Il sistema militare. Guerra di Pisa. Giulio II. Lega di Cambrai.
Sotto un altro aspetto ci si presenta il Machiavelli, come maestro
di tattica. Notammo altrove i miglioramenti che in questa aveano
introdotto le bande mercenarie (Cap. CVIII, CXV); dappoi le bocche da
fuoco portarono cambiamenti di cui era difficile valutare l’estensione;
le cortesie cavalleresche soccombeano a un’arte tutta positiva; ma
l’antica e la nuova si trovavano a fronte senza ancora che l’una
all’altra prevalesse. La fanteria svizzera, serrata in battaglioni di
tre o quattromila uomini, con picche di sei metri, spadoni a due mani,
poche armi difensive, poche da fuoco, offriva una siepe insormontabile
alla cavalleria, e faceva poderosa impressione nell’esercito avverso:
ma se fossero costretti combattere per distaccamenti, scadeano di
coraggio; poco valeano in affari di posto, in assedj od assalti; e una
volta scompigliati, difficilmente si rannodavano.
Gli Spagnuoli, nella lotta di sette secoli contro i Mori, aveano
acquistato quel coraggio che da nulla è ispirato meglio che dalla
guerra di bande; e quando, sbarbicata la dominazione straniera,
uscirono a molestare l’Europa, erano reputati la prima fanteria dopo
la svizzera, anzi migliore di questa dopo che da essa impararono in
Italia a formare battaglioni serrati ed altri miglioramenti. Sobrj
all’estremo, non patimento, non fatica gli abbatteva; portavano per
offesa l’alabarda, poi la picca, spada, pugnale o daga: messi in
iscompiglio, tornavano alla carica individualmente; e coperti del
_brochello_ o cappa di maglia, spingevansi uno ad uno tra le picche
pugnalando il nemico. La lontananza dalla casa rendea difficile ad essi
il disertare, ai potenti il congedarli dopo finita la campagna, sicchè
crescevano in perizia e disciplina.
I Francesi pensarono a migliori ordini durante la guerra cogl’Inglesi,
fissando ai militari un soldo; e Carlo VII introdusse gli uomini
d’arme, primo esercito stabile, coll’ordinanza che le altre potenze poi
imitarono.
La cavalleria leggera cominciò ad avere importanza come corpo distinto
solo quando Luigi XII soldò gli Stradioti, cavalieri greci, coperti il
capo da un morione senza cresta nè visiera, cotta di maglia, spada,
mazza, lungo bastone ferrato ai due capi: talora combattevano anche
a piedi; e abituati alla fierezza della guerra turca, non davano
quartiere. N’era comune l’uso ai Veneziani, che pagavano un ducato per
ogni teschio che portassero, ed ai Napoletani, che li reclutavano fra
gli Albanesi accasati nel Regno[106].
I cavalieri tedeschi o Raitri, oltre che male armati, avendo un cavallo
solo, arrivavano sul campo stanchi, e mal poteano reggere contro la
gente d’arme francese e italiana. I Lanzichenecchi, introdotti sotto
l’imperatore Massimiliano, erano armati e ordinati al modo degli
Svizzeri, coi quali spesso per emulazione venivano alle mani non
dandosi quartiere: alti e belli di presenza, menavansi dietro mogli
e figliuoli, grandissimo impaccio alle fazioni; volenterosi al bere,
impazienti de’ disagi, improvvidi, puntigliosi; e diceasi ungessero
i ferri e le mani col grasso de’ cadaveri nemici. Dietro a quegli
eserciti vedeansi lunghi treni di prigionieri, uomini e donne, giovani
e vecchi, legati fra loro alle code dei cavalli, e spinti a calci e
a frustate; e sui carri gl’infermi e i bambini, ammonticchiati fra le
spoglie, i calici e le bottiglie.
Ricchi, occupati d’arti, d’industria, di traffico, gl’Italiani non
aveano tempo o voglia di mettersi soldati, e preferivano vederseli
condotti sul mercato, come le derrate dell’Arabia e dell’India;
gente senza morale perchè di mestiero, la cui viltà facea sempre
più spregevole l’uso dell’armi; sicchè la nazione restava distinta
dall’esercito. Que’ mercenarj, puri masnadieri, assoldati oggi a
combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci quando lontano
il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della preda, riponevano
la prodezza nella jattanza dei pomposi nomi, Fracassa, Tagliacozzi,
Fieramosca. Si tardavano le paghe? rompeano l’obbedienza, arrestavano
il generale, e spesso costringevano ad azzuffarsi in circostanze
disopportune, od a fazioni sconvenienti, solo per la speranza di
saccheggio. Del quale conservavano il diritto per poco che una terra
si fosse difesa; sicchè talvolta pattuivasi il riscatto ancor prima di
acquistarla, o la si vendeva a un appaltatore[107].
Alcuni signorotti continuavano ad esercitare le armi come nobile
occupazione; lo perchè la guerra menavasi con certe cortesie e a
gran cura risparmiando la strage: ma con ciò eternavasi, perchè
d’oro soltanto si contendeva, e miglior partito avea chi più ricco
o più perfido, senza che la vittoria svigorisse il vinto, il quale
coll’inganno provvedeva a rifarsi.
I capitani di ventura della scuola di Braccio e di Sforza, avvezzi a
vivere unicamente di guerra, erano finiti, rimanendo solo quelli che
possedevano dominj bastanti per mantenere del proprio alquanti seguaci.
I siffatti non poteano avere corpi numerosi, e i principotti ne
soldavano diversi col nome di _lancie spezzate_: il che tutto toglieva
all’esercito ogni unità; mentre il pregiudizio di credere superiore la
cavalleria alla fanteria era fomentato dai capitani di ventura.
Questo servizio non dispensava i terrazzani dal dovere prestarsi ai
trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincee, ed anche far
le guardie nelle rôcche, e tener saldo finchè giungessero i soccorsi;
poi quando l’introduzione del fucile diede tanta importanza ai fanti
quanta ne toglieva ai cavalieri, queste milizie furono adoperate anche
in campo, _comandando_ un uomo per casa e pagandoli a giornata, e sotto
connestabili mandandoli ai luoghi minacciati.
In questo sciagurato sistema, i capi, non comprendendo che non
v’è società senza governo, nè governo senza forza, si rimetteano
all’arbitrio de’ venturieri, dai quali da oggi in domani erano
traditi; e così toglievano ai nostri il sentimento delle proprie forze,
l’orgoglio nazionale, l’affetto pel bene pubblico; e i soldati, forza
materiale senza giustizia di modi nè nobiltà di fine, sapendo di poter
tutto, trascorrevano a qualunque delitto; e avvezzavano i popoli a
soffrirli e imitarli.
A sì imperfetti ordini taluno pensò supplire con cerne, che dovessero
esercitarsi e tenersi pronte ad ogni occorrente. Tale fu l’_ordinanza
fiorentina_, che, durante la guerra di Pisa, Antonio Giacomini e
il Machiavelli suggerirono a Firenze, disgustata dai mercenarj che
facevano mercatanzia della loro fede. Il Machiavelli ebbe gran campo
di osservare codesti stranieri, d’ogni parte accorrenti a disputarsi
i brani del bel paese, che alcuni non doveano più lasciare; e
volendo mostrare la necessità di truppe nazionali e di disciplina,
benchè stranio alle armi, s’industriò d’acconciare l’arte antica
coi metodi nuovi, e come d’ogni altra dottrina faceasi, allattò la
sua di rimembranze latine e greche. E l’espose in dialoghi, il cui
interlocutore principale è Fabrizio Colonna, nipote di Prospero,
che bella fama acquistò nelle guerre di quei tempi a servizio degli
Spagnuoli; disgustato, si pose con Clemente VII, poi contro di questo
difese Firenze; caduta questa, servì a Francia, sinchè credendosene
offeso, portò il suo valore a Paolo III, del quale pure scontento,
militò con Cosmo de’ Medici, infine con Carlo V, e terminò di nuovo a
Firenze nel 1548. Tali erano i capitani d’allora.
Il Machiavelli propone di combinare i due sistemi della falange
macedone e della legione romana, alle prime file dando picche per
respingere la cavalleria, alle altre spada buona per difendersi;
surrogare i campi trincierati alle fortezze, i rapidi attacchi e
decisivi alle lunghe evoluzioni. All’abitudine de’ condottieri, per
cui ogni milite menava dietro quattro cavalli, oppone l’esempio de’
Tedeschi che un solo ne hanno, ed uno ogni venti pel bagaglio. Da
politico qual era, ragiona delle relazioni tra la vita militare e la
civile, tra la politica e la tattica, e cerca soprattutto come armare e
disporre i combattenti nell’ordinanza. Pone una gerarchia di gradi, ben
proporzionata alle facoltà dell’uomo e delle masse; suggerisce tamburi,
bandiere, pennacchi, colori, altri distintivi opportuni a conservar
l’ordine; vuole si esercitino le truppe continuamente, però in modo
che il cittadino non divenga soldato se non all’istante del pericolo.
Siano regolari le marcie; ma anzichè dividere, come si soleva, in
avanguardia, battaglia e retroguardia, basta che qualche partita
di cavalleria preceda e segua, mentre il grosso avanza in colonne
parallele: idea non desunta dagli antichi, e che poi formò una delle
glorie di Federico di Prussia.
L’ordinanza dunque non doveva essere «simile a quella del re di
Francia, pericolosa ed insolente, ma a quella degli antichi, i
quali creavano la cavalleria di sudditi proprj, e ne’ tempi di pace
li mandavano alle case a vivere delle loro arti». A tale intento,
sottomette alla coscrizione (_deletto_) tutti gli uomini dai
diciassette ai quarant’anni per la prima volta, dipoi quelli soli
di diciassette, età sicuramente precoce; sicchè tutti ad un bisogno
possano prendere le armi, nè però queste siano professione speciale
d’alcuno; tutti lo sentano come un dovere santo, nè però corrano alle
file con ardore improvvido. Corpi distinti formino le scorte, i piccoli
distaccamenti, le guardie d’onore, senza che per tali servigi siano
menomati i battaglioni. Durante la pace, il soldato si eserciti con
armi e vestito e calzatura più pesanti che quando marcia in guerra.
Il Machiavelli confessa la superiorità della moderna sopra la
cavalleria antica, sprovvista di staffe su cui appoggiarsi nel
ferire. Comprende che le armi nuove toglievano la prevalenza alla
forza personale; ma qualora le applica, sempre le subordina alle
antiche, e il fucile e il moschetto non ravvisa che come succedanei
all’arco e alla fionda dei veliti: tanto poco ancora se ne capivano
le conseguenze. Pure nel trattare delle fortezze prevede gli effetti
delle mine: in città munita non vorrebbe castello o ridotto, acciocchè
la guarnigione non vada meno risoluta nel difendere il tutto perchè
confidi nel riparo che ancora le rimane.
Le armi da fuoco avrebbero dovuto far immediatamente allargare
la fronte, e la battaglia di Marignano mostrò quanto maggiore
offesa portassero nell’ordine profondo: pure la consuetudine lo
facea conservare per la fanteria; e il Machiavelli lo preferiva
per ammirazione ai Romani, per la quale voleva i corpi grossi di
ventiquattro in trentamila uomini. Nemmanco giunse, in quel suo
concetto del principe forte, a conoscere che stromento precipuo a farlo
tale sarebbe l’esercito stabile, e che questo renderebbe inutili i
suggerimenti che dava al conquistatore d’andare ad abitare nel paese
conquistato o di devastarlo.
Alcune, e diciamo pure molte massime buone non bastano a collocare
il Machiavelli fra gli strategi[108]. Bensì come a filosofo politico
concediamogli il merito d’avere aspirato a costituire eserciti
nazionali; e anzichè puri miglioramenti tattici, voluto opporre al
tristo spettacolo de’ mercenarj la forza morale di Italiani, che
convincessero non essere qui morto l’antico valore. In fatto, ad
istanza di lui la Signoria armò diecimila contadini con abito uniforme
bianco-rosso, armi e suono al modo degli Svizzeri e Tedeschi; gli
esercitava i giorni festivi nel Comune, e due volte l’anno a mostre
generali; e costarono meno che le condotte, e mostrarono maggior
disciplina.
Con questi Firenze continuò la sciagurata guerra contro Pisa (pag.
110), città che, in quattordici anni di lotta, chiarì come ottantasette
di servitù non ne avessero spento il coraggio e la perseveranza.
Firenze, ostinata a volerla, vi adoperava l’abilità di Leonardo da
Vinci e Giuliano da Sangallo; fu persino teso un ponte di barche,
in modo di reciderle ogni sussidio dal mare; fu scavato un fosso per
deviare l’Arno, ma una piena ruppe la diga, e traripò il fiume sopra
il campo fiorentino. Allora, come avea usato l’antico Capponi, si
bloccò Pisa, con navi e batterie chiudendo le foci dell’Arno, del
Serchio, del Morto, e stabilendo tre campi trincierati: laonde, mancate
le vittovaglie, Giovan Gambacorti si vide costretto mandar fuori i
vecchi, le donne, i fanciulli; ma i commissarj fiorentini pubblicarono
impiccherebbero chiunque uscisse di Pisa, e le donne rimanderebbero
colle gonnelle scorciate alla vita.
Pisa disperata offrivasi a questo, a quello, sino al Valentino, anzichè
ricadere all’emula che le avea stremato il commercio e la popolazione,
ridotte a pantano le colte pianure circonvicine; gli ambasciadori
di re Luigi condusse avanti alla Statua di Carlo VIII, supplicandoli
non disfacessero l’opera del loro buon re: ed ecco venire cinquecento
fanciulle biancovestite, sparsi i capelli, e supplicare i Francesi come
tutori degli orfani e campioni delle donne, a non perigliare l’onestà
di tante pulzelle; e davanti a una Madonna cantavano sì pietosamente,
che non era un Francese che non piangesse: e quantunque il luogotenente
Chaumont si ostinasse ad assediare coi Francesi questi amici della
Francia, al primo disastro il suo esercito si sbandò; e tosto le donne
di Pisa uscirono cercando per le macchie e pe’ campi i deboli e i
feriti, confortandoli e recandoli in città, e difendendoli[109].
Perchè i Francesi la osteggiavano, gli Spagnuoli e il Grancapitano
fiancheggiavano Pisa, e con essi il Petrucci di Siena e il Baglione di
Perugia per gelosia della vicina repubblica: ajuti deboli e in parole,
mentre Firenze potea guastarla con una nuova spedizione ogni anno, ma
non prenderla.
In grazia di Pisa invelenirono le fazioni di Genova, città singolare, a
cui le irreconciliabili avversioni dei negozianti co’ feudatarj delle
montagne tolsero non solo di dominare il Mediterraneo come poteva,
ma di aver peso nelle vicende d’Italia. Essa prima diede l’esempio
di esibirsi a questo o a quel signore; si sottomise ai Francesi,
poi cacciolli col sussidio di Francesco Sforza, al quale serbò
riverenza perchè la tenne a duro freno, ma senza violarne i patti:
lui morto, s’ingegnò di accogliere magnificamente Galeazzo Maria in
quel suo sfarzoso viaggio; ma egli vi comparve in abiti peggio che
semplici, e alloggiò in Castelletto, tra insultante e pauroso. Genova,
indispettita, esibì di darsi a Luigi XI, il quale rispose: — Ed io la
do al diavolo».
Durata dunque a malincuore sotto lo Sforza, quando egli morì se ne
sottrasse a sollecitazione di Sisto IV, e tempestò fra le antiche
parzialità: Prospero Adorno se ne fece governatore (1461), poi
prevalsero i Fregosi, e Paolo cardinale arcivescovo divenne anche doge;
indi si tornò ad obbedire a Milano, al quale poteva Genova essere
tanto superiore per opportunità marittima e per memorabili imprese.
Quando Milano cadde ai Francesi, dovette accettarli anche Genova,
pur conservando l’amministrazione repubblicana. Scaduta di gente, di
commercio, d’armi, esposta a tutte le avvicendantisi fortune d’Italia,
i Francesi le minacciavano l’ultima ruina alzandole a fianco il porto
di Savona.
Ripartite le cariche fra nobili e plebei, non si tornava così
spesso al sangue, pure sopravviveano le antiche fazioni; e poichè il
governatore francese surrogato al doge, in tutte le contestazioni si
pronunziava pei nobili, questi più non ambivano l’indipendenza della
patria, ma capitanati da Gian Luigi del Fiesco, il più ricco tra essi,
contrariavano i popolani fino a impedire che si accettasse Pisa,
la quale offrivasi a quella che altre volte avea speso tesori per
assoggettarla. Con ciò voleano corteggiare la Francia, ma ne derivavano
risse continue e insurrezioni, mal frenate dai Francesi. I popolani,
forti per sangue, per talenti, per ricchezza, pretendeano avere due
terzi dei pubblici impieghi, giacchè erano il doppio de’ nobili, e
che si togliessero a questi le fortezze e i tenimenti sulla Riviera,
e si sottomettessero alle comuni gravezze: i nobili di rimpatto, i
quali allora erano soltanto i discendenti dai Doria, Spinola, Fieschi,
Grimaldi, sicuri dell’impunità, si munivano di pugnali, su cui era
scritto _castigavillani_.
Ma i villani di Genova han mostrato più d’una volta agli oppressori
come i ciottoli del loro paese feriscano. Mentre un popolano sta
contrattando dei funghi, un nobile se li prende per sè (1507); quello
grida accorr’uomo, questo è ucciso; tutta la città vi prende parte, la
baruffa mutasi in rivoluzione; si mettono al governo otto tribuni della
plebe; si occupano le Riviere, governate da Gian Luigi del Fiesco. Re
Luigi XII manda forze per quetarla col bombardamento e colla fame; ma
il popolo si raccomanda al papa compatrioto e all’imperatore, ed elegge
un doge popolare (7 febb.), Paolo da Novi, tintore di seta, uomo di
coraggio, d’attitudine e di probità grande[110]; il che equivaleva a
dichiararsi indipendenti. Luigi move dunque in persona con Svizzeri
e Francesi; le milizie, per quanto sostenute dall’entusiasmo (1507),
non reggono a fronte delle squadre disciplinate, e il cavaliere
Bajardo gridava: — Olà, merciajuoli, difendetevi coi bracci; e picche
e lancie lasciate a noi». Genova è presa (29 febb.) e saccheggiata:
il re, entratovi colla spada nuda, fra le suppliche del popolo e
degli anziani, che con ulivi e a ginocchioni implorano grazia, ben
settantanove manda al patibolo: Paolo, doge per diciotto giorni,
tradito da un suo per ottocento ducati mentre da Pisa fuggiva a Roma,
è ricondotto, decapitato, squartato, e il capo e i quarti sospesi
in varie parti della città; imposta una contribuzione di dugentomila
fiorini, che era un terzo della taglia del regno di Francia; bruciati
i privilegi; eretta alla Lanterna una fortezza, detta la Briglia;
ordinato un governo, dove ai nobili assicuravasi la metà delle cariche;
e gli storici celebrano la clemenza di sua maestà.
Cessano allora i soccorsi ai Pisani, che «destituiti d’ogni presidio,
rimasti soli e debolissimi, non accettati da Milano, non bene visti
dal pontefice, dai Senesi poco intrattenuti, stavano pertinaci
sperando sulle vane promesse d’altri e sulla debolezza e disunione de’
Fiorentini» (MACHIAVELLI). Per quanto ogni avere e forza mettessero a
sostenersi con una costanza che dava risalto alla sconnessione degli
aggressori, tolti in mezzo da corsari e da eserciti, sobbalzati fra le
trattative di Francia e di Spagna, che non pensavano a fiancheggiarne
la libertà, ma al denaro che trarrebbero dal tradirla ai Fiorentini,
dopo una resistenza di quattordici anni e mezzo, che forse non ha altri
esempj, dovettero rassegnarsi all’antica servitù (1509 13 marzo).
A Parigi e a Madrid, ove ormai si decidevano le sorti italiane, fu
pattuito il prezzo di quella sommessione in centomila fiorini che
Firenze pagherebbe al re di Francia, cinquantamila a quel di Spagna.
Saltò in mezzo anche l’imperatore, e ne volle quarantamila, mediante i
quali confermava a Firenze tutti i privilegi concessile dai precedenti
imperatori, tutte le ragioni sopra il territorio fiorentino e
pisano[111].
Firenze non fu crudele ai vinti, e s’obbligò per patto a restituire
i beni ai fuorusciti, e persino gli affitti riscossi dalle campagne,
e le franchigie di commercio, e le magistrature; ma loro aveva
tolto l’indipendenza, e con essa la popolazione e i guadagni, non la
memoria e gli sdegni. Delle famiglie primarie alcune seguitarono le
armi mettendosi in condotta, altre si mutarono a Palermo, a Lucca,
in Sardegna, in Francia, molte furono trasferite a Firenze. L’antica
dominatrice dei mari, tenuta in soggezione con presidio e fortezze,
perdette ogni importanza e attività, e il censimento del 1531 vi contò
appena cinquecensettantuno abitanti.
Altri guaj sbattevano intanto il resto della penisola; poichè le
facili conquiste degli ultimi anni aveano abituato Francia, Spagna,
l’imperatore a guardarla come una preda, e disputare di chi sarebbe,
senza por mente ai veri suoi possessori[112].
Nel Napoletano, quelli che turpemente si erano spartito un regno
altrui ben presto vennero a lite pei confini del possesso; e il Cordova
pretendeva la Capitanata, dove l’annuale migrazione degli armenti per
isvernare nella Puglia fruttava di pedaggio fin ducentomila ducati. Da
quel dissapore il re di Francia sperò occasione di occupare l’intero
regno, e divampata guerra, Francesi, Spagnuoli, condottieri italiani
fecero belle e inconcludenti prove di valore, sia in battaglie aperte,
sia in disfide particolari. E fu singolarmente decantata quella di
Barletta (1503), ove tredici nostri mantennero contro altrettanti
Francesi, che la loro nazione non era inferiore di coraggio[113];
compassionevoli sfoggi di una valentìa personale che nessuno negava:
e il vederli con tanta compiacenza vantati da storici e poeti
contemporanei, indica come gl’Italiani ignorassero che il valore
non è glorioso se non per lo scopo a cui si dirige; dissipassero
l’ammirazione sopra qualche vincitor di duello, invece di rimbrottare
i prodi che non sapessero raccogliere le volontà, e versare il sangue
unicamente pel riscatto della patria.
Alla lunga lotta i popoli non presero altra parte che di soffrire; e
il Grancapitano fece preponderare gli Spagnuoli, malgrado il valore
di Luigi d’Armagnac. In questo tanto si maneggiava la pace, convenendo
di dare il Napoletano al bambino Carlo d’Austria, nato dalla figlia di
Fernando di Spagna e dal figliuolo di Massimiliano, e sposandolo alla
figlia di Luigi XII. Fidato negli accordi, re Luigi cessò di mandare
sussidj, e impose all’Armagnac che sospendesse le ostilità: allora
il Cordova, col pretesto di non aver ordini, assale i Francesi, a
Cerignóle riporta una memorabile vittoria (1503 21 aprile), e secondato
dai Colonna s’impossessa di tutto il Reame. Pietro Navarro, il quale
aveva introdotto o piuttosto perfezionato l’uso delle mine[114],
e vantavasi che nessuna fortezza valeva a resistergli, costrinse
ad arrendersi i due castelli di Napoli, che furono abbandonati al
saccheggio: e perchè alcuni soldati tornarono al Cordova lamentandosi
di non averne avuto nulla: — Ebbene, rifatevene col saccheggiare il mio
palazzo», cioè quello in cui aveva preso alloggio; e così fecero.
Luigi XII, stizzito di vedersi ciuffare quel regno, assalse la
Spagna, mentre in Italia mandava Lodovico La Trémouille col maggiore
apparecchio che mai Francia avesse allestito, e con Svizzeri e con
Italiani comandati da quel Francesco Gonzaga di Mantova, che capitano
generale de’ Veneziani in acerba età avea combattuto i Francesi a
Fornovo, era poi passato nell’esercito imperiale, indi avea comandato
nel Regno le truppe venete contro i Francesi, coi quali ora s’era
messo. Mancato il La Trémouille, esso rimase capitano supremo: ma
l’orgoglio francese sdegnava ricever ordini da un italiano; onde
disobbedito e aspreggiato, egli dovette deporre il bastone del comando.
Massima confidenza aveano invece gli avversarj nel Cordova, il quale
al Garigliano sanguinosa vittoria riportò (1503 27 xbre). Del florido
esercito francese i più erano periti men di ferro che di malattie; e
quasi nessuno tornò in patria: sicchè la Francia ne restò luttuosa,
sconsolato re Luigi; e gli Italiani si trovarono alla balia degli
Spagnuoli. Fortunatamente il Cordova, trovandosi sprovvisto di denaro e
afflitto dal clima, persuase una tregua di tre anni. Nelle introdotte
trattative, re Fernando il Cattolico, ontoso del perfido suo comporto
verso Federico II di Napoli, parea disposto a rimetterlo in trono: ma
essendo morti questo e la regina Isabella di Castiglia, esso Fernando
così vecchio sposò Germana di Foix, nipote di Luigi XII, il quale a
lei cedette quanto possedeva o pretendeva nel Napoletano, ricevendo
settecento mila fiorini per le spese di guerra; poi nel trattato
secreto di Blois (1505 22 7bre), Massimiliano imperatore assentì a
Francia l’investitura del ducato di Milano per cenventi mila fiorini e
un par di sproni d’oro all’anno.
Tregua al solo scopo di ripigliar lena agli assalti; nè gl’Italiani
poteano fidarsene: il Napoletano, preda disputata, strazio degli
uni e degli altri, era caduto in una tirannide peggiore di quella da
cui avea voluto riscattarsi; gli altri paesi, se non aveano perduto
l’indipendenza, erano stati sottoposti a governi impopolari. Arbitre
della penisola rimaneano le due potenze straniere, tenendosi l’una
l’altra in rispetto; ma neppur esse poteano considerarsi padrone,
esposte com’erano alla prepotenza de’ proprj generali. Il Cordova
principalmente la facea da re, nè obbedì a Fernando che lo richiamava
in Ispagna. Questi ingelosito viene in persona a Napoli, lo colma di
vanti e d’onori, e col pretesto d’elevarlo granmaestro dell’ordine di
Compostella, il conduce in Ispagna. Per via Luigi XII gli accoglie
splendidamente a Savona, e vuole che il Grancapitano sieda terzo a
mensa con lui e con Fernando; il quale forse da ciò più ingelosito,
giunto nel suo regno, lo rimove dalla Corte, e lo lascia morire a
Granata di settantatre anni nell’oscurità.
Vedemmo come fosse salito papa Giulio II, destro nella politica ed
anche nelle armi, sicuro nelle provvidenze, magnifico ne’ divisamenti,
scurante di domestici vantaggi, rispettoso alle franchigie dei popoli;
però mancante in tutto di moderazione, imperioso, tenace negli odj,
sollecito a punire come nemico del cielo chiunque contrariasse le sue
volontà terrene; onde si disse aveva gettato in Tevere le chiavi di san
Pietro, per non tenersi che la spada di san Paolo. Franco d’atti e di
parole in modo, che il suo gran nemico Alessandro VI diceva peccasse
di tutti i vizj eccetto il mentire, approfittò di questa reputazione
per meglio ingannare. Fomentò egli il dominante farnetico di guerre e
d’intrighi; e poichè dal sublime magistero, sostenuto nel medioevo, il
papato immiserivasi negli uffizj d’un principato terreno, Giulio volle
almeno rialzarlo, e il debole paese gli bastò perchè in dieci anni
dominasse i forti, e reggesse a briglia le cose d’Europa.
Benchè i Francesi fossero soccombuti, egli era ito salvo da molestie,
mercè della tregua, ed accumulava denaro pel suo alto concetto, qual
era di «liberare l’Italia dai Barbari», cioè da quella soldataglia
brutale, che a sua posta disponeva del bel paese, e innanzi a cui
Alessandro VI avea tremato. Senonchè, sviato da interessi secondarj e
dalle proprie collere, chiamava egli medesimo altri stranieri (1506).
Innanzi tutto volle ridurre la Romagna a soggezione, e a grave stento
ricuperati i castelli ch’erano appartenuti al Valentino, apparecchiato
d’armi, di moneta, d’alleanze, intìma ai Veneziani che non si movano,
intìma a Luigi XII che gli mandi soldati; e preceduto da interdetti,
seguìto da truppe, accompagnato da ventiquattro cardinali, assale in
persona Gianpaolo Baglione in Perugia, e lasciato indietro l’esercito,
entra solo in essa città con tutta la corte. Il Baglione, parricida
e incestuoso, non ardisce essere grandiosamente scellerato, e lascia
togliersi di mano la città più bellicosa d’Italia, la quale allora
sotto le sante chiavi riprese i privilegi di libera.
In Bologna Giovanni Bentivoglio, domate le famiglie potenti,
signoreggiava col terrore, colla munificenza e coll’appoggio di Luigi
XII. Ma questi, sgomentato dalla risolutezza con cui il pontefice
ridomandava Bologna, dichiarò aver garantito al Bentivoglio gli
Stati suoi, non quelli tolti alla Chiesa, e mandò soldati al papa.
Rinforzato dai quali, dal Baglione, dal marchese di Mantova, ora
venuto suo generale colla mobilità di quei venturieri, scagliando
scomuniche e provocando al saccheggio, procede, sicchè il Bentivoglio
ricovera presso i Francesi. Giulio, entrato in Bologna, vi ripristina
i privilegi e l’amministrazione popolare, ne affida il governo a un
senato di quaranta, che fino a questi ultimi tempi rappresentò il
popolo in contrapposto al governo.
In tale spedizione il papa erasi giovato della Francia: ma ecco
le truppe francesi venire per riprendere la ribellata Genova; ecco
bucinarsi che Luigi XII pensa calare in Italia, e avendo dalla sua un
grosso esercito, otto cardinali, trenta vescovi ed arcivescovi, deporre
Giulio II, surrogarvi il cardinale d’Amboise, e da lui farsi coronare
imperatore. Giulio monta in collera, e questa sola ascoltando, manda
a sollecitare Massimiliano. Costui aveva aggiunto fuoco agli incendj
d’Italia, largo sempre di promesse a chi largo di denaro, e impotente a
nulla compire; negò d’investire il Milanese al re di Francia, poi con
questo s’accordò nel trattato di Blois; subito lo ruppe, e accingeasi
a calare dall’Alpi per avere la corona imperiale e trasmetterla a
suo figlio. Diè dunque ascolto a Giulio, e convocati a Costanza gli
Stati, espose le querimonie del papa e l’ambizione di Luigi, con tanta
eloquenza da commovere al pianto; ma invece dei trentamila uomini
richiesti, gliene sono consentiti appena dodicimila, dei quali pure non
comparve che un terzo e per sei mesi soli. Intimò ai feudatarj italiani
mandassero gli uomini e i sussidj che doveano in tali occasioni; ma
occorrendogli grosse somme per soldare Svizzeri, esorbitava in domande.
Tutti pertanto mal lo secondavano: i Veneziani poi, insusurrati dalla
Francia, da cui venivano garantiti della terraferma, non che accettare
le proposizioni replicate di spartir con esso il Milanese, gli si
opposero a visiera alzata, sconfissero i suoi squadroni avanzati
(1508), gli tolsero i porti sull’Adriatico, e da Bartolomeo d’Alviano
fecero con grossa contribuzione castigare Trieste dei contrabbandi,
e prendere Pordenone. L’imperatore, destituito degli ajuti svizzeri
e tedeschi, dovette tornarsene colla vergogna cui soleano riuscire le
sue imprese; indispettito dei trionfi e delle burlette che il popolo
veneziano faceva su lui e sui soldati prigionieri.
Fra i passati turbamenti Venezia era rimasta sulla breccia contro
i Turchi (t. VIII, pag. 228), in pericolo di perdere tutti i suoi
possessi d’oltremare e di veder accampati sull’Adriatico que’ nemici
comuni della cristianità. La causa sua era dunque europea, tutti
credeano sacro dovere il soccorrerla, ma sol come un dovere il faceano,
cioè coi minori scomodi possibili. Minacciata da Bajazet e perduto
Modone, essa avea gridato al soccorso; e Fernando il Cattolico le spedì
una flotta, la quale fece buone prove all’assedio di Cefalonia, sinchè
fu chiamata alle guerre di Napoli. Alessandro VI vi destinò un buon
rinforzo, e il ricavo delle indulgenze che si vendeano nello Stato
veneto, le quali fruttarono ottantamila ducati[115]. Una flotta inviata
dalla Francia, per mancanza di soldi ripartì avanti rendere alcun
servigio. Meglio valse la guerra mossa alla Porta dal sofì di Persia,
onde Andrea Gritti, ch’era caduto prigione dei Turchi, potè introdurre
una trattativa, che finì colla pace del 1503, vegliata sin al 1537.
Questa guerra avea costretto Venezia a tener bassa la fronte davanti
alle potenze, e lasciarle fare: ora però la rialza per ritornare alla
prisca importanza e in concorrenza colle nazioni che per le scoperte
nuove mutavano faccia al commercio e alla marina.
Che la scoperta del capo di Buona Speranza, trasferendo a Lisbona
il commercio di Venezia, questa mandasse in subitanea rovina, è men
vero, giacchè nel secolo XVI fu più ricca che mai, e ancora nel 1600
il Serra diceva che tutte le merci provenienti in Europa dall’Asia
passavano per quella città. Tardi si abbandonano le vie del commercio,
nè Venezia perdette il suo posto fin quando non si cominciò diretto
traffico da Marsiglia col Levante. Se dunque ella avesse persistito
nella natura sua di potenza marittima, avrebbe potuto gareggiare
colle nuove, e assodare il suo trono nell’Adriatico. Ma mentre Spagna
e Portogallo si avventuravano per altre vie, ella ostinavasi alle
antiche; attraversava i passi degli emuli con ignobili maneggi, invece
di precorrerli con generosa gara; mentre a buoni patti sarebbesi potuta
accordare coll’Egitto e assicurarsi il passo di Suez, somministrava
ingegneri e cannoni ai seidi dell’India perchè respingessero Portoghesi
e Spagnuoli. Così ajutavasi delle astuzie del secolo.
La serrata del gran consiglio (tom. VII, pag. 78), la quale ne
escludeva le famiglie che non vi avessero avuto parte negli anni
precedenti, avea ridotto Venezia ad aristocrazia, che sempre più
eliminava dal governo l’elemento popolare, a segno che nel 1462 si
tolse perfino la parola di _comune delle Venezie_ dalla promissione
ducale, surrogandovi _dominio_; e pochi nobili[116] sopra i nobili
minori, sopra il popolo e sopra la terraferma esercitavano una
signoria, non diversa da quella de’ duchi e de’ marchesi. Ai popolani
rimanevano le cariche di cancelliere grande, di cancellieri e
consultori del doge, di notaj e segretarj; per non dir nulla del doge
de’ Nicolotti, ch’era eletto dai pescatori e confermato dal doge,
il quale raccomandavagli, — Siate buon padre di questa famiglia,
ed ossequioso alla pubblica maestà; così facendo, vi sarò sempre
protettore, e vi assisterò nelle occasioni».
Ma Venezia, che ai capitani di galee imponeva di accettare
battaglia contro venticinque navi nemiche, proibiva ai nobiluomini
di comandare più di venticinque uomini di terra, e per gelosia si
metteva all’arbitrio de’ venturieri; e doveva presto mostrare come
mal provvedano gli Stati che, invece di svolgere tutte le proprie
facoltà, sperano nella debolezza. I nobiluomini, distolti dall’arme,
s’affinavano nella politica: e poichè allora tutti aspiravano a
crescere, e Venezia era stretta dall’Austria da un lato, dall’altro
dai Turchi, si buttò sull’Italia, dove eccitò gelosie che le costarono
caro.
La metropoli conteneva ducentottantamila abitanti, dava alimento a ogni
sorta di manifatture ed arti belle, ricetto a forestieri d’ogni paese;
e se lo strepito delle industrie, delle musiche, della popolaglia
sturbassero gli studiosi, poteano ricoverare in amenissimi giardini
delle vicine isole, come erano la villa Ramusia del famoso collettore
di viaggi, a Murano quelle del Bembo, di Trifone Gabriele, dei Priuli,
e quelle di Murano stesso, della Giudeca, di san Giorgio Maggiore, ove
teneano le loro tornate gli accademici Pellegrini. Commines, il più
filosofico scrittore d’allora, non rifina d’ammirarla, come «la più
bella contrada di tutto il mondo e la meglio costrutta; i casamenti
sono grandi e alti e di buon sasso: quelli che sono antichi, dipinti:
quelli da cent’anni in qua hanno tutta la facciata di marmo bianco,
ed anche adornati con pezzi di porfido e serpentino: è la città
più trionfante ch’io abbia veduta mai, e che meglio di ogni altra
saviamente si governa, e dove il servigio di Dio si fa più che altrove
solennemente»[117].
Oltre il dogato, cioè le lagune e il littorale dall’Adige alla Piave,
il dominio abbracciava la marca Trevisana, tolta agli Scaligeri
il 1387; il Padovano, tolto l’anno seguente ai Carrara, e nel 1405
incorporato alla Signoria con Vicenza e Verona; Feltre e Belluno,
datisele nel 1404; Cervia e Ravenna, tolte ai Polenta nel 1441; nel
1428 aveva dai duchi di Milano avuto il Bresciano, il Bergamasco,
il Cremasco; dal signore di Mantova Lonato, Valeggio, Peschiera; e
nel 1484 in pegno dal duca di Ferrara il Polesine di Rovigo, cioè
la penisola fra l’Adige e il Po; anzi ottenuto il vicedominio sopra
Ferrara, dove un gentiluomo, eletto dal senato, dovea governare
alternativamente col duca. Dal lago di Garda e dal Bassanese spingeasi
verso il principato vescovile di Trento, cercando rosicchiarne qualche
lembo[118]. Nel 1420 avea recuperato la Dalmazia dal re d’Ungheria,
eccetto Trieste città imperiale, e Ragusi, repubblica sotto la
protezione dei Turchi: dominava pure le isole di quella costa fino a
Cattaro, Corfù nel mar Jonio, Tenedo, Candia, Negroponte e le minori
isole frapposte nell’Arcipelago; poi acquistò Cipro: sulle coste
del Peloponneso, Argo, Napoli di Romanìa, Patrasso, Lépanto le erano
disputate dai Turchi.
Il Tagliamento, piovendo dal monte Maura sul confine del Cadore colla
Carnia, separa due schiatte, la carnica e la veneta, parlanti due
favelle distinte, malgrado la vicinanza, le mescolate parentele e la
dominazione comune sotto i patriarchi d’Aquileja, poi sotto San Marco.
Ivi il Friuli avea fiorito d’una costituzione particolare sotto que’
patriarchi, divenuti smisuratamente poderosi e ricchi, fin quando
non li cincischiarono da un lato i conti della Carnia, dall’altra i
Veneti, a cui obbedienza molte città e signori si posero, sicchè il
patriarca Lodovico conte di Theck (1420), indarno sostenuto dalle armi
di Sigismondo re d’Ungheria suo cugino, dovette ritirarsi a morir da
privato, e il Friuli accettò la dominazione di Venezia[119]. Essa
vi conservò le costituzioni municipali, come soleva altrove: e per
esempio, a Cividale la municipalità si componea di sessanta consiglieri
ordinarj, di cui venti popolani, un solo per casa; dieci straordinarj
ogni semestre, e due difensori dei poveri e dei carcerati; due nodari,
tre regolatori del prezzo delle biade, e tre sopra le frodi nelle
vettovaglie, ne’ pesi e misure.
Nel Friuli principalmente, ma anche in altri paesi duravano feudatarj,
sui quali Venezia faceva sentire il suo alto dominio, imponendo leggi
e gravezze[120]. Nè Venezia lasciava libertà ai cittadini, e tanto
meno ai sudditi: ma il non esservi una volontà unica che prevalesse
su tutte, bastava per farla contare come uno Stato libero. A chi poi
l’accusasse, ella poteva opporre due argomenti di peso, la durata e la
potenza. Perciò il Machiavelli non vedeva che tre repubbliche al mondo
degne di lode, Sparta, Roma e Venezia: il Guicciardini, il Giovio, il
Varchi, gli altri speculativi nostri partecipavano a quest’ammirazione;
e qualvolta si trattasse di riformare uno Stato, affacciavano quel
modello. Anche esternamente era protetta dall’opinione di ricchezza e
prudenza; aveasi per buon augurio quand’ella si unisse a una potenza;
«v’è un’opinione universale (scriveva un loro ambasciadore) che tanto
sia dire la Signoria di Venezia, quanto sia dire monti d’oro; e credono
che, non solo l’erario pubblico sia tutto pieno, ma ancora gli scrigni
dei particolari, e che infine tutta la città sia oro e argento»[121].
Aveva essa perduto molte terre in Levante; eppure coll’acquisto
di qualche brano della Romagna e del Milanese e di alcune fortezze
nella Puglia, parve alle Potenze emule scompigliasse l’equilibrio;
o piuttosto esse dolevansi che nel decennio precedente sola non
avesse sofferto; Giulio II non men che il Machiavelli ne mostravano
sgomento, e l’ispiravano agli stranieri: deplorabili gelosie, le quali
diedero pretesto alla prima lega che, dopo le crociate, tessessero i
principi d’Europa; lega di momentanee amicizie e dispetti personali
che dava tristo iniziamento al nuovo diritto pubblico col divisare
lo spartimento d’uno Stato libero, e col considerarlo nemico soltanto
perchè repubblicano[122].
Re Luigi XII, che nelle sue strettezze non solo aveale consentito
il possesso di Bergamo e Brescia conquistate, ma ceduto Cremona e la
Geradadda, pentito come chi più non ha bisogno, or pretendeva intero
il Milanese. Massimiliano, come successore degl’imperatori romani,
ripetea Padova, Verona, Vicenza, e come duca d’Austria Roveredo,
Treviso e il Friuli. Giulio II, che pur riconosceva in gran parte
la sua elezione dal favor di Venezia, s’indispettì quando questa non
volle accettar vescovo di Vicenza un suo nominato, e ridomandò Ravenna,
Cervia, Faenza, Imola, Rimini e Cesena, terre che i tiranni aveano
tolte alla Chiesa, Cesare Borgia ai tiranni, i Veneti al Borgia. Il re
di Napoli voleva Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli, Mola, Polignano,
da Ferdinando II consegnate in pegno ai Veneziani: il duca di Savoja
pretendeva Cipro, di cui egli portava il titolo: Estensi e Gonzaghi,
le terre un tempo dominate: infine l’Ungheria le città della Dalmazia e
Schiavonia, pertinenza della corona angelica.
Questi erano i titoli; nella realtà una sorda gelosia moveva i re
contro di una repubblica, la quale, non governata dal genio di un uomo
che coll’uomo perisce, ma dall’immortale sapienza del senato, senza
dispendj di corte, con appena tre milioni di sudditi e un decimo del
territorio della Francia o della Spagna, avea tenuto testa a Turchi
e Tedeschi, prosperato di commercio e manifatture; ed elevatasi fra i
maggiori potentati, ardiva dir di no a Roma, impediva ai Francesi di
prevalere in Lombardia, e agli imperatori di calarvi quando volessero.
Di tale bassa invidia non facea mistero Luigi Eliano, ambasciadore
francese, che diceva alla dieta germanica: — Fa appena un secolo
che sbucarono dai loro paduli, e già occupano più terre che non
acquistassero in ducent’anni i Romani. Soggiogata che abbiano l’Italia,
divisano valicare le Alpi, gettar ponti sul Danubio, sul Reno, sulla
Senna, sul Rodano, sul Tago, sull’Ebro. Feccia delle nazioni, vissero
di pesca, poi si fecero riverir principi per via di furti, assassinj,
avvelenamenti. Si dicono padroni del mare, lo sposano come fosser
mariti di Tetide e mogli di Nettuno. Quante città non distrussero!
quante oppressioni ai loro popoli! Non rammenterò le loro gozzoviglie,
gl’infami stravizj, ma è ben certo che hanno beccherie di carne umana,
han caverne dove sepelliscono i vivi, han tori di rame come i tiranni
antichi. Noi non vestiamo di porpora preziosa; le nostre tavole non
sono imbandite con servizj d’oro e d’argento; non d’oro rigurgitano i
nostri scrigni... Certamente, se disdice a principi far da mercanti,
più disdice a mercanti l’elevarsi alla condizione di principi».
Quando cominci la legittimità d’un possesso sarà sempre il problema
più scabroso di quella politica che si fonda unicamente sui fatti; ma
certo Venezia possedeva almeno tanto legittimamente quanto gli emuli
suoi: eppure questi divisarono spartirsela. Già nel trattato di Blois
n’avevano preso accordo Massimiliano e Luigi XII; ma l’inettitudine
dell’uno e le occupazioni dell’altro sospesero l’effetto. Il mal esito
dell’ultima spedizione indispettì Massimiliano a segno, che non esitò
ravvicinarsi agli odiati Francesi. Luigi poi, per quanto a conservar
il Milanese gli giovasse l’amicizia de’ Veneziani, chiamavasi offeso
dell’aver essi conchiuso tregua coll’imperatore, anzichè rovinarsi a
vicenda.
Margherita, figlia di Massimiliano d’Austria, perduto il marito
Filiberto II di Savoja, per tomba gli elevò la chiesa di Brou, colla
spesa di trenta milioni; eppure nel resto di sua vita si mostrò
semplice, famigliare, cucitora di camicie, come s’intitolava; governò
economicamente le Fiandre, e fidando nel denaro, e trattando gli affari
mercantilmente, arrivò poi a comprare l’impero per Carlo V, e adesso
cominciò l’obbrobrio della Francia e il disastro d’Italia colla lega
di Cambrai. Perocchè, animati da frivole stizze, essa e l’imperatore
e il cardinale d’Amboise ministro di Francia (1508 10 xbre), adunatisi
col titolo di pacificare i Paesi Bassi, conchiusero una lega, che avea
per pretesto solito la guerra contro i Turchi, e per iscopo reale il
por freno a Venezia, usurpatrice, tiranna, seminatrice di risse; e
tutto quel peggio che possa apporsi a chi si vuol opprimere; trovavano
dunque «non solo utile ed onorevole, ma anche necessario il chiamar
tutti ad una giusta vendetta, perchè con incendio comune si spegnesse
l’insaziabile cupidigia de’ Veneziani e la loro sete di dominare». Il
re di Francia menerebbe l’esercito; Giulio II, quel desso che volea
risciacquar l’Italia dai Barbari, farà strada ai Barbari lanciando
interdetti contro le città più italiane; Massimiliano buttava al fuoco
il libro rosso, su cui registrava man mano i torti che dalla Francia
riceveva Casa d’Austria, e, tregua o no, verrebbe qual protettore della
Chiesa; ciascun pretendente occuperebbe la destinatagli porzione;
ciascuno che avea temuto Venezia, le tirerebbe una stoccata, «per
ridurla (diceva il luogotenente Chaumont) a non occuparsi che della
pesca»[123].
Ai Veneziani ne venne avviso dall’ambasciatore a Madrid; ma Luigi
XII diede la sua real parola che nulla erasi stipulato a loro danno;
il re Cattolico assicurò non entrava nella lega che contro i Turchi.
Intanto il cardinale di Amboise raddoppia d’attività nel sollecitare
la spedizione prima che la riflessione sottentri; ed egli stesso, tutto
gottoso, traversa le Alpi in lettiga. Già la guerra era rotta sull’Adda
(1509 gennajo), quando un araldo di Francia si presenta alla Signoria
veneta, e gettato il guanto, l’annunzia al doge Leonardo Loredano e a
tutti i cittadini «uomini infedeli e violenti usurpatori» (DA PORTO).
Il doge risponde, tal genere di sfida convenire piuttosto a Turchi che
non verso una repubblica cristiana, e stata a quel re sempre amica;
pure coll’ajuto di Dio si difenderebbero, quand’anche egli doge dovesse
menar nei campi l’ottagenaria sua persona. Insieme il papa, in una
bolla che allungasi per ventidue pagine di stampa, mise all’interdetto
Venezia, le autorità, i cittadini; tutti dovessero aversi in conto
di nemici al nome cristiano, e schiavi di chiunque li pigliasse;
scomunicato chi desse loro rifugio; tutto ciò se fra ventiquattro
giorni non facessero incondizionata sommessione.
A tanto sobisso trovavasi esposta Venezia, sola. E se non bastava che
le finanze sue fossero peggiorate dall’aver perduto il monopolio delle
spezie indiane e dalla guerra contro Carlo VIII e contro i Turchi,
la polveriera vicino all’arsenale prese fuoco, il fulmine diroccò la
cittadella di Brescia, diecimila ducati spediti a Ravenna naufragarono,
arsero gli archivj: lo che, oltre il danno, funestava gli animi come
sinistro presagio. Ben si parve in tanto frangente la prudenza dei
padri nel porre al miglior servizio le ricchezze pubbliche e private,
ed accorgersi che bastava tenersi sulle difese, giacchè non durerebbe a
lungo una lega di elementi così eterogenei.
Venezia da gran tempo usava le _cerne_, dovendo ciascun provveditore
nella sua provincia descrivere tutti gli uomini atti a servire come
combattenti o guastatori o nel treno; una o due volte il mese erano
passati in rassegna, e all’occorrenza chiamati alle bandiere. Nel 1490
avea sparso degli archibugieri pel dominio, affinchè in quella nuova
arma addestrassero la gioventù, stabilendo tiri al bersaglio e premj.
Alle cerne tenevano dietro in guerra i _partigiani_, fanteria leggera.
Ai savj di seconda classe spettava il sovrantendere alla milizia
terrestre; ma il comando generale affidavasi sempre a stranieri, al cui
fianco come consiglio e freno si ponevano due provveditori.
Oltre questi ordinamenti, Venezia cercò lancie spezzate e stipendiarj;
e quantunque il papa trattenesse i condottieri romagnoli da essa
patteggiati, potè sull’Oglio raccorre (aprile) duemila cento lancie,
mille cinquecento cavalleggeri italiani e mille ottocento greci, mille
ottocento fanti e dodicimila cerne. Li guidavano come capitan generale
il conte di Pitigliano, e come governatore Bartolomeo d’Alviano,
entrambi degli Orsini, due delle migliori spade: ma l’uno, vecchio,
lento, ostinato, nulla volea fidar nella sorte, e credea vittoria
il non perdere; l’Alviano, «giovane ardito, nell’armi e nella forza,
non nella prudenza e nel consiglio stimava esser posta la virtù della
guerra» (BARBARO), e volonteroso ai fatti, sarebbesi avventurato a una
sconfitta nella speranza della vittoria. Quello volea si prendesse
posizione fra l’Oglio e il Serio, proteggendo di là la terraferma,
e aspettando che i Francesi esalassero «quel primo bollore pel quale
son più che uomini, mentre diventano men che femmine coll’allungarsi
del tempo»; l’Alviano spingeva a pigliar l’offensiva e passare l’Adda,
assalendo inopinati i Francesi sul proprio territorio.
Fra il disparere di due intelligenti gl’inintelligenti credono mostrar
sapienza coll’appigliarsi a un di mezzo; onde la Signoria, che,
gelosa fin ne’ maggiori frangenti, a nessun dei due volea mostrarsi
deferente, ordinò si accostassero all’Adda per difendere anche la
Geradadda, ma non venissero a battaglia. Fu il peggior partito;
avvegnachè il Trivulzio di trotto serrato guidò l’esercito della Lega
alle loro spalle, onde dovettero accettare tra Vailate e Agnadello una
battaglia (1509 maggio), che riuscì la più sanguinosa che da tempo si
vedesse. Il re di Francia gridava: — Chi ha paura, si collochi dietro
me»; il La Trémouille, vedendo i suoi voltare le spalle: — Ragazzi,
il re vi osserva». In effetto, malgrado il gran valore, gl’Italiani
soccombettero, e Bartolomeo medesimo restò preso.
Però non era perduta se non la retroguardia d’un florido esercito; e se
il paese fosse stato avvezzo all’armi, poteasi palmo a palmo disputare
il terreno: ma i Veneti non impedirono che i Francesi con rapidità
proseguissero la vittoria. Immediatamente Caravaggio e Bergamo si
rendono, indi Brescia, Crema, Cremona, Pizzighettone: fin Peschiera
fu presa d’assalto, e il re ne fece impiccare il comandante che avea
fatto il suo dovere difendendosi, e passar per le spade il presidio.
Così furono appiccati i difensori di Caravaggio; quanti nobiluomini
si trovassero, il _buon re_ li voleva prigionieri, onde, esausti dai
grossi riscatti, non fossero in grado di sovvenire la repubblica. Gli
alleati di Francia, tenutisi in bilico, accorrono dacchè la vittoria
non è dubbia; e Mantova col versatile marchese, Ferrara con Alfonso
d’Este, Spagnuoli e Pontifizj con Francesco Maria duca d’Urbino fanno
a chi prima ghermisca un brano dello spennacchiato leone: gl’Imperiali
occupano le terre dell’Istria e del littorale, ed entrano pel Friuli e
pel lago di Garda: Luigi XII (almen lo vantarono i Francesi) spingesi
a Fusìna e fa tirare cinque o seicento colpi contro Venezia, «perchè
si dicesse all’avvenire che il re di Francia avea cannoneggiato
l’inespugnabile città» (BRANTÔME).
Questa parea spacciata, e lo scoraggiamento invadeva gli animi. «Era
la Sensa[124], ma tutti pianzeva: quasi forestiere niun vi venne; niun
vedevi in piaza, li padri di colegio persi, e più il nostro doge, che
non parlava e stava come morto e tristo. E fu parlato di mandar il doge
in persona fino a Verona (1509) per dar animo ai nostri e a la zente;
il qual movendosi, andria cinquecento zentilomeni con sua serenità e
a sue spese: ma quelli di colegio non voleano metter la parte, nè il
doge si oferiva andarvi. Era detto a soi filioli, e loro dicevano, _Il
doge farà quello vorrà questa terra_. Tamen è più morto che vivo...
Concludo, zorni cattivi; védemo la nostra ruina, e niun non provede».
Così Marin Sanuto ne’ _Diarj_; e Luigi Da Porto nelle _Lettere_: —
Li provveditori, pieni di avvilimento e di una certa sonnolenza, si
possono vedere cento volte al giorno sbadigliare e stirare le membra,
come se la febbre aspettassero; e non più l’usato altero umore del loro
alto grado ritenendo, fuor di modo umili e domestici si mostrano anche
verso persone indegne della loro domestichezza. Nè a tante avversità
si sa per questa urgenza fare alcun provvedimento; sì questa città si
vede avvilita, ed il governo pavido e smarrito. E già alcuni nobili
viniziani, abbracciandomi e piangendo, mi hanno detto, _Porto mio, non
sarete oggi mai più de’ nostri_. E volendo io render loro la solita
riverenza, mi dissero ch’io nol facessi, perocchè eramo tutti conservi
in una potestate ed eguali: poichè la fortuna gli avea ridotti a tal
punto che più non ardivano di stimarsi signori, nè più chiamare il loro
doge serenissimo. Alcuni altri di maggior ordine ancora, si veggono con
fronte priva d’ogni baldanza andare per la mesta città con passo non
continuato, ma ora frettoloso ora lento, ed abbracciando ora questo ora
quello, far certe accoglienze sproporzionate, ed alcune blandizie alle
genti, che non amore, ma timore smisurato dimostrano. Tutta Vinegia in
dieci giorni è cambiata d’aspetto, e di lieta è divenuta mestissima: ed
oltre che molte donne hanno dimesso il loro modo superbo di vestire,
non s’ode più per le piazze e per li rii nella notte alcuna sorte di
stromenti, di che con sommo diletto degli abitanti questa città a tale
stagione suol esser abbondevolissima. E sì poco sono a tali percosse
usi li Viniziani, che temono, non ch’altro, di perder anche Vinegia,
non calcolando l’inespugnabile sito; e molti che hanno navi, più di
prima le stimano ed hanno care; altri che non ne hanno parlano di farne
l’acquisto, per fare forse come si disse d’Enea. Tanto smisurato timore
è entrato ne’ cuori loro».
Così il popolo; ma il senato non dispera; e risanguando l’erario
con imprestiti e con patriotiche oblazioni, pensa a riparare la
_dominante_, e fornirla di viveri[125]; i capitani vuotino le piazze
e si rannodino; e più che nelle milizie scoraggiate fidando nel
tempo, nelle pratiche e nella fatale sperienza de’ popoli, spogliasi
volontaria di quanto eccitava l’invidia altrui, come uom getta la borsa
al masnadiero che l’insegue.
Di fatto l’essere sospesi i ricambj di commercio fra le provincie
e la metropoli tornava di grave scapito ai minuti trafficanti; le
città, che, esposte ai patimenti d’un assedio, avrebbero maledetta la
Signoria, ribramaronla non appena fatto assaggio de’ fieri oppressori;
dappertutto era ridesiderato San Marco appena si cessò di temerlo.
«I Tedeschi (scriveva il Machiavelli) tendono a rubare il paese e
saccheggiarlo, e vedesi e sentesi cose mirabili senza esempio: di modo
che negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire
e vendicarsi, che sono diventati più ostinati e arrabbiati contro
a’ nemici dei Veneziani, che non erano i Giudei contro a’ Romani;
e tuttodì occorre che uno di loro preso si lascia ammazzare per non
negare il nome veneziano. E pure jersera ne fu uno innanzi a questo
vescovo (di Trento, governatore di Verona a nome di Massimiliano) che
disse ch’era marchesco, e marchesco voleva morire, e non voleva vivere
altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare; nè promesse di
camparlo nè d’altro bene lo poterono trarre di questa opinione. Di modo
che, considerato tutto, è impossibile che questi re tenghino questi
paesi con questi paesani vivi»[126].
Chiave una volta del Friuli verso la Marca Trevisana era Sacìle, in un
avvallamento sopra il fiume Livenza; sicchè i patriarchi d’Aquileja
che n’erano signori, gli diedero la libertà comunale fin dal 1190,
coll’emancipazione dei servi e colla facoltà di vendere i terreni; e lo
munirono come loro difesa contro di Treviso e dei signori di Camino.
Caduti questi, ingranditi in Sacìle i Pelliccia, subì l’influenza
dapprima, poi il dominio dei Veneti, che ne crebbero le fortificazioni
in modo che avea tre castelli, e una cinta di mura e torrioni attorno
ai due borghi, difesi anche dal fiume[127]. Questo apparato non valea
più contro le armi nuove, e gl’Imperiali vi passarono facilmente.
Ma quando Leonardo Trissino, fuoruscito vicentino, si presentò a
Treviso (1509 giugno) per riceverne la dedizione, un Marco Calligajo,
spiegato lo stendardo di san Marco, condusse il popolo a respingere il
disertore, e saccheggiare i palazzi de’ nobili che eransi affrettati a
sottomettersi, e chiamò in soccorso milizie italiane: primo passo al
risorgere di Venezia, che assolse per quindici anni dalle imposte i
Trevisani.
I Sette Comuni Cimbri, colonia tedesca, conservatasi in mezzo al
Bassanese[128], di Venezia piuttosto alleati che sudditi, pagandole
un tenue tributo, reggevansi per comunità, ciascuna indipendente
dall’altra, con un consiglio composto delle famiglie originarie. Per
gl’interessi di tutti si facea capo ad una reggenza di due deputati
ogni Comune, sedente in Asiago. Il sindaco di ciascun Comune decideva
le controversie in prima istanza; l’appello recavasi alla reggenza, che
in casi straordinarj rimetteva a due arbitri, e ne’ più complicati al
senato veneto. Anch’essi presero caldamente le parti di Venezia, con
non piccolo giovamento.
A Padova la nobiltà si era chiarita per l’imperatore, sperando col
suo mezzo ricostruire la feudalità, e ridurre i contadini servi alla
tedesca; e subito mostrò l’arroganza di chi tiensi appoggiato dal
vincitore. I cittadini se ne indispettirono; trovarono stomachevole
il rimanere sotto nazione lontana e diversa[129], che ai nuovi
suoi sudditi imponeva intollerabili taglie per le passate e per la
futura guerra, e coi modi rozzi e soldateschi contrastava alla colta
affabilità de’ nostri. S’intesero dunque con una mano d’uomini del
lago di Garda, che condotti (1509 17 luglio) da Francesco Calsone
di Salò[130] sorpresero Padova nottetempo, e saccheggiarono le case
degli avversi. Alcuni de’ più caldi che eransi rifuggiti in conventi,
furono colla speranza del perdono invitati a una cena, ma quivi côlti e
spediti ai Dieci, che alcuni imprigionarono in vita, alcuni relegarono
oltremare, altri condannarono alle forche, sebbene reputati per sapere
e prudenza[131]. Così periva il fiore delle famiglie padovane; e
ne rimase indelebile macchia a Massimiliano, che non avea pensato a
difendere la città a lui datasi.
Quelli che aveano aspirato ad esser primi a sottomettersi, si
vergognavano in faccia a’ proprj concittadini, dacchè erano cessate
le illusioni e le speranze: rinnovatesi le battaglie e il coraggio, i
nobili veneti, che non aveano mai combattuto se non per mare, furono
autorizzati a porsi nell’esercito di terra, e seicentoquattordici di
essi a proprio conto fecero leva di soldati. Alcun savio suggeriva
di chiedere ajuti ai Turchi[132], e Bajazet ne aveva esibiti; ma
per quanto offesa dal papa che le imponeva d’abbandonare il dominio
dell’Adriatico, Venezia se ne astenne. A re Luigi non sapea perdonare
la turpe fede, le ingannevoli promesse, l’atrocità dopo la vittoria,
sicchè non cercò mai ravvicinarsegli. Ma Antonio Giustinian, traverso
ai gravissimi pericoli che gli sovrastavano come scomunicato, giunse
fin a Massimiliano, e il tentò con sommessione e con promesse di
soddisfarlo d’ogni pretensione[133]; ma quello, che fin allora non
avea mosso un dito, s’ostinava: — Voglio veder Venezia al nulla; la
città medesima si occupi, e si partisca in quattro giurisdizioni fra
i sovrani alleati, che vi porranno ciascuno una fortezza»; e davasi
aria di gran politico col non palesare a nessuno i suoi divisamenti,
di gran guerriero col menare di qua di là le truppe ne’ paesi che per
altrui fatica aveva ricuperati. Poi udita la presa di Padova, Vicenza
avere aperto le porte al provveditore Andrea Gritti, e l’esercito aver
riprese da una parte Bassano, Feltre, Belluno, Castelnuovo del Friuli,
dall’altra Monselice, Montagnana, il Polesine di Rovigo, accorse con
truppe senz’ordine nè disciplina, che lasciavano orribili orme, fino ad
avere addestrati cani a pigliar e sbranare uomini.
A Monsélice i Tedeschi posero il fuoco, bruciandovi gli stradioti di
presidio, e riceveano sulle punte delle picche quei che precipitavansi
dalle mura incendiate. Dappertutto poi i lanzichenecchi non pagati
rifaceansi col rubare, e fin tre volte in una settimana Verona fu
saccheggiata[134]. Seicento Vicentini s’intanarono nel Còvolo di
Masano, e i soldati accesero legna alla bocca e ve li soffocarono.
Orrendo spettacolo si affacciò a costoro quando entrarono a vedere
le proprie vittime, ammucchiati in fondo alla grotta, stretti ai loro
cari, o in atti rabbiosi; alcune donne sconciarono; una tenea sotto la
sottana i sei figliuoletti, come ultimo schermo; un ragazzo, che unico
sopravvisse, narrò come, al primo addensarsi del fumo, alcuni nobili
si fosser mossi per offrire grossi riscatti, ma gli altri vollero che
tutti l’egual sorte corressero. Tali inumanità riproduceansi altrove;
e ciò ch’è orrendo, i Francesi reclamano per sè questo fatto che
altri appone ai Tedeschi; e i loro cronisti celiano di que’ villani di
Venezia appiccati ai merli.
Padova, dove s’era ricoverata gente quattro volte più dell’ordinario,
fu da Massimiliano assediata (7bre) con centomila soldati tra suoi e
francesi, pagati dal saccheggio e animati dalla speranza di maggiore,
e ben ducento cannoni così grossi che alcuni non potevano mettersi
sul carretto. Egli medesimo con coraggio attendò sotto il tiro delle
batterie nemiche; ma ignorava la costanza, nè riusciva a chetare le
pretensioni de’ cavalieri. Mandò una volta al generale francese La
Palisse, che mettesse a piedi i suoi uomini d’arme perchè salissero
alla breccia co’ lanzichenecchi; ma il cavaliere Bajardo riflettè:
— Come mai scavalcare tanta nobiltà, e perigliarla con pedoni che
sono calzolaj, maniscalchi, panattieri e gente meccanica, cui l’onore
non sta a cuore come a ben nati? Non ha egli molti conti, signori,
gentiluomini di Germania? li metta a piedi coi gendarmi di Francia, e
volentieri mostreranno loro la strada, poi i lanzichenecchi terranno
dietro»[135]. Ma i gentiluomini tedeschi neppur essi degnavano esporsi
fra la pedonaglia, onde Massimiliano si ritirò a Verona (3 8bre)
congedando l’esercito. Sebbene poi alla Polesella fosse distrutta la
flotta veneziana che assaliva Ferrara per punire la slealtà di quel
duca, rivoltatosi contro la repubblica sotto le cui ali era cresciuto;
e sebbene morisse il conte Pitigliano, mente di quella guerra, le
cose pigliavano miglior indirizzo; a Luigi Malvezzi, poi a Gianpaolo
Baglione fu dato il bastone di generalissimo; il comando delle fanterie
a Renzo di Ceri degli Orsini, permettendogli d’adoprar le armi riposte
negli arsenali.
Meglio che le armi, riuscivano a Venezia i maneggi. Re Luigi,
ricuperato quanto gli assegnava l’accordo di Cambrai, pensava andarsene
dall’Italia, dove mal volentieri avrebbe veduto l’Austria prendere
radici, e dove ben piccol conto facea sul versatile Massimiliano.
A Fernando il Cattolico era stata tolta ogni ragione di nimicizia
coll’aprirgli le città staggite sulla costa napolitana; sicchè egli
si oppose all’assaltare Venezia, adducendo non essersi fatta la lega
che per torle la terraferma; ma in effetto perchè bramava si traesse
in lungo la guerra, acciocchè Massimiliano non si mescolasse della
tutela del suo nipote Carlo. Al papa la Signoria esibì quanto teneva
in Romagna, purchè l’assolvesse; recedeva dall’appello fatto al futuro
concilio; non porrebbe ostacoli alla giurisdizione ecclesiastica;
lascerebbe libero ai sudditi pontifizj il navigare l’Adriatico. Giulio
dunque (1510 24 febb.) piegatosi levò l’interdetto, e accettò i loro
ambasciatori a baciargli prima il piede, poi la mano, in fine la
bocca[136]; e sempre volendo governare e non esser governato, tornò
sul divisamento, sol per vendetta abbandonato, di liberare l’Italia
dai Barbari. Sprezzando Massimiliano, egli temeva il Cristianissimo,
onde drizzate le mire ai danni di questo, sollecitò contro di lui
Enrico VIII nuovo re d’Inghilterra; e come derivanti da benefizj
ecclesiastici, reclamò alla Camera apostolica gli undici milioni che
avea lasciati morendo il cardinale d’Amboise, frutto della savia ma
non disinteressata amministrazione delle finanze francesi: a Fernando
diè la sempre contesa investitura delle Due Sicilie, in onta alle
pretensioni di Francia: volse poi gli occhi ai monti svizzeri, dove
sono accumulati la neve e il valore, e donde rotolano sulla Lombardia
la valanga e il mercenario.
Matteo Schinner, fanciullo mandriano del Vallese, mostrò tale ingegno,
che i suoi lo mandarono a studiar lettere a Como; a diciassett’anni
sapeva greco, italiano, latino; onde il vescovo di Sion se lo volle
vicino, e se l’ebbe poi successore. Cristiano e svizzero, volea
l’indipendenza della Chiesa e de’ suoi monti, entrambi minacciati dalla
dominazione francese in Italia. Pertanto predicava le armi a’ suoi,
così ascoltato come nessun mai da san Bernardo in poi; e dividendosi
tra gli uffizj di sacerdote e di guerriero, a sè attribuiva il titolo
di duca di Savoja, di marchese di Saluzzo a un suo fratello. Giulio
II, chiamatolo cardinale e legato pontifizio in Lombardia, contrattò
con esso seimila soldati a tutelare la Chiesa contro qualfosse nemico.
I quali passarono le Alpi, preceduti dallo stendardo sotto il quale
aveano vinto Carlo il Temerario, e dov’era scritto, _Domatori de’
principi, amatori della giustizia, difensori della santa romana
Chiesa_. Ma ben presto, atterriti dal valore o vinti dal denaro di
Gastone di Foix, tornarono alle loro montagne.
Ercole I d’Este aveva ingrandito Ferrara, e fuor di essa fabbricato un
magnifico parco, a pubblico uso; eresse e dotò chiese e monasteri; il
giovedì santo dava mangiare a cinquanta poveri; avea la cappella meglio
fornita di musici e cantori; apriva caccie, combattimenti, tornei; e
ogni anno facea rappresentare la Passione del Signore o l’Annunziazione
o la vita di qualche santo, con indicibile sontuosità, ai quali
spettacoli antichi univa il novissimo di qualche commedia di Plauto
o Terenzio e di composte allora, a tal uopo cominciando un teatro
stabile; e alla corte teneva Matteo Bojardo, Pandolfo Colenuccio, Tito
Strozza ed Ercole suo figlio, Nicolò Leoniceno, Pellegrino Prisciano,
Antonio Cornazzano, Battista Guarino il vecchio, Antonio Tibaldeo
ed altri begl’ingegni[137]. Egli sostenne guerra con Venezia, che,
pretendendo il monopolio del sale, gl’impediva di cavarne a Cervia.
Alfonso suo figlio, che dicemmo sposato a Lucrezia Borgia, ottenne
da papa Alessandro VI di ridurre il tributo da mille ducati a cento:
entrò nella lega di Cambrai, ma sarebbe soccombuto alla vendetta
de’ Veneziani se papa Giulio nol salvava. Il quale ora pretendeva
lasciasse l’alleanza francese, e facesse pace coi Veneziani; cavillava
sulle saline; e perchè tardò a obbedirgli, lo proferì scomunicato e
decaduto. E subito rotte le ostilità, egli in persona menò gli eserciti
impaziente d’ogni ritardo, esponendosi di ottant’anni alla neve e al
fuoco, dirigendo le batterie contro la Mirandola, per la cui breccia
entrò (1511 20 genn.); e ripeteva: — Ferrara, Ferrara, corpodidio ti
avrò». Ma Alfonso, impegnando le gioje proprie e della moglie onde non
gravare i popoli, si sostenne contro il papa, che mai non lasciossi
placare.
Giulio, non dimentico de’ guasti recati da Luigi XII a Genova sua
patria, aveva raccolto molti profughi da essa, e sempre favoritovi
la parte popolana. Ora egli cercò ribellarla ai Francesi, spedendovi
Ottaviano Fregoso; ma il colpo fallì. I Francesi allora avventaronsi
alla riscossa; i prelati loro, raccolti in Tours, autorizzarono Luigi
a respingere coll’armi l’aggressione dell’indegno capo della Chiesa, e
contro i suoi interdetti appellare al concilio generale (1 maggio). Si
attizzò dunque la guerra; i Pontifizj, capitanati da Francesco Maria
della Rovere, furono rotti a Casaleccio; Bologna, la città del cui
acquisto Giulio si compiaceva e che vantava d’avere restituita dalla
servitù dei Bentivoglio alla libertà, nè avervi mai commesso crudeltà o
sopruso alcuno, fu presa; l’esercito del papa insultato; la sua statua,
opera di Michelangelo ch’era costata cinquemila ducati, fu dal popolo
abbattuta e ridotta in un cannone. Giulio mandò il cardinale Alidosi a
lagnarsi col duca d’Urbino avesse per la sua negligenza causato tanta
perdita; e il duca lo maltrattò ed uccise sulla strada.
Attristato e fremente, Giulio crebbe d’impeto nel menare le imprese,
mentre d’una guerra contro la potenza ecclesiastica molti della parte
francese prendevano scrupolo, e massime Anna di Bretagna moglie del re;
onde il maresciallo Trivulzio, al quale era stato restituito il comando
supremo alla morte di Chaumont, era ridotto ad operare con esitanza.
Luigi medesimo chiedeva perdono al papa che osteggiava: non riuscendo
però a calmarlo, appellò ad un concilio ecumenico per giudicarlo mal
eletto, e fece battere una medaglia, iscritta _Perdam Babylonis nomen_.
Dal concilio di Basilea in poi la Germania non aveva cessato i lamenti
contro Roma, contro l’ignoranza e avidità dei nunzj e dei prelati,
contro la vendita delle indulgenze, e le annate e le aspettative.
Pertanto l’imperatore Massimiliano, qual patrono della Chiesa, indìce
un sinodo a Pisa, sotto la protezione dei Fiorentini, che, smunti dalla
passata guerra, si erano tenuti neutrali, benchè inchinevoli a Francia.
Se sbuffò Giulio dell’insulto a quella dignità, di cui era gelosissimo!
e l’interdetto di lui lasciò che ben pochi prelati s’adunassero, questi
pure oltraggiati dal popolo, e colà e dopo che furono trasferiti a
Milano.
Pontefice singolare, bisognoso d’intrighi, di trattati, di guerra;
infaticabile fin nella decrepitezza; superiore a riguardi personali o
a interessi proprj o di famiglia, non sapeva piegarsi a verun punto
che credesse svantaggioso alla santa Sede; e soddisfatto in ciò dai
Veneziani, trovava imperdonabile che altri persistesse in una guerra,
da lui per quest’unico fine suscitata. Combinò una lega (1511 5 8bre),
detta _Santa_, perchè diretta a prevenire lo scisma e restituire
Bologna a san Pietro; e v’entrarono Venezia e re Fernando, il quale,
famoso per palliare di santità le ambizioni, speravano occasione di
buscarsi la Navarra spagnuola, reclamò sussidj da’ suoi Aragonesi
col pretesto della guerra agli Infedeli, e mentre tutti lo credeano
diretto sull’Africa, eccolo sbarcare in Italia avanti che trapelasse
il suo accordo col papa. Giulio II volea trarre in questi interessi
anche l’Inghilterra; al qual uopo, mentre stava adunato il parlamento,
spedì a Londra una galeazza carica di vino, di prosciutti e d’altre
leccornie, che lo fecero lodare a cielo; ed Enrico VIII s’associò alla
lega nell’intento di ricuperare la Guienna. Gli Svizzeri, a cui Luigi
XII non avea voluto aumentare la pensione o per intempestiva avarizia,
o per nobile sdegno della costoro insaziabilità, corsero fin alle porte
di Milano taglieggiando: il Friuli, intanto che anche i tremuoti lo
scotevano, continuava ad esser guasto dalle masnade imperiali.
I Francesi prosperavano sotto Gastone di Foix duca di Nemours; nipote
del re e governatore del Milanese; gran generale quasi prima d’essere
soldato, che a ventidue anni vinse in tre mesi quattro battaglie,
espugnò dieci città, creò la fanteria francese; e per omaggio all’amica
sua non portava piastrone, ma la camicia sporgente dal gomito al
guanto. Eroe pei Francesi, manigoldo per gl’italiani, egli animava i
suoi alla carnificina, nè ai vinti risparmiava strapazzo o aggravio, nè
ai soldati fatiche o pericolo. Era seco Pietro Bajardo, il _cavaliere
senza paura e senza rimprocci_, guerriero d’alto grido, che non
comandò mai in capo verun esercito, benchè nessun’impresa importante
si ardisse senza il braccio e i consigli suoi; quasi egli amasse
meglio combattere dove e come gli pareva, ed avventarsi nei pericoli
senza che lo rattenessero i riguardi al posto che occupava. Ultimo de’
paladini del medioevo, venuto ad acquistare rinomanza non in foreste e
rôcche, ma fra la civiltà italiana, e fra palazzi abbelliti d’oro e di
pitture, egli rappresenta il valor cavalleresco in mezzo alle brutalità
della nuova soldataglia; fece appiccar due di quelli che aveano messo
fuoco al Covolo di Masano; ad Alfonso di Ferrara impedì d’avvelenare
papa Giulio, o l’avrebbe denunziato: pure mostravasi feroce contro
i soldati gregarj, e massime gli archibugieri, che gli parevano la
ruina del valor vero. Non è a tacere che, passando per Carpi, egli, La
Palisse e Gastone andarono interrogare un famoso astrologo, e n’ebbero
assicurazioni di vittoria, con particolarità che il seguito avverò.
Guidava i federati Raimondo di Cardona vicerè di Napoli, e sotto lui
generali di gran nome, quali il minatore Pietro Navarro e Fabrizio
Colonna sullodati. All’esercito papale presedeva Giovanni Medici,
che fu poi Leone X, e sotto lui stavano Marc’Antonio Colonna, Giovan
Vitelli, Malatesta Baglione, Rafaello de’ Pazzi, condottieri di
prima reputazione. Chiamavasi esercito della _Santa Lega_, eppure
vi militavano molti Mori e trecento rinnegati d’ogni religione; e le
cronache riboccano degli orrori che commisero, senza riguardo a sesso,
età, condizione, santità; l’ingegno brutale esercitando nell’inventar
nuove guise d’impiccare or per un membro or per l’altro, or in questo
or in quell’atteggiamento, or ad un albero o ad un muro o ad un
trespolo, e tagliare e storcere le parti più delicate, frangere le
ossa, bruciacchiare dov’è più sensibile, e ai tormenti far assistere
i cari prima di sottoporveli essi pure. Con tutto ciò in nessun luogo
si trova che gli abitanti resistessero, o mostrassero se non il valore
almeno la rabbia: ben di molte donne è memoria che precipitarono sè
e i figli ne’ pozzi e ne’ fiumi, o difesero l’onestà uccidendo gli
offensori.
Bologna contro l’esercito pontifizio fu difesa (1512 genn.) dal
Bentivoglio e dai Francesi. Brescia era stanca delle prepotenze
di questi, ma partita fra i Gàmbara e gli Avogadro, non valeva a
liberarsi. Nel castello di Monticolo erasi fortificato Valerio Paitone,
educato dalle armi e dai libri a studiare gli uomini e sprezzarli,
e circondato dai migliori buli bresciani, facea vita indipendente e
soperchiatrice, taglieggiando i viandanti e i valligiani, ottenendo
rispetto dalla repubblica veneta, il cui doge in pien senato si abbassò
«da la sedia alquanto per farghe honore»[138]. Fremendo del veder la
patria sottoposta a Francia, con Lorenzo Gigli di Rovato, Giammaria
Martinengo, ed altri gentiluomini bresciani congiurò per sollevare
il paese (5 febb.), e consegnarlo al provveditore Gritti. Scoperti,
furono chi cacciati, chi morti; Ventura Fenaroli ch’erasi ascoso
in una sepoltura, trovato si trafisse da sè e fu appiccato. Però il
Paitone unì quanti potè dalle valli Camonica, Sabbia, Trompia, dalla
Franciacorta e dalla riviera di Salò, e secondato da Bergamo e da’
vicini paesi, assalse e prese Brescia; ma forse impedito dalla prudenza
del Gritti non attaccò il castello. I collegati speravano che, occupato
da Bologna, Gastone non potrebbe impedire quest’altro acquisto; ma egli
colla celerità li previene (19 febb.), ed entrato nel castello, di là
assale Brescia. I natii si difesero col coraggio che è loro abituale, e
ferirono il cavaliere Bajardo sulla breccia; onde i suoi presero furore
a vendicarlo, ed entrativi, e combattuti via per via, la mandarono a
guasto e sangue; seicento cittadini si dissero uccisi, violati fin gli
asili sacri ove le donne s’erano ricoverate, fattovi un bottino di tre
milioni di scudi (72 milioni); l’Avogadro con due figliuoli ed altri
generosi, inviati al supplizio de’ traditori, volendo assistervi il
cavalleresco Gastone, e ricevendone lode da storici e poeti[139].
Bajardo ferito fu portato in una casa, la cui signora gli si buttò
ginocchione, offrendogli quanto possedea purchè salvasse l’onore di
lei e di due sue figliuole da marito; ed esso glielo promise, e che da
gentiluomo non le deruberebbe. Gratissima la Bresciana, gli usò ogni
attenzione nella lunga malattia, e quando risanato ei fu per partire,
gli offerse uno scrignetto pien di denaro, quasi in riscatto della
casa non ispogliata, dell’onore non violato: tali erano le relazioni
dell’Italia co’ suoi invasori! Ma Bajardo, saputo che conteneva duemila
cinquecento ducati d’oro, chiamò le due ragazze, che belle e di buona
educazione, gli aveano alleviato le noje e i dolori col leggere,
cantare e sonare del liuto e della spinetta; e ringraziandole, pose
di que’ ducati mille nel grembiale di ciascuna, il resto alle monache
della città state saccheggiate. Le donne, piangendo e ringraziando
e donandogli due braccialetti ed una borsa di lor fattura, presero
congedo dal leale cavaliero, augurandogli ogni ben di Dio.
Bergamo atterrita comprò il perdono dal Trivulzio con trentamila
ducati; ma fu spoglia de’ privilegi e de’ libri, annullati i consigli,
imprigionati molti cittadini; fra’ quali Francesco Bellasini, autore
dell’opera _De origine et temporibus urbis Bergomi_, segretario di
quel Comune, fu tenuto nove mesi in una torre. I Francesi, arricchiti
dalle spoglie nostre, non pensarono più che a ritornare a casa, il che
rendette disastrose quelle vittorie.
Ancor più funesta fu quella dell’accannitissima battaglia di Ravenna.
I cavalieri erano da un pezzo abituati a combattere con poco rischio
della vita: coperti di ferro essi e il cavallo, esercitati dalla
fanciullezza, trovavansi senza confronto superiori alla ciurma de’
gregari, che a piedi e colle picche gli assalivano, e che, se pure
col numero li potessero sopraffare, anche dopo buttatili a terra non
gli ammazzavano, preferendo trarne grosso riscatto. L’armi a fuoco
cangiarono la vicenda; e, per quanto ancora imperfette, la palla di
un cannone e la scaglia di un moschetto sparato da un villano poteano
freddare il miglior eroe od un figlio di Francia.
La battaglia di Ravenna (1512 11 aprile) fu una delle poche ove la
tattica operasse più che il valor personale, e la prima vinta mercè
delle artiglierie. Massime i cannoni d’Alfonso di Ferrara operarono
utilissimamente, e alcune colubrine opportunamente messe innanzi
per consiglio di Bajardo, sfolgorarono gli uomini d’arme di Fabrizio
Colonna, uccidendone, se credessimo al cronista, fin trentatre ogni
colpo: da sedicimila persone rimasero morte, prigionieri Giovanni
Medici legato pontifizio, il marchese di Pescara, Pietro Navarro,
esso Colonna ed altri capi de’ collegati. Ma i capitani francesi, che
non voleano buttarsi col ventre a terra come gli spagnuoli, rimasero
esposti ai colpi di fuoco, sicchè di quaranta che erano, trentotto
perirono, ed anche lo splendido Gastone di Foix; perdita che elise il
vantaggio della vittoria.
Roma andò al fondo dello sgomento, e i cardinali, aspettando da un
momento all’altro i Francesi vendicativi, stringeansi attorno al
papa supplicandolo a chieder pace: le città di Romagna atterrite si
rendevano al legato del concilio di Milano, ed eran messe a ruba
dai brutali Francesi, per quanti ne impiccassero i loro generali.
Ma come fu saputa la morte del capo, i più disertavano, e dispersi
erano pigliati a insulti e peggio: il vescovo Giulio Vitelli riprese
Ravenna che i Francesi aveano saccheggiata nell’atto che trattavasi la
capitolazione, e la plebaglia se ne vendicò col sepellir vivi sino alla
testa quattro ufficiali della guarnigione; sicchè re Luigi a chi nel
congratulava rispose: — Augurate di tali vittorie a’ miei nemici».
Giacomo La Palisse, sostituito a Gastone, non n’aveva a gran pezza
la rapidità e maestria di guerra, nè quella confidenza dei soldati
che è metà della vittoria. Intanto il legato prigioniero vedevasi in
Milano ricevuto con venerazione; i soldati si affollavano a invocarne
l’assoluzione, colla promessa di non più militare contro santa Chiesa;
lo stesso re di Francia supplicava perdono per le proprie vittorie
e riconciliazione; il duca d’Urbino aveva ottenuto la ribenedizione
dallo zio; la convocazione del V concilio di Laterano, fatta dal
papa, toglieva sempre scusa allo scisma e credito al conciliabolo.
Massimiliano, nel mentre si professava fedele alla Francia, stipulava
tregue e ricevea denari da Venezia, e si lasciava menare dal Cattolico;
il re d’Inghilterra minacciava le coste francesi; Giulio, che cresceva
le esigenze a misura dell’altrui depressione, comprava diciottomila
Svizzeri.
A vicenda dunque, anzi a gara, quattro nazioni forestiere desolavano
il bel paese. I Francesi in un paese di signorie divise e temperate
recavano quelle indefettibili loro idee del despotismo monarchico,
dell’accentramento, dell’unità, laonde erano a continui cozzi colla
libertà, colla federazione, cogli statuti, colle varietà italiane.
Meravigliati ancor più che indispettiti di trovare opposizione
dopo che il conquistare era stato sì facile, nè tampoco sognavano
che la gerarchia, che l’onnipotenza di un re avessero a riuscire
disastrosi al paese nostro mentre erano così profittevoli al loro;
e con imperturbabile ingenuità calpestavano le nostre tradizioni
antiunitarie, le franchigie antimonarchiche, quasi ricoveri di
deplorabili perfidie; armati di tutto punto, correano da un estremo
all’altro d’Italia a vendicare torti, e ripristinar quello che
credeano diritto; con pretensioni cavalleresche faceansi sostegno ai
più ribaldi, al Moro, al Borgia, ai Bentivoglio; e con tutta serietà
declamavano contro la slealtà italiana, essi autori della lega di
Cambrai e del trattato di Noyon. Quanto ai soldati, appetitosi ma
prodighi, è vero che «ruberiano con lo alito, ma per mangiarselo e
goderselo con colui a chi lo han rubato; quando non ti possono far bene
tel promettono, quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà o
non mai»[140]: pure prendeano dimestichezza coi nostri, e seduceano le
donne invece di violentarle. Gli Spagnuoli, alieni dalla famigliarità
per orgoglio, dalla pietà per l’abitudine di trucidar Mori ed
Americani, il vinto consideravano men che uomo. Svizzeri e Tedeschi,
superbi della propria forza e delle ripetute vittorie, rozzi e
bestiali, insaziabili nel saccheggio, sovrattutto ubriaconi, chiedevano
orgie non amori, denari non parole. Quali eran dunque gli amici,
quali gli avversarj? Avea ragione Alfonso d’Este allorchè, al fatto di
Ravenna avvertito che le sue artiglierie colpivano anche i Francesi,
rispose: — Tirate senza riguardi, chè son nostri nemici tutti». Eppure
la povera Italia era costretta guardare i Tedeschi come redentori; e
nel consueto inganno di credere libertà il mutar signoria, dappertutto
insorgeva contro i Francesi, trucidando alla spicciolata quelli che non
le era più dato affrontare in battaglia.
Il cardinale Schinner, di cui diceva il re di Francia che gli fecero
più male ancora le parole che non le lancie de’ suoi, per Trento mena
sulla Lombardia gli Svizzeri, e proclama duca di Milano Massimiliano
Sforza (giugno), figlio del Moro, ch’era ricoverato da gran tempo alla
corte imperiale, e che i potentati furono contenti di vedere in quel
dominio, perchè n’escludeva i Francesi. Ma per recuperare il ducato
lo Sforza avea dovuto sbranarlo; ed oltre le enormi taglie imposte
dagli Svizzeri, i tre Cantoni montani si tennero Bellinzona; già la
Federazione elvetica dominava i baliaggi di Lugano, Locarno e Val
Maggia; i Grigioni la Valtellina; il papa, Mantova, Parma, Piacenza,
come eredità della contessa Matilde. Di poi, o per gratificare i
vecchi, o per farsi nuovi amici, lo Sforza regalò altre porzioni, come
Lecco a Girolamo Morone suo consigliere, Vigevano al cardinale di Sion,
Rivolta e la Geradadda a Oldrado Lampugnano; ed era costretto gravare
d’enormi ed arbitrarie taglie i sudditi, onde satollare gli stranieri,
lieti di rendere con ciò esoso il governo nazionale.
I Francesi, troppo deboli, e dispersi in paese ribollente, con gravi
perdite dovettero partirsi di Lombardia: Milano, sollevata con quel
codardo furore che prorompe contro i vinti, trucidò fin i mercanti
di quella nazione rimastivi (29 giugno); così Como, così Genova che
acclamò doge Giovanni Fregoso; e tutte le città ripigliavano chi questo
chi quel dominatore, purchè non fossero i Francesi. Anche Bologna
si arrese ai Pontifizj; e il papa, irritato de’ fattigli insulti,
peritossi un tratto se distruggerla e trasportarne gli abitatori a
Cento, poi si contentò di toglierle i privilegi e le magistrature:
assolse Alfonso d’Este, ma ne fece occupar gli Stati dal duca d’Urbino,
e cercò anche tenerlo prigione.
Anche di là dall’Alpi un tempo grosso minacciava la Francia; ed
Enrico VIII d’Inghilterra entrava nell’Artois, Fernando il Cattolico
nella Navarra, nella Borgogna gli Svizzeri. Se non che le pretensioni
opposte dei collegati rivissero appena vittoriosi; ed avendo
ciascuno oltrepassato l’oggetto della loro unione, s’inimicavano
nello spartirsi le prede. Il papa volea tutto quanto giace a mezzodì
del Po; Massimiliano accampava le antiche ragioni dell’Impero; il
vicerè Cardona volea menar le sue truppe a vivere nella Lombardia,
col pretesto di snidare i Francesi anche dalle fortezze; i Veneziani
tentavano Crema e Brescia.
Firenze, tuttochè alleata di Francia[141], si conservava quieta e ne’
doveri, nessuno offendendo; eppure non evitò la sorte dei deboli fra i
prepotenti. Già per punirla del radunato concilio, il papa avea tentato
soppiantare il gonfaloniere Soderini e la parte popolare, e lasciato
che il cardinale Giovanni de’ Medici intrigasse per ripristinarvi
la sua famiglia. Ora il vicerè Cardona move sopra di essa (1512),
promettendo rispettare i beni e le franchigie, purchè siano cacciato
il Soderini e ricevuti i Medici. Poteva ella salvarsi offrendo denari,
unico movente di quei capitani; ma parendo che il pagare fosse un
confessarsi in colpa, ricorse alle ragioni, quasi abbiano luogo fra le
armi; e il Soderini, nobile patrioto anzichè uomo risoluto, tentennò
e non fece armi se non quando il pericolo era irreparabile. Il Cardona
traversò l’Appennino senza ostacoli; Prato, ove prima un corpo soldato
fermò gli aggressori (30 agosto), fu mandata a inumana carnificina,
sotto gli occhi del legato pontificio uccidendo da tremila persone, e
violando fin le vergini sacre[142]; i rimasti, messi a strazio perchè
pagassero enormi taglie. Firenze ne fu sbigottita: l’ordinanza non
osava tener testa alle bande: poi una mano di giovani, che solevano
adunarsi negli orti Rucellaj a ragionamenti letterarj, proclamano esser
inutile il resistere, cacciano il Soderini con minaccia d’ucciderlo
(2 7bre), lo fan deporre dai consigli, dare al Cardona quanti denari
domanda, e acclamare Giuliano Medici terzogenito del magnifico Lorenzo.
Gli antichi dominatori, restituiti in quella che consideravano casa
loro, ma dove erano resi stranieri dall’esiglio, se sulle prime
condiscesero alla democrazia, ripigliarono ben tosto il vantaggio; e
colla solita ciurmeria del voto universale abolendo le leggi (16 7bre)
emanate dopo la loro cacciata, sostituirono una stretta oligarchia,
congedata l’ordinanza, rigorosamente esclusi d’ogni carica gli antichi
Piagnoni, fautori della libertà e della riforma morale; con un prestito
forzoso pagarono lautamente gli Spagnuoli; e Firenze entrò anch’essa
nella Santa Lega.
Nel costoro disaccordo Luigi XII potè sperare alleati in quelli
medesimi che testè lo combattevano, e rinterzava trattati e
proposizioni. Solo nel contrariarlo non allentavasi Giulio II; puniva
e lodava; trasferiva al re d’Inghilterra il titolo di cristianissimo, e
il regno di Francia offeriva al primo occupante; convocava un congresso
per chetare le irreconciliabili pretensioni dei collegati; intanto
preparavasi a togliere Ferrara all’Estense, la Garfagnana ai Lucchesi:
riceverebbe dall’imperatore Modena per ipoteca d’un credito, per prezzo
Siena, che donerebbe al nipote duca d’Urbino; sostituirebbe un altro
doge in Genova; forse ricaccerebbe di Firenze i Medici, di cui già
non era abbastanza soddisfatto; e sollecitando gli Svizzeri, ch’egli
destinava barriera all’Italia dopo cacciatone i Barbari, mandava loro
la spada e il cappello benedetti. Fra tanti divisamenti la morte lo
colse (1513 21 febbr.), e ancor nel vaniloquio dell’agonia ripeteva: —
Via i Francesi d’Italia.
Se a quest’unico intento avesse misurato le azioni, poteva ben meritare
del paese, come già s’era mostrato degno di governare uno Stato più
grande; ma operando per collera, e volendo ogni cosa piegasse alla
sua dispotica volontà, empì l’Italia di stranieri e di sangue. Noi lo
lasciamo ammirare e rimpiangere dai classici adoratori della forza;
come dagli idolatri del bello il suo successore.