Assedio di Firenze. Affannoso assodarsi della dominazione medicea.
Nella pace non era stata compresa Firenze, vittima predestinata. Della
prosperità di essa e d’una civiltà, gran tratto superiore alle altre
nazioni, dove altro ne mancasse, dan cenno le feste con cui celebrò
l’assunzione di Leon X al pontificato. Appena avutone l’annunzio, «si
cominciò a sonare in palazzo, e di poi tutte le chiese; e il popolo
corse in piazza e a casa i Medici, benchè non vi lasciavano entrare
se non cittadini amici loro, per paura di non andare a sacco, come si
costuma a Roma; e per non essere a quell’ora aperte le botteghe (ch’era
di quaresima), cominciarono a ardere gli assiti, che non rimase nessuno
in Firenze. Di poi la mattina le botteghe arsono scope, corbelli, botti
e ciò che veniva loro alle mani; e per la città fastella di scope a
ogni casa, e lumiere per tutti i campanili e in sulla cupola; e a casa
del papa e di Giuliano de’ Medici gittarono dalle finestre mantelli,
cappucci, berretti per magnificenza. Di poi il sabato gittarono fiorini
d’oro e battesimi e grossoni e crazie[261] per parecchie centinaja
di fiorini; e alla chiesa di San Lorenzo pane e vino a ogn’uomo; il
simile la casa di Giovanni Tornabuoni e Jacopo Salvioli; e molte altre
case di cittadini parenti e amici in buon numero davano pane e vino
a ogni uomo. E in un tratto ognuno faceva fare l’arma del papa; tutti
i magistrati fecer fare tondi di tela, dipintavi quell’arme; di modo
che di arme del Comune non si faceva più conto alcuno. Di poi si mise
in palazzo e nell’udienza e su tutte le porte di chiese, e nemmen si
faceva festa di santi che non fosse sopra a crocifissi l’arme; di modo
che pareva una mezza idolatria, più esaltandosi quella che la croce di
Dio» (CAMBI).
D’entusiasmi, cambiati poco appresso in esecrazioni, non ci occorre
andar fin là per cercare esempj: quel che c’importa è che in esse
feste gareggiarono i primarj artisti; eretti archi dal Granacci e
dal Rosso, finte facciate e prospettive da Antonio di Sangallo, e da
Jacopo Sansovino una a Santa Maria in Fiore; chiaroscuri da Andrea del
Sarto, grottesche dal Feltrino, statue dal Rustici, dal Bandinelli,
dal Sansovino stesso; poi il Ghirlandajo, il Pontormo, il Franciabigio,
l’Ubertini ornarono a chi meglio l’appartamento del pontefice; mentre
Michelangelo e Rafaello con altri maestri deliberavano della facciata
di San Lorenzo e d’altre opere da Leone meditate[262].
Quel lusso intelligente sfoggiavasi anche in men solenni occasioni,
nelle molte brigate sollazzevoli, e nelle sagre delle confraternite.
Di queste ben settantacinque noverava il Varchi, e vogliono special
ricordo i Laudesi, consorzj secolari, istituiti già nel XIII secolo,
e ordinati con certe leggi e colla consuetudine di alternare, nelle
chiese e davanti a tabernacoli, l’innodia latina ecclesiastica con
canzoni melodiose nella lingua del popolo. «Si adunavano ogni sabbato
dopo nona in una chiesa, e quivi a più voci cantavano cinque o sei
laudi o ballate composte dal Giambullari, dal Pulci, da Lorenzo de’
Medici, dalla madre di lui Lucrezia Tornabuoni, da ser Francesco
d’Albizzo, da Feo Belcari, da Castellano Castellani e da altri»
(SANSOVINO). In occasione d’interdetto della città, supplivano al
silenzio de’ riti sacerdotali; crebbero al tempo di Savonarola; talora
musica ed arti congiungevano in devote rappresentazioni.
Delle compagnie godereccie menzioneremo due di signori e gentiluomini,
denominate del Diamante e del Broncone dall’insegna che aveano assunto,
preseduta quella da Giuliano e questa da Lorenzo Medici. La prima
preparò un trionfo alla romana, con tre carri, rappresentanti la
puerizia, la virilità, la vecchiaja, disegno di Rafaello delle Viole,
del Carota intagliatore, di Andrea di Cosmo, Andrea del Sarto, Pietro
da Vinci, Bernardino di Giordano, Jacopo da Pontormo, e con iscrizioni
e canti analoghi. Di rimpatto lo storico Nardi dispose gli apparati
della compagnia del Broncone, in sei trionfi: il primo rappresentava
la saturnia età dell’oro con simboli di pastorali felicità e cavalli
coperti di pelli di lioni e di tigri coll’unghie d’oro, e d’oro le
corde, e per staffe teste di montoni, e freni di verzure; seguiva
Numa Pompilio con insegne religiose, e sacerdoti con turiboli e altri
arredi da sacrifizj; il terzo trionfo figurava il consolato di Manlio
Torquato, con senatori togati e fasci e scuri; veniva poi Giulio Cesare
trionfante di Cleopatra, con pitture di quei fatti, e armi e torce;
il quinto era di Augusto, circondato dai poeti che abbellirono la sua
corte; sopra il sesto carro seguiva Trajano coi giureconsulti in toghe
dottorali e scrivani e notaj; poi il trionfo dell’Età, con figure di
Baccio Bandinelli e pitture del Pontormo; il tutto accompagnato da
allusioni, ricche sempre, talvolta anche ingegnose, fra cui un uomo
corcato sopra un globo e tutto armato fuorchè alla schiena, donde gli
usciva un fanciullo dorato per esprimere che un secol d’oro veniva dopo
quello di ferro.
Il carnevale uscivano «ventiquattro o trenta pariglie di cavalli
ricchissimamente abbigliati co’ loro signori travestiti secondo il
soggetto dell’invenzione, sei o otto staffieri per uno, vestiti d’una
livrea medesima, con le torce in mano, che talvolta passavano il
numero di quattrocento; e il carro poi o trionfo pieno d’ornamenti e
di spoglie e bizzarrissime fantasie»[263]. Le varie scuole d’artisti
solevano dare spettacoli pubblici, mandando attorno carri di trionfo in
gara di nuove invenzioni e di splendidi decoramenti, sopra soggetti or
della storia or allegorici: una volta erano i trionfi di Paolo Emilio,
un’altra quelli di Camillo, diretti da Francesco Granacci; Baccio
Baldini ci descrive la genealogia degli Dei, atteggiata in ventun
carri; il Vasari ci mostra occupati i pittori in siffatte invenzioni.
In casa di Gianfrancesco Rustici convenivano Andrea del Sarto,
Aristotele da San Gallo, Roberto Lippi e altri nove, formando una
compagnia detta del Pajuolo, ove ciascuno dovea portare qualche vivanda
artifiziosa, e potean menare quattro amici. Una sera, per allusione al
nome loro, si allestì la tavola entro un immenso pajuolo, il cui manico
serviva da lumiera. Postisi a sedere, ecco sorgere di mezzo un albero,
i cui molti rami portavano il servito, poi discendeva per risalire con
altri, e tutto ciò fra suoni e vini. Il Rustici offrì un pasticcio in
forma di pajuolo, entro cui Ulisse tuffava il padre per ringiovanirlo,
e padre e figlio eran due capponi. Andrea del Sarto un tempio, fondato
sopra gelatina a varj colori, salsicciotti per colonne, capitelli di
cacio parmigiano, cornicioni di paste dolci; nel coro era il leggìo
con un libro di lasagne, avente le note e le lettere di grani di pepe,
e in giro tordi in atto di salmodiare. Così gli altri sbizzarrirono in
invenzioni.
La compagnia della Cazzuola, di ventiquattro, fece le più strane
capresterie, massime una volta che fu proposto di vestirsi ognuno
al modo che gli piacesse, e quel che si scontrasse nella foggia d’un
altro pagasse una penitenza. Una volta comparvero tutti da muratori
e manovali, colla cazzuola e il martello; e cominciarono un edifizio
portando vassoj pieni di lasagne e ricotte, per rena cacio e spezie,
per ghiaja confetti, per quadrucci e pianelle pani e stiacciate.
Spezzato un imbasamento, si trovò composto di torte, fegatelli e altre
leccornìe; poi una colonna di lesso, fasciata di trippe e col capitello
di capponi arrosto e cimase di lingua; indi un architrave con fregio
e cornicione di manicaretti. E così godeansi finchè venne una finta
pioggia con tuoni che li fece abbandonar l’edifizio.
Un’altra volta era Cerere, che in traccia della rapita Proserpina,
pregava i compagnoni della Cazzuola d’accompagnarla all’inferno.
Moveano dunque, e per una bocca di serpente che chiudevasi sopra ogni
coppia che entrasse, si condussero in una camera buja, ove la mensa era
apparecchiata di nero, finchè Pluto, che gl’invitò alle nozze, ordinò
cessassero le pene, e subito si videro illuminati i quadri figuranti
le varie bolge; e tutte le vivande pareano animali sozzi e schifezze,
ossa di morti, corna, serviti da diavoli con pale; finchè sparve quello
squallore, e venne un ricchissimo apparato per recitare una commedia.
Altri finsero uno spedale, dove ricoveravano coloro che si erano
rovinati in feste e cene, vestendo da paltonieri; e dicean le cose
più ladre del terzo e del quarto, finchè compariva sant’Andrea,
loro patrono, che cavandoli dallo spedale, li menava in una stanza
magnificamente arredata, e comandava che d’allora innanzi non facessero
che una festa l’anno. E così osservarono, in quell’occasione disponendo
una cena e una rappresentazione; ora Tantalo dava mangiare a tutti;
ora sant’Andrea mostrava le glorie de’ cieli; ora Marte sanguinante di
stragi o preso alla rete.
Con divisamento strano Cosimo Ridotti figurò il carro della morte,
tirato da bovi neri, dipinto a teschi e ossa e croci bianche, e
sovr’esso lo scheletro colla falce e il polverino, e attorno sepolcri
spalancati, donde al fermarsi della processione sbucavano scheletri
spolpati che cantavano: — Fummo già come voi siete; Voi sarete come
noi. Morti siam, come vedete; Così morti vedrem voi». La quale moralità
messa in burletta e cerca a divertimento, non mi fa meraviglia minore
che le oscenità ostentate spesso negli atti, sempre nelle canzonacce
onde si accompagnavano que’ simulacri degli antichi baccanali.
Questi gaudj esprimevano una prosperità, che stava per finire. I
primi Medici, saputa l’arte di elevarsi per mezzo della borghesia,
aveano governato cittadinescamente; ma quando, dopo diciotto anni di
libertà, vennero rimessi in dominio, Lorenzo II, benchè non valesse
che per l’appoggio del papa, si comportò da signorotto borioso e
soverchiatore, opprimeva o corrompeva sfacciatamente, e col trascurare
fin quelle forme che illudono sopra le perdute libertà, mostravasi
cupido d’usurpare l’autorità suprema. Non fu dunque compianto allorchè
morì (1519 28 aprile), ed essendo ultimo discendente da Cosmo il
Vecchio, nè rimanendo alcuno della famiglia abile al governo[264],
molti esortavano il papa a far opera pia e gloriosa col restituire
alla patria una libertà che i suoi più non potevano usufruttare. Di
questa generosità non si sentì capace Leone, e appoggiatosi a casa
d’Austria, pose un governo di suoi fazionieri, preseduti da Giulio,
figlio naturale e postumo dell’ucciso Giuliano, e ch’egli avea fatto
cardinale e arcivescovo di Firenze. Neppur quelli che bramavano franca
la patria non voleano male a costui, che dimorava quasi continuo a
Roma, essendo anima de’ consigli del papa; e che resse con prudenza e
modestia, pazientissimo nelle udienze, conciliatore delle discordie,
avverso ai delatori; non arrogavasi le nomine agl’impieghi nè altra
principesca prerogativa, e buttava polvere negli occhi de’ liberali
col farsi da questo e da quello presentare consulti sul riordinare lo
Stato. Non manca mai chi le passioni dei governanti aizzi a sfogo delle
sue proprie: e gli ottimati[265] metteangli timore de’ popolani e de’
devoti; e con questi sospetti, e col ripetergli che bene non potevasi
aspettare se non da lui e sua casa, traevano a sè ogni potere, nè
lasciavano salire alle cariche altrimenti che per loro procaccio.
Dopo il Savonarola, l’amore della libertà erasi innestato colla
devozione; e gli austeri e temperanti favorivano il _buono stato_,
mentre pei Medici parteggiavano gli scapestrati e gli ambiziosi. Ai
primi giorni del pontificato di Leon X, «dodici frati, ristretti in
poverissima vita, andavano per Italia predicando e prenunziando cose
avvenire. Di questi, comparse in Santa Croce di Firenze frate Francesco
di Montepulciano, riprendendo severamente i vizj, ed affermando che Dio
voleva flagellare Italia e particolarmente Firenze e Roma, con tanto
spaventevoli prediche, che si gridava dagli uditorj con dirottissimi
pianti, Misericordia. Era il popolo sbigottito tutto quanto, perchè
chi non lo poteva per la gran moltitudine udire, lo sentiva dagli
altri con non minore spavento raccontare. Sollevarono queste così
fatte predicazioni non solamente alcuni frati a predicare e prenunziare
rinnovazioni e flagelli sopra la Chiesa, ma ogni dì sorgevano monache,
pinzocchere, fanciulli, contadini a far lo somigliante... Le quali cose
confusero tanto, tanto insospettirono l’universale, che per rallegrarlo
in parte, furono fatte da Giuliano e da Lorenzo de’ Medici grandissime
feste, caccie, trionfi e giostre, presenti sei cardinali, venutivi
travestiti da Roma»[266].
Di rimpatto, sparlare del clero, dar ragione ai Luterani, motteggiare
le immunità ecclesiastiche, sfrenarsi a dissolutezze pareano segni di
spirito forte, e fin le superstizioni, perchè repugnanti alla Chiesa.
Nominandosi capitan generale Paolo Castelli, per dargli il bastone si
attese che gli astrologi indicassero il felice punto delle stelle,
aspettandolo essi nella corte del palagio co’ loro stromenti in
mano[267]. Il Cambi si lagna «che pareva il ben vivere fosse dispregio,
in modo che ognuno ch’era amico del frate stava cheto, sperando
nella giustizia di Dio e nella sua misericordia. La notte di pasqua
di natale, i giovani fiorentini scorretti condussero un cavallo in
Santa Maria al mattutino, e fecionlo correre per la chiesa, e di poi
l’ammazzarono a piè delle scalee; poi andarono nei Servi, e gittarono
dell’assafetida in sul fuoco, e questo fu l’incenso che dettono alla
nostra Donna; e a Santa Maria Novella andarono a dileggiare i frati
coll’arme, e uno mescolò carte in sur una predella d’altare; a Santo
Spirito ruppero la pila dell’acqua benedetta...» E segue narrando come
tutto fosse pieno di sodomiti e meretrici, le quali più non voleano
tenersi ne’ luoghi appartati, e poteano tanto, che, chi volesse nulla
dagli Otto di balìa, raccomandavasi ad esse: i giovani andavano in
volta con armi a far burbanze, e se alcuno se ne richiamasse alla
balìa, la notte era ferito; sicchè i delitti non erano nè puniti, nè
denunziati. «E però (conchiude) è da credere che il Signore manderà
la spada e gastigheracci giustamente; e non volendo noi la sua
misericordia, ci darà la giustizia a nostra dannazione».
Fra molti misfatti che dai cronisti potremmo racimolare, ne addurremo
uno di quella famiglia Buondelmonti, che trovammo spesso pietra
di scandalo nelle cittadine resie, e nel cui seno mai non erano
mancati litigi e micidj atroci. Di cinque fratelli che restavano, due
ammazzarono un altro per conto d’un cavallo, poi rifuggiti a Pergolata
sulle loro possessioni, si gittarono al rubare con altri sbanditi.
La Signoria ne colse uno e gli mozzò il capo; il secondo andò da un
altro fratello prete, stranandolo perchè gli desse denaro; e il prete
fattoselo coricare a lato, l’uccise nella camera stessa ove era stato
assassinato quel primo. Citato dal vescovo, il prete si scagionò
colla ragione del bando ch’era sopra la testa dell’ucciso; ma imputato
d’altre colpe di carne, con un fiasco si tagliò la gola, «e coll’ajuto
del diavolo quel nuovo Caino spirò di questa vita»[268].
Ubertino Risaliti, di famiglia che avea dato gonfalonieri sin dal
1326, ragguardevole egli stesso per lettere, costumi, parentele, stando
provveditore dell’arte della lana, ne abusò involando molte centinaja
di fiorini e falsando i conti; del che scoperto, ebbe mozza una mano, e
fu confinato alle Stinche fin all’intera restituzione[269]. Un giovane
de’ Corsini chiese dal papa di potere, contro il divieto, portare in
Egitto acciaj ed armadure, onde col guadagno riscattar suo fratello
caduto schiavo de’ Turchi: andò, e accontatosi con un Pisano, finse
aver ricavato centododicimila scudi, ma il fratello esser fuggito di
schiavitù, talchè quel denaro in altre mercanzie investì, facendole
assicurare: passato un mese, scrisse essere il legno andato a traverso,
e il Pisano venne per riscuotere la sicurtà a Firenze; ma si scoprì che
mai non aveano nulla caricato, ond’egli fu preso, mozzatagli la mano, e
chiuso nelle Stinche: bandito il Corsino contumace. Un artefice abusò
del proprio figliuolo, onde fu tanagliato per tutti i luoghi pubblici
della città. Un capitano di Mortara, arrivato con un condottier
genovese a servizio del papa, la notte quando i giovani tornavano
d’aver preso il fresco sulle scalee di Santa Reparata, ne rapiva
qualcuno, a sfogo di libidine: scoperto, per quanto il condottiero
reclamasse, fu impiccato alle finestre del bargello[270].
Insomma il popolo fiorentino appariva diviso in due sêtte opposte:
gli uni, tutta moralità e austero liberalismo, a guisa de’ moderni
Puritani, attendeano a litanie, e far missioni, stabilire conventi
nuovi e l’ospedale degl’incurabili in via San Gallo, e nelle pesti
buttaronsi a cura degl’infermi; gli altri scorretti e licenziosi, avidi
di godimenti, beffardi e calunniosi alla pietà. Alcuni di costoro,
alla tavola del cardinale de’ Medici, presero a cuculiare il frate
Savonarola, le sue profezie, e chi vi credeva: e Girolamo Benivieni,
voltosi animosamente al cardinale, — Io sono de’ seguaci del frate,
e insieme con tutti gli uomini dabbene desidero la libertà comune;
ma nè io nè coloro faranno per tal conto fellonìa, nè verranno colle
armi contro allo Stato giammai: ben pregheremo Dio e voi che ne la
conceda, per mantenerla in pubblico giustamente e con fede, e in
privato con industria e parsimonia. Ma questi vostri affezionati in
vista, aborriscono la libertà e le leggi per tiranneggiare crudelmente;
e tanto vi si mostreranno ossequiosi, quanto permetterete loro la
violenza e le rapine: nè anco per questo empirete mai le loro voglie
insaziabili; onde un dì vi si volteranno contro. Però, lasciate da
parte uomini sì malvagi, e compiacete delle cose oneste questo popolo,
che sempre esalterà il nome e la gloria vostra»[271].
Giulio, divenuto Clemente VII, da principio mostrò clemenza e
liberalità, anche per tema di Giovanni dalle Bande nere, e finchè non
ottenne che Ippolito, figlio di Giuliano terzogenito del Magnifico,
d’appena quindici anni e già cardinale, fosse dichiarato abile (1525)
a tutti gl’impieghi della repubblica: allora il pose governatore di
Firenze, nè la Signoria poteva risolvere alcuna cosa senza consultare
questo fanciullo.
Clemente intanto nelle sue velleità politiche ravviluppò Firenze, la
quale, perduta ogni importanza di Stato, e costretta a dar uomini o
denaro per gli intenti altrui, fino a tassare i beni ecclesiastici e
vender quelli delle corporazioni di arti, rimpiangeva il Savonarola, il
Soderini, l’antico buono stato, e come avviene dei malcontenti, facea
suo gaudio d’ogni traversìa del papa. Quando il Borbone minacciava
la patria loro co’ suoi ladroni, che già depredavano la val di
Chiana e il Casentino, i giovani chiesero armi secondo l’usanza per
respingere quell’esterminio; e vedendosele negate, le tolsero per
forza, e munirono la mura, mentre domandavano d’assicurare l’interno
contro la guarnigione forestiera; alzarono l’antico grido di _Popolo
e libertà_, e proponeano si facessero banditi i Medici. Capitanava e
aizzava gl’insorgenti Clarice figlia di Pietro II Medici, la quale alla
morte di Lorenzo d’Urbino suo fratello avea preteso sottentrargli ne’
diritti, e invece vedeasi preferiti due bastardi, e nè tampoco ornato
cardinale il figlio ch’essa aveva da Filippo Strozzi.
Questo ricchissimo cittadino, figlio dell’altro Filippo che fabbricò
il grandioso palazzo, l’avea sposata benchè la legge vietasse le
parentele co’ ribelli, e pagò la multa, forse sperando che l’altalena
della fortuna rialzerebbe casa Medici, e con questa la sua, la quale
avea dato sedici gonfalonieri, novantatre priori, e nel 1520 contava
ottanta capifamiglia, cenventi persone abili agli uffizj. Filippo
era stato uno degli ostaggi dati ai Tedeschi da papa Clemente per
liberarsi dalla cattività: e poichè questo ricusò pagare il riscatto,
Filippo, dal Moncada sciolto spontaneamente, ne volle sempre malissimo
al pontefice, e adesso procurò rivoltargli la città. Ma Luigi
Guicciardini gonfaloniere di giustizia, «stato sempre ossequioso e
beneficato dai Medici, ingegnandosi di trovarsi da chi vince, mostrava
in un medesimo tempo un viso fedele allo Stato e un altro disposto a
compiacere ai desiderj della gioventù»[272]; a questa ripeteva — Io
sono dei vostri», mentre dava mano alle forze della Lega, le quali,
giovandosi degl’imbarazzi d’un governo nuovo, vennero in città a colpi
di moschetto, e il moto fu represso e perdonato. Ma ripigliato animo
col crescere delle calamità di papa Clemente, si congedarono i Medici
(1527 17 maggio), esuli per la terza ed ultima volta, e si costituì un
governo libero e il gran consiglio del popolo.
La peste, come nel resto d’Italia, così a Firenze infierì per tre
mesi, consumando da cinquecento vite il giorno, e ducencinquantamila
in tutto lo Stato; e fu seguìta dalla peggior fame che uom ricordasse.
Frà Bartolomeo da Ficaja corse predicando penitenza, sul tenore
del Savonarola; la Signoria in pubbliche processioni e con tutti i
magnati scalzi andò incontro alla miracolosa Madonna dell’Impruneta,
che soleasi trasportare a Firenze nelle maggiori calamità, e «in cui
non avea mai la repubblica sperato senza frutto» (AMMIRATO). Nicolò
Capponi, succeduto gonfaloniere e discepolo del frate, nel gran
consiglio, troppo diradato dall’infezione, usò il linguaggio di quel
maestro suo, «dai fatti della repubblica e dalle presenti tribolazioni
rivolgendo l’animo e le parole alla contemplazione della maestà di Dio»
(NARDI), e «nell’ultimo si gettò ginocchioni in terra, e gridando ad
alta voce Misericordia, fece sì che tutto il consiglio Misericordia
gridò» (VARCHI): indusse ad eleggere Cristo per re perpetuo, e che
solo a lui e alla sua legge volevasi obbedire; e il decreto scolpito
in marmo fu posto sul palazzo della Signoria, dove ancora si vede. Fra
la devozione provvedeva come meglio al governo, alle finanze, alla
giustizia; e ordinò una milizia urbana di quattromila cittadini di
famiglie statuali, e di fasciare con buone fortificazioni la città.
L’amministrazione precedente e le ultime disgrazie aveano carico
estremamente di debiti lo Stato, e ottantamila ducati l’anno assorbiva
il Monte, dei ducentosettantamila d’entrata centomila spendeansi in
impiegati, guardie, fortificazioni; sicchè alle altre spese bisognava
supplire con nuovi balzelli o accatti, e fin con imposizioni sopra i
più facoltosi[273].
Il Capponi, anima retta ma di quell’esitanza che sembra carattere de’
moderati, sentendosi soverchiare dagli Arrabbiati, sperò infrenarli
mettendosi alla testa de’ magnati, e sempre lusingavasi di buoni
accordi coi Medici, coi quali teneva arcana corrispondenza. In
effetto i Palleschi s’erano ristretti a lui, non meno che gli antichi
Piagnoni; ma Baldassarre Carducci, cognominato messer Scimitarra, e
Dante da Castiglione, capi de’ popolani o de’ Libertini, schiamazzando
recidevano ogni via di conciliazione[274].
Eppure la prudenza avrebbe suggerito ai Fiorentini d’aderirsi a Carlo
V, il quale teneva prigione il peggior nemico della lor libertà,
il papa; ma il popolo, esecrando l’insolenza spagnuola e quasi
istintivamente presentendo che dagli Imperiali verrebbe la servitù
d’Italia, e ricordandosi che frà Savonarola avea detto, gigli con
gigli dover fiorire, prediligeva i Francesi, meno atroci nelle recenti
guerre, e con un re cavalleresco. Machiavelli, Guicciardini, Capponi,
Vettori scaltrivano a non confondere le luccicanti qualità del re colla
politica d’un governo che sempre gli avea tirati nelle male peste onde
salvar se medesimo; nè dalla gratitudine per tanti sacrifizj fattigli
sarebbe rattenuto dall’abbandonarli: ma, come avviene quando la ragione
parla contro l’immaginazione, non erano ascoltati, anzi ne venivano in
pessima voce.
Luigi Alamanni poeta, appartenente col Martelli, col Vettori, col
Brucioli, col Machiavelli a una società che adunavasi negli orti
Rucellaj per ragionare di studj e di politica, côlto di notte con
armi proibite, era stato multato, ond’egli per dispetto entrò in una
congiura coi Buondelmonti contro la vita di Giulio allora cardinale;
e scoperti e condannati gli altri, egli provvide alla propria salute
col ricoverare in Francia, che trovò più cortese che la patria[275].
Tornato alla cacciata de’ Medici, sebbene avverso a questi, non
cessava di ripetere a’ Fiorentini: — Andrea Doria, che brama altre
repubbliche vicine a quella che a lui deve l’esistenza, vi raccomanda
di imitare gli esempj di Genova e d’appoggiarvi all’imperatore; io
stesso, se volete, andrò mediatore presso di questo, nelle cui mani
stanno omai le sorti italiche»: ma l’antipatia nazionale e l’abbajare
de’ piazzeggianti prevalsero, tanto che l’Alamanni dovette sottrarsi
all’indignazione popolare. Passato col Doria in Ispagna, di là avvisò
che si tramava contro Firenze, ma non riscosse che sgradimento, come
chi disnuda il vero alle fazioni, che vogliono essere ingannate.
Al contrario, Baldassarre Carducci, che, per allontanarlo, era stato
spedito ambasciatore alla corte di Francia, prometteva mari e monti;
e il 1529, mentre si praticava la pace, scriveva di là: — Stringendo
io molte volte questa maestà a ricordarsi della divozione e fede delle
signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta
efficacia dimostro l’obbligo sommo che gli pare avere con quelle,
affermandomi non esser mai per fare alcuna composizione senza total
benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco
che sua. Ed ultimamente m’ha ripetuto queste medesime ragioni ed
assicurazioni il granmaestro (Montmorency), dicendomi: _Ambasciadore,
se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con
Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi,
dite che io non sia uomo d’onore, anzi ch’io sia un traditore_. Ed a
Bartolomeo Cavalcanti il re disse espressamente con giuramento, non
esser mai per comporre con Cesare altrimenti; e piuttosto voler perdere
i figliuoli che mancare a voi confederati»[276].
Più sincera la regina erasi lasciato sfuggire che darebbe mille Firenze
per riaver uno de’ suoi figliuoli. E in fatto si concordò la pace senza
la minima riserva a favor di Firenze, e il deluso Carducci scriveva:
— L’empia ed inumana determinazione di questa maestà e de’ suoi
agenti aveano dato mille promessioni e giuramenti di non concludere
cosa alcuna senza partecipazione degli oratori, degli aderenti e dei
collegati; e nondimanco, senza farne alcuno di noi partecipe, questa
mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grande solennità,
senza includerci altrimenti; di modo che non s’è alcuno di noi potuto
contenere (gli ambasciatori veneti trovansi nello stesso caso) di
non mostrare a questi signori la loro ingiustizia ed irrazionabile
rimunerazione di tanta osservanza e spese ed incomodi, patiti per
questa corona di Francia. Sarà una perpetua memoria alla città nostra
e a tutta Italia, quanto sia da prestar fede alle leghe, promissioni
e giuramenti francesi». Alle stesse lagnanze rispose il granmaestro:
— Adunque voi volete impedire la ricuperazione dei nostri figliuoli?
Guardate che, avendo voi un nemico, non ne abbiate due». In questi
accordi dunque poneasi che i Medici, spossessati illegittimamente nel
27, doveansi rimettere; e poichè Ippolito era cardinale, restava come
principe Alessandro, generato in una schiava mora da Lorenzo d’Urbino,
o, come diceasi, da Clemente VII, e fidanzato colla Margherita bastarda
di Carlo V.
Vilmente tradita dal re di Francia (1529), la città mandò
all’imperatore, rimostrandogli che, se era entrata nella lega contro di
lui, l’avea fatto quando obbediva ai Medici e al papa, e chiedeagliene
perdonanza, esibendosi pronta ad ogni accordo purchè le conservasse
la libertà: «ma i messi, piuttosto uccellati che uditi» (VARCHI),
furono rimessi a Clemente VII; ottenessero il perdono di lui e bastava.
Clemente, offeso anche come papa e ne’ prelati più eminenti dagli
Imperiali, avea perdonato a questi per forza; ma secondo lo stile de’
fiacchi che si rivendicano sui deboli, metteva l’onor suo nel castigare
i Fiorentini del rispetto mancatogli come principe.
Acciò dunque che sola non galleggiasse fra l’universale diluvio,
l’imperatore, mentre se n’andava dalla pacificata Italia per non udirne
i nuovi ejulati, spediva le sue torme, lorde del sangue e delle rapine
di dieci anni, a spegnere quest’ultimo anelito della fazione guelfa.
I Fiorentini, più non potendo confidare che in se stessi, benchè
da tanti anni avessero dismesso le armi pei traffici e le arti,
non mancarono all’estremo momento: respinti i patti della servitù,
voltano il viso alla fortuna, e attirano l’attenzione del mondo con
fatti che rimangono fra’ più eroici della storia. Nicolò Capponi, che
un’onorevole conciliazione preferiva all’inutile resistenza[277], non
solo ebbe rimproveri pubblicamente, ma processo di secrete pratiche
col papa; e sebbene provasse l’intemerata sua intenzione, ed anche la
posterità non gli trovi altra colpa che d’essersi lasciato illudere
da Clemente, il quale colle trattative voleva addormentar la città e
remorarne gli armamenti, quelli che non sanno urlare se non _traditore_
e _morte_ lo voleano al patibolo; salvato dai moderati, fu deposto dal
ben tenuto uffizio; perchè nelle febbri popolari non vuolsi la prudenza
che modera, ma la violenza che spinge.
Il surrogatogli gonfaloniere Francesco Carducci, uom nuovo negli
affari, ma sviscerato della repubblica, addomestica Piagnoni
e Arrabbiati, e fa i preparativi più risoluti. Solennemente si
pronunziano decaduti i Medici: e poichè i popoli sogliono di Dio
ricordarsi nelle gravi urgenze e nelle inaspettate fortune, si fecero
processioni, si tornò a pietà come al tempo del Frate, proibiti i
giuochi di zara, corretto il lusso, puniti la bestemmia e il mal
costume; una quarentìa renderà la giustizia pronta e severa con
appello al consiglio generale; e Jacopo Alamanni, giovane nobilissimo,
condannato da quella, nel montare al patibolo congratulavasi co’
cittadini che il suo supplizio servirebbe a saldare le recenti
ordinanze.
A soccorso di Firenze trassero i residui delle Bande nere, con diciotto
capitani reputati; si fece una «descrizione generale per tutta la
città di una milizia civile»[278], giurata di non adoprar le armi se
non per onore di Dio, per lo ben comune e per difesa della libertà; le
rinnovate bande dell’ordinanza si trovarono salire a diecimila uomini,
fior del contado, armati e disciplinati meglio che non s’aspettasse
da gente divezza; in piazza San Giovanni, cantata messa, giurano
che nessuno abbandonerà mai l’altro, ma ad ogni estremo la libertà
difenderanno. In fatto, «sebbene erano fra di loro di molte gozzaje
e di cattivissimi umori, essendo di tanti pareri e in tante parti
divisi, nondimeno si astenevano, non che di manomettersi l’un l’altro
coi fatti, d’ingiuriarsi colle parole, dicendo, — Questo non è tempo di
far pazzie; leviamoci costoro d’addosso, e poi chiariremo le partite»
(VARCHI).
Michelangelo Buonarroti, come già Archimede, dirigeva le
fortificazioni, e bastionava la città col Sangallo, col Peruzzi, col
Serlio, col d’Alberti; Donato Giannotti serviva da segretario di Stato;
da cancelliere Francesco Aldobrandino, padre di Clemente VIII, che
ora stendeva sapientissimi consulti, ora argute satire; Bartolomeo
Cavalcanti, Luigi Alamanni, Pier Vettori combatteano a vicenda ed
arringavano (1529); Andrea del Sarto dipingeva ad infamia i traditori;
il Nardi, il Segni, il Busini, l’Adriani, il Nerli cooperavano ad
imprese che poi doveano tramandare alla posterità; prestiti forzosi,
gli argenti delle chiese e de’ privati, le gemme de’ reliquarj,
le facoltà dei corpi religiosi e d’arte, vendute o poste a pegno,
procurarono il denaro, con cui si presero al soldo Malatesta Baglione,
Stefano Colonna, Napoleone Orsini ed altri venturieri; nove commissarj
con amplissimo potere aveano il maneggio della guerra.
Egregi provvedimenti, ma tardi, quando era spalancato il varco, che
sarebbesi potuto ben chiudere ai giorni di Carlo VIII colle campane
minacciate da Pier Capponi, e colla ispirazione del Savonarola. Ora
contro alla libertà stavano i Medici, fatti onnipotenti da che univano
oro, spada, croce; stavano i principi tutti, risoluti a spegnere le
antiche libertà; stavano l’odio delle provincie mal governate, il
dispetto dei grandi conculcati dal popolo, immensa turba di servili
comprati dai Medici, i quali con arte secolare aveano guasto anche
le forme buone, e col voto de’ loro creati portavano agl’impieghi le
persone meno meritevoli, affinchè screditassero quel modo di governo.
Il duca di Ferrara, non che mandasse, come avea stipulato, a
capitanarli il giovinetto suo figlio[279], si rappattumò col papa, e
lo fornì d’artiglierie. All’abate di Farfa spedirono tremila zecchini
perchè facesse mille fanti, ma il portatore fu côlto presso Bracciano
per ordine di Clemente VII, e spogliato. Che fa l’abate? apposta
il cardinale Santacroce, che dal papa era mandato a Genova incontro
all’imperatore, e menatolo prigioniero, nol rilasciò finchè il papa
non gli ebbe restituiti i tremila zecchini. Allora egli tenne alcun
tempo la campagna pei Fiorentini, ma poi compro o sgomentato dalle
prime disgrazie, tornò al suo Bracciano e a riconciliarsi col papa.
Malatesta Baglione, preso a capitano generale per compiacere al re
di Francia (1529), staccasi da Cortona ed Arezzo che aveva assunte a
difendere, e mena i suoi a Firenze traverso il Valdarno, non provveduto
di vittovaglie, perciò violentandolo alla peggio; le truppe mercenarie,
di scarsa fede, pareano più timorose del vincere che della sconfitta;
nessun ajuto dall’Italia, spossata dai conflitti, o sbalordita dalla
vittoria. Clemente VII, oltre le proprie truppe comandate da Baccio
Valori, dirizzava sopra la sua patria quegli stessi imperiali e
luterani della cui ferità avea fatto così deplorabile sperimento, e ai
quali or dava autorità di esiger dai Romani le somme che per terrore
avessero promesse durante il sacco: e quegl’ingordi, affacciatisi (24
8bre) dal colle dell’Apparita al ridentissimo prospetto che presentano
la città e i colli popolati di vigneti e di ottocento palazzine[280],
urlarono con selvaggia bramosia: — Prepara, o Firenze, i tuoi broccati
d’oro, che noi veniamo a misurarli colle picche». Erano guidati da
Filiberto principe d’Orange, che partecipe delle cospirazioni del
Borbone, con esso era disertato dalla Francia a Carlo V, e a quello
succeduto nel comando degl’Imperiali e nel guasto d’Italia: e benchè
detestasse senza rispetto la cupidità del papa e l’ingiustizia
di quella impresa, nondimeno aveva chiarito non poter mancare di
continuarla senza la restituzione dei Medici» (GUICCIARDINI). Sua
madre gli scriveva dissuadendolo da quella come ingiusta, o gliene
arriverebbe male: e indovinò.
Una città dopo l’altra cede a costoro; molti Palleschi disertano dalla
patria, tra’ quali Francesco Guicciardini, che forse increscevasi di
non ottenere bastante considerazione in governo popolare, come altri di
gran famiglia, e sperava di assodare un’aristocrazia coi Medici, mal
prevedendo che questi si eleverebbero deprimendo i nobili; e recò ai
nemici il soccorso del proprio ingegno politico, più utile dacchè fu
morto Girolamo Morone (15 xbre), il quale prestava ai nemici d’Italia
quell’accorgimento che contro di loro aveva aguzzato.
— Il papa non s’ostinerà a’ nostri danni, o l’Europa non rimarrà
indifferente a vederci perire», dicevano i Fiorentini; e Clemente: —
Non reggeranno a vedersi guastare i loro orticini». D’altra parte,
che valor ripromettersi, che costanza da mercanti, esercitati solo
in arti sordide, non in quella nobilissima dell’ammazzare?[281]
Ma il patriotismo gl’infervora di modo che giurano uccider mogli
e figli, metter fuoco alla città anzichè cedere. Demolite chiese e
conventi colle loro bellissime pitture, distrutte le ville, deliziosa
ghirlanda di Firenze, vedeansi recar di là fasci d’aranci, di rosaj,
d’ulivi recisi, per crescere le fortificazioni della patria. — Perchè
esporre cotesto innocente?» fu chiesto ad un vecchio che trascinava
un fanciullo a combatter sulla mura; — Perchè scampi o muoja con me a
salvezza della patria»[282].
Pareva il Savonarola rivivesse in frà Benedetto da Fojano, frà Zaccaria
da Fivizzano, frà Bartolomeo da Faenza, che promettevano vittoria
e schiere d’angeli a protezione. La balìa scriveva a Baldassarre
Carducci: — Noi qui stiamo di bonissima voglia, confidando, oltre
all’ajuto di Dio, nelle buone provvisioni che abbiamo fatte sì di
ripari e di gente, come d’ogni altra cosa; nè pare altro ci possa far
male, salvo che la lunghezza del tempo, la quale ancora tollereremo
mentre che avremo vita; poichè siamo disposti a mettervi tutte le
nostre facoltà prima che venire sotto il giogo della tirannide.
Ai nostri cittadini, ancorchè fossimo consumati per tante altre
incomodità, non è grave alcun peso per mantenere questa libertà, la
dolcezza della quale tanto più si gusta, quanto maggiore è la guerra
che le è fatta. E nonchè altro, niuno è che spontaneamente non concorra
a fare i ripari della città con le proprie mani... Trovandosi oggi
la terra ottimamente fortificata, non temono forza alcuna; ed essendo
disposti a non perdonare al resto delle nostre facoltà, dureremo insin
tanto che si apra qualche spiracolo alla nostra liberazione. Abbiamo
assai da ringraziare Iddio che, avendo dentro tanta gente forestiera,
non è mai seguita cosa alcuna di quelle che hanno sopportato le
altre città che sono state assediate: anzi si è generato tanto amore
e benevolenza tra’ soldati e li nostri giovani, che pajono tutti
fratelli; e si vede nei forestieri tanta prontezza alla nostra
difensione, che pare che non meno combattino per li proprj loro
interessi che per li nostri: il che nasce perchè sono benissimo pagati,
ed amorevolmente da ciascuno intrattenuti; onde seguita, aggiunto
i mali pagamenti de’ nemici, che moltissimi tutto giorno si partono
da loro, e vengono agli stipendj nostri. Talchè tutta questa nostra
fanteria è ridotta a tanta perfezione sì di numero come di bontà, che
se uscisse in campagna farebbe tremare tutta quanta Italia»[283].
Nelle prime avvisaglie col principe d’Orange si segnalò Francesco di
Nicolò Ferruccio, uomo austero che sarebbe vissuto alla campagna o al
fondaco oscuramente per sottrarsi alla dipendenza, se l’occasione non
l’avesse fatto patrioto fervoroso e tipo dell’eroe popolano. Messosi
capo di bande, seppe mantenere l’abbondanza e, che più era difficile,
la disciplina; e credendo che i partiti medj guastino e non salvino,
neppur si ratteneva dalle crudeltà. A Pisa adoprò tutta la severità
d’un conquistatore; se non gli dessero armi e vittovaglie minacciava
impiccare i facoltosi, e infliggere a tutti la morte del conte Ugolino;
e per prevenire qualche sollevazione mandò via tutti i cittadini capaci
delle armi. A Volterra «dopo la vittoria fece impiccare quattordici
Spagnuoli che avea presi prigioni;... messe di poi le mani in sulle
robe dei cittadini e sull’argenteria sacra, e comandato pena la vita
che nessun cittadino uscisse dalla città, alloggiò i soldati nelle
case loro con modi aspri e insolenti;... usò molto rigore nel trovar
denari, facendo impiccare per tal conto due cittadini alla finestra
del palazzo dov’egli abitava» (SEGNI); un trombetto speditogli dal
capitano Fabrizio Maramaldo calabrese, fece appiccare alla mura, dalla
quale intanto i soldati sbeffeggiavano con un miagolare che somigliava
al nome di quel capitano; e difese quella città contro diecimila
assalitori.
— L’ardimento è necessario ne’ casi estremi (diceva egli); al modo
che già tenne il Borbone, assaliamo Roma; strasciniamovi gente
colla speranza del saccheggio; corrompiamo i Tedeschi e pigliamoci
prigioniero il papa»: altri parlavano di ricorrere ai Turchi, o almen
faceano sperare ne’ loro ajuti[284]. E certo se Firenze commetteva la
dittatura al Ferruccio o al Carducci o ad altro nazionale, avrebbe
guidate le cose meglio che non esponendosi alle pretensioni de’
condottieri, sdegnosi di obbedire ad altri che a principi: ma, ahimè!
il patriotismo agguagliato alla religione, le nobili virtù guelfe
rideste nella gioventù, il valore inaspettatissimo in gente mercadante,
non doveano riuscire che a rendere decorosa la caduta sotto la
cospirazione delle armi, dei tradimenti, della fortuna.
I Fiorentini non aveano cessato ancora di sperare dai Francesi, nè
questi d’illuderli. Francesco I assicuravali non esser la pace che
uno stratagemma per recuperare i suoi figliuoli; eppure ai Fiorentini
mercadanti in Francia proibì di spedir denari alla patria pericolante:
ordinò a Malatesta Baglione e a Stefano Colonna si togliessero dal
servire que’ ribelli, eppure secretamente gli avvisava non obbedissero:
richiamò da Firenze il suo inviato pubblico, eppure ve ne conservò
uno secreto, che tenesse ben edificati i cittadini, e promettesse
che, appena pagato il riscatto, li soccorrerebbe a viso aperto. Così
maneggiava la politica il cavalleresco.
Anche Venezia (1530), in cui avevano sperato come repubblica e come
ombrosa di Cesare, erasi accordata con questo. Ma i Fiorentini si
confortavano all’udire ora che papa Clemente stava in fin di morte,
ora che il Turco minacciava di prender Vienna, ora che tutto il
contado sorgeva in armi, ora che i nemici pensavano levarsi in fuga:
le baje dileguavansi, rimaneva la realtà. L’imperatore, sciolto dalla
paura de’ Veneti, mandava nuove truppe col Lodrone, col Belgiojoso,
col Leyva; gli Spagnuoli, trattando i Fiorentini da bottegaj, non
ne accettavano le sfide, nè il riscatto quando prigionieri: bande di
Romagnuoli scorrazzavano le strade impedendo le vittovaglie, che ogni
giorno più si stringevano; «le gatte erano venute in gran prezzo,
e i topi erano cibo, e gli asini si mangiavano ne’ conviti, senza
gustarsi vino; e i cittadini erano ridotti a tale disposizione d’animo,
che ragionando famigliarmente cogli amici, quasi si vergognavano di
mostrare di aver mangiato qualche vivanda delicata, come troppo molli
ed effeminati»[285].
Onde rinfrescare le provvigioni, occorreva di aprire la strada per
Prato e Pistoja, sicchè fu mandato al Ferruccio che piombasse sopra
gli assediatori, mentre gli assediati farebbero una sortita con tutta
la gente di guerra e la milizia cittadina; avendo determinato che quei
che restavano a custodia, se vedesser rotti i combattenti, uccidessero
le donne e i figliuoli, mettessero fuoco alle case, poi uscissero
alla stessa fortuna degli altri. L’Orange, avuto spia di quell’ardito
movimento, dovette abbandonare il campo per farsi incontro al Ferruccio
nella montagna di Pistoja, e scontrollo a Gavinana (2 agosto). I
Fiorentini, benchè i Cancellieri di Pistoja gli avessero traviati per
farli cadere sopra San Marcello, rôcca de’ Panciatichi loro nemici e
palleschi[286], combatterono eroicamente e uccisero l’Orange stesso: ma
Alessandro Vitelli sopraggiunto, rifece testa, sicchè i repubblicani
rimasero sconfitti, e preso il Ferruccio, il quale così inerme fu
agramente insultato e trafitto dal Maramaldo. — Tu ammazzi un uomo già
morto», gli disse l’eroe; e fu da cento colpi finito.
Gravissimo sconforto a Firenze, che sentivasi agli estremi. Vi erano
periti ottomila cittadini e dodicimila soldati forestieri; colla fame
si faceano le prove estreme, e le teneva allato la peste; i fautori de’
Medici macchinavano entro la città, e al solito i chiassoni, che non
sanno far altro, andavano denunziando traditori, e domandando supplizj
contro uno che trattò di vender Pisa, contro un frate che voleva
inchiodare le artiglierie, contro un Soderini che teneva informato il
nemico: erano sospetti, ma vi rispondeva la forca; che più? la forca a
chi nominasse favorevolmente i Medici, o il Magnifico, o il Padre della
patria.
Mentre si delirava nelle imputazioni fraterne, non si teneva occhio al
Baglione capitano generale, abilissimo guerriero, ma già altra volta
traditor di Firenze; e forse bastò la tristizia del capitano a sperdere
il buon volere di tutti. Ricusò assalire il campo mentre l’esercito
s’era vôlto contro il Ferruccio, anzi in petto all’ucciso Orange furono
trovate lettere che il rivelavano traditore: ma quando i Fiorentini
lo licenziarono dal comando (8 agosto), assalì a pugnalate chi glielo
intimò, e puntò le artiglierie contro le porte di Firenze. Se questa
l’avesse trattato come Venezia il Carmagnola, sarebbesi avuto un altro
tema contro l’ingratitudine delle repubbliche. Non l’osarono, ed egli
procedette e accettò dal pontefice patti, leggendo i quali il doge di
Venezia disse: — Ha venduto il sangue di quei poveri cittadini a oncia
a oncia, e s’è messo un cappello del maggior traditore del mondo».
La città, che in tre anni di libertà avea speso un milione e mezzo
di fiorini d’oro, e in undici mesi d’assedio sofferto fame, peste,
privazioni, stenti d’ogni guisa, fu costretta a capitolare (1530 12
agosto) con Ferrante Gonzaga sottentrato all’Orange; stipulando salve
e libere le persone, dimentiche le offese, restituito il territorio;
pagherebbe ottantamila ducati all’esercito imperiale; rimetterebbe
all’imperatore il regolar la forma del suo governo, «inteso però
sempre che sia conservata la libertà». Tosto è eletta una balìa di
dodici Palleschi, fra’ quali Pier Vettori, Baccio Valori, Francesco
Guicciardini, Roberto Acciaioli; e spezzata la campana che per l’ultima
volta avea convocato il popolo ad approvare col voto universale ciò che
i suoi vincitori avevano ordinato, si cominciò con processi e torture
ad abusar della vittoria. A Francesco Carducci già gonfaloniere, a
Bernardo da Castiglione e ad altri quattro fervorosi patrioti è mozza
la testa nel cortile del bargello, molti relegati, ad altri confiscati
i beni; frà Benedetto da Fojano è mandato a Roma a morire non meno di
sporcizia e di disagio, che di fame e sete. «Nè gli giovò ch’egli aveva
umilmente fatto sentire al papa lui esser uomo per dovere (quando a sua
santità fosse piaciuto tenerlo in vita) comporre un’opera, nella quale,
mediante i luoghi della Scrittura divina, confuterebbe manifestamente
tutte le eresie luterane» (VARCHI).
Tedeschi, Spagnuoli, Italiani dell’esercito nemico vennero spesso alle
mani tra loro (1531), finchè col pagarne i soldi si ottenne partissero,
a riserva di piccolo presidio in Firenze: poi Carlo V notificò che a
questa restituiva gli antichi privilegi, ma vi poneva duca Alessandro
Medici (5 luglio); e la balìa proclamò questo e i suoi discendenti «fra
i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza
palle ferirono il cuore di chiunque deplorava la perdita dell’antica
libertà», dice il Muratori, con una semplicità ben più espressiva che
non le declamazioni, affocatesi testè attorno a quel fatto, dove il
romanzo rimarrà sempre inferiore di lunga mano alla storia.
Così dalla codarda vendetta di Clemente VII restava ribadita la
supremazia imperiale sopra la città più guelfa d’Italia. Il vulgo
superstizioso, cioè coloro che credono che Dio manifesti la sua collera
anche in terra, vide la mano di lui nell’inondazione del Tevere (2
aprile), la più fiera che Roma ricordasse, con rovina di molti edifizj
e di molte vite, e un conseguente lezzo che fomentò micidiale epidemia.
Clemente patì sin di fame, e pericolò della vita in quella calamità, nè
per questo si emendò della sordida politica. Per la quale, non potendo
perdonare a Carlo il lodo proferito in favore d’Alfonso di Ferrara,
ritorceva verso Francia, e spiava occasione di vendicarsi.
I Medici trovavansi piantati in Firenze dall’armi forestiere, quando
non rimaneva di lor famiglia alcun degno rampollo, ma un cumulo d’odj
pei mali causati. A vero dire, Carlo V non v’avea spento il governo
repubblicano; a quella famiglia restituiva i diritti che avanti il
1527; ad Alessandro competerebbero ventimila fiorini, non le totali
entrate. Ma ai Palleschi non garbava un governo a tempo, sicchè bastò
che i Medici li lasciassero fare, perchè si togliesse ogni rimasuglio
di libertà. Girolamo Benivieni, l’antico discepolo del Savonarola,
scrisse a Clemente VII con quella franchezza che tante volte si
concilia colla devozione, «esortandolo a dare una forma di governo
lodevole, come a cittadino conviene; insieme difendeva la memoria di
frà Girolamo, e come le profezie di esso fossersi in parte avverate,
le altre si avvererebbero» (VARCHI). Ma Filippo Strozzi, che tutto
ambizione non badava per quali vie la soddisfacesse, divenuto pallesco
malgrado della moglie, sollecitava Clemente a estirpar le reliquie del
governo popolare; l’Acciajuoli consigliava a spoverire i nemici e la
città, e fingere congiure che irritassero l’imperatore; il Vettori gli
suggeriva: — Non ponete fiducia che nei soldati mercenarj, ma più ancor
di questi vale il bargello»; il Guicciardini: — Invano cerchereste con
qualsifosse maniera di dolcezza o benefizj rendere popolare questo
governo; nè utile è, nè ragionevole aver pietà di coloro che hanno
fatto tanti mali, e che, potendo, farebbono peggio che mai; meglio
tornerà il compromettere col popolo i ricchi e destri, affinchè
riconoscano non aver salute che nell’appoggiarsi ai Medici. Non bisogna
esaurire le entrate della città, anzi mantenerla viva per poterne cavar
pro; non obliando ma dilazionando di giungere al fine proposto; agli
amici prodigare oneri ed utili di modo che, chi ne partecipi, diventi
odioso all’universale; non concentrar tutto nel principe, ma spargere
dei feudatarj pel dominio; togliere i consigli e l’altre chiacchiere
vecchie, facendo una taglia di ducento, tutti confidenti. Insomma
vorrei procedesser tutte le cose con questa massima, che, a chi non è
dei nostri, non fosse fatto beneficio alcuno, eccetto quelli che sono
necessarj per trarre da loro più utile si potesse: gli altri non solo
son gettati via, ma son nocivi»[287].
Conforme a tali suggerimenti, Clemente così s’esprimeva col Nerli in
Roma: — Dirai a quei cittadini che più giudicherai a proposito, che noi
siamo ormai alle ventitre ore, e che intendiamo e abbiamo deliberata
di lasciare dopo di noi la casa nostra in Firenze sicura. Però pensino
a un tal modo di governo, ch’eglino vi corrano i medesimi pericoli che
la casa nostra, e lo disegnino di tal maniera, che alla casa nostra
non possa più avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi
soli ne fossimo cacciati, e quelli che con noi godevano i comodi dello
Stato restassero in case loro. Dell’altre cose ci contenteremo ch’elle
s’acconcino in modo, che gli amici, disposti a correre la fortuna di
casa nostra, tirino dei comodi dello Stato quella ragionevol parte che
a ciascheduno ragionevolmente si convenga».
Il papa non ebbe che a commettere a questi vili la riforma del
governo (1532 5 aprile). L’antica costituzione non abbracciava
nell’eguaglianza nobili e plebei, città e campagna; ma distinguevansi
i Sopportanti, cittadini che pagavano le decime de’ loro beni, e i
Non-sopportanti, che viveano delle braccia. De’ sopportanti, godeano
la piena cittadinanza e gli uffizj que’ soli, i cui antenati avessero
partecipato ai tre uffizj maggiori della signoria, del collegio e
dei buoni uomini. Di questi ammessi o statuali, dicevansi andar per
la maggiore quegli iscritti nelle arti maggiori, e per la minore
quei delle quattordici arti inferiori. Alcuni pagavano le gravezze
di Firenze, ma abitavano pel contado, e chiamavansi cittadini
selvatici[288]. Nel nuovo statuto fu abolita la distinzione delle arti
maggiori e minori, proclamando eguali in diritto i cittadini, nè più
distribuiti gl’impieghi per quartieri; cassati i privilegi, che sono
l’ultimo rifugio d’un popolo oppresso; tutti siano abili del pari a
tutti gli uffizj, e formino un medesimo corpo e un medesimo membro;
il principe è capo della repubblica, in luogo del gonfaloniere di
giustizia; e Alessandro in futuro si abbia a chiamare il duca della
Repubblica fiorentina, come si chiama il doge di Venezia[289].
Michelangelo Buonarroti era stato più giorni ascoso in un campanile per
sottrarsi alla prima furia, e i Medici lo salvarono perchè contribuisse
ad immortalarli. Luigi Alamanni, relegato in Provenza, avendo rotto il
bando, fu processato come ribelle; poi piantatosi in Francia, da re
Francesco ebbe stimoli e comodò a poetici lavori. Fu anche destinato
ambasciadore a Carlo V, che l’accolse bene, il felicitò d’un tal
protettore, e deplorò il duca di Firenze che lo avea perduto. Ma le
sue opere toscane furono pubblicamente bruciate a Roma, d’ordine di
Clemente VII, e un librajo, che le vendeva a Firenze, multato e bandito
dal duca; di che sempre più lo favorì Caterina, delfina di Francia, la
quale lo prese maestro di casa.
Fuoruscirono pure Donato Gianotti, il vecchio Jacopo Nardi, il
giovane Bartolomeo Cavalcanti, il dottore Silvestro Aldobrandino,
Anton Francesco degli Albizzi, Lorenzo Carnesecchi, e a tacer altri,
fin quel Baccio Valori, che avea servito da commissario papale al
campo liberticida. Ridottisi a Pesaro, ad Urbino, in Venezia, alcuni
esercitavano nobilmente l’ingegno o nel fare scuola o nell’avvocatura,
massime a Venezia, dove, secondo la consuetudine della repubblica
romana (NARDI), si agitavano pubblicamente le cause; carezzati, ben
voluti, sino a permettere che portassero armi in quella città dove
nessun altro. Aveano essi creato sei _procuratori della libertà
fiorentina_, che promovessero la causa di questa; intanto ai molti
bisogni sovvenivano con denaro offerto da case stabilite in Roma ed
altrove, e da frati che n’andavano raccogliendo[290]. Ma non vi mancava
pure la feccia solita che s’arrabatta nel calunniare a vicenda, nello
sfidarsi, nel denigrare, nell’esagerare i torti e le speranze.
I rimasti, giacchè della libertà più non era quistione, carezzavano
l’idolo dell’indipendenza; e come salvaguardia dalla servitù straniera,
Alessandro de’ Medici in sulle prime fu sofferto in pace. Ma trovandosi
in mano un potere illimitato, e attorno tanti adulatori, costui
non tardò a riuscire quel ribaldo che la sviata sua gioventù già
lasciava temere. Portato alla signoria da armi straniere, guardando
i sudditi come nemici, come vili quei che a suo pro abbattevano le
barriere costituzionali, cinto da satelliti che aspettavano ogni suo
cenno, fabbricata una cittadella[291], minacciando di morte chiunque
tenesse armi, collo spionaggio, colle segrete, col mandare a male
oggi uno doman l’altro, soffogava il repetìo della perduta libertà,
mentre con frequenti feste, or per la venuta di Carlo V (1533), or
pel matrimonio colla costui figlia, spiegava pompe solennissime e
sovrattutto allettevoli al vulgo, che correva a mangiare e bevere ed
applaudire[292]. Dilettavasi a scorbacchiare persone gravi e onorate.
Le arti belle e le lettere, seconda vita di Firenze, recavasi a vile,
benchè desse commissioni al Vasari, e per lui mandasse saluti e doni
all’infame Aretino. Nelle caldezze dei ventidue anni, non rispetto
di famiglie, non santità di talami o di chiostri frenava il brutale,
prorompente alle libidini senza distinzione di sesso e d’età, di
condizione, di santimonia; e piacentesi d’umiliare più spiegatamente
quelli che più apparivano amici della libertà e riveriti dal popolo.
I delitti che palesassero vigoroso animo, puniva severo; a quelli di
sensualità conniveva: ma non ponea divario tra le persone: e nato un
giorno romore nell’affollarsi a uno spettacolo, egli mandò i servitori
a bastonare i romoreggianti; e dettogli che v’avea giovani nobili e
persone di qualità, — Non importa (rispose), tutti son del pari miei
nemici». Il cardinale Ippolito suo cugino gl’invidiava onori che a
sè credea dovuti, e propenso alle lettere e all’armi, carezzava i
fuorusciti che confidavano nell’ambizione e ne’ denari di lui, e che
come rappresentanti della patria lo elessero «padre e protettore, e
principale autore della recuperazione della libertà»; ma fra breve
Alessandro se ne sbrigò col veleno (1535 10 agosto), dicendo: — Si veda
che ci sappiam levare le mosche d’attorno».
«Era in tutto l’universale una tacita mestizia e scontentezza. La plebe
e la maggior parte del popolo minuto e degli artigiani, i quali vivono
delle braccia, perchè non si lavorando non si guadagnava, ed erano
tutte le grascie carissime, stavano incredibilmente tristi e dolenti.
I cittadini popolani veggendosi sbattuti, e avendo chi il padre, chi il
figliuolo e chi il fratello o confinati o sbanditi, e dubitando ognora
di nuovi accatti e balzelli, non ardivano scoprirsi, e non che far
faccende e aprire traffichi nuovi, serravano gli aperti e si ritiravano
per le chiese e nelle ville, parte essendo e parte infingendo d’essere
non che poveri, meschini. I Palleschi, conosciuto quanto si fossero
ingannati, si guardavano in viso l’un l’altro senza far motto;
perciocchè s’erano persuasi di dover essere piuttosto compagni che
servi, e che Alessandro, bastandogli il titolo di duca, dovesse,
riconoscendo così fatta superiorità da loro, lasciarli trescare a
lor modo, e non ricercare, come si dice nel proverbio, cinque pie’
al montone. Ma egli, con tuttochè non passasse i ventidue anni,
essendo desto e perspicace di sua natura, instrutto da papa Clemente e
consigliato dall’arcivescovo di Capua, uomo sagacissimo, aveva l’occhio
e poneva mente a ogni cosa, e voleva che tutte si riferissono a lui
solo. Dispiaceva ancora universalmente il vedere che non il palazzo
pubblico dei signori, ma la casa de’ Medici sola si frequentasse, e
fosse tutte l’ore piena di cittadini; dava terrore a tutto il popolo
la guardia (cosa non usitata di vedersi a Firenze) che menava seco
continuamente il duca con una maniera nuova d’arme in aste, le quali
avevano in cima due braccia di largo e taglientissimo ferro» (VARCHI).
Sull’esempio di lui, ministri e soldati faceano a chi peggio, la
giustizia si mercatava, vendeansi grazie ed impieghi; oggi diceasi
che un suo satellite avesse saccheggiato un nobile fiorentino; domani
che un altro avesse ucciso a bastonate un ragazzo; e chi rapito, chi
stuprato; e si era a quel fondo di miseria ove non rimane più nemmeno
l’ardire di lamentarsi. Come è stile dei tiranni, voleva la gente
allegra, divertentesi; onde i suoi fautori insultavano alle miserie con
«sontuosissime cene, dove convitando le più belle e più nobili giovani
di quella città, consumavano tutta la notte in far feste, intervenendo
sempre il duca immascherato a intrattenerle, di tal maniera niente di
manco, che era da ognuno conosciuto... Furono le spese di que’ pasti
sì smisurate, che non mai da que’ tempi indietro erano state vedute
nella nostra città; perchè non ve ne fu nessuna che non arrivasse alla
somma di quattro e di seicento scudi;... e tre arrivarono ala somma di
mille»[293].
Non son questi i modi da far rassegnati ad una signoria nuova; e
i fuorusciti erano tanti e così irrequieti, da impedire che essa
durasse con pace. Più volte ricordammo Filippo Strozzi, marito della
Clarice Medici, «nella ricchezza senza comparazione di qualsivoglia
uomo d’Italia: perchè alla morte sua si trovò che aveva scudi
trecentomila di denari contanti, e ducentomila di beni, di gioje e
d’entrate d’uffizj; onde appariva fortunatissimo, avendo aggiunto
una prole di figliuoli maschi e femmine senza alcun paragone di
bellezza e di destrezza d’ingegno e di accortezza di giudizio»[294].
Passava anche per valente in maneggi di Stato e in guerra; ma quanto
alla mercatura e agli studj, tanto si dava ai piaceri; donde gli
venne quello svigorimento d’animo, che rende incapaci a compiere i
generosi concetti. Del resto pien di dottrina come di cortesia, di
eccellente gusto, di gran generosità coi letterati, fu ripagato a
lodi, le quali non tolgono di vedere come fosse sprezzatore delle
cose sacre, e trascinato da un’ambizione senza intenti elevati.
Stimolato dalla moglie contro i Medici nella prima cacciata, destò
sospetto di favorirli segretamente, sicchè alla malevolenza popolare si
sottrasse ricoverando a Lione: poi quando i Medici rivalsero, ne sposò
gl’interessi.
Abbiamo la vita di lui scritta da suo fratello Lorenzo, tutta scuse
e lodi; ove, da quei piccoli ambiziosi che transigono colla propria
coscienza meritano esser notate le progressive condiscendenze di
Filippo a una causa che disamava, e come egli o il biografo ne versino
la colpa sovra la necessità, scusa dei fiacchi. Clemente desidera
svellere le apparenze di libertà, ma che l’opera paja condotta da
Fiorentini; onde chiama a Roma Filippo, e gliene affida l’incarico:
«parve a Filippo duro; nondimeno, temendo più i propinqui pericoli
che i lontani, offerse largamente l’opera sua in tutto quello che a
sua beatitudine fosse grato». Adunque in un congresso si tratta di
concentrare tutta l’autorità in Alessandro; e Filippo, conoscendo
che il domandar di ciò consiglio era fatto solo per cerimonia e
per far partecipi altri di sì fatto carico, per non nuocere a se
stesso senza giovare alla patria, aderì». Allora Clemente a molti
cittadini chiede pareri di riforme, e man mano che arrivano li mostra
a Filippo, coll’approvare e col disapprovare chiarendo quai fossero
i suoi desiderj; e «come gli parve che Filippo possedesse la mente
sua appieno», gl’impose andasse a Firenze e mettesse d’accordo que’
consiglianti nello stabilire un governo a suo beneplacito. «Sebbene
Filippo aveva aderito alla sua opinione, gli parve strano d’averne ad
essere palesemente ministro; nondimeno non potè fare di non obbedire».
E così va e inganna i cittadini, consolida il duca, «e per questa e per
altre dimostrazioni egli si persuadeva aver riguadagnato appresso al
duca tanta fede che lo rendesse sicuro». Eppure subisce l’ingratitudine
de’ Medici: ma quando Clemente lo prega di condurre in Francia
Caterina, sposata al Delfino, e di farsi garante della dote, Filippo,
«sebbene conoscesse l’astuzia di sua santità, pure, pensando che la
servitù e le buone sue opere potrebbono vincere l’ingrata natura sua,
si offerse paratissimo a tutti i desiderj di quella». E via di questo
passo, col quale si spiace ai liberi non meno che ai servili.
Di fatto Alessandro, dopo averne avuto consigli e denari per fabbricare
la fortezza di Basso, guardava Filippo d’occhio sospettoso, l’imputò
d’aver tentato avvelenarlo in una pozione amatoria, cercò anche
disonorarlo in Luisa sua figlia, e non la potendo avere alle sue
voglie, la avvelenò. Filippo allora colla restante famiglia fugge
in Francia, poi cambiato il pontefice, e avendo la Corte francese
incarcerato i suoi agenti affinchè pagasse la dote di Caterina di cui
stava responsale, torna a Roma, si fa centro de’ fuorusciti; e con
essi porta i lamenti loro e della patria a papa Paolo III, avverso ai
loro nemici, e manda esporre a Carlo V (1535) le miserie di Firenze e
l’infamia del duca, spendendo e spandendo per indursene favorevoli i
cortigiani. Carlo diede ascolto e buona intenzione a costoro, come chi
disapprova l’inutile provocare; ma troppo alieno dal voler restaurare
una repubblica guelfa, accettò le discolpe del tiranno, sostenute dalla
prostituita eloquenza del Guicciardini, e da quattrocentomila fiorini.
E importandogli di correre ad assicurarsi il vacante ducato di Milano,
propose un’amnistia di cui nessuno si fidava, e riforme di poco rilievo
e di niuna sicurezza; talchè i fuorusciti risposero: — Non venimmo per
dimandare a vostra maestà con che condizioni dovessimo servire, nè per
chiedere perdono di quel che liberamente abbiamo fatto per la libertà
della patria nostra, nè per potere colla restituzione dei nostri beni
tornare servi in quella città, dalla quale siamo usciti liberi, ma per
pregarla a restituirci intera la libertà, promessaci nel 1530 dagli
agenti e ministri suoi in suo nome. Se le pare obbligo di giustizia
torla da sì aspra servitù, si degni provvedervi conforme alla sincerità
della fede sua: quando altrimenti sia la sua volontà, noi aspetteremo
che Iddio e la vostra maestà meglio informata provveda ai desiderj
nostri; risolutissimi a non macchiare per privati comodi il candore
degli animi nostri col mancare a quella carità che tutti devono alla
patria»[295].
Confermato Alessandro, i fuorusciti, perduto ogni ripiego legale,
non poterono che ritorcersi in quelle trame, le quali fan rampollare
mille speranze, non ne maturano alcuna. Lo Strozzi diceva: — Chiedo
la libertà della mia patria a Dio, al mondo, al diavolo; e a qualunque
di questi me la dia, sarò egualmente tenuto»; e confiscatigli i beni,
ricoverava a Venezia, riverito da’ profughi come capo e speranza. I
cittadini che delle trame aveano sentore, guardavano verso questi
liberatori; quei che non ne sapevano, desolavansi senza conforti,
quando la vendetta venne donde niuno aspettava.
Dei Medici popolani sopravvivevano due rami, all’un de’ quali
apparteneva Cosmo, all’altro Lorenzino di Pierfrancesco, garzone sui
ventun anno, colto ma sviato, procace a cavarsi tutte le voglie, e
detestato universalmente come spia, compagno, ministro e stromento alle
dissolutezze del duca. V’intervenisse rivalità d’amore, o il toccasse
virile vergogna o libidine di rinomanza, costui pensò rintegrarsi nella
stima de’ suoi con un’azione, ch’egli misurava secondo le idee de’
classici, dei quali era studioso. Già a Roma aveva abbattuto statue
d’antichi tiranni; di che papa Clemente, che viziosamente l’amava, fu
per mandarlo alle forche. Ebbe un tratto l’ispirazione di uccidere
esso papa, e non l’osò o non gli venne fatto. Parvegli poi bello
sbrattare la terra da un mostro qual era Alessandro, tanto più facile
che spesso erano insieme a ribalde avventure. Una volta gli capitò il
destro di trabalzarlo da un muro di monastero, che scalavano insieme,
ma s’astenne perchè potea credersi caso, non deliberato proposito. E
questo covò, sinchè un giorno trasse il duca nella propria camera, col
pretesto di condurgli la bella Caterina Soderini, zia di esso Lorenzo,
da Alessandro lungamente desiderata (1537 6 genn.); e qui assalitolo
con un tal Michele del Tavolaccino, soprannomato Scoronconcolo, che da
lui sottratto alla forca, se gli era profferto ad ogni servigio, invano
resistente lo passò fuor fuori.
Ad ammazzare basta il coraggio d’un ribaldo; e il far un colpo senza
pensare al dopo è eroismo da piazza, che troverà sempre seguaci
perchè insano, lodatori perchè vulgare. Tal fu Lorenzino, il quale
del suo proposito non avea fatto motto a persona; non concertato coi
fuorusciti; scannato il duca, chiude a chiave la camera ove lo lascia
cadavere, e senza manco far prova di sollevare il popolo, fugge, non so
se più inetto o più tocco da rimorso. Per ricoprire il quale ai proprj
occhi, da Venezia manda fuori una retorica diceria a dimostrare che
operò da eroe; ma se qualche letterato applause al nuovo Armodio, se i
fuorusciti «lo portavano con sommissime lodi di là dal cielo, non solo
agguagliandolo, ma preponendolo a Bruto» (VARCHI), il mondo non gli
fece onore d’un atto compito per _immensa cupidigia di lode_; ond’egli
andò fuggiasco in Francia, in Turchia, finchè alcuni sicarj in Venezia
guadagnarono la taglia bandita sul capo di lui[296].
Firenze sentì il fatto (1537) come avviene d’accidente imprevisto,
lieta di trovarsi tolto dal collo costui, ma incerta sul da fare. Palla
Rucellaj co’ repubblicanti esortava, giacchè era caduto impensatamente
il tiranno, a coglier l’occasione di rassettare il buono stato antico;
i Piagnoni trassero la testa fuor de’ cappucci dicendo: — È il dito
di Dio»; gli artigiani, quando vedeano cotesti nobili affrettarsi a
cogliere i frutti d’un colpo, a cui non aveano nè merito nè peccato,
esclamavano: — Se non sapete o potete far voi, chiamate noi che
faremo»; ma nessuno sorse capace di ghermire una vittoria, ch’era
sicura a chi più pronto. I fuorusciti, dopo tanto chiacchierare e
promettersi pronti ed aizzare gli altri, si trovarono côlti alla
sprovveduta, e si diedero fretta di raccor gente, e ajutarsi anche con
soccorsi del papa. Ma il cardinale Cybo, principal ministro del duca,
potè conservare l’ordine in Firenze e impedire che mutamento di stato
seguisse. S’aduna l’assemblea, ed il Guicciardini adopra il suo ingegno
a mostrare quanto gli oligarchi avrebbero avuto a soffrire dalla
reazione popolare. Maggior effetto faceano le guardie d’Alessandro
Vitelli, disposte a saccheggiare o a gridare viva: sicchè i prudenti
determinarono evitare i rischi d’una rivoluzione, le vendette degli
oppressi, l’ingordigia della plebe, dando un successore ad Alessandro.
Lasciava egli Giulio, figliuolo d’amore, ma troppo fanciullo, sicchè
prevalsero quei che portavano Cosmo, de’ Medici popolani, figlio di
Giovanni dalle Bande nere. A soli diciassett’anni, «colla tenue facoltà
di sette in ottocento scudi d’entrata tutti in litigi e garbugli,
essendo in poca grazia del duca Alessandro, al quale non parea giovane
di riuscita, non frequentando la corte ma stando sempre in villa
e dilettandosi di uccellare e pescare sotto la tutela della madre,
povera e sconsolala vedova»[297], era mondo delle malvagità de’ Medici,
erede d’un nome tradizionalmente caro ai Fiorentini e più agli antichi
commilitoni di suo padre. In cosiffatte urgenze prevale chi fa più
presto; onde i suoi amici, vistolo venir dalla villa per sapere le
novità, lo acclamarono capo della repubblica fiorentina (1537 9 genn.),
col grado stesso di Alessandro.
I tre cardinali Salviati, Ridolfi, Gaddi, accorsi alla patria per
procacciarne la libertà, conobbero tarda l’opera, o più utile
la connivenza; onde ai fuorusciti che s’erano mossi da Roma,
mandarono dire che voltassero indietro, vinta anche questa volta
l’inconsideratezza di quei di fuori dalla pronta sagacia de’
governanti. Il Vettori aveva già scritto allo Strozzi: — Non stiamo
in su’ Bruti e Cassj, nè in sul voler ridurre la città a repubblica,
perche è impossibile. Fate che questo infermo viva; vedete non li siano
date medicine forti che l’ammazzeranno; e nel farlo vivere si potrebbe
un dì ridurre a miglior abitudine, da poterne sperare qualche bene». Da
poi a chi gli rinfacciava quest’opera scellerata di avere costituito un
tiranno, scusavasi dicendo: — In questi tempi non si può trovare strada
che sia men rea». Il Guicciardini, sempre intento a fabbricarsi il nido
fra le ruine, parteggiava per Cosmo, che s’era impromesso ad una figlia
di lui, ma insieme volendo cattivarsi i grossi cittadini, proponeva che
al nuovo signore si mettesse una costituzione, stretta quanto a un doge
di Venezia; però il Vettori, da soldato, derideva siffatte restrizioni;
e, — Se gli date la guardia, l’arme e la fortezza in mano, a che fine
metter poi ch’ei non possa trapassare un determinato segno?»
In fatti tra un mese Cosmo ebbe dimenticati gli accordi e gli
amici[298]; la parentela stipulata col Guicciardini da privato rinnegò
da principe, sicchè quello, riscosso dal suo tristo sogno, prorompeva:
— Ammazzate pure de’ principi, che subito se ne susciteranno degli
altri», e si ritirò ad Arcetri, dove il rancore dell’ambizione delusa e
dell’orgoglio umiliato amareggiò gli ultimi suoi anni. Matteo Strozzi,
Roberto Acciajuoli, altri che aveano intrigato per Cosmo, tardi gemeano
fra la costui ingratitudine e la popolare esecrazione. Palla Rucellaj,
che unico si era opposto al ragionamento del Guicciardini, ricoverò
in Francia, e tenne mano a una congiura; e Cosmo credette ingannare la
posterità col farlo dipingere dal Vasari in atto di prestargli omaggio.
Rimanevano dunque molte gozzaje; e quelli che aveano difeso la
libertà, e quelli che si doleano di non avere una parte nella tirannia
accomunavansi nell’odiar Cosmo. I fuorusciti numerosissimi, venuti al
pasto dopo lo sparecchio, s’erano ristretti attorno a Filippo Strozzi,
il quale aveva accolto a Venezia il fuggiasco Lorenzino, e maritate
le costui due sorelle a’ suoi figli, bastando per dote la parentela
del Bruto fiorentino; ma sotto manto di libertà aspirava a sottentrare
al dominio[299]. Pensarono dunque assalire lo Stato, fidando nelle
intelligenze interne, e, come sempre si suole, ne’ Francesi, larghi
di promesse agli esuli; i cui fautori, attestatisi alla Mirandola, di
là ajuterebbero certo lo Strozzi; che, soldato un grosso di mercenarj,
e rinforzato dai sussidiarj più chiassosi e più inutili, gli studenti
dell’Università, assalse Pistoja.
Questa città non avea mai dismesso le fiere accozzaglie tra Cancellieri
ghibellini e Panciatichi guelfi, il contado vi prendea parte, e il
ricco paese n’era rifinito. Neppur cessarono dopo assoggettati a
Firenze, che avea tolto tutte le armi, messi bandi rigorosissimi;
e destinativi tredici commissarj apposta. Questi inflissero pene
gravissime, e stimarono che negli ultimi tre anni vi fossero
bruciate quattrocento case in Pistoja (1537), mille seicento nel
territorio, danneggiata la sola città in ventiduemila ducati d’oro. I
Panciatichi, i Cancellieri, i Ricciardi, i Gualfreducci, i Vergiolesi
e loro consorti furono sbanditi, poi richiamati, e le discordie
rivalsero[300]: e coll’appoggio de’ Gabellieri, i fuorusciti vi
si stabilirono. Ma mentre lo Strozzi, esitando fra un componimento
coi Medici e l’aperta ostilità, guastava le cose, le guastava col
precipizio Baccio Valori, un tempo capitano di Clemente VII contro
Firenze, ora de’ fuorusciti contro i Medici, e che tutto facendo
agevole, li spinse avanti in posizioni nè previste nè esplorate.
Alessandro Vitelli, che, per tenere Cosmo a devozione dell’Impero,
aveva occupato la fortezza di Firenze rubando i tesori d’Alessandro
ivi deposti, sorprende i fuorusciti a Montemurlo (2 agosto), si
disse al solito per tradimento d’un Bracciolini, li manda in piena
rotta, e piglia lo Strozzi, Baccio Valori, suo figlio, Alessandro
Rondinelli, Antonfrancesco degli Albizzi ed altri repubblicanti di
primarie famiglie. Giusta gli usi della guerra, costoro spettavano ai
capitani stessi cui si erano resi, ma Cosmo ne mercatò con questi il
riscatto, rincarendo sull’offerta dei loro parenti: volle vederli nella
propria casa inginocchiarsegli davanti a chieder mercè, poi li mandò
al bargello, e man mano li faceva torturare, indi mozzarne il capo
a quattro ogni mattina. Un principe giovane, vincitore e che non sa
perdonare, è spettacolo stomachevole ancor più che orrendo: e al quarto
giorno il popolo mostrò la propria indignazione in modo, che i restanti
furono confinati in fortezze, dove non tardarono a perire; tra essi il
figlio di Nicolò Machiavelli.
Filippo Strozzi erasi reso al Vitelli, già suo particolare amico,
il quale lo tenne in fortezza per ismungere denaro e regali da’ suoi
figliuoli coll’usargli qualche cortesia. Era caldamente raccomandato
da generali, da donne, dal Doria, da Bernardo Tasso, da Vittoria
Colonna, da Caterina di Francia; nel colloquio di Nizza l’imperatore
diede parola al papa di campargli la vita; pure alle incessanti istanze
di Cosmo che già n’avea pagato la taglia al Vitelli[301], assenti
fosse messo alla corda, per chiarire se avesse avuto intendimento
dell’uccisione del duca Alessandro. Mentre Cosmo divulgava i processi,
che rivelavano basse ambizioni mascherate di patriotismo, i profughi
vollero di Filippo fare il Catone della loro causa, e sparsero voce
che, stanco di due anni e mezzo di carcere, nè assicurandosi di
resistere alla tortura, si segasse la gola e col sangue scrivesse:
_Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor_. Forse l’aveano ucciso
gli agenti dell’imperatore per risparmiare a questo l’obbrobrio del
consegnarlo[302]: ma la fama del suicidio prevalse appresso dei più,
come meglio confacente ad uomo che «nel tenore della vita e delle
opinioni rappresentò gli spiriti del paganesimo, e parve nato nei tempi
corrotti della romana repubblica»[303].
Pietro Strozzi suo figlio salvossi in Francia presso la delfina
Caterina, che come ultimo rampollo di Lorenzo il magnifico, considerava
Cosmo quale usurpatore del suo patrimonio. Seco esularono molti nostri
valorosi[304], che empivano il mondo di querimonie, obbrobriavano il
lor vincitore, e cercavano alle speranze un appiglio qualunque, siccome
chi non ne ha alcuno di fermo. Cosmo sempre si resse a beneplacito
dell’imperatore, il quale, come vide che sapea da sè vincere e
infierire, prese a stimarlo; e in onta delle costituzioni e de’ proprj
fatti, dichiarò dovere il principato trasmettersi nella linea di esso,
per sempre escludendone quella del _traditore_.
Sciolto da’ nemici, Cosmo seppe sbrigarsi anche degli amici. Francesco
Vettori, perito lo Strozzi, cui era strettissimo, più non uscì di casa:
il Vitelli, che avea fatto denaro col saccheggiare anche a danno di
Cosmo, fu da questo congedato, ma l’imperatore lo compensò con un feudo
nel Napoletano: il cardinale Cybo, che era stato principale autore
del succedere di Cosmo, poi l’aveva sorretto di opportuni consigli,
ebbe accusa d’averlo calunniato a Carlo V, sicchè si ritirò a Massa.
Una magistratura militare domò le ostinate parzialità de’ Pistojesi.
Arezzo, che si era messa in repubblica durante l’assedio di Firenze,
dai vincitori ch’essa avea dispendiosamente favoriti, fu presto
ritornata a obbedienza de’ Medici, che vi posero fortezze: ai renitenti
il bando e il supplizio.