capo a fondo dopo introdotte
armi di sì lontana projezione e di sì terribile urto; le alture non
più si accurarono se non in quanto non fossero dominate da altre; poi
restò sempre a temere delle mine che facesser saltare la meglio munita
fortezza. Affondando le mura nel fosso, si venne a potere strisciar
colle artiglierie lo spalto che via via declina verso la campagna;
il quale col suo pendìo copre la cortina in modo, che il nemico,
volendola battere, è costretto tagliare esso spalto e la controscarpa,
e venir a piantare sul labbro del fossato le batterie di breccia, con
estremo pericolo. Tali miglioramenti furono introdotti passo a passo,
e di molti il merito spetta agl’Italiani, quasi unici che, nel primo
secolo dell’artiglieria, servissero in uffizio d’ingegneri militari per
tutt’Europa.
Dentro, i principi s’applicarono a munirsi di fortilizj, e distruggere
le bande di ventura e i loro capitani; anzi i duchi di Toscana
e d’Urbino s’accordarono a tal fine col papa, severissimi bandi
mandarono, e divieto di portare armi, od allogarsi a soldo straniero.
Pel medesimo intento i principi avvisavano distruggere le famiglie,
semenzajo perenne di campioni; i duchi di Parma tolsero i Torelli
da Montechiarugolo; Gregorio XIII traeva alla Chiesa molti beni e
castelli di vassalli, come Castelnuovo degli Iseri di Cesena, Corcona
dei Sassatelli di Imola, Lonzano e Savignano dei Rangoni, Bertinoro e
Verrucchio dei Pio, e via discorrete.
Nell’universale nimicizia contro le antiche repubbliche, vanto o vita
della nostra penisola, il sentimento patriotico si può ancora consolare
affissandosi in Venezia. Assalita dall’inimicizia di tutta Europa
collegata a Cambrai, essa trova al cinque per cento le esorbitanti
somme occorrenti, mentre Francia ne ha appena al quaranta. Uscitane con
onore, dopo il sagrifizio di settanta milioni, è mirabile come potesse
alleviar le imposte, fortificare Padova, Treviso e le altre piazze
e soccorrer re Francesco. La libertà s’era ristretta in pochissimi;
diminuito, non tolto il commercio; e minacciata dai Turchi e dagli
Austriaci, dovea pensare a schermirsi, più che ad ingrandire: pure
vi si scorgono ancora nobili caratteri. Antonio Grimani, capitano
generale dell’armata nel 1498, vinto a Lépanto, fu dalla repubblica
condannato ai ferri; e suo figlio Vincenzo non soffrì che altri fuor di
lui glieli mettesse, poi non l’abbandonò mai. Scontata la prigionia,
spoglio di dignità, messo a confine, Antonio fuggì a Roma presso un
altro suo figlio cardinale, dove, sempre amoroso dell’ingrata patria,
non cessava di distorre Giulio II dalla fatal lega, teneva avvisati
di che si operasse contro Venezia, la quale gli restituì la patria
e gli onori, e perchè fosse prova del come si deva vendicarsi de’
concittadini, fu eletto doge a ottantacinque anni. All’inaugurazione,
egli s’inginocchiò, e trattosi il corno dogale, si raccomandò a Dio lo
guidasse nel difficile cammino. Un giorno, mentre in solennità montava
il bucintoro, si fermò e disse: — Qui stesso mi furono messi i ceppi,
ed ora son doge». Morto che fu, Vincenzo suo non depose più mai le
vesti di lutto[353].
Biagio Giuliano comandava alla batteria di San Teodoro a Candia,
e vedendo non la poter difendere, aspetta l’accostarsi di molti
Turchi, poi mette fuoco a una mina, e nella morte travolge sè ed i
nemici. Andrea Gritti, stando prigione dei Turchi, avea riconciliato
quella potenza colla sua repubblica; stando prigione dell’imperatore,
lo indusse a far lega con quella; da poi fu spedito a visitar le
provincie, ripristinare le fortezze e l’obbedienza, ricevere di nuovo
il giuramento; ravviò le disperse fonti della prosperità, per quanto
era possibile ne’ mutati modi del commercio; riparò i canali irrigatorj
e navigli; riaperse l’Università di Padova.
Pietro Duodo, di buon’ora adoprato negli uffizj della patria, andò
ambasciatore a Carlo Emanuele di Savoja, poi a Sigismondo III di
Polonia che lo creò cavaliere, ad Enrico IV che per riconoscenza gli
permise d’inquartare alle sue armi lo scudo di Francia e di Navarra,
a Rodolfo imperatore che lo creò conte del sacro romano impero, poi
al re d’Inghilterra e a papa Paolo V. Capitano di Padova, v’instaurò
la pace, fece contornar d’alberi la città, rinnovò le corse de’
cavalli, migliorò le strade, e vi fondò l’accademia Delia di sessanta
gentiluomini applicati agli esercizj cavallereschi sotto un matematico,
un cavaliere, un maestro d’armi e così via, per rendersi abili a
servire la patria. Dallo Scamozzi, di cui fu il mecenate, fece erigere
a Monselice sei cappelle: e scrisse qualche opera, oltre le relazioni
di sue ambasciate.
Carlo Magio nobiluomo, incaricato di visitare le fortezze di Cipro,
munirle e approvvigionarle, l’eseguì; poi si condusse al papa per
sollecitarne i soccorsi contro il Turco minacciante: tornato a Cipro,
difese Famagosta, ma come questa fu presa, restò schiavo, venduto
successivamente a due padroni, che lo fecero lavorare senza riguardo.
Dopo varj accidenti uscito di schiavitù, e tornato in patria verso
il 1570, fece dipingere le proprie avventure da Paolo Veronese e da
altri insigni artisti in diciotto miniature, che ora si conservano
nella biblioteca imperiale di Parigi. Oltre emblemi e assai figure
simboliche, e il ritratto del Magio e di suo figlio, vi si vedono
l’isola di Cipro, Zante, Candia, Venezia, l’Egitto, Tripoli ed altri
paesi, e la nave su cui esso Magio li scorre; poi Firenze, Roma,
Bologna, altri luoghi dov’egli viaggiò, e il concistoro di Roma in
cui arringò il papa. In quel curiosissimo monumento biografico, ora
lo scorgiamo da pellegrino visitare il santo Sepolcro sopra asini,
giacchè non si permetteva d’entrare in Gerusalemme su cavalli; ora
legato e nudo davanti un bascià, o bastonato e oppresso di fatiche dai
padroni; ora approdare alla Sanità di Venezia, e davanti al doge e ai
pregadi esporre le sue avventure; ora rientrare nella ricca e deliziosa
sua casa, e riconciliarsi coi parenti che forse aveano abusato della
sua assenza, e celebrare con festini e banchetti il ritorno; tutto
si chiude devotamente con un angelo, che al Magio e a suo figliuolo
mostrano la gloria del paradiso.
Le scoperte strappavano a Venezia lo scettro de’ mari per darlo alla
Spagna, all’Inghilterra, all’Olanda: eppure questo residuo delle
cadenti creazioni del medioevo tenevasi eretto qual sentinella avanzata
contro il furore ottomano, nè denari nè sangue risparmiando per
combattere talvolta, per vigilare sempre il comune avversario della
cristianità. Dalla presa di Costantinopoli in poi, tre guerre avea
Venezia maneggiato col Turco, e sempre a scapito: nella prima dovette
rinunziare Negroponte e molte terre della Morea e dell’Albania; contro
Bajazet II perdè assai piazze sulla costa di Grecia; nel 1538 abbandonò
Malvasìa e Napoli e quasi tutte le isolette dell’Arcipelago. Queste
perdite furono in parte compensate dall’acquisto di Cefalonìa, Zante
e soprattutto di Cipro, da cui dominava il seno circondato dall’Asia
Minore, dalla Siria e dall’Egitto; e questi possessi conservava
pagando alla Porta e al soldano d’Egitto tributi, mascherati col titolo
d’ottenere privilegi mercantili. Ma i pericoli crescevano quanto più
inrobustiva la potenza ottomana, e massime dopo che venne a capo di
essa il gran Solimano.
Carlo V come nemico, Francesco I come amico provocarono contro l’Italia
ostilità che non finirono con loro, e i pirati turchi trattavano la
nostra patria come dappoi gli Europei il centro dell’Africa, cioè come
un vivajo di schiavi; non lasciavano passar anno senza correrie, contro
le quali Pio IV dovè metter in essere di difesa Ancona e Civitavecchia,
anzi rinnovare le fortificazioni della città Leonina; Cosmo granduca
munì il littorale toscano; il vicerè Toledo formò reggimenti stanziali,
e pose i castelli di Reggio, Castro, Otranto, Lecce, Gallipoli, Trani,
Barletta, Manfredonia, Monopoli.
Il terribile corsaro Dragut, nell’inseguire il quale non credeva
avvilirsi Andrea Doria, fu catturato da questo, vicino a Calvi di
Corsica, e messo a remare s’una galera, poi liberato per tremila scudi.
Imprudente venalità, della quale colui si vendicò con nuovi guasti,
e tolta ai cavalieri di Malta Tripoli di Barberia e l’isola delle
Gerbe, neppur piegavasi all’autorità del granturco, e costrinse fino
il Doria a fuggire, e stare a vedere inoperoso le devastazioni della
costa calabrese. È vero che poi il Doria incalzandolo risolutamente,
lo chiuse in un porto della Barberia; ma quando già lo credea preso,
quell’intrepido fece trarre in secco le galere, e su carri trascinatele
oltre una lingua di terra larga forse una lega, gettarle in acqua,
sicchè alla mattina il Doria le vide in alto mare prendere una galea
cristiana proveniente di Sicilia.
Filippo II allestì un forte naviglio con soldati di Genova, di Napoli,
di Lombardia; ma l’impresa uscì alla peggio, anzi i corsari (1561),
imbattutisi in tre galee del duca di Firenze, le cacciarono a rompere
contro la Corsica, e ne fecero preda. Poco poi Dragut, udito che sette
galee fabbricate in Sicilia doveano varcare a Napoli, le assalì e
prese con roba e persone assai, fra cui due vescovi e molti nobili,
donde trasse grossissimi riscatti. Dragut continuò i guasti, e assediò
Orano sul lido d’Africa appartenente a Spagna; a cui soccorso essendosi
mosse le galee di Napoli, Dragut volse le prore sopra questa città, e
afferrò a Chiaja sperando cogliervi la marchesa Del Vasto, ma non gli
venne fatto che di rapir gente di minore valuta. Dal Pegnon, altissimo
scoglio sulle coste barbaresche, i corsari vedeano lontanissimo le
navi cristiane, e colle loro galeotte lanciavansi a predarle (1564).
Pertanto si allestirono a Napoli e Genova ottantasette galee e infiniti
legni minori, che, comandati da don Garzia figlio del vicerè Toledo,
espugnarono quella rupe.
— Mai una guerra, mai una corsa sul mare, dove io non mi sia trovato
a fronte i cavalieri di Malta, instancabilmente prodi a danno de’
miei; empia congrega, irreconciliabile coll’islam per voto: io renderò
omaggio a Dio distruggendola». Così dovette esclamare Solimano; e
avendo i cavalieri predato il _galeone de’ sultani_, che recava a
Venezia le derrate orientali, egli deliberò d’assalire l’isola loro;
e con ducentoquaranta vele (1565), secondato anche da Dragut, pose a
terra quarantamila uomini con ottanta cannoni. I cavalieri si difesero
in maniera, che i Turchi dovettero ripartire dopo perduti ventimila
uomini, fra i quali Dragut, e ridotta la flotta in deplorabile
condizione. Da trecento cavalieri vi perirono, e il vecchio Giovanni
La Vallette granmaestro combattè e faticò da eroe; poi dall’ingegnere
Francesco Laparelli di Cortona fece munire la città che conserva il
suo nome, e che fin testè era la più forte del mondo. E furono questi
i tempi eroici dell’Ordine di Malta, il quale ben presto decadde: le
commende vennero ambito appannaggio de’ cadetti di grandi famiglie,
anzichè palestra e premio del valore; e i giovani cavalieri piacevansi
di portar la croce bianca sul mantello nero onde figurare nelle corti,
mentre tiranneggiavano Malta e Gozzo.
Il 1566, Solimano, rinnovata la flotta, tolse ai Genovesi Scio, tanto
produttiva pel mastice, poi corse l’Adriatico, sperperando cento miglia
di coste: e poichè egli minacciava l’Ungheria, il papa mandò gran somme
all’imperatore, Emanuele Filiberto di Savoja cinquecento archibugieri a
cavallo, altro denaro i duchi di Mantova e di Firenze, e più Alfonso II
d’Este, che in persona menò a Vienna trecento gentiluomini e seicento
archibugieri a cavallo, con altri armati fino a quattromila, di cui
la metà a cavallo. Anche il resto della cristianità si armò, pure non
compì veruna degna impresa; e fortuna fu che Solimano morisse (1566), e
con lui cessasse l’ascendere della potenza musulmana.
Selim II, venuto al soglio traverso al cadavere dei suoi fratelli,
briacone, spietato, negligente, eppure sospettoso e superbo nè
curante della fede, ruppe la pace che vegliava da trent’anni con
Venezia, perchè piacevangli i vini di Cipro. Vuolsi che Giuseppe
Massy, rinnegato, avesse da Selim ubriaco avuto promessa dell’isola
di Cipro; onde mosse ogni pietra per ottenerla, e forse fu per costui
opera che saltò in aria (1569 13 7bre) la polveriera dell’arsenale di
Venezia. Questo disastro, che annichilava tutte le provvigioni navali e
guerresche, e sterminava moltissime case e vite, sbigottì gli spiriti,
già soffrenti per un’orribile fame; ma allora si parve la mirabile
fermezza del senato nel provvedere e riparare.
E ben n’era bisogno, giacchè, chiusa nella solita borsa di filo d’oro,
giunse una lettera del granturco (1570), ove si leggeva: — Noi vogliamo
Cipro, o per amore o per forza; non provocate la mia terribile spada,
o noi faremo movere guerra crudelissima da ogni paese; non confidate
nel vostro tesoro, che faremo defluire a guisa d’un torrente». E
subito cento galee, ducenventiquattro legni minori e più di ottantamila
Turchi, con cinquanta falconetti e trenta pezzi grossi d’artiglieria,
serviti da moltissimi rinnegati italiani e spagnuoli, assalsero la
deliziosa isola di Cipro, antemurale della cristianità contro i Turchi,
ricca di produzioni e traffici, e delle due forti città di Nicosia
fra terra e Famagosta a mare, oltre quelle di Pafo, Cerina e Limasol.
Dai Lusignani era passata alla Repubblica; ma indomabile avversione
serbavano i natii ai feudatarj veneti, da cui erano trattati come
schiavi, sicchè aspiravano a un mutamento.
Quantunque desolata da tanti disastri, Venezia (1570) pose in essere
settanta legni di guerra; descrisse la gioventù in tutte le isole; i
gentiluomini concorsero con generose offerte e col braccio; e il solo
Eugenio conte di Singta, principale fra i nobili di Cipro, vi menò
mille fanti e altrettanti cavalli. Pio V diede denaro ed eccitò tutta
la cristianità, ma non potè conseguire se non cinquanta galee dal re
Cattolico, capitanate da Gianandrea Doria, cui esso ne unì dodici o
tredici, comandate da Marc’Antonio Colonna, alquante i duchi di Toscana
e Savoja. Con ardore e coraggio i negozianti di Genova, i cavalieri
di Malta, i gentiluomini d’ogni paese, lasciavano le famiglie, i
piaceri, le corti per venire a ferire colpi sulle galeazze italiane, o
in Ungheria e Transilvania contro i Turchi. Troppo però diversi dagli
antichi Crociati, i quali non pensavano a gloria, e morivano ignoti
com’erano vissuti, per Gesù e Maria, costoro portavano alle imprese
vanità, braveria, cupidigia di gradi o ricompense, di sentir ripetere
alla Corte le proprie imprese, ottenere un bel priorato o un’odalisca.
Marc’Antonio Colonna pretendeva il comando in capo, come rappresentante
del papa; Gian Andrea Doria, sempre geloso de’ Veneziani, non volle
cedere a Girolamo Zeno, che più di censessanta vascelli menando, credea
poter aspirare al capitanato: del quale mentre contendono nel porto di
Candia, le epidemie cominciano, la stagione passa, e la flotta bisogna
si riduca ne’ quartieri d’inverno. La turca invece procede (9 7bre), e
con torrenti di sangue, dopo quindici assalti prende Nicosia, scannando
ventimila persone, poi Pafo e Limasol. Restava Famagosta, sotto la
quale accamparono ben tosto, circuendola colle teste dei difensori di
Nicosia infisse sulle picche e le scimitarre.
Il papa faticò a combinare una nuova lega, ma neppure questa ebbe
effetto; anzi il Doria, adducendo di non essersi mosso che per salvare
Nicosia (1571), ed oggimai essere imprudente un assalto, ricondusse
in Sicilia le sue galee. Venezia sola non intepidiva negli appresti,
trecentomila zecchini al mese spendendovi: eppure quei che fanno il
generoso da lontano, la tacciavano che pensasse riconciliarsi col
Turco. Astore Baglione, buon poeta e guerriero distinto in ogni guerra,
comandante a tutta l’isola, Luigi Martinengo capo dell’artiglieria,
Antonio Quirini; e principalmente il procuratore Marco Bragadino
difendevano da eroi Famagosta; ma dopo respinto sei assalti, dopo
faticosissime mine il cui scoppio avvolgeva assediati e assediatori,
dopo logorate tutte le munizioni e i viveri anche più schifi,
capitolarono onorevolmente (1 agosto). Lala Mustafà mostrò desiderio
di conoscere di viso que’ prodi, onde il Bragadino, colla porpora
di magistrato e l’ombrello rosso della sua dignità, accompagnato
dal Quirini, dal Martinengo, dal Baglione, da altri uffiziali va
alla tenda di lui: ma quivi nato diverbio sul modo d’intendere la
capitolazione, esso li fa prendere, squartare, anzi il Bragadino pelar
vivo in sua presenza, e la pelle impagliata portare in trionfo sotto
il baldacchino rosso; collo strazio di loro e di Famagosta volendo
vendicare i settantacinquemila Ottomani che v’avea perduti. La fama di
quell’assassinio corse per la cristianità; e romanzi e tragedie mossero
a compassione per l’eroe della fede[354], la cui pelle ornò lungamente
il serraglio.
Ed altri eroi mostrò Venezia in quelle guerre. Tommaso Morosini,
assalito da quaranta navi nemiche, nega arrendersi, e per un’ora si
difende, finchè due galeazze sopraggiunte lo salvano. Tommaso Costanzo
di diciassett’anni capitanava un legno veneto, e incappato nella flotta
turca risolve difendersi; il colonnello Buonagiunta, benchè malato, si
fa portare fra i combattenti; il capitano Antonio mettesi la camicia
sopra l’armadura per essere meglio distinto, e con due spade si avventa
nella mischia: così difesero palmo a palmo la nave; infine il Costanzo
restò prigioniero, e i Turchi, dopo invano cercato conciliarselo, lo
martirizzarono e circoncisero, senza però indurlo a rinnegare.
Presa Nicosia, una gentildonna venuta in potestà del nemico, per non
essere disonorata mette il fuoco alla santa barbara, e fa saltare
la propria nave con altre. Le donne di Famagosta combattevano esse
medesime; portavano acqua, polvere, vino, consolazioni, rimedj; divise
in quattro compagnie, preceduta ciascuna da un prete, recavano i mobili
anche più preziosi onde risarcire la mura o lanciarli sui Musulmani.
Una di esse ferita si volge alle compagne, e — Non piangete: io non
partirò di qui prima ch’io versi tutto il sangue per la patria e per
la fede, e mi ricongiunga a mio marito»; e mescolandosi di nuovo nella
pugna, vi trova la morte.
Perduta Cipro, i Cristiani sentirono il comune pericolo, e fu preso
accordo d’unire nel nome di Cristo cinquantamila fanti e quattromila
cavalli: Filippo II farebbe mezze le spese, un terzo Venezia, un sesto
il papa, e in tal proporzione si spartirebbe il bottino; le conquiste
d’Europa e d’Asia resterebbero alla Repubblica, quelle d’Africa
alla Spagna. Comandava ai Romani Marc’Antonio Colonna, ai Veneti
Sebastiano Venier, agli Ispani il Doria; e per evitare il conflitto
delle pretendenze si diede l’imperio supremo a don Giovanni d’Austria,
bastardo di Carlo V. Vi si unirono Firenze con dieci galee de’
cavalieri di Santo Stefano, Savoja, Ferrara, Urbino, Parma, Mantova, le
repubbliche di Genova e Lucca, fino al numero di dodicimila Italiani,
più tremila nobili venturieri, fra’ quali Alessandro Farnese principe
di Parma, Francesco Maria Della Rovere principe d’Urbino, Gabrio
Serbelloni milanese.
Salpati da Messina (7 8bre), alle isole Curzolari nell’antico golfo
di Crissa videro ducenventiquattro vele turche sbucare dal golfo
di Lepanto, comandate da Alì bascià; e il Serbelloni e il Colonna e
principalmente Agostino Barbarigo provveditore vinsero le esitanze
del Doria, e indussero don Giovanni ad accettare la mischia. Faceano
l’antiguardo otto galere, sotto Giovanni da Cardona ammiraglio di
Sicilia; seguivano cinquantatre galee del Doria; sei galeazze veneziane
sotto il Duodo, cui tenea dietro la battaglia di sessantuna galee
con bandiera papale; infine cinquantatre galee sotto il Barbarigo,
e trenta sotto Alvaro da Bazan, ammiraglio di Napoli. «Inarborarono
ne’ luoghi più eminenti le immagini di Cristo crocifisso;.... ed
essendosi tutti alla santissima immagine inginocchiati, ed unitamente
ciascuno chiedendo perdono de’ suoi peccati, crebbe tanto la volontà
di combattere ed il valore ne’ cristiani soldati, che in un subito
quasi miracolosamente per tutta l’armata in generale una voce levossi,
che iterando altissimamente _Vittoria, vittoria_, fin dagli stessi
nemici udir si poteva»[355]. Si viene all’attacco; Mustafà, lordo
ancora del sangue del Bragadino, lanciavasi contro il vascello di don
Giovanni, ch’era irreparabilmente perduto, e con esso la battaglia,
se Antonio Loredano e Francesco Malipiero non si fossero interposti,
e disperatamente combattendo non avessero salvo il generale. Alì è
ucciso, i Turchi, spaventati e rotti, lasciano più di ventiduemila
morti e diecimila prigionieri. I Cristiani, schiavi al remo sulle galee
turche, appena videro piegare la fortuna, si sferrarono, e crebbero il
disordine; mentre quei delle nostre, promessa la libertà, combatterono
disperati; sicchè quindicimila Cristiani furono liberati. Agostino
Barbarigo periva, ringraziando Dio che avesse consolato gli estremi
suoi momenti colla certezza della vittoria.
Anche tra le file nemiche troviamo dei nostri prodi. Un frate
calabrese, côlto dai Turchi mentre andava a studio a Napoli,
rinnegò, e col nome di Ucciali (Kilig-Alì) postosi a loro servizio,
e impadronitosi d’una nave, si diede al corsaro, e fu lungo spavento
alle coste italiane. Una volta, dopo saccheggiato Tagia ed arso
Roccabruna, afferrò a Villafranca, mentre vi si trovava Emanuele
Filiberto di Savoja. Questi mandò in fretta per soccorsi a Nizza, e
intanto raccozzati da trecento archibugieri, co’ suoi cortigiani sortì
incontro ai pirati; al cui aspetto però i nostri fuggirono. Il duca
vuolsi ne rimanesse prigione, e ne fosse liberato da due gentiluomini
a prezzo della propria vita: quaranta de’ suoi furono morti, e pel
riscatto de’ gentiluomini Ucciali pretese dodicimila scudi, e inoltre
la grazia d’inchinare la duchessa Margherita. Quel tumulto di atti e
di delitti non gli cancellò dall’animo le memorie della fanciullezza,
e talora approdato sulle rive calabresi, mentre i suoi si diffondevano
alla rapina, egli incognito visitava la casipola de’ suoi, e piangeva
di tenerezza. A Lepanto egli comandava la sola ala che non cedette, e
che anzi profligò i cavalieri di Malta, e con quaranta galee si salvò
traverso ai nostri.
Era la maggiore battaglia navale che si combattesse dopo quella che,
nelle acque stesse, avea deciso della sorte del mondo fra Antonio
ed Ottaviano, sedici secoli innanzi. Esulta l’animo nel raccontare
ancora un’impresa dell’Italia, unita e gloriosamente armata ad una di
quelle poche battaglie, dove il vincitore non ha a vergognarsi. Ma la
vittoria di Legnano non fu contrassegnata neppure da un nome, bastando
si dicesse che la nazione avea vinto: ora l’alito principesco era
talmente penetrato, che, sebbene i ragguagli contemporanei ascrivano
ai Veneziani il merito di quella giornata, la fama ne glorificò don
Giovanni; il papa nel tripudio di tale notizia esclamò, _Fuit homo
missus a Deo, cui nomen erat Johannes_; ma il freddo e geloso Filippo —
Ha vinto, sì, pure rischiò troppo», nè gli permise accettasse la corona
d’Albania e Macedonia, offertagli da’ Cristiani di colà. Cinquemila
prigioni furono divisi tra i vincitori, e al papa toccarono diciassette
galee e quattro galeotte; a don Giovanni cinquantasette galee e otto
galeotte; ai Veneziani quarantatre galee e sei galeotte; diciotto galee
fra Savoja[356] e i cavalieri di Malta. La cristianità sentì ancora
per un momento l’unità sua, e santificolla con miracoli; attribuì la
vittoria alla Madonna, il cui rosario per ordine di Pio V in quell’ora
si recitava da tutti i fedeli; eternò con annua festa la memoria di
quel fatto e di quella devozione, e alle litanie aggiunse _Auxilium
christianorum_.
A Roma si celebrò in onore di Marc’Antonio Colonna l’ultimo trionfo
moderno, con fasto all’antica, entrando egli a cavallo per la breccia
aperta a porta Capena, fra i prigionieri turchi e i magistrati romani e
le arti. Solennissime feste ne fece Venezia; tutto il portico a Rialto,
ove stavano i drappieri, fu addobbato di panni turchini e rossi, le
botteghe con armi e spoglie, fra cui disponeansi insigni dipinti di
Gian Bellino, Tiziano, Pordenone, Giorgione, Tintoretto; poi archi,
bandiere, festoni, torce, candelabri, lanternoni[357]: in San Giovanni
e Paolo si edificò la suntuosa cappella del Rosario; si apersero
le prigioni ai debitori; si profuse denaro a’ poveri, sussidj ai
superstiti, solenni esequie ai caduti, recitandone l’elogio il Paruta,
e componendo le famose canzoni Giuseppe Zarlino, padre della musica
moderna; e «per mostrare qualche segno di gratitudine verso Gesù Cristo
benedetto, facendo dimostrazione contro quelli che sono nemici della
santa sua fede», stabilirono che fossero espulsi gli Ebrei.
Parea dunque l’Europa deporre il tutto che aveva assunto alla
presa di Costantinopoli: pure da tanta vittoria si trassero frutti
scarsissimi; don Giovanni d’Austria non mostrò altra vaghezza che la
giovanile di raccogliere applausi a Messina; gli emuli di Venezia si
accorsero ch’essa poteva recuperare tutti i possessi in Oriente, onde
vacillarono, nè si potè mettere insieme un numero di navi che bastasse
a veruna impresa. Vero è che don Giovanni riuscì a salvare la Goletta
che dominava Tunisi, e mettere una nuova fortezza sotto gli ordini
di Gabrio Serbelloni e di Pagano Doria; ma poi anche questo dovette
soccombere. All’incontro, Ucciali crebbe a ducento le navi che avea
campate a Lepanto, e al nuovo anno ricomparve a molestare il Jonio.
Vedendo non potere far conto sopra gli alleati, Venezia conchiuse col
gransignore una pace, nella quale essa recuperava i prischi privilegi
mercantili in Turchia, cedeva Cipro[358] (1573 15 marzo), e pagava
alquanto d’indennità per le spese[359]. Dopo una lauta vittoria
pacificavasi dunque peggio che non solea dopo le rotte: di che non
rifinivano di disapprovarla quelli che non avevano saputo sostenerla.
Fortunatamente i Turchi, che minacciavano l’Europa d’una nuova
conquista senza pietà, d’una preponderanza senza limiti, decaddero
senza che possa assegnarsi di qual colpo, ma a guisa d’un torrente che,
scavatosi il proprio letto, cessa di traboccare; e perchè la società
nuova rendeva sempre meno tollerabile la tirannia di un popolo sovra
un altro, e le varie nazioni emancipate si proteggeano col proprio
braccio.