Cominciamenti della Riforma religiosa.
Le idee antiche, insinuatesi nella società nuova, giovarono a toglierne
le scorie della grossolanità e dell’ignoranza, e affinare la cultura;
ma acquistando piede, pretesero modificarne le credenze e più ancora
gli atti, ritraendo verso la morale pagana.
All’alito di Dio e sotto le ale del cristianesimo era sbocciata la
società moderna; e Dio, unica fonte d’ogni potestà, credeasi aver
commesso l’esercizio della temporale non meno che della spirituale al
suo vicario in terra; il quale, occupato delle anime e di conservare
integro il dogma e pura la morale, aveva affidato una delle due
spade all’imperatore[181]; l’imperatore, unto dal Cristo in terra,
consideravasi come capo dei re, come rappresentante il potere
temporale della Chiesa, in quella grande unità, la quale nell’ordine
religioso chiamavasi _cattolicismo_, e nell’ordine temporale _sacro
romano impero_. Concetto sublime, che sottraeva il mondo all’arbitrio
della forza per porlo in tutela delle idee; piantava dominj non per
conquista o per nascita, ma per fede ed opinione; preveniva spesso le
guerre mediante l’arbitrato supremo, appoggiato alla minaccia delle
scomuniche; sempre le rendeva meno micidiali; garantiva i re e i popoli
dai mutui attentati col chiamare gli uni e gli altri a render ragione
di loro condotta avanti ad un tribunale, inerme, eppure potentissimo,
perchè fondato sulla coscienza de’ popoli; e resistendo ai forti non in
nome della rivolta, ma della sommessione che si deve a Dio più che agli
uomini.
Al sublime divisamento vedemmo quali ostacoli s’attraversassero,
sicchè rimasero mal determinati i confini delle due autorità. I papi,
per tutelarsi in un’età guerresca e quando ogni potenza derivava dal
possesso de’ terreni, dovettero procacciarsi un dominio temporale: ma
tristo il guadagno che n’ebbero, avvegnachè li mise più d’una fiata
in punto di scambiare per supremazia principesca quel ch’era tutela e
arbitramento, affidato dalle coscienze, e fondato in un regno che non è
di quaggiù. Di rimpatto gl’imperatori pretendevano dominare sopra i re
e far da tutori ai papi più che non fosse compatibile coll’indipendenza
de’ primi e colla dignità del padre comune dei fedeli. Di qui la
diuturna lite fra il pastorale e la spada, solo temporariamente sospesa
mediante transazioni che all’uno e all’altra impedivano di trascendere,
ma toglievano di spiegare intera la loro efficacia.
Ai pontefici venne fatto di respingere l’islam dall’Europa e frenarlo
in Asia colle crociate; salvare dalle regie libidini l’inviolabilità
del matrimonio e la dignità della famiglia; risarcire la sacerdotale
disciplina, sdruscita dal contatto e dalla mistura coi signorili
interessi qual era portata dalla feudalità: ma non riuscirono a
costituire sovra base solida e riconosciuta le relazioni fra Stato e
Stato, impediti ch’essi erano dalla gerarchia feudale, dalle comunali
oligarchie, dalla consuetudini nordiche dominanti. Così nell’attuazione
restava difettivo quel cristianesimo applicato, vivo, onnipossente
nella vita, profondamente umano, fautore dell’arte, affettuosamente
comunicabile, amico della povertà, dell’obbedienza, della fedeltà,
che nel mondo riconosce il governo della Provvidenza, fa gli uomini
confidenti gli uni negli altri e in Dio, credendo che il cibo mortale
possa convertirsi in pane e vino d’eterna vita.
Intanto restauratasi l’antica cultura, si moltiplicavano le scoperte.
Quando annunziavasi che il mondo non consisteva nelle sole tre parti
antiche; che in America si trovava una differente vita animale e
vegetale, e uomini e civiltà differenti; che la terra gira e il sole
sta; che i libri talmudici e la cabala erano ripostigli di profonda
scienza; che l’India possedeva una lingua madre delle altre; che il
Turco non era più barbaro dell’Austriaco; poteva la mente aquetarsi
ne’ misteri? non dovea svegliarsi lo spirito d’esame? colle nuove
idee raffittirsi bisogni nuovi? La specie umana, passando al periodo
pensante, s’appropriava colla ragione le verità che fin allora
avea possedute solo per la fede; nè soltanto dalla Chiesa domandava
come meglio servir Dio e gli uomini. Le scienze, disciplinate dagli
Scolastici come un esercito in battaglia sotto il comando del verbo di
Dio, aveano rotto l’armonioso accordo per tornare all’arida logica o
alla visionaria teurgia; poi sbucate dal santuario, dilagavano mediante
la stampa; la rinata letteratura attingeva l’educazione ad altre fonti
che le cristiane; le arti belle s’ispiravano d’altro che di divozione:
ai popoli stretti attorno ai principi scemava il bisogno di domandare
agli ecclesiastici regole per gli atti, protezione per gl’interessi;
il diritto romano facea vagheggiare la coordinata unità degli antichi,
in luogo delle istituzioni paterne, delle franchigie locali, e
dell’indipendenza personale introdotte dai Germani. Nuovi istituti
sociali aveano trasferita nei governi laici l’importanza suprema;
l’ammirazione del _bello_ delle società classiche toglieva pregio
al _buono_ delle moderne: alla fede sottentrava il dubbio, questo
corrompeva i costumi, e i costumi di ricolpo scassinavano le credenze.
Quindi perduti i sentimenti cavallereschi, e non ancora acquistata la
posa della ragione; quindi un, se posso dirlo, paganizzamento delle
arti, della politica, delle lettere, della moralità, che ai buoni facea
desiderare una riforma.
Altre volte dal fondo della corruttela vedemmo cavato il mondo per la
forza di Gregorio VII, o per lo zelo e gli esempj dei santi Francesco
e Domenico: ma troppo erano mutate le contingenze. La Chiesa, società
delle anime legate innanzi a Dio dalle medesime credenze, fu istituita
perchè pronunziasse come parola viva tra le disputazioni degli
uomini. Questi, che, per la loro natura peccaminosa, sono incapaci
di qualificare infallibilmente gli errori, proclamarono la libera
discussione: mentre la Chiesa, che rappresenta la natura umana innanzi
il peccato, è infallibile, e perciò non soggiace a disputa quel
che essa affermi o neghi. Irremovibile nel dogma, essa non isdegnò
mai piegarsi alle opportunità dei tempi nell’applicazione e nella
disciplina; nessuno de’ solenni suoi comizj tenne senza proporre canoni
di emenda; e singolarmente nei due ultimi di Costanza e di Basilea,
che furono alla Riforma ciò che l’Assemblea nazionale alla rivoluzione
francese, erasi a gran voce domandato di riformar la Chiesa nel capo
e nei membri. Vi fossero proceduti con franchezza e con accordo,
prevenivano il flagello: ma vennero meno la saviezza pratica degli
affari ed il prudente aspettare: una critica indiscreta si pose a
rischio di surrogare agli abusi altri peggiori; poi l’apparenza di
vittoria addormentò Roma sull’urgenza del rimedio, lasciando che la
piaga incancrenisse, e nella religione e nella sua stessa metropoli
acquistasse predominio lo spirito secolaresco.
Le chiavi di san Pietro erano desiderate, non perchè schiudono il
paradiso, ma perchè d’oro: cardinali, nominati per favore, per
condiscendenza a principi, per denaro, non divenivano santi (è
l’espressione del Bellarmino) perchè aspiravano ad essere santissimi.
Paolo II e Sisto IV fecero elezioni vergognose, per le quali poterono
vedersi sulla cattedra di san Pietro Innocenzo VIII e Alessandro
VI. Essi cardinali avevano facoltà di porre condizioni nel conclave
al futuro pontefice; ma una decretale d’Innocenzo VI dichiarava che
nessun giuramento dato prima dell’elezione può restringere l’autorità
pontifizia, atteso che, in sede vacante, alla Chiesa non competa
altro diritto che di eleggere il successore. Nel conclave succeduto
alla morte di Sisto IV i cardinali stesero una costituzione, ma a lor
mero vantaggio: non avessero entrata minore di quattromila zecchini;
non fossero colpiti da censure o scomuniche o giudizj criminali se
non colla sanzione di due terzi del sacro collegio; non passassero
il numero di ventiquattro, e un solo potess’essere della famiglia del
papa.
Le chiese non si conferivano per merito di scienza ed esemplarità di
costumi; la curia romana, che vulgarmente si confonde colla Chiesa,
più che ad altro braccheggiava a lucrare dalla vacanza e dalle
collazioni de’ benefizj, e moltiplicare le tasse di cancelleria. Il
più de’ vescovi procedevano su quell’orme; alcuno rinunziava alla sede,
riservandosi la collazione de’ benefizj e certe rendite; altri a denari
faceansi nominare dei coadjutori, ch’era uno spediente per trasmettere
il vescovado ai così detti nipoti; fin arcidiocesi importantissime,
come quella di Milano, lasciavansi in commenda a principi.
Dacchè le prelature furono predestinate ai ricchi e come semplice
propina, s’introdusse l’ubiquità, cioè di poter goderne i frutti
dovunque si dimorasse, talchè uno poteva essere cardinale d’una chiesa
di Roma, vescovo di Cipro, arcivescovo di Glocester, primate di Reims,
priore di Polonia, e intanto alla corte del Cristianissimo trattava
forse gli affari dell’imperatore. Giovanni de’ Medici, che fu poi
Leone X, giovinetto ancora si trovava canonico delle cattedrali di
Firenze, di Fiesole, d’Arezzo, rettore di Carmignano, di Giogoli, di
San Casciano, di San Giovanni in Valdarno, di San Pier di Casale,
di San Marcellino di Cacchiano; priore di Montevarchi, cantore di
Sant’Antonio di Firenze, prevosto di Prato, abate di Monte Cassino,
di San Giovanni di Passignano, di Miransù in Valdarno, di Santa
Maria di Morimondo, di San Martino di Fontedolce, di San Salvatore di
Vajano, di San Bartolomeo d’Anghiari, di San Lorenzo di Coltibuono,
di Santa Maria di Montepiano, di San Giuliano di Tours, di San Giusto
e di San Clemente di Volterra, di Santo Stefano di Bologna, di San
Michele d’Arezzo, di Chiaravalle presso Milano, di Pin nel Poitou,
della Chaise-Dieu presso Clermont. Il cardinale Innocente Cibo suo
nipote tenne contemporaneamente otto vescovadi, quattro arcivescovadi,
le legazioni di Romagna e di Bologna, le abbazie di San Vittore a
Marsiglia e di Sant’Ovano a Rouen. Il cardinale Ippolito d’Este a sette
anni era primate d’Ungheria, poi vescovo di Modena, Novara, Narbona,
arcivescovo di Capua e di Milano, la qual ultima dignità rinunziò a
un nipote di dieci anni riservandosene l’entrata: e questo nipote fu
pure vescovo di Ferrara, amministratore dei vescovadi di Narbona, di
Lione, d’Orléans, di Autun, di Morienne, a tacere le infinite badìe.
Il patriarcato d’Aquileja stette ne’ Grimani dal 1497 al 1593; il
vescovado di Vercelli da forse un secolo poteva dirsi ereditario nelle
famiglie Rovere e Ferreria. Giuliano della Rovere, divenendo papa, ne
investì il cardinale Ferrerio, benchè già avesse la sede di Bologna e
molte ricche badìe. Filippo, figliuolo del duca Lodovico di Savoja, fu
eletto vescovo di Ginevra mentre ancor fanciullo, poi fatto maggiore
depose l’abito clericale. Così avvenne di Giovan Giorgio Paleologo
vescovo di Casale, che nel 1518 cessò d’esser cherico e menò moglie.
Nel 1520 Giovan Filippo di Giolea fu eletto vescovo di Tarantasia a
quindici anni.
Secondo avviene delle autorità incontrastate, pei diritti negligevansi
i doveri. Cadetti di grandi famiglie, allevati nel fasto spensierato,
circondati dagli esempj de’ fratelli, puntigliosi sul decoro delle
famiglie, digiuni di studj teologici, amanti del ben vivere più che
del viver bene, i vescovi abbandonavano il gregge a vicarj spirituali,
e per averne miglior mercato preferivano frati mendicanti che nè
spendeano in lusso, nè ricevevano mercede. L’alto clero, fra cure
secolaresche, a nulla avea l’animo meno che ad istruirsi in quella
fede, ch’era suo uffizio supremo il diffondere e tenere immacolata.
Gl’inferiori sogliono comporsi sull’esempio de’ capi; e Innocenzo VIII
dovette rinnovare la costituzione di Pio II, che ai preti vietava di
tener macello, albergo, bettola, casa di giuoco, postribolo, o di far
da mezzani per denaro; e se _dopo tre ammonizioni_ non ismettessero,
non godrebbero più l’esenzione del fôro[182]. Silingardo vescovo di
Modena, dirigendo la Somma di teologia morale al cardinale Morone,
diceva «avere nella visita di quella diocesi trovata tanta ignoranza
della lingua latina nella maggior parte de’ sacerdoti curati,
accompagnata da così poca pratica dell’esercizio della cura delle
anime, che verisimilmente si può temere una gran ruina e precipizio
del gregge». I tre Stati di Savoja, raccolti a Ciamberì nel febbrajo
1538, faceano istanza al duca perchè fossero frenati e moderati gli
ecclesiastici, che trascendono in abiti e pompe mondane, ed esercitano
l’usura con gran danno del popolo minuto, e che godono pingui benefizj
senza adempirne gli obblighi di limosina e messe[183]. Insomma
il sacerdozio consideravasi come uno stato, non una vocazione; le
penitenze, lo studio, il predicare rimaneano uffizj de’ frati.
Se non che i monasteri, già centri all’attività del pensiero e delle
arti, rilassavansi anch’essi nell’opulenza e in profana gelosia d’un
Ordine coll’altro. I frati mendicanti, già ricchi di privilegi, ne
ottennero di nuovi da Sisto IV, che nella famosa bolla del 31 agosto
1474, fratescamente qualificata _mare magnum_, minacciava sin di
destituzione i curati che non obbedissero a loro, o li turbassero in
qualsifosse modo. Ma i vantaggi che traevano dall’opinione di santità
tornarono a danno di questa; e resi mondani, con mille brighe cercavano
le dignità, e (dice il cardinale Caraffa) «si veniva ad omicidj non
solo con veneno, ma apertamente col coltello e colla spada, per non
dire con schioppetti».
Altri frati si trovavano ridotti all’ozio dalla stampa; onde si
buttarono sopra quistioni di poca arte e di molti cavilli, facendo
schermaglia di sillogismi, e surrogando la teologia al vangelo: la
beata Vergine fu concepita anch’essa nel peccato originale? i Monti di
pietà sono un’istituzione opportuna, o un’usura riprovata dal vangelo?
Domenicani e Francescani si abbaruffarono a lungo su questi e su altri
punti. La scarsità di libri facea volgere più volentieri ai compendj,
e come per la medicina alla _Somma_ di Taddeo e per la giurisprudenza
a quella di Azone, così per la teologia ricorreasi alle _Sentenze_ di
Pier Lombardo, alla _Somma_ di san Tommaso e ad altre, prestandovi
fiducia illimitata, come avviene delle materie non discusse, e
tenendosi dispensati dall’esaminare nè la natura nè i testi. Al
Savonarola ancor novizio un frate esemplarissimo e d’eccellenti
intenzioni domandava: — Che giova leggere il Testamento vecchio, e qual
frutto si ricava da fatti compiuti già tanti secoli?»[184]
Con tale corredo teneano la più parte delle cattedre d’università, e
presentavansi sul pulpito con inettitudine a disporre e maneggiare il
soggetto, nessuna chiarezza nè unzione, ma continua aridità e tecnica
nojosa, mentre la ringentilita letteratura stomacavasi degl’insulsi
metodi e delle scolastiche compagini. Il Bembo, chiesto perchè non
andasse a sentirli, rispose: — Che ci ho a far io? mai altro non
s’ode che garrire il Dottor sottile contro il Dottore angelico,
e poi venirsene Aristotele per terzo, e terminare la quistione
proposta»[185].
Con pessimo gusto mescolavasi sacro e profano, serio e burlesco,
in caccia del nuovo, del bizzarro, del sorprendente, mettendo la
forma sopra il fondo, i mezzi sopra lo scopo. Già ne cadde menzione
di Gabriele Barletta (tom. VIII, p. 173), e sebbene appartenga al
secolo precedente, in questo ebbe ripetute edizioni[186]: applausi
prodigavansi a Mariano da Genazzano, a Paolo Attavanti, il quale
nella prefazione, si gloria di citare ad ogni piè sospinto Dante e
Petrarca: a frà Roberto Caracciolo da Lecce fioccavano e brevi in
lode e onorevoli commissioni e mitre e il titolo di nuovo san Paolo.
Crisostomo italiano era intitolato il piacentino Cornelio Musso vescovo
di Bitonto, per avere sbandite dal pulpito le sottigliezze scolastiche,
le declamazioni ridicole, le continue citazioni d’autori profani,
onde far luogo a un predicar sodo, devoto, conforme al vangelo; ai
cardinali Contarini e Bembo «parea nè filosofo, nè oratore, ma angelo
che persuadesse il mondo»; Girolamo Imperiali lo chiama l’Isocrate
italiano, e non mancargli nè la robustezza di Demostene, nè l’ubertà
di Cicerone, nè la venustà di Curzio, nè la maestà di Livio; gli
si dedicarono opere e coniarono medaglie; e più d’ogni elogio vale
l’essere a lui affidato il discorso all’aprimento del concilio di
Trento. Eppure Ortensio Landi dice che quell’orazione sua era «piena
di sottile artifizio, sparsa di retorici colori, come se tempestata
fosse di tanti rubini e diamanti; egli vi avea consumati dentro
tutti i preziosi unguenti d’Aristotele, d’Ippocrate, di Cicerone,
e tutti i savj precetti d’Ermogene». La natura della lode è di per
sè significativa, quand’anche non avessimo l’orazione stessa, forse
troppo vilipesa dai critici, certo non quale poteva essere ispirata
dall’assemblea più augusta che mai si fosse veduta; e talmente la
mitologia era incarnata, ch’egli invitava i prelati a rendersi a quel
sinodo come i prodi di Grecia al cavallo di Troja.
Altri più volgari frattanto si diffondeano tra il popolo,
insegnando errori e superstizioni, e conchiudendo inevitabilmente
coll’accattare[187]. Ciascun ordine, ciascun villaggio, ciascuna chiesa
aveva un santo speciale, ne’ cui panegirici non si poneva misura
fino alle assurdità, per dabbenaggine o per frode moltiplicandone i
miracoli, le grazie, le reliquie, e attirandogli un culto, che nei
giudizj vulgari facilmente rasentava all’idolatria.
Predicava in Modena il 1532 Francesco da Castrocaro minor osservante,
e pubblicò un breve, secondo le forme della curia romana, «dato nel
paradiso terrestre, il VI giorno dalla creazione, l’anno eterno del
nostro pontificato, confermato e suggellato il giorno di parasceve sul
monte Calvario», dove era approvata e confermata d’autorità divina la
regola de’ Minori Osservanti[188]. Il Savonarola poi aveva abituato a
mescolarvi la politica, e bersagliare anche personaggi altissimi; e tra
gli altri frà Callisto piacentino, uno de’ meglio lodati, sermonando
a Mantova il 1537 sul testo _Seminastis multum et intulistis parum_,
esclamava: — Povero papa Leone, che s’aveva congregato tante dignitadi,
tanti tesori, tanti palazzi, tanti amici, tanti servitori; e a
quell’ultimo passaggio del pertuso del sacco, ogni cosa ne cadde fuori,
e solo vi rimase frate Mariano, il quale, per essere leggero (ch’egli
era buffone) come una festuca, rimase attaccato al sacco; che arrivato
quel povero papa al punto di morte, di quanto e’ s’avesse in questo
mondo nulla ne rimase, eccetto frate Mariano, che solo l’anima gli
raccomandava dicendo, _Raccordatevi di Dio, santo padre_; e il povero
papa in agonia constituto, a meglio che poteva replicando dicea, _Dio
buono, o Dio buono!_ e così l’anima rese al suo Signore. Vedi se egli è
vero che _qui congregat merces, ponit eas in sacculum pertusum_».
Quel sentimento così umano, che ci lega a coloro che ne precedettero
in quest’esiglio e ci attendono nella patria, era stato consacrato
dalla fede, riconoscendo una comunione fra noi militanti e le anime
aspettanti, a cui sollievo e le preghiere e le buone opere possiamo
applicare. Ma esso pure fu implebeato coll’idea del guadagno, e i
suffragi si restrinsero quasi unicamente a messe ed uffizj, che troppo
facilmente prendevano aspetto di bottega.
La Chiesa fin da’ suoi esordj, come prescrisse penitenze e
mortificazioni, così fece uso della facoltà di rimetterle; sicchè,
accanto alla dottrina che insegna venir la salute da Cristo
gratuitamente, stette quella della cooperazione dell’uomo, del
soddisfacimento penale, e della remissione, parziale o plenaria,
secondo le circostanze del penitente. In tempi d’ignoranza le singole
pene, che non oltrepassavano mai i trent’anni, formarono talora un
cumulo di più secoli; onde essendo impossibile conseguire l’assoluzione
in vita, si permise di commutarle e farle eseguire da altri, e massime
dai monaci; e poichè la messa ha merito infinito, venne adoperata più
che le altre commutazioni. Le indulgenze si rivolsero anche sulle pene
postume, volendo che papi e vescovi potessero applicarvi una parte
dell’inesauribile tesoro di misericordia, preparato dal sangue di
Cristo e dai meriti soprarogatorj de’ santi.
— Che? (diceano gli arguti) stan dunque in mano dei preti le chiavi del
purgatorio e del paradiso». Ed essi in fatto qualche volta ne abusarono
non solo co’ plenarj giubilei, ma col concedere perdonanze a chi
sovvenisse ai bisogni della Chiesa anche temporali. Eravi chi avesse
danneggiato altrui, nè potesse risarcirlo? procuravasi l’assoluzione
mediante una somma, che parea giustificata dall’uso che se ne faceva.
L’Inquisizione avrebbe dovuto punire molti delinquenti, se non si fosse
ad essi aperto uno scampo mediante le indulgenze, cambiando il delitto
in peccato, il supplizio in penitenze.
La Chiesa dichiarava espresso che le indulgenze mancano d’ogni
valore se non congiunte al pentimento: pure gl’ignoranti facilmente
cadevano nell’opinione contraria, e la fomentavano coloro che ci
viveano sopra. Fatto è che lo spaccio delle bolle d’indulgenze divenne
pingue entrata della romana curia, e v’ebbe persone che n’apersero
bottega falsificandole: il che tutto e screditava le indulgenze, e
ne corrompeva il senso[189]. Il vulgo facilmente recavasi a credere
che quel denaro fosse il prezzo della cosa santa; e i questori
che mandavansi a riscuoterlo, partecipando d’un tanto per cento al
vantaggio, ne magnificavano profanamente la virtù. Qual v’ha mai cosa
santa, di cui l’avarizia non abusi?
Che la gramigna delle superstizioni fosse allignata fra il buon grano,
troppo avemmo a dirlo, nè occorre ripetere quanto esse operino sopra
la condotta. Di vere eresie non sappiamo che alcuna nascesse o si
propagasse in Italia[190], dove anche discutendo dell’applicazione,
non s’impugnava il principio: ma segno di decadenza dava il crescente
rigore del Sant’Uffizio, sebbene, in mancanza d’eretici, perseguitasse
maliardi e superstiziosi.
Nessun creda che lo spirito di verità e di santità che dimora colla
Chiesa eternamente, non si vedesse glorificato, principalmente da
persone appartenenti ad ordini religiosi. Bernardino da Siena, che
con mirabili frutti di penitenza predicò per tutta Italia, tra i
Francescani introdusse una riforma rigorosa (1444), mandò missionarj
in Egitto, in Assiria, in Etiopia, nell’India, dappertutto menava
su’ suoi passi la pace e la limosina, e ravvivò lo spirito religioso
moltiplicando chiese, conventi, spedali. Consorte alle sante fatiche
gli venne Antonio dei marchesi di Roddi vercellese, sollecito in
riformar monasteri domenicani. Antonio Pierozzi, priore e riformatore
de’ Domenicani e teologo del concilio di Firenze, eletto arcivescovo
di questa città, non si rassegnò a tal carica se non quando Cosmo
de’ Medici e tutti i Fiorentini si recarono a Fiesole a pregarnelo:
conservò nel vescovado la regolarità monastica e la semplicità
evangelica; il palazzo, la borsa, i granaj teneva aperti a chiunque;
e una mula bastavagli a tutti i servigi: della peste del 1448 spiegò
disinteressata carità, come nei tremuoti del 53: colla sventurata e
coraggiosa Elena Malatesta fondò il ricovero delle orfane e vedove
decadute, e quello degl’incurabili ed altre istituzioni pie che durano
ancora, come i provveditori dei poveri vergognosi: e lasciò una Somma
teologica di temperate conclusioni, che passa ancora per delle meglio
ordinate, e ch’egli stesso compendiò in italiano ad uso de’ confessori;
un ristretto di storia fin al 1458, opera di buona fede più che di
critica. Al suo segretario che compiangealo di tante cure ond’era
oppresso, disse:
Tutti gli affari non ci torranno di godere la pace interna, se nel
cuore ci «riserviamo un ritiro, ove poterci stare con noi stessi, e
dove gl’impacci del mondo non riescano mai a penetrare»[191].
Il domenicano Matteo Carrieri da Mantova (-1450) fu lodato oratore; ma
portenti di maggiori conversioni operò colla preghiera e coll’esempio
per tutta Italia, richiamando al cuore famose peccatrici, e coltivando
nascenti virtù. Lo zelo di lui fu denunziato come eccessivo al duca
di Milano, ed egli dovette scagionarsi del non usar quella che alcuni
guardano come unica virtù, la moderazione. Nel tragittarsi da Genova
a Savona, catturato da un corsaro e ottenutane la libertà, la esibì a
riscatto d’una signora presa anch’essa colla figlia; onde il pirata
commosso rilasciò tutti i cattivi. Anche Antonio Neyrot (-1460) di
Rivoli domenicano, nel tragittarsi a Napoli fu côlto da un corsaro
e condotto a Tunisi; quivi non reggendo ai tormenti, rinnegò; ma ben
presto ravvedutosi, meritò il martirio, e il corpo suo fu da mercanti
genovesi restituito in patria e illustrato da miracoli.
Costante da Fabiano dell’Ordine stesso, allievo del beato Corradino
da Brescia e di sant’Antonino, si divise fra lo studio, la preghiera e
le macerazioni, e già vivo ottenne un culto, che poi fu riconosciuto.
Bernardo da Scammaca di Catania da’ disordini giovanili ridottosi a
pietà e vestito domenicano, si diede ad assistere a tutte le necessità
altrui, mentre attendeva alla propria santificazione. Giovanni Licci da
Palermo edificò i Domenicani in centoquindici anni di vita. Sebastiano
de’ Maggi di Brescia alle lodi di letterato rinunziò per attendere alla
conversione de’ peccatori ed al rappacificamento de’ nemici, massime a
Genova, ove morì nel 1494.
Tra i Francescani Giacomo delle Marche di Mombrandone si ridusse a
rigorosissimo tenor di vita; predicando a Milano, colse tai frutti,
che il popolo il voleva arcivescovo, ma egli fuggì; con Giovanni
da Capistrano girò la Germania, la Boemia, l’Ungheria apostolando
e sollecitando contro i Turchi. Antonio da Stroconio nell’Umbria;
Pacifico da Ceredano nel Novarese, autore di una _Somma pontificale_;
Giacomo d’Illiria, frate a Conversano e a Biceto presso Bari; Pier da
Moliano, compagno poi successore a Giacomo delle Marche; Angelo da
Chivasso, riverito principalmente a Cuneo; Vincenzo d’Aquila dedito
a stupende austerità, sono appena alcuni dei tanti onde quell’Ordine
s’ingloriò.
Bernardino Tomitano da Feltre (-1494), quantunque scarso della persona,
allettava il popolo coll’eloquenza e colla virtù, e col raccogliere
i gemiti delle vedove e de’ pupilli. I Monti di pietà, allora appena
introdotti da un Barnaba francescano a Perugia, furono da Bernardino
difesi e propagati, salvando così dagli usuraj, che, per esempio, a
Parma teneano ventidue banchi ove prestavano sin al venti per cento.
Le Calabrie ci presentano il loro Francesco di Paola (-1508), che
istituì l’ordine de’ Minimi, affinchè coll’esempio correggessero la
rilassatezza de’ Cristiani nel digiuno e nelle altre pie pratiche;
assunse per divisa la parola _carità_; non tacque il vero ai regnanti
di Napoli; quando Luigi XI di Francia mandò a pregarlo andasse a lui
malato, non obbedì che al comando del papa, poi ad esso Luigi annunziò
che la vita dei re sta come le altre in man di Dio, e a questo si
preparasse a renderla. Colà lo chiamavano il _buon uomo_, e tal nome
rimase a’ suoi frati, e ad un pero di cui egli avea portato l’innesto.
Il beato Antonio da Méndola fu agostiniano; come il beato Andrea
di Monreale presso Rieti, che per cinquant’anni predicò in Italia e
Francia. E tutti gli Ordini, a chi cercasse, offrirebbero personaggi
illustri per virtù o per scienza.
Fra le donne ricordiamo Francesca di Busso romana, che sposata a
Lorenzo de’ Ponzani a dodici anni, fu esempio di quelle matrone,
massime nei patimenti dell’invasione di re Ladislao e della peste;
per trent’anni servì ai malati negli ospedali senza negligere le
cure domestiche; infine istituì la regola delle Oblate. Caterina da
Pallanza, udendo a Milano il beato Alberto da Sarzana predicar la
passione di Cristo, a questo dedicò la sua verginità, e con altre
fanciulle si raccolse sul monte di Varese, modelli di ascetica
perfezione. Veronica, di poveri parenti milanesi, costretta al lavoro
continuo anche dopo entrata agostiniana, la notte imparava da sè a
leggere e scrivere, e fu da Dio graziata d’insigni favori. Caterina dei
Fiesco di Genova, il cui padre fu vicerè di Napoli, dai teneri anni
si dedicò alla più austera pietà; costretta sposare un Adorno, qual
pegno di riconciliazione fra le due emule famiglie, nei dieci anni
di matrimonio ebbe esercizio di continua pazienza, finchè le riuscì
di convertire il marito; servì i poveri nello spedale, e nelle pesti
del 1497 e del 1501; irrigidì all’estremo le astinenze, consolata da
superne illustrazioni; e lasciò opere, che per elevatezza e fervore
emulano quelle della sua contemporanea santa Teresa.
Aggiungiamo Luigia d’Albertone romana, Caterina Mattei di Racconigi,
Maddalena Panatieri di Trino, Caterina da Bologna che scrisse delle
_Sette armi spirituali_, la carmelitana Giovanna Scopello di Reggio;
Serafina figlia di Guid’Antonio conte d’Urbino, e moglie malarrivata di
Alessandro Sforza signore di Pesaro; Eustochia dei signori di Calafato
a Messina, fondatrice del Monte delle Vergini; Margherita di Ravenna,
provata da Dio con dolorose infermità, fondatrice della confraternita
del Buon Gesù; Stefania Quinzani d’Orzinovi, salita in tal fama di
santità che le città se l’invidiavano, e il senato veneto e il duca di
Mantova e quel di Milano le chiedevano direzione, e con limosine eresse
un monastero a Soncino; Margherita di Savoja, vedova del marchese di
Monferrato, che offertole da Cristo d’essere provata colla calunnia o
la malattia o la persecuzione, tolse di subirle tutte.
Ma la pietà di questi e d’altri, che diremo e che ometteremo,
non bastava a quella riforma che avrebbe dovuto venire dall’alto.
All’autorità dei pontefici, reggitrice del mondo per tutto il medioevo,
erasi già prima avventato qualche ardito, come Arnaldo da Brescia
e i Patarini; ma la critica rimaneva soffocata sotto l’universale
consenso. Però l’opinione, fondamento del potere papale, avea
ricevuto un grave crollo dalle contese con Filippo il Bello e cogli
altri re, dove a vicenda eransi rivelate le debolezze di ciascuno;
nell’esiglio d’Avignone i successori di Innocenzo III parvero ridursi
in vassallaggio di principi; e persone pie, e massime gl’Italiani,
considerandoli come disertori dall’ovile, non si faceano coscienza di
rimproverarli con un’acrimonia che proveniva da riverenza al grado, ma
scemava quella alla persona. Ne derivò lo scisma occidentale, in cui
per quarant’anni si stette esitanti sulla promessa perpetuità della
Chiesa. La quale, invece di concordare i principj com’è suo uffizio,
sparpagliò zizzania; papi emuli si maledissero l’un l’altro; i vescovi
eletti dall’uno impugnavano l’autorità degli eletti dall’altro, e tutti
ebbero bisogno del braccio principesco per sostenere e la verità e
l’errore; i concilj di Basilea e di Costanza proclamandosi superiori
al pontefice, rinnegavano nella Chiesa la monarchia quando appunto
veniva compaginata negli ordini civili. I re, aspiranti a concentrare
in sè la potenza, allora colsero quel destro, e reluttando alle antiche
prerogative di Roma, dissero: — Noi conosciamo e sappiamo fare il bene
meglio della Chiesa; noi non dobbiamo dipendere da nessuno; nessuno vi
dev’essere nei nostri Stati, che da noi non dipenda».
Nella comune propensione di quel secolo a convalidare i principati
sulle rovine delle repubbliche e dei Comuni, anche i papi procacciarono
più solertemente negl’interessi temporali, o s’affissero a dare
opulenza e stato alle proprie famiglie, da un lato accarezzando i
potenti per averli cospiranti ai loro concetti, dall’altro spremendo
i deboli. Per questo e per rinvigorire il loro principato terreno a
scapito dei signorotti della Romagna che n’erano catene, annasparono
una politica non immune di violenze e di frodi. Nella congiura de’
Pazzi vedemmo prelati cospirare per un assassinio in chiesa, e il
popolo per vendetta impiccar fino un arcivescovo: prova di deperita
religiosità ancor più della violenta diatriba, in quell’occasione
avventata a Sisto IV, credesi, da Gentile de’ Becchi vescovo d’Urbino.
Viene poi Alessandro VI: e se come uomo rimase tipo d’una ancor più
romanzesca che storica infamia, come papa diede savie costituzioni;
colla sì ingiustamente beffata delimitazione prevenne i conflitti della
Spagna e del Portogallo nel Nuovo mondo; i contemporanei s’accordano
a lodarlo d’aver tarpate le minute tirannidi; e molti confessano,
come fu detto di Tiberio, che in lui andavano pari i vizj e le virtù.
Dove non veglino i tirannici ordinamenti che la cristianità sconosce,
neppur l’inettitudine o la malvagità d’un capo abolisce la bontà delle
istituzioni e la consistenza degli intenti.
Ormai però nel papa ricercavasi più il capo dello Stato che quello
della Chiesa; e Giulio II fu tutto spiriti guerreschi quanto un vescovo
del Mille; ricevuto il paese in tale scompiglio, che fin per Roma si
battagliava, seppe ordinarlo, rimise al freno i baroni, e sarebbe
a dirsi un eroe se l’armadura e la fierezza non disconvenissero
al successore del pacifico pescator di Galileo. Senza violenza
procacciatole il possesso d’Urbino, pose ogni cura a rendere robusta
la Chiesa; non fece cardinali di case ricche: ma quando tu il vedi
obbligato ad accampare egli stesso sotto al tiro del cannone, comprendi
d’essere in un’età in cui i re credevano ancora a Dio, non più al papa;
troppo differenti da quando una parola di Gregorio VII bastava a trarli
umiliati dal cuore della Sassonia, a baciare scalzi il suo piede nel
castello di Canossa.
Leone X s’attaccò a spegnere le reliquie degli Ussiti in Boemia,
diffondere il cattolicismo tra i Russi e gli Abissini, fondar chiese
in America; ovvio lo scisma minacciato dal sinodo di Pisa; abolì la
prammatica sanzione in Francia; il lungo e indecoroso litigio sui Monti
di pietà terminò dichiarando non vedervi nulla d’illecito e usurario; e
insinuava concordia a’ principi cristiani per opporli ai Turchi. Sobrio
sempre, trascendeva i rigori ecclesiastici nei giorni di digiuno, e
introdusse la commovente liturgia della settimana santa a Roma. Con
limpida integrità conferiva i benefizj, raccomandando a’ suoi favoriti
non gli facessero conceder grazie di cui dovesse pentire e vergognare,
e piuttosto ai supplicanti soddisfaceva colla propria borsa. Ma
d’altra parte le dignità ecclesiastiche non distribuiva come un premio
d’insigne zelo o d’esemplare bontà, ma spesso dell’ingegno, comunque
applicato; nè mai sì chiaro apparve come lo spirito gentilesco fosse
penetrato fin nella corte pontifizia.
Rampollo di casa dov’erano ereditarie la magnificenza e il patronato
delle belle arti, papa sul fiore degli anni, colto, amabile, agogna
le voluttà dello spirito, e di vedersi attorno faccie contente, e
che tutti abbiano ad acclamare la beatitudine del suo tempo. Ora fa
musica, ed egli accompagna a mezza voce le arie; sconcerta il suo
cerimoniere uscendo senza rocchetto e talvolta fino in stivali; Viterbo
e Corneto lo vedono a cavallo cacciar per giornate intere, pescare a
Bolsena; fa recitare le commedie del Machiavelli e del Bibiena, e ogni
anno chiama da Siena la compagnia comica dei Rozzi; bacia l’Ariosto;
minaccia di scomunica chi ristampasse Tacito o l’Orlando Furioso,
di cui accetta la dedica, come dell’Itinerario di Rutilio Numaziano,
uno degli ultimi pagani accanniti contro il nascente cristianesimo;
aggradisce le annotazioni d’Erasmo al Testamento Nuovo, che poi furono
messe all’Indice; e la dedica del libro di Hutten sulla donazione di
Costantino, dal quale Lutero disse aver attinto tutto il suo coraggio;
e diede ad Aldo Manuzio il privilegio per la stampa delle costui
_Epistolæ obscurorum virorum_.
Convivi abituali teneva un figlio del Poggio, un cavaliere Brandini, un
frà Mariano, tutti buontemponi che inventavano celie e piatti bizzarri,
e che soffrivano qualunque tiro dal papa e da’ suoi. A un de’ Nobili
fiorentino, detto il Moro, «gran buffone e ghiotto e mangiatore più
che tutti gli altri uomini, per questo suo mangiare e cicalare avea
dato d’entrate d’uffizj per ducento scudi l’anno» (CAMBI). Sopra cena
tratteneva sei o sette cardinali dei più intimi, coi quali giocava
alle carte, e guadagnasse o perdesse, gettava manciate di zecchini
sugli spettatori. Le lettere non rispetta come matrone, ma accarezza
come bagasce: se vede alcuno preso da vanità, esso gliela gonfia
con onori e dimostrazioni, finchè divenga il balocco universale;
come avvenne col Tarascon suo vecchio secretario, cui fece persuaso
fosse improvvisamente divenuto gran dotto in musica, onde si pose a
stabilire teorie stravaganti, e diventò matto. Altre beffe faceva a
Giovanni Gazoldo, a Girolamo Britonio poeti, all’ultimo de’ quali fece
applicare solennemente la bastonata per aver fatto de’ versi cattivi.
Camillo Querno improvvisatore, gran beone, gran mangiatore, che gli
si era presentato col poema dell’_Alessiade_ di ventimila versi, e di
sue lepidezze gli ricreava le mense, fu da lui dichiarato arcipoeta.
Il Baraballo abate di Gaeta a forza di encomj fu indotto a credersi
un nuovo Petrarca, e Leone volle incoronarlo; e fattolo mettere s’un
elefante donato da Emanuele di Portogallo, con la toga palmata e il
laticlavio de’ trionfanti, lo mandò per Roma, tutta in festa e parati,
e non guardossi a spese acciocchè il poetastro salisse in Campidoglio
ad onori che l’Ariosto non ottenne.
Questi e simili spassi del papa sono descritti da Paolo Giovio con
un’ilarità, che anch’essa è caratteristica in un vescovo; com’è
notevole la conchiusione a cui riesce, cioè ch’essi sono degni di
principe _nobile e ben creato_, sebbene gli austeri le disapprovino in
un papa[192]. Anche Rabelais francese, frate adoratore della _divina
bottiglia_, e che domandava di professare sopra l’ubriachezza lucida,
passato a Roma, facea rider di sè papa e cardinali, mentre raccoglieva
onde rider di loro nel suo _Pantagruele_, libro stranamente audace,
dove non la perdona tampoco a Cristo.
Buon signore ma papa e principe riprovevole, Leone si avventurò ad
una politica di capriccio, senza concetti elevati, e come un nuovo
ricco sprecò nella pace i tesori accumulati da Giulio II in mezzo alle
guerre, ne cercò di nuovi col vendere indulgenze, o coll’imporre tasse
gravose; impegnò le gioje di san Pietro; nominò trentun cardinali a un
tratto, fra cui due figli delle sue sorelle Orsini e Colonna, mentre da
un pezzo si avea cura di non crescere con dignità il potere di quelle
famiglie; inventò tante cariche da vendere, che a quarantamila zecchini
aumentò le spese annue della Chiesa; e tutto avea consumato quando
morì.
Qual meraviglia se tutta la Corte sua paganeggiava? Si traeva ad
ammirar sugli altari del Vaticano pitturate le amasie de’ pittori, e
le belle di divulgata cortesia nella Vergine della casta dilezione.
Alessandro VI fu dipinto dal Pinturicchio in Vaticano sotto forma
d’un re magio, prostrato avanti una madonna ch’era la Giulia Farnese.
Ligorio, nella villa Pia dei papi eretta per ricreazione, si mostrò
gentilesco non solo nella costruzione, ma nelle scene e nelle figure.
Tiziano ritrasse la regina Cornaro in S. Caterina; il Pordenone
fece Alfonso I di Ferrara inginocchiato davanti a santa Giustina, la
quale era Laura Dianti, druda di lui. Nell’adorazione dei Magi spesso
si ritrassero i Medici, per aver pretesto di porvi in testa quella
corona a cui aspiravano. Nella sacristia di Siena si ammiravano le tre
Grazie ignude; e ignudi abbondavano sull’austera maestà delle tombe
principesche, e fin nelle cappelle pontifizie. A Isotta, amasia poi
moglie di Pandolfo Malatesta signore di Rimini, fu su medaglie e sul
sepolcro dato il titolo di _diva_; e Carlo Pinti nell’epitafio di essa
la dichiarava «onor e gloria delle concubine». In un sepolcro di San
Daniele di Venezia leggeasi _Fata vicit impia_; e Paolo Giovio assunse
per divisa, _Fato prudentia minor_. All’esaltazione di Alessandro VI le
iscrizioni alludevano sempre al nome eroico:
_Cæsare magna fuit, nane Roma est maxima: sextus
Regnat Alexander, ille vir, iste Deus;_
e un’altra:
_Scit venisse suum patria grata Jovem._
Per Leone X si fece quest’epigramma:
_Olim habuit Cypris sua tempora, tempora Mavors
Olim habuit; sua nunc tempora Pallas habet._
Marsilio Ficino provava la divinità di Cristo dall’esser egli stato
predetto da Platone, dalle Sibille, da Virgilio, e dall’avere gli Dei
molto benignamente testificato di lui (_Sulla religione cristiana_):
e loda Giovanni Medici con queste parole: _Est homo Florentiæ missus a
Deo, cui nomen est Joannes. Hic venit ut de summa patris sui Laurentii
apud omnes auctoritate testimonium perhibeat_; e da Plotino fa dire
sopra Platone: _Hic est filius meus dilectus, in quo mihi undique
placeo: ipsum audite_[193]. Leone X eccitava Francesco I contro i
Turchi _per Deos atque homines_. V’è chi chiama Olimpo il paradiso,
Erebo l’inferno, _manes pios_ le anime de’ giusti, _lectisternia_
le maggiori solennità, arciflamini i vescovi, _infula romulea_ la
tiara, _senatus Latii_ il sacro concistoro, _sacra Deorum_ la messa,
_simulacra sancta Deorum_ le immagini dei santi. L’eloquenza sacra
toglieva non solo le forme, ma e le autorità e gli esempj dai classici.
Il Sadoleto, uno dei più pii di quel secolo, dirige una consolatoria
a Giovan Camerario per la perdita di sua madre, tutta vertente sulla
intrepidezza e la magnanimità pagana, senza pur toccare agli argomenti
ben più efficaci della religione. Il Sannazaro invoca le muse per
cantare il parto della Vergine, ma senza mai nominare _Jesus_ perchè
non latino; perchè non è latino _propheta_, fa che Proteo vaticini
al Giordano la venuta di Cristo; chiama Maria _spes fida Deorum_:
l’angelo Gabriele la trova intenta a leggere le sibille (_illi veteres
de more sibyllæ in manibus_): e quand’ella assente, le ombre de’
patriarchi esultano _quod tristia linquant Tartara, et erectis fugiant
Acheronta tenebris, Immanemque ululatum tergemini canis_. Il dotto
e santo vescovo Vida nella _Poetica_ non parla che di Muse e Febo e
Parnaso, come i classici di cui raccozzava gli emistichj, e ai quali,
principalmente a Virgilio, prestava un culto da Dio: fa un poema sul
giuoco degli scacchi, ove alle nozze dell’Oceano colla Terra gareggiano
Apollo e Mercurio: nella _Cristiade_ poi applica a Dio padre tutti i
nomi di Giove (_Regnator Olympi, Superum pater nimbipotens_), il Figlio
è un eroe (_heros_)[194]; Gorgone, Erinni, Arpie, Idre, Centauri,
Chimere spingono gli Ebrei al deicidio: alla cena vien consacrato della
Cerere sincera: sulla croce è porto al morente tristo umor di Bacco
(_sinceram Cerem: corrupti pocula Bacchi_). Nei funerali di Guidobaldo
da Montefeltro l’Odasio recitò nel duomo d’Urbino l’orazione,
dicendo che coi sacramenti amministratigli dal vescovo di Fossombrone
aveva placati gli Dei superi e i mani (_deos ille superos et manes
placavit_), e più d’una volta esclama agli Dei immortali. Le allusioni
gentilesche del Bembo strisciano all’empietà: fa Leon X assunto al
pontificato _per decreto degli Dei immortali_; parla dei doni alla _dea
lauretana_, dello _zefiro celeste_, del _collegio degli auguri_, cioè
quello dei cardinali; chiama _persuasionem_ la fede, la scomunica _aqua
et igni interdictionem_; fa dal veneto senato esortare il papa _uti
fidat diis immortalibus, quorum vices in terra gerit_; e così _litare
diis manibus_ è la messa dei morti; un moribondo s’affrettò _deos
superos manesque placare_; san Francesco _in numerum deorum receptus
est_. Ne’ versi poi anteponeva il piacere di veder la sua donna a
quello degli eletti in cielo[195]; negli _Asolani_ conforta i giovani
ad amare; e al cardinale Sadoleto scriveva: — Non leggete le epistole
di san Paolo, chè quel barbaro stile non vi corrompa il gusto; lasciate
da canto coteste baje, indegne d’uom grave»[196]. Nell’epitafio pel
famoso letterato Filippo Beroaldo egli ne loda la pietà, per la quale
suppone che canti in cielo[197]; eppure i costui versi ostentano gli
amori colla famosa Imperia, e con un’Albina, una Lucia, una Bona, una
Violetta, una Glicera, una Cesarina, una Merimma, una Giulia, le quali
appaja a quella cortigiana; eppure era prelato.
Il cardinale Bibiena si fece fabbricare sul Vaticano una villa,
di voluttuose ninfe dipinta da Rafaello; sovrantendeva alla parte
splendida della corte di Leone X, dirigeva i carnasciali e le
mascherate; persuase il papa a far rappresentare la _Mandragora_ del
Machiavelli e la propria _Calandra_, le cui scene da postribolo fecero
ridere Leone che v’assisteva in palco distinto, e Isabella d’Este e
le più eleganti dame d’Italia. Chi pari a lui per indurre alle pazzie
i meglio assennati?[198] Si congratulava che Giuliano dei Medici
menasse a Roma la principessa sua moglie, e «la città tutta dice, —
Or lodato sia Dio, che qui non mancava se non una corte di madonne, e
questa signora ce ne terrà una, e farà la croce romana perfetta»[199].
Accanto a loro monsignor della Casa componeva capitoli di trascendente
lubricità, e domandava il cappel rosso non per le virtù proprie, ma «in
mercè delle perpetua fede e della sincera ed unica servitù che avea
sempre dimostrata ai Farnesi». E questi, e il Bembo, e il cardinale
Ippolito d’Este, e tropp’altri ostentavano figliuoli.
Che la forma non alteri le idee, rado avviene; e il ravvivato splendore
dell’antichità abbagliava per modo, da non lasciar più vedere il
cristianesimo. Il Guicciardini, il Paruta, il Machiavelli, il quale
credeva all’astrologia e non a Cristo, sanno ammirare unicamente la
civiltà anteriore al cristianesimo; Marsilio Ficino accende una lampada
al busto di Platone. Più avanti si procedeva, e le due opposte scuole
de’ Platonici e degli Aristotelici s’accordavano nell’osteggiare
o almeno mettere da banda la religione, e in nome della filosofia
sostenevano chi la mortalità dell’anima, chi l’unità dell’intelligenza,
chi l’ispirazione individuale; men tosto eretici che pagani; non
combattendo l’evangelica predicazione, ma affettando che mai non fosse
sonata.
Primo sintomo n’era la smisurata superbia, ciascun di quei dotti
credendo suprema la propria scienza, come il viaggiatore crede il
più eccelso il vertice del monte ove a stento si arrampicò. De’
filosofi, alcuni stavano fedeli ad Aristotele, meglio conosciuto
dacchè studiavasi il greco; Leonico Tomeo veneziano ne impresse una
traduzione, molti attesero a interpretarlo, altri a rammodernarlo
mescolandovi un poco d’arabo, di scolastico, di platonico, di
cristiano, sì da formarne un bastardume indicifrabile, ma anche
sterile. L’arabo Averroe, il più vantato suo commentatore, il quale
sosteneva l’unità e l’immortalità delle anime e Dio essere il mondo,
era stato da Pietro d’Abano introdotto nell’Università di Padova, ove
pose radici (t. VIII, p. 156): Gaetano Tiene assodò colà, Nicolò Vernia
diffuse ad altre terre l’insegnamento dell’unità dell’intelletto, la
quale al fine del Quattrocento regnava nelle scuole venete, come il
platonismo[200] nelle toscane: Regiomontano dava lezioni pubbliche
a Padova sopra Al-Fargani, e bene avanti nel secolo XVII durò colà
quel realismo razionalista, sotto il quale ammantavasi il pensare
indipendente.
Francesco Patrizio illirico, che presunse fondare una filosofia
nuova, esortava il papa a sbandire Aristotele come repugnante al
cristianesimo, mentre in quarantatre punti vi aderiva Platone. E a
Platone prestava culto Marsilio Ficino quanto a Cristo, vi trovava
l’intuizione de’ misteri più profondi, il _Critone_ considerava come un
secondo vangelo caduto dal cielo; ma Michele Mercato, un de’ suoi più
diletti scolari, non sapea torsi i dubbj sull’immortalità dell’anima.
Ed ecco una mattina costui è svegliato dal correre d’un cavallo e da
una voce che il chiama a nome; s’affaccia, e il cavaliero gli grida:
— Mercato, è vero». Egli avea pattuito col Ficino che, qual dei due
morisse prima, darebbe certezza all’altro delle cose d’oltre tomba; e
Ficino era appunto spirato in quell’istante.
Pietro Pomponazzi mantovano, cattivo filologo e debole logico,
ma arguto e vivace parlatore, tormentato dai dolori di Prometeo
nell’incertezza del vero, e nell’accorgersi che la ricerca di questo
rende beffati dal vulgo, perseguitati dagl’inquisitori[201], dubita
fin della Provvidenza e dell’individualità dell’anima; promuove
discussioni, senza riguardo ai dogmi nè alla disciplina; schiera
le argomentazioni più speciose a provare che colla ragione non
può dimostrarsi l’immortalità dell’anima nè il libero arbitrio; fa
inventate dagli uomini le idee morali e le postume retribuzioni[202].
Sulla predestinazione erano allora comunemente accettate le decisioni
di san Tommaso, e il Pomponazzi non esita a contraddirlo, e — Se
fosse vero (dice) quel che molti Domenicani asseriscono, che quel
santo avesse ricevuto realmente e davanti molti testimonj tutta la sua
dottrina filosofica da Gesù Cristo, non oserei porre dubbio su veruna
delle sue asserzioni, per quanto mi sappiano di false e impossibili, e
ch’io vi veda illusioni e decezioni piuttosto che soluzioni: perocchè,
come dice Platone, è empietà il non credere agli Dei o ai figli degli
Dei quand’anche sembrino rivelar cose impossibili. Vero però o no che
sia il racconto, io citerò di lui su tal soggetto cose che ispirano
gravi dubbj, de’ quali e dagl’infiniti uomini illustri della sua
_setta_ attendo la risoluzione».
Vedete bel modo d’accettare la tradizione religiosa! E nel trattato
delle _Incantagioni_ professa tenersi alla natura qualvolta i
ragionamenti bastano a dar ragione di fenomeni per quanto straordinarj;
e spiega moltissimi avvenimenti prodigiosi e miracoli, lasciando
a parte quei del vangelo. Ricorre anche alla teurgia, alla quale
arrivavano gli Aristotelici ragionando, come i Platonici contemplando,
mercè degli studj orientali e della cabala, che derivava dalla parole
di Ormus e precedeva quella di Hegel. Secondo il Pomponazzi, ogni
cosa è concatenata in natura, onde i rivolgimenti degli imperi e delle
religioni dipendono da quelli degli astri; i taumaturghi sono fisici
squisiti, che prevedono i portenti naturali e le occulte rispondenze
del cielo colla terra, e profittano dei momenti in cui le leggi
ordinarie sono sospese per fondare nuove credenze; cessata l’influenza,
cessano i prodigi, le religioni decadono, e non lascerebbero che
l’incredulità, se nuove costellazioni non conducessero prodigi e
taumaturghi nuovi.
L’opera sua fu bruciata pubblicamente a Venezia; tolta a confutare
da Alessandro Achillini averroista scolastico e da altri; eppure
alla Corte di papa Leone la difese il Cardinale Bembo e le continue
proteste di sommessione e la condotta intemerata salvarono dalla
persecuzione l’autore, il quale seguitò a professare sicuramente a
Bologna, dopo morte fu onorato d’una statua, e deposto nella sepoltura
d’un cardinale. Non piccolo effetto esercitò egli sul suo tempo; e
qualora un professore cominciasse le solite dissertazioni, i giovani
interrompevano gridando: — Parlateci delle anime», per conoscere subito
il suo modo di vedere nelle quistioni fondamentali.
Facilmente da noi ogni sentimento divien passione, e gli scrittori
contemporanei ci sono prova che quei pensamenti non erano un fatto
isolato; certo vi aderirono Simone Porta, Lazzaro Bonamico, Giulio
Cesare Scaligero, Giacomo Zabarella, Simone Porzio, la cui opera
sull’anima è detta dal Gessner «più degna d’un porco che d’un
uomo», eppure non gli partorì disturbi. Andrea Cesalpino, illustre
naturalista, fa nascere le cose spontaneamente dalla putredine,
mediante il più intenso calore celeste. Galeotto Marzio di Narni,
nelle dissertazioni di filosofia avendo posto che, chi vive secondo i
lumi della ragione e della legge naturale otterrà l’eterna salute, fu
côlto dall’Inquisizione a Venezia, e s’un palco colla mitera di carta
dipinta a diavoli, obbligato a ritrattarsi. Non ebbe maggior castigo in
grazia della protezione di Sisto IV ch’era suo allievo; e ritiratosi
in Ungheria, dove fu bibliotecario e educatore del figlio di Mattia
Corvino, ne uscì per seguitare Carlo VIII in Italia, dove cascando di
cavallo, si ruppe la persona. Nell’inedito suo libro _De incognitis
vulgo_ i dogmi nostri confronta con quelli de’ pagani, nell’evidente
intenzione di mostrare che non sono meno credibili questi che quelli.
Mattia Palmieri, nella _Città della vita_, poema inedito, proclama la
trasmigrazione delle anime, e nella orazione funebre recitatagli in
chiesa, Alamanno Rinuccini mostrava deposto sul cadavere di lui quel
libro, dove cantava come l’anima, sciolta dalla terrena soma, per varj
luoghi girava, finchè giungesse alla superna patria.
Agostino Nifo (_De intellectu_) sosteneva non esistere che un’anima ed
un’intelligenza, sparsa in tutto l’universo, che vivifica e modifica
gli esseri a sua voglia; pure Pietro Barozzi, vescovo di Padova, lo
campò dalle minaccie, e Leon X il favorì, e pagollo perchè confutasse
il Pomponazzi. Speron Speroni, a Pio IV che gli diceva, — Corre voce
in Roma che voi crediate assai poco», rispose: — Ho dunque guadagnato
col venirci da Padova, ove dicono che non credo nulla»; e poco prima di
morire esclamò: — Fra mezz’ora sarò chiarito se l’anima sia peribile
o immortale»[203]. Cesare Cremonino da Cento, professore a Ferrara
e a Padova, troncava in modo risoluto e antifilosofico l’accordo tra
la fede e la filosofia col dire: _Intus ut libet, foris ut moris_; e
morto ottagenario dalla peste, anche dal sepolcro (almen lo dissero)
volle protestare contro l’immortalità, mediante l’epitafio _Hic jacet
Cremoninus totus_. Quando Erasmo da Rotterdam, il maggior erudito e
forse il più franco pensatore fra i Tedeschi, fu a Roma, alcuno volle
provargli non correre divario tra le anime degli uomini e delle bestie;
e «non pareva fosse gentiluomo e buon cortigiano colui che de’ dogmi
non aveva qualche opinione erronea ed eretica»[204].
Ecco perchè Leon X proibì d’insegnare Aristotele nelle scuole, e nel
concilio Lateranese V ordinò di smettere la distinzione che faceasi
delle opinioni, false secondo la fede, e vere secondo la ragione,
ed esser eretico chi insegnasse una sola esser l’anima razionale,
partecipata a tutti gli uomini, mentre invece è la forma dei corpi
moltiplicata a norma di quelli; e ingiunse che gli ecclesiastici
studenti nelle Università non si applicassero più di cinque anni
alla filosofia o alla poesia, senza unirvi la teologia e il diritto
pontifizio.
Giovanni Pico della Mirandola a ventiquattr’anni mandava per Europa una
sfida a sostenere novecento tesi, dialettiche, morali, fisiche, ecc.,
quattrocento delle quali avea dedotte da filosofi egizj, caldaici,
arabi, alessandrini, latini[205], e le altre avevano opinioni sue,
dichiarando sottomettersi alle decisioni del papa. E il papa le proibì.
Ricco signore, innamorato degli studj, caro al magnifico Lorenzo,
dai dotti della costui Corte aveva attinto quel misto di cabala,
gnosticismo, neoplatonismo, giudaismo, che univasi colla letteratura
gentilesca, col filosofare di Aristotele, d’Epicuro, d’Averroe,
per gettare gli spiriti nel dubbio e in quel che ora intitoleremmo
razionalismo. E a questo era giunto Pico, sebbene professasse rispetto
per la santa Sede, e avesse mostrato le sue tesi a teologi provati;
ma tredici principalmente furono dal pontefice disapprovate, dopo
maturo esame. Le difese egli in un’apologia, poi le sostenne di nuovo
nell’_Heptaplus de septiformi sex dierum geneseos enarratione_, nel _De
Ente et Uno_, opere scolastiche, dal cui gergo non è così agevole il
trarre un chiaro concetto. Riducesi però a mettere d’accordo Platone
e Aristotele, e la teologia pagana colla mosaica e cristiana: aver
Cristo confidato arcanamente alcune verità a discepoli suoi, tramandate
a voce, il conoscere le quali è «fondamento grandissimo della fede
nostra», e non vi si giunge che per mezzo della cabala, dalla quale
per es. si impara perchè Cristo dicesse d’esistere prima d’Abramo,
perchè dopo di sè mandasse il Paracleto, perchè venisse egli coll’acqua
del battesimo, e lo Spirito Santo col fuoco. Vantavasi d’aver egli
primo in Italia reso ragione dell’aritmetica teologica di Pitagora;
l’unità numerica fondarsi sull’unità metafisica, la quale è al dissopra
dell’ente. Fidato nella cabalistica, interpreta liberamente Mosè, che
a prima vista sembra grossolano, attesa la legge degli antichi savj di
velar le cose sublimi: altrettanto fece Cristo parlando per parabola
al vulgo; e perciò san Giovanni, il meglio istrutto negli arcani, non
scrisse che tardissimo, e san Paolo ricusava il vital nutrimento ai
Corintj, ancora carnali, e Dionigi areopagita esortava a non mettere
in carta i dogmi più reconditi. Egli dunque, spiegando il genesi,
anche dove non s’abbandona alla fantasia, lo tratta come un mito, che
riconosce in fondo a tutte le religioni antiche; la qual conciliazione
tenta pure pei misteri cristiani, che rintraccia nella parte recondita
delle filosofie.
Ognun vede sin dove avesse a portare un tale eclettismo, molto
divulgato alla Corte de’ Medici, e per nulla attenuato dalle
ripetute proteste di soggezione alla Chiesa, mentre alla Chiesa volea
sostituirsi nella definizione del dogma. E a ciò tendeva Pico per mezzo
della cabala e dello studio dell’ebraico; e ne vennero quelle tesi,
fra cui v’era che Cristo non discese agli inferni con reale presenza,
ma solo coll’effetto; che al peccato mortale di tempo finito non deesi
pena infinita; che niuna scienza ci certifica della divinità di Cristo
quanto la magìa e la cabala; le parole _hoc est corpus meum_ sono
ricevute materialmente, non con un vero senso; l’anima nulla intende
distintamente se non se stessa.
Niuna meraviglia dunque se, mentre i suoi libri erano applauditi come
cosa più che umana dalla Corte e dalle accademie, Roma li riprovava, e
Innocenzo VIII, malgrado le raccomandazioni del magnifico Lorenzo[206],
mai non volle ritirarne la condanna. Pico, sempre più ingolfato negli
studj, non sapea però darsi pace d’avere incorso la disapprovazione
papale, si riprotestava di sentimento cattolico, per quanto vi fossero
persone che lo istigavano a rompere affatto con Roma, ed eccitare
un grande scandalo. Che anzi Pico disputava con Ebrei, affatto
razionalisti; contro di essi sosteneva la fedeltà di san Girolamo
nella traduzione dei salmi; voleva anche scrivere una grand’opera
per confutare i sette nemici della Chiesa; ma non fece che la parte
contro gli astrologi; macerava il corpo; consumava le veglie sulle
sacre carte, e dopo che Alessandro VI lo assolse d’ogni censura, morì
piamente in man de’ Domenicani, l’abito dei quali voleva vestire. Così
erano sobbalzate le menti fra il dogma e il dubbio.
Ma dietro alle sottilità astratte erasi insinuato un materialismo
semplice e pratico, e i moderati credevano prestare omaggio alla fede
col non riflettervi, accettare le credenze senza studio nè esame;
ingerendosi così un’accidia voluttuosa che, come in tempi a noi vicini,
chiamava spirito forte l’indifferenza, e lo sdrajarsi col bicchiere in
mano e spegnere i lumi.
Ben è degna d’osservazione la franchezza con cui dappertutto, ma più
in Italia, si censuravano gli abusi insinuatisi nella Chiesa. Dante e
Petrarca fulminarono la Corte romana, eppure non ne furono riprovati,
nè tampoco proibiti i loro libri. Il Boccaccio, se in frà Cipolla non
fa che canzonar gli spacciatori di reliquie, e in ser Ciappelletto le
bugiarde conversioni, precipita affatto al razionalismo nella famosa
storia dell’anello. Gli altri novellieri ridondavano di arguzie e
d’avventure a carico dei monaci, e nessun peggio del Novellino di
Masuccio salernitano[207].
La satira, impotente e contro l’Impero e contro i tiranni, si esercitò
contro la lassa disciplina. Il Poggio, segretario che fu di tre papi,
descrivendo in lettera a Leonardo Bruno il supplizio di Giovanni Huss
e Girolamo da Praga, per compassione di essi inveisce contro Roma: le
invereconde sue _Facezie_, ove insieme col vulgo e cogli aristocratici,
cogli eruditi e coi parlatori, sono berteggiati gli ecclesiastici
e la Corte pontifizia, si stamparono in Roma stessa il 1469. Gian
Francesco Pico della Mirandola nel concilio Lateranese pose al pallio
l’ambizione, l’avarizia, la scostumatezza del clero, con una franchezza
che nessun eretico la ebbe maggiore, attestando il comune desiderio
d’una riforma. Giorgio Trissino, placido ingegno, ch’ebbe onori e
incarichi fin di ambascerie da due papi, nella _Italia liberata_
s’avventa contro i preti, i quali «spesse volte han così l’animo alla
roba, che per denari venderiano il mondo», e da un angelo fa vaticinare
a Belisario la corruzione in cui cadrebbe la Corte romana, sicchè i
papi non penserebbero che a rimpolpare i loro bastardi con ducati,
signorie, paesi; conferire sfacciatamente cappelli ai loro mignoni e
ai parenti delle loro bagasce; vendere vescovadi, benefizj, privilegi,
dignità, o collocarvi persone infami; per denaro dispensare dalle
leggi migliori, non serbar fede, trarre la vita in mezzo a veleni e
tradimenti, seminar guerre e scandali fra principi e cristiani, sicchè
i Turchi e i nemici della fede se n’ingrandiscano; e conchiude che il
mondo ravvedutosi correggerà questo sciagurato governo del popol di
Cristo.
Non era il concetto medesimo, per cui, nel secolo precedente, alcuni
pii aveano fantasticato la venuta d’un papa angelico? Del resto il
dire che la Corte romana fosse corrotta, venale la dateria, ribalda la
sua politica, sprezzar le scomuniche, ridere dei frati, disapprovare
il mercimonio delle indulgenze, impugnar le decretali, erano azioni
consuetissime in Italia.
Vaglia il vero, quando un potere non è contestato, e agli occhi di
tutti serba il carattere sacro, si può giudicarlo eppur venerarlo, nè
reca pericolo il biasimo che si porti sugli abusi non sull’essenza,
e al quale non aggiustano idea d’insulto chi lo fa, nè idea d’offesa
chi lo riceve. Ben d’altro passo procede la cosa quando, mancato
il rispetto irriflessivo, si sottilizza il discorso, si diffonde la
dottrina, s’insinua il dubbio erudito o la beffa religiosa. Con altra
moderazione, ma anche piissimi uomini e molti vescovi nelle prediche
e nelle pastorali gemevano degli abusi ecclesiastici, e reclamavano un
rimedio. Il cardinale Sadoleto, stretto cattolico, nelle lettere ripete
costantemente questa necessità[208], e Girolamo Negro dice che esso «ha
in animo di scrivere un libro _De republica_, e di crivellar tutte le
repubbliche del nostro tempo, _præcipue_ quella, non della Chiesa ma
dei preti». Senza ritornare sul Savonarola, il primo anno di Leon X,
un frà Bonaventura predicava a Roma d’essere il salvatore del mondo,
eletto da Dio, la cui Chiesa avrebbe capo in Sionne; e più di ventimila
persone accorsero baciandogli i piedi come a vicario di Dio; scrisse un
libro «della apostatrice cacciata e maledetta da Dio meretrice Chiesa
romana», ove scomunica papa, cardinali, prelati, predica che egli
battezzerà l’impero romano, eccita i re cristiani ad accingersi d’armi
ed assisterlo, e massime esorta i Veneziani a tenersi in accordo col re
di Francia, il quale è scelto da Dio ministro onde trasferir la chiesa
di Dio in Sionne, e convertire i Turchi. Nel 1516 fu arrestato e messo
in castel Sant’Angelo[209].
«Il dì vigesimoprimo d’agosto del 1515, a Milano venne uomo secolare,
di forma grande, sottile e oltremodo selvaggio, scalzo, senza camicia,
col capo nudo, e capelli aggricciati e barba irsuta, e di magrezza
quasi un altro Giuliano romita; solo avendo una vesta di grosso panno
lionato; e il viver suo era pane di miglio, acqua, radici e simili
cose; e a dormire solo un desco, o vero la nuda terra gli bastava.
Andò dal vicario dell’arcivescovo per intercedere licenza di poter
predicare; ma esso non gliela volle concedere; non pertanto egli il dì
seguente cominciò nel duomo a predicare il verbo di Dio, e continuò
sino a mezzo settembre, con tanta grazia di lingua, che tutta Milano
vi concorreva. E dopo che aveva finito il predicare, se ne andava
all’altare della Madonna, e a terra gittandosi, vi stava per un gran
pezzo (credo) in orazione; e ogni sera poi alle ventitre ore faceva
suonare la campana di esso duomo, d’onde molta gente vi concorrea
con i lumi accesi a dire la _Salve Regina_; ma prima che la dicesse,
stava circa mezz’ora in terra carpone. Denari in elemosina per modo
alcuno non volea; e chi glieli offeriva, li facea donare all’altare
della Madonna. Ma troppo era nemico de’ preti, e molto più de’ frati;
e a ogni predica rimproverava loro grandemente, dicendo che la loro
professione, la quale dovria esser povertà, castità e obbedienza,
solamente era di rinunciare la fame e il freddo e le fatiche, e
d’ingrassarsi nelle buone pietanze per amor di Dio; e quegli i quali
non devono toccar denari, non solamente possedono de’ suoi, ma e
dell’avere d’altrui divengono guardatori»[210].
Che più? la Chiesa confessava que’ disordini, e s’affaticava al riparo.
Il concilio Lateranese era stato raccolto da Giulio II specialmente
nell’intesa di correggere gli abusi curiali; e a ciò dirizzollo Leon
X, che lo trasse a termine. I discorsi ivi recitati versano incessanti
sulla necessità della riforma; e singolarmente quello tenuto alla nona
sessione da Antonio Pucci, magnifica l’eccellenza della Chiesa, perchè
maggiore appaja il dovere di rivocarla alla pristina purezza. Tutti, ma
egli maggiormente, deploravano che a ciò si opponessero le nimicizie
de’ principi cristiani; che, mentre tutti rigurgitavano di denaro,
di popolazione, d’armi, di vigore, di genio, non sapessero adoprarli
che ad empire il mondo d’ostilità reciproche, invasioni, correrie,
saccheggi, incendj, micidj d’innumerevoli adoratori di Cristo: — O
cuori affamati dei re, non mai satolli delle innocenti viscere de’
popoli! o terra assetata, gonfia da un fiume fumante di cristiano
sangue! o cieca rabbia dei demonj, non calmata dagli innumerevoli
macelli umani! Da vent’anni cinquecentomila Cristiani furono sgozzati
di spada, e ancor n’avete fame? e ancor sitite sangue?» Ma un male
ancor peggiore dichiarava, l’essersi provocata la collera di Dio con
tante colpe; nè poter sopirsi la guerra esterna finchè non fosse tolta
l’interiore dei vizj: — Vedete il secolo, vedete i chiostri, vedete il
santuario; quali enormi abusi a correggere! Dalla casa di Dio bisogna
cominciare, ma non fermarsi là»[211].
I decreti di riforma pubblicati in quel concilio sono eccellenti;
vescovi non prima dei ventisette anni, nè dei ventidue gli abati; non
si potranno dare in commenda i monasteri; non si permetterà di cumular
benefizj se non per valide ragioni; i cardinali sorpassino gli altri
per vita esemplare, recitino l’uffizio e la messa; nella casa e ne’
mobili non ostentino fasto mondano, nè nulla di sconveniente alla
vita sacerdotale; evitino però anche l’avarizia, dovendo la casa d’un
cardinale esser porto, rifugio, ospizio a tutte le persone dabbene,
alle dotte, alle nobili decadute; trattino cortesemente i forestieri,
decentemente gli ecclesiastici, umanamente i poveri; visitino ogn’anno
la loro chiesa, non ne sprechino i beni; sappiano quali paesi sono
infetti d’eresie o superstizioni, o dove rilassata la disciplina, o
minacciata di danno, e ne informino il pontefice, suggerendo i rimedj.
Ordini conformi si danno agli uffiziali della Corte romana e a tutto il
clero.
Un decreto ancor più memorabile vi si emanò: — La stampa, per favore
divino perfezionatasi ai nostri giorni, è opportunissima a esercitare
gl’intelletti, e formare eruditi, de’ quali godiamo veder abbondante
la Chiesa. Pure udiamo lamenti che molti imprimano opere contenenti
errori e dogmi perniciosi, e ingiurie a persone anche elevate in
dignità; sicchè i libri, invece di edificare, guastano la fede e i
costumi. Affine dunque che un’arte, felicemente trovata a gloria di
Dio, incremento della fede e propagazione delle scienze utili, non
divenga pietra d’inciampo ai fedeli, e volendo che essa prosperi tanto
più quanto più vigilanza vi si apporterà, stabiliamo che nessun’opera
si pubblichi se prima non sia riveduta dal maestro del sacro palazzo o
dai vescovi, che vi metteranno la propria firma gratuitamente e senza
indugio».
E certamente un’alta e sincera volontà avrebbe potuto ricondurre a
chiaro e cristiano scioglimento e a pacifica mediazione la sciagurata
discrepanza delle idee pratiche e la complicazione degli interessi
ecclesiastici e religiosi coi politici e secolari, e ingiovanir
la Chiesa senza farla a pezzi nè buttarla nella caldaja di Medea,
consolidando l’unità non distruggendola. Sciaguratamente intrometteansi
le passioni politiche ad esacerbare le piaghe, e impedire i rimedj
calmanti; Giulio II, scialacquando scomuniche per interessi mondani,
provocò in Francia un ricolpo, espresso dal conciliabolo di Pisa,
e prorompente anche in popolareschi drammi a tutto vilipendio della
Corte romana. La Germania da un pezzo strillava del denaro che fluiva
a Roma, e viepiù da che la curia papale si pose a capo della resistenza
contro i Turchi, sicchè di nuove imposte e decime dovea sempre gravare
per guerre che poi non sempre s’intraprendevano, o non riuscivano
prospere[212]. La dieta d’Augusta del 1510 levò querele contro le
pretensioni pontifizie, minacciando, se non vi si ponesse riparo, una
generale rivolta contro il clero.
Dal continuo mescolarsi de’ Tedeschi nelle vicende italiane era
stata acuita la naturale antipatia delle istituzioni e delle
nature germaniche contro le romane; e i nostri odiavano quelli come
prepotenti, essi disprezzavano noi come fiacchi, e nella superiorità
dell’ingegno scorgeano soltanto furberia e mala fede. Lo spirito
romano che riunisce, e il germanico che separa, aveano lottato
incessantemente: e mentre quello avviava all’unità giuridica, politica,
religiosa, attuata anche nell’istituzione dell’Impero, questo tendeva
a separare, sia nei feudi, o nei Comuni, o nelle minute signorie
tedesche; ed oggi pensava farlo nella religione. Che se l’opposizione
religiosa in Italia era ironica, beffarda, scettica, negava ma
sottometteasi; in Germania, all’incontro, procedea positiva, credente,
collerica, e proponeasi di demolire per rifabbricare. Ai nostri
spettava il merito d’aver dissonnato la ragione col pensiero, colla
libertà dell’arte, collo studio dei classici; ma la Germania sprezzava
l’arte italica, quanto gl’italiani vilipendevano la scienza tedesca:
infelice dissenso, per cui questa inaridì a segno da parere destituita
d’ogni applicazione vitale, mentre la letteratura nostra riducevasi a
un trastullo, a una distrazione dello spirito. E spesso i Tedeschi la
appuntavano di scostumata, e Puyherbault diceva[213]: — A che buoni
cotesti scribacchianti d’Italia? ad alimentar il vizio e la mollezza
di cortigiani azzimati e di donne lascive; a stimolare le voluttà,
infiammare i sensi, cancellar dalle anime quanto v’avea di virile. Di
molto siam debitori agl’Italiani, ma togliemmo da loro anche troppe
cose deplorabili. I costumi di colà sentono d’ambra e di profumo; le
anime vi sono ammollite come i corpi; i libri loro nulla contengono
di gagliardo, nulla di degno e di potente, e piacesse a Dio avesser
tenute per sè le opere loro e i loro profumi! Chi non conosce Giovan
Boccaccio, Angelo Poliziano, il Poggio, tutti pagani piuttosto che
cristiani? A Roma Rabelais immaginò il suo _Pantagruele_, vera peste
dei mortali. Che fa costui? qual vita mena? tutto il giorno a bere, far
all’amore, socratizzare, trae al fiuto delle cucine, lorda d’infami
scritti la miserabile sua carta, vomita un veleno che lontan si
diffonde in ogni paese, sparge maldicenza e ingiurie su ogni ordine di
persone, calunnia i buoni, dilania i savj; e il santo padre riceve alla
sua tavola questo sconcio, questo pubblico nemico, sozzurra del genere
umano, tanto ricco di facondia quanto scarso di senno».
In Germania dunque la guerra già caldeggiava, benchè non ancora
dichiarata. Erasmo da Rotterdam, dottorato a Torino il 1506 e accolto
a Roma coll’affetto che prodigavasi ai cultori delle lettere, fino ad
arrestarsi i cardinali ed il papa per salutarlo, deliziavasi di quei
troppo facili costumi, e a Fausto Anderlini descriveva quelle voluttà,
«per le quali (diceva) non rincrescerebbe rimaner dieci anni esule
dal tetto paterno»[214]. Talento universale, umore comico, spirito
filosofico, or coll’ironia or colla dottrina sbertava i monaci, tipi
dell’ignoranza, del libertinaggio, della ghiottornia; e — C’è uom al
mondo che campi più beatamente e con meno pensieri che questi vicarj
di Cristo? Per Iddio credono aver fatto abbastanza quando, in mezzo
delle più fastose cerimonie, in un mistico e quasi teatrale apparato,
la loro santità viene a trinciar benedizioni o slanciare anatemi...
Che dirò di quelli che colla fiducia delle indulgenze addormentano le
coscienze, e quasi con l’oriuolo misurano la durata del purgatorio, ed
a puntino ne calcolano i secoli, gli anni, i giorni, le ore? Non v’è
mercante nè soldato o giudice che, coll’offrire uno scudo dopo rubatine
migliaja, non presuma lavare ogni labe della sua vita». Eppure costui
non ruppe colla Chiesa, ma della propria perplessità si fece una fede,
sicchè rappresenta quel torbido d’indifferenza, ove il dubbio risparmia
qualche tradizione.
Ulrico di Hutten, cavaliere tedesco, tutto entusiasmo pel suo paese,
sentendolo a Roma beffare da sette giovani, li sfida tutti; poi
nella _Trinità romana_ sostiene che da Roma si riportino tre cose,
mala coscienza, stomaco guastato, borsa smunta; che tre cose ivi non
vi si credono, l’immortalità dell’anima, la risurrezione dei morti,
l’inferno; che di tre cose vi si fa commercio, grazia di Cristo,
dignità ecclesiastiche e donne. Dappoi fu detto il Demostene tedesco
per le sue filippiche contro il papa; e peggior danno fece colle
_Epistolæ obscurorum virorum_, ove canzona i frati e i teologanti[215].
E a Roma capitò pure, mandato per non so quale quistione insorta fra’
suoi Agostiniani, frà Martin Lutero, nato ad Eisleben l’anno che il
Savonarola cominciò a predicare a Firenze, poi professore di teologia
alla nuova Università di Wittemberg. In Lombardia prende scandalo d’un
convento (1510) provvisto di trentaseimila zecchini di rendita: trova
però dappertutto «gli ospedali ben fabbricati, ben provvisti, con
buona dieta, servigiali attenti, medici esperti, letti e biancherie
pulite, l’interno degli edifizj ornato a pitture. Appena un malato v’è
condotto, gli si tolgono gli abiti facendone nota per custodirli, è
vestito d’un palandrano bianco, messo in un buon letto; gli si menano
due medici; gli spedalinghi dangli a mangiar e bere in vetri limpidi
che toccano appena colle dita. Poi signori e matrone onorevoli vengono
velate per servire i poveri, di modo che non si sa chi sieno. A Firenze
ho veduto ricoveri, ove i gettatelli son nutriti che meglio non si
potrebbe, allevati, istruiti, tutti in abito uniforme».
Giunto alla gran città, Lutero visita le cappelle, crede tutte le
leggende, prostrasi alle reliquie, sale ginocchione la scala santa.
Stupisce di quella pulizia severa, per cui di notte il capitano
scorre la città con buone scolte, punisce chi coglie, e se ha armi
lo appicca o getta nel Tevere; ammira il concistoro e il tribunale
della sacra Rota, ove gli affari sono istruiti e giudicati con tanta
giustizia[216]. Ma l’anima sua, manchevole d’amore e d’umiltà, nulla
comprende alla poesia del nostro cielo, delle nostre arti, al vedere
tanti capolavori d’antichi, emulati dai nuovi colla penna, collo
scalpello, coi colori, e sotto al manto papale raccolto uno stuolo
di sublimi ingegni, uno dei quali basterebbe ad immortalare un paese,
un’età. Uggiato, trova piovoso il clima, disagiati gli alberghi, aspro
il vino, micidiale l’acqua, l’aria febbrile, e una natura meschina
quanto gli uomini; fra le splendidezze del culto e la magnificenza
de’ pontificali non calcola se non quanto denaro costano, e con che
modo questo procacciavasi; resta scandolezzato ai reprobi costumi,
agli aneddoti che spacciavansi sul conto di Leon X, alla sbadataggine
di quei preti che «dicevano sette messe nel tempo ch’egli una sola»,
talchè i cherichetti gli ripetevano — Passa, passa»[217]; alla venalità
della curia, disposta a dire come Giuda, — Quanto mi date? ed io ve lo
tradirò».
Rimpatriato con tali sentimenti (1512), s’ingolfò a studiar la Bibbia
in greco e in ebraico; quando de’ suoi studi venne a stornarlo il
dispetto per la vendita delle indulgenze. I concilj di Vienna, di
Costanza, di Laterano aveano colpito di severo divieto questo traffico;
ma Leone X credette sorpassarvi pel nobile oggetto di raccoglier fondi
a due grandi imprese, la crociata contro Selim granturco, e l’erezione
d’un tempio, al quale come ad immagine visibile tutti i Cristiani
contribuissero[218]. Il medioevo nulla avrebbe trovato a ridirvi;
ma le nazioni già prendeano il volo fuori del nido in cui aveano
messe le penne; i principi, bisognosi di denaro, chiedeano parte a
quest’insolito genere d’entrata, e voleano trafficar le indulgenze come
trafficavano i voti per la corona imperiale.
Giovanni Tetzel, domenicano di Pirna, dal nunzio Arcimboldo e
dall’arcivescovo elettore di Magonza incaricato di riscuotere il prezzo
delle bolle in Germania[219], adempì scandalosamente quest’uffizio,
traversando la Sassonia con casse di cedole bell’e firmate; dove
arrivasse alzava una croce in piazza, spacciava la sua merce nelle
taverne, e — Comprate, comprate (diceva), che al suon d’ogni moneta che
casca nella mia cassetta, un’anima immortale esce dal purgatorio»; e il
popolo a calca versava talleri in cambio delle perdonanze[220].
— Farò un buco in questo tamburo», esclama Lutero indignato a quella
profanità; ad alcuni che le aveano comprate nega l’assoluzione se non
riparassero il mal fatto e si correggesse e alla chiesa di Wittemberg,
nella solenne occorrenza dell’ognissanti (1517), affigge novantacinque
tesi, sostenendo esservi abuso nelle indulgenze, e appartenere a Dio
solo tutto il bene che l’uomo può fare.
L’abuso confessato sarebbe potuto togliersi senza rompere l’unità
della Chiesa; ma ogni cosa era preparata di maniera, che poca favilla
destasse inestinguibile vampa. Lutero, benchè professasse sottomettersi
alla decisione del papa, predicando su questa materia sbraveggia in
tono di sfida; e dall’applauso popolare fatto confidente in sè e nella
lettera della Bibbia, conculca la tradizione e la scuola, richiama ai
primi tempi della Chiesa, aprendo così l’avvenire con un appello al
passato.
Tosto gli sorgono contraddittori: ma da una parte col sentenziare
d’eresia ogni divergenza d’opinione si spingevano molti nel campo
nemico; dall’altra le dispute faceano il solito uffizio di approfondar
viepiù il frapposto fosso; si trascorreva dal censurare gli abusi
all’intaccare i principj; dall’asserire che i prelati trascendevano, al
revocare in dubbio la legittima potestà del papa e perfino l’autorità
sua in materia di fede; e quando appunto le minacce dei Turchi
rendevano necessaria una più stretta unione, la cristianità spartivasi
in due campi, dapprima opposti, ben presto ostili. Eppure Roma si
tacque nove mesi, non vedendovi nulla più che una delle quistioni,
solite a nascere e morire tra frati ozianti e professori ringhiosi; i
dotti di qua delle Alpi mal si capacitavano che da un Barbaro potesse
uscire nulla di straordinario; il secolo invaghito delle arti credeva
bastasse opporre ai sillogismi la fabbrica del Vaticano e il quadro
della Trasfigurazione, linguaggio inintelligibile alla positiva
Germania; e Leone X pigliava gusto a quelle sottigliezze, dicendo: —
Frà Martino ha bellissimo ingegno, e coteste sono invidie fratesche»;
alla peggio soggiungeva: — È un Tedesco ubriaco, e bisogna lasciargli
digerire il vino»[221].
Massimiliano imperatore, più vicino all’incendio, ne conobbe la
gravezza e sollecitò Leone, il quale, riscosso come chi è desto per
forza, citò Lutero al suo soglio (1518 luglio). Frà Martino, mentre
riprotestavasi sommesso al pontefice, erasi procurato appoggi terreni,
e mercè dell’elettore di Sassonia impetrò fosse deputato uno ad
esaminarlo in Germania. La scelta cadde su Tommaso De Vio cardinale di
Gaeta, domenicano in gran reputazione di dottrina e santità, che già
davanti al capitolo generale del suo Ordine aveva sostenuto una famosa
disputa con Giovan Pico della Mirandola, e pubblicato un’opera sulle
indulgenze, lodata da Erasmo come di quelle che _rem illustrant, non
excitant tumultum._ Propose egli una disputa pubblica in Augusta, mal
avvisando qual sia imprudenza il chiamar il senso comune a giudice in
materie positive, fondate sull’autorità. Di fatto, ridotta la quistione
ai veri e finali suoi termini, cioè l’obbedienza assoluta alla Chiesa
come unica autorevole in materia di fede, Lutero negò l’incondizionata
sommessione; poi fingendo di credersi mal sicuro, fuggì di piatto;
e Leone approvò l’operato dai distributori delle bolle d’indulgenze,
dichiarando eretico Lutero. Il quale, crescendo in baldanza per l’aura
del popolo e degli scolari, omai non lasciava ferme che le verità
letteralmente esposte nei due Testamenti e nei quattro primi concilj
ecumenici; del resto rifiutava la transustanziazione, l’efficacia de’
sacramenti, il purgatorio, i voti monastici, l’invocazione dei santi.
Al papa scrisse anche in tono di canzonella, compassionandolo come un
agnello fra lupi, e ricantando tutte le abbominazioni che di Roma si
dicevano: — Gran peccato, o buon Leone, che tu sia divenuto papa in
tempi ove nol potrebb’essere che il demonio. Deh fossi tu vissuto di
qualche benefizio o del paterno retaggio, anzichè cercar un onore sol
degno di Giuda e de’ pari suoi da Dio rejetti».
Leone allora, abbandonata la lunganimità, scagliò la scomunica (1520 15
giugno); e Lutero, imitando quel che Savonarola avea fatto co’ libri
immorali, davanti agli studenti di Wittemberg brucia le decretali e
la bolla (10 xbre), dicendo: — Oh potessi fare altrettanto del papa,
il quale turbò il santo del Signore»; e giunta da sè la cocolla, sposa
Caterina Bore smonacata, e cangia forma di culto.
Dei giovani è sempre sicuro l’applauso a chi si avventa senza
ritegni: le dispute venivano diffuse rapidamente dalla stampa, che
parve allora soltanto accorgersi della sua potenza; le belle arti
prestarono anch’esse sussidio, moltiplicando disegni, rilievi,
caricature, ritratti, lenocinio alle moltitudini. Gli scienziati
gongolavano tra quelle controversie, e scoprivano a Lutero forza
d’ingegno meravigliosa: i letterati, sebbene scrivesse alla carlona,
l’applaudivano di prender pei capelli la screditata scolastica e i
frati, l’ignoranza e la pedanteria incarnata: i begli spiriti ridevano
del papa, messo in sì male acque; ridevano insieme dei Riformatori,
che prendeano aria di rigoristi entusiastici; e stavano a vedere chi
prevarrebbe. Anche anime rette credettero in Lutero ravvisare l’uomo
suscitato da Dio non per distruggere il dogma, ma per correggere le
aberrazioni. Quei che s’ammantano col nome di moderati, perchè, simili
a Pilato, dondolano fra Cristo e Barabba, deploravano quella scissura,
ma credeano meglio non opporvisi, per non esacerbare, per non tôrre
speranza, per non compromettersi. Alcuni risposero al novatore tessendo
argomenti in quelle forme sillogistiche, di cui erasi abusato nelle
dispute e fin ne’ concilj precedenti[222]; e Lutero sguizzava loro di
mano con una celia, e coll’ardire proprio ringalluzziva gli scolari,
che moltiplicavano applausi a lui, fischiate ai contraddittori. Sempre
la forza anormale è ammirata, e trascina chi ha bisogno di movimento,
e chi trova più comodo il pensare coll’altrui che colla propria testa.
La nazionale indisposizione contro quanto stava di qua dall’Alpi trova
sfogo in una guerra di nuovo conio, e che non cagionava nè spese nè
pericoli nè spostamento d’abitudini; laonde i Tedeschi s’affezionano
al nuovo Erminio, declamano contro malignità e finezze ch’essi non
raggiungono, contro la gaja cultura da cui si trovano tanto lontani.
E Lutero s’inoltra, e mentre Leone lo chiama ancora a penitenza,
pubblica il trattato della _Libertà cristiana_. Tutto l’edifizio
sacerdotale impiantavasi sulla credenza che le buone opere acquistino
la salute; per demolir quello, Lutero nega che l’uomo possa cooperare
alla propria salvezza. _Sola la fede salva_, è scritto nel Vangelo: noi
siam corruzione e peccato, sicchè nulla possiamo se non quel che ci è
_dato dal nostro divin Salvatore_, nè merito o giustizia vi ha se non
in esso: onde sono inutili anzi nocevoli alla salute le buone opere
dell’uomo, che non è libero della sua volontà; inutili le penitenze,
i sacramenti, i suffragi pei morti, le altre opere satisfattorie. Al
contrario, la Chiesa insegna che la fede senza le opere è morta, il
che meglio si concilia col concetto del merito e demerito personale e
della retribuzione divina, e con quel lume naturale dalla coscienza che
illumina ogni uomo vegnente in questo mondo. Che se ci manca il libero
arbitrio, per qual fine Iddio ci ha dato i suoi comandamenti? Lutero
non esita a rispondere, che fu per provare agli uomini l’inefficacia
della loro volontà, beffandoli coll’ordinar cose, ad osservar le quali
non hanno forza[223].
Questo primo deviamento implicava che la Chiesa non è infallibile; che
può discordare da essa la parola della santa scrittura, interpretata
dai singoli con sincerità e invocando lo Spirito Santo. Fede dunque
unicamente in quella, non badando a Padri o a concilj, ma al testo qual
è da ciascuno interpretato. Nel qual modo egli vi leggeva, che Iddio
è unico autore del bene come del male; i sacramenti dispongono alla
salute, ma non la conferiscono; nella santa cena è presente Cristo,
ma non transustanziato; il ministro è un uomo come gli altri, e in
conseguenza non può assolvere i fratelli, nè deve distinguersi per voti
e rigori; la giurisdizione religiosa spetta intera ai vescovi, eguali
tra loro sotto Cristo che n’è il capo, e scelti dai principi. Insomma,
per abbattere l’autorità ecclesiastica prevalsa, per inaridire la fonte
delle ricchezze, dell’importanza della potestà del papa e dei preti,
toglie la distinzione di spirituale e temporale; d’ogni laico fa un
sacerdote dandogli la Bibbia, e «Interpretala come Dio t’ispira».
Bisogna dunque vulgarizzarla. Fin nel primo secolo erasi voltata in
latino; poi Ulfila la tradusse pei Goti, altri per gli altri popoli
convertiti; nè forse c’è lingua che non ne possedesse versioni
anteriori alla Riforma. Stando all’Italia, Giambattista Tavelli da
Fusignano n’avea fatto una, a istanza d’una sorella di Eugenio IV:
un’altra Jacopo da Varagine vescovo di Genova: quella di Nicolò Malermi
frate camaldolese fu stampata a Venezia nel 1471[224], e ben trentatre
volte riprodotta: ivi nel 1486 si stamparono _Li quattro volumini degli
Evangeli, volgarizzati da frate Guido, con le loro esposizioni facte
per frate Simone da Cascia_. Anzi Jacopo Passavanti, nello _Specchio
di penitenza_, si lagna che i traduttori della sacra scrittura «la
avviliscano in molte maniere; e quale con parlar mozzo la tronca, come
i Francesi e i Provenzali; quali con lo scuro linguaggio l’offuscano,
come i Tedeschi, Ungheri e Inglesi; quali col vulgare bazzesco e crojo
la incrudiscono, come sono i Lombardi; quali con vocaboli ambigui e
dubbiosi dimezzandola la dividono, come Napoletani e Regnicoli; quali
con l’accento aspro l’irrugginiscono, come sono i Romani; alquanti
altri con favella maremmana, rusticana, alpigiana l’arrozziscono; e
alquanti, meno male gli altri come sono i Toscani, malmenandola troppo
la insucidano e abbruniscono, tra’ quali i Fiorentini con vocaboli
squarciati e smaniosi, e col loro parlare fiorentinesco stendendola
e facendola rincrescevole, la intorbidano e rimescolano con _occi_ e
_poscia, aguale, pur dianzi, mai pur sì_ e _berretteggiate_»[225].
Censuravasi dunque il modo, non si condannava il fatto; e Leon X fece
intraprendere a proprie spese la stampa d’una nuova traduzione latina
della Bibbia per Sante Pagnini lucchese[226], il quale poi, morto esso
pontefice, la pubblicò a Lione nel 1527. Pantaleone Giustiniani, che fu
frate Agostino da Genova, poi vescovo di Nebbio in Corsica, deliberato
a pubblicarla in latino, greco, ebraico, arabo e caldeo, cominciò dal
Salterio, dedicato a Leon X il 1516, in otto colonne, una col testo
ebreo, le altre con sei interpretazioni e colle note: ma di duemila
cinquanta copie, appena un quarto trovò compratori; il resto naufragò
con lui nel 1586.
Intanto la filologia era risorta, e la critica, addestrata sopra
gli autori profani, volgeasi ai testi sacri; e nella baldanza di un
nuovo acquisto, ciascuno volea cercarvi interpretazioni a suo senno.
L’illustre tedesco Reuclino fece molte emende alla Vulgata; e se le
menti anguste ne riceveano scandalo, Roma lo difese, tollerante fin
dove non ne pericolasse l’unità della fede. È dunque ciancia che allora
soltanto venisse divulgata la Bibbia; come non poteano dirsi nuove le
dottrine di Lutero.
Fin dalla cuna la Chiesa dovette colla parola sostenere le verità che
suggellava col sangue, e raccolta attorno al successore di Pietro,
discutere dogmi, e, secondo l’ispirazione dello Spirito Santo, fulminar
la superbia della ragione, che, a guisa dell’antico tentatore, dice
all’uomo — Tu sei Dio». Nel conflitto tra il pastorale e la spada
quali non si erano agitate quistioni sulla potestà pontificia? e il
mondo avea proclamato la superiorità della materia sullo spirito, della
forza sul sentimento. I Valdesi, i Catari, e quelle varietà di novatori
aveano accettato la Scrittura come unico giudice in materia di fede;
la tradizione, come parola umana, andar soggetta ad errore; e solo la
lettera di fuoco della Scrittura sfolgorar come sole, e rimaner sicura
da inganno; inutile il culto esterno; il successore di Pietro essere
un anticristo, la cui cattedra poco tarderebbe a diroccare. La libertà
dell’esame non era stata la bandiera di ciascun eresiarca? e sulla
Grazia, sulla giustificazione, sul purgatorio qual era verità od errore
che non fosse stato messo in discussione?
Lutero dunque non fece che raggranellare traverso ai secoli i dubbj,
sostituire alla costanza della tradizione la volubilità di spiegazioni
esoteriche, e colla franchezza che non si briga di metterle d’accordo,
gettarle in un mondo più che mai disposto a quella semente. Pertanto,
allorchè Leone scagliò la condanna definitiva (1521 3 genn.), Carlo
V, che del papa avea bisogno in quel momento, proscrisse Lutero e
chi gli aderiva; ma ben presto si trovarono cresciuti a segno da
poter resistere all’imperatore, che, cambiate le necessità politiche,
concedette l’_Interim_, cioè la tolleranza.
Così rapida diffondeasi la Riforma in un decennio (1526) per le
passioni che la fomentavano. Alle singole nazionalità costituitesi
pareva un ceppo la monarchia papale: le classi medie, dopo fatto
prevalere il possesso democratico al feudale, osteggiavano l’alta
aristocrazia anche col sovrapporre la secolare alla dottrina
ecclesiastica: i governi, invigoritisi, aborrivano un sistema che
sottraeva al loro imperio parte dell’uomo e le coscienze: i principi,
esausti dalle guerre e dalle truppe stabili, spasimavano dei beni del
clero[227], da cui astenevansi solo per paura di Roma: monache e frati
di fallita vocazione esultavano di scapestrarsi dall’esosa disciplina:
i Tedeschi godevano di rinnegar il primato di questi Italiani, da
cui erano stati impediti di soggiogare l’intera Europa. E Lutero, nel
suo proclama alla Nobiltà Cristiana di Germania, la ingelosiva delle
progressive usurpazioni del clero e di Roma contro la nazione tedesca,
e — Via i nunzj apostolici, che rubano il nostro denaro. Papa di Roma,
ascolta ben bene: tu non sei il più santo, no, ma il più peccatore; il
tuo trono non è saldato al cielo, ma affisso alla porta dell’inferno...
Imperatore, sii tu padrone; il potere di Roma fu rubato a te: noi non
siam più che gli schiavi de’ sacri tiranni; a te il titolo, il nome, le
armi dell’impero; al papa i tesori e la potenza di esso; il papa pappa
il grano, a noi la buccia».
Ma Lutero stesso già più non reggea le briglie del cavallo che aveva
spronato; e per quanto, mentendo il proprio canone della ragione
individuale, agli esageranti opponesse la santa Scrittura e i libri
simbolici, non tardarono a scoppiare le conseguenze logiche della
Riforma; dacchè ciascuno potea interpretarla a suo senno, la Bibbia fu
recata a servire alle passioni; e i villani, lettovi che gli uomini
sono eguali, scatenarono l’irreconciliabile ira del povero contro il
ricco, bandendo guerra all’ordine, alla proprietà, alla scienza come
nemiche dell’eguaglianza, alle arti belle come idolatria. Terribile
esempio ai novatori che, sia pur con magnanima intenzione, s’avventano
nell’avvenire senza riverenza pel passato.
Lutero, sbigottito da sì fiere conseguenze sociali, si volse a
ringagliardire il principato: e di qui comincia l’azione politica
della Riforma, qual fu d’attribuire ai principi l’autorità in materie
ecclesiastiche, talchè ogni suddito dovesse credere e adorare come
voleva il principe, secondo quel canone, _Cujus regio ejus religio_.
Poi i fratelli uterini della Riforma furono presto in disaccordo fra
loro. Contemporaneamente a Lutero, e senza sapere di lui, il curato
svizzero Ulrico Zuinglio, che aveva militato in Italia come cappellano,
predicò a Zurigo (1518) contro frà Bernardo Sansone milanese che vi
vendeva le indulgenze, poi contro l’abitudine de’ suoi di servire a
soldo straniero; e dietro a ciò, che il pane e il vino della Cena
fossero meri simboli del sacrosanto corpo e sangue, e altri dogmi
che pretendeva antichi, e che furono accolti in molta parte della
Svizzera. Il francese giureconsulto Giovanni Calvino risolve di
riformare la Riforma e sistemarla; e se Lutero aveva abbattuto la
monarchia cattolica per favorire i vescovi tedeschi, Calvino prostra
quest’aristocrazia luterana (1535), secondo le idee repubblicane di
Ginevra; abolisce il vescovato, per affidare la scelta del ministro
alla comunità religiosa; nega il mistero, sopprime nel culto tutto ciò
che colpisce i sensi, ripone la certezza nella rivelazione individuale;
l’arbitrio è libero, ma per iscegliere il bene è necessaria la Grazia;
e questa sola, non le opere producono la giustificazione; nulla rimane
al battesimo della sua misteriosa efficacia, i figli degli eletti
appartenendo per nascita alla società redenta; nulla alla penitenza,
poichè il vero eletto non può ricadere; nella santa cena non sono
transustanziate le specie, ma sotto que’ simboli il Signore comunica
veramente Cristo per nutrir la vita spirituale.
Su queste dottrine, sostenute con inesorabile intolleranza, è fondata
la principale suddivisione de’ Riformati in Luterani e Calvinisti; o,
come essi dissero allora, Protestanti della Confessione augustana ed
Evangelici. Indarno Lutero s’arrovella, pretendendo vera unicamente la
sua: ma e Melantone e Carlostadio ed Ecolampadio ed Engelhard uscirono
con dogmi nuovi, modificati a senno di ciascuno e a norma della
costituzione del paese: inevitabile sbranamento là dove a ciascuno è
libero l’interpetare. Poi gli Anabattisti impugnarono anche le sante
Scritture; gli Unitarj, che vedremo prevalenti in Italia, esclusero
la Trinità; in somma si repudiava il cristianesimo in conseguenza
di dottrine proclamate a titolo di riformarlo, riducendosi il
protestantismo a negazione sistematica dei dogmi della Chiesa.
Le quistioni religiose, per quanto pajano astratte, non può farsi
che non penetrino nelle viscere della società; e di fatto l’intero
ordinamento di questa n’era scompigliato; il carattere teocratico se
ne dissipava; l’indipendente interpretazione toglieva l’universalità
del pensare, e que’ canoni ch’eransi accettati come senso comune; i
figli dissentivano dal padre, fratelli a fratelli, mogli a mariti
contraddicevano; e la scossa domestica si propagava alla società
civile, dove ciascuno pretendeva operare a sua voglia, dacchè a sua
voglia pensava; dove i principi più non riconosceano ritegni, dacchè
essi dirigevano anche le coscienze. N’erano sovvolti gli Stati; e la
Svizzera, la Francia, la Germania, tutto il Settentrione per un secolo
e mezzo fortuneggiarono fra rivoluzioni e guerre, per le quali con
torrenti di sangue furono mutate quasi dappertutto le forme di governo.
Vedremo altrove la parte che ne toccò anche agli Italiani, e come a
torto Voltaire, colla spigliatezza che in lui era sistema ed artifizio,
asserisse che «questo popolo ingegnoso, occupato d’intrighi e di
piaceri, nessuna parte ebbe a que’ commovimenti».