Clemente VII. Sacco di Roma. Pace di Barcellona.
Giulio de’ Medici cavaliere gerosolimitano, destro in armi, in trattati
difficili, in cabale, era stato la man dritta di Leon X suo cugino, e
principale nel ripristinare la sua famiglia in Firenze, dove poi fatto
arcivescovo e cardinale, regolò le cose in modo di farsi ben volere;
andò come legato dell’esercito pontifizio in Lombardia, poi a Roma:
quando morì Adriano VI, sant’uomo e inetto principe, nel conclave si
guadagnò il cardinale Colonna, dapprima avversissimo, col promettere di
cedergli il lucroso uffizio della vicecancelleria, e riuscì papa (1523
18 9bre) col nome di Clemente VII[228].
Sulle morali sue doti concordano i contemporanei; e fra gli altri
l’ambasciator veneto Marco Foscari ne scriveva alla Signoria veneta:
— Discorre bene, vede tutto, ma è molto timido. Niuno in materia
di Stato può sopra di lui: ode tutti, e poi fa quello che gli pare.
Uomo giusto e uom di Dio... quando segna qualche supplicazione, non
revoca più, come faceva papa Leone, il quale segnava a molti. Non
vende benefizj, non li dà per simonia, non toglie ufficj per dar
beneficj, come faceva papa Leone, ma vuole che tutto passi rettamente.
Non ispende nè dona quello degli altri; però è reputato misero... Fa
pure assai limosine, e ha dato a chi trecento, a chi cinquecento, a
chi mille ducati per maritar figliuole: nondimeno in Roma non è amato
molto. È continentissimo; vive parcamente;... e sempre quando mangia
ha due medici presenti, coi quali parla delle qualità delle cose che si
mangiano; poi parla in filosofia o in teologia con altri che sono lì...
Non vuol buffone nè musici,... e tutto il suo piacere è di ragionar con
ingegneri e parlar di acque»[229].
Ma come pontefice e principe la storia non può che sentenziarne
severissimamente. Il dominio temporale dei papi non era mai stato così
esteso e consolidato quanto allora; eppure, sgomentato dall’assalto
che vedea portarsi all’autorità spirituale, vacillò in ogni atto[230],
quasi l’irresoluzione fosse prudenza e abilità l’incostanza;
Clemente si lasciò invadere dal sentimento della propria impotenza;
e proponendosi di logorar la Francia coll’Impero e l’Impero colla
Francia, or all’uno gettandosi or all’altra secondo la gelosia, nè
amato nè temuto, diviso d’interessi, nè buon papa riuscì nè buon
italiano; spense la libertà del suo paese, e trasse sull’Italia
flagelli, di cui una parte lui pure percosse.
Il tesoro esausto da Leone X cercò risanguare con meschini spedienti
e sordide economie sulle pensioni, sui lavori pubblici, sulle paghe
dei soldati, sui posti gratuiti ne’ collegi, sul monopolio dei grani,
invece di metter riparo alle mangerie degl’impiegati e allo sciupìo
dell’amministrazione. Ma suprema cura ebbe il dare stato a’ suoi
parenti, benchè del ceppo di Cosmo non restassero che lui, Ippolito e
Alessandro, tutti bastardi. Avea sempre favorito Spagna, e si vantava
sempre d’aver impedito Francesco I di spingersi fin a Napoli nella
prima invasione; indotto Leon X a lasciare che Carlo avesse la corona
imperiale, e la tenesse unita alla napoletana; favoritone la lega
per riprendere Milano; poi l’elezione d’Adriano VI; «e per questi
fini non aver risparmiato tesori d’amici, della patria, e suoi»[231].
Sgomentatosi però di veder gli Spagnuoli assisi in Lombardia, fluttuò,
poi si chiarì pel Cristianissimo.
Contro di questo, Carlo V provvedeva armi e navi, l’Inghilterra denari,
e il Pescara, col Borbone che avea sollecitato a invadere la Francia,
passò il Varo: ma l’assedio di Marsiglia, dopo quaranta giorni, li
stanca, onde si ritirano come in fuga; e Francesco I, sopraggiunto
(1524) a punire la _rodomontata spagnuola del disertore_, traversa il
Moncenisio con quarantamila uomini impegnati a vendicare la patria
e con formidabile fanteria svizzera, e senza badarsi attorno alle
fortezze come aveva fatto l’ammiraglio Bonnivet (pag. 252), e in nessun
luogo arrestato dagli scompigliati Imperiali, per Vercelli si difila
sopra Milano. Gl’Imperiali v’aveano recato la peste, onde e lo Sforza
e il suo cancelliere Morone n’erano usciti; il Pescara vedendo non
potersi tener in città vuota d’abitanti e di vittovaglie, dopo munito
il castello, se n’andò, e i Francesi entrativi posero a guasto.
Perduta la speranza di vincere e saccheggiare, molti Imperiali
disertavano, gli uffiziali dissentivano nei partiti, e Francesco, se
gli avesse incalzati, compiva la vittoria; ma il Bonnivet distoglieva
dalle imprese ardite, quasi disdicessero alla dignità di re: sicchè si
limitò ad assediar Milano e Pavia (8bre); e quivi indugiandosi fra i
piaceri d’un mite inverno, le lautezze della Certosa e gli spassi del
parco di Mirabello, confortato anche dall’alleanza di Clemente VII,
credendo aver di fatto tanti soldati quanti gliene facevano pagare, ne
spedisce porzione alla conquista di Napoli. Ma il tempo ch’egli logora,
lo guadagna Anton de Leyva, valoroso spagnuolo che aveva assistito a
trentatre battaglie e quaranta assedj[232]; il Borbone faceva denari
d’ogni parte; il Pescara cercava corrompere i fedeli di Francesco; e
Gian Giacomo Medeghino, avventuriero milanese che fra quei trambusti
erasi creato una dominazione sul lago di Como, potè, assalendo
Chiavenna, impedire i soccorsi che mandavano i Grigioni alleati di
Francia; sicchè gl’Imperiali, raccozzatisi d’ogni banda col Lannoy per
allargare Pavia, tolsero in mezzo i Francesi. Mentre già la guerra si
era ridotta a tattica, il re si ostinava sulle prodezze dell’antica
cavalleria e sul puntiglio di non ritirarsi mai; e quantunque assai
inferiore di numero, accettò la battaglia (1525 24 febb.), ove perirono
ottomila de’ suoi con una ventina de’ maggiori capitani, tra cui il
Bonnivet, Galeazzo Sanseverino, La Palisse, Aubigny, La Trémouille:
il re medesimo, circondato da nemici che nol conoscevano, si difese
finchè incontrò il vicerè Lannoy, al quale rassegnò la spada, ch’egli
ricevette in ginocchio, e gliene rese un’altra. Erano pure rimasti
prigioni il re di Navarra, il bastardo di Savoja, il maresciallo
di Montmorency, due Visconti e un venti altri personaggi di conto,
tutti gli attiragli del re e le sue artiglierie, mentre la ciurma ne
saccheggiava perfino i vestimenti. L’esercito francese non oppose più
la minima resistenza; gli Svizzeri, per sottrarsi all’odio nazionale
de’ Tedeschi, gettaronsi nel Ticino, ove moltissimi affogarono.
Sebbene il re scrivesse a Luigia di Savoja sua madre, «Tutto è perduto
fuorchè l’onore»[232a], Carlo V sentiva non esser perduto nulla, e che
Francia rimaneva intera anche senza il suo re. Pertanto sulle prime
mostrò quella moderazione che raddoppia merito alle vittorie; non feste
nè _Tedeum_; riconoscervi la mano di Dio, rallegrarsene solo perchè
tale accidente farebbe cessar l’effusione del sangue; non ascoltò
al duca d’Alba che consigliava subitamente d’invadere la Francia
costernata; null’ostante fece chiudere Francesco in Pizzighettone; se
voleva liberarsi gli cedesse la Borgogna, Milano, Asti, Genova, Napoli;
e avutone il niego, lo mandò cattivo a Madrid.
Questo caso inaspettato recideva i sotterfugi d’una politica che
si era appoggiata a un uomo, anzichè ad una nazione; i principi
d’Italia, che aveano sperato vedere i due re indebolirsi a vicenda,
si trovarono agli arbitrj d’un esercito vincitore, insubordinato,
rapace, e d’un imperatore inorgoglito. I generali spagnuoli, più non
temendo la concordia de’ principi italiani, colpirono i singoli con
enormi contribuzioni, e così pagato l’esercito, tiranneggiarono ed
espilarono. Clemente VII, scoperto de’ suoi maneggi, trovavasi esposto
alla procella, mentre la sua finezza compariva malizia, la generosità
medicea risolveasi in lesinerìa, la sua politica in quel tentennare,
che avversa tutti i partiti e stomaca il popolo, disposto ad ammirar la
risolutezza anche quando gli è nocevole: e vistosi alla mercede degli
stranieri per non aver osato porsi a capo de’ nostri, mutò linguaggio,
e unì i suoi ai rammarichi di tutta Italia.
Francesco Sforza, in cui nome era stato ricuperato il Milanese, sentiva
che Carlo, sebben ne l’avesse investito per seicentomila zecchini e
coll’obbligo di tener guarnigioni tedesche, mirava ad aggregare il
ducato ai suoi possessi ereditarj. Buono ma inetto, e a discrezione
degli stranieri che l’aveano rimesso, non poteva che gemere dell’agonia
del paese, dilaniato dalla peste, e da quell’altra de’ lanzichenecchi,
i quali nè tampoco capivano la lingua in cui i nostri ne imploravano
la misericordia. Il cancelliere Morone, dopo procurato amicarsi i
Milanesi coll’istituire un senato, corpo irremovibile e irresponsale,
che vigilava l’esazione delle imposte, rendeva robusta e imparziale
l’amministrazione della giustizia, rivedeva gli atti legislativi
del principe, non sapeva darsi pace di quell’abiezione, e concepì
il divisamento d’una lega italica per assicurare l’indipendenza;
Enrico VIII la favoriva per gelosia di Carlo; la reggente di Francia
prometteva sussidj, fidando per questa diversione ottenere migliori
patti a riscattare il marito.
Capitanava allora l’esercito imperiale Francesco marchese di Pescara,
nato in Italia dagli Avalos spagnuoli. Segnalatosi alle battaglie
di Ravenna, della Bicocca, di Pavia, lodato per ingegno inventivo,
operosità, stratagemmi, prendeva a vile la coltura italiana, doleasi
di non esser nato in Ispagna, nè parlava che spagnuolo; e gl’Italiani
lo trovavano «superbo oltremodo, invidioso, avaro, ingrato, venenoso e
crudele, senza religione, senza umanità, nato proprio per distruggere
l’Italia» (VETTORI). A lui davasi principal merito della vittoria
di Pavia, nella quale era anche stato gravemente ferito[233];
sicchè corrucciossi dell’avere il Lannoy mandato in Ispagna il
reale prigioniero, che l’esercito volea serbare come pegno delle
dovutegli paghe: per queste promise libertà a Enrico II re di Navarra
per ottantamila ducati, ma Carlo V non v’assenti. Di queste due
scontentezze erasi egli aperto più volte col Morone, il quale sperò
trarlo al partito italiano, se non per sentimento nazionale, almeno
lusingandone la vanità. E scandagliatolo, gli espose: «Una lega fra
la reggente di Francia, il re d’Inghilterra, gli Svizzeri, tutti i
principi e le repubbliche d’Italia, si tesse per cacciare i Barbari:
capo ne sarete voi stesso, che colle vostre disarmerete le truppe
dell’altro capo d’esercito comandato dal Leyva, aiutandovi l’ira del
popolo, esasperato da tanti strazj. Colle forze unite moveremo alla
conquista di Napoli, di cui il papa è disposto a darvi l’investitura, e
dove i regnicoli anelano di vedersi governati da voi, loro compatrioto.
Sbrattata Italia dagli stranieri, a chi meglio che a voi potrebbe
conferirne la corona il voto popolare? A voi i posteri asseriranno
il glorioso titolo di liberatore dell’Italia». Non rimase egli sordo:
consulti di gentiluomini e di teologi tranquillarono l’onor suo e la
sua coscienza, prima che capitano di Cesare essendo egli cittadino di
Napoli e suddito del papa.
Ma presto il Pescara si ravvide; e educato ne’ romanzi spagnuoli a
idee esagerate di lealtà, non aborrì per essa di scendere all’infamia
di agente provocatore: continuò a tenere in susta i congiurati; poi
richiese il Morone a nuovo colloquio nel castello di Novara (1525
14 8bre). Quivi si fece divisare per filo e per segno le pratiche, i
complici e i mezzi di riuscita; ma dietro agli arazzi avea nascosto
Anton de Leyva: onde subito il cancelliere fu sostenuto ed esaminato
alla presenza del marchese medesimo. Il quale poco dopo morì di
trentasei anni (30 9bre), e mentre poteva aspirare all’immortalità,
preferì affiggersi alla gogna di spia, non temperatagli dai poetici laj
della sua vedova Vittoria Colonna[234].
Il Morone protestò contro l’arresto, non essendo egli suddito di quel
che il sosteneva e giudicava; ma benchè trattato con riguardi, fu
sempre tenuto prigione. Il duca Sforza venne sottoposto a processo
come complice a guisa d’un privato. Milano assediata, bombardata,
esposta agli orrori d’un governo militare, infine fu costretta di viva
forza giurar fedeltà al re di Spagna. Allora gl’Italiani conobbero a
che estremo si trovasse la loro indipendenza. Venezia, assumendo il
posto di tutrice della libertà, che Firenze avea perduto, armava e
raddoppiava istanze a papa Clemente, che da senno unendosi con essa, la
quale aveva un esercito intatto, e col duca di Ferrara, avrebbe potuto
sostenere l’onore italiano contro un esercito sbandantesi per mancanza
di paghe.
Clemente non amando il fatto, adoprò parole, e descrisse all’imperatore
lo sbigottimento cagionato dall’occupazione del Milanese: — Con
quest’apparenza manifesta della ruina d’Italia, quelli che di sè
temevano ed a vostra maestà erano poco amici, non cessarono confortarci
che, da buon principe italiano e da vero papa, proibissimo la servitù
e l’oppressione d’Italia...; e benchè noi alcuna volta fossimo d’animo
sospesi, e dubbj della mente della vostra maestà verso noi, vedendo da’
ministri di quella fattici molti oltraggi nel nostro Stato e sudditi,
nientedimeno mai non volemmo stringere conclusione, che ci levasse
dall’amicizia e dall’amore di quella... tenendo ferma speranza che
quel che tante volte ha promesso di stabilire in libertà i potentati
d’Italia, ora tanto più diligentemente farà, quanto l’occupazione del
Milanese fu a questa aspettazione più contrario. Vostra maestà tante
volte ha detto voler la pace e la libertà d’Italia; eccone il tempo:
col restituire lo Stato al duca di Milano levi dagli animi d’ognuno
una paura e disperazione tale, che può accender grave incendio. Questi
atti, figliuol nostro carissimo, la morte e il tempo non possono
annichilare; col sacrificare qualche disegno particolare al ben
pubblico si guadagna il cielo, ed appresso la posterità nome immortale.
Se vostra maestà si lasci persuadere da un suo buono ed affettuoso
padre, noi le offriamo non solo decime e crociate e cappelle e tutto
quello che per la spirituale e temporale podestà da noi si può fare, ma
il sangue ancora e la vita nostra ad ogni esaltazione e satisfazione
sua»[235]. Clemente dunque sentiva i doveri di Carlo e i suoi proprj;
poi al fatto barcollava e ricorreva alle subdole vie, tanto conformi
alla politica d’allora; e appena Carlo assicurò ai Medici Firenze, il
papa si chiarì per esso e l’accomodò di denaro.
In questo mezzo la Sicilia ripeteva indarno i suoi privilegi da un re
padrone di mezzo mondo; Napoli era a baldanza rapinata dai capitani
e dai magistrati, che nello smungere le ricchezze ne esaurivano
le fonti; Toscana vedeva agonizzare la sua libertà; Romagna avea
sofferto a vicenda da indocili tirannelli e da pontefici ambiziosi; in
Lombardia non cessava la guerra guerreggiata, dove molte città furon
prese e riprese, e le campagne rifinite; a tutti poi sovrastavano
eserciti di reclute straniere, compre alla spicciolata, o condotte da
capitani intesi solo al bottino, disposti a voltarsi contro colui che
gli assoldava, e volenti la guerra, unica loro vita, dovessero anche
condurla per proprio conto.
In Lombardia si erano anche rideste le fazioni dei Guelfi e Ghibellini,
e sorti molti capibanda, che in tempi quieti si chiamano masnadieri,
e ne’ torbidi pretendon nome d’eroi; fra essi e con essi elevavansi
alcuni signorotti, coll’unica ragione della spada, coll’unico
desiderio di potere ogni lor voglia. Tra questi ottenne rinomanza
Gian Giacomo, d’una famiglia Medici milanese in nulla attinente alla
fiorentina, e soprannominato il Medeghino. Cominciò sua carriera
con _virili vendette_, e cercato al castigo, si buttò all’armi;
nè la sua potenza sarebbe spiegabile quando non si ricordasse che,
nei giorni d’agitazione, migliaja si rannodano a chi mostri forza
ed offra probabilità di esercitar il valore e di rubare; si riesca
o no, poco monta. Il Medeghino parteggiò coi Ghibellini, che volea
dire coi fautori di Spagna; per secondare il Morone a cui era caro,
colse un corriere francese, l’ammazzò, e dai toltigli dispacci prese
norma; e cogl’Imperiali entrato in Milano, gli ajutò ad occupare
il lago di Como. A Francesco Sforza tornato in dominio prestò il
braccio per disfarsi di Astore Visconte, particolare suo nemico; e
in premio dell’assassinio chiese il castello di Musso. Lo Sforza e il
Morone finsero dargliene la patente, diretta al castellano; ma invece
conteneva l’ordine d’arrestarlo. Egli, insospettito, aperse la lettera
e ne sostituì un’altra, in vista della quale gli fu rassegnato il
castello: egli dissimulò, e il duca dovette inghiottire.
Quel castello accavalcia un promontorio nelle parti superiori del
lago di Como, ed oltre la naturale difficoltà del monte da tre parti
scosceso, il maresciallo Trivulzio, cui era appartenuto, l’avea cinto
di buone fortificazioni, alle quali il Medeghino ne aggiunse di nuove,
tanto da renderlo inespugnabile. Il lago e le montagne circostanti
erano infeste da banditi, che facendosi parte da sè fra lo scompiglio
universale, rubavano, uccidevano, sfidavano le leggi, sicchè guaj ai
pacifici. Il Medeghino fiaccò gli uni, altri raccolse intorno a sè
disciplinandoli; istituì un consiglio di finanza ed uno di giustizia
per tenerli in freno; ebbe eccellenti ingegneri; con soldatesca
affabilità amicandosi i subalterni, i signori coll’ajutarli di denaro,
di braccia, di protezione, signoreggiò in quel contorno, ed ora secondò
il duca, ora l’affamò impedendo il trasporto de’ grani; assalendo la
Valtellina e Chiavenna, obbligò i Grigioni a revocar le truppe che
servivano sotto re Francesco, il che fu precipua causa della rotta di
Pavia. Occupato dagl’Imperiali il ducato, neppur a questi egli piegò;
e leone e volpe alternamente, si sostenne atterrendo le vicinanze.
Ebbe anche il contado di Lecco, che apparteneva al Morone, il quale fu
compensato con terre in Brianza; ivi battè moneta; a poco più otteneva
anche Como; e possente d’oro, d’uomini, di delitti, furbissimo in età
di furbi, guadagnando con tutti i partiti, tenendo intelligenze e spie
in ogni canto, affettava un esteso dominio e forse l’intero ducato, col
procaccio degli Svizzeri che sperava comprare. A quest’uopo coglieva
denari in ogni modo, fin con piccoli riscatti e con tasse sulla pesca.
Ma diecimila Grigioni, di cui era nemico dichiarato, accordaronsi a suo
danno con Carlo V, di cui era incomodo amico; eppure egli menò sì bene
di mani e di trattati, che dall’imperatore ottenne larghe condizioni,
trentacinquemila scudi e il marchesato di Marignano (1532).
I Lombardi intanto non sapevano adagiarsi nella servitù; anche
spogliati della nazionalità, nutrivano quel patriotismo che più
non produce ispirazione ma ambasce; speravano nell’insurrezione,
nell’assassinio, nell’Inghilterra, ne’ Francesi principalmente,
interessati a danno di Carlo V per vendicare il re prigioniero: ma
la reggente di Francia (ne abbondano prove) riceveva i progetti e
le speranze degl’Italiani, poi li trasmetteva all’imperatore, onde
persuadergli che imminesse una generale conflagrazione, e farlo così
più agevole agli accordi. Ma Carlo duro, finchè il re prigioniero
condiscese alle condizioni impostegli (1526 14 genn.), cioè di
rinunciare alla Borgogna, al dominio sopra la Fiandra, l’Artois,
il Napoletano; sposar Eleonora di Portogallo sorella di Carlo;
conferire al Borbone i feudi confiscatigli e il ducato di Milano;
come statichi consegnare i figliuoli. Mercurino Gattinara italiano,
gran cancelliere di Carlo e l’unico fra’ costui agenti che mostri
carattere elevato[236], gli suggeriva di tener Francesco sempre
prigione, o liberarlo senza patti: e Carlo ben vedea che questi
erano inattendibili; ma, più che l’acquisto della Borgogna, forse
importavagli disonorare l’eroe di Marignano, l’ultimo paladino, col
mostrarlo codardo se osservava la condizione, e mentitore se falliva.
Di fatti il re cavalleresco credè lecito ingannare chi lo violentava;
e appena restituito in libertà, aduna a Cognac (18 marzo) i grandi,
che lo dispensano da un accordo estortogli, e pel quale intaccava
illegalmente l’integrità del regno, e votano due milioni d’oro per
rinnovare la guerra.
Un re e l’altro a vicenda si accusano di fellonia, e si preparano
di armi; il Gattinara stende una consultazione per dimostrare che
Francesco ha tutti i sette peccati capitali, e perciò lo si deve
guerreggiare; Francesco, confortato da Clemente VII e da’ Veneziani,
entra in una _santa lega_ (22 maggio), di cui si chiamavano protettori
il re d’Inghilterra e il papa, e che aveva per iscopo di liberare i
suoi figliuoli, assicurare allo Sforza il Milanese, al papa Napoli,
all’Italia l’indipendenza.
E buona cagione di sperare davano la gelosia eccitata
dall’insaziabilità austriaca, lo scompiglio delle finanze di Carlo
V, e la disperazione che spingeva gl’Italiani ad avventurarsi ad
ogni estremo, dopo che da trent’anni soffrivano il turpe supplizio,
inflitto ad una popolazione inerme da una soldataglia feroce e ribalda.
Sciaguratamente i nostri mancavano di capi; quelli che per rubare e
soperchiare affrontavano la giustizia o vendevano il valore, erano
sprovvisti del vero coraggio che nasce da sentimento, e stavano
separati dalla nazione; i Governi aveano disimparato la fermezza
d’altre volte; l’ingerenza guelfa di Firenze andava in dileguo;
Venezia provvedeva giorno a giorno; il papa se ne vivea tra due.
Perocchè, a tacere le promesse che Carlo gli raddoppiava, lo spettro
dell’ingrandito Lutero lo sgomentava, sicchè nella rovina d’Italia
sperò almeno la salvezza della Chiesa, mediante l’ingrandimento di
Carlo ch’egli credeva cattolico infervorato, e al quale suggeriva
una lega coi principi ben pensanti, onde estirpare a ferro e fuoco la
velenosa pianta. Ma se l’imperatore Massimiliano avea protetto Lutero
dicendo, «Un giorno potrà venire a taglio», Carlo V tenne il papa collo
spauracchio de’ crescenti eresiarchi e del minacciato concilio.
Rottasi la guerra tra Francia e l’Impero, con ardore l’assunsero i
nostri, sentendo che non era fatta «per un puntiglio d’onore, o per
una vendetta, o per la conservazione d’una città, ma si trattava
della salute e della perpetua servitù di tutta Italia»; e sperando
«veder rinnovare il mondo, e da un’estrema miseria Italia cominciare a
tornare in grandissima felicità». Son parole del datario Ghiberti[237],
il quale a don Michele Silva così ragionava delle cose di qua: — Vi
scrissi che, se nei Francesi non era in tutto estinta ogni virtù, e
il re di Francia corrispondesse a quello che diceva di voler essere
con noi per liberare Italia e i figliuoli, e vendicarsi delle ingiurie
di Cesare, ancor noi saremmo uomini, e ci ajuteremmo per non istare a
discrezione del malissimo animo di Cesare. Così abbiamo continuate le
nostre pratiche tanto, che alli 22 del passato fu conchiusa in Francia
la lega tra noi, re di Francia, Veneziani e duca di Milano, lasciando
loco al re d’Inghilterra d’entrarvi fra tre mesi, come tenemo per certo
che farà. Se i Francesi tengon saldi, ed io sia creduto, faremo che
Cesare conosca quanto perde per essere stato sì ingrato a Dio ed agli
uomini del mondo. Senza forza son certo non ne possiamo aspettar altro
che male; nessun conto della Sede apostolica; una sete infinita di
regnare per _fas et nefas_; e tanti mali, che spero in Dio non sia per
sopportar più tanto disprezzo delle cose sue»[238].
Il duca d’Urbino, capitano dei Veneti, marcia sopra il Milanese, mentre
Guido Rangone e lo storico Guicciardini in qualità di luogotenente vi
vengono coi papali. Ma i Collegati non sapeano operare d’accordo: a
Clemente sembrava gli mancassero de’ dovuti riguardi; il Medeghino,
che da questo riceveva gran somme per soldare Svizzeri, le spendeva
a proprio incremento; il duca d’Urbino, vantandosi imitare Fabrizio
Colonna indugiatore, strascinava la guerra evitando le battaglie;
«le provvisioni de’ Francesi, amplissime in parole, riuscivano ogni
giorno più scarse di effetti, massime che Francesco era entrato in
nuove trattative coll’imperatore». Tutto ciò riduceva miserabilissime
le condizioni della Lombardia, «lacerata con grandissima empietà dai
soldati della Lega; i quali, aspettati prima con grandissima letizia
dagli abitatori, aveano, per le rapine ed estorsioni loro, convertito
la benevolenza in sommo odio: corruttela generale della milizia
del nostro tempo, la quale, preso esempio dagli Spagnuoli, lacera e
distrugge non meno gli amici che gl’inimici; perchè, se bene per molti
secoli fosse stata grande in Italia la licenza dei soldati, nondimeno
l’aveano infinitamente augumentata i fanti spagnuoli per causa, se non
giusta, almeno necessaria; perchè in tutte le guerre d’Italia erano
stati malissimo pagati. Ma come dagli esempj, benchè abbiano principio
scusabile, si procede sempre di male in peggio, i soldati italiani,
benchè pagati, cominciarono a non cedere in parte alcuna alle enormità
degli spagnuoli; donde non meno desolano i popoli e i paesi quelli che
sono pagati per difenderli, che quelli che sono pagati per offenderli»
(GUICCIARDINI).
Capitanava gli Spagnuoli Anton de Leyva, che, «non gli bastando
di tôrre agli uomini insieme colla vita la roba, faceva ancora
metter fuoco nelle case, e tutto quello ch’egli trovava ardeva
barbarissimamente»; e al duca d’Urbino, che gli mandò a domandare qual
modo di guerra fosse quello, rispose, sè aver commissione da sua maestà
di dover così fare a tutti coloro i quali obbedir non la volevano;
perchè il duca gli fece rispondere: — Se voi farete il fuoco, io cocerò
l’arrosto, e abbrucerò quanti posso pigliare de’ Tedeschi» (VARCHI).
Costui, con Alfonso d’Avalos nipote del Pescara, accampato a Milano
attorno al castello che era ancora tenuto dai Francesi, aspettava ogni
tratto l’assalto de’ Collegati o degli Svizzeri, tiranneggiava per
mantenere un esercito senza paghe, e con supplizj atroci e inesplebili
esazioni eccitava sommosse, le quali giustificavano nuovi rigori e
nuove ruberie. Non avendogli un gentiluomo fatto di cappello, mandollo
a morte; del che irritato il popolo si ammutina, sforza la corte
vecchia uccidendo cencinquanta fanti di guardia, prende il campanile
del duomo, ne trabalza le sentinelle, e alcune centinaja di vite
vi si consumano combattendo. Ma i lanzichenecchi mettono il fuoco a
diversi quartieri della città: gli Spagnuoli, accorsi dal contorno
più numerosi, mandano al supplizio o in esiglio i capipopolo, il
resto tengono a discrezione. Due volte la plebe levossi a rumore per
impetrare null’altro se non che i militari cessassero le violenze:
n’aveano promessa, e subito raccheti si era da capo, nel tumulto avendo
la plebe peggiorato le condizioni saccheggiando. All’avvicinarsi
dell’esercito della Lega rinacque la speranza d’esser liberati,
e il popolo quanti Tedeschi trovava divisi uccideva; poi rizzò
barricate, e dai tetti e dalle finestre lanciava la morte sulle truppe
sopraggiugnenti[239]. I nobili però, in cui si era confidato, non
ardivano mettersi capi della riscossa, e tentennarono in parlamenti,
finchè il Leyva potè rispondere colle forche all’agitazion popolare;
gran numero di cittadini di qualità furono mandati in bando, altri vi
andarono volontarj, e Milano fu abbandonata non al saccheggio, ma al
lento sanguisugio dei soldati[240].
Alloggiati per le case, e non paghi d’aver mandate a sperpero le
campagne, a sacco le botteghe, teneano legato ciascuno il proprio
ospite, per potere ad ogni voglia coi tormenti estorcerne se alcun
che avesse nascosto. Il Leyva non badava che a trovar nuovi modi di
estorcer denaro; fece arrestare i prevosti affinchè notificassero gli
arredi d’oro e d’argento delle chiese nascosti; un giorno proibiva,
pena la vita, d’uscir di città; un altro ne dava licenze a prezzo; al
domani proibiva di vender pane se non bollato coll’aquila imperiale.
Le botteghe stavano chiuse; le ricchezze delle case e gli ornamenti
delle chiese non erano sicuri perchè i soldati, sotto specie di cercare
dove fosser le armi, andavano frugando per tutto, sforzando i servi
a manifestarle, e insieme contaminando i corpi. «Donde era soprammodo
miserabile la faccia di quella città, miserabile l’aspetto degli uomini
ridotti in somma mestizia e spavento; estrema commiserazione ed esempio
incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l’avevano veduta
poco innanzi pienissima di abitatori, e per la ricchezza dei cittadini,
per il numero infinito delle botteghe ed esercizj, per l’abbondanza
e delicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le
superbe pompe e suntuosissimi ornamenti così delle donne come degli
uomini, e per la natura degli abitatori inclinati alle feste ed ai
piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e
felicissima sovra tutte le altre città d’Italia; ed ora si vedeva
restata quasi senza abitatori per il danno gravissimo che vi aveva
fatto la peste, e per quelli che si erano fuggiti e continuamente si
fuggivano; gli uomini e le donne con vestimenti inculti e poverissimi;
non più vestigie o segno alcuno di botteghe o di esercizj, per mezzo
dei quali soleva trapassare grandissima ricchezza in quella città; e
l’allegrezza ed ordine degli uomini convertito tutto in sommo dolore e
timore;... alcuni per finire tante acerbità e tanti supplizj morendo,
poichè vivendo non potevano, si gittarono dai luoghi alti nelle strade;
alcuni miserabilmente si sospesero da se stessi» (GUICCIARDINI).
Eguali trattamenti soffriva Lodi da Fabrizio Maramaldo, uffiziale
calabrese, che fu poi l’uccisore del Ferruccio; sinchè Luigi Vestarini,
sorpresa una posterla, v’introdusse i Collegati (1526 24 giugno), che
costrinsero gl’Imperiali a sfrattare. Questo fatto aperse ai Veneziani
la via di congiungersi coi Pontifizj, e di spingersi sovra Milano,
forti di numero e d’artiglieria. Il duca d’Urbino, o diffidente delle
truppe italiane, o voglioso di veder umiliati i Medici, che un tempo
l’aveano spoglio del suo ducato, negò sempre assalire: una volta si
mostrò fin sotto la porta Romana; poi indietreggiò con tal dispetto di
tutti, che Giovanni de’ Medici volle rimanervi solo con le sue Bande
nere una giornata, e potè ritirarsi senza che alcuno l’offendesse.
Così si lasciò che il Borbone arrivasse con rinforzi da Genova; e
mentre i Confederati, dopo ricevuti i soccorsi svizzeri condotti dal
Medeghino, tenevano quattro giorni a marciare da Marignano a Casoretto,
passeggiata di tre ore, il castello di Milano fu costretto capitolare
(24 luglio), pattuendo la libera andata a Francesco Sforza, cui più non
rimasero che Lodi e Cremona, cedutegli dai Confederati.
Altrettanto fiacchi erano i procedimenti della Lega in Toscana; Siena,
spiegata la bandiera imperiale, non potè essere forzata dai Fiorentini,
mostratisi inettissimi battaglieri[241]; nè Genova da Andrea Doria
ammiraglio dell’armata papalina.
I Milanesi eransi lusingati che il connestabile di Borbone userebbe
alcun riguardo per un paese che gli era stato promesso: ed egli
prodigò compassione e buone parole; ma intanto gli dessero trentamila
ducati. Somma esorbitante per città consumata; pure tutti per
abbonirlo si tassarono: ma come l’ebber data, non ritirò i suoi
soldati, nè in veruna guisa assicurò gli abitanti da truppe, a cui
già gran tempo l’imperatore non dava soldi, e che chiedevano a piena
gola il saccheggio d’una ricca città. Al Morone, divenuto allora suo
prigioniero, domandò centomila scudi per riscattarlo, e avendo questi
risposto essergli impossibile dare tal somma, gli mandò il prete,
il ceppo e il boja; poi s’accontentò di trentaduemila, esprimendo
nel breve di liberazione _cum nihil sit magis necessarium pecuniæ,
et sumtus sint ingentes et fere intollerabiles_; e se lo prese a
segretario ed anima de’ suoi consigli.
Papa Clemente, scombujato il senno in quell’affollarsi di avvenimenti,
porse ascolto all’ambasciadore imperiale Ugo di Moncada, che vantavasi
discepolo del Valentino, e che, nel mentre ingrossava truppe sul
confine napoletano, promette ridurlo in pace coll’imperatore e coi
Colonna che guatavano armati dai loro castelli. Fu astuzia diplomatica,
poichè non sì tosto Clemente ebbe stipulato col Lannoy vicerè di Napoli
e congedato le truppe, il cardinale Pompeo Colonna[242], ch’eragli
stato competitore al papato e che sperava da Carlo essergli surrogato,
d’intesa col Moncada, raccozza ottomila villani (7bre), e pel Laterano
li guida su Roma, saccheggia Transtevere e il palazzo Vaticano, e gran
parte del borgo Nuovo, con quanti cardinali e prelati si lasciarono
cogliere. Clemente invia deputati a patteggiare, e intanto eccita alla
difesa il popolo: ma a questo che caleva d’un papa cagione de’ suoi
mali? Egli dunque pensa rinnovar le scene della Roma antica aspettando
gl’invasori sul proprio trono e nella maestà della tiara; poi, come
più prudente, preferisce il salvarsi in castel Sant’Angelo: ma non
vi trova vittovaglie per tre giorni, onde gli è forza capitolare,
pattuendo di perdonare ai Colonnesi e richiamare di Lombardia le sue
truppe e la flotta che bloccava Genova. Sì dure condizioni gl’imponeva
il Moncada stando a ginocchi e cogli atti di maggior riverenza, onde il
papa ricordò quel del Vangelo, _Davangli schiaffi e diceano, Salve re
de’ Giudei._ Svilita la sua dignità, e compromessa la sua reputazione
d’accortezza, appena libero disdice la tregua ai Colonnesi, toglie
il cappello ai loro cardinali, avventa sulla lor testa le scomuniche,
sulle lor terre Renzo di Ceri e Paolo Vitelli, che ai ridenti dintorni
del lago d’Albano e fin agli Abruzzi recarono uno sterminio da cui più
non si ristorarono; e di Marino, Montefortino, Zagarolo, Subiaco e di
quattordici altri villaggi non rimasero che le macerie. Quali eran più
fieri all’Italia, i difensori o gli aggressori?
Ma l’avere, secondo i patti, dovuto i Pontifizj allontanarsi
dall’esercito della Lega, tolse a questa ogni nerbo e il titolo
di santa. Poteva però ancora ben sostenersi contro Tedeschi che
l’imperatore non era in grado di pagare; ma questi si rivolsero a
Giorgio Freundsberg, comandante del Tirolo. Costui, infervorato nelle
dottrine di Lutero, giurava pel sacrosanto sacco di Roma, e portava
allato capestri di seta e uno d’oro per istrozzare i cardinali e
l’ultimo de’ papi. Col proprio credito e con pegno trovati denari,
e mostrando le grasse prede che altri faceva in Italia, ammassa
trentacinque compagnie di lanzichenecchi, scende per val Sabbia,
Rôcca d’Anfo e Salò nel Bresciano senza assaltare veruna città forte;
e poichè la Lombardia era esausta, prende accordo col Borbone di
campeggiar Roma, ringorgata dell’oro smunto alla cristianità. Ecco
dunque da quattordicimila Tedeschi, cinquemila Spagnuoli, duemila
Italiani, cinquecento uomini d’arme, e forse mille cavalleggieri[243],
ciurma di lingue e di religioni varie, senza disciplina, senza
magazzini, senza bagagli, non d’altro in cerca che di prede, non
rispondendo agli uffiziali se non _Pagatemi_, traversano lentamente
l’Italia, diffondendosi su larghissimo spazio per trovar da vivere come
uno sciame di locuste.
Giovanni delle Bande nere, non sentendosi bastante ad affrontarli, li
bezziccò alla coda con tale insistenza, che lo denominarono il Gran
Diavolo; ma presso a Mantova un colpo di falconetto lo mandò a morte,
di soli ventotto anni; e la fine precoce, e quando maggior bisogno se
n’avea, fece vantarlo come il valorosissimo tra gl’Italiani.
Alfonso duca di Ferrara, che vedeva i papi trasmettersi da un all’altro
la voglia di spodestarlo, sovvenne gl’Imperiali di buona artiglieria
e munizioni, purchè presto sbrattassero i suoi paesi[244]. Il duca
d’Urbino poteva reciderne la marcia: ma per conservare la gloria di
non esser mai vinto, subiva l’obbrobrio di trascurar le occasioni di
vincere; al vanto di liberar Roma preferiva il gusto di vendicarsi di
Clemente VII; e per quanto lo pregassero Machiavelli e Guicciardini,
si consumò nell’assedio di Cremona, contento di difendere il Veneto.
Lannoy mosse incontro all’esercito del Borbone per concertare con
questo sul da farsi; ma quella ciurma efferata gridò: — Niente pace,
niente patti», impedì ogni colloquio, e fu assai se gli risparmiò la
vita: tanto i capitani stessi erano in balìa de’ soldati. Clemente,
trascinato dalle sonore promesse di re Francesco, e dalla perfida
tregua del Lannoy, poi abbandonato da tutti all’approssimare del
formidabile esercito, cercò riconciliarsi l’Estense, e far denari
vendendo cappelli, ciò che fin allora avea ricusato, inducendo i
cittadini a spontanee offerte, invocando quegli alleati che fiaccamente
aveva abbandonati.
Intanto quella bordaglia che s’intitolava imperiale, irreparabile come
la lava del Mongibello, spinta da inesorata fatalità come le torme di
Alarico[245], procedeva, saccheggiando le terre che s’erano arricchite
con saccheggi precedenti. Agognavano Firenze; ma le genti della Lega
s’erano postate in modo che il Borbone, schivando l’affrontata (1527
gennajo), pel Valdarno di sopra si sgroppò sopra Roma. Traverso a
strade rotte e fangose inoltravano, lasciandosi dietro la desolazione;
il papa udiva ogni giorno che Brisighella, che Meldola, che Russi,
Acquapendente, San Lorenzo, Ronciglione erano state fracassate; onde
affidava la difesa di Roma a Renzo di Ceri degli Orsini. Costui avea
servito i Veneziani contro la lega di Cambrai, e il suo corpo di fanti
italiani fu il primo che sapesse tener testa ai battaglioni svizzeri
e spagnuoli; sostenne valorosamente l’assedio di Bergamo, ma credendo
che l’Alviano l’avesse in quell’impresa disajutato, passò al soldo di
Leon X, che l’adoprò a conquistare Urbino; a stipendio di Francesco
I devastò l’Italia, e difese Marsiglia dal Borbone, al quale adesso
non poteva opporre che una ciurmaglia inesperta, senza coraggio nè
disciplina, eppure vantavasi salverebbe Roma e l’Italia.
Però gli uomini, presi da terror panico a quello sbaratto, gemeano e
rabbrividivano, anzichè pensare al riparo: pochi giovani armatisi,
inesercitati e sfavoriti dai Ghibellini che rideano al trionfo
degl’Imperiali, vanno in fuga all’apparire di questi (5 maggio). Il
Borbone accampò ne’ prati sotto Roma; e poichè l’esercito collegato lo
serrava alle spalle e la campagna era talmente sperperata da non trovar
vitto, determinò abbandonare la città del cattolicismo e delle arti
alla ingordigia di barbari e protestanti. I lanzichenecchi mancando di
scale, s’ajutano coi loro spadoni per ascendere la mura: il Borbone
monta dei primi verso porta San Spirito, ma un colpo di fuoco lo
stende morto (6 maggio); aveva trentott’anni. Già il Freundsberg s’era
ritirato[246], tocco da un accidente d’apoplessia; onde l’esercito
rimase senza capi che potessero frenare quell’avidità di vendetta,
di ruba, di sacrilegio, e in due ore fu presa la città Leonina.
Gl’invasori, pel ponte Sisto cacciatisi di qua dal Tevere, trucidano
i Romani e le guardie svizzere, che ancor resistessero; il resto è
abbandonato irremissibilmente alla sfrenata furia di quarantamila
masnadieri e dei villani dei Colonna, che sopravvenivano al nuovo
strazio allettati dal precedente. Traverso al lungo corridojo che lo
congiunge al Vaticano, Clemente fuggì in castel Sant’Angelo, coperto
da monsignor Giovio col suo mantello violaceo perchè gli aggressori nol
conoscessero, e di là potè vedere la città sua in preda alla brutalità
soldatesca ed all’ira luterana.
I saccheggi del tempo d’Alarico e Genserico non offrono nulla di così
tremendamente schifoso come quel che avveniva nel meriggio della
civiltà, in nome del re Cattolico. Spagnuoli cattolici, Tedeschi
luterani, Italiani scredenti non pareano più emularsi che nel fare
a chi peggio, non soltanto ai ricchi e al clero, ma all’innocente
popolazione. Unitisi a suon di tamburi e pifferi, davano l’assalto
ad un palazzo, mentre di dentro si adoprava ogni mezzo di difesa,
moltiplicandosi così gli attacchi e le ragioni del nuocere. Molti,
già riscattatisi a gran prezzo dei Tedeschi, sono ripigliati dagli
Spagnuoli, e toccano nuovi strapazzi, e torture e taglie nuove. Matrone
e fanciulle vanno ad osceno ludibrio sugli occhi de’ padri e de’ mariti
incatenati. Vi furono genitori che scannarono le figliuole, matrone
che invocarono un pugnale per sottrarsi all’obbrobrio; nè il tempio
le proteggeva; che dico? neppur la morte preservava i cadaveri dalla
contaminazione.
Letterati e artisti, ammucchiati allora a Roma dalla protezione
dei Medici, ebbero tutti a soffrire, e ne empirono le memorie loro
e l’Italia ove si dispersero. Il Sansovino architetto, Maturino e
Polidoro da Caravaggio e gli altri scolari di Rafaello fuggirono: il
Peruzzi fu costretto fare il ritratto dell’ucciso connestabile di
Borbone: Marco Dente intagliatore ravegnano fu ucciso: Marco Fabio
Calvi, suo compatrioto, traduttore d’Ippocrate, uomo d’incontaminata
gravità, morì di miseria: il pensatore Telesio, vantato per sapienza
e virtù, fuggì ignudo: Cristoforo Marcello, vescovo di Corfù, ebbe
la casa saccheggiata dai Colonnesi prima, poi dai Tedeschi, i quali
gl’imposero la taglia di seimila ducati, e non potendo egli pagarla,
l’incatenarono a un tronco d’albero e gli forarono le unghie, tanto che
dallo spasimo, dall’intemperie e dal digiuno morì[247].
Nelle stanze vaticane, dove era dipinto Attila arrestato dalla spada
dei santi Apostoli, i Tedeschi accesero fiammate che affumicarono
i mirabili dipinti di Rafaello: i celebri arazzi di questo furono
rubati, essendo ai Luterani gioja lo strapazzo delle cose sacre e il
distruggere l’_idolatria_ dei quadri e delle statue. Si traevano dai
conventi le vergini per essere violate a gara nelle orgie imbandite
sugli altari coi sacri vasi. Gente briaca, messisi a vilipendio i
cappelli cardinalizj e i parati ecclesiastici, menavano lubriche
danze. Posto il cardinale d’Araceli in un cataletto, il portano per
Roma con esequie beffarde; indi il mandano in groppa d’un Tedesco a
mendicare di porta in porta il riscatto. Neppure dalle tombe astennero
le scellerate mani; e un anello fu strappato dal dito di Giulio II,
postuma punizione del suo _Via i Barbari_. Delle bolle papali stabbiano
i cavalli; chiamano un prete perchè accorra col viatico, e condottolo
in una stalla, vogliono forzarlo a dar la comunione a un asino, e
perchè ricusa l’uccidono; indi accoltisi in una cappella del Vaticano,
contraffacendo parati e cerimoniale, degradano il pontefice, e ad una
voce acclamano a succedergli Lutero. Elettosi poi per capo Filiberto
principe d’Orange, rizzarono trincee contro il Castello, tutti i viveri
della città riducendo in borgo, talchè di fame e rabbia molti Romani
s’appiccarono o affogarono.
Qualche ritegno alle masnade posero Ugo di Moncada e il cardinale
Pompeo Colonna, il quale, venuto per godere dell’umiliazione
dell’emulo, s’impietosì ed aperse il suo palazzo a quanti vi
ricovravano; molti cardinali riscattò, a molti diede pane. I cardinali
non presenti a Roma si erano raccolti a Piacenza, risolvendo sottrarsi
all’oppressione col trasferire ancora la sede in Avignone: ma il
cardinale Cibo nipote del papa, che già aveva contribuito a mantener
in fede le rumoreggianti Legazioni, distolse i prelati da un passo
che avrebbe dato l’ultimo tuffo all’Italia. Ah! ben avea vaticinato
il veneziano Girolamo Balbo, quando disse a Clemente VII: — Fabio
Massimo temporeggiando salvò la repubblica romana; voi temporeggiando
rovinerete Roma e l’Europa»[248].
Di queste calamità cavano profitto i nemici de’ Medici, e Firenze
congeda i nepoti del papa, ne abbatte le insegne e gridasi libera; i
Veneziani riprendono Ravenna e Cervia; Sigismondo Malatesta entra in
Rimini; Alfonso d’Este ricupera Modena. A quai dolorose meditazioni
dovette allora essere condotto Clemente dagli effetti disastrosi della
sua perplessa politica! Aspettava pur sempre che arrivasse l’esercito
della Lega: ma Guido Rangone, che il conduceva, nol credè bastante ad
assalir quelle masnade, quantunque sparpagliate dietro al saccheggio;
atteso che una divisione avea dovuto staccarne per custodire Firenze.
Disperato d’ogni soccorso, il papa dovette capitolare, obbligandosi a
rimanere ostaggio dell’esercito con tredici cardinali sinchè fossero
pagati quattrocentomila ducati, cedere Parma, Piacenza e Modena,
ricevere guarnigioni cesaree ed aspettare gli ordini dell’imperatore.
Carlo V aveva di quest’assassinio la colpa di chi volge sopra la
campagna un torrente, senza prevedere i guasti ch’egli non potrà
impedire[249]. O perchè in fatti nulla potesse sovra quelle bande
sbrigliate e chiedenti paga, o perchè volesse illudere il mondo e la
coscienza propria, decretò e fece preghiere per la liberazione del
papa, vestì il bruno, mandò ai potentati per iscusarsene innocente:
ma insieme gli piaceva che i politici comprendessero com’egli fosse in
grado di vendicarsi di chi propendeva a Francia; laonde non diminuiva
d’uno scudo il riscatto del pontefice, anzi procurava trarlo in
Ispagna, e «si credeva per li più prudenti che l’intendimento suo fosse
di volere il papato a quell’antica semplicità e povertà ritornare
quando i pontefici, senza intromettersi nelle temporali cose, solo
alle spirituali vacavano. La qual deliberazione era, per gl’infiniti
abusi e pessimi portamenti de’ pontefici passati, lodata grandemente e
desiderata da molti, e già si diceva infino da plebei uomini che non
istando bene il pastorale e la spada, il papa dover tornare in San
Giovanni Laterano a cantar la messa» (VARCHI).
Pubblico lutto e generale indignazione prese la cristianità del
trattamento usato alla metropoli del mondo e al capo della Chiesa; e
tesoreggiata esecrazione contro l’Austriaco, ad Amiens (1527 18 agosto)
si collegarono Francesco I ed Enrico VIII all’intento di rimettere
in libertà il papa e i figliuoli di Francia, garantire allo Sforza il
ducato di Milano, e reprimere le trascendenze di Carlo V. Questi tacciò
Francesco d’aver fallita la parola, datagli quando lo sprigionò; e
dichiaravasi pronto a mantenerglielo da persona a persona; Francesco
gli diè la mentita secondo le regole; ne seguì sfida, ricambiaronsi
i cartelli[250], assegnarono il campo e il giorno ove duellare. Se
l’avessero fatto e fossero entrambi periti, quanto sangue e pianto
risparmiato! ma elusero il combattimento lasciandolo alle nazioni; e
la povera Italia, regalata anche della peste, doveva prepararsi a nuove
battaglie.
Mentre Andrea Doria, staccatosi dal papa che nol pagava, a nome di
Francia s’impadronisce di Genova, il Lautrec mena di qua dalle Alpi
trentamila Francesi; e avrebbe potuto strappar la Lombardia alle
deboli guarnigioni imperiali, se anch’egli non avesse barcollato nelle
risoluzioni: avuta di sorpresa Alessandria, Pavia, invano difesa dal
conte Lodovico Belgiojoso (1527 1 8bre), lasciò da’ suoi saccomannare e
vituperare alla tedesca[251], per vendicar la vergogna che la nazione
francese v’avea avuto dalla presura del suo re; poi risparmiando gli
orrori d’una egual liberazione a Como e Milano, batte la marcia verso
Roma per soccorrere il papa.
Quivi si muor di fame, non osando i villani portar roba sul mercato; i
capitani cesarei, sprovvisti di moneta, non possono staccare i soldati
dal sangue e dall’avere de’ Romani; e poichè Clemente, sebben mettesse
all’incanto cinque cappelli cardinalizj per centomila scudi, e ducento
altri mila ne accattasse a ingordi interessi (SEGNI), non basta a
raccogliere le somme convenute, i Tedeschi levano rumore, facendo gran
vista di volerlo trucidare. Vescovi, arcivescovi e primari di Roma, da
lui offerti statichi, tre volte in catene furono condotti in Campo de’
Fiori, e minacciati della forca se il denaro tardasse; poi serbati come
l’unico pegno per ottenerlo, infine poterono sottrarsi ubriacando i
furibondi. Clemente stesso riuscì a fuggire travestito (9 xbre); ma si
trovò in una strana cattività morale: ai Francesi doveva riconoscenza
come a suoi protettori; Enrico VIII d’Inghilterra negava operare a suo
pro se non proferisse il divorzio tra lui e Caterina d’Aragona zia
di Carlo V; questo minaccia deporlo se a tal domanda accondiscenda,
protesta di non desiderar che la pace, ma non chiamasi mai soddisfatto
delle garanzie che il papa gli dà di non contrariarlo: onde questo si
rimise di nuovo alla sua politica, oscillante nella sottigliezza delle
antiveggenze; e per tener tutti buoni, tutti disgustò.
Tra siffatte ambagi, la peste e i soldati, non so qual peggio,
continuavano le desolazioni in Roma. A questi l’imperatore aveva
mandato ordini o piuttosto raccomandazioni di rispettare il papa;
sapeano che il Lautrec s’avvicinava; d’altra parte, denari non
poteano omai più aspettarne[252], e tanti morivano, che si asserì,
degli assalitori di Roma, dopo due anni, non un solo sopravvivesse.
Pertanto le masnade volteggiarono per Otricoli, Terni, Narni, Spoleto,
tribolando e taglieggiando, sicchè a volta i paesani dettero nelle
campane, e li tagliavano a pezzi; e le case o vuote o lasciavansi
aperte.
Le antiche fazioni rincalorivano, e vendette esercitavansi a furore tra
Orsini e Colonna, tra Guelfi e Ghibellini, sempre a maggior esterminio
del paese. — Non è stato possibile (scriveasi al conte Baldassarre
Castiglioni) contenere li signori Colonnesi dalla vendetta contro
l’abate di Farfa (Napoleone Orsini), perchè il signor Giulio e il
signor Camillo Colonna hanno abbruciato e distrutto qua più castella,
che non abbruciò lo abate case, nè si sono contenuti di non offendere
ancor gli altri Orsini, che non aveano parte negli errori dello abate,
bruciando anco lo stato del cardinale Orsini e l’abbadia di Farfa,
che è cosa ecclesiastica, donde pur oggi son venuti a nostro signore
de’ frati, alli quali non è rimasto un calice, non un paramento, non
una lampada da tener accesa in onore di Dio. Di che è dispiaciuto
gravemente a nostro Signore; ed avendone fatto querela con quelli
signori di Napoli, è pur venuto ordine che desistano, ma in tempo
che già è fatto quasi ciò che si poteva fare a distruzion del paese,
e pur anco l’arme non son posate. Non mi basteria un quinterno di
carta per narrare tutta la perturbazione di questo paese; per che,
come in un corpo dopo una lunga infermità spesso qualche malo umore
si risente, così restando il paese afflitto e debile della gran ruina
dell’altro anno, ogni dì si sente qualche nuova afflizione. Scrissi
già a vostra signoria lì danni che avea fatto l’abate di Farfa nelle
terre dei Colonnesi: ultimamente, per chiarire ognuno che quel che
faceva era contra la mente di nostro Signore, ha trattato le terre
di sua santità come quelle del signor Ascanio, saccheggiato Tivoli,
fatti prigioni, e tutte le crudeltà possibili; poi levatosi di là, e
andato per congiungersi col signor Renzo per Marca, ha fatti tutti
li mali portamenti che può. Dall’altra parte il signor Giulio e il
signor Camillo hanno abbruciato non solo le castella dell’abate e
degli altri Orsini, ma saccheggiato anco Anagni, e fatto in Tivoli del
resto di quel poco che l’abate ci avea lasciato: il signor Giambattista
Savello ha fatto il simile nella Sabina per una controversia che ha col
reverendissimo Cesarino: seco è anco il signor Cristoforo Savello, il
signor Pirro di Castel di Piero, Ottaviano Spiriti, e molti altri di
quelli che, non per servire a sua maestà cesarea, ma per coprirsi sotto
l’ombra di quel nome, vogliono esser tenuti imperiali. Questi tali con
la fame grande che è per tutto, e con la licenza del rubare si tirano
dietro buon numero di gente, e le terre dove entrano si ponno mettere
per ruinate, come occorse l’altro dì a Rieti, dove essendo stati
ricettati amichevolmente per essere quella terra molto ghibellina, come
drento, cominciarono a saccheggiarla; ma avendo già saccheggiata una
parte, li Reatini si risentirono, e presono l’arme, e li ributtarono
fuora con uccisione di circa trecento».
Otto mesi era continuato lo sperpero di Roma, quando gl’Imperiali
(17 febb.) sopravanzati s’indussero ad uscirne, e Napoleone Orsini vi
entrò, eroe tardivo, scannando quanti infermi aveano essi lasciato.
Udito gli armamenti di Francia, l’Orange andò a chiudersi in Napoli,
dove lo raggiunse il Lautrec, il quale, sempre in attesa degli accordi
ch’erano in pratica, o de’ soccorsi svizzeri, guasconi o veneti, avea
procrastinata la marcia: e dopo unitesegli le Bande nere stipendiate
dai Fiorentini, contava sessantamila uomini. Soggettato il Napoletano
colla facilità che è solita dove ai popoli non importa qual sia
il padrone, e abbandonate al saccheggio e alla strage le città che
prendeva, si opponessero o no, cinse Napoli per terra, mentre per mare
l’assaltava Andrea Doria. Questo, praticando sul mare quel che gli
altri per terra, avea posto in essere dodici galee per proprio conto;
e ruppe la flotta castigliana venuta a soccorso, uccidendo lo stesso
vicerè Moncada che la comandava, e prendendo il marchese Del Vasto, il
principe di Salerno e molti gentiluomini.
Intanto s’ode che Carlo V manda un esercito per la via di Trento col
feroce duca di Brunswick; nuovo spavento ai sopravvissuti. Anton
de Leyva, che non avea mai rallentata l’oppressione di Milano, ne
mena fuori le truppe acciocchè non muojano di fame e di peste, e
congiuntosi al Brunswick, che dilagavasi saccheggiando pel Bresciano
e il Bergamasco, ripigliando Pavia con altri scempj, assedia Lodi,
che unica rimaneva ai Francesi fra l’Adda e il Ticino, e che vigorosa
si sostenne, finchè un tifo che chiamavano _mal mazucco_ gittasi in
quell’esercito, ne stermina duemila in otto giorni; gli altri disfatti
tornano in Germania, qui rimanendo il Leyva a proteggere Milano.
Alla lor volta allora ingrossavano i Francesi, condotti da Francesco
di Borbone conte di Saint-Pol, ripigliano Pavia (19 7bre) con nuovo
sterminio di vite e di robe, e s’accostano a Milano.
Gl’Italiani suggerivano al re di Francia come far guerra
all’imperatore, e — S’ha bisogno di vigilanza ed estrema cura, avendo a
fare con inimici pieni d’astuzia e di malizia, e li quali han pazienza
d’aspettar l’occasione, e par che sempre abbino in presupposto che
gli eserciti di sua maestà e suoi collegati s’abbino a consumar da se
stessi; la qual cosa, perchè già più volte s’è visto avvenire, bisogna
con tutte le necessarie provvisioni provvedere nelle imprese che ora
si faranno... Sarà bene condur di Francia una conveniente quantità di
guastatori..., che difficilmente si troverà in Italia, per esser morti
tra di fame, di peste e d’altro la maggior parte de’ contadini»[253].
Ma altri s’accorgeano che debolissimi sforzi facea quella nazione,
e «il ricordarmi che di nessuna impresa che sia andata in lungo,
mai i Francesi sono stati vincitori, mi fa temere di questa il
medesimo; e perchè so quanto confidano sempre delle cose loro, e si
promettono della debilità degli inimici, mi pare già vedere che, come
abbino avviso che i lanzichenecchi imperiali se ne tornano a casa,
allenteranno ancor loro delle provvisioni, e monsignor di San Paolo si
troverà condotto in Italia, e imbarcato, come si dice, senza biscotto,
cioè che si mancherà di provvederli di denari»[254].
Di fatto il Saint-Pol, lentissimo procedendo (1529) per mancanza
di paghe, per disaccordo col duca d’Urbino e per l’annunzio della
rivolta di Genova e del Doria, non seppe tampoco impedire che duemila
_Bisogni_ spagnuoli, sbarcati a Genova senz’armi nè vesti nè scarpe nè
paghe, si traforassero fin a Milano, la quale fu sottoposta dal Leyva
a nuove angherie, e validamente fortificata. Saint-Pol a Landriano,
presso Milano, fu sorpreso e sconfitto dall’instancabile Leyva (1529
21 giugno), che spasimando allora di gotta, erasi fatto portar nella
mischia sopra una bara: caduto prigione il capo, l’esercito francese si
disperse.
Il Lautrec s’era indugiato sotto Napoli tanto, che fallirongli i
denari (1528), sempre a miseria ministratigli dal re; poi sopravvenne
l’epidemia; onde tra la malignità dell’aria e il mal governo e il
tanfo degli alloggiamenti, gli assedianti si ridussero in un mese
da venticinque a quattromila, non risparmiando le vite dei capi nè
del Lautrec istesso. Egli fu sepolto a Poggioreale, ma un fantaccino
spagnuolo lo dissepellì, e mezzo fracido recosselo sulle spade, fra il
popolo e i soldati, in una cantina, sperando che di Francia verrebbe
qualche parente suo a riscattarlo, e così egli ne guadagnerebbe. Nessun
barone lo ricomprò per dargli degna sepoltura, tanto aveano paura
dell’Orange; ma i Romani, tenuto consiglio in Campidoglio, gli resero
onorevoli esequie, da rinnovarsi ogn’anno in S. Giovanni Laterano.
Dappoi Gonsalvo de Cordova duca di Sesse pose al Lautrec un monumento
in S. Maria la Nuova di Napoli, con epigrafe composta da Paolo Giovio.
Michel Antonio marchese di Saluzzo, sottentratogli al comando (15
agosto), scioglie l’assedio e si ritira in Aversa, e costretto ad
arrendersi, ne muor di vergogna (30 agosto); i brani del bellissimo
esercito conquistatore d’Italia perirono di stento chiusi nelle
scuderie; e l’infezione dell’aria prodotta dalle loro malattie estese
fieramente la mortalità e le imprecazioni contro gli stranieri. Le
Bande nere, che aveano mostrato non esser morto il valore italiano,
allora si sciolsero: l’illustre Pietro Navarro, attore importante in
tutte queste guerre, restò preso in battaglia, e Carlo V ordinò fosse
decapitato; se non che il governatore della fortezza, compassionando a
quel vecchio prode, andò e strozzollo di propria mano.
Il principe d’Orange, portato vicerè di Napoli, colmava nella pace
i mali della guerra; apponeva a molti feudatarj d’aver favorito ai
Francesi, onde mandarli al patibolo e incamerarne i beni; e fece pagare
dai natii sei mesi di soldo dovuti all’esercito saccheggiatore di Roma.
Principj violenti di quel governo assurdo e tirannico, che per due
secoli fece miserabile la più bella parte d’Italia.
Così gravi e così indecorose miserie infondevano un cupo spavento, un
bisogno di ricorrere a Dio quando più negli uomini non v’era pietà.
Il Savonarola lasciò dietro di sè lunga scuola ne’ Piagnoni che
deploravano la corruttela e i mali presenti e i futuri. Quando Lodovico
Moro era in pratica di chiamare i Francesi, un frate cieco predicando
sulla piazza del Castello di Milano gli diceva: — Signore, non gli
mostrare la via, o te ne pentirai». Di molti miracoli si fa memoria
in quel torno. A Perugia sul fine del Quattrocento avea rivelazioni e
rapimenti la beata Colomba di Rieti, ed eccitò gran devozione: l’ombra
di san Romualdo cacciò a sassate l’Alviano dalla badia de’ Camaldoli
di Cesena: tre capitani, entrati in un monastero, udirono chiamarsi
a nome e intimare non nocessero alle vergini sacre: gli Spagnuoli
saccheggiando Prato, tolsero la corona d’argento alla Madonna della
Cintola, e questa sudò tutta, e rivolse la faccia verso il Bambino,
che le pose la mano al capo[255]: il Lautrec stava per abbandonare
al saccheggio la borgata di Treviglio, quando una Madonna pianse, e
la vista di quel miracolo frenò i violenti; come pianse la Madonna di
San Calocero a Milano allorchè egli opprimeva questa città: presso la
rotonda a Roma i lanzichenecchi trafissero una Madonna, e ne stillò
sangue. Nel 1522 comparve la Madonna sui monti veronesi presso Rivoli,
ove poi fu eretto il santuario della Madonna della Corona.
«Non pure i frati sui pergami, ma eziandio cotali romiti su per le
piazze andavano, non solo la rovina d’Italia, ma la fine del mondo
predicendo, nè mancavano di coloro i quali, dandosi a credere che
a peggiori termini dei presenti venir non si potesse, dicevano
papa Clemente esser l’anticristo» (VARCHI). Un pazzo de’ Brozzi che
chiamavano Martino, andava predicendo guaj e penitenza: — Quest’inverno
morirono di freddo gli aranci, le viti, gli ulivi, i fichi, gli
allori; non morì il lino che tanto lo teme. Chi mi sa dirne il perchè?
perchè in questi tempi ogni cosa va al contrario, e Dio vuol governar
lui, e non la sapienza vostra. E Dio flagellerà Firenze e Roma e
l’Italia: perchè hanno morto frà Girolamo e gli altri profeti suoi, in
iscambio de’ quali Iddio ha mandato me, profeta pazzo». Un Senese che
chiamavano Brandano, vestito di sacco andava attorno per Roma prima
del saccheggio, predicando che sovrastava un gran flagello, venissero
a penitenza, placassero Dio, il quale non avrebbe risparmiato nè
papa nè cardinali: e fu cacciato prigione, ma non quetò il terrore di
quelle ominazioni. Anche per Cremona predicava un bimbo di undici anni,
traendo grandissimo concorso di persone[256].
Nel 1523 predicava nel duomo di Milano un frate di San Marco
confortando contro i Francesi; non avea riguardo all’uffiziatura,
ma seguitava a predicare; e faceva profezie che sebbene non si
avverassero, non gli scemavano credito. Nel 29 si fece per quella
città una processione per mitigar il Signore; e quando il tabernacolo
«entrò dentro della porta maggiore del duomo, tutto il mondo si mise a
cridare Misericordia; poi arrivato al mezzo della chiesa, il medesimo
cridare Misericordia; arrivato all’altare, crida Misericordia; tanto
che il clero volendo celebrar le litanie non poterono far ristare li
clamori, e non fu uomo nè donna che non si movesse a piangere». Era
stato consiglio d’un frà Tommaso, che predicava in duomo «e diceva non
voler mancare di confortarne fino che Dio ne liberasse: e sempre dava
qualche suo comando di qualche devozione, e dalla maggior parte era
tenuto profeta... E ai 5 settembre fece una predica molto disperata, e
con gran minaccie non tanto a Milano quanto a tutta la cristianitade;
ma che da Milano avria principio la rinnovazione della ecclesia,
e per questa bisogna sia da prima afflitta e in ultimo rinnovata»
(BURIGOZZO).
Altrettanto ripetevasi dappertutto; talmente gli uomini, non vedendo
più che demonj nei loro simili e nei governanti, sentivano la
necessità di rifuggirsi alle divozioni e fin alle superstizioni. Che
più? invidiavasi la dominazione turca; tanto che Lodovico Vives da
Bruges dirigeva un discorso agl’Italiani[257], compatendoli come i più
miseri fra gli uomini, pur mostrando a quanto peggior condizione si
troverebbero cadendo sotto Solimano.
Ultimo colpo alle fortune di Francia portò la defezione di Andrea
Doria. Stratto di famiglia un tempo dominante in Oneglia, giovanissimo
entrò uom d’arme del papa, poi di Guidubaldo d’Urbino; servì al re di
Napoli contro Carlo VIII; e come vide le cose andare a quello sfascio,
prese il bordone e il sanrocchetto, e pellegrinò in Terrasanta. Da
quel pio entusiasmo, nuovo suono d’arme il richiamò: fermatosi col
duca d’Urbino, a questo difese Sinigaglia contro il Valentino; poi
a Genova mostrò tale abilità sul mare, ch’ebbe il comando di quattro
galee, colle quali, allorchè la sua patria cadde agli Imperiali, passò
a servizio di Francia, e vi divenne famoso, e giovò alle imprese più
arrisicate. Irato agl’Imperiali che aveano saccheggiato la sua patria,
più non volea riceverne riscatti, e quanti cogliesse teneva a remare
sulle sue galee. Ma presto fu messo in punto contro i Francesi, perchè
da’ cortigiani ricevette superbe sgarbatezze: re Francesco nominò altri
alla carica d’ammiraglio nel Levante, e pensava trasferire il commercio
di Genova a Savona, inoltre pretendeva per sè i prigionieri dal Doria
fatti a Napoli, sperandone grossa taglia. S’avvide di questi rancori il
marchese Del Vasto, caduto prigioniero del Doria a Napoli, e vi soffiò
sì destramente, che il persuase a sottrar la patria da’ Francesi;
non l’hanno anch’essi saccheggiata? non ne conculcano i privilegi e
minacciano l’esistenza? facile è l’accorgersi come Genova sia destinata
ai turpi mercati fra Spagna e Francia, che la serba per venderla a
miglior vantaggio.
Il Doria venne nel proposito di trarla dalle ugne dei due contendenti,
e sagrificando il trepido rispetto dell’onor suo, mandò in Francia
a chiedere soddisfazione dei torti recati a Genova e a sè. Non
la ricevendo, anzi avendo motivo di credere che il re avesse dato
commissione d’arrestarlo, spedì all’imperatore, e — Che patti mi fate,
ed io vi do il mio braccio e l’Italia»[258]. L’imperatore non sottigliò
sulle condizioni, e il Doria sventolò una bandiera imperiale (1528 12
7bre) che dianzi aveva conquistata; e sapendo che la peste avea ridotto
scarsa la guernigione e poco attenta, entrò impensatamente in Genova
con soli cinquecento fanti, e la chiamò a libertà. Colpo risolutivo
alla somma delle cose di Francia, giacchè (dice Brantôme) chi non è
signore di Genova e del mare non può ben dominare l’Italia.
Fra il perire di tanti Stati antichi consola il vedere i Genovesi
rivolere la libertà; e da tanti eserciti e da peste e fame non buttati
in quello scoraggiamento che più non cerca rimedj, pensare a coglier
l’occasione, per riordinare la propria indipendenza: e subito (21 8bre)
sfasciano il Castelletto, empiono di sassi il porto di Savona destinato
emulo. Il Doria diede l’ultimo tuffo all’Italia consegnandola a Carlo
V, poi facendosi amico e sostegno di Filippo II; eppure fra i posteri
gli dà certissima gloria l’aver restituito la libertà alla sua patria,
e rifiutatone la sovranità, che gli offeriva Carlo V disamante delle
repubbliche. Levato fin alle stelle dai Genovesi, da molti però veniva
imputato come traditore; e il poeta Luigi Alamanni ragionandone con
esso, gli disse così sorridendo: — Certo, Andrea, che generosa è stata
l’impresa vostra; ma molto più generosa e più chiara ancora sarebbe se
non vi fosse non so che ombra d’intorno, che non la lascia interamente
risplendere». Andrea a quelle parole messe un sospiro, e stette cheto,
poi con buon viso rivoltosi, disse: — È gran fortuna d’un uomo, a cui
riesca d’operare un bel fatto ancorchè con mezzi non interamente belli.
So che non pure da te, ma da molti può darmisi carico, che essendo
sempre stato della parte di Francia, e venuto in alto grado co’ favori
del re Francesco, io l’abbia ne’ suoi maggiori bisogni lasciato, ed
accostatomi ad un suo nemico. Ma se il mondo sapesse quant’è grande
l’amore che io ho avuto alla patria mia, mi scuserebbe se, non potendo
salvarla e farla grande altrimenti, io avessi tenuto un mezzo, che mi
avesse in qualche parte potuto incolpare. Non vo’ già raccontare che
il re Francesco mi riteneva i servizj, e non m’attendeva la promessa di
restituire Savona alla patria, perchè non possono queste occasioni aver
forza di far rimutare uno dall’antica fede. Ma ben puote aver forza la
certezza ch’io aveva, che il re non mai avrebbe voluto liberar Genova
dalla sua signoria, nè che ella mancasse d’un suo governatore nè della
fortezza. Le quali cose avendo io ottenuto felicemente col ritirarmi
dalla sua fede, posso ancora, a chi bene andrà stimando, dimostrare il
mio fatto chiaro senza alcun’ombra che gl’interrompa la luce» (SEGNI).
Clemente VII, non per anco disingannato dall’intrigare, tornò sulle
ambizioni, riprese Imola e Rimini, cercò spossessare Alfonso d’Este e
anche ucciderlo, il che costò la vita ai congiurati scoperti. Vedendo
in dechino sempre maggiore le fortune francesi, si risolse alfine
per l’imperatore, e praticò una riconciliazione che tutti sentivano
necessaria. Nella pace di Barcellona (1529 20 giugno) ne ottenne
condizioni, che le meglio non avrebbe potuto aspettarsi dopo una
vittoria: l’imperatore gli farebbe restituire da’ Veneziani Ravenna e
Cervia; Modena, Reggio e Rubiera dal duca di Ferrara; rimetterebbe i
Medici in Firenze, lo Sforza a Milano, se si provasse innocente delle
trame del Morone; sottoporrebbe gli eretici di Germania; ad Alessandro
bastardo de’ Medici sposerebbe Margherita bastarda sua; il papa in
compenso darebbegli la corona imperiale, e l’investitura del regno di
Napoli mediante il solo omaggio della chinea.
D’altra parte Margherita zia di Carlo, a Cambrai dov’essa avea
cominciata la ruina d’Italia, ora la compiva (5 agosto), con Luigia
di Savoja madre di Francesco assettando tra questo e l’imperatore.
Il quale, restituiti a peso d’oro i principi ostaggi, non dimenticò
veruno di coloro che seco aveano parteggiato. Francesco non ne ricordò
nessuno, non Firenze o Venezia, non i duchi di Milano o di Ferrara,
non gli Orsini di Roma o i Fregosi di Genova, non i Napoletani suoi
parteggianti che lasciava esposti all’esiglio o alle galere; scese
perfino a stipulare non darebbe asilo a veruno che avesse portato le
armi contro l’imperatore.
Va dunque, re cavalleresco, ed esclama, — Nulla è perduto fuorchè
l’onore». Sulla capitana di Andrea Doria, cui a Barcellona avea
prodigato onorificenze, Carlo V venne in Italia; e questa, vagheggiando
le speranze d’un riposo, qual ch’esso fosse, ornò con tutte le arti il
passaggio di colui (9bre), che ne portava in petto le sorti. In Bologna
Carlo e il papa cinque mesi vissero sotto al medesimo tetto trattando.
Quegli voleva risolutamente il Milanese, come appoggio del suo dominio
in Italia. Ma perchè Venezia manifestamente, gli altri principi alla
coperta sosteneano il duca Francesco Sforza, a questo il consentì Carlo
(23 xbre), sottraendone però Pavia che investì al Leyva vita durante;
Como e il castello di Milano tenendo in pegno de’ novecentomila
ducati che doveano pagarsegli, metà subito, il resto fra nove anni.
Venezia restituì al papa Ravenna e Cervia, all’imperatore i paesi
che aveva occupati sulla costa napoletana, con trecentomila ducati di
sopraggiunta; e reciprocamente provvidero ai fuorusciti e ricoverati.
Ad Alfonso d’Este Carlo V aggiudicò Modena e Reggio (1530 20 marzo),
e il papa gl’investì Ferrara per centomila ducati: poi morto Alberto
Pio conte di Carpi, egli occupò anche il feudo di questo. A Federico
di Mantova fu dato il titolo di duca (25 marzo). Carlo III di Savoja,
cognato di Carlo V e zio di Francesco I, avea potuto conservarsi
neutro, e veniva a partito vinto. Libere rimasero Genova, Lucca, Siena;
Firenze in minaccia.
Al congresso di Bologna apparvero, fra altri, gl’inglesi Nicolò Carew
e Ricardo Sampson, i quali ad Enrico VIII scrivevano: — Mai s’è visto
nella cristianità desolazione pari a quella di queste regioni. Le
buone città distrutte e desolate; in molti luoghi non si trova carne
di niuna sorta. Tra Vercelli e Pavia, per cinquanta miglia del paese
più ubertoso di vigne e di grano che il mondo abbia, tutto è deserto;
nè uomo, nè donna incontrammo a lavorar le campagne, nè anima viva,
eccettuate in un luogo tre donne povere che racimolavano quei pochi
grappoli che c’erano rimasti. Vigevano, già buona terra con una
rôcca, oggi è rovina e deserto. Pavia fa pietà; nelle strade i bambini
piangevano domandando del pane, e morivano di fame. Ci dissero, e il
pontefice lo confermò, che la popolazione di que’ paesi e di parecchi
altri d’Italia fu consunta da guerra, da fame, da pestilenza, e che
vi vorrà molti anni prima che l’Italia si riduca in buona condizione.
Siffatto sperpero è opera dei Francesi non meno che degl’Imperiali, e
ci dicono che il signor di Lautrec devastò dovunque passò»[259].
Carlo V volle risparmiarsi, se non il rimorso, la vergogna di veder
Milano nè Roma, assassinate a quel modo dalle sue truppe: onde in
Bologna medesima (22 febbr. e 24 marzo) ebbe la corona di ferro e
quella d’oro. Essa non esprimeva più il patto fra il rappresentante
del popolo e il capo dei conquistatori, divenuto imperatore dei
conquistati, e che, inginocchiatosi uomo e con titolo mondano, sorgeva
unto di Cristo e con apostolato divino. Era patrono del papa colui
che pur anzi l’avea avuto suo prigioniero. e n’avea lasciato devastare
la città? era salvaguardia della fede quegli che coll’_Interim_ avea
riconosciuta e lasciata crescere l’eresia che staccava mezzo mondo da
Roma? Quella cerimonia preservatrice, sociale, destinata a imprimere
profondamente nei popoli il rispetto all’autorità, traeva dall’elemento
religioso la riverenza che ispirava al popolo: ma ora prevaleva
l’elemento regio, che nel popolo portava esitanza e opposizione;
il diritto, mantenuto dai papi, soccombeva al fatto, proclamato dai
cesari; tutta l’attenzione era rivolta alle feste, con cui si onorava
in Carlo l’ultimo imperatore germanico che i pontefici coronassero.
Il disegno, la poesia, la teatrica gareggiarono in quella solennità,
splendidissima in un secolo di tante splendidezze[260]. Stanchi,
sbigottiti, i nostri adulavano Carlo, e ripetevano non esser mai potuti
immaginarsi tanto affabile e cortese l’autore di sì orribili disastri.
Fra queste allegrie consumavasi l’italico avvilimento, cominciato per
le discordie, finito per la concordia dei potenti. Più non sussisteva
equilibrio fra i piccoli Stati, depressi o fatti ligi all’Impero. Il
papa, sgomentato dai progressi della Riforma, abbracciò le ginocchia
di quella maestà, sul cui collo i suoi predecessori aveano altre volte
messo il piede; e se l’opporsi all’Impero aveva un tempo formato
la gloria e la grandezza sua, il papa allora indossò la casacca
ghibellina, e così suggellò la pietra, che sull’Italia creduta cadavere
posava la conquista mediante il degradamento, insegnato da Machiavelli,
eseguito mediante un’amministrazione assurda, una calcolata oppressione
del pensiero, del genio, dell’industria.