Leone X e Luigi XII.
_Casa de’ Medici._
GIOVANNI DI BICCI 1421-29
|
| COSMO _Padre della patria_ 1429-64
| |
| | PIETRO 1464-69
| | |
| | | Cosmo
| | |
| | | Nanina Bianca in Guglielmo Pazzi
| | |
| | | LORENZO il _Magnifico_ 1469-92
| | | |
| | | | PIETRO II 1492-1503
| | | | |
| | | | | LORENZO II 1513-19 duca d’Urbino 1516
| | | | | |
| | | | | | Caterina in re Enrico II
| | | | | |
| | | | | | ALESSANDRO 1531-37
| | | | |
| | | | | Clarice in Filippo Strozzi
| | | |
| | | | Giovanni (Leone X) 1513
| | | |
| | | | GIULIANO II 1512 abdica 1513
| | | duca di Nemours 1515
| | | |
| | | | cardinale Ippolito -1535
| | |
| | | GIULIANO 1469-78
| | |
| | | Giulio 1519-27 fu papa Clemente VII 1523
| |
| | Giovanni -1463
| |
| | Carlo
|
| Lorenzo
|
| Pier Francesco
|
| Lorenzo
| |
| | Pier Francesco
| |
| | Lorenzino -1548
|
| Giovanni m. di Caterina Sforza-Riario
|
| Giovanni dalle Bande Nere -1526
|
| COSMO I 1537-74 granduca dal 1569
|
| FRANCESCO I 1574-87
| |
| | Maria in Enrico IV di Francia
|
| Giovanni cardinale -1562
|
| Garzia
|
| FERDINANDO I 1587-1609
| |
| | COSMO II 1609-21
| |
| | FERDINANDO II 1621-70
| |
| | COSMO III 1670-1723
| |
| | Ferdinando
| |
| | GIAN GASTONE 1723-37
| |
| | Anna princip. palatina -1743
|
| D. Pietro
Il magnifico Lorenzo de’ Medici ebbe tre figliuoli, che educò
domesticamente in colta cortesia. Una volta taluno ritrovò lui e il
fratello Giuliano che, messisi carponi e fattisi montare in groppa que’
bambini, trottavano a maniera di cavalli; e vedendolo meravigliarsi, il
pregarono a non farne motto finchè egli pure non fosse padre[143].
Sono codesti i due mostri de’ romanzi e delle tragedie. Giuliano,
trucidato dai Pazzi (tom. VIII, pag. 280), lasciò orfano Giulio, che
col tempo divenne papa Clemente VII. Dei tre di Lorenzo, Pietro toccò
le sventure pubbliche che narrammo, finchè s’annegò alla battaglia
del Garigliano; Giuliano s’imparentò coi reali di Francia, e fu creato
duca di Nemours; Giovanni, nato il 1475, dalle fasce fu predestinato
alla chierica, e suo padre notava con compiacenza ne’ registri di
casa i benefizj ecclesiastici che man mano accumulavansi su questo
fanciullo. — A’ 19 di maggio 1483, venne la nuova che il re di Francia
per se medesimo aveva data la badia di Fontedolce a Giovanni nostro...
A dì 31, da Roma, che il papa gliel aveva conferita, e fattolo abile
a tenere benefizj sendo d’anni sette... A dì 8 giugno venne Jacopino
corriere di Francia sulle tredici ore con lettere del re, che aveva
dato a messer Giovanni nostro l’arcivescovado d’Aix in Provenza, ed a
vespro fu spacciato il fonte per Roma per questo... A dì 15 a ore sei
di notte, venner lettere di Roma che il papa faceva difficoltà di dare
l’arcivescovado a messer Giovanni per l’età, e subito si spacciò il
fante medesimo al re di Francia...»
Piace il trovare quest’amorevole padre di famiglia sotto le dissolute
reminiscenze, questo principe cittadino quando sottentravano le Corti.
E mandando Pietro suo al papa il 1484, quando cioè avea quattordici
anni, gli dava di proprio pugno istruzioni minute, e insegnavagli le
lusinghe da usar colle signorie e coi privati: — Ne’ tempj e luoghi
dove concorreranno gli altri giovani degli ambasciadori, pórtati
gravemente e costumatamente, e con umanità verso gli altri pari tuoi,
guardandoti di non preceder loro se fossero di più età di te, poichè,
per esser mio figliuolo, non sei però altro che cittadino di Firenze,
come sono ancor loro: ma quando poi parrà a Giovanni di presentarti
al papa separatamente, prima informato bene di tutte le cerimonie che
si usano, ti presenterai alla sua santità, e lasciata la lettera mia
che avrai di credenza al papa, supplicherai che si degni leggerla; e
quando ti toccherà poi a parlare, prima mi raccomanderai a’ piedi di
sua beatitudine, come feci alla santissima memoria del predecessore di
quella... Farai intendere a sua santità, che avendogli tu raccomandato
me, ti sforza l’amore di tuo fratello raccomandargli ancora Giovanni,
il quale io ho fatto prete, e mi sforzo e di costumi e di lettere
nutrirlo in modo, che non abbia da vergognarsi fra gli altri. Tutta
la mia speranza in questa parte è in sua beatitudine, la quale avendo
cominciato a fargli qualche dimostrazione d’amore, supplicherai si
degni continuare per modo, che alle altre obbligazioni della casa
nostra verso la Sede apostolica s’aggiunga questo particolare;
ingegnandoti con queste ed altre parole raccomandarglielo, e
metterglielo in grazia più che tu puoi. Avrai mie lettere di credenza
per tutti i cardinali, le quali darai o no, secondo parrà a Giovanni.
In genere, a tutti mi raccomanderai... Visiterai tutti que’ signori
di casa Orsina che fossero in Roma, usando ogni riverente termine, e
raccomandandomi a loro signorie, e offrendoti per figliuolo e servitor
loro, poichè si sono degnati che noi siamo lor parenti, del quale
obbligo tu hai la maggior parte per essere tanto più degnamente nato; e
però ti sforzerai a tua possa di pagarlo almanco con la volontà.
«Io ti mando con Giovanni Tornabuoni, il quale in ogni cosa hai ad
obbedire, nè presumere far cosa alcuna senza lui, e con lui portandoti
modestamente, e umanamente con ciascuno, e soprattutto con gravità,
alle quali cose ti debbi tanto più sforzare, quanto l’età tua lo
comporta manco. E poi gli onori e carezze, che ti saranno fatte, ti
sarebbono d’un gran pericolo, se tu non ti temperi e ricorditi spesso
chi tu sei. Se Guglielmo[144] o i suoi figliuoli o nipoti venissero a
vederti, vedigli gratamente, con gravità però e modo, mostrando d’aver
compassione delle loro condizioni, e confortandogli a far bene, e
sperar bene facendolo».
Principale oggetto di quest’invio era l’ottenere a Giovanni il cappello
cardinalizio: e l’ebbe quando ancor non finiva i tredici anni. A
minorare lo scandalo della precoce liberalità, non fu lasciato prendere
la porpora nè posto in concistoro se non due anni più tardi; e gli
ammonimenti che in quell’occasione gli dava Lorenzo, son quali suole
un padre al figlio che va in collegio: — Il primo mio ricordo è che vi
sforziate a esser grato a monsignor Domenedio, ricordandovi ad ogn’ora
che non meriti vostri, prudenza o sollecitudine, ma mirabilmente esso
Iddio v’ha fatto cardinale, e da lui lo riconosciate, comprobando
questa condizione con la vita vostra santa, esemplare ed onesta; a
che siete tanto più obbligato per aver già voi dato qualche opinione
nell’adolescenza vostra da poterne sperare tali frutti... L’anno
passato io presi grandissima consolazione intendendo che, senza che
alcuno ve lo ricordasse, da voi medesimo vi confessaste più volte e
comunicaste; nè credo che ci sia miglior via a conservarsi nella grazia
di Dio, che l’abituarsi in simili modi e perseverarvi... È necessario
che fuggiate come Scilla e Cariddi il nome dell’ipocrisia e la mala
fama, e che usiate mediocrità, sforzandovi in fatto fuggir tutte le
cose che offendono in dimostrazione e in conversazione, non mostrando
austerità e troppa severità; cose le quali col tempo intenderete
e farete meglio che non lo posso esprimere. Credo per questa prima
andata vostra a Roma sia bene adoperare più gli orecchi che la lingua.
Oggimai v’ho dato del tutto a monsignor Domenedio e a santa Chiesa;
onde è necessario che diventiate un buono ecclesiastico, e facciate
ben capace ciascuno, che amate l’onore e stato di Santa Chiesa e della
sede apostolica innanzi a tutte le cose del mondo, posponendo a questo
ogni altro rispetto... Nelle pompe vostre loderò più presto stare
di qua dal moderato, che di là; e più presto vorrei bella stalla e
famiglia ordinata e polita, che ricca e pomposa. Ingegnatevi di vivere
accostumatamente, riducendo a poco a poco le cose al termine, che, per
essere ora la famiglia e il padron nuovo, non si può. Gioje e sete in
poche cose stanno bene a’ pari vostri. Più presto qualche gentilezza
di cose antiche e bei libri, e più presto famiglia accostumata e
dotta che grande; convitar più spesso che andare a conviti, nè però
superfluamente. Usate per la persona vostra cibi grossi, e fate assai
esercizio; perchè in codesti panni vien presto in qualche infermità
chi non ci ha cura. Lo stato del cardinale è non manco sicuro, che
grande; onde nasce che gli uomini si fanno negligenti, parendo loro
aver conseguito assai, e poterlo mantenere con poca fatica; e questo
nuoce spesso e alla condizione e alla vita, alla quale è necessario
abbiate grande avvertenza; e più presto pendiate nel fidarvi poco, che
troppo... Una regola sopra l’altre vi conforto ad usare con tutta la
sollecitudine vostra; e questa è di levarvi ogni mattina di buon’ora,
perchè oltre al conferir molto alla sanità, si pensa ed espedisce tutte
le faccende del giorno, e al grado che avete, avendo a dire l’ufficio,
studiare, dar udienza ecc., vel troverete molto utile. Un’altra cosa
ancora è sommamente necessaria a un pari vostro, cioè pensare sempre,
la sera innanzi, tutto quello che avete da fare il giorno seguente,
acciocchè non vi venga cosa alcuna immediata...»
Il cardinale de’ Medici, costretto esular da Firenze quando i suoi
ne furono espulsi, e vedendo non poter vivere a Roma con dignità e
sicurezza sotto Alessandro VI, prefisse di andar viaggiando. Prese seco
undici giovani gentiluomini, la più parte suoi parenti, fra cui Giulio;
e tutti vestiti a una divisa, comandando un per giorno alla brigata,
percorsero Germania, Francia, Fiandra; a Genova alloggiarono presso
il cardinale della Rovere anch’esso profugo da Roma; onde, fra quei
fuorusciti, tre erano futuri papi.
L’anno santo il Medici visitò Roma incognito; passò il restante tempo
fra pericoli, finchè salì papa il Della Rovere col nome di Giulio
II, che l’accolse e onorò. Alla Corte il Medici si metteva attorno
letterati e artisti, a comodo de’ quali apriva una biblioteca, ricca
anche dei moltissimi manoscritti raccolti già da Cosmo e Lorenzo,
dispersi nella cacciata di Pietro e compri dai frati di San Marco, dai
quali esso li riscattò per duemila ducensessantadue scudi; disputava
coi dotti, componeva, giudicava con fino gusto, e scialava più che nol
permettessero le avite ricchezze, scompigliate nella cacciata, poi ne’
tentativi di ricuperare lo Stato; e non rade volte egli dovette mandare
in pegno a macellaj e pizzicagnoli i vasi d’argento della propria
tavola. Se alcuno gliene facesse appunto, rispondeva: — La fortuna
sussidia chi è destinato a gran cose, purch’egli non invilisca».
Giulio II, genio militare, tramutò questo suo favorito in capitano, e
per ingelosire i Fiorentini, deputollo legato all’esercito che mandava
contro i Francesi (p. 207). A Ravenna il cardinale restò prigioniero,
ma condotto a Milano, dove conservavasi ancora aperto il conciliabolo,
v’ebbe onoranze festevoli, potè riguadagnar molti alla Chiesa, poi
colle buone maniere si amicò anche gli uffiziali francesi, talchè,
mentre pensavasi mandarlo cattivo in Francia, ebbe modo a fuggire, e
variando travestimenti arrivare a Bologna, mescere nuovi partiti, e
infine, scavalcato il Soderini gonfaloniere, ricuperar Firenze.
Vi stava tormentato da una fistola (1513) allorquando udì la morte
di Giulio II; onde si fece portare in lettiga a Roma per assistere al
conclave, nel quale tenne seco il chirurgo. Forse questa circostanza
fece preponderare gli elettori verso di lui, insolitamente giovane, ma
probabilmente di breve durata (8 marzo). Intitolatosi Leone X, fece la
consueta cavalcata a San Giovanni Laterano sul destriero che eragli
servito alla battaglia di Ravenna, e trovati trecentomila zecchini
accumulati da Giulio II con risparmiare sull’amministrazione, pensò
spenderli men tosto in guerre che in magnificenze, e un terzo ne logorò
nelle sole feste della sua inaugurazione.
Riuscito a rimuovere lo scisma dalla Chiesa col compiere il concilio
Lateranense V, e ricevere all’obbedienza quelli che aveano aderito al
conciliabolo di Pisa, le principali cure volse alla propria famiglia.
Non si trattava di toglierla dall’oscurità per satollarla di ricchezze
e cariche; e già essendo ricca, accreditata, dominante, egli stesso
si trovò, con nuovo esempio, papa insieme e principe secolare d’uno
Stato confinante, e quindi larghissimo in mezzi d’ingrandire i parenti.
Di Firenze conferì l’arcivescovado colla porpora al cugino Giulio;
ed essendosi in quei giorni denunziata una di quelle congiure che
ai governi nuovi somministrano occasione di stringere le briglie e
dar di sproni, lasciò andare al patibolo Pietro Bòscoli e Agostino
Capponi[145]; agli altri, fra cui il Machiavelli, fece perdonare.
Le emulazioni fra Austriaci e Francesi davangli speranza d’ottenere a’
suoi o il ducato di Milano o il regno di Napoli. Intanto al fratello
Giuliano maritò Filiberta di Savoja zia di re Francesco I di Francia,
spendendo cinquantamila ducati per le feste a Roma, oltre quelle a
Torino e a Firenze; fu detto pensasse, alla morte di Massimiliano, far
eleggere imperator di Germania il nipote Lorenzo, o almeno titolarlo
re di Toscana. Di mezzo a questi divisamenti cercava i godimenti
dell’intelletto, accoglieva artisti e poeti, non sempre da protettore
che ne conosce la dignità, anzi spesso da buontempone che vuol farsene
un trastullo; e «non meno amico de’ suoi parenti, che dell’ozio e della
cantilena, solea dire a suo fratello Giuliano: _Attendiamo a godere, e
facciam bene alli nostri_[146].
Re Luigi XII, pacificato a Blois coi Veneziani (24 marzo) che s’erano
guasti coll’imperatore perchè ostinavasi a voler Vicenza e Verona, e
sciolto l’Alviano che da quattro anni teneva prigione, accingevasi a
riparare in Lombardia, le perdite sofferte, e mandò la Trémouille e il
Trivulzio, che dappertutto accolti festosamente, ricuperarono Genova e
il Milanese. Il duca Sforza, che non vi aveva avuto altro sostegno se
non gli Svizzeri, si trovò assediato in Novara: ma un nuovo corpo di
questi, colà sopraggiunto, forse risoluto di riparare verso il figlio
la slealtà ivi usata al padre, lo difese intrepidamente; poi alla
Riotta, côlta improvvista la gendarmeria francese, le diede la peggiore
sconfitta che mai toccasse (1513 6 giugno); sicchè, perduti ottomila
uomini, si volse al ritorno, anzi alla fuga. La Trémouille, che avea
scritto al re farebbe prigione il figlio là dove era stato preso
il padre, fu mal accolto da Luigi. Lombardia e Piemonte, sgombrati
dai Francesi, s’affrettano a far sommissione allo Sforza; Genova ne
respinge la flotta[147]; e ogni orma francese è cancellata d’Italia.
Venezia dunque trovavasi sola, esposta alle armi di Raimondo di
Cardona, il quale si unì alle imperiali non tanto per vantaggio o
gloria del Cattolico, quanto per arricchire i proprj soldati. A questi
si collegarono le truppe pontifizie, e invano ostando l’Alviano,
presero Padova, accamparono sul lembo della laguna, donde spararono
contro Venezia. Questa ordinò fosse devastato il paese; sicchè dal
Trevisano, dal Padovano, dal Vicentino, dal Bresciano accorsero i
villani a saccheggiare ed ardere.
Non v’è lingua che basti a descrivere quello sterminio; Pieve di
Sacco fu distrutta; deserte le rive della Brenta e fin a Mestre; ed
avendo gli abitanti salvato molta roba in val Polesella, Veneti e
Francesi vi accorsero. L’Alviano impetrò d’affrontare i Tedeschi, e
in fatti essi dovettero cessare lo sperpero per farsegli incontro, e
trattolo a battaglia presso Vicenza, lo sconfissero, gli tolsero tutta
l’artiglieria, e moltissimi prigionieri. Il Friuli subì il resto della
rabbia tedesca, e in un villaggio Cristoforo Frangipane, vassallo
dell’imperatore, fece cavar gli occhi e tagliare l’indice destro a
tutti gli abitanti. Verona fu più volte presa e ripresa, più volte
taglieggiata. Francesi e Veneti assediarono Brescia con non minor
furore dell’altra volta. A Cremona l’anno precedente fu tal tumulto di
guerra, che non si distribuirono tampoco gli ulivi nella domenica delle
palme: i Francesi aveano fatto levare i merli dalle mura, abbassare
molte torri, abbattere le antiche porte ancor sussistenti in città,
aggiungere due torrioni al castello, scavare e allargar le fosse,
forzando i cittadini a lavorare, e ne cacciarono più di quattrocento
principali, altri mandarono a supplizio, spogliando le loro case
(CAMPI): ora altrettanti guasti recaronvi i liberatori. Eguali sventure
sarebbero a raccontare delle singole città.
Casuale incendio (1514) mandò in cenere la più mercantil parte di
Venezia, piena d’argenterie e merci di gran valuta, duemila fra
botteghe e case, e il fondaco de’Tedeschi, perendo in una notte
altrettanto quanto erasi speso in cinque anni di guerra. Gli eserciti
soffrivano di fame perchè il paese era esausto da tante devastazioni, e
le città più non sentivansi in grado di satollarli colle contribuzioni;
lo sdegno de’ popoli non discerneva amici da nemici, e chiunque
fosse sconfitto era certo di vedersi addosso i contadini, che voleano
trucidare e svaligiare alla lor volta.
Ben doveano essere stanchi i popoli di tanto soffrire, i re di
tanto tormentare. D’altra parte Leone X, men passíonato del suo
predecessore, vedeva come la depressione della Francia lascerebbe
l’Italia all’arbitrio degli Svizzeri e dei Tedeschi, e come rovinoso
ad essa, e particolarmente alla santa Sede riuscirebbe lo stabilirvisi
di quegli Austriaci, che stavano per riunire al loro patrimonio gli
smisurati possessi di Spagna. Pure egli mancava d’ogni esteso concetto
politico; e capriccioso, avventato, giocava di due mani; negoziava
coll’imperatore, e da lui comprò Modena, che con Reggio, promessa
invano formalmente ad Alfonso di Ferrara, e con Parma e Piacenza,
destinava in principato a Giuliano suo fratello. Un vantaggio ancor
maggiore sperava dalla Francia, cioè la vendita del regno di Napoli; lo
perchè blandiva a re Luigi, che preparavasi a ricuperare il Milanese:
poi sgomentato dalle minaccie di Selim granturco, procurò metter pace
fra i principi[148]. Di fatto il Cristianissimo rinunziò allo scisma
e al conciliabolo di Pisa, riconciliossi con Fernando il Cattolico
lasciandogli la Navarra, di Enrico VIII sposò la sorella. Massimiliano
solo persisteva in una guerra di molto danno e nessun esito, nè dal
papa lasciossi rappattumare co’ Veneziani.
Nel vivo di questi trattati Luigi XII moriva (1513 gennajo), carissimo
al suo paese per l’economia con cui maneggiò le rendite pubbliche:
parve che solo per interesse nazionale assumesse le guerre d’Italia;
giacchè, se avesse lasciato sussistere qui le piccole Potenze, esse
avrebbero oppresso lui; se non si fosse alleato con Alessandro VI,
quelle e questo insieme avrebbero schiacciato lui; se non invocava
Fernando, non avrebbe potuto conquistar Napoli, e sarebbe soccombuto
al papa; se avesse preferito d’abitare Napoli, perdeva e questo e la
Francia. Così i successori di san Luigi, avendo innanzi a sè tutta
l’Asia da potere strappare ai Musulmani, tutta l’America da redimere
dalla barbarie, lasciavano questo glorioso compito alla Spagna e
al Portogallo, per rodere qualche cantuccio dell’Italia, e non che
ottenerlo, vi si facevano sconfiggere dagli Svizzeri, dagli Spagnuoli,
fin dai papalini. Come Napoleone, Luigi XII volea che la guerra
in Italia fosse pagata dall’Italia, col che alleggeriva la propria
nazione, che lo loda di non aver fatto debiti, come poi lodò quei che
seppero farne di ingenti; ma accumulava odio negli Italiani, a cui
comparve perfido senza politica, ambizioso senza capacità; comprò a
denari la cattura di Lodovico il Moro a Novara, che poi tenne dieci
anni in fortezza; favorì di tutta possa Cesare Borgia; gettò lo
scisma nella Chiesa; fu promotore della lega di Cambrai; la guerra
esercitò crudelmente, eppure senza riuscire; atroce nelle vittorie,
scoraggiato dalle sconfitte, tradì Fiorentini, Pisani, i Bentivoglio, i
duchi di Ferrara, tutti i piccoli popoli o principi che in lui posero
fidanza[149]: l’essergli mancato il primario ministro, il cardinale
d’Amboise, fin allora suo senno, forse fu cagione della debolezza ed
esitanza che mostrò sul fine di sua vita.
Francesco I succedutogli, dall’araldo in Reims si fece, tra gli
altri suoi titoli, acclamare duca di Milano, e sollecitò una
spedizione mentre era sul tappeto la pace. Fattala coll’Austria e
coll’Inghilterra, egli non potè trar dalla sua gli Svizzeri, onde si
fermò coi Veneziani (1515 27 giugno). Francia struggeasi di riparare
l’onta di Novara, e amava secondare il giovane re, brillante delle
doti che affascinano quella nazione, e che scese (15 agosto) col
miglior esercito che mai passasse le Alpi; duemila cinquecento lancie
che contavano per quindicimila uomini, ventiduemila lanzichenecchi,
ottomila avventurieri francesi, seimila guasconi, tremila zappatori,
settantadue grossi pezzi d’artiglieria. Erano in quell’esercito i
marescialli Trivulzio, La Palisse, Lautrec, i prodi La Trémouille,
Montmorency, Crequí, Bonnivet, Cossé-Brissac, Claudio di Guisa;
e tornavano con loro Bajardo a capo de’ Guasconi e Pier Navarro
il minatore, che, fatto prigione nella battaglia di Ravenna e non
riscattato da Fernando, prese servigio colla Francia.
Si opponeva altrettanto grossa la lega avversaria degli Svizzeri,
il papa, Massimiliano imperatore, Fernando il Cattolico, Firenze,
Milano. Il _generale tonsurato_, come chiamavano il cardinale di Sion,
nemico giurato de’ Francesi, non colle retoriche arringhe postegli
in bocca dal Giovio e dal Guicciardini, ma collo spargere denaro
e coll’affratellarsi agli esercizj e alle privazioni loro, animò
gli Svizzeri a conservar Milano, sicchè cresciuti fin a trentamila,
munirono i valichi delle Alpi; così fecero gli altri confederati,
persuadendosi, come si ricanta in prosa a in poesia, che esse siano
insuperabili se appena difese. Ma l’instancabile vecchio Trivulzio
tanto studia quei passi, che trova un varco per l’inusata valle della
Stura, donde i Francesi trassero a gravi difficoltà le artiglierie
per Barcellonetta e Rôcca Sparviera fin a Cuneo e Saluzzo, mentre
gli Svizzeri gli attendevano a Susa[150]. Il cavaliere Bajardo
piomba sui nemici così improvviso, che a Villafranca coglie a tavola
Prospero Colonna, il miglior generale italiano, togliendogli un grosso
bagaglio, tutti i cavalli, e la reputazione di prudente, fin allora non
disputatagli; e per varj sbocchi l’esercito francese si ricongiunge a
Torino, lietamente accolto da Carlo III di Savoja, che forse ne aveva
agevolato il viaggio.
Allora infervorano brighe e corruzioni tra il papa vacillante, gli
Svizzeri venderecci, gl’imperiali sgomentati. Massimiliano Sforza,
educato inettamente alla corte imperiale[151], non poteva impedire il
male, non sapea far il bene, nè tampoco addolcire le sofferenze del suo
popolo; trovatosi inaspettatamente padrone e ricco, regalava città e
tesori, si stordiva in feste e in amorazzi, mentre per satollare gli
Svizzeri doveva rincarire le imposte. Al 18 giugno egli pubblica una
taglia di trecentomila scudi d’oro per difesa dello Stato; al 24 è
obbligato pubblicar ribelli e rei di Stato quei che fanno conventicole
contro la taglia imposta, «poichè le cose non sono in termini da
disputare nè di trattar di evitare il pagamento, nè anche di moderarlo,
essendo già stabilito e deciso per necessità della pubblica salute,
la quale non manco rimarria in pericolo se la somma diminuisse come
se nulla si scotesse»; e perciò, d’accordo coi signori Svizzeri
minaccia morte e confisca de’ beni a chi si raduni per tale oggetto,
quand’anche sieno in minor numero di dieci, ripetendo che «la totale
disposizione di sua eccellenza è accompagnata dalla necessità, ed anche
con il consiglio e voluntate de’ signori Elvetici». I suoi Milanesi,
pigliati e ripigliati, una volta spogli perchè guelfi, l’altra perchè
ghibellini, stavano a guardare sui due piè, sperando, infelici! tra
il picchiarsi di due padroni recuperare l’indipendenza; e il Morone
ministro dello Sforza alimentava l’ardore patriotico, e coll’operosità
sua cercava rimediare all’inettetudine del padrone. Il Trivulzio
avvicinato sin alla porta Ticinese, ebbe insulti dalla plebaglia; ma
quelli che s’intitolano uomini d’ordine mandarono a capitolare. Se non
che in quel mezzo giunsero nuovi Svizzeri, che a Marignano affrontarono
i Francesi.
Due giorni durò la mischia (1515 13 e 14 7bre); e il Trivulzio
diceva, le diciotto cui aveva assistito esser battaglie da fanciulli
a petto a questa di giganti; re Francesco scrisse a sua madre, che da
duemila anni non se n’era combattuta altra così feroce e sanguinosa.
I _domatori de’ principi_ furono domati, poichè diecimila Svizzeri
rimasero sul campo, ove i Francesi ricuperarono l’onore perduto nelle
sconfitte che aveano avute dagli Svizzeri stessi a Novara, dagl’inglesi
a Crecy, a Poitiers, a Agincourt. Re Francesco volle esservi armato
cavaliere da Bajardo, che esclamava: — Fortunata mia buona spada,
d’avere a sì virtuoso e possente re conferito la cavalleria! Spada mia
buona, tu sarai come reliquia custodita, e sopra ogni altra onorata; nè
ti brandirò mai che contro Turchi, Saracini o Mori».
Gli Svizzeri varcarono le Alpi giurando tornare alla riscossa; lo
Sforza, per quanto il Morone vi si opponesse[152], rese il castello di
Milano per trentamila scudi di pensione e la promessa di un cappello
cardinalizio, e si lasciò condurre in Francia, ove morì prigioniero
come suo padre. Francesco entrò allora in Milano (23 8bre), e quando
l’imperatore mandò a chiedergli con qual titolo il possedesse, e’ gli
mostrò la spada; unica arbitra de’ poveri popoli.
Al vedere vinti gli Svizzeri, in cui i papi solevano confidarsi come
nei meno pericolosi fra gli stranieri, Leone X si fece perduto, e al
Zorzi veneziano diceva: — Vedremo ciò che farà il re Cristianissimo;
ci metteremo nelle sue mani, dimandando misericordia». Lasciati dunque
i puntigli, si pose a sviare il re dall’acquistar tutta Italia; e
temendo il suo avvicinarsi a Roma, chiese abboccarsegli a Bologna[153],
ove (10-15 xbre) convennero di restituire Modena al duca Alfonso
d’Este, al re come duca di Milano cedere Parma e Piacenza, straziate
dalle fazioni[154], purchè egli desse serva ai Medici quella Firenze,
che alla sua casa era sempre devotissima. Anche cogli Svizzeri il re
conchiuse a Ginevra la _pace perpetua_ per la difesa del Milanese, e
perchè si obbligassero alla Francia contro chiunque, eccetto il papa e
l’imperatore, e rinunziassero ai baliaggi italiani.
Più non avendo a temere degli Svizzeri, e non credendo matura l’Impresa
di Napoli, Francesco se n’andò, lasciando a governo del Milanese Odetto
maresciallo di Lautrec, fratello della Chateaubriand sua ganza, prode
e alieno d’avarizia e lussuria, ma superbo s’altri mai e sdegnoso di
consigli: e dai bisogni della guerra obbligato a gravare di sempre
nuove tasse i Milanesi, ed esigerle con rigore, si fece esecrabile.
Egli favoriva l’inetto e intrigante Galeazzo Visconti, capo de’
Ghibellini, quanto invidiava il magno Trivulzio; al quale fece colpa
d’essersi mostrato aderente al Veneziani, e più d’aver chiesto la
cittadinanza svizzera; e imputandolo di tramare per l’indipendenza
d’Italia, fece togliergli il comando e la grazia del re. Questo
prode, in cui non si può cercare nè unità di scopo nella vita, nè
unità di bandiera nelle imprese, servito per quarant’anni a causa non
sua, e combattuto in diciotto battaglie, accorse per giustificarsi
personalmente, ma si vide fino negata udienza da quel re, per cui
vantaggio s’era fatto odioso ai proprj concittadini; dovette soffrirne
i raffacci; e nelle amarezze d’un potere che più non si ha, finì i
giorni a Chartres (1518).
Milano, o più probabilmente la famiglia di lui ne fe celebrare le
esequie collo sfarzo che allora metteasi in tutte le solennità. Il
corpo suntuosamente vestito rimase esposto in Sant’Eustorgio, donde
poi in processione fu recato a San Nazaro. Precedevano cento della
famiglia del morto, a bruno e incappucciati; cinquecento soldati suoi,
cento croci, ciascuna con cinque candele; cinquecento poveri, a cadauno
de’ quali eransi dati quattro braccia di panno e un torchio; tutti
poi i regolari, dei quali il Morigia, che rozzamente ci descrive quel
corteo, contò mille trecencinquantacinque in ventidue ordini, indi
trecento parroci e cappellani, e i capitoli formanti duemila ducento
persone con sessanta croci d’argento: seguivano gli araldi del morto, i
trombettieri, e capitani, e destrieri colle insegne di esso; dei re di
Napoli e di Aragona e del papa, e l’araldo di Francia; poi gran codazzo
di cavalli e somieri, il governatore Lautrec, l’ambasciadore del
papa, il senato, quattrocento parenti del morto, i magistrati, i varj
collegi, e un per casa di tutta la città. La chiesa di San Nazaro, cui
è unita una cappella da esso fondata, era messa con pompa di stemmi, di
torchj, di gramaglie, e sul catafalco fu deposto il cadavere; e senza
più basti dire che vi si spesero ventottomila scudi d’oro, che al tempo
del Morigia valevano più di ottantamila. Sull’avello fu scritto: _Quel
che mai non posò, or posa; taci._
Re Fernando pagava l’imperatore affinchè continuasse a tenere in sulle
brighe re Francesco; sicchè non pensasse a Napoli; Enrico VIII avea
ripigliata guerra; Francesco Sforza, altro figlio del Moro, ricantava
i suoi diritti sul ducato; sicchè presto si fa a nuove ostilità.
L’imperatore, sempre disopportuno nelle mosse e sciagurato nell’esito,
menato per Trento un nuovo esercito al campo presso Milano, minacciava
trattarla come Barbarossa: ma vedendo la risoluzione dei Francesi, che
bruciarono i vasti sobborghi per meglio difenderla, e inviarono in
Francia le persone sospette, Massimiliano diè volta, multando Lodi,
Bergamo e quante città traversava; mentre gli Svizzeri, privi di
paghe, devastavano il resto. I Veneziani ricuperarono Verona, difesa
mirabilmente da Marcantonio Colonna; ma poco soccorsi da Francia,
avendo perduto Bartolomeo d’Alviano, generale adorato dalle truppe, e
trovandosi sviato il commercio, minacciati dai Turchi, esausti dalla
diuturna guerra fin a dover porre all’incanto le dignità, non osarono
misurarsi in campo aperto per ricuperare gli antichi dominj. Il Lautrec
procedeva anch’egli esitante, forse servendo a segrete intenzioni
del suo re: onde la guerra trascinavasi lenta, cioè rovinosissima pei
popoli.
Tra ciò Fernando il Cattolico moriva (1516 15 gennajo), e Carlo
d’Austria, chiamato a succedergli, affrettava la pace colla Francia per
non incontrarne l’opposizione; stesine i patti a Noyon (13 agosto),
seguì il rabbonacciamento di tutta Europa. Già Francesco aveva
pigliato assetto cogli Svizzeri, nella pace perpetua determinando
i soldi che a ciascun Cantone pagherebbe per poter levarne quanti
uomini gli abbisognassero; colla corte di Roma, alla quale spedì il
Budeo, il maggior dotto del suo regno, fece un concordato che aboliva
la prammatica sanzione di Bourges, cedendo al papa la collazione de’
benefizj in Francia, mentre il papa lasciava al re l’entrata d’un anno
de’ benefizj che conferiva.
Non per ciò l’Italia fu quieta. Quel Giuliano de’ Medici, per fare
uno Stato al quale tanti garbugli avea preparati Leone X, era morto
(17 marzo), onde questo concentrò l’affetto e l’ambizione sul nipote
Lorenzo II, e da un pezzo desiderando investirlo del ducato d’Urbino,
intentò processo a Francesco Maria Della Rovere, poi coll’armi sue e
con quelle de’ Fiorentini lo spodestò. Ma costui, soldate le truppe
rimaste libere per la pace, le menò improvvisamente a ricuperare
Urbino. Il Medici gli oppose altre bande, che spesso venivano alle
mani tra sè, come di nazione diversa, e le mantenne col vendere trentun
cappelli cardinalizj per duecentomila zecchini; il Della Rovere portò
le sue a vivere sul territorio fiorentino, poi, perduta la speranza di
vincere, cedette, trasferendo a Mantova la sua artiglieria e la bella
biblioteca.
Lorenzo, tornato duca, con cinquemila cavalli e infiniti carriaggi
passò in Francia per isposare Maddalena Della Torre d’Auvergne, e
v’ebbe feste indicibili, altrettante ne fece a Firenze; ma presto di
tormentosa e forse vergognosa malattia morì (1519 28 aprile), lasciando
unica figlia Caterina, che poi diventò regina di Francia in Enrico II,
e il bastardo Alessandro, che fu poi duca; nomi entrambi diffamati. Il
ducato d’Urbino rimase incorporato al patrimonio di san Pietro.
Firenze vide in quella morte la propria libertà, attesochè il papa più
non aveva in casa chi porvi principe; ma egli vi mandò governatore
il suo cugino cardinale Giulio, nel tempo stesso gratificandola col
donarle la fortezza di San Leo e il Montefeltrino in compenso delle
grosse spese sostenute nel ricuperare l’Urbinate. Gianpaolo Baglione,
che utilissimamente avea servito papa Giulio, poi i Veneziani contro
la lega di Cambrai, tornato in patria al cessar della guerra, vi
esercitava la tirannide; e Leone X, voglioso di ricuperare quella
città, lo chiamò a Roma con un salvocondotto di proprio pugno, e quivi
lo fece prendere e decapitare. Fermo pure fu tolta al Freducci che la
tiranneggiava, e che combattendo per difendersi morì. Non pochi furono
messi alla tortura, dove, confessando i delitti di cui nessuno era
immune, comparivano degni di morte. Di ciò sgomentati gli altri signori
delle Marche affrettarono a sottoporsi. Sappiamo che l’imperatore
Massimiliano aveva investito Modena al duca Alfonso d’Este, il quale
privatone poi per titolo di ribellione, studiava continuamente a
ricuperarla, quand’esso imperatore la vendè a Leone X per quarantamila
ducati d’oro, ch’erano appena la rendita di un anno. Secondo l’ultima
pace, il papa avrebbe dovuto restituirla ad Alfonso con Reggio, ma, non
che tener la promessa, tentò anzi spogliarlo di Ferrara, e nol potendo
a forza, praticò di farlo avvelenare: se non che un Tedesco di cui si
era valso il rivelò, ed Alfonso ne fece fare processo, che spedì al
papa senza altro aggiungere.
Domò colla forza o colla perfidia i capi, alzatisi al cadere del
Valentino; anche al sacro collegio strinse il freno non solo col
nominarvi d’un colpo trentun cardinali, mentre a dodici soli erano
ridotti, ma non risparmiando i membri di esso. Il cardinale Alfonso
Petrucci, figlio di quel Pandolfo che lungamente governò la repubblica
sanese, fedele ai Medici nella sventura, s’invelenì col papa perchè
avesse fatto cacciar di Siena suo fratello Borghese, fattosene
signore, e cercò farlo avvelenare da Battista di Vercelli chirurgo.
Scoperta l’ordita, il papa si finse malato, e quando il Petrucci andò
a trovarlo, il fece prendere e decapitare in castel Sant’Angelo,
squartare il medico, il segretario ed altri; perpetua prigione ai
cardinali complici Bandinelli de’ Santi e Rafaello Riario, che poi a
denari ricuperarono la dignità.
Massimiliano, rimasto solo in ballo, aderiva finalmente al trattato
di Noyon (1517 4 xbre), lasciando Verona ai Veneziani, e conservando
Riva di Trento, Roveredo e quanto aveva acquistato del Friuli. Solo
allora potè dirsi finita la guerra suscitata dalla lega di Cambrai; e
Venezia, a cui danno erasi congiurata tutta Europa, ricuperava nella
pace quanto avea perduto in una sola battaglia, poi ricercato con otto
anni di guerra. V’erano stati uccisi migliaja d’uomini d’ogni nazione,
sobissato il commercio nostro, Italia esposta ai Turchi ed agli
ambiziosi, che presto vennero a recarle mali più fieri e più durevoli.
Poco tardava anche Massimiliano a finire una vita (1519 19 genn.),
passata fra gravi disegni e inette attuazioni; senza denari e pur
prodigo; di coraggio cavalleresco nelle battaglia e tutt’immaginazione
ne’ consigli, attento ad ogni via d’ingrandir sè e casa sua, fino a
pensare di buon senno a farsi eleggere papa.