CAPITOLO CXXXIII.

Francesco I e Carlo V. Gli storici. I Turchi.

Filippo il Bello, figliuolo di Massimiliano cesare e di Maria di

Borgogna, avea sposato Giovanna (1506), unica figlia di Fernando

il Cattolico e d’Isabella; ed essendo egli morto di vent’otto anni,

rimaneva successore Carlo suo figlio. Il quale così dall’ava paterna

ereditava gran parte dei Paesi Bassi e la Franca Contea; dalla madre i

regni di Castiglia, Leon e Granata; dall’avo materno quei di Aragona e

Valenza, le contee di Barcellona e del Rossiglione, i regni di Navarra,

Napoli, Sicilia, Sardegna; poi da Massimiliano d’Austria la Stiria,

la Carniola, il Tirolo, la Svevia austriaca; aggiungetevi un lembo

dell’Africa settentrionale e mezza America, talchè potette vantarsi —

Sui miei regni mai non tramonta il sole».

Si presentò anche a domandar la corona imperiale: ma, a tacere gli

altri, competea Francesco I re di Francia, l’eroe di Marignano, a cui

l’altro dava il titolo di _mio buon padre_; e mandava suggerire agli

elettori germanici non perpetuassero in casa d’Austria una corona

elettiva, che già vi stava dal 1438; disennato chi, sovrastando i

Turchi, esitasse, al minacciar di tale tempesta, al confidare al più

valente il governo dei vascello. Ma appunto i talenti da Francesco

mostrati il faceano posporre dai principi tedeschi, che, avvezzi a

operare di propria voglia, temevano che il Francese non portasse le

abitudini del regnare assoluto in impero temperato.

Carlo V, sebbene i prudenti gl’insinuassero d’accontentarsi alla Spagna

e assicurarsene il pericolante dominio; Carlo, a cui tra via giunse

l’annunzio che Ferdinando Cortes gli avea nel Messico acquistato

un nuovo impero ch’egli mai non vedrebbe, brigò meglio dell’emulo;

e sebbene papa Leon X mandasse avvertire gli elettori, essere di

prammatica che il re di Napoli non fosse anche imperatore, meglio valse

Margherita zia di Carlo (p. 189), la quale piantò regolare mercato

di voti, facendone centro i Fugger di Augusta, ch’erano banchieri

poderosissimi quanto quelli di Firenze e di Genova senz’averne

l’ambizione, contentandosi di guadagnare in di grosso e d’avere

assicurati i loro prestiti. Ma Francesco non potea dare che la parola

di re: Carlo impegnava i pedaggi che le navi retribuivano entrando

nella Schelda, e ch’erano esatti dalla città d’Anversa, e da questa

versati alla banca d’Augusta, la quale scontava a contanti le promesse

fatte agli elettori[155]; e così per oro fu prescelto l’Austriaco ad

imperator romano (1519).

Violento dispetto concepì Francesco nel vedere la precoce sua gloria

punita col preferirgli questo giovane sconosciuto, menato da ministri,

sorretto dall’intrigo; e ne cominciò la rivalità più famosa e micidiale

delle storie moderne, più accannita perchè d’amor proprio anzichè

d’interesse, e che, complicata dalla Riforma religiosa, concentra sopra

due grandi Stati e due grandi uomini l’attenzione, la quale nel secolo

precedente restava sparpagliata fra tanti piccoli.

Dei due giovani arbitri d’Europa, uno erasi già manifestato guerresco,

l’altro propendeva a politica e girandole. Francesco, bello,

coraggioso, eloquente, amabile, tutto francese di qualità e difetti,

e amato per questi non men che per quelle, circondato da uno sfarzo

non di nobili ma di favoriti che gl’impedivano di conoscere il popolo,

arieggia ancora de’ Paladini del medio evo, ed ambisce il titolo di

_primo gentiluomo di Francia_. Carlo, senza gli avvantaggi fisici

dell’emulo, freddo, positivo, di lunghi divisamenti, rappresenta un

re moderno; di qualità variatissimo come il suo dominio, fiammingo

per nascita, tedesco per prudenza, spagnuolo per gravità, italiano

per buon senso; sapeva, al dire di Marin Cavallo ambasciadore veneto,

piacere a’ Fiamminghi e Borgognoni colla famigliarità, agli Spagnuoli

col contegno, agl’Italiani coll’ingegno e la disciplina. Francesco

le apparenze e lo splendore, Carlo volea la sostanza e riuscire;

quello affettava scrupoli d’onore, questo la semplice lealtà della

sua famiglia: ma nè l’uno nè l’altro si facea coscienza di mancarvi

qualvolta metteva l’interesse, da buoni contemporanei del Machiavelli.

Francesco oziava ogniqualvolta non fosse spinto dalla necessità e da

un pericolo immediato: Carlo non riposa mai, e col viaggiare continuo

riavvicina gli sparsi dominj. Egli profondo conoscitore degli uomini,

scurante dell’adulazione quanto favorevole al merito, si tiene amici i

generali senza lasciarli arbitri: alle donne concede sì poca ingerenza,

che mai non si conobbe la madre de’ suoi bastardi: si mostra scarco fin

de’ sentimenti della natura, avendo la madre pazza, disautorizzando

la zia educatrice, ascondendo i proprj figliuoli. Francesco aggrava

i sudditi per isprecare in magnificenze e in un libertinaggio senza

delicatezza; affida i comandi ad immeritevoli; per intrighi di donne o

puntigli di corte disgusta il Borbone, il Doria, il principe d’Orange,

che l’oculato nemico s’affretta a trar sotto le sue bandiere. Le

guerre più prospere di Carlo furono combattute da’ suoi generali, ma

la politica di lui le diresse sempre; politica non di sentimento ma

d’interesse, onde Bernardo Navagero rifletteva, ch’egli fu a vicenda

l’amico e il nemico di tutti gli altri sovrani; e nell’arte di menare

un intrigo, promettere, eludere, corrompere, superava di gran lunga il

re soldato, che col voler combattere in persona complicò e corruppe le

fortune del suo paese.

Riflessivo sin da ragazzo e pronto di vedute, Carlo si mise attorno

persone di gabinetto, ma a nessuno abbandonandosi: inesorabile,

circospetto, prendeva norma dal vantaggio personale, e sapeva

aspettare, conforme alla sua divisa _Non dum_. Le facili conquiste

dell’America doveano esaltarlo sin a fargli abbracciare tutto

il mondo nella sua ambizione; e trovandosi il maggior potentato

d’Europa, a contatto con tutti i paesi, e con tutti avendo alcun

appiglio, poteva ben agognare una monarchia universale, se non come

dominazione immediata, almeno come supremazia. Tale idea gli venne

fomentata da vittorie più felici che meritate, le quali abbagliarono

i contemporanei, e trassero i sudditi in quello sbalordimento, ove la

cieca obbedienza del soldato è riputata eroismo, e onorevole qualunque

via purchè rechi vantaggio e gloria al padrone[156].

Ma Carlo non era più l’imperatore sacro del medioevo, nè ancora il

costituzionale de’ tempi moderni; ed era pregiudicato dall’estensione

medesima de’ suoi paesi, che disgiuntissimi, varj di natura, e

nessuno in assoluta sudditanza, gli misuravano a miseria il denaro

e l’obbedienza. Francesco avea regno arrotondato, più indociliti i

signori, più accentrato il potere, una fanteria nazionale invece de’

mercenari, il clero in dipendenza, coordinata l’amministrazione nel

modo meglio opportuno per far denaro con minore aggravio de’ sudditi;

onde domandato da Carlo quanto gli rendesse il suo regno, rispose

assolutamente: — Quanto voglio»[157]. Non taciamo, a rivelazione de’

tempi, che Francesco si alleò coi Turchi, ed espose l’Europa a una

invasione di questi Barbari; contro i quali Carlo costantemente stette

sulla breccia.

Nella pace stipulata a Noyon, Napoli confermavasi alla Spagna; gli

altri diritti si ponevano in tacere collo sposare a Carlo V una bambina

di re Francesco: ma troppi rimanevano elementi di disaccordo fra i

due emuli ambiziosi. A dir solo dell’Italia, Francesco trovavasi,

pel ducato di Milano, sottomesso all’alto dominio dell’imperatore

rivale, il quale ben tosto lo pretese come feudo vacante, non meno

che la Borgogna; domandava per sè la corona delle Due Sicilie, che

le convenzioni papali, fin dal tempo degli Svevi, impedivano di

tenere unita all’Impero. Leone X, benchè tante morti togliessero gli

oggetti di sue domestiche ambizioni, si struggeva di segnalare il

suo pontificato con qualche acquisto, come sarebbe quel di Ferrara;

rimuginava le smanie di Giulio II di liberar l’Italia dai Barbari, e

sperava farlo col lasciare i due re logorarsi a vicenda.

Posto in mezzo a Stati svigoriti dalle passate guerre, mentre il suo

era cresciuto dalle conquiste di Alessandro VI e Giulio II e dalle

proprie, arbitro della repubblica fiorentina, ricco de’ contributi di

tutta cristianità, Leone avrebbe potuto tener la bilancia fra i due

contendenti e assicurare l’indipendenza italica; ma privo d’elevatezza

nelle sue ambizioni, la pericolò col fomentare la guerra, e smaniato

d’ingrandire sua casa, e intimorito che i due re si collegassero a

ruina della Chiesa e di Firenze, pensò meglio mettersi coll’uno.

Preferì il re di Francia, stipulando che, acquistato il regno di

Napoli, ne cederebbe alla Chiesa la parte fin al Garigliano, il

resto darebbe al secondo suo genito in maniera che non si rompesse

l’equilibrio d’Italia. Francesco, accarezzando Leone, chiedea

gli levasse al sacro fonte un bambino natogli allora, e dava una

principessa del sangue in isposa a Lorenzo II Medici: pure indugiava

a restituir Parma e Piacenza, che Leone non rassegnavasi d’aver

perduta; onde questi ritornò all’originaria avversione contro i

Francesi, e mentre dava parole a Francesco, fece lega con Carlo (1521

8 maggio), dispensandolo dall’impedimento d’unir la corona imperiale

colla siciliana; convenendo che il Milanese sarebbe dato a Francesco

Sforza, Parma e Piacenza alla Chiesa, come pure Ferrara, togliendola

all’Estense; nel regno di Napoli si creerebbe uno Stato per Alessandro,

bastardo del suo Lorenzo. Tutto ciò conchiudeva di piatto; e la guerra

dovea scoppiare impreveduta a Como, a Genova, a Parma, dappertutto.

Però Alfonso di Ferrara insospettito si pose in tal guardia, che non

si potè sorprenderlo: Manfredo Pallavicini parmigiano, che d’accordo

coi Ghibellini e con alcuni masnadieri dovea sorprendere Como[158],

fu côlto dall’inesorabile Lautrec e squartato con molti gentiluomini

milanesi suoi partigiani. Allora Leone gettò la maschera, e bandì

guerra ai Francesi.

A costoro erano divenuti avversissimi i Milanesi dopo il sacco di

Brescia e la battaglia di Marignano; e sebbene non vi mancasser

poeti codardi che paragonavano Gastone di Foix a una colomba[159],

e codardi storici che sostenevano Francesco esser legittimo padrone

di Milano perchè era stata fondata dal gallo Belloveso, e le belle

dame si trovassero lusingate dal vedersi dipinte per commissione

del re francese[160], il popolo aborriva costoro che trattavano il

paese come di conquista, smungendone denaro, e sbandendo a torme i

ricchi per usurparne i beni. Quel gran numero di fuorusciti faceva

l’uffizio loro consueto d’irritare gli animi e scalzare il dominio

(1521); e principalmente Girolamo Morone, caldo patriota, intrigante

inesauribile, acuto, mentitore, insomma eccellente a cospirare, pasceva

di speranze Francesco Maria Sforza, secondogenito del Moro; ai profughi

che aveva radunati a Reggio prometteva di là da quel che sperasse;

fomentava le scontentezze interne e le gelosie de’ vicini, tanto

che in ogni banda si levò il popolo minuto contro i Francesi in gran

concordanza di volontà, mentre Prospero Colonna conduceva in Lombardia

gli eserciti del papa e dell’imperatore. Vi si oppose il Lautrec,

governatore odiato; ma avendo gli Svizzeri ricusato combattere perchè

altri loro fratelli servivano nell’esercito imperiale, il Lautrec

dovette nascondere le proprie bandiere nel Veneto, e il Colonna,

che erasi lasciato sfuggir l’occasione d’annientarlo, favorito dai

Ghibellini entrò in Milano (19 9bre). I difensori aveano già spogliato

i privati e le chiese; allora i liberatori continuarono dieci giorni

una ruba brutale. Como invitò Francesco d’Avalos marchese di Pescara

a redimerla dall’insaziabile comandante Vendenesse, e capitolò salve

le vite e le robe; ma fu mandata a orrido saccheggio, non volendo il

Pescara disgustare i soldati, di cui questo era il premio più aspettato

e sovente l’unico soldo; e ricusò la sfida mandatagli dal Vendenesse

come a mentitore. Eppure i Lombardi, contenti di sentir proclamare

ancora a duca Francesco Sforza, fecero baldorie, assunsero i colori

nazionali, e a gara portarono ori e gioje perchè egli potesse pagare i

seimila Tedeschi coi quali avea recuperato il paese.

Re Francesco procacciossi denari (1522) creando in Francia ventinove

cariche da vendere; mandò alla zecca fin il cancello d’argento che

Luigi IX avea regalato a san Martino; si fece dalla città di Parigi

prestare ducentomila lire al dodici per cento; e così raccolti

quattrocentomila scudi, spedì nuovo esercito in Italia. Alla guida

di Renato di Savoja e Galeazzo Sanseverino i Francesi passarono le

Alpi (1522), e congiuntisi col Lautrec che avea tenuto in continuo

disturbo il contado, assalsero Milano. Ma il Colonna l’aveva munita

stupendamente; il Morone, con false lettere e colla voce di predicatori

infervorava contro i Francesi. Luigia di Savoja, madre del re, per

fare onta al Lautrec fratello della odiata Chateaubriand, trovò modo di

far passare ne’ proprj forzieri i denari ad esso spediti, talchè egli

rimase sprovvisto; e quando gli Svizzeri ammutinati chiedeano paga,

congedo o battaglia, esso fu costretto combattere alla Bicocca tra

Monza e Milano, e sconfitto (29 aprile) dal Colonna, dal Frundsperg,

da un grosso di giovani milanesi, che per l’indipendenza non sapeano

adoprar soltanto parole, e abbandonato dagli Svizzeri, sgombrò la

Lombardia per andare in Francia a scagionarsi d’averla sì mal governata

e sì rapidamente perduta.

Lo Sforza ebbe il ducato, ma esausto da eserciti siffatti e dalla

prepotenza di chiunque si sentiva abbastanza forte per disobbedire.

Milano era stata messa a ruba dopo la battaglia della Bicocca; ora gli

Spagnuoli che il Colonna avea mandati nell’Astigiano per alleviare il

Milanese, devastato tutto quel contado e il Vigevanasco, si ritorcono

sopra Milano chiedendo i soldi o saccheggio, e fu forza chetarli

con centomila ducati. Nell’universale abbattimento che segue a mali

irrimediabili, solo il Morone sosteneva il coraggio del duca e dei

sudditi, e prese Asti ed Alessandria.

Venezia fe’ pace coll’Austria. Anche Genova, assalita dall’instancabile

Colonna, sebben difesa dal doge Ottaviano Fregoso, dovette venire

ad accordo. Il marchese di Pescara, che col Colonna era spesso a

puntigli, e massime sul disputare chi dei due avesse espugnata Milano,

indispettito che i Genovesi trattassero coll’emulo, volle si desse

l’assalto alla città (30 maggio), ed espugnatala, fu sistemato il modo

di saccheggiarla. Prima doveano andarvi gli Spagnuoli, poi gl’Italiani,

in appresso i Tedeschi, infine le genti dei Fieschi e degli Adorni.

Gli abitanti de’ quartieri di Santo Stefano e del Bisagno assalgono

quegli sparpagliati e ubriachi; ma non fanno che rubare anch’essi. «Ed

era tanta la ricchezza e burbanza loro, che non attesono a tôrre se non

gioje, perle, argenti d’ogni sorta in quantità, non perdonando a chiese

e monasteri; e denari assai e tutti i drappi e tabi e ciambellotti.

E inoltre usarono un’altra astuzia, che presero tutti gli _schiavi_ e

_schiave_ di Genova; e questo fece un danno grande, perchè insegnavano

le gioje e denari e arienti; e le mule caricavano di roba sottile, ed

eziam gli schiavi e schiave menavano via cariche per modo che non si

poteva stimare il tesoro che ne cavarono. Fu tenuto tal sacco cosa

miracolosa piuttosto che umana, e per la loro superbia in cui erano

venuti, e massime di vestire e di conviti, che usavano dire: — Zena

piglia Zena, e tutto il mondo non piglia Zena. E Iddio mostrò che chi

confida in altro che in lui, è spacciato» (CAMBI).

Il Colonna passò a punire i marchesi di Monferrato e Saluzzo del

favore dato ai Francesi, i quali restarono esclusi un’altra volta dalla

Lombardia, salvo i castelli di Cremona e Milano.

Il sinistrare de’ Francesi lasciò scoperto Alfonso d’Este, contro di

cui papa Leone avventava monitorj, e lo storico Guicciardini conduceva

gli eserciti. Alfonso munì le fortezze, comprò Tedeschi, ma sentivasi

in gravissimo caso, quando repente si ode che Leone morì (1521 1 xbre)

di quarantasette anni, non senza sospetti gravissimi fra tanti nemici;

e le pasquinate dissero: — Salì strisciando da volpe, regnò da Leone,

morì da cane».

Subito la fortuna si cangia: Alfonso fa coniar medaglie col motto

_Ab ungue leonis_, e ricupera il perduto; Francesco della Rovere

rientra desideratissimo in Urbino; il legato Medici e il cardinale

Schinner di Sion, che facevano portare le loro croci d’argento avanti

alle ciurme de’ bestemmiatori e ladri svizzeri, si staccano da Carlo

V che non poteva dar denaro ad essi, costretto a consumarlo nel

reprimere il Belgio, la Castiglia e la Valenza sollevate. Restò dunque

interrotta la fortuna degli Imperiali, che non poterono occupare lo

Stato ecclesiastico e avvicinarsi alla monarchia d’Italia, come gliene

dava facilità l’agitazione della vacanza e del conclave. Perocchè

alla morte d’un pontefice, tre cardinali ciascun mese esercitavano

la suprema autorità; ma, oltrechè spesso eran fra loro dissenzienti,

ogni rinnovarsi di essi portava cambiamento di persone, d’intenti,

di politica, e su quello stare si lasciavano prepotere i signorotti.

Tutti i creati di casa Medici favorivano il cardinal Giulio cugino

del defunto; i vecchi mal soffrivano il prevalere di questo giovane;

talchè, non potendo accordarsi, cumularono i voti sopra uno (1522 9

genn.), ignoto a tutti, ma lodato per virtù, e intemerato dalle colpe

comuni, che fu Adriano di Utrecht, già maestro di Carlo V, e allora

governatore della Spagna[161].

Conservò il suo nome, e benchè la peste, che formava tristo e perpetuo

sfondo alle miserie di quel tempo[162], avesse ucciso seimila cittadini

e disperso gli altri, volle entrare in Roma ed esservi coronato; e

subito manda gente a ricuperar le terre usurpate, e sperdere le masnade

formatesi nella vacanza. Persecutore per zelo, diffida dei cardinali

perchè li conosce corrotti, ma con ciò è ridotto ad abbandonarsi

affatto ai pochi in cui crede. Estraneo agl’interessi italici,

ignorante de’ garbugli politici, e amator della pace, credette poterla

condurre coll’assolvere e ripristinare i duchi d’Urbino e di Ferrara;

s’adoprò a riconciliare Francia e Spagna: ma Carlo V lo querelò di

mancata amicizia; Francesco I credeva impegnato l’onor suo a ricuperar

Milano e s’allestiva d’armi, onde il papa si pose a capo d’una lega

coll’imperatore, il re d’Inghilterra, l’arciduca Ferdinando d’Austria,

Firenze, Genova, Siena, Lucca, a sterminio di Francia. Sommo acquisto

fu per essi il connestabile di Borbone di Montpensier: nato da una

Gonzaga e da padre morto vicerè di Napoli (Cap. CXXVIII f.), alla

battaglia di Agnadello aveva avuto il posto d’onore, cioè la carica

per fianco sull’esercito italiano, che decise della vittoria; poi

disgustato che il re tentasse sminuir le sue, come le altre grandi

fortune feudali, desertò da lui a Carlo V, obbligandosi a levare nelle

proprie terre trecento uomini d’arme e cinquemila fantaccini. Per tali

minaccie impedito dal venire in Italia, Francesco affidò un bellissimo

esercito di mille ottocento lancie, duemila Grigioni, duemila

Vallesani, seimila fanti tedeschi, dodicimila avventurieri francesi

e tremila italiani[163], ad uno strisciante e inetto cortigiano,

l’ammiraglio Gouffier di Bonnivet.

Povera Italia, come fu spasmodica la sua agonia!

La cacciata de’ Francesi non avea recato verun ristoro, perchè

gl’imperiali, non pagati altrimenti, doveano vivere a discrezione

rubando e taglieggiando città e terre secondo il bisogno, e fin gli

Stati indipendenti. Quegli eserciti d’ogni genìa non portavano solo

i guasti generali della guerra, ma non v’era terricciuola, non casa

privata dove non recassero miseria, ferite, stupri; talchè, oltre il

dissipamento delle forze, delle vite, delle ricchezze, gli affetti

domestici erano avvelenati da tante violazioni. I signorotti nostrali,

Colonna, Pallavicini, Martinengo, Barbiano da Belgiojoso, Scotti,

Pio, Fregosi, Rangoni, i quali pel tempo addietro s’erano colle armi

procacciato un dominio, allora per mantenerselo vendeano il braccio,

e senza fede cercavano il favore or dell’uno or dell’altro, chi la

bandiera di Francia spiegando, chi dell’Impero, nessuno la nazionale.

Il popolo, come chi sta pessimamente, in un sovvertimento di tutta

Europa sognava il suo meglio e il ristauro dei diritti di ciascuno.

I Ghibellini, oltre le reminiscenze classiche, si ricordavano che la

libertà qui era fiorita sotto il nome imperiale, e speravano che Carlo

V la ripristinerebbe. I Guelfi, in ansietà per tante armi adunate,

confidavano però nella Francia, in Firenze armata, in Venezia intatta,

nel papa che non vorrebbe far ridere i Luterani. Intanto gli uni e gli

altri pativano deh quanto, e facevano il callo alla servitù.

I più disamavano Carlo V e come imperatore, cioè erede d’antiche

pretensioni; e come tedesco, cioè del paese donde allora l’eresia

veniva a scassinare la potestà pontifizia; e come fiammingo, cioè di

gente emula della nostra per commercio; e come spagnuolo e padrone di

quel Nuovo mondo, che a noi avea tolto lo scettro dei mari; e perchè

dappertutto favoreggiava i governi stretti.

Malgrado dunque di tante esperienze, i Francesi erano guardati come

liberatori. E vaglia il vero, essi non presero mai a sterminare di

proposito, nè per calcolo recavano ingiurie e danni; re Francesco

avea avuto educazione tutt’italiana da Quinziano Stoa; a’ suoi figli

scelse maestro il genovese Tagliacarne (Theocrene), e favoriva artisti

e letterati nostri. Però a Milano sosteneva l’odio contro di Francia

il Morone: frate Andrea Garbato agostiniano eccitava a tener monda

da Barbari la patria; se i Gentili lo faceano per sola speranza di

gloria, i Cristiani pensassero alla vita immortale. Ma sprovvisti

com’erano e colle mura sfasciate, sarebbero i Milanesi caduti ai

nemici, se il Bonnivet, che giunto a San Cristoforo e a Chiaravalle

(1523 7bre) lungamente assediò la città, benchè a capo di sì poderoso

esercito, non avesse professato disapprovare la furia solita di sua

gente; e in conseguenza perduto le occasioni del vincere nemici, i

quali non poteano confidare che nelle abilissime manovre. Generale

in capo di questi era Prospero Colonna, il capitano più prudente del

tempo, che aveva insegnato a difendere ed oppugnar le piazze secondo

l’arte moderna, vincere per sole marcie e posizioni senza battaglie,

e risparmiare il sangue de’ suoi. Ma egli languiva di lunga malattia,

alla quale infine soccombette; e Carlo di Lannoy vicerè di Napoli

surrogatogli ebbe tempo di rannodare gl’imperiali, e col Borbone e col

marchese di Pescara ravvivò la guerra.

Campeggiava con essi Giovanni de’ Medici, uno dei capitani più

rinomati. Turbolento e sanguinario fin dalla fanciullezza, quando Leon

X lo chiamò a guerreggiare il Della Rovere d’Urbino, formò una banda,

ridestando il mestiere delle armi caduto in disuso, e fu lui «che

rinnovò la milizia delle lancie spezzate, la quale si fa di uomini

segnalati e bene stipendiati, i quali a cavallo e a piè seguono sempre

la persona del loro capitano senz’essere ad alcun altro soggetti; e di

questi tali nascono uomini di gran reputazione e autorità, secondo il

valor loro e la benevolenza del signore»[164]. Con incessanti esercizj

e severa disciplina teneva i suoi, a’ quali portava un affetto di

padre, benchè nelle escandescenze ammazzasse or questo or quello; e li

voleva forniti d’armi e cavalli eccellenti. Compiacendosi del pericolo,

non diceva alle truppe _Andate innanzi_, ma _Venitemi dietro_, ed

essi il seguivano anche quando non avesse di che pagarle. Avendo un

corpo di ducento Svizzeri ucciso un suo capitano, esso li battè, e

ricevutili a patti, sotto la sicurezza gli uccise tutti. Morto Leon

X, fece prendere il bruno a’ suoi soldati, ond’ebbero nome di _Bande

nere_, e le menò a proteggere Firenze dal duca d’Urbino, poi servì la

lega in Lombardia, e disgustatone, si voltò ai Francesi. Dai quali era

riverito a segno, che avendo i Grigioni fattogli qualche affronto, gli

obbligarono a chiedergliene scusa in ginocchio; essendo ferito, il re

andò a trovarlo, e il marchese di Pescara gli concedette libero passo

traverso a’ suoi accampamenti, acciocchè più presto fosse trasferito a

Piacenza. Preti e frati cuculiava, e se taluno n’incontrasse su buon

cavallo, gliel cambiava con un ronzino. Eppure non dormiva solo per

paura del folletto. «Se le Bande nere erano la migliore e più reputata

fanteria e la più temuta che andasse attorno in quei dì, erano anche

la più insolente e la più rapace e fastidiosa» (_Varchi_): ma essendo

l’unica milizia indipendente italiana d’allora, vi si arrolavano

anche giovani generosi; e il Machiavelli sperava che costui potesse

rizzar bandiera propria, e col denaro del papa formarsi una signoria

indipendente da Francesi e Spagnuoli. Su di chi mai erano ridotti a far

conto gl’italiani! Ma cotesti bravi son braccia, non teste; e Giovanni

sperdeva l’attività in imprese inconcludenti.

Il Bonnivet, lasciatosi a Robecco tôrre in mezzo dal Pescara (1524),

e non ajutato dagli Svizzeri, fu costretto ritirarsi in piena rotta,

e ferito anche al passar della Sesia, commise l’esercito a Bajardo.

Questo, obliando i torti, assunse il comando e regolò la ritirata:

ma presso Romagnano colpito a morte (30 aprile) da un’archibugiata,

volle esser appoggiato ad un albero colla faccia rivolta al nemico, e

faceva preghiere e contrizioni all’elsa della spada foggiata a croce.

Trovollo in quest’atto il Borbone, e lo compassionava; ma egli, —

Non io son degno di commiserazione, che muojo da uom da bene; voi

bensì, che servite contro il principe, la patria e il giuramento». E

spirò, e dopo molte altre fazioni, i Francesi se n’andarono ancora una

volta dall’Italia. Abbondanti di valore, ottimi soldati, uffiziali

cavallereschi, difettavano d’ordine, di prudenza, di sufficienti

apparecchi, di quella previdenza che fa men funesti i disastri.

Era dunque raggiunto lo scopo delle due leghe; eppure i vincitori

non ridevano. Il paese del mondo più ubertoso, lor mercè trovavasi a

tale, che a fatica vi si potevano sostentare, e per vivere doveano

condur gli eserciti su terre altrui, massime di Romagna, e gravare

di contribuzioni sudditi ed amici; convincendo l’Italia che da tanto

soffrire essa non conseguirebbe altro che di cambiar padrone.

E noi tanto ci badammo intorno ad eventi di pochi anni, perchè è

sempre interessantissimo a studiare il momento in cui una nazione

si trasforma; e perchè, eccitato il senso storico, siccome avviene

all’avvicinare delle gravi crisi, molti tolsero quasi a gara a

raccontar que’ fatti, meditare sulla loro natura, e cercarne la

concatenazione. Più non si tratta dell’ingenua esposizione de’

cronisti, bensì di racconti disposti con arte, esposti con cura,

proposti a provare un tema o favorire una causa, o a sfoggio di

letteratura: sicchè sono collocati tra i modelli non solo della

nostra, ma delle altre nazioni. Dell’indipendenza, che vorrebb’essere

il carattere primo di tali scritture, han talora l’apparenza; la

realtà mal potea aspettarsene fra il cozzar delle passioni e sotto la

protezione de’ grandi: pure nei più senti l’alito repubblicano, e fin

chi si vende ostenta di pensar franco e parlare risoluto.

Cammina a capo di tutti Francesco Guicciardini fiorentino (1540),

giureconsulto, ambasciatore in freschissima età, poi guerriero,

adoperato ne’ governi di Romagna, luogotenente generale dell’esercito

pontifizio contro Carlo V. Dagli ignobili comporti verso la sua patria

disonorato, e mal ripagato dai tiranni di essa, tra per giustificarsi

e per tramandare all’avvenire il proprio nome con miglior lode,

prese a compiere in un sol anno un’opera già meditata nel tumulto

degli affari, la storia d’Italia dalla calata di Carlo VIII al 1534.

In molte delle vicende che narra, potè dirsi attore; le altre non

si fa coscienza di copiare alla lettera[165]: ma congiunge le due

qualità di storico compiuto, saper vedere e saper dire; introduce la

discussione, l’indagine delle cause e delle conseguenze; la franchezza

di giudizio e l’elevatezza del pensare il fanno primeggiar fra coloro

che nella storia dan risalto a un personaggio, a un avvenimento, a

uno scopo, coll’addensare le ombre sulla folla innominata; nè altro

moderno si accosta tanto agli antichi per magnificenza d’esposizione,

stile costantemente dignitoso, colta armonia, lingua pretta, e

disimpacciata d’arcaismi e di vulgarità. Se non che l’imitazione

evidente d’essi antichi lo getta alla retorica pomposa, a prolisse

parlate, a descrizioni esanimi, a mescolare l’affettato col naturale.

Stendeva dapprima i racconti, riservandosi ad inserire poi le parlate,

così artifiziosamente finite, e che nessuno legge; talchè negli

ultimi quattro libri, che non terminò, n’è tanta carestia, quanta

sovrabbondanza ne’ primi cinque forbitissimi.

L’imitazione stessa lo porta a usare, non che parole e frasi

indeterminate, ma sentimenti che oggi sono o incomprensibili o

ridicoli[166]. Coll’abitudine di causidico dà importanza a lievi

particolarità, mentre sorvola ad importantissime; senza badare a

proporzione, si dilaga in alcune narrazioni speciali; e manca sempre di

quella rapidità, che in ogni stile è necessaria, e più nello storico.

L’essere spessissimo ristampato, tradotto in tutte le lingue, citato

fra i modelli, prova aver lui altri meriti che dello stile, i quali

nella versione vanno perduti: ma a noi pare lontano dalla calma maestà

di Tucidide, quanto dalla pienezza di questo, da quei caratteri sì bene

improntati, da quelle pitture della vita. E moltissimo noi abbiamo ad

imparare dal maggiore storico nostro, ma sovrattutto che arte retorica

non giova a mascherare le nequizie dei principi o le bassezze degli

autori. Ai forestieri mostrasi sempre avverso, ma principalmente ai

Francesi. Tutto classico, è incomparabile nell’analizzare gl’interessi

della vecchia Italia e le astuzie de’ capi, ma come vede fallire il

fatto per lui più ammirevole, la lega del 1484, poi tutti gli sforzi

di Venezia, di Firenze, di Milano, piglia dispetto piuttosto che

dolore, e divien freddo, ironico. Ne’ fatti della Chiesa è quel che

oggi direbbesi un franco pensatore, trattando i papi non altrimenti che

gli altri principi, e spesso a torto li accagiona de’ mali d’allora;

benchè grandi benefizj n’avesse avuti, ma forse (riflette Apostolo

Zeno) non tanti quanti ne sperava[167]. Versato in sozzi maneggi, ricco

d’intime relazioni e di proprj giudizi, scruta acutissimo; le generali

osservazioni applica rettamente: nè applaudendo nè indignandosi, ma

con un’imparzialità che si risolve in trista indifferenza, fa vivo

ritratto della politica e della società. Orrido ritratto, ove virtù

non riconosce mai, nè religione nè coscienza, ma ambizione, interesse,

calcolo, invidia; crede che il denaro e le cariche seducano qualunque

onestà; e in fatto nel senato patrio egli parteggiava sempre con gli

oligarchi, e con quelli che, a forza di rinnegare, sanno rimaner sempre

a galla.

Sciagurato rinomo acquistò Paolo Giovio comasco (-1559), vescovo

di Nocera, che in buono sebbene non purissimo latino e più sonoro

che elegante, delineò largamente il quadro dell’Europa dal 1494 al

1547. La sua posizione gli diè campo a conoscere molti fatti, ignoti

altronde: ma sono appunto quelli in cui meno gli si crede; perocchè,

passionato e venale, vagola continuo tra panegirici o diatribe. Poco

crede alla generosità; la morale pervertisce col voler giustificare

le ribalderie de’ suoi eroi: il vescovo di Pavia cade assassinato, ed

esso gli scaglia una codarda invettiva per discolpare il duca d’Urbino;

don Gonsalvo tradisce il Valentino, ed esso ne lo scagiona; una volta,

avvertito d’avere esposto il falso, — Lascia pur ire (rispose), chè da

qui a trecent’anni tutto sarà vero». I trecent’anni scorsero, e gli

è strappato quell’alloro, che cresce alle contraddizioni dei forti e

alle lagrime de’ sofferenti. Ma ciò che lo discerne tra gli storici del

Cinquecento, dopo Machiavelli e Guicciardini, dopo Lutero e il duca di

Borbone, è la venerazione per Roma papale, il mostrarne l’importanza,

il crederne l’immortalità. Quando mai i papi furono più grandi di

Leone X? Quando l’alleanza della tiara colla corona fu più salda, più

necessaria alla Chiesa, più utile all’Italia? Dove il genio e le arti

trovarono asilo migliore che nel Vaticano? La nazione, calpesta da

Francesi, da Svizzeri, da Spagnuoli, da Tedeschi, a che sarebbe ridotta

se non la rappresentasse il papa? non è egli il solo davanti a cui i

re pieghino il ginocchio? non esso che toglie la possibilità sia di

una conquista interiore e d’una micidiale unità, come d’una conquista

esteriore? A tali concetti dovea repugnare il suo libro VII, ove

raccontava il sacco di Roma: e perciò egli protesta che gli fu rubato;

e dee crederlo chiunque non conosce l’onestà di monsignor Paolo, e non

vide i manoscritti che restano in casa Giovio a Como.

Firenze abbondò di storici. Giacomo Nardi fu caldo propugnatore

dell’indipendenza patria; spenta la quale, esulò a Venezia, e formatosi

col tradurre Tito Livio, scrisse gli avvenimenti dal 1492 al 1531,

splendido di sentenze, caldo di dettatura, e colle ire d’un profugo, ma

il Varchi lo chiamava suo padre, e il Guicciardini, benchè di taglia

opposta, lo consultò sulla propria storia. Ama i governi della classe

media, e pargli che dall’aggregato cittadino «confuso e di sua natura

pernizioso, tolte via le due estreme parti, cioè il capo e la coda, il

corpo di mezzo resterebbe molto utile e proporzionato alla costituzione

d’una perfetta repubblica». Al contrario, patrocina i Medici Filippo

Nerli senatore ne’ _Commentarj de’ fatti civili_ di Firenze dal 1215 al

1537.

Bernardo Segni gentiluomo, corretto scrittore, non elegante, parteggiò

coi moderati e con Nicolò Capponi gonfaloniere suo zio, del quale

scrisse la vita: raccontò i tre anni in cui Firenze stette libera, per

mostrare «quali sieno i costumi de’ cittadini fiorentini nella libertà,

acciocchè quelli che succedono non ponessero molte speranze nella

gloria e nella dolcezza del vivere libero»: proseguì poi fino alla

presa di Siena, con poca arte d’intreccio e di passaggio, ma candidezza

d’animo come di stile, non uscendo da quella moderazione, ch’è sì rara

in chi ragiona di contemporanei. Dell’opera sua avea fatto mistero

a tutti, e sol dopo morto trovata, non vide la luce che nel secolo

scorso, siccome quella del Nerli.

Non come i tre precedenti testimonio oculare, ma o sopra documenti

nuovi, o sopra lettere di Giambattista Busini (le quali furono

pubblicate poi nel 1822), Benedetto Varchi (-1565) tirò una storia

dall’ultima proclamazione della libertà fiorentina sino al ducato di

Cosmo I. Già in rinomo come letterato, benchè avesse coi repubblicani

diviso le speranze, le persecuzioni, l’esiglio, ebbe l’incarico di

questo racconto e documenti e stipendio dal duca, a cui leggeva

man mano l’opera sua: pure non seppe tanto dire e tacere che

l’accontentasse, e si fece opera di sopprimere il suo libro, che sol

tardi fu pubblicato. E’ dice aver presi a modello Polibio e Tacito, ma

sta troppo lontano dal giudizio di quello e dalla concisione di questo;

e dilombato come quasi tutti gli scrittori del Cinquecento, accumula

non isceglie le particolarità, a segno da riuscire pesantissimo a

leggere; benchè riferendo ogni minuzia, ogni discorso, ci faccia vivere

veramente tra quegli ultimi Fiorentini. Non ismentisce mai l’amor

suo per la patria; se non dice, lascia indovinare le arti per cui la

libertà fu divelta, e Firenze «divenne, di stato piuttosto corrotto e

licenzioso, tirannide; che di sana e moderata repubblica, principato»;

e se specula l’avvenire, non trova ai disastrosi sovvolgimenti d’Italia

altro termine, se non che un principe prudente e fortunato arrivi a

dominarla.

Il miglior racconto dal 1494 al 1529 ci è offerto da Jacobo Pitti, che

compila spesso gli antecedenti, ma con giudizio; benchè avesse tessuto

l’apologia de’ Cappucci e le lodi dei Soderini, non nega lode ai

Medici, ma riprova e Machiavelli e Guicciardini e gli altri venduti.

La storia de’ suoi tempi di Giambattista Adriani è una continuazione

del Guicciardini fino al 1574 in cui l’autore morì, dopo aver

combattuto per la sua Firenze, poi insegnato eloquenza a Padova: e se

è vero che i materiali gli fossero dati dallo stesso Cosmo de’ Medici,

potè ritrarne molti fatti ignoti ad altri, e pur non sagrificare

affatto la propria franchezza.

Scipione Ammirato da Lecce (-1601), conoscendo «non poter raggiungere

nè la schiettezza e purità della lingua de’ Villani, nè la gravità dei

concetti dell’Aretino, nè l’arguzia e destrezza del Machiavelli, nè la

grandezza e nerbo del Guicciardini, nè la lieta e gioconda abbondanza

del Giovio», cercò superarli in accuratezza dei tempi e abbondanza

di fatti. Meriti secondarj, e dove pure non riuscì sommo, avvegnachè

espose in forma d’annali, distribuiti per bimestri, quant’era la

durata de’ gonfalonieri di Firenze; letto di procuste, ch’e’ medesimo

si fabbricò e del quale sente gli strazj[168], perdendo ogni legame,

ogni larghezza di vista e di conseguenze; insulso talvolta nelle

riflessioni, adula i Medici perfin negli avi[169]; e benchè di larga e

corretta narrazione, manca sempre di anima.

Straniero a Firenze era pure Gian Michele Bruto, che viaggiò assai,

accompagnò in Polonia il re Stefano Batori di cui scrisse le imprese,

fu nominato istoriografo di Rodolfo II imperatore, e pare morisse in

Transilvania. Per non essere tentato a vendersi, s’abituò a vivere

frugalissimo; e ispirato dai profughi, assunse di vendicare nella

lingua più allora diffusa, la latina, i Fiorentini dalle calunniose

adulazioni del Giovio, svelando le inique vie per cui i Medici andavano

inoculando la servitù a quella repubblica. Avendo veduto molti paesi,

potè ampliare le considerazioni più che non gli stipendiati pedanti,

dei quali col suo rancore emenda le adulazioni.

Riguardo ai fatti proprj di Firenze, il Machiavelli tra i contemporanei

non ebbe reputazione quanta gliene attribuirono i posteri per secondi

fini[170]; ammirando soltanto Roma e Grecia, foggia su quelle la

sua città, e vuol vedere come i nobili soli la reggessero prima,

poi per l’orgoglio e l’arroganza soccombessero al medio stato, il

quale, cadendo negli errori proprii e de’ predecessori, apre la via

al principato. E sebbene talvolta egli faccia nascere da fortuite

combinazioni ciò ch’è svolgimento costituzionale, e coll’astrazione e

l’accidente tolga alla storia quella vita che palpita ne’ cronisti, va

distinto da tutti perchè ne’ fatti non vede soltanto la successività.

Ne’ _Discorsi sulle Deche di Tito Livio_ non fa opera da critico o

da storico; non accerta i fatti, eppure vuol dedurre teoriche sul

governo romano; non che rivelare, nè tampoco sospetta i misteri

di quella storia; dal suo autore assume i fatti qualunque sieno, e

persino togliendoli dalle arringhe, certamente inventate: ma egli

se ne valea come allora usavano i predicatori, per testo a discorsi

su varie materie. Non è dunque a rintracciarvi la storia antica,

bensì le applicazioni continue, e la conoscenza degli uomini e della

società. Nel che non cerca, come Montesquieu, far effetti e antitesi, e

sostenere assunti capricciosi con documenti scelti a caso o ad arte; ma

si mostra convinto per esperienza propria, e indifferente all’ottener

fede o no. Ragionando poi alla famigliare, dà per certa la propria

sentenza o la conferma con un sol fatto; e poichè vuol dedurne sentenze

universali, facilmente è recato a sostenere la contraria di quella che

dianzi propugnò.

Un passo restava alla storia; dalle impressioni individuali e dai

fatti sconnessi elevarsi all’azione generale, dagli uomini alle

forze politiche, all’accordo de’ sociali elementi. Questo indirizzo

le diede Machiavelli, che nel quadro premesso alle sue _Storie

fiorentine_, lavoro ancora senza modelli per quanto difettivo e

difettoso, e sproporzionato all’opera seguente, conobbe la solidarietà

delle generazioni umane, e che gli errori d’una fanno il male della

successiva; onde spinge lo sguardo alle lontane cause degli eventi,

sorvolando alle inefficienti particolarità per cogliere i punti

supremi. Non grande osservatore ma ricco di senso pratico per giudicare

l’utilità de’ fatti, statista attivo e speculativo, s’abbaglia però

nel caos del medioevo, che non arriva a coordinare perchè troppo

ancora d’erudizione mancava all’età sua e a lui specialmente; non dà

proporzionata importanza a tutti gli elementi della vita sociale; e

preoccupato di politica, e distinguendo la vita del pensiero da quella

dello Stato, appena fra le spade e gl’intrighi lascia comparire la

letteratura, gloria indefettibile della sua patria, la città più colta

del medioevo; e non nomina Dante se non perchè consigliò la Signoria ad

armare il popolo contro i Neri.

Nella sua politica atea assolve la menzogna, la perfidia, la violazione

della parola e dei trattati, lo sprezzo del diritto delle genti, la

cospirazione, l’assassinio, purchè si raggiunga la meta, onesta o

ingiusta non si cerca; qualunque delitto è permesso purchè si soddisfi

qualunque ambizione. Gran diplomatico e scrittor grande, con agevolezza

e profondità scolpisce il proprio pensiero in uno stile di energia

nuda come quella degli atleti, eppure vi occorrono affettazioni e

sovrabbondanze, e un soverchio imitar de’ classici nelle sentenze e ne’

discorsi; sovrattutto anche nello stile manca di cuore.

Dal merito di questi sono troppo lontani gli scrittori d’altri paesi.

Marin Sanuto (-1531), dal 1495 al 1531 notò ciascun giorno quel che

accadeva in Venezia e «de’ successi dell’Italia, e per conseguente

di tutto il mondo, in forma di diario..... a honor della patria mia

veneta e non per premio datomi dalla repubblica, come hanno altri che

tamen nulla o poco scrivono». Espone gli avvenimenti suoi personali,

importanti come di cittadino partecipe alla sovranità; abbonda di

documenti privati e pubblici; e il consiglio dei Dieci gli permise di

valersi dell’archivio «e di quelle lettere che sono avvisi di nuove

occorrenti in diverse parti del mondo, siccome di giorno in giorno

veniranno da oratori ovvero da rettori nostri, dappoichè saranno lette

in Pregadi, e non sia comandato particolarmente che sieno tenute

secrete». Stette costantemente coll’opposizione; ma nel volere si

conservassero le antiche istituzioni patrie, repudiava i miglioramenti

che il secolo richiedeva. Sono a stampa le sue _Vite dei dogi_; e

cinquantotto volumi in-foglio di sua mano lasciò al consiglio dei

Dieci, unico asse d’una famiglia dogale e sovrana di Nasso e di altre

isole dell’arcipelago[171].

La carica di storiografo della repubblica veneta, creata pel Sabellico

mediocre e venale, fu poi coperta da Andrea Navagero (-1529), che

continuò il racconto sino al 1498, e non l’avendo finito, lo bruciò

avanti morire: ma la vera o finta traduzione italiana che ne esiste,

è delle più fedeli e patriotiche storie[172]. E questo, e Pier

Giustiniani che in latino narrò fin al 1575, furono tolti a rifare in

italiano da Pier Morosini, che giunse solo al 1486; e non allegando

le fonti, si scema autorità. Dal punto ov’egli cessa, Pietro Bembo

(-1547) va fino al 1513, il tempo più momentoso per la sua patria.

Estranio agli affari di Stato in paese ove tanti partecipavano, non

anima il racconto colla sicurezza dell’esposizione, colla vivezza

delle particolarità, colla prurigine di fatti reconditi; ai Dieci che

gli esibivano le carte secrete, s’accontentò di chiedere i diarj del

Sanuto[173]; talvolta dipinge bene ma da retore, nè mai s’addentra

nelle cause, talchè raffinisce tra le mani, frivolo quanto una

gazzetta, ed inesorabile encomiasta del suo governo. Scrisse la storia

in latino e in italiano, e l’una dicono emuli Cicerone, l’altra il

Boccaccio: ma in fatto vi trovi sempre un’eleganza compassata, un

periodare labirinteo, le idee nuove camuffate con espressioni arcaiche

e con mitologiche allusioni; e mentre pone il mese e il giorno de’

fatti, tralascia l’anno, ovvero lo indica romanamente dalla fondazione

della città.

I Dieci lo fecero continuare a Luigi Borghi, volendo «esponesse

integralmente e con sincerità, e perchè conterebbe cose da non

pubblicarsi, l’opera sua sarebbe custodita, e leggibile solo dai

senatori». Rimase manoscritta, ed or trovasi nella Marciana.

Dopo di lui altri segretarj sostennero tale incarico, e migliore degli

altri Paolo Paruta (-1598), narratore della _Guerra di Cipro_ e dei

fatti dal 1513 al 52. Sperto negli affari e ne’ pubblici scaltrimenti,

gli espone colle circostanze e le cause, combinando gli eventi di

Venezia con quelli di tutta Europa, traendo le varie fila ad un nodo

principale, e desumendone riflessi istruttivi: «dà un’idea compiuta

della repubblica veneta col porre innanzi i principj del di lei

operare, l’istituzione de’ cittadini, la concordia fra i membri del

principato, i confini della potenza, i termini della giurisdizione,

i fondamenti della libertà; e dando buon conto delle deliberazioni,

disvela agli occhi dei leggitori l’anima stessa di quel governo, e la

condotta che tenne in tempi difficilissimi tanto al di dentro come al

di fuori» (FOSCARINI). Sempre con gravità più che eleganza, dettò pure

_Discorsi politici_ con idee non vulgari sopra il crescere e dibassare

di Roma; posato e senatorio, meno assoluto del Machiavelli, propone

a modo di dubbio, lasciando che il lettore decida: e merita singolar

riflessione il capitolo _Se le forze delle Leghe sieno ben atte a far

grandi imprese_.

Gli _Annali di Genova_ stese Agostino Giustiniani in italiano fino

al 1528 con molta verità e poca arte, giacchè non li destinava al

pubblico. Uberto Foglietta, buon politico, purgato latinista e sempre

vivace, esule e raccolto a Roma da Ippolito d’Este, dettò elogi de’

Genovesi e la storia europea e la patria sino al 1527, senza documenti;

declamando contro alla nobiltà e ai Doria, senza propendere pei

Fieschi, e odiando gli oppressori, natii o stranieri che fossero.

Jacopo Bonfadio la scrisse in classico latino dal 1528, anno della

ricuperata libertà, fino al 50 in cui morì. Vollero pareggiarlo a

Cesare, e certo, malgrado gli strascicati proemj dottrinali e le

intempestive descrizioni, maschia vigoria palesa nelle arringhe, come

quella ove Andrea Doria esorta i Genovesi a ricuperare la libertà,

e ne’ ritratti, come quello di Luigi Fieschi; potè vantarsi di

non sagrificare la veridicità alle speranze[174]; e ben ritrae le

convulsioni di quella repubblica, che ebbe migliori gli storici che

la storia. La prima compiuta è quella stampata nel 1579 ad Anversa

da Pier Bizaro, in trentatre libri, lavorata però di seconda mano, e

viziosamente separando i fatti esterni dagli interni.

Della storia milanese il principale autore è Bernardino Corio (-1514),

ciambellano del Moro, il quale gli aperse tutte le biblioteche e gli

archivj, invitando anche vescovi, abati, monaci della Valtellina,

del lago di Como e d’altrove a lasciargli trasportare a Milano i

manoscritti occorrenti[175]. Stampò l’opera sua regnante Luigi XII,

eppure la dedicò al cardinale Ascanio Sforza, suo antico signore.

Appoggiò il racconto a documenti; e per quanto disgusti il suo

scrivere tra rozzo e pedantesco, piaciono quelle minuzie, di cui gli

perdoniamo l’eccesso perchè altrimenti ci sarebbero sconosciute;

ai fatti guerreschi aggiunge gl’interni svolgimenti dell’economia

e dell’amministrazione; a tempo rileva il racconto con riflessioni

non sempre triviali; mostra conoscere, se non il cuore umano, le

tranellerie della politica, e valuta le azioni de’ principi suoi con

quella verità che può consigliarsi coll’essere stipendiato.

Anche la _Storia di Napoli_ di Angelo di Costanzo dal 1250 al 1489,

di stile netto ma languidamente monotono e senz’affetto nè acume, è

preziosa per gli inseriti documenti. Sempre vantatore di Napoli, divaga

in generalità; ha lodi e biasimi per gli Svevi come per gli Angioini e

gli Aragonesi; con violenza e prolissità confuta il male che del paese

avea detto Pandolfo Collenuccio pesarese; e il trovarlo quasi sempre

relegato ci fa credere che mal s’acconciasse alla servitù spagnuola.

Camillo Porzio narrò la congiura de’ baroni contro Ferdinando I,

elegante e nervoso[176].

Ciascun fatto, ciascuna città ebbero storici, coi quali legheremo

conoscenza adoperandoli: alcuni lodati per stile, sebbene guasto

dall’imitar le forme classiche; altri per accorgimento; tutti aspettano

un potente ingegno che li faccia servire come materiali ad una storia

italiana. Di rado producono documenti, nè bastano di critica per

vagliarli, e tanto meno per penetrare nell’intelligenza de’ secoli

anteriori; si passionano per un paese e per un uomo: in generale però

vagheggiano meno l’aneddoto che nel secolo precedente, perchè minore

la vita pubblica; ma attenti ai fatti strepitosi, negligono la vita

intima, le alterazioni dei governi che non avvengono solo col mutar di

stato, le consuetudini e le opinioni tra cui versarono i personaggi,

gl’intenti loro, i desiderj, le paure, le sofferenze di quella turba,

che dei pubblici avvenimenti non ebbe azione, ma subì gli effetti. I

latini restano inferiori, perchè preoccupati della forma, in grazia

della quale mutilano quelle particolarità che meglio avvivano i tempi.

Vogliamo distinguere il milanese Galeazzo Cappella, segretario di Stato

di Francesco II Sforza, al quale serbò fede anche nella sventura, e

narrò le imprese fatte per ristabilirlo dal 1521 al 30, e quella contro

il castellano di Musso, degno che il Guicciardini in non piccola parte

lo copiasse[177]. Taluno ancora stendeva cronache per uso domestico,

senza scegliere nè verificare nè fondere, rozzissime fuori di Toscana,

ma inestimabilmente preziose pel rivelare che fanno le impressioni

personali.

Più evidente il concetto di que’ tempi esce dalle relazioni degli

ambasciadori, che, oltre i divisamenti statistici, offrono costumanze

e precetti e applicazioni di politica e d’economia. De’ veneti molte

abbiamo alle stampe. Giovanni Guidiccioni di Viareggio, vescovo di

Fossombrone, eccellente uomo e schietto, di sentimenti cristiani

insieme e patriotici, accompagnò come nunzio Carlo V in Africa, e

nelle sue _Lettere_ ci lasciò prezioso ritratto degli affari di quel

tempo. Un solenne farcitore di libri, Gerolamo Ruscelli, ebbe modo

d’unire una raccolta di _Lettere di principi a principi_ veramente

preziosa. Vi vanno del paro le _Lettere famigliari di XIII uomini

illustri_, raccolte da Dionigi Atanagi; ed oltre quelle del Da Porto

sulla guerra veneta e del Busini sull’assedio di Firenze, altre assai

furono tratte, non è guari, dagli archivj di Francia per opera del

Molini; altre sono sparse nelle collezioni o fra le opere de’ letterati

d’allora, o vengono in luce qua e là; e meriterebbe della patria chi

sapesse sceglierle e coordinarle in una storia d’Italia, raccontata da

contemporanei.

Il lettore ha veduto quanto noi ce ne valiamo largamente. Le più argute

sono quelle fra Nicolò Machiavelli e Francesco Vettori, intelletti

rinvigoritisi negli studj, poi nelle legazioni e nelle magistrature

della patria, ed acuiti dal malcontento. Amanti dei governi forti

cioè incondizionati, essi da prima aveano preso ombra di Venezia, come

minacciosa all’indipendenza degli altri Stati italiani; da poi temevano

degli Svizzeri; e intanto non s’avvedeano che maggior pericolo veniva

dal portentoso ingrandimento di casa d’Austria.

Tra quelle effimere combinazioni affacciavasi a loro un’altra minaccia

troppo reale, e nel giugno 1513 il Vettori scriveva a Machiavelli: —

Noi andiamo girandolando tra i Cristiani, e lasciamo da canto il Turco,

il quale fia quello che, mentre questi principi trattano accordi,

farà qualche cosa che ora pochi vi pensano. Egli bisogna che sia uomo

di guerra e capitano per eccellenza; vedesi che ha posto il fine suo

nel regnare; la fortuna gli è favorevole, ha soldati tenuti seco in

fazione, ha danari assai, ha paese grandissimo, non ha ostacolo alcuno,

ha congiunzione con il Tartaro; in modo che non mi farei maraviglia

che, avanti passasse un anno, egli avesse dato a questa Italia una gran

bastonata, e facesse uscire di passo questi preti: sopra di che non

voglio dir altro per ora».

In effetto quella potenza era allora la più poderosa in Europa, con

formidabile marina, coll’unico esercito stanziale. Quanti erano

in cristianità perturbatori, rivoluzionarj, fuorusciti pendeano

a svincolarsi dalle obbligazioni dello Stato e della Chiesa

coll’abbracciare l’islam: e i Turchi faceano gran capitale de’

rinnegati, sapendoli congiunti fatalmente alla loro causa; sceglievano

tra costoro i principali magistrati e i capitani; donde la grandezza

della Turchia è aumentata dall’attività de’ Cristiani e dal solito

ardore de’ fuorusciti. Piantata in vasto semicircolo attorno al

Mediterraneo, ella assediava l’Italia sia dalla costa africana, sia

dalla levantina; e se non bastava che rompesse i commerci marittimi,

toglieva ogni sicurezza al nostro littorale. Nel 1517 sapendo che

Leon X villeggiava verso la marina, si proposero di cogliere sì lauta

preda, e sbarcati con diciotto fuste, fu un miracolo se fallirono

tale divisamento. Delusi del quale, piombarono sopra l’isola d’Elba,

appartenenza del signor di Piombino, e la sperperarono. L’anno seguente

«presero sopra Ostia e sino alla foce del Tevere alcuni navigli che

venivano da Roma, e smontati a terra, colsero uomini e donne: il

cardinale di San Giorgio e il cardinale Agenense, ch’erano in campagna

ad Ostia e presso Porcigliano, salvaronsi colla fuga»[178].

Erano simili a disastri naturali, di cui si prevede l’arrivo: lo

stesso gransignore non bastava a frenare quel mostro organizzato per la

guerra, ch’erano i Gianizzeri, nè la pirateria de’ Barbareschi. Crebbe

il pericolo della cristianità quando a Bajazet II succedette suo figlio

Selim (1512), sanguinario che non vedeva se non guerra, sterminio

santo, gioja della strage: eppure voleva ragionarle, e al muftì

proponeva casi di coscienza, da cui dipendeva il macello di migliaja di

viventi; e una volta gli chiese se non sarebbe opera santa l’ammazzare

due terzi del genere umano per salvare l’altro terzo. Rabbioso coi

Cristiani quanto avido di nuovi acquisti, impossessatosi della Soria e

di Gerusalemme, soggiogato ed ucciso il soldano d’Egitto, vinto il sofì

di Persia reo di credere all’incarnazione di Dio, all’Europa rea della

stessa credenza potè volgere forze raddoppiate; e chiamato il visir

Piri-bascià (1518), gli disse: — Se cotesta razza di scorpioni copre

i mari co’ suoi vascelli: se la bandiera di Venezia, del papa, dei re

di Francia e di Spagna padroneggia le acque d’Europa, è colpa della

mia tolleranza e della negligenza tua: voglio una flotta numerosa e

formidabile».

Detto fatto, i disusati cantieri preparano centinaja di vascelli da

guerra; l’Europa si sgomenta di udire dai minareti cinque volte al

giorno proclamare l’abolizione di Cristo per opera di Allah; i vecchi

narrano come il Turco imponga un perpetuo tributo di donne pe’ suoi

serragli, di fanciulli pe’ suoi eserciti; le madri stringonsi i bambini

al seno udendo raccontare di figliuoli arrostiti, d’uomini segati,

di preti scuojati. S’innalza di nuovo il grido della crociata; e

papa Leone esorta a concordia i re cristiani, e che offrano ciascuno

denari e uomini per assalire i Turchi sotto la capitananza del

granmaestro de’ cavalieri Teutonici: tutti promettono, e i particolari

di quell’apparecchio possono darci la misura o, come oggi diciamo, la

statistica delle potenze d’allora[179].

Ogni principe cristiano doveva contribuire un quinto delle annue

rendite; i privati pagare cinque fiorini ogni cento di rendita;

chi n’avesse meno, un fiorino all’anno; e se venisse duopo, si

venderebbe la terza parte dei frutti delle chiese e dei santuarj,

e gli ecclesiastici pagherebbero due decimi dell’annuo provento.

Il duca di Borgogna darà mille lancie da quattro cavalli ciascuna,

duemila soldati leggeri alla tedesca, e venticinque lanzi pedoni;

i Confederati Elvetici ventimila pedoni, e se sia duopo, ottomila

venturieri, fiore di lor gente; il re Cattolico mille soldati,

tremila gianizzeri all’italiana, e ventimila spagnuoli; l’inglese

cinquecento cavalieri, mille arcieri a cavallo, e diecimila pedoni;

il re d’Ungheria, fra boemi e ungheresi, trecento cavalieri, trecento

leggeri e cinquemila archibugieri boemi; quel di Polonia quattrocento

cavalieri e tremila arcieri alla turca. Massimiliano imperatore

somministrerà mezzo l’esercito, ove tra’ suoi e confederati siano

settantamila pedoni, quattromila soldati biancovestiti, dodicimila

armati alla leggera, e cento bocche d’artiglieria: egli guiderà

l’esercito per l’Ungheria verso Belgrado, Adrianopoli e Costantinopoli;

le vittovaglie scenderanno pel Danubio. Il re di Francia coll’altr’ala

di settantamila pedoni, quattromila cavalieri e dodicimila leggeri,

terrà via pel Friuli, la Dalmazia, la Bosnia e la Grecia, e contribuirà

duemila cinquecento cavalieri francesi, cinquemila pedoni leggeri, e

ventimila guasconi, normanni e picardi. Il papa con Venezia, Savoja

ed altri principi d’Italia e coi Fiorentini, darà mille cinquecento

cavalieri, settemila armati di balestre, schioppi e mezze lancie, e

ventimila pedoni italiani, de’ quali un terzo armati di schioppi, e

quest’esercito passerà a Cattaro per Ancona e Brindisi, o per Bari

ed Otranto. Verrà terzo l’armamento marittimo per portare i foraggi

verso la Grecia e la Morea, somministrandovi il re di Portogallo

trenta caravelle, il senato veneto cento galee, il re di Francia

con Genova venticinque, altrettante carache, quaranta galeoni,

venti barche; venticinque galee il papa e il re Cattolico, il quale

aggiungerà tre navi di Biscaglia; l’inglese dieci grandi carache;

in tutto centocinquanta galee, trentasette carache, centoventi fra

barche, galeoni e caravelle, e infinite navi da carico. Per ogni galea

computavasi al mese il costo di ducati cinquecento, di seicento per

ogni caraca, di ducento pei galeoni, di cinquanta per le caravelle, di

trecento per le barche: i pedoni toccheranno al mese quattro ducati

d’oro, i cavalieri centoventi all’anno; i leggeri sessanta: e tutto

l’armamento importerà otto milioni e mezzo d’oro, mentre l’imposta

sopraccennata ne produrrebbe dodici, oltre gli ornati e i tesori delle

chiese.

Tali promesse non facevano per zelo, ma per gara di principi, più

largheggianti perchè nessuno intendeva mantenere. La morte (1520)

liberò la cristianità da così risoluto nemico; ma non meno ostile

succedeva il figlio Solimano detto il Grande, che prode, generoso,

ardito, sapendo disciplinare gl’istinti proprj e della sua gente

senza spegnerli, e alla passione d’invadere congiungendo il genio del

dominare, in tredici spedizioni dilatò i confini dell’impero ottomano

più che mai fossero, e fece sventolare le code a Diu ed a Vienna,

in faccia a Marsiglia e a Roma. Quasi l’amor delle lettere comune

fra’ Cristiani non dovesse mancare neppur fra i Turchi, egli leggeva

abitualmente i _Commentarj_ di Cesare, arricchì il paese di capi d’arte

e libri, diè buon ordinamento agli ulemi; operosissimo, fervente,

religioso, eppure non intollerante, a chi l’aizzava a perseguitare

i sudditi cristiani mostrava un giardino, reso bello dalla varietà

d’alberi e fiori.

Allora apparvero i frutti di quella politica, che all’unità cristiana

surrogava l’equilibrio delle nazioni. Perocchè Francesco I per

deprimere l’Austria cercò l’alleanza de’ Turchi; e come fanterie dagli

Svizzeri, così da quelli si ripromise una flotta sul Mediterraneo

e una tremenda diversione sul Danubio: cioè la Francia, antesignana

delle crociate contro l’islam, ora dell’islam si faceva introduttrice.

In fatto, col pretesto che gli Ungheresi avessero maltrattato

l’ambasciadore da lui mandato a riscuoterne il tributo, Solimano portò

contro di loro un esercito immenso e trentatremila camelli di munizioni

e viveri; assediò in persona Belgrado (1521), e assistito da un

artigliere francese, espugnò quel baluardo della cristianità; rimandò

gli abitanti ungheresi sulla sinistra del Danubio, i bulgari trasferì

a Costantinopoli. Se ne spaventò la divisa Europa, già immaginandolo

condotto dai Francesi in Germania; ma per allora egli sospese il colpo

onde assalire con trecento vele e centomila uomini di sbarco l’isola di

Rodi, scalo a lui necessario fra Costantinopoli e l’Egitto.

Dicemmo (Cap. CXVIII fine) come vi avessero preso stanza i cavalieri

di san Giovanni, i quali, non isbigottiti dalle cento bocche di fuoco

che fulminavano la fortezza, sotto Villiers de l’Ile-Adam granmaestro

(1522) si difesero intrepidamente. Le donne portavano rinfreschi,

medicamenti, terra per ristoppar le breccie, sassi da avventare. Quella

politica che dagli sbadiglianti seggioloni sentenzia così agevolmente

d’inettitudine e di codardia, appone ai Veneziani di non aver difeso

l’isola; ma essi poteano rispondere: — Come! i due maggiori potentati

della cristianità sciupano le forze e il sangue in gara di spietate

ambizioni; e il Cristianissimo è alleato coi Turchi, il Cattolico non

risponde che parole alle affannose chiamate del granmaestro: e intanto

si pretende tutto da noi, i quali teniamo in Oriente tutte le forze,

i mezzi, i guadagni; noi in prima fila esposti alle offese del nemico

comune; noi rifiniti dal lungo duello con questo e coi re cristiani,

de’ quali nessuno ci tenderebbe una mano nel pericolo?! Siam dunque

costretti a rispettare la pace fatta col Turco, stare osservando e far

voti». Pure lasciarono che molti, fingendosi disertori, andassero ad

unirsi coi cavalieri; e segnatamente il valoroso ingegnere bresciano

Gabriele Martinengo[180], venuto da Candia con cinquecento soldati,

diresse la difesa, e v’incontrò la morte de’ prodi.

Meglio di centomila Turchi erano periti quando i cavalieri

capitolarono, e il granmaestro uscì con cinquemila persone. Errarono

qua e là; poi Bernardo Salviati, nipote di Leon X, il quale entrato

in quella sacra milizia, colle galee dell’Ordine e della Chiesa

aveva tolto Modone ai Turchi, ajutato a prendere Corone, e acquistata

bellissima fama di valore, fu deputato a Carlo V (1530) per impetrare

come stanza dell’Ordine le isole di Malta, già feudo delle famiglie

Chiaramonti e Moncada, con Gozo e Comino che gli appartenevano come

a re di Sicilia; rupi aride che non vivrebbero se la Sicilia non vi

recasse frumento e neve, diceansi non valer la pergamena su cui ne fu

scritta la donazione; ma con ciò l’imperatore metteva un antimurale

a Napoli e alla Sicilia, anzi alla libertà de’ mari e agli interessi

commerciali di tutta Europa.

I cavalieri faceano omaggio annuo d’un falcone al vicerè: ciascuna

delle lingue in cui era diviso l’Ordine, teneva a Malta un _albergo_

dei giovani che venivano a _farvi la carovana_; e ancora nella varietà

della costruzione rivelano il diverso gusto delle nazioni e dei tempi.

Alla lingua italiana spettava sempre la dignità di grande ammiraglio,

il quale, oltre a tutti i marinaj, comandava anche agli altri soldati

qualvolta mancasse il gran maresciallo.

Allora Solimano si ritorse verso il Danubio con centomila uomini

e trecento cannoni, e piantò il campo a Mohacz, giovandosi

dell’indebolimento in cui le interne scissure precipitavano quel paese

dopo la morte del grande Mattia Corvino. Ivi Solimano (1526 29 agosto)

riporta vittoria sanguinosissima, dopo la quale difila sopra Buda e

la incendia; varca a Pest devastando sino a Raab; e lascia morti in

due mesi centomila Ungheresi, sentinelle perdute della cristianità, la

quale, per private ambizioni, stavasi indolente al comune pericolo.

Chiamato un tratto dalle sommosse in Asia, bentosto Solimano riconduce

cenventimila uomini contro Ferdinando arciduca d’Austria, ch’erasi

fatto gridar re dell’Ungheria, e non pensava a difenderla; e preso

Buda e Gran, investe Vienna, l’assalta venti volte (1529), ma sempre

respinto dalla guarnigione, e mancando d’artiglieria e di viveri,

dà la volta, lasciando devastato il paese. Ma raccolti trecentomila

guerrieri, eccolo di nuovo sopra l’Austria. Grosso esercito s’adunò

allora sotto quell’Anton de Leyva, che tanto aveva giovato alle

vittorie in Italia, e seco passarono le Alpi il conte Guido Rangoni,

un Martinengo generale di cavalleria, il marchese Alfonso Del Vasto

generale della fanteria, Pietro Maria De’ Rossi conte di San Secondo,

Fabrizio Maramaldo, Filippo Tornielli, Giambattista Gastaldo, Marzio e

Pietro Colonna, don Ferrante Gonzaga generale della fanteria leggera,

due compagnie di cavalleggeri del duca di Ferrara; e per parte del papa

Ippolito Medici, cardinale più voglioso degli sproni che della porpora,

con trecento archibugieri, e molta nobiltà italiana. Intanto da Carlo

V spedito a fare una diversione per mare, Andrea Doria occupò Corone

e Patrasso, e minacciò Costantinopoli; onde Solimano si ritirò menando

trentamila contadini prigionieri, e sceso a negoziati (1533), concesse

pace perpetua al figliuolo pentito, come chiamava l’arciduca d’Austria.

Ma Luigi Gritti, veneziano a’ servigi della Porta, spedito da

Solimano al re d’Ungheria, essendo trascorso ad atti arbitrarj, fin

a decapitare il governatore di Transilvania dormente, gli amici di

questo insorsero, e uccisero il Gritti. Solimano, occupato in Persia,

ne chiedea continuamente soddisfazione; inoltre i bascià turchi, in

onta della pace conchiusa, non desistevano di saccheggiare i vicini; di

che nascevano baruffe e sangue. Ferdinando se ne lamentò, si lamentò

Solimano, e la spada risolse (1534): un grosso d’Ungheresi, Tedeschi,

Italiani, guidati da Alessandro Vitelli, entrarono in Ungheria, ma

presto furono ridotti incapaci di tener la campagna.

Appena si crederebbe che i Cristiani prendessero sì scarso interesse

a tanto pericolo: ma ormai la politica si rimpinzava d’egoismo; e a

quell’autorità, che sola bastava a riunire i Cristiani, era portato

un fiero assalto, non più per amore di correggerla, ma per astio di

diroccarla.

Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15) · 第 9 / 22 题