Terza guerra fra Carlo V e Francesco I. Casa di Savoja. Spedizione in
Africa.
Anche sull’antica e gloriosa repubblica di Firenze è dunque suggellata
la lapide principesca. I Liberali, che fremettero contro il papato del
medioevo perchè scomunicava gl’imperatori liberticidi, applaudiscanlo
ora che, azzoppato, s’appoggia da una parte sul re di Francia,
dall’altra sugli Austriaci.
Clemente VII, il pontefice più funesto all’Italia, in ogni parte di
questa perseguitò i Fiorentini fuorusciti, sollecitò una fortezza
a Firenze, e introdusse a Siena un governo favorevole a’ suoi
divisamenti. Ancona era vissuta sotto i papi con forme repubblicane,
e con patti che in fondo si riduceano a non mostrarsi loro nemica;
e a Clemente negò il denaro ch’e’ domandava. Egli dunque struggeasi
di sottometterla; ma non osando tentarlo colla forza aperta nel
timore ch’essa chiamasse i nemici, col pretesto d’un imminente sbarco
dei Turchi (1532) ottenne di alzarvi fortificazioni, dalle quali
calando sulla città, le tolse l’indipendenza. Il tesoriere aveva in
quel frangente nascosto il denaro pubblico; e il cardinale Accolti,
che avea suggerito quell’inganno e pattuito per la sua famiglia il
perpetuo governo della città, lo fece decollare, e i tesori portò in
casa propria: indi forche e torture ed esigli domarono gli Anconitani,
e negli impieghi furono surrogati da Fiorentini. Di ciò passarono
impuniti gli Accolti fin che visse Clemente; ma Paolo III fece
carcerare Benedetto; e nol rilasciò che per lo sborso di cinquantamila
scudi d’oro.
Gli altri paesi della Chiesa non rimanevano quieti. Napoleone Orsini,
col nome d’abate di Farfa infamato di mille delitti, a capo di masnade
assalì i toltigli castelli, e corse il paese come nemico, facendo
prigioni, ponendo taglie, esigendo riscatti. Girolamo e Francesco suoi
fratelli a fatica camparono lasciandogli il ricco arredo. Sua matrigna
Felicia, figlia di Giulio II, impetrò che il papa spedisse armati
contro di lui, che vinto si ritirò a Farfa, poi in Francia, sinchè
il re gli ottenne perdono e di tornare in Roma. Quivi saputo che sua
sorella andava sposa a un principe napoletano, egli appostò il corteo
per rapirla; ma Girolamo fratello la convogliò con trenta uomini, e
scontrato l’abate, lo uccise.
Gian Francesco Pico era tornato signore della Mirandola; ma Galeotto
suo nipote, signore di Concordia, assalse la città, penetrò nella
camera di Gian Francesco, davanti a un crocifisso lo trucidò col figlio
Alberto e cogli altri della casa, e unì il paese alla sua signoria.
A Malatesta Baglione non era stata mantenuta veruna delle promesse
fattegli perchè tradisse; onde coi denari e coll’infamia si ritirò
nella sua Perugia, ove morì trentanovenne. Rodolfo suo figlio che n’era
sbandito, s’impossessa della città a viva forza, brucia il palazzo del
prolegato, e lui con due auditori mette alla tortura perchè rivelino i
denari, poi nudi li fa decapitare, e si costituisce signore. — La bella
pace portata all’Italia dai forestieri!
Nè riposava il Milanese, stremo da tanti guasti, e in pendente per la
preveduta vicina morte del duca. Le prepotenze del Medeghino (pag.
350), che minacciava gran parte dello Stato, obbligarono il duca
a una guerra di dieci mesi che costò tesori, e ad impor gravezze
che esacerbarono lo scontento. Cremona, che aveva sofferto orribili
guasti dall’esercito della Lega, si sollevò contro le tasse ducali,
e chiedendo pane, sotto un tale Luchetto saccheggiò, uccise alcuni
signori; il castellano uscì colle armi, e Luchetto si ricoverò nel
Torrazzo; donde cavato a larghe promesse e assicurazioni, fu ucciso.
Truppe accorse da Milano moltissimi imprigionarono; «non furono però
condannati a morte se non uomini e una donna; e molti furono banditi»
(CAMPI).
Re Francesco I, che al proprio vantaggio avea indegnamente sagrificato
l’Italia, uscito del pelago non seppe rassegnarsi all’averla perduta;
e per contrariare Carlo V, dava mano ad Enrico VIII d’Inghilterra e
ai Protestanti tedeschi, i quali traducendo la religiosa in libertà
politica, eransi levati in armi (1533) formando la lega Smalcaldica;
e per distaccare Clemente VII dall’imperatore, chiese sposa al suo
secondogenito Enrico Caterina figlia di Lorenzo II Medici. Tali regie
nozze versavano tanto lustro sulla sua famiglia, che il papa venne
a trattarne in persona a Marsiglia (8bre), mutandosi in paraninfo,
per quanto ne scapitasse la pontifizia dignità; le assegnò in dote
centomila scudi d’oro, e quanti beni possedeva in Francia la madre
della sposa, fruttanti diecimila zecchini l’anno.
Il re, sapendo che Francesco Sforza duca di Milano tante ragioni
aveva di chiamarsi scontento dell’imperatore e del Leyva, gli spedì
Alberto Meraviglia come ambasciatore, ma segreto, e coll’incarico
di sollecitarlo a una lega. Il duca gli diede orecchio; ma sempre
tremebondo de’ suoi padroni, appena si temè scoperto, col pretesto
di un omicidio lo fece arrestare e decapitare. Il re a strepitare
del violato diritto delle genti; e Carlo V, soddisfatto di tale
dimostrazione, diè sposa allo Sforza sua nipote Cristierna di
Danimarca. Ma poco appresso il timido duca e crudele moriva incompianto
(1535 1 9bre) di quarantacinque anni, e con lui s’estingueva la
famiglia Sforza, che in ottantasette anni avea dato sei duchi a Milano,
un’imperatrice alla Germania (Bianca Maria), una regina a Napoli
(Ippolita), una alla Polonia (Bona)[305].
Il ducato conserverà l’indipendenza, o cadrà servo? e di chi? Per
risolverne si raddoppia l’affaccendamento de’ gabinetti: l’imperatore
l’occupa come feudo ricaduto all’impero e come lasciatogli in
testamento dal defunto, riceve il giuramento, e conferma tutti ne’
prischi impieghi. Ma il Cristianissimo si fa innanzi asserendo nel
trattato di Cambrai avervi rinunziato soltanto a pro dello Sforza.
Carlo V, per non dover mantenere grosso esercito di qua dall’Alpi,
aveva tessuto una lega fra tutti gli Stati d’Italia, eccetto Venezia,
che contribuissero un contingente, al quale comanderebbe il Leyva,
mentre le ladre e micidiali bande dei Bisogni erano mandate in Morea
e in Sicilia. Ma poichè quella fina politica dell’equilibrio mal
comportava che si unissero s’un capo solo la corona imperiale e quella
della Spagna, che allora comprendeva mezzo mondo, Carlo rinunziò
la prima al fratello Ferdinando, massime che la Germania era volta
sossopra dalle conseguenze della Riforma, e minacciata gagliardamente
dai Turchi. Perocchè Solimano non avea voluto comprendere Carlo V nella
pace, col pretesto ch’egli s’intitolava imperatore; mentre Francesco
I, al titolo di Cristianissimo anteponendo la politica nuova che non
guardava a religione, col granturco non solo fece trattato di commercio
(1536), ma propose collegarsegli ai danni di Carlo per invadere Napoli;
e lo facea se Venezia non avesse negato aderirvi.
I fratelli Arugi e Kaireddin Barbarossa, formidabili pirati di Lesbo,
segnalatisi giovanetti col prendere due galee del papa, s’erano
allogati a servizio del sultano afside di Tunisi. Il primo perì dopo
essere stato terrore de’ littorali europeo ed africano: l’altro,
ucciso il dey d’Algeri, prese il dominio di questa e di Tlemecen,
come vassallo dell’impero ottomano; si diede in corso più largamente,
e tutte le coste desolò, salvo le francesi garantite da Solimano; il
quale, credendolo unico capace di tener testa al grande ammiraglio
Doria, gli affidò sessantasei vascelli. Aggiungendone diciotto suoi
proprj, Kaireddin traversò lo stretto di Messina, sorprese Capri,
saccheggiò Procida e Terracina, menando schiavi quantità di Cristiani.
Saputo che in Fondi dimorava Giulia Gonzaga moglie di Vespasiano
Colonna, vantata fra le belle, pensò sorprenderla e farne dono al harem
di Solimano: assalì in fatto la città, ma la duchessa ebbe tempo a
fuggire.
Kaireddin, sbarcato a Tunisi con ottantamila gianizzeri datigli dal
sultano, detronizzò Muley-Hassan (1533), ventesimosecondo sultano
afside, e sottopose quel paese all’alto dominio della Porta. Lo
spossessato rifuggì a Carlo V, il quale dalle costui sollecitazioni
e da quelle de’ cavalieri di Malta si lasciò persuadere che alla
grandezza non solo ma alla sicurezza della Spagna importava ristabilire
la propria autorità sulle coste d’Africa, e distruggere la pirateria.
Pertanto a Cagliari raccolse cinquecento navigli, guidati da Andrea
Doria, con più di trentamila uomini delle antiche bande spagnuole
sotto Alfonso d’Avalos marchese del Vasto; il pontefice v’aggiunse
dieci galee, capitanate da Virginio Orsini; altre i Genovesi; Ferrante
Gonzaga venne di Sicilia; e l’imperatore medesimo vi salì col principe
di Salerno ed altri signori italiani. Prosatori e poeti celebravano
l’Ercole che andava a soffocare Anteo, ma i maligni vollero dire che
Carlo avesse assunta la spedizione contro il Barbarossa per isfuggire
d’affrontare Solimano in Ungheria; onde si dicea che mai principe non
s’era veduto fuggir dal nemico con tanto apparato[306].
Il Barbarossa avea sapientemente fortificato Tunisi e il porto della
Goletta, cui proteggeano diciotto galee con cento bocche di fuoco,
ventimila cavalieri mori e innumera fanteria: pure gl’Imperiali
espugnarono quel porto (1535), prendendo l’arsenale e le navi. Il
Barbarossa, costretto uscirne con cinquantamila uomini, prima di
andarsene volea trucidare diecimila Cristiani ivi dimoranti, ed ebbe a
pentirsi d’essere una volta stato pietoso; giacchè insorti voltarono
contro di lui i cannoni della cittadella, onde preso tra due fuochi,
fuggì in rotta a Bona, mentre gl’Imperiali entravano in Tunisi,
uccidendo trentamila persone, e diecimila facendo schiavi.
Tornava Carlo carico di gloria e di debiti dalla spedizione di Tunisi,
quando udì che i Francesi avevano invaso Savoja e Piemonte. In tante
vicende appena ci accadde far menzione di questo paese, del quale
gli storici nostri pochissime particolarità ci tramandarono, non
considerandolo per italiano.
La signoria di Savoja sedeva sui due pendìi delle Alpi dalla Saona alla
Sesia, e dal Mediterraneo al lago di Neuchâtel. Vedemmo (tom. VII, pag.
431 e seg.) i conti di Moriana ottenere per matrimonio il marchesato
di Susa e la contea di Torino, e per conquista la Tarantasia; da Enrico
VII il titolo di principi dell’impero e il feudo d’Aosta: v’aggiunsero
poi la Bressa, le baronie di Faucigny e Gex e di Vaud, il Bugey, il
Valromey, gli antichi comuni liberi di Chieri, Savigliano, Fossano, San
Germano, Biella, Cuneo, le contee di Nizza, Ventimiglia, Tenda, Beuil
con Villafranca e la valle di Barcellonetta, smembrate dalla Provenza;
il Genevese, che toglieva la continuità fra gli Stati d’oltremonte;
Briga e Limone, che agevolarono il passo del Col di Tenda. Il Piemonte,
esteso dalla Dora Riparia alla Vauda di San Maurizio, da Gassino a
Savigliano, Fossano e Mondovì, restò quasi appannaggio della linea
cadetta di Acaja, fin quando nel 1418 l’imperatore Sigismondo lo
investì col titolo ducale ad Amedeo VIII, il quale dal conte d’Angiò si
fece confermare le terre staccate dalla Provenza, e dal duca di Milano
cedere Vercelli, sicchè avesse per confine la Sesia.
Di quel tempo furono unite al ducato molte terre del paese di Vaud,
sette altre ne’ contorni di Mondovì, tolte al marchese di Monferrato,
come Chivasso e altri castelli del Canavese, oltre l’omaggio di
molti signori e Avogadri del Vercellese, dei Fieschi di Masserano
e Crevacuore, del Tizzone di Crescentino, e dei popoli della val
d’Ossola. Ne restavano ancora disgiunti la contea di Tenda e il
Monferrato, che, spenta l’antica famiglia d’Aleramo nel 1305, era
passato in un ramo de’ Paleologhi di Costantinopoli, e si divideva
nelle case di Monferrato e di Saluzzo (tom. VII, pag. 434). Inoltre
grosse porzioni erano assegnate in appannaggio a principi della casa;
poi la Francia teneva sempre alcuni passaggi; e nel 1375, col pretesto
dell’omaggio resole dal marchese di Saluzzo, piantò sua bandiera in
questo piccolo Stato, incentivo a mestare nelle vicende italiche,
e contrasto perpetuo agl’incrementi della casa di Savoja, ne’ cui
interessi, mediante le donne maritate in quella, troppo intrigarono e
poterono i re francesi[307].
I quali, tolto di mezzo quello Stato dacchè possedettero Genova e
il Milanese, vi operavano ad arbitrio, e vi passavano continuo cogli
eserciti, senza tampoco chiederne licenza; tanto più ch’era dominato
da principi deboli. Nel Monferrato Guglielmo IX, succeduto il 1493
a Bonifazio V di sette anni, variò sistema secondo i tutori, nè mai
figurò. Alla morte di Bonifazio figlio di lui non restavano della casa
Paleologa che Gian Giorgio suo zio, abate di Lucedio, e Margherita
sposata a Federico Gonzaga di Mantova. Gian Giorgio, schiericato,
gli succedette nel 1533, sposando Giulia d’Angiò figlia d’Isabella
ch’era stata regina di Napoli; ma ben presto morì anch’egli, si disse
avvelenato dal duca di Mantova, che anticipatamente avea compra da
Carlo V l’investitura di quello Stato. Ma ecco disputarglielo Carlo
III duca di Savoja, Francesco marchese di Saluzzo, oltre molti che
allegavano ragioni su paesi particolari; cominciando di quelle gare,
ove i popoli a guisa d’un patrimonio sono barattati per nozze o per
stipulazioni di principi.
Carlo III il Buono (1504), di diciott’anni succedeva nella signoria
di Savoja, che comprendeva tutta la riva destra del lago di Ginevra,
e nel principato del Piemonte, che trovava in gran parte impegnato
per appannaggio a tre vedove duchesse e ad altri principi; oltre il
marchesato di Saluzzo, ancora distinto, e ligio a Francia. Carlo,
debole di carattere, s’avvolse d’oscurità; lasciò che gli Svizzeri gli
occupassero molte fortezze, che il Piemonte fosse corso e taglieggiato
da quelli che si disputavano la Lombardia, che Ginevra si togliesse
alla sua obbedienza per accomunarsi con Friburgo, poi abbracciando la
Riforma, gli si sottraesse per sempre; infine si trovò infelicemente
trascinato nelle guerre dei vicini.
Per acquistare il Monferrato, Carlo dovea blandire i due arbitri
d’Europa: ma sebbene zio di Francesco I, il temeva come vicino; onde
preferì Carlo V (1521-31), sposò Beatrice di Portogallo, prediletta
cognata di questo, e ne ricevette in regalo la contea d’Asti e il
marchesato di Ceva. Con queste guise egli divenne causa primaria
del sormontare di Carlo V in Italia. Nè però questi gliene seppe
grado; e dopo ch’ebbe tenuti lungamente in susta i varj pretendenti
al Monferrato, l’occupò come feudo vacante, infine aggiudicollo al
marchese di Mantova (1536), che con trentamila ducati erasi guadagnato
uno de’ suoi consiglieri. Il duca di Savoja si gridò ingannato, ma
quando Carla V già erasi invigorito in modo da non temere più le sue
inimicizie.
Il Cristianissimo, vistolo parziale ai Cesarei, ne occupò gli Stati,
e si fortificò a Torino e in altri luoghi, saccheggiando Rivoli[308],
Grugliasco, Carignano, Chieri e Savigliano. L’imperatore, allorchè,
reduce dalla spedizione contro Tunisi, udì avere i Francesi invaso il
Piemonte, proruppe in invettive, rinnovò la sfida contro Francesco,
e giurava ridurlo il più pitocco gentiluomo del suo paese. Ma cauto
anche nell’ira, lo addormenta con trattati, mentre in Lombardia fa
massa di Tedeschi, Spagnuoli, Italiani, coi quali ricupera gran parte
delle terre piemontesi, e si propone d’invadere la Francia, e già ne
scomparte fra’ i suoi le grandi signorie, e dice a Paolo Giovio: —
Tempera la penna d’oro, che vo a darti gran materia di scrivere». Gli
astrologi predicevano che il Leyva era fatato a conquistare la Francia,
onde, contro al parere de’ migliori, fu a lui confidato l’esercito; ma
avendo ad un prigioniero francese domandato quante giornate vi voleano
dai confini a Parigi, — Dodici (gli fu risposto), ma giornate campali».
In fatti la spedizione trovava in Provenza le campagne deserte,
la guerra di bande implacabile, alfine anche la peste, tanto che
l’imperatore vergognosamente dovette ritirarsi, tra ferocissime
vendette dei paesani; e il Leyva tal dolore ne concepì che gli consunse
la vita.
Il conte Guido Rangone modenese, che s’era posto a capo di quanti
favorivano ai Francesi in Italia, e che s’erano attestati alla
Mirandola, con buon numero di questi tentò Genova (1537), ma essa non
rispose; ond’egli, dato volta, prese Chieri, Carmagnola, Bricherasio,
Cherasco, altre città, e sciolse l’assedio che a Torino avea posto
Gian Giacomo Medici. E fra un re zio e un imperatore alleato, Carlo
III restava spoglio de’ dominj, giacchè Francia teneva da Moncalieri
all’Alpi; l’imperatore, col pretesto di sicurezza, metteva presidio in
Asti, Fossano, Vercelli[309].
Ma improspere succedevano all’imperatore le fazioni ne’ Paesi Bassi,
sollevatisi contro la tirannia di lui, che colla libertà religiosa
volea strapparne anche le franchigie comunali; Solimano granturco,
sollecitato da re Francesco, invadeva l’Ungheria, bersagliava il
Napoletano, minacciava la Toscana; per sobillamento de’ Francesi
moveasi a sollevazione Siena. Il nuovo pontefice Paolo III insinuò una
tregua (1538), fissando all’uopo un congresso a Nizza di Provenza; e
colà indirizzossi con gran solennità. Ma passando da Parma si litiga
a chi deva toccare la mula di lui; nella baruffa il maestro di stalla
resta morto, il papa e i suoi rifuggono in duomo. A Nizza poi esso papa
voleva avere in mano il castello; il pretendeano Francesco I e Carlo
V; il duca di Savoja ricusava di cederlo a chicchefosse, nè tampoco
accolse entro la città il pontefice: i due re poi, l’uno volendo come
preliminare il possesso del Milanese, l’altro negandolo, nè tampoco
acconsentirono di abboccarsi; il papa, che si vantava abilissimo
negoziatore, propose le condizioni separatamente (18 giugno), ma non
potè ottenere che una tregua per dieci anni, serbando ciascuno quel
che possedeva, cioè Piemonte e Savoja restando a tutt’altri che a’ suoi
principi.
Carlo III rimostrava a suo cognato Carlo V come gli eserciti imperiali
avessero malmenato il Piemonte, ad onta del denaro da lui profuso onde
impedirlo; Fossano spese fin trentamila scudi; altre città andarono a
sacco o dovettero riscattarsene; in sei mesi il danno non fu minore di
tre in quattromila scudi il giorno, senza contare le case bruciate,
le robe disperse. L’imperatore mandava un gentiluomo ad assumere
informazioni, e protestare che i sudditi del cognato teneva a cuore
quanto i proprj; ma il marchese di Pescara scriveva contemporaneamente
che le truppe bisognava mantenerle, e accampatosi nel Piemonte, ve le
lasciò vivere a discrezione; Torino e Chieri se ne difesero a viva
forza; le paghe imperiali non venendo mai, bisognava supplirvi per
paura di peggio; quando poi se ne andarono, trassero seco una quantità
di fanciulle[310].
Agli avidi Tedeschi sottentrarono i generosi Francesi; il cavalleresco
De Foix, presa Susa, la guarnigione rimandò in camicia a Torino,
benchè fosse novembre; il connestabile Montmorency, avuto in dedizione
il castello d’Avigliana, fece impiccare il capitano Orzo siciliano
che l’avea difeso valorosamente. Così soffrivano i popoli, mentre
litigavano i re.
Carlo V, accorrendo a domare i Fiamminghi ribellati, attraversò
la Francia, e stretto dal pericolo più che vinto dalle cortesie,
promise a re Francesco d’investire il Milanese a un figlio di lui;
ma dopochè ebbe infrenato gl’insorgenti col braccio del terribile
Medeghino, pose in non cale la promessa, ed assegnò il Milanese al
proprio figlio Filippo. Sentivasi dunque in aria una nuova guerra;
e re Francesco, ingelosito dei vanti che Carlo davasi come vincitore
dei Turchi, stimolava Solimano contro l’Austria. Di questi maneggi del
Cristianissimo più non v’è dubbio[311]; e l’alleanza, dissimulata in
sulle prime, manifestò dacchè gli Austriaci assalirono Marsiglia, e il
Mediterraneo portò sul suo dorso le galee del Barbarossa palvesate con
que’ gigli d’oro che san Luigi avea sventolati contro i Musulmani. E
quali fossero questi Barbari che Francesco traeva nel cuor dell’Europa,
lo dica il sapere che, dovendo egli ricoverarli nel porto di Tolone,
fece sloggiare dalla città tutti i suoi sudditi e devastare i contorni,
affinchè la bellezza della Provenza non li tentasse.
Ministro di Solimano era Ibraim da Parga, nato suddito di Venezia
e a questa propenso, sicchè indusse il suo padrone a rinnovare con
essa trattati di libertà e sicurezza di commercio. Ma essendosi
scontrate (1537) navi venete con turche, nacquero dissidj pel saluto
e pei segnali, e dietro a ciò qualche avvisaglia; e per quanto
Venezia mandasse scuse, e punisse, e scendesse alle umiliazioni che
incoraggiano l’oltraggio, Solimano volse sopra Corfù le truppe che
aveva allestite contro Napoli: ma non riescirono che a togliere molte
minori isole della repubblica o di Veneziani.
Carlo V profittò per combinare una lega fra Venezia, l’imperatore di
Germania e Paolo III, onde non cessare più la guerra finchè non fosse
smorbata l’Europa dai Turchi. Già se ne spartivano l’impero; a Cesare
Costantinopoli e il titolo imperiale; a Venezia gli antichi possessi e
la Vallona e Castelnuovo di Dalmazia; Rodi ai cavalieri[312]. Venezia,
fatto denari in ogni modo, allestì un grosso navile; ma il papa non
volle concederle d’impor le decime sui beni del clero fino alla somma
di un milione di zecchini[313]: Spagna stitica sugli approvvigionamenti
in Puglia, e tardò mandare le navi capitanate dal Doria.
Questo ammiraglio, cui spettava la capitananza dell’impresa, poco
benevolo a Venezia come genovese, e stando alto di pretensioni a petto
di Vincenzo Capello generale dei Veneti, e del patriarca Marco Grimani
generale delle galere pontifizie, lasciò sfuggirsi le occasioni di
distruggere il Barbarossa, già a Lépanto battuto dal Capello; anzi
ritirandosi, abbandonò soli i Veneziani a difendere la principale
isola del Jonio, e sostenere una guerra suscitatale dal vanitoso
schiamazzo della lega. Conoscendosi traditi, fosse dal Doria o dal
suo padrone, e vedendo Solimano e Barbarossa fare nuova massa per
assalirli a Candia e nel Friuli, rannodarono trattative colla Porta.
Antonio Rincone, fuoruscito spagnuolo, ambasciadore di Francia, onde
secondare la benevolenza di Francesco I per Solimano, tradiva la
repubblica, e vuolsi che, oltre aizzarle il granturco, lo informasse
che le istruzioni segretissimamente date dai Dieci ad Alvise Badoero
estendevansi fino a poter cedere Malvasia e Napoli di Morea. Pertanto
il granturco si ostinò a volerle, e trattò di bugiardo l’ambasciatore
che negava a tanto arrivassero i suoi poteri. Fu dunque forza
condiscendere, e si stipulò la pace (1540) pagando trecentomila ducati,
cedendo tutta la Morea, Nadinao e Laurona sulle coste di Dalmazia,
Sciro, Patmo, Egina, Nea, Stampalia, Paros e Antiparos: donde,
disperati del vedersi consegnati ai Turchi, i Cristiani migravano in
folla.
Di sì rovinoso accordo non sapeva darsi pace il popolo di Venezia;
gridava traditori il Badoero e il Rincone, che ebbe lo scambio; i suoi
complici furono mandati al supplizio. Forse non erano che i soliti
sfoghi della plebe, la quale in ogni disgrazia domanda una vittima.
Poco poi Francesco mandava per assodare l’alleanza colla Turchia
(1541), e concertare nuovi assalti contro l’imperatore; e con
ricchissimi doni tornavano i messi, che erano il predetto Rincone e
Cesare Fregoso fuoruscito genovese[314], quando gl’Imperiali li colsero
al Po, e, si disse, dopo lungamente tormentatili nel castello di
Milano, gli uccisero. Dalle loro carte poterono argomentarsi i disegni
del Turco; laonde Carlo V s’accese viepiù all’impresa che già meditava
sopra Algeri.
In questa città della costa di Barberia aveano posto nido i pirati
musulmani, nè sicurezza restava più nel Mediterraneo se non ne
fossero snidati. Ardua però era l’impresa, e Carlo V conoscendone
le difficoltà, con gran cura vi s’allestì; chiamò marinaj d’Italia
e Spagna, galee da Genova, Napoli, Venezia; raccolse in Sardegna
ventimila fanti e duemila cavalli spagnuoli, tedeschi, italiani, la più
parte veterani, e fra essi Fernando Cortes conquistatore del Messico
e della California, Pier da Toledo, Ferrante Gonzaga, Stefano Colonna,
il marchese Spinola, il duca d’Alba, cento cavalieri di Malta con mille
soldati, assai dame spagnuole, ducento vascelli di guerra, trecento di
carico, settanta galee.
Essendo già innanzi l’ottobre, Andrea Doria ripeteva all’impresa
disopportuna la stagione; ma non fu ascoltato: ed ecco sinistrare
il tempo; poi la burrasca più sformata che il Doria avesse in
cinquant’anni veduta, manda a picco porzione della flotta, il resto
sdrucisce; pioggie stemperate riducono il campo in un pantano;
l’imperatore, costretto alla ritirata sotto gli occhi del nemico,
per raggiungere un imbarco dovette coll’esercito traversare mille
pericoli, facendo tre leghe in tre giorni senza viveri, e bersagliato
incessantemente. Una nuova tempesta nel ritorno fa perdere la conserva
alle navi, che stentatamente approdarono quali in Ispagna, quali in
Italia: e Carlo a fatica sopra un cattivo legno tornò sul continente.
Intanto Francesco I strepitava per l’uccisione de’ suoi legati e per la
mentitagli promessa del ducato milanese; agli assassinj dell’Austriaco
opponeva la subornazione, con cui erasi guadagnato i castellani di
Pizzighettone, Cremona, Soncino, Trezzo, Lecco, e alcuni Sanesi e
molti Piemontesi. Allora repentino con tre eserciti (1544 14 aprile)
assalta i Cesarei a Perpignano, nell’Artois, nel Luxemburg, mentre la
flotta turca condotta dal Barbarossa e montata dall’ambasciatore del
Cristianissimo devasta le coste italiane, brucia Reggio, si affaccia
all’imboccatura del Tevere; e a fatica le buone provvigioni di Cosmo
de’ Medici camparono la Maremma.
Infieriva in questo mezzo la guerra in Ungheria, in Francia e nella
sommità occidentale d’Italia; poichè re Francesco, infellonito contro
Carlo di Savoja perchè dall’imperatore avesse accettata in dono
la città d’Asti, allegò pretesti onde chiedere la restituzione di
Nizza; e perchè il duca la negò, questa fu assediata dai gigli d’oro,
uniti alla mezzaluna[315]. La città dovette cedere (1543 maggio),
ma il castello tenne saldo, sicchè il Barbarossa se n’andò menando
seco molti Nizzardi pel remo o per gli harem, gran numero di Mori
regalatigli dal re di Francia, e quanti Turchi prigionieri trovò sulle
navi francesi, le quali depredò non meno delle nemiche. Ma la flotta
siciliana colse quattro navi che portavano ai bagni ed ai serragli
turchi cinquemila cristiani e ducento vergini sacre, e li condusse
a Messina. Anche l’anno dopo il Barbarossa devastò l’Elba, arse
Piombino, prese Telamone, Portercole, il Giglio; ad Ischia, Procida,
Lipari predò ricchezze e persone; e col turco fece maledire il nome
francese. Stimaronsi a dodicimila i rapiti; gran parte de’ quali,
stivati nelle carene, perirono di puzzo, e furono gettati al mare. Nè
quanto visse, il Barbarossa lasciò mai riposo al littorale d’Italia:
lui morto (1546), Dragut sangiaco di Mantesce, or da solo, ora col
granvisir corseggiando, occupò Bastia, ritolse Tripoli ai Cristiani,
e ne fu fatto governatore; e contro lui fu duopo fortificare Ancona,
Civitavecchia, Roma stessa.
I Cristiani lo lasciavano fare per uccidersi tra loro nella guerra
del Piemonte; della quale sorpasseremo i particolari per dire come
a Ceresole presso Carmagnola duca d’Enghien diede la prima battaglia
(1544 14 aprile) dopo otto anni di guerra; ove gl’imperiali, condotti
dal marchese del Vasto, andarono a pezzi, lasciando ottomila morti,
tremila prigionieri; Saluzzo, Carignano, Alba, Mondovì, Casale e tutto
il Monferrato furono presi, e poteva esser anche il Milanese, contro di
cui movea Pietro Strozzi.
A dispetto del padre, questo era entrato a servigio di Francia (18
7bre), conoscendo quanto importasse d’imparare le armi per usarne a
liberare la patria; dal re aveva avuto in dono la borgata di Marano
nel Friuli, ed esso la vendette ai Veneziani per trentacinquemila
ducati[316], coi quali armò diecimila uomini, la più parte migrati
italiani, e con questi tentò un’arditissima punta sopra Milano; e la
prendeva se le promesse sollevazioni del popolo non fossero fallite,
e se Francesco non avesse temuto pel proprio regno, minacciato da
Carlo V e da Enrico VIII, che dalla Picardia s’avvicinavano a Parigi.
Pietro, sconfitto presso Tortona, attraversò paesi nemici con variati
travestimenti, sinchè raggomitolò quattromila fanti de’ migliori
d’Italia, e giunto in Francia, volò a combattere gl’imperiali verso le
Fiandre.
Ai furori pose termine la pace di Crêpy, per la quale Francesco I
rinunziava al diretto dominio sopra la Fiandra e l’Artois e alle
pretensioni su Napoli; restituiva a Savoja quanto le avea sottratto
dopo la tregua di Nizza; Carlo III a vicenda rinunziava alla Borgogna,
disputata eredità di Carlo il Temerario, e che d’allora restò francese.
Tale risoluzione aveva la diuturna lotta fra Carlo V e Francesco I,
nulla vantaggiando nè l’uno nè l’altro da tanti disastri de’ popoli,
e dell’aver aperto l’Occidente agli Ottomani. Poco mancò che le
pretensioni sull’Italia cagionassero lo smembramento della Francia.
Carlo ebbe la soddisfazione di vedere il suo nemico prigioniero
e supplicante; eppure non conseguì un sol brano della Francia; e
l’opposizione di questa, che non esitò d’appoggiarsi al Turco e ai
Protestanti, ruppe i suoi sterminati divisamenti.
Italia giaceva sfinita da quattro guerre. La prima di Carlo VIII
non fa che avviluppare gl’intrighi, acuire gli appetiti stranieri,
rivelare la forza dell’unione e l’impossibilità di mantenerla: la
seconda tra Carlo V e Luigi XII, quando già il sistema militare
erasi trasformato a segno che non si poteva più correre da un capo
all’altro della penisola, ma bisognava combattere eserciti e fortezze,
sconnette l’equilibrio della politica artifiziale, e ribadisce le più
belle contrade alla dominazione forestiera: quella tra Francesco I
e Carlo V dilata su tutta la penisola l’ingerenza austriaca, e più
non lascia se non che i vincitori si straziino per disputarsene i
brani: nell’ultima il solo Piemonte è corso da Imperiali e Francesi,
pessimamente ridotto per l’ambizione di codesti estrani, gareggianti
di valore e di ferocia. Italiani trucidavano Italiani, perchè gli uni
portavano le insegne imperiali, gli altri le francesi; ogni città
e terra veniva presa e ripresa, e trattata da ribelle dagli uni e
dagli altri, e le forche finivano chi era campato dalle spade. Pure
la rivalità delle due potenze impedì che il Piemonte o divenisse
provincia di Francia, o fosse aggregato al Milanese. La più parte ne
restò in mano de’ Francesi; e Asti, Lanzo, Vercelli e qualche altro
cantone, salvato al duca, erano occupati da guarnigione imperiale. Il
re di Francia pareggiava i Piemontesi ai proprj sudditi, e istituì
a Torino un parlamento, destinandovi presidente il milanese Renato
Birago d’Ottobiano[317]; ma i popoli non sapeano indocilirsi al giogo
straniero, studenti e maestri sparvero dall’Università torinese, e i
contadini lasciavano il grano non raccolto alla campagna.
Il duca d’Orléans, cui era destinato il Milanese, morì poco poi, e si
volle dire per veleno propinatogli da Carlo V; sicchè la sorte del
Milanese tornava in discussione, e con essa la pace: tanto più che
Carlo querelava Francesco di non isgombrare il Piemonte. Francesco
poco tardò a morire (1547 31 marzo), lasciando il trono ad Enrico II:
ma l’odio nazionale sopravviveva, e presto proruppe con nuove jatture
della povera Italia.