CAPITOLO CXXX.

Romagna. I Borgia. Politica machiavellica.

Perno dell’indipendenza italiana era stato fin allora il pontificato.

Mentre per tutto il medioevo si era mostrato cattolico, intento cioè

a tutta la cristianità senza distinzione di paesi, nell’esiglio

avignonese si rendette stromento di una politica speciale;

coll’insaziabile fiscalità si disonorò; poi pel cozzo degl’interessi

francesi e italiani si trovò sbranato nel grande scisma. Rimessosi

da questo, cercò ringrazianirsi mediante i generosissimi sforzi

che sostenne onde aggregarsi i Moscoviti, riconciliare l’Oriente,

respingere l’islam; ma l’Europa cominciava a farsi sorda alla voce

di esso. Pertanto si ridusse a potenza italiana, con leghe e guerre

cercandosi un primato nella penisola; e dacchè più non valeva a

signoreggiare i popoli de’ quali aveva fomentato l’adolescenza,

confidava dello Stato ecclesiastico fare il punto d’appoggio pel quale

movere il mondo. Scendendo allora nelle idee pagane che prevaleano,

credette necessario il despotismo: ma questo, se anche non sconvenisse

al successore di Pietro, era incompatibile con un capo elettivo;

laonde fu costretto appoggiarsi sovra potenze straniere, nel mentre

doveva impedire che stranieri predominassero in Italia, e mantenere

la bilancia fra gli Stati di questa. Nella quale molta ingerenza gli

davano la capitananza de’ Guelfi in Lombardia e Toscana e l’alta

signoria sul regno di Napoli: ma l’oscillamento politico fece che

contro dei papi si voltassero e i potentati rivali e l’opinione

popolare, finchè la potenza loro esterna soccombette alle monarchie

assolute e al protestantismo.

In tutto il medioevo i papi, come principi temporali, eransi trovati

ristretti fra i baroni e il popolo. Quelli coi piccoli dominj ne

assediavano la metropoli: questo sempre ostentò pretensioni di

sovranità sì a fronte dei Cesari, ai quali conferiva il titolo di

imperatori romani, sì a fronte del pontefice, che dovea rappresentare

la dominazione della città eterna sopra le corone e sopra le

intelligenze e le volontà. Ridotti a podestà politica, ai papi divenne

necessità lo svincolarsi dalla violenza feudale e dalla popolare

turbolenza. Erano riusciti a sottomettere la città di Roma privando

d’ogni rappresentanza il senato; ma alcune città di Romagna aveano

mantenuto o ricuperato il governo municipale, come Ancona, Assisi,

Spoleto, Terni, Narni; le più stavano ad arbitrio di signorotti che,

quantunque vinti, aveano conservato la dominazione col titolo di vicarj

pontifizj, riconoscendo la supremazia del pontefice, promettendogli

un censo annuo che di rado pagavano, e somministrandogli guerrieri e

capitani, mercè dei quali egli avea peso nelle vicende.

Chi scrivesse particolarmente della Romagna, avrebbe una tela

abbastanza ampia, tutta imbrattata di rivoluzioni, di sangue, di

tradimenti. Giulio da Varano dominava a Camerino, Guidobaldo da

Montefeltro fra la Toscana e le Marche, Vitellozzo Vitelli in Civita di

Castello: Giovan della Rovere signor di Sinigaglia aspettava in eredità

il ducato d’Urbino: Pesaro era signoreggiata da Giovanni Sforza,

ramo cadetto dei Milanesi, e marito divorziato di Lucrezia Borgia:

a Rimini, decaduta dall’antica floridezza, Malatesta col titolo di

servigio accattava la tutela dei Veneziani, come anche Astorre Manfredi

signor di Faenza e di val di Lamone, ed altri principotti sulle coste

adriatiche; Ercole duca di Ferrara non si teneva dipendente dal papa,

sebbene se ne intitolasse vicario. Ai Baglioni furono dati e tolti

a vicenda dai papi Spello, Bettona, Montalera, altri castelli; in

Perugia non godeano signoria, bensì la potenza dei più forti; e se i

legati pontifizj cercavano sempre cincischiarla, Gian Paolo la sostenne

vigorosamente.

Bologna era stata sottratta ai papi da Nicolò Piccinino, che meditando

farla capitale d’uno Stato proprio, vi restituì intanto le antiche

forme, e vi pose comandante suo figlio Francesco. La famiglia

Bentivoglio, per lui ripatriata, primeggiò ben presto nell’affetto de’

Bolognesi; onde Francesco, coi tradimenti allora consueti, arrestò

Annibale Bentivoglio con altri capi (1443), e lo chiuse in Verona.

Galeazzo Marescotti lo liberò, e sollevata Bologna, lo fece porre

a capo del governo, nel quale Veneziani e Fiorentini lo sostennero

contro di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti. Annibale procurò

col perdono e col benefizio cattivarsi gli avversarj, e massime i

Canedoli: ma questi invece tramarono col Visconti, e invitato Annibale

a levare un loro fanciullo al battesimo, ivi lo trucidarono con tutti

i Bentivoglio. I Bolognesi, che l’amavano per le sue virtù e perchè

restitutore della repubblica, assalsero, saccheggiarono, uccisero i

Canedoli prima che giungessero i soccorsi promessi da Filippo Maria;

poi andarono a cercare a Firenze Santi Cascese, sterpone di quella

famiglia, che in qualità di tutore del fanciullo d’Annibale governò

per sedici anni, onorato e ben voluto. Venne poi al dominio Giovanni

Bentivoglio, che imparentato a case principesche, abbagliava collo

splendore della corte e la gentilezza delle arti al modo di Lorenzo

Medici, del quale se non aveva nè la coltura nè l’affabilità, in

ricambio era ricco di virtù militari. Non riposarono però i suoi emuli,

e singolarmente i Malvezzi congiurarono per ucciderlo; ma scoperti,

alcuni fuggirono, diciotto furono appiccati, gli altri banditi.

Eugenio IV avea conferito il titolo di duca d’Urbino a Odo Antonio di

Montefeltro, che due anni appresso cadde vittima di congiurati (1444).

Federico suo fratello naturale, scolaro di Vittorino da Feltre e buon

guerriero, gli fu acclamato successore; e ottenuto dal re di Napoli

l’ordine dell’Ermellino, quel della Giarrettiera dal re d’Inghilterra,

dal papa il titolo di duca, colle immense ricchezze acquistate in

guerra e coi doni avuti fortificò il paese; «nell’aspro sito d’Urbino

edificò un palazzo, il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e

d’ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo ma una città

esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa,

come vasi d’argento, apparamenti di camere, ricchissimi drappi d’oro,

di seta ed altre cose simili, ma per ornamento v’aggiunse un’infinità

di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime,

instrumenti musici d’ogni sorta; nè quivi cosa alcuna volse, se non

rarissima ed eccellente. Appresso, con grandissima spesa adunò un gran

numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici,

quali tutti ornò d’oro e d’argento, estimando che questa fosse la

suprema eccellenza del suo magno palazzo»[80].

In quel palazzo, architettato alla romana da Baccio Pontello

fiorentino, radunava quanti uomini avessero allora più lode in Italia,

e principalmente giovani guerrieri: da quattrocento persone vi stavano

a servigio, regolate secondo prescrizioni del duca; la biblioteca

arricchivasi di opere rare, fra cui una famosa Bibbia, insigne per

lettera, commenti e fregi; colà i due dotti greci Angelo e Demetrio

insegnavano la loro lingua; Pirro Peratti, Cristoforo Landino,

Giannantonio Campano, il Pontano, Francesco Martini dedicavangli le

opere loro, ed esso li rimunerava con denaro, con protezione, con

onori.

D’altre fabbriche ornava Gubbio, Cagli, Sassofeltrio, Tavoleto,

Serra, La Pergola, Mercatello, Sassocorbaro, Casteldurante; cominciò

la fabbrica del vecchio duomo d’Urbino, dispose a caccia i parchi

di Casteldurante e Fossombrone. Sul Mercatale, dove i cittadini

convenivano a giocare o a conversare, Federico veniva spesso,

mescolavasi al popolo, ragionava, interrogava: «a tutti faceva motto:

ad uno domandava come stava; ad un altro come stava il padre vecchio;

a costui diceva, _Dov’è tuo fratello?_ a colui _Come passano i

traffichi?_ e a quell’altro, _Hai ancora preso moglie?_ A cui toccava

la mano, a cui la metteva sulla spalla, ad ognuno rispondeva con la

berretta in mano» (VESPASIANO DE’ BISTICCI): o nel prato presso San

Francesco assisteva ai giuochi dei giovinetti, che numerosi in sua

Corte venivano dai varj paesi d’Italia. Mandava attorno affidati che

pigliassero cognizione dei bisogni de’ sudditi, soccorressero ai poveri

vergognosi.

Bernardino Baldi, che lo presenta come modello di virtù civili

e guerresche, narra di lui «un atto di giustizia piacevole»; che

assediando Barchi nel Riminese, proclamò lascerebbe andar liberi o i

terrazzani o i soldati rinchiusi, secondo che quelli o questi fossero

primi a rendergli la fortezza; gli altri tratterebbe a discrezione.

Allora una gara di cedere; e i soldati furono primi, onde se n’andarono

con ogni aver loro. Ai borghesi pure il duca consentì d’uscire con

quanto poteano recarsi addosso: poi, chiuse novamente le porte, aizzò

i suoi saccomanni a far prova d’entrarvi. Questa vile bordaglia vi

si accinse con corde e scale finchè sormontò la mura e buttossi a

rubare, con gran divertimento del duca e de’ suoi soldati. Chi pensi

all’accoramento dei poveri saccheggiati, avrà un’altra prova che le

sevizie allora si consideravano di regola fra le truppe.

Guidubaldo, succedutogli ancor fanciullo (1482), ne calcò le pedate.

Sigismondo Malatesta, lascivo, truffatore, crudele, anche eretico,

colla prodezza acquistò un ampio dominio, e lo riperdette, più non

conservando se non Rimini, che dopo fu governato da Isotta, concubina,

poi moglie sua vantatissima. Roberto e Sallustio suoi bastardi

aspiravano a signoria, e intanto si posero al soldo del pontefice,

finchè Roberto pigliò Rimini, si alleò a Fernando di Napoli, e

coll’ajuto di Firenze e Milano ricuperò sin quaranta castelli; diè

brave battaglie, combattè in tutte le fazioni d’allora per riacquistare

terre al papa. Gli succedeva Pandolfo figlio naturale (1482), che

sfregiò la casa.

Imola e Forlì da papa Sisto IV erano state date a Gerolamo Riario, che

le prosperò ed abbellì, ma coi tristi portamenti le trasse a rivoltarsi

(1488), ucciderlo e trascinarlo per la città. Caterina sua moglie,

figlia naturale di Galeazzo Sforza, si difese virilmente nella rôcca; e

poichè i ribelli minacciavano ucciderne i figli se non la cedesse, ella

rispose facessero pure, giacchè ne teneva uno a Imola, un altro nel

ventre[81]. In fatto sopraggiunsero Giovanni Bentivoglio co’ Bolognesi,

coi Milanesi Giovan Galeazzo Sanseverino, e sottomesse le città, vi

proclamarono Ottaviano figlio dell’ucciso.

L’anno stesso Galeotto Manfredi signore di Faenza, chiamato in camera

da sua moglie fintasi ammalata, vi fu ucciso da sicarj. Giovanni

Bentivoglio costei padre accorse in arme per assicurare la successione

al figlio Astorre; ma i Fiorentini, sospettando non l’usurpasse per

sè, incitano il popolo, che prende lo stesso Bentivoglio. Subito

quindicimila Bolognesi sono in armi per liberarlo; meglio però giova

l’interposizione del re di Napoli e del duca di Milano.

Fra questi tirannelli prolungavasi dunque la vita feudale, e poichè

i governi non aveano altre armi che mercenarie, la forza riducevasi

in costoro, che tenendosi a capo di bande agguerrite e a sè

attaccatissime, vestendole e armandole del proprio, alle scarse rendite

supplivano col menarle a servizio altrui, o permettere ai principi

di reclutarne sulle loro terre. Innestandovi poi la coltura moderna,

ciascuno nella sua cittadina voleva avere corte e feste e adulatori; a

dotti e artisti aprivano asilo, come ai ribelli dei vicini; provvedeano

di cardinali il sacro collegio: donde un aspetto di singolare

ricchezza, sostenuta collo smungere i sudditi o col guadagnar dalla

guerra. Spinti da minuti rancori, o con pretensioni sproporzionate

ai mezzi, ricorrevano a perfidie, a stili, a veleni, e l’opinione

accettava per apologia del delitto l’audacia con cui era stato

commesso. Gli uni aveano carpito la sovranità al popolo, altri alla

Chiesa, altri all’imperatore: ma per soperchiare l’emulo, or a questo

or a quello s’avvicinavano; or collegavansi tra sè; ora il papa stesso

sosteneva un competitore per deprimer l’altro, o contro di entrambi

evocava la libertà; sicchè con un potere d’ingiusta origine e di dubbia

conservazione, doveano stare in sospetto del proprio, in avidità del

dominio altrui, assiepati di masnade che li dispensavano dal cercare

l’amore dei popoli. «Tra le altre disoneste vie che tenevano per

arricchire, facevano leggi e proibivano alcuna azione, di poi erano

i primi che davano cagione dell’inosservanza di esse, nè mai punivano

gl’inosservanti, se non quando vedevano essere incorsi assai in simile

pregiudizio, ed allora si voltavano alla punizione, non per zelo della

legge fatta, ma per cupidità di riscuotere la pena. Donde nascevano

molti inconvenienti, e soprattutto questo, che i popoli s’impoverivano

e non correggevano; e quelli che erano impoveriti, s’ingegnavano contro

i meno potenti di loro a prevalersi» (MACHIAVELLI).

Viti, gelsi, ulivi andavano schiantati nelle avvicendate correrie,

rimanendo unica rendita i pascoli e la messe degli anni in cui la

guerra non obbligasse a cacciare gli armenti nelle terre murate, e

ricoverarvi il grano non ben maturo. Alla campagna dunque non faceasi

che qualche capanna; i villaggi afforzati resistevano, e se fossero

presi, diroccati ed arsi, bisognava tosto rialzarli per usufruttare

la campagna, sinchè non fu abbandonata alla sterilità deserta, alla

mal’aria e alle bande di masnadieri.

In questo stato di guerra, chi fosse forte abbastanza per ridersi delle

minaccie, assecondava i brutali istinti, e per leggerissime cagioni

seguivano omicidj e rapine. Un gentiluomo dell’Umbria sfracellò contro

al muro i bambini del suo nemico, ne inchiodò uno sulla propria porta,

e ne strozzò la moglie gravida[82]. Oliverotto, nipote e allievo di

Giovan Fogliano signore di Fermo, va a militare sotto Paolo Vitelli, e

segnalatosi, scrive allo zio voler mostrarsi alla patria cogli onori

guadagnati: questo gl’impetra di venire con cento cavalieri, gli

procura solenni accoglienze, e banchetta tutte le autorità di Fermo;

ma nel bel mezzo del convito Oliverotto fa scannare il Fogliano e i

commensali, e gridarsi signore.

I papi, o togliessero i dominj ai principi antichi, o dessero

terre della Chiesa in feudo ai loro favoriti, corrompevano ne’

popoli l’abitudine della soggezione; e violentemente strappandoli

dalle istituzioni a cui erano affezionati o se non altro avvezzi,

moltiplicavano gli scontenti e la facilità di rivoltarsi.

Roma nel suo materiale portava l’impronta de’ secoli e delle

successive civiltà; e tempj, basiliche, terme convertiti in chiese,

palazzi cesarei sormontati da rôcche e bastite, attestavano il

passaggio dell’impero, della cattolicità, del Comune, del feudalismo.

Ciascun rione apparteneva, si può dire, ad una famiglia; ai Colonna

l’Esquilino, agli Orsini piazza Navona, ai Vico il Transtevere, altri

colli ai Savelli, ai Frangipani; separati con mura e porte: nel centro

intorno all’isola si accumulava la plebe, bisognosa e turbolenta: sul

Vaticano si difendeva il papa, col castel Sant’Angelo impedendo ai

cittadini di varcare il Tevere: ogni palazzo rappresentava un feudo

in compendio, trasferito dalla campagna alla città, e sottoposto alle

convenienze gerarchiche, per cui la torre del vassallo non doveva

elevarsi quanto quella del caposignore. E tutti si guatavano con

gelosia da nemici, opponevano le immunità all’esercizio del pubblico

potere, aprivano cento asili ai mille delinquenti.

Non industria, non agricoltura; unica vita n’era il papato, che vi

traeva l’oro di tutto il mondo, e un popolo di cherici, di notaj,

di prelati, di banchieri, di postulanti, di pellegrini; popolazione

fluttuante, che si sottraeva pur essa ad ogni legge. Migliaja di

cariche erano create per servizio della corte e della dataria; e

poichè esse fruttavano lautamente, erano vendute anche in aspettativa,

e si negoziavano all’alto e basso, come oggi le rendite pubbliche.

Prelati, cardinali, vescovi, mezzo preti e mezzo principi, vedovando le

chiese venivano a Roma a spendere, a godere, a sfoggiare, a intrigare

fra l’eleganza e la licenza. Ogni famiglia illustre d’Italia voleva

avere un figliuolo nel sacro collegio per appoggio, per lustro, per

guadagno: ogni cardinale teneva una corte di guardie, di camerieri,

di staffieri, di buffoni, di cantanti, di poeti, a non dire il peggio.

E poichè questa ricchezza non durava che a vita, nessuno brigavasi di

farne masserizia, nè di migliorare i possessi, ma solo di accelerare

e raffinare i godimenti. Ai quali, alleanza non rara, accoppiavasi un

fiero istinto di sangue e di tradimenti, quasi la voluttà meglio si

assaporasse quando poteva essere alla vigilia d’una morte violenta:

alla commedia licenziosa servivano d’intermezzo gli assassinj: i veleni

degl’imperatori romani, che si stillavano da nuove Canidie, erano quasi

un pudore di chi non fosse sfacciato ad opere di mano: ma non mancavano

i pugnali del Vecchio della montagna; e dall’ammalarsi d’Innocenzo VIII

all’elezione del successore, ducentoventi cittadini furono assassinati

(Infessura).

Gli Orsini, dominanti a occidente del Tevere, si dicevano guelfi; i

Colonna, verso levante e mezzodì sul terreno degli antichi Sabini,

alzavano bandiera ghibellina: nomi che non indicavano più se non

un’eredità di odj, e una fedeltà soldatesca al modo che allora

s’intendeva. Generalmente parteggiavano coi primi i Vitelli, cogli

altri i Savelli e i Conti; esercitando in vendette private il valore

quando nol potessero vendere ai forestieri. I papi, ridotti deboli e

infermi, aizzavano gli uni contro gli altri, giacchè, qualunque parte

perdesse, n’aveano accrescimento di potere. Sisto IV nimicissimo ai

Colonna, Innocenzo VIII agli Orsini, aveano reciso i nervi di queste

due famiglie: pure ancora Paolo, Virginio e Nicolò Orsini conte di

Pitigliano da una parte, dall’altra Fabrizio e Prospero Colonna e

Antonio Savelli, erano capitani rinomati, e cerchi a gara dai potenti.

A frangere costoro s’accinse con più risoluta fierezza Alessandro

VI, il quale fra gli odj, lo scompiglio, il popolare scontento, sperò

emulare Sisto IV e Luigi XI, e le piccole sovranità raccogliere in una

sola, come portava l’assetto che succedeva a quello del medioevo. A tal

uopo fece fondamento sul favore del popolo, giacchè, come suo figlio,

diceva: — Chi vuol domare i grandi, non deve far poco pei piccoli»;

onde allora furono istituiti ispettori per ascoltare gl’ingiustamente

detenuti, quattro giudici che ripristinassero la giustizia in Roma,

dove, lui sedente, mai non si patì di fame, mai non fu fraudato il

soldo dell’operajo.

Fossero state queste sole le sue vie! ma egli pensò che perfidie e

crudeltà fossero lecite a’ suoi fini; vendette ai potenti l’alleanza

sua a prezzo di denaro e di parentele; sparse zizzania fra i signorotti

onde opprimerli disuniti, e col pretesto che gli Orsini avessero

favorito Carlo VIII, fece metter prigione Paolo e Virginio. Ma il

condottiero Bartolomeo d’Alviano, loro allievo, raccozzò soldati e

vagabondi, montandoli sui cavalli che indomiti errano per le campagne

romane, e armatili come potè, difese dai papalini e dai Colonna

Bracciano, l’Anguillara, Trevigiano, sinchè Vitellozzo Vitelli accorse

con altre bande di vassalli, avvezzo a vincere sotto di suo padre e de’

suoi fratelli.

Il papa oppose loro il prode Guidobaldo d’Urbino, e Francesco duca

di Gandia; ma vistili a Soriano in giusta battaglia sconfitti, e

preso il primo, ferito l’altro, piegò a pace. E poichè ad esso duca

di Gandia suo figlio non potè dare collocamento sulle costoro terre,

eresse per lui Benevento in ducato, Terracina e Pontecorvo in contadi;

e i cardinali in concistoro approvarono, eccetto uno, ond’esserne

compensati di benefizj e condiscendenze. Ma pochi giorni dopo, un

pescatore vedeva gettare un cadavere nel Tevere; chiesto perchè non

l’avesse subito annunziato, — Tanti (rispose) ne vedo continuamente!»

Era il duca di Gandia, ucciso, dissero, dal fratello Cesare cardinale,

per gelosia dei favori del comun padre, o di quelli della comune

sorella Lucrezia.

A quell’avviso di Dio pianse il papa, si pentì, ma poco poi tornò al

vomito, e di più alto sperare trovò cagione nel rimastogli figlio

Cesare. Questo eroe del delitto se abbisognasse di denaro mandava

assassinare alcuno, e non era chi osasse chieder giustizia per non

soccombere egli pure all’assassinio; a un cognato attentò col veleno,

e non riuscendogli entrò in casa, e palesemente lo fece strangolare;

sotto al manto medesimo del papa trucidò il Peroto, favorito di questo.

Tali eccessi non poteano avverarsi se non dove le due autorità stavano

congiunte, e facevano sentire quanto opportuno riparo stato fosse il

celibato, se tanto osava un figlio di prete.

Luigi XII di Francia desiderava essere sciolto dal suo primo

matrimonio, e che fosse dato il cappello cardinalizio a Giorgio

d’Amboise suo ministro; e papa Alessandro spedì questi due favori per

mezzo di Cesare. Vi andò «con tanta pompa di ricchezze e ornamenti,

che pareva di magnificenza e ricchezza egli avesse quasi avanzato il

fasto e la grandezza della corte reale» (Nardi): i cronisti francesi

non rifinano di ammirare il lusso de’ suoi e del numerosissimo seguito,

e la persona di lui tutta lucente di pietre preziose, sopra un cavallo

ferrato d’oro e a bei lavori d’oro e perle. Cesare ottenne in compenso

il ducato del Valentinese (1499), una compagnia di cento uomini,

ventimila lire annue, e promessa d’un bel feudo nel Milanese, appena

fosse conquistato.

Allora costui, depose la deturpata porpora per infamare il nome di duca

Valentino: e appoggiatosi tutto a Francia, ringrandì delle prosperità

di re Luigi, che dichiarava fatta a sè qualunque ingiuria contro di

lui. Il quale, ripetendo «O Cesare, o nulla», confidava formarsi un

dominio indipendente fra i principotti che si sbranavano la Romagna.

La mala riuscita non lo scoraggiava, usando dire, «Ciò che non si fa a

mezzodì, si fa la sera»; sapeva che il buon esito gli farebbe perdonare

ogni iniquità di mezzi; e correva in proverbio, il papa non eseguire

mai quel che diceva, suo figlio non dire mai quel che eseguiva.

Coll’assistenza dei Francesi e col braccio del duca Valentino, papa

Alessandro adoprossi allora coraggiosamente a spodestare i signorotti.

Agli Orsini offrì di tenerglisi alleati contro gli altri, e di

spartirne con esso le spoglie; e col loro ajuto snidò da Imola e Forlì

i nipoti di Sisto IV, benchè di nuovo vi si difendesse l’intrepida

Caterina Sforza, che poi fatta prigioniera e liberata da Luigi XII,

divenne, in seconde nozze, madre di Giovanni Medici, il famoso capitano

dalle Bande nere. Così gli Sforza di Pesaro, i Malatesta di Rimini,

i Manfredi di Faenza furono abbattuti; e il Valentino, che avea

primeggiato di ferocia e libidine, dichiarato gonfaloniere di santa

Chiesa, menò magnifico trionfo in Roma, quando il giubileo traeva

gran folla alle soglie apostoliche e gran denari nella borsa del papa.

Ringagliardito dai quali, il Valentino si voltò contro gli Orsini, e li

spossessò: indi postosi anch’egli condottiero, con più larghi stipendj

attirò i soldati che aveano servito sia agli Orsini o ai Colonna, e

con essi e con quelli di Francia ebbe Romagna tutta in mano, tranne

Bologna. Alessandro, nominati dodici nuovi cardinali, da queste sue

creature lo fece dichiarare duca di Romagna; e il figliuolo volle

meritare quel titolo (1501) collo sbrattare il paese da masnadieri e

rivoltosi.

L’ambizione sua gli addita allora la Toscana, il Bolognese, le Marche

e il ducato d’Urbino, e vi si avventa colla prontezza propria e coi

soccorsi francesi. Ma Giovanni Bentivoglio si riparò col mettersi in

protezione del re di Francia; onde il Valentino gli si mostra devoto, e

gli palesa le trame che con lui aveano preparate i malcontenti; e quel

tiranno obbliga i figli delle case principali a trucidare gli attinenti

dei congiurati: dove trentotto della famiglia Marescotti e ducento

loro aderenti si dissero uccisi. In Siena Pandolfo Petrucci condottiero

governava austero ma moderato, padrone ma senza uscire dai modi e dal

vestire di cittadino; e anch’egli spaventato comprò la protezione di

Luigi XII.

Firenze stava fiaccata dall’infelice guerra contro Pisa, che mai non

avea potuto soggiogare, dall’incerta amicizia del re di Francia, dalla

rivalità di tutti i vicini cospiranti a rovinarla, e dagli intrighi

de’ Medici, che sempre occhieggiavano il ripristinamento. Imputata

dei disastri francesi e d’aver lasciato languir di fame il proprio

esercito, ricusò soldarne un altro per la nuova primavera, e per

mancanza di denaro fece tregua coi vicini. Subito il Valentino comprò

le bande da essa congedate, dando voce di dover ajutare nell’impresa

di Napoli re Luigi, e coll’esercito di lui congiungersi a Piombino.

Chiese pertanto a Firenze il passo; e senza aspettar risposta

entrato sul territorio, e stimolato da Vitellozzo Vitelli, che lo

accompagnava smaniato di vendicare il supplizio di Paolo, domandò

gli si consegnassero sei cittadini, colpevoli della morte di quello,

e si restituissero in istato i Medici, sola amministrazione degna di

confidenza. I Fiorentini si raccomandarono a Francia, che come loro

alleata intimò al Valentino non li toccasse; ed egli se n’andò, solo

imponendo gli pagassero per tre anni come lor soldato trentaseimila

ducati. Assalito allora il principato di Piombino tenuto da Jacopo

d’Appiano, lo devastò e prese anche il castello, avendo così un piede

in Toscana; di che il papa tanto esultò, che in persona venne a godere

di quel trionfo.

Luigi XII intanto, non assennato dalla sorte del predecessore, mirava

a Napoli, dove i Francesi aveano un’onta da cancellare; e invece di

rimettersi alle larghe proferte di re Federico II, preferì trattare con

Fernando il Cattolico.

La Spagna, dacchè gli Arabi l’aveano occupata nel 711, con settecento

anni di lotta era venuta redimendosi dal servaggio straniero,

divisa in tanti regni indipendenti, quanti erano creati dal valore

e dalla costanza patriotica e religiosa. Poc’a poco vennero quei

regni concentrandosi, e alfine si ridussero a quattro, i quali, pel

matrimonio d’Isabella di Castiglia e Leon con Fernando d’Aragona

(1469), si restrinsero in un solo. L’unione diè modo di compire la

vittoria sui Mori a Granata; onde si potè costituire la Spagna in

unità politica (1492), prima di qualunque altro regno d’Europa, e più

compitamente che la Francia stessa. Perocchè il sentimento cattolico

vi si era identificato col nazionale, in modo che il clero non fece

opposizione al monarca; tre Ordini religiosi ricchissimi, e i cui capi

godeano potenza principesca, divennero nerbo del re, che se ne dichiarò

granmaestro; la guerra santa contro gli Arabi, se non fece istituire

un esercito stanziale, portò il re a poter armare tutta la nazione

quando volesse, senza dipendere dai feudatarj come gli altri regnanti.

Così si addestrarono negli istruttivi cimenti della guerra paesana; e

come videro la tattica dei Lanzi tedeschi, ne compaginarono un sistema

militare, che Gonsalvo di Cordova, intitolato il Grancapitano, ridusse

poi a perfezione nella guerra d’Italia, annestandovi i progressi

dell’artiglieria e del genio militare.

Oltre che forte, Fernando era un capo politico, degno di servir di

esemplare al Machiavelli. Padrone della Sicilia insulare, sempre

agognava anche la terraferma, quasi di diritto spettasse all’Aragona,

colle forze e coi denari della quale l’aveva re Alfonso acquistata.

Luigi XII non s’accorse che gli diverrebbe ben presto emulo, viepiù

pericoloso per la parentela coll’imperatore; e a Granata concertò con

lui uno spartimento del Reame (1500 11 9bre), non diverso da quel

che poi si fece della Polonia; in modo che toccherebbero a Spagna

la Puglia e la Calabria, il resto a Francia. I papi usarono ogni

condiscendenza al re, che aveva il titolo di Cattolico, che aveva

spenta la dominazione musulmana in Ispagna, che era il miglior baluardo

della cristianità contro i Turchi. E appunto Fernando fece intendere

ad Alessandro VI, che il possedere la Puglia eragli necessario come

base di operazione per assalire i Turchi, contro i quali aveva di fatto

spedito, colla veneziana, una flotta di sessanta vascelli capitanata

dal Cordova, cui comandò poi di svernare in Sicilia per tenersi pronta

ai danni di Napoli. Federico II, cugino e intimo alleato di Fernando,

lo ricevette senza sospetti e gli affidò la fortezza di Gaeta,

mentr’egli si posterebbe nelle Gole di San Germano per abbarrare il

passo ai Francesi.

Ma ecco gli ambasciatori pubblicano a Roma (1501) la concertata

spartizione, che indignò chiunque serbava senso morale; e il Reame

si trovò esposto alle lascivie del Borgia e alle crudeltà di gente

educata a trucidare Americani. Federico, serrato tra la forza e

il tradimento, si diè perduto, e chiuse le truppe nelle fortezze.

Capua, difesa da Fabrizio Colonna, presa per frode dai Francesi e dal

Valentino, andò al più abbominando strapazzo; molte donne e monache

non si sottrassero all’obbrobrio che precipitandosi dalle finestre

o nel fiume; altre assai furono vendute; finito poi lo strazio e

saputo che molte s’erano rifuggite in una torre, il Valentino se ne

scelse quaranta delle più belle. Tali orrori scoraggiarono di modo

che Federico appena ebbe tempo di fuggire ad Ischia, avendo seco la

moglie e quattro figli, la nipote Isabella vedova di Galeazzo Sforza

duca di Milano, la sorella Beatrice moglie di Mattia Corvino re

d’Ungheria, poi di Ladislao II re di Boemia; e invece d’aspettare gli

eventi, esecrando l’infamia dell’Aragonese, patteggiò con Francia,

rinunziandole ogni ragion sua, stipulando amnistia pe’ suoi leali. Ito

in Francia[83], ottenne la contea d’Angiò con trentamila ducati, ma

col divieto di più uscire da un regno dov’era venuto col salvacondotto.

Anche il Cordova, che intanto acquistava le terre predestinate al suo

padrone, a don Ferrante primogenito del re che difendeva valorosamente

Tàranto, giurò sull’ostia rispettarne la libertà; poi, appena avuta

la piazza, il mandò in Ispagna, ove fu tenuto prigioniero per tutta

la vita. Terminava così nelle prigioni la stirpe aragonese, dominata

sessantacinque anni; e il regno restò diviso in due parti, una francese

sotto il vicerè d’Armagnac, l’altra sotto il Grancapitano.

Nel caldo di quelle vittorie Alessandro VI assalì le terre de’

Colonnesi e de’ Savelli, chiaritisi per re Federico, e le ridusse

a obbedienza; intanto lasciava nel palazzo di Vaticano la figlia

Lucrezia, perchè di là governasse il paese. Costei erasi prima sposata

a un nobile napoletano; ma Alessandro, ottenuta la tiara, ne la sciolse

per darla a Giovanni Sforza signore di Pesaro. Ben presto parvero più

decorose le nozze di Alfonso di Aragona principe di Salerno, figlio

naturale di Alfonso II: ma come questa casa fu stronizzata, Alfonso

cadde assassinato sulla scala del Vaticano, e alla giovinetta, che

ai diciassette anni era già sposata a tre, fu cercato un marito più

glorioso in Alfonso d’Este (1502), figlio del duca di Ferrara, che

tremando del Valentino, accettò le indecorose nozze. A Lucrezia il

padre assegnò Sermoneta, tolta ai Gaetani, e il governo perpetuo

del ducato di Spoleto; onde al marito portava cendiecimila ducati

in oro, inestimabili valute in gioje e suppellettili, le terre di

Cento e della Pieve, e l’assicurazione dei possessi aviti. Le nozze

furono solennizzate nel palazzo pontifizio, ed il papa «le fece un

pajo di pianelle che valevano ducati più di tremila, sì che potete

pensare quanto valevano le altre sue gioje e pompe». Così racconta un

cronista[84], e vi soggiunge orribili infandità di quelle nozze; forse

non vere, ma divulgate. La accompagnarono in viaggio ambasciadori,

vescovi, gentiluomini, tanto da contarsi quattrocentoventisei cavalli,

ducentrentaquattro muli, settecentocinquantatre persone. Vennero

a incontrarla la corte d’Urbino, e i principali Ferraresi, con

balestrieri e trombetti e bucintori, tutti in nuovo e con lusso tale,

che si contarono ottanta catene d’oro, delle quali la meno valeva

cinquecento ducati, e n’era molte fin di mille ducento. L’abito del

duca e il fornimento del suo cavallo si valutavano seimila ducati: i

dottori portavano il baldacchino, sotto cui la duchessa procedeva fra

suon di bande e d’artiglierie: oro e diamanti traboccavano sulla bella

persona di lei e di quanti l’avvicinavano, e il suo corredo era portato

da cinquantasei muli coperti di panno giallo e morello e da dodici di

raso[85].

Queste nozze e l’aver egli sposato Carlotta figlia di Giovanni d’Albret

re di Navarra, cresceano opportunità al Valentino di maturare i suoi

ampj divisamenti con calma di spirito e atrocità di risoluzioni.

Ricevuto sulla parola Astorre Manfredi, giovinetto di rara bellezza,

per cui amore i Faentini si erano difesi ostinatamente, il manda a

Roma, e dopo resolo vittima di altre brutalità lo fa strangolare con

un fratello e buttar nel Tevere. Ambiva il ducato d’Urbino; ma come

torlo se Guidubaldo conservavasi devoto alla santa Sede? Cesare indice

guerra a Camerino, e da Guidubaldo chiede genti e artiglieria; avute

le quali, ne occupa le quattro città e i trecento castelli, a fatica

salvandosi Guidubaldo stesso[86]. Assale poi Camerino, ed entratovi per

tradimento, fa strozzare il duca Giulio da Varano e i figliuoli.

Marino, tagliapietre dalmate del IV secolo, erasi fermato sopra il

monte Titano presso Urbino a vita solitaria e devota; e pochi compagni

suoi vi fondarono una repubblichetta di gente industriosa, pacifica,

morale, che da tredici secoli sussiste. Nel 1100 comprò dal conte di

Montefeltro il castello di Pennarossa, nel 1170 quel di Casole; e si

sostenne fra i papi, i vescovi di Montefeltro, i Malatesta di Rimini,

i Carpegna. Da Pio II, per assistenza data contro i Malatesta, ebbe

nel 1460 i quattro castelli di Serravalle, Faciano, Mongiardino,

Fiorentino; ma non tardò a restringersi nella primitiva umiltà. Ora si

vide invasa dai Borgia; ma se ne riscosse e mantenne fin ad oggi la

sua libertà. I Fiorentini le scrivevano il 2 giugno 1469: — Sappiamo

la vostra fede, e generosità e grandezza degli animi vostri... Dovete

essere di buon animo e ben costante e fermo, e perdere la vita insieme

colla libertà; che all’uomo, uso esser libero, è meglio esser morto

che schiavo». E Giulio II poco dopo: — Vi esortiamo a stare di forte

e grande animo, considerando che non v’ha cosa più dolce e utile della

libertà»[87].

Il Valentino palliava le sue conquiste col bisogno di reprimere le

fazioni e le parziali tirannidi; e dal popolo facevasi applaudire col

distruggere quell’infinità di masnadieri, alimentata dai tumulti. Esso

li fa perseguire, e con orribili e pronti supplizj castigare da Romiro

d’Orco; poi come questo colla spietata giustizia si è reso esecrabile,

il Valentino espone lui pure squartato sul patibolo. E il popolo lo

vanta gran giustiziero.

Venezia, occupata seriamente a schermire la cristiana civiltà

dai Turchi, non poteva opporsi nè all’ambizione dei Borgia, nè

all’invasione di Spagnuoli e Francesi. A Firenze la continua

mutabilità del governo rendeva impossibile e il navigare secondo

lunghe provvigioni, e il mantenere un segreto. La cingeano avidi e

deboli amici; i capitani di ventura l’avevano in uggia pel supplizio

di Paolo Vitelli; Vitellozzo giunse a ribellarle Arezzo, e non avendo

potuto indurre Valentino ad occuparla col titolo di generale della

Chiesa, le continuò guerra, devastò i seminati, occupò tutto il val

di Chiana, che poi rassegnò a Francia. Agli ambasciadori fiorentini

il Petrucci di Siena disse: — Bisogna ch’io vi mandi i Medici, perchè

senz’essi non guarirete», e molti proponeano di richiamarli: pure si

trovò il ripiego (1502 16 agosto) di eleggere un gonfaloniere non più

per due mesi ma a vita, a modo del doge di Venezia, passibile però fin

della vita se fosse condannato dagli Otto di balìa. La scelta col voto

universale cadde su Pier Soderini (22 7bre), onest’uomo ma debole a

quelle urgenze; almeno a detta dei grandi, che perdeano la speranza di

divenire gonfalonieri.

Accintosi egli a campare Firenze dal Valentino, gli spedì Nicolò

Machiavelli, il quale accorto politico potè da vicino codiare

quell’astuto, per ritrarlo poi come modello di un perfetto tiranno. E

il Valentino e il Machiavelli erano predominati dal pensiero medesimo,

la necessità di ridurre almeno la media Italia sotto un unico dominio;

a ciò non bastare le opere di leone, ma richiedersi pur quelle di

volpe. Ciò il Machiavelli insegnava ne’ libri; il Valentino voleva

effettuarlo, franco ad osare, gajo a denari, e con un’attività che

raddoppiava le sue forze. «Spacciò (ci racconta esso Machiavelli) don

Michele Corelia suo condottiere con denari per rassettare circa mille

fanti; dà denaro a qualche ottocento fanti di val di Lamona; manda in

su a quella volta; al presente si trova qualche duemila cinquecento

fanti pagati, e qualche cento lance di suoi gentiluomini; tre compagnie

di cinquanta lancie l’una, sotto tre capi spagnuoli: ha mandato

Rafaello de’ Pazzi a Milano per fare cinquecento Guasconi; ha mandato

un uomo pratico agli Svizzeri per levarne mille cinquecento; fece,

cinque dì fa, la mostra di seimila fanti, cappati dalle sue terre, i

quali in due dì può avere insieme. E quanto alle genti d’arme e a’

cavalli leggieri, ha bandito che tutti quelli che sono degli Stati

suoi lo vengano a trovare, e a tutti dà recapito. Ha tanta artiglieria

e bene in ordine, quanto tutto il resto quasi d’Italia. Spesseggiano

le poste e i mandati a Roma, in Francia e a Ferrara, e da tutti spera

avere ciò che desidera».

Già occupate Romagna, il Lazio e porzione di Toscana, la corona di

Napoli non pareva al Valentino un desiderio eccessivo all’appoggio

paterno e alla forza e perfidia propria. Ma i mezzi li teneva in

petto, e il Machiavelli smarrivasi davanti a quella corte misteriosa,

dove «le cose da tacere non ci si parlano mai, e governansi con un

secreto mirabile». E scriveva alla sua repubblica: — Chi ha osservato

Cesare Borgia, vede che lui, per mantenere gli Stati, non ha mai

fatto fondamento in su amicizie italiane, avendo sempre stimato poco

i Viniziani, e voi meno: onde conviene ch’e’ pensi di farsi tanto

Stato in Italia, che lo faccia sicuro per se medesimo e che faccia

da un altro potentato l’amicizia sua desiderabile. E ch’egli aspiri

all’imperio di Toscana, come più propinquo ed atto a fare un regno

cogli altri Stati che tiene, si giudica sì per le cose sopra dette, sì

per l’ambizione sua, sì _etiam_ per avervi dondolato in sull’accordare,

e non avere mai voluto concludere con voi alcuna cosa. E mi ricorda

aver udito dire al cardinale de’ Soderini, che, fra altre laudi che

si poteva dare di grande uomo al papa e al duca, era questa, che siano

conoscitori della occasione, e che la sappiano usare benissimo. E se si

avesse a disputare s’egli è ora tempo opportuno e sicuro a stringervi,

io direi di no: ma considerato che il duca non può aspettare il partito

vinto, per restargli poco tempo, rispetto alla brevità della vita

del pontefice, è necessario ch’egli usi la prima occasione che se gli

offerisca e che commetta della causa sua buona parte alla fortuna».

Il vedergli profuse lodi e congratulazioni attestano o la vigliaccheria

o l’eclissi universale del senso morale. Più nessuno tenendosi sicuro

dal Valentino, i confinanti minacciati sollecitavano re Luigi XII, il

quale di fatto calò dall’Alpi pieno di maltalento contro i Borgia; ma

il cardinale d’Amboise, anima de’ suoi consigli, che aspirava alla

tiara e più su e già regolava la Francia come un altro papa, teneva

carezzato Alessandro acciocchè nel sacro Collegio moltiplicasse amici

di lui. Anche il Valentino accorse a Milano incontro al re, e si

scagionò con sì opportune parole, che quello rinnovò seco l’alleanza,

dandogli soldati francesi. Ai Fiorentini restituì i castelli presi

da Vitellozzo; ma la debolezza da essi mostrata invogliò il Borgia a

trarne profitto. Quando i condottieri e signori si raccolsero alla

Magione, villeggiatura de’ Baglioni nel Perugino, per divisare le

guise di chetare l’appetito del Borgia, i Fiorentini non osarono

unirvisi, anzi fecero dal Machiavelli «offrire al Valentino ricetto e

ajuto contro questi suoi nuovi nemici». In fatti, secondo il concerto,

l’Urbinate e Camerino si sollevano; Ugo di Cardona, luogotenente del

Valentino, riman prigionero; e il Borgia, sorpreso da una insurrezione

inaspettata, si ritira, ed ha l’accorgimento di tenersi immobile finchè

passi quel primo bollore, ove il ben privato è posposto all’universale;

poi come sottentrarono le gelosie, le avarizie, la stanchezza, esso

temporeggiando sturbò l’accordo, e divisi li sacrificò.

Principali fra quelli erano i Montefeltro, i Varano, i Bentivoglio,

e i famosi capitani Paolo e Virginio Orsini, Vitellozzo Vitelli

e Oliverotto Freducci di Fermo. Come videro il re di Francia

rappattumarsi col Valentino, chiesero accordi con questo, lasciandosi

dalle promesse accalappiare, essi che non soleano mantenerle; e

l’ajutano contro altri tirannelli. Gli Orsini, Vitellozzo e Oliverotto

vengono a campo sotto Sinigaglia, città di Francesco della Rovere.

Quivi il Valentino gli accoglie con maniere d’amico, e li mena in

palazzo, ma subito gli arresta e fa strangolare. Vitellozzo piangeva,

riversando ogni colpa sui compagni; Oliverotto supplicava di almen

fargli salva l’anima coll’assoluzione papale. Le squadre di questo

furono côlte improvvise e svaligiate; le vitellesche a viva forza si

ridussero in salvo. Il papa motteggiava gli uccisi, dicendo: — Gli ha

castigati Iddio, perchè si son fidati al Valentino dopo giurato di non

mai farlo»; e in Roma arrestava il cardinale Orsini e gli altri loro

parenti, coi quali avea dianzi stipulato la pace, e li teneva prigioni

finchè gli ebbero ceduto tutte le fortezze. Dal cardinale voleva anche

la cessione di tutti i beni, e poichè si leggeva sui libri il prestito

di duemila ducati a persona non nominata, e la compra per altrettanto

valore d’una perla che non si rinveniva, dichiarò il lascerebbe senza

mangiare finchè non fossero trovati; la madre del cardinale pagò quel

credito, un’amica portò la perla, e il cardinale riebbe il cibo, ma in

esso la morte.

Il Machiavelli riferiva l’avvenuto alla Signoria fiorentina, senza

sillaba di disapprovazione; anzi poco poi le scriveva: — Qui si

comincia a meravigliare ciascuno come le signorie vostre non abbiano

scritto o fatto intendere qualcosa a questo principe in congratulazione

della cosa novamente fatta da lui, per la quale e’ pensa che cotesta

città gli sia obbligata, dicendo che alle signorie vostre sarebbe costo

lo spegnere Vitellozzo e distruggere gli Orsini dugentomila ducati, e

poi non sarebbe riuscito loro netto sì come è riuscito a sua signoria».

Ne restano sbigottiti i grandi d’ogni parte; il popolo, che detestava

gli avventurieri, assassini suoi, si consola della loro caduta,

sperando riposo; i soldati passano allo stipendio del Valentino, che

trova apologisti e panegiristi. Bologna gli promise per otto anni

dodicimila ducati d’oro, cento uomini d’arme e ducento balestrieri

a cavallo: Pisa, non potendo più reggersi contro Firenze, mette il

partito di darsi a lui, che, prese nefandamente Sinigaglia e Perugia,

ha già posto gli occhi sopra Siena e a spegnere Pandolfo Petrucci

ch’era il cervello della lega contraria, e che a stento era sguizzato

dal lacciuolo di Sinigaglia.

Quasi più che i delitti fa ribrezzo la sfacciataggine con cui il duca

Cesare aprivasi col Machiavelli. — Costoro, che erano inimici comuni

de’ tuoi signori e miei, son parte morti, parte presi, parte o fugati

o assediati in casa loro; e di questi è Pandolfo Petrucci, che ha ad

essere l’ultima fatica a questa nostra impresa e securtà degli Stati

comuni. Io non fo il cacciarlo da Siena difficile, ma vorrei averlo

nelle mani, e per questo il papa s’immagina addormentarlo coi brevi,

mostrandogli che gli basta solo che egli abbia i nimici suoi per

inimici, ed intanto mi fo avanti con lo esercito; ed è bene ingannare

costoro, che sono sottili maestri de’ tradimenti. Gli ambasciadori di

Siena, che sono stati da me in nome della Balìa, mi han promesso bene,

ed io gli ho chiarificati che io non voglio la libertà loro, ma solo

che scaccino Pandolfo; e loro ne dovrebbono pigliar buono documento

in su le cose di Perugia e Castello, i quali ho rimesso alla Chiesa,

e non gli ho voluti accettare. Il maestro della Bottega, che è il

re di Francia, non si contenterebbe che io pigliassi Siena per me, e

io non sono sì temerario che io mel persuada, e però quella comunità

debbe prestarmi fede che io non voglia nulla del suo, ma solo cacciare

Pandolfo. E credo che quella comunità di Siena mi crederà; ma quando

la non mi credesse, io son per andare innanzi a mettere le artiglierie

alle porte, e fare _ultimum de potentia_ per cacciarlo; e poichè io ho

tolto a’ miei nimici le armi, torre loro anche il cervello, che tutto

consisteva in Pandolfo e ne’ suoi aggiramenti. E veramente io credo che

se, ora fa un anno, avessi promesso alla Signoria di Firenze a spegnere

Vitellozzo e Oliverotto, consumare gli Orsini, cacciare Gianpaolo e

Pandolfo, e avessi voluto obblighi di centomila ducati, che la sarebbe

corsa a darli: il che sendo successo tanto largamente, e senza suo

spendio, fatica o incarico, ancora che l’obbligo non sia _in scriptis_,

viene ad essere tacito, e però è bene cominciare a pagarlo, acciò che

non paja nè a me nè ad altri che quella città sia ingrata fuor del

costume e natura sua».

Conculcati i Savelli, gli Orsini, i Colonna, i minori stavano colla

battisoffia, tanto più che l’abbassarsi della fortuna di Luigi XII

lasciava il Valentino più indipendente, e franco a mercanteggiare

la propria alleanza, sicchè trattava col Grancapitano; il papa dal

compiacente concistoro otterrebbegli il titolo di re di Romagna, Marca

ed Umbria; egli stesso aveva disposto ogni cosa per potere, venendo a

morire suo padre, restar arbitro del conclave, e portare al trono una

sua creatura. Ma era battuta l’ora anche pei Borgia. Non è da nessun

argomento confortata la voce[88] che Alessandro, volendo avvelenare

il cardinal di Corneto, gl’imbandisse una colezione, e per errore, sì

egli che il figlio bevessero del vino preparato per quello. Fatto è che

il papa inaspettatamente morì di settantadue anni (1503 18 agosto);

e anche il Valentino stette gravissimo, mentre Orsini, Colonna,

Appiani, Vitelli, Baglioni coglievano il destro di scatenarsi da quella

potenza e ricuperare i dominj. Le ire divampano; sono bruciate case,

saccheggiate botteghe, guasta la campagna; Fabio Orsini si lava mani

e faccia nel sangue d’un Borgia; Francesi e Spagnuoli, venuti sotto

velo di francheggiare la libertà del conclave, si combattono in Roma.

Il Valentino riavutosi, per ajuto del cardinale d’Amboise che sperava

col suo mezzo la tiara, pon le ugne sul tesoro pontifizio di centomila

ducati, colloca dodicimila uomini in Vaticano, s’afforza in castel

Sant’Angelo. Ma deluse le lunghe speranze del d’Amboise, fu data la

tiara a Pio III (Francesco Todeschini Piccolomini senese), e dopo soli

ventisette giorni al savonese Giuliano della Rovere col nome di Giulio

II.

Costui, accannito ai Borgia perchè aveangli strappato di pugno una

prima volta il papato, erasi fin allora tenuto in armi o in esiglio,

alle loro lusinghe e invitazioni rispondendo: — Giuliano non si fida

del Marano». Subito si rannodano le alleanze con Francia e Spagna;

molti signori rientrano ne’ perduti dominj; a Forlì gli Ordelaffi,

a Rimini i Malatesta, a Faenza e altrove i Veneziani; ciascuna città

si arma. Il Valentino, ridotto coll’acqua alla gola, cede i castelli

che tenevansi a suo nome; e rilasciato, secondo la sicurezza datagli

dal papa affine d’avere il voto de’ cardinali di sua fazione, si

getta a Napoli promettendo agli Spagnuoli il braccio e l’arte sua per

acquistar Pisa ed altre terre; don Gonsalvo lo riceve cortesemente, e

ne asseconda i disegni, finchè re Ferdinando gli ordina di mandarlo

in Ispagna. Assicurato sulla parola d’onore, il Valentino ci va, ma

ciurmato egli ciurmadore, fu messo prigione[89]; riuscitogli di fuggire

al re di Navarra suo suocero, è ucciso all’assedio di Viana e sepellito

ignobilmente.

Costui è l’eroe del Machiavelli, il quale trova ch’ei «fece tutte

quelle cose, che per prudente e virtuoso uomo si doveano fare per

mettere radici in quelli Stati che le armi e fortuna d’altri gli aveva

concessi»; i tradimenti ne racconta con un’indifferenza che somiglia a

complicità, fin a dire — Io non saprei quali precetti dare migliori ad

un principe nuovo, che l’esempio delle azioni del duca»; e — Pel duca

Valentino le opere io imiterei sempre quando fossi principe nuovo...»;

e conchiude: — Raccolte tutte queste azioni del duca, non saprei

riprenderlo, anzi mi pare di proporlo ad imitare a tutti coloro che per

fortuna e con le armi d’altri sono saliti all’imperio»[90].

Dante poneva nell’inferno quel che diede i mali consigli a re Giovanni,

e Buoso da Dovàra che agevolò ai Francesi la venuta, e il Montefeltro

che suggerì il prometter lungo e attender corto. Vecchiaggini del

medioevo! Ora non si inneggia ai santi del paradiso, ma si applaude

agli eroi dell’inferno dantesco: ora bando ad ogni idealità: si stia

al fatto: non vedasi quel che dovrebb’essere, ma quel ch’è; la virtù è

la forza intelligente: doti uniche in un principe sono accorgimento di

consigli, fermezza di risoluzione e fortuna; unica lode il riuscire.

Ma a ciò quali regole dare quando sottentra l’onnipotenza individuale,

cioè l’arbitrio supremo, il fluttuamento, la variazione? Il Machiavelli

avea veduto Fernando il Cattolico da piccolo re divenire uno dei

maggiori potentati d’Europa; per quali mezzi? per l’assolutismo: onde

proclamò che bisognasse sradicare gli spinosi germogli del medioevo per

mezzo d’una dominazione unica e incondizionata[91], e a questa giungere

per qualsifosse via. Sian pur mali i mezzi, male anche il fine; ma

sono passeggeri, e ne seguiranno il dominio supremo della legge,

l’eguaglianza e la libertà di tutti, e si farà della cittadinanza un

medesimo corpo, ove tutti riconoscano un solo sovrano[92]. Cerca dunque

speranze nella disperazione; vedendo perire le antiche glorie d’Italia,

vuol uccidere anche il diritto e la giustizia, della debolezza far

forza, ad alto scopo giungere per vie basse; «suo intendimento essendo

scrivere cosa utile a chi l’intende, gli è parso più conveniente andar

dietro alla verità effettuale della cosa che all’immagine di essa»;

oggi diremmo al fatto, anzichè all’idea. «Molti si sono immaginate

repubbliche o principati, che non si sono mai visti nè conosciuti veri:

ma è troppo discosto il come si vive dal come si dovrebbe vivere, e un

uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene

che rovini infra tanti che non son buoni. Ond’è necessario ad un

principe, volendosi mantenere, imparare a poter essere non buono, ed

usarlo e non usarlo secondo la necessità. Hassi ad intender questo,

che un principe, e massime un principe nuovo, non può osservar tutte

quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso

necessitato, per mantener lo Stato, operare contro alla fede, contro

alla carità, contro all’umanità, contro alla religione»[93].

Conseguenti a questa teorica sono le applicazioni. Il tiranno deve

sempre avere in bocca giustizia, lealtà, clemenza, religione, ma non

curarsene qualvolta gli torni bene il contrario; farsi temere piuttosto

che amare quando l’uno e l’altro non possa: scopo dei Governi è il

durare, nè questo si può che coll’incrudelire, «perchè gli uomini sono

generalmente ingrati, simulatori, riottosi, talchè convien tenerli

colla paura della pena». Tutto ciò egli espone colla freddezza d’un

anatomista, o d’un generale che calcola quante migliaja d’uomini

si richiedono per espugnare una posizione. Per lui sono ammirabili

i colpi arditi; lo strumento migliore è la forza, sia quella di

Sparta per conservare, o quella di Roma per conquistare: il diritto

è rinnegato; rinnegato Cristo, per surrogarvi non so che religione

astrologica; rinnegato il progresso, giacchè «a voler che una setta o

una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso

il suo principio»[94]. L’umanità, sottoposta a influssi d’astri,

percorre entro un circolo insuperabile dal bene al male e da questo a

quello[95]; e negli ordini politici, dalla monarchia all’aristocrazia,

da questa alla democrazia, finchè l’anarchia riconduce la necessità

d’un monarca.

Tal è lo spirito del _Principe_, libro di prudenza affatto pagana,

inesorabilmente logica ed egoistica, fondata sul rigido diritto e sulla

riuscita, acconcio a tempi quando, in difetto di moralità, restava

unica sanzione l’esito, unico intento di ciascuno Stato il conservarsi

e crescere, con qualunque fosse spediente, per quell’individualità che

diveniva carattere del secolo.

Nel precedente, erasi cominciato a diffondere che le cose dello

Stato non voglionsi regolare secondo la morale ordinaria e il diritto

privato: via via indebolitasi l’autorità spirituale, l’assonnamento

della coscienza pubblica preparava quel despotismo che non insinua

la bontà, ma reprime colla forza. Machiavelli formolò que’ teoremi;

ed il supporre nel _Principe_ un’intenzione contraria alla apparente,

equivarrebbe a credere ironico Aristotele là dove sostiene il diritto

della schiavitù. Chè, come questa pareva natural cosa in Grecia, così

allora il tradire con senno; nè la politica era teoria, ma azione e

sperimento; non scienza dei diritti de’ principi, ma arte di dominare

sugli innumerati bipedi che la loro stupidità condanna all’obbedienza,

e conservarsi ad ogni costo; consideravasi abilità il trarre nel laccio

l’inimico, maturare lunghe vendette, e di dolci parole velare atroci

disegni. E talmente sul serio ragiona il Machiavelli, che sconsiglia

i modi che irritano inutilmente; il saltare dall’umiltà alla superbia,

dalla pietà alla fierezza quando facciasi _senza debiti mezzi_; basta

«domandar a uno le armi senza dire, _Io ti voglio ammazzare con esse_,

potendo, poi che tu hai le armi in mano, satisfare all’appetito tuo».

Qual poi in quel libro, tale il Machiavelli si mostra in ogni altro.

Ciò cui esso aspira è l’unità dello Stato, del pensiero, della forza:

vuol far cessare i vacillamenti, le dissimulazioni: vuol franchezza

anche nel delitto; non considerazioni di giustizia o pietà; non

s’hanno a fuggire i peccati ma gli sbagli. Nei _Discorsi_ insegna che

l’idea della giustizia nacque dal vedere come utile tornasse il bene

e nocivo il male[96]; e gli uomini non s’inducono al bene se non per

necessità; non vuole disapprovato Romolo d’avere ucciso Tazio e il

fratello Remo; accoglie come segno di grandezza della repubblica romana

«la potenza delle esecuzioni sue e la qualità delle pene che imponeva

a chi errava». E Roma egli ammira sempre, quanto fa Polibio, perchè

conquistò tanti popoli, e in guerra o per frodi rapì ad essi ricchezze,

leggi, libertà, indipendenza. Perocchè la storia egli cerca non per

la verità ma come allusione, sempre nello scopo di render forte anche

un piccolo Stato. Tal è il senso della _Vita di Castruccio_, romanzo

storico modellato sull’Agatocle antico, e non secondo i tempi dell’eroe

ma del narratore; ove mostra come colui con piccolo paese e piccoli

mezzi riuscì «non cercando mai vincere per forza ch’ei potesse vincere

per frode, perchè diceva che la vittoria arreca gloria, non il modo»;

le _virtuose azioni_ di quello e le _grandi qualità_ crede poter essere

di grandissimo esempio, e gli fa dire che Dio è sempre coi forti, e a

chi ha dà ancora, a chi ha poco toglie anche quello che ha. Insomma,

schernendo tutte le credenze e i principj, ammira chiunque riesce,

sia pure a fini opposti; eccetto Giulio Cesare che spense le libertà

classiche, e Gesù Cristo che abjettò gli uomini predicando l’umiltà, e

mettendo freno a quelle crudeltà per cui i pagani s’erano sublimati.

Pertanto indifferenza per le vittime, e simpatia per chi sormonta;

male è il tradimento se non raggiunge il fine; male le congiure sol

perchè le più volte escono a peggio; torna meglio pentirsi d’aver

fatto, che pentirsi di non aver fatto. Appone ai Fiorentini che non

avessero, nel 1502, sterminato la ribellata Arezzo e tutta val di

Chiana, giacchè «quando una città tutta insieme pecca contro uno

Stato, per esempio agli altri e sicurtà di sè un principe non ha altro

rimedio che spegnerla», altrimenti è tenuto o ignorante o vile[97].

Che importa se un privato rimanga vittima d’un’ingiustizia? basta che

la repubblica sia assicurata da forza straniera e da fazioni interne:

«dove si delibera della salute della patria, non vi debbe cadere

alcuna considerazione nè di giusto nè d’ingiusto, nè di pietoso nè di

crudele, nè di laudabile nè d’ignominioso». E proclama quella massima

dei Terroristi del 93, che «nelle esecuzioni non v’è pericolo alcuno,

perchè chi è morto non può pensare alla vendetta».

Tali suggerimenti possono, comunque scellerati, venire opportuni a

uno Stato conquistatore; non quando vogliasi, come da noi moderni,

un popolo operoso, che tutela non le ingiustizie, ma la propria

indipendenza, ma le fatiche, i progressi, la libertà di ciascuno. Il

Machiavelli invece la società ravvisa soltanto dal lato pagano; quella

che vi fu eretta accanto, fondata sul diritto eterno e sulla pietà, o

non conosce, o vilipende. O non comprende o avversa tutte le tradizioni

italiane, impero, papato, guelfi, ghibellini: vuole il despotismo sotto

una forma nuova, che potrà anche esser l’unità d’Italia, ma questa egli

non pronuncia se non al fin del _Principe_ e al principio dell’_Arte

della guerra:_ mentre altrove non ne mostra neppur la velleità: cerca

il ben di Firenze, non fusioni di altri paesi. Egli insegnerà ai nostri

come liberare Italia, e a Luigi XII come soggiogarla, e come sostenersi

i pontefici che pur crede ne siano la ruina. Non si ferma all’eresia,

all’incredulità, all’empietà; la ragione comanderà a tutto, farà il

mondo e le religioni a capriccio.

Rivoluzionario nel pensiero, non negli atti, egli vagheggia la

conquista francese; esorta Luigi XII a compiere l’acquisto d’Italia;

semini la divisione, sostenga i piccoli, atterri il papa e la

Spagna, soli ostacoli alla potenza: «nell’alta Italia pianta i tuoi

invece degli abitanti». Forse immaginava che quel re diventerebbe

italiano[98].

Perciò spesso s’inganna o neppur mostra quella preveggenza, ch’è

il carattere degli ingegni eletti anche quando sono condannati

all’inazione. Della calata di Carlo VIII non riconosce se non

tardissimo gl’indestruttibili effetti; loda la conquista di Luigi XII

che pur incatena l’Italia, solo vorrebbe che in Lombardia distruggesse

i natii per collocarvi colonie all’uso romano; la lega di Cambrai, la

rotta de’ Veneziani, l’attività di Giulio II, la protesta di Lutero,

gli sono accidenti incompresi; Carlo V è padrone di tutto, ed egli

non ravvisa pericolosi alla libertà italiana se non i Veneziani e

gli Svizzeri, i quali possono soggiogare il mondo, come già fecero

i Romani: se tardi s’accorge del vero nemico, non ravvisa che unica

potenza effettiva da opporgli sarebbe il papa.

Avea creduto nel Savonarola; poi, visto fallire la politica religiosa,

si buttò alla politica atea, più nelle credenze non vedendo efficacia,

ed anche le crociate non avvisando che come uno scaltrimento d’Urbano

II. Assiste al trionfo di Cesare Borgia e non s’accorge del pericolo di

Firenze: la consiglia ad attaccarsi a quello, a commettergli ambasciata

sommessa: lo credea fondatore di nazione, futuro arbitro d’Italia

e del papato. E del papato niente capì la grandezza, derivata dalla

conquista guelfa de’ Francesi, e che ne fa una delle primarie potenze

d’Europa. Prima consiglia Gianpaolo Baglione a pugnalar Giulio II

che non vuol riconoscerlo signore di Perugia: poi crede che i Turchi

fra un anno conquisteranno l’Italia, e così sarà vendicata dei torti

fattile dalla Santa Sede: poi spera che Leone X rimetta qui i Francesi,

cacciati da Giulio II, per impedire una conquista degli Svizzeri. Crede

a Francia, teme gli Svizzeri sol perchè hanno armi: non capisce Roma

che col pensiero move i più lontani. Al modo de’ vulgari, giudica dal

risultamento immediato, anzichè dagli effetti lontani e dallo scopo

ultimo; ammira chi affronta le opinioni e le barriere che trattengono

l’onest’uomo; nè s’accorge dell’armonia, che pur alfine ritorna, fra

la moralità dei mezzi e l’assicurazione del fine; e come l’uomo che

conculca la giustizia non appigliasi che a spedienti, i quali alla

fine si trovano manchi e fallaci. Suggerisce di sterminare colla spada

o perdere cogli artifizj chi fa contrasto agli incrementi, e scannare

ecatombe umane a un idolo che ha per unico piedestallo la forza.

In tutti i casi però domandava la _repressione de’ gentiluomini_.

Miglior governo crede il repubblicano, perchè gl’interessi di tutti

sono affidati alle cure di tutti; ma vedendolo accompagnato da

tanti scompigli, si risolve per la monarchia; non governi misti, non

comandi dimezzati, ma «una mano regia che ponesse freno all’eccessiva

corruttela de’ gentiluomini»; un governo forte, dove gli uomini grandi

non potessero far sêtte, le quali sono la rovina d’uno Stato, «imitando

Venezia, che teneva gli uomini potenti in freno». Secondava egli dunque

l’opera che allora appunto compivano Enrico VIII in Inghilterra,

Fernando nella Spagna, Giacomo IV in Iscozia, Luigi XII in Francia,

Giovanni II in Portogallo, di sovrapporre ai nobili l’autorità de’

troni, de’ quali non prevedeasi la futura trapotenza.

Crede egli alla potenza del genio, e vedendo tanti fatti grandiosi,

pensa possano sorgere Licurghi e Soloni, perdendo quasi il sentimento

che nella politica separa il fatto dal miracolo. E questi genj non

hanno più obblighi con nessuno, non vogliono la libertà piuttosto che

la tirannia, non Cristo piuttosto che Giove, purchè giungano una meta

premeditata.

E forse, tra le violenze soldatesche d’allora, soltanto un soldato

come il suo Valentino potea prevalere: ma che un siffatto assodasse un

desiderabil ordine di cose, era follia il riprometterselo; e l’eroe

suo, coll’oro di Roma e l’oro di Francia, con astuzie e ferocie

tante non conseguì che tenui effetti, e bastò un soffio a dissiparlo,

bastarono circostanze che non avea prevedute. Venezia s’era accorta

che sarebbe fuoco di paglia; un Piagnone nella fine dei Borgia legge

un chiaro esempio della verità di quella sentenza che dice, «le cose

violente non poter essere molto stabili, non che perpetue, come gli

stolti, ogni dì ingannati, pure ogni dì si promettono»[99]: ma il

Machiavelli neppure in quella caduta si disinganna: tanto il cuore può

annebbiar l’intelletto.

Non a torto dunque il popolo denominò da lui quella inumana politica,

che, propostosi un fine, nella scelta de’ mezzi non esita fra la

giustizia e l’iniquità, l’astuzia e la violenza. A sgravio però

del Machiavelli dicasi com’erano venuti comuni que’ teoremi. Il

Guicciardini li applica incessantemente nella _Storia_; allorchè Pisa

si solleva contro Firenze, non rimprovera già questa d’avervela spinta

coi mali trattamenti, sibbene di non aver chiamato a sè i principali

cittadini, e tenutili ostaggi; e riflette che anche «dopo la caduta

del Valentino, la Romagna stava quieta ed inclinata alla divozione

sua, avendo per esperienza conosciuto quanto fosse più tollerabile

il servire tutta insieme sotto un signore solo e potente, che quando

ciascuna città stava sotto un principe particolare, il quale nè per

la sua debolezza la poteva difendere, nè per la povertà beneficare; e

non gli bastando le sue piccole entrate, fosse costretto a opprimerla.

Ricordavansi ancora che, per l’autorità e grandezza sua e per

l’amministrazione sincera della giustizia, era stato tranquillo quel

paese dai tumulti delle parti, dai quali prima soleva esser vessato

continuamente, con le quali opere s’avea fatti benevoli gli animi

dei popoli, similmente coi benefizj fatti a molti di loro; onde nè

l’esempio degli altri che si ribellavano, nè la memoria degli antichi

signori gli alienava dal Valentino».

Il Missaglia, nella vita del Medeghino, scriveva: — Poichè l’ultimo

fine della guerra è la vittoria, per ottener quella pare che sia lecito

o almeno tollerato mancare di fede, usare crudeltà ed altri enormissimi

errori». L’Ariosto cantava: — Fu il vincer sempre mai laudabil cosa,

Vincasi o per fortuna o per ingegno»; e Francesco Vettori: — Stimerei

una delle buone nuove che si potesse avere quando s’intendesse che il

Turco avesse preso l’Ungheria, e si voltasse verso Vienna; e i Luterani

fossero al dissopra di Lamagna; ed i Mori, che Cesare vuol cacciare di

Aragona e di Valenza, facessero testa grossa, e non solamente fossero

atti a difendersi, ma ad offendere».

Poco poi frà Paolo Sarpi, dando _consigli alla Signoria di Venezia_

sul governare i sudditi in Levante[100], la scaltrisce che alla fede

greca non deva in niun modo fidarsi, ma trattarli come animali feroci,

limarne i denti e le unghie, sovente umiliarli, soprattutto rimoverli

dalle occasioni d’agguerrirsi; pane e bastone essere il caso loro,

l’umanità si serbi per altre occasioni. E altrove asserisce che «il più

grand’atto di giustizia che il principe possa fare, è mantenersi»; e

vuol divietato il commercio ai nobili perchè produce grosse ricchezze a

costumi novelli.

Nè ciò si pensava e faceva solo di qua dall’Alpi. Quel Commines, di

cui più volte toccammo, vent’anni prima del _Principe_ avea pubblicata

la vita di Luigi XI colle professioni medesime; adopera come sinonimi

inganno e abilità; chiama Lodovico Sforza «saviisimo, e uom senza fede

qualora gliene venisse profitto»; e grandi e nobili a confronto degli

altri Luigi XI e Carlo il Temerario, principi di poca fede, e sempre

attenti a ingannarsi l’un l’altro[101]. Montaigne, che intitola il suo

_libro di buona fede_, trova che in ogni politico ordinamento occorrono

uffizj non solo bassi, ma anche viziosi, e i vizj medesimi servono

a mantenere il legame sociale, come i veleni alla salute; esservi

cittadini vigorosi, che sacrificano la vita per salvezza del paese;

ma se il ben pubblico richiede che si menta, si tradisca, si uccida,

lasciano tali uffizj a persone più destre.

Come Leone X dava un salvocondotto a Gianpaolo Baglione, poi venuto

l’arrestava e uccideva; come la Signoria di Firenze, credendo

pericoloso il congedare Boldaccio d’Anghiari condottiero, e più

pericoloso il tenerlo, stabilì di spegnerlo, e il gonfaloniere dal

balcone lo chiamò su, e quando fu salito, il fece buttar in piazza,

«e tutto il popolo dimostrò esser contentissimo e lodava il fatto, e

infine si conobbe essere stata perfetta opera»[102]; come il Valentino

sorprendeva in sicurezza di pace i tirannetti di Romagna; così vedemmo

il gran Gonsalvo, l’eroe spagnuolo, il leale idalgo, giurare sull’ostia

al duca di Calabria lo lascerebbe ritirarsi ove volesse, poi mandarlo

in carcere; invitare il Valentino, poi spedirlo prigioniero in Ispagna.

Fernando il Cattolico chiamò esso Gonsalvo a Madrid sotto pretesto

d’onore, e lo tenne in arresto; «informato che Luigi XII si lagnava

d’essere stato da lui ingannato due volte, esclamava: — Mente il

briccone; più di dieci volte io l’ingannai». I buoni montanari svizzeri

vedremo più volte disertare dal servizio nel momento decisivo; e il

cardinale di Sion abbandonare al sacco i Bresciani ch’egli stesso avea

sollevati contro Francia; e Francia e Spagna nelle paci sacrificare gli

alleati.

Quando, nell’accordo di Granata, il Cristianissimo e il Cattolico

conculcavano ogni obbligazione morale, ogni legge d’onore per spartirsi

il regno di Napoli; quando l’usurpazione di questo era agevolata da

perfidie le più sfacciate; che diritto aveano le nazioni forestiere di

far rimproveri all’italiana? ai politici di quella scuola poteva altro

insegnarsi se non ad elidere coll’inganno l’inganno, coll’assassinio un

altro prevenirne? il Machiavelli espone queste pratiche come evenienze

naturali, senza passione, in tono d’assioma, con freddo computo di

mezzi e di fine; non come Satana dice al male: «Tu sei il mio bene»,

ma «Tu mi sei utile»; se l’utile deva all’onesto posporsi, è disputa da

frati. Così il chimico insegna come preparare i tossici e gli abortivi;

se siano poi da adoperare, non è quistione da chimico.

Delle astuzie insegnate ai forti, della vergogna ad essi risparmiata,

gli effetti ricadono sempre sui deboli, sul popolo. Quante volte già

vedemmo e quante vedremo la ricantata perfidia degl’italiani soccombere

alla buona fede tedesca, alla rozza franchezza svizzera, all’onore

francese, alla lealtà castigliana! I maneggi, la fredda astuzia,

l’occhieggiar l’occasione, il lasciare logorarsi le forze nemiche erano

tattica più praticata che non il valore personale. Alcuni Italiani

impararono presto queste arti, e se ne valsero contro i popolani, di

più schietto sentimento e perciò più ingannabili; e perchè in Italia fu

chi espose ad alta voce questa politica, che appena uno confesserebbe

alla propria coscienza, venimmo tacciati quali maestri delle

scelleraggini, delle quali restammo vittime. Si perdona più facilmente

una cattiva azione che non la teoria di essa, più facilmente il delitto

che il sofisma.

I moderni panegiristi del Machiavelli ricordino che gli stessi suoi

contemporanei, che di quella politica sentivano le conseguenze, si

raggricciavano contro la costui licenziosa leggerezza, maledicendo

a’ perversi consigli per cui col _Principe_ aveva insegnato al duca

d’Urbino «a togliere ai facoltosi la roba, ai poveri l’onore, agli uni

e agli altri la libertà». Lo aborrirono i principi perchè insegna ai

popoli le congiure, i popoli perchè ai principi l’oppressione, e agli

uni e agli altri la mala fede, anzichè quella reciproca confidenza

e benevola docilità, colle quali soltanto può affidarsi l’andamento

civile. E tanto parve fuori stagione questo ritorno al paganesimo, che

alcuno lo credette una continua ironia[103]; ovvero un artifizio per

indurre i Medici ad abusare del potere, finchè stancassero la pazienza.

Ma l’autore stesso adoprossi a levarlo di circolazione, e il popolo nol

volle rimettere segretario ai Dieci della guerra; tanto la pubblica

coscienza si risentiva a quella fredda analisi che pone l’ordine

politico sopra l’ordine morale, la ragione di Stato sopra l’umanità,

e sagrifica l’individuo alla prosperità dello Stato, identificato col

principe.

Egli, aspirando sempre a comandare, passò la vita a obbedire, vacillò

fra principato e repubblica, e dopo aver declamato nelle _Storie_

che troppo si era conceduto ai Medici, crede poi inutile l’opporvisi,

anzi li seconda, pel sussidio che potrebbe venirne a fare uno Stato

forte: scopo alto ma parziale, e tante volte rovinoso. Pel quale scrive

il _Principe_, onde ammaestrare Giuliano de’ Medici a conservare il

recente dominio: poichè quegli manca, egli lo indirizza a Lorenzo,

molto men _virtuoso_ del Valentino, ma appoggiato a un papa giovane:

fallitagli la speranza anche in questo, la ritorse da capo sopra la

Repubblica fiorentina.

In altre nature, in altra fermezza noi vogliamo cercare il liberale;

nè per austero uomo o caldo repubblicano accetteremo il Machiavelli,

che continuo esorta ad acconciarsi col governo qual egli sia; che,

dedito a bassi appetiti, ha per amici i più solazzevoli di Firenze,

per confidenti ha turpi politici e sleali alla patria; che guardava

come colmo della miseria il vivere oscuro ed umile, avendo mestieri

di fracasso, di denaro, di godimenti, di amori, dell’aura dei grandi,

degl’impieghi. Per ottenerli piaggia Leone X, piaggia Clemente VII

e l’inetto Lorenzo; essi il mettono alla corda, ed egli li loda,

e mendica, e per piaggiarli insulta all’onorevole governo del

Soderini[104].

E noi, confessando che il Machiavelli e il Guicciardini contribuirono

immensamente a sviluppare la nuova scienza politica, li giudichiamo

scandalo della letteratura cristiana, e li rigettiamo fra i grandi del

mondo gentile[105].

Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15) · 第 6 / 22 题