CAPITOLO CXXIX.

Conseguenze della spedizione di Carlo VIII. Fine del Savonarola e di

Lodovico il Moro.

Un re che capitana il proprio esercito, alletta i popoli e la storia,

anche quando sfortunato; e fra i conquistatori vien noverato Carlo

VIII per un’impresa assunta con puerile vanità, inescusabile nello

scopo, menata alla pazzesca, detestando nelle guise, riuscita per

accidente, impossibile a conservarsi. Non portò altro frutto che di

logorare uomini e ricchezze; nè per l’Italia fu una sventura di quelle

che istruiscono e ritemprano un popolo, come quelle del Barbarossa e

del 1848; pose in mostra soltanto inabilità contro inabilità, piccoli

spedienti, partiti irragionevoli spesso, ingenerosi sempre, intrighi

di diplomazia, complicazione d’alleanze tutte doppie e perfide; ogni

potentato invocò il Turco, perfino il papa; le discordie giunsero

all’estrema esacerbazione, e per isfogarle si ricorse ai forestieri,

i quali più avidi tesero lo sguardo su noi, perchè sicuri di appoggio,

onde furano inoculati all’Italia germi di guerre, non meno funesti che

il morbo diffuso dall’esercito del piccolo re.

Sbrattatolo da’ Francesi, Ferdinando rassettava il regno (1496),

quando morì di ventinove anni, prima di perdere l’amore dei sudditi;

eppure avanti morire ordinò fosse decollato il vescovo di Teano, e per

tema che il comando restasse ineseguito, volle vederne il teschio.

Gli succedeva lo zio Federico II, quarto re in tre anni, che colla

moderazione e l’indulgenza cercò sopire le gelosie e gli sdegni, e

riguadagnarsi gli Angioini.

In Firenze, dopo espulsi i Medici, la balìa voleva chiamare al

dominio i cugini di quelli, discendenti da Lorenzo fratello di Cosmo

il Vecchio; ma alla democrazia anelavano i più, e principalmente il

Savonarola, il quale non avea cessato di predicare contro i tiranni,

e minacciare il peggior flagello, la dominazione di stranieri. Il

verificarsi delle sventure da lui vaticinate aggiunse credito a lui

ed alla parte dei Piagnoni o Frateschi; persone di tutti i colori

accorsero in Firenze, e minacciavano lo sterminio dei Medici; sicchè

per prima cosa bisognava calmare. E il frate vi riuscì; poi intento ad

associar religione, morale, libertà, introdusse un governo popolare

sì, ma sul modello di Venezia, ammirata come capolavoro delle

costituzioni[55], mettendo limite alla podestà fin là incondizionata

della Signoria.

Dio regna in cielo, Cristo in Firenze; i Signori sono gli angeli che

fanno il bene, gli Otto di guardia sono gli angeli che impediscono

il male; e così via con idee mistiche vestendo riforme, in verità

meschine quando non anche improvvide. Per risanguare le finanze

ciascuno contribuirebbe un decimo della sua sostanza immobile. E

poichè della libertà faceasi strada alla riforma morale, ai ribaldi

costumi fece guerra con provvedimenti esagerati; contro la sodomia e il

giuoco sfrenato invocando le domestiche delazioni[56]; le cortigiane

si esporrebbero a suon di trombe; a chi giuoca cinquanta ducati,

si mandasse a dire che il Comune n’abbisogna mille, e li desse; ai

bestemmiatori si forasse la lingua; si chiudessero le botteghe in

festa, eccetto le farmacie; i debitori potessero la domenica uscire

senza pericolo per udir messa e predica.

Dal concetto primitivo derivavano eccessive conseguenze. Se il

Governo è modellato a esempio del cielo, lo sparlarne sarà empietà;

i decreti son ordini divini, comunicati per mezzo profetico, dunque

indisputabili; il messo di Dio s’intrigherà delle minime cose,

portando lo spionaggio e la discordia nelle famiglie, donde dissapori

e malevolenze, mentre la guerra al lusso uccideva l’industria, vita di

Firenze.

Tra i Piagnoni primeggiavano Pierfrancesco Valori e Paolantonio

Soderini, mentre Guidantonio Vespucci menava gli oligarchi, che

avvezzi al buon tempo, a comandi e magistrati, e volendo conservarli,

si chiamavano Compagnacci o Arrabbiati pel gridar che faceano contro

la versatilità e impudenza della plebe. I Palleschi o Bigi, fautori

de’ Medici o piuttosto nemici del riformare i costumi, s’accostavano

qualche fiata ai Piagnoni, sol perchè avversi alla balìa.

La qual balìa era stata rinnovata al modo antico, cioè dal

popolo convocato in piazza. Nessuna espressione più illusoria

dell’approvazione popolare che il voto universale; e il popolo

fiorentino, gelosissimo di quest’omaggio alla sua sovranità, non avea

mai fatto che approvare le rivoluzioni compite, e conferire la balìa,

cioè potere assoluto di riformar la repubblica. Venti _accoppiatori_

furono destinati a _tener le borse_, cioè a fare essi soli l’elezione;

sicchè in questi pochi restringevasi l’autorità: eppure dissentendo

fra loro, sparpagliavano i voti sopra moltissimi candidati, a scapito

dell’opinione. Savonarola, che li fulminava come una nuova tirannide,

e voleva le elezioni fossero restituite al popolo che meglio sa i

meriti di ciascuno, fece vincere che entrassero nel consiglio generale

tutti quelli, di cui il padre, l’avo e il bisavo avessero goduto la

cittadinanza; i magistrati fossero eletti da questo consiglio, non

dalla sorte nè da pochi oligarchi. Allora, pubblicando che rendeva per

la prima volta veramente popolari le elezioni, bandì piena amnistia,

serbando così illibato il suo trionfo.

Fu opera del frate se i Fiorentini non presero parte cogli altri

Italiani nel cacciare Carlo VIII, il quale però, senza riguardo per

essi, manipolava con Pietro de’ Medici. Costui non seppe cogliere il

destro di rientrare in Firenze all’ombra del re; dappoi lo tentò,

invano: due volte coll’ajuto di condottieri romagnuoli e d’interne

intelligenze. Di queste imputati, Bernardo del Nero gonfaloniere ed

altri potenti e creduti cittadini furono condannati a morte (1497 1

agosto). Secondo la legge emanata dal Savonarola, essi appellarono al

gran consiglio: ma ben vedendo ch’era quistione di Stato più che di

giustizia, e che l’assolverli equivaleva a condannare il reggimento

d’allora, gli esagerati urlando fecero ricusare l’appello, e non

lasciarono la sala del consiglio finchè la sentenza non fu eseguita.

Tristo al partito liberale il giorno ch’è costretto violare le proprie

ordinanze e rinnegare le proclamate libertà! I Piagnoni scaddero di

grazia: — Il Savonarola (gridavasi dagli Arrabbiati) è un intrigante,

le cui passioni dissonano dalle parole, giacchè dopo proclamata

l’amnistia non impedì il costoro supplizio; un insensato, che annunziò

come inviato da Dio questo Carlo VIII; è donnajuolo, ambizioso,

instabile; il coraggio, la pietà sua dov’erano nella peste d’or ora,

quand’egli e i suoi frati si chiusero nel convento?»

Nuovi odj accumulavasi frà Girolamo coll’inveire contro la scandalosa

famiglia del pontefice, dove un fratello uccideva l’altro per gelosia

della comune sorella, dove la bagascia del gran prete figurava nelle

funzioni di palazzo e di chiesa: ed Alessandro VI, dopo ammonitolo

ripetutamente, gli attaccò processo d’eresia, e interdisse il

predicare. Il frate protestò, e: — La santità vostra si degni

indicarmi qual cosa io deva rivocare di quanto ho scritto o detto, e

volenterissimo il farò»[57]; poi non solo disobbedisce, ma allega una

decisione di papa Pelagio, che, quando la scomunica sia ingiusta, non

importi cercarne l’assoluzione[58]; e celebra in pubblico, e ripiglia

il predicare, più ascoltato come suole chi è perseguitato.

Citato a Roma, temendo per la sua vita, nega andarvi; e poichè è della

natura umana l’esagerare nel puntiglio delle quistioni, sostiene in

predica il papa poter fallare o perchè mal informato, o perchè operi

contro coscienza; poi via via incalorendosi, se già avea detto che non

è vero successore di san Pietro chi non ne imita i costumi, cerca sia

convocato un concilio e deposto Alessandro; ne scrive ai re di Spagna,

di Francia, d’Ungheria, d’Inghilterra, a Lodovico Moro, che, per

ingraziarsi il papa, manda a questo la lettera.

Alessandro non uscì dalle vie della moderazione[59]; consultò

quattordici teologi domenicani; lasciogli sempre aperto il pentimento;

nel breve ai frati dell’Annunziata lo chiamava _excommunicatum et de

hæresi suspectum_, ma non eretico; esortava la Signoria che «facesse

qualche segno di resistere al predicare qualche tempo, e che in qualche

modo si umiliasse frà Girolamo a chiedere l’assoluzione, la quale

quando seguisse, non gliela dinegherebbe mai, e poi il predicare»[60].

Non ascoltato, intimò nuova scomunica, ordinando alla Signoria

d’imporgli silenzio se non volea vedere occupate di fuori le sostanze

de’ Fiorentini, e interdetto il territorio proprio.

Ne mostrano scandalo i frati d’altri Ordini, e gli Agostiniani lo

anatemizzano: ne pigliano baldanza i Compagnacci, ed ora ipocritamente

non vogliono aver affare con lui scomunicato e figliuolo di perdizione,

ora collo spurgarsi e stropicciare piedi e grugnire ne accompagnano i

sermoni; o gli fan trovare il pulpito fetido di brutture o covertato

colla pelle d’un asino; o a mezza la predica sollevano in alto

il tronco delle limosine, e lasciandolo cadere con gran fracasso

scompigliano l’udienza. Quand’egli fece una processione «con i

fanciulli tutti con una crocellina piccola di legno rossa in mano,

passando sul ponte di Santa Trinita, li dileggiavano, e tolsero la

croce rossa di mano, e rotta alcuna e gittata in Arno: nientedimeno

detti fanciulli non feciono quistione, ma seguirono la processione;

e fu cosa meravigliosa che avessino più cervello i fanciulli che i

grandi: e bene Iddio dimostrò che era con loro, e cogli Arrabbiati il

diavolo, da poi avevano in odio la Croce di Cristo» (CAMBI).

La plebe pretende sempre miracoli da’ suoi idoli; e anche Carlo

VIII, plebe di re, aveva detto beffardamente al Savonarola: — Fatemi

un miracoluccio». Ora Francesco da Puglia, frate minore, sfidò il

Savonarola (1498) a provare la verità delle sue predicazioni col

giudizio di Dio: — Entri con me nel fuoco, e chi resterà illeso

sia creduto. Perirò forse, ma col vantaggio di meco distruggere un

eresiarca, che tante anime trarrebbe a perdizione».

Il papa ringraziò i Francescani d’un sacrifizio, di cui la memoria non

cadrebbe in eterno: il vulgo inuzzolì di tale spettacolo: gli accorti

previdero che il Savonarola non accetterebbe, onde essi n’avrebbero

il destro di trattarlo di vile, od esporlo alle baje. In fatto il

Savonarola declinò l’empia prova; mentre insistevano gli avversarj

per coprirlo di confusione, gli entusiasti nella persuasione della

riuscita, e tutti i Domenicani, e molti laici e monache e donne

e fanciulli si esibivano a sostenere il cimento del fuoco in sua

vece[61]. Fu dunque forza aderirvi, e frà Domenico Buonvicino di

Pescia, suo discepolo prediletto, se l’assunse per sostenere che, 1º la

Chiesa di Dio ha bisogno d’essere rinnovata; 2º essa verrà percossa; 3º

dopo i flagelli, Firenze e la Chiesa saranno rinnovate e prospereranno;

4º gl’infedeli si convertiranno a Cristo; 5º queste cose avverranno ai

nostri tempi; 6º la scomunica portata contro frà Girolamo è nulla; nè

peccano quei che non ne tengono conto.

Nacque un interminabile disputare sulle forme (1498 7 aprile):

finalmente allestita la pira e tutto, frà Girolamo pretese che il suo

campione v’entrasse con l’ostia consacrata. Lo negarono risolutamente i

Francescani: si cominciò a dire ch’egli era un fatucchiero, e portava

vesti incantate: la giornata consumossi dal sì al no, e a sera un

acquazzone disperse la folla, che era accorsa da tutto il territorio,

avida di spettacolo, d’emozioni, di miracoli.

L’entusiasmo deluso si muta in ira e vendetta; i Compagnacci lo gridano

impostore; la Signoria può ormai affidarsi a lasciarlo prendere a furia

di popolo, e processare. I suoi voleano difenderlo colla forza, ed egli

lo impedì. Frà Benedetto da Firenze, che al secolo era stato il pittore

Bettuccio, voleva a ogni modo andare seco in prigione, ma esso gli si

rivolse dicendo: — Per obbedienza non venite, perchè io e frà Domenico

dobbiamo morire per l’amor di Cristo»; ed in questo fu rapito dagli

occhi de’ suoi figli, che tutti piangeano (BURLAMACCHI). Per le vie è

insultato; uno gli caccia un pugno nelle spalle, dicendo: — Profetizza

chi ti ha percosso», un altro un calcio dietro, e — Costà hai ha

profezia»; amici parenti degli ultimamente condannati si satollano di

vendetta, ingiuriano i Piagnoni, uccidono Francesco Valori colla moglie

ed altri. Sgominati gli amici, non restano più nel consiglio e ne’

tribunali che gli avversarj del frate, i quali ripermettono le bische,

gli spassi, i vizj.

Condannare un frate non si poteva senza licenza del papa, il quale

domandatone, chiese gli fosse consegnato il Savonarola; ma la Signoria

ne volle in Firenze il processo, presenti due giudici ecclesiastici.

Tribunale di tutti nemici, eppure non trova titolo a condannarlo,

quantunque un ser Cecconi falsificasse le deposizioni; e un de’ giudici

dicesse, — Un frate di più o di meno cosa importa?» Stirato sulla

tortura perchè confessasse menzognere le sue rivelazioni, appena tolto

dall’eculeo smentiva le calunnie estortegli, e — Non ho mai detto di

credermi ispirato, bensì di fondarmi sopra le sante Scritture; non

cupidigia, non ambizione mi mosse, ma desiderio che per opera mia si

convocasse il concilio, e i costumi si riformassero a similitudine dei

tempi apostolici»[62].

Avea quarantacinque anni (1498), e nel mese di prigionia scrisse

l’esposizione del _Miserere,_ che nel commentare gli altri salmi

avea tralasciata, dicendo serbarla pel tempo delle sue calamità.

Condannato al fuoco (23 maggio) con frà Domenico e frà Silvestro

Maruffi, allorchè il vescovo, sconsacrandoli, intimò che li separava

come eretici dalla Chiesa, frà Girolamo soggiunse — Dalla militante»,

colla fiducia d’entrare nella trionfante. Detto loro che sua santità

li liberava dalle pene del purgatorio e concedeva indulgenza plenaria

de’ loro peccati, e domandato se l’accettassero, chinarono il capo

e dissero, Sì. Ultimo e senza smentire il suo coraggio frà Girolamo

andò al patibolo. Il vento parve un istante impedire le fiamme, sicchè

già la plebe gridava Miracolo; e mentre alcuni il bestemmiavano come

impostore e demagogo, altri perseveravano a venerarlo come santo;

e subito si videro «uscire dei pubblici scritti, delle significanti

pitture, delle medaglie che lo van decorando dei titoli più gloriosi»

(BARTOLI). Allora gli Arrabbiati trionfanti perseguitarono molti

come seguaci di lui, fra i quali Nicolò Machiavelli condannato in

ducencinquanta fiorini; il titolo di Piagnone divenne un insulto; e

parvero liberalismo la scostumatezza e la superstizione, cui il frate

avea fatto guerra[63].

Il Savonarola fu un martire della verità anticipata? fu un profeta?[64]

fu un gran patriota? un gran democratico? un precursore della riforma

religiosa? o un allucinato? un impostore?

Per quanto lo negasse quando gliene fu fatta colpa, egli disse

veramente, e probabilmente credette essere ispirato da Dio ad

annunziare la verità e l’avvenire, e — Se un angelo di Dio venisse

un giorno a contraddirmi, non gli credete, perchè è Dio medesimo che

parlò»[65]. Chi però conosce gl’impeti delle anime poetiche, lo taccerà

d’impostore? e tanto più in tempo che queste comunicazioni fra il cielo

e la terra teneansi come consuete? Fin da’ primordj una Bresciana

gli scrisse preconizzandogli il suo avvenire; frà Angelo da Brescia

avea veduto la testa di lui circondata da aureola; quando le sciagure

annunziate piombarono sull’Italia, potè credere egli stesso d’averle

conosciute per lume superno; e allora alla prudenza umana aggiuntasi

l’ispirazione, interposto Iddio fra il pensier suo e la sua persona,

pigliò confidenza in sè e baldanza nell’operare. Ma ambizione personale

non mostrò, non cercò propagare le sue persuasioni colla forza,

sibbene coll’esempio, vale a dire che credeva alla potenza del vero.

In filosofia come in politica ritraeva direttamente da san Tommaso,

e innanzi tutto proponeasi la correzione de’ costumi; ma avea voluto

guidare i popoli per mezzo della passione e delle moltitudini, e,

inevitabile vicenda, vi soccombette.

L’uccisione di lui però fu politica anzi che religiosa, e Lutero ebbe

torto di farsene un precursore[66], giacchè le azioni sue lo mostrano

piuttosto un uomo del medioevo che della Riforma, elegia del passato

piuttosto che tromba dell’avvenire. Ben è vero che, non essendo

riuscito a rintegrar quel passato, potè servire d’incentivo a quei

che sorsero ad abbatterlo; come uccide il corpo un medicamento che non

bastò a guarirlo. Se non fu eretico, però disobbedì, e sostenne che uno

scomunicato può ancor predicare e celebrare; ma delle opere di lui fu

approvata la stampa, e solo più tardi ne fu messa all’Indice qualcuna.

Poco dopo il supplizio, Raffaello il dipingeva nelle sale Vaticane

fra i dottori della Chiesa; in Santa Maria Novella era ritratto fra le

lunette che rappresentano Cristo predicante e san Domenico nascente;

allorchè si trattò di beatificare Caterina de’ Ricci che lo invocava

nelle sue orazioni[67], tornò in disputa la bontà di fra Girolamo; e

Filippo Neri, che ne serbava in camera il ritratto, pregava Iddio non

ne fosse riprovata la memoria. E non fu: anzi si sparsero e si tennero

per le case immagini e medaglie, ov’era intitolato dottore e martire;

e per più di due secoli, nell’anniversario dell’esecuzione di lui, i

giovani spargeano la fiorita sul luogo che ne fu infamato[68].

Il giorno che a Firenze dovea farsi il giudizio di Dio col fuoco,

in Amboise moriva di colpo Carlo VIII ventottenne. Non lasciando

figliuoli, succedeagli Luigi XII duca d’Orléans, che educato a

lubricità e stravizj, sempre bisognoso d’un favorito, e incapace di

lunga applicazione, per destati tumulti venne lungamente tenuto in

gabbia di ferro. Ma salendo al trono immegliò, protesse i diritti

dei più in modo che fu detto padre del popolo. Come signore d’Asti

già teneva un piede in Italia; e nella coronazione (1498 27 magg.)

fecesi dall’araldo gridare duca di Milano e re delle due Sicilie e

di Gerusalemme, come discendente da Valentina Visconti ed erede degli

Angioini.

Giova ripetere che Valentina, generata da Gian Galeazzo in Isabella di

Francia, avea nel 1489 sposato Luigi d’Orléans fratello del re Carlo

VI; e i Francesi, che sempre ci rinfacciano alcune triste regine di

casa italiana, dimenticano questa che portò all’ancor rozza Corte la

coltura nostra, valse tanto a consolare la misera follìa del cognato

Carlo, nobilmente amò il marito; lui morto, adottò per divisa _Rien ne

m’est plus, Plus ne m’est rien_; e a vendicarlo nelle infelici capiglie

de’ Borgognoni e Armagnacchi allevò il figlio Carlo, il quale fu il

primo che con eleganza e facilità esprimesse in versi francesi idee

graziose e sentimenti veri, governati dalla malinconia naturale ad un

uomo che tanti anni passò prigioniero degl’Inglesi.

Carlo fu padre di Luigi XII e di Giovanni d’Angoulême, del quale i

discendenti anch’essi vennero poi al trono. Luigi pretendeva dunque al

Milanese, usurpato dagli Sforza; e sebbene questo Stato non passasse

regolarmente di padre in figlio e tanto meno in donne, la politica

interna e la esterna il persuadevano a impadronirsene, per dare

esercizio alle forze irrequiete de’ suoi, proteggere le frontiere

meglio che con fortezze, e impedire che le piccole signorie d’Italia

contrastassero l’ingrandire della francese. Le ire degli Italiani,

rincrudite dalla calata di Carlo, lo favorirebbero nella speranza di

sfogarsi.

Alessandro VI perseguitava gli Orsini, chiaritisi per Francia. L’avere

Carlo VIII per grossa somma rimesso ai Fiorentini le fortezze occupate,

stimolò le gelosie altrui; sicchè i Veneziani e Lodovico il Moro

contro di loro sostennero Pisa, che ostinatissima si difese. Paolo

Vitelli, valoroso inesorabile che l’assediava, uccideva le sentinelle

che trovasse addormentate, levava gli occhi agli archibugieri che

facesse prigioni e le mani ai bombardieri, in esecrazione delle nuove

armi; eppure non essendo riuscito a prenderla, cadde in sospetto dei

Fiorentini, che processatolo alla corda, il decapitarono; ma con ciò

si resero nemici tutti i condottieri, a troppo lor costo[69]. Anche

ai Genovesi venne fatto d’impossessarsi di Sarzana, ai Lucchesi di

Pietrasanta; l’implacabile cardinale Della Rovere minacciava Genova sua

patria e il papa suo emulo: insomma dappertutto combatteano Italiani

contro Italiani, colle lentezze della tattica antica, invelenita dalla

fierezza imparata dagli invasori.

Fra i potentati primeggiava il Moro. Il suo Stato era de’ più floridi,

e Commines dicea non averne mai visto uno più bello e di maggior

valuta, giacchè si potrebbe cavarne cinquecentomila ducati l’anno,

restando i sudditi ricchi anche troppo e contenti, mentre il duca ne

traeva seicencinquanta e fin settecentomila[70]. Lodovico, secondo

l’andazzo, proteggeva le lettere e radunava ingegni elettissimi:

Franchino Gaffuri da Lodi musicante; Gabriele Pirovano e Ambrogio

Varese medici e astrologi; i letterati Emilio Ferrari novarese, Giorgio

Merula alessandrino, Alessandro Minuciano pugliese, il quale a Milano

piantò stamperia in casa, e a proprie spese fece stampare Orazio e

la prima volta tutte le opere di Cicerone, come Dionigi Nestore vi

stampò un dizionario latino: Andrea Cornazano che cantò in terzine

l’arte militare; lo storico e giureconsulto Donato Bossi, Pòntico

Virunio (Lodovico da Ponte) erudito e matematico, Antonio Fileremo

Fregoso genovese, Gaspare Visconte, Nicola da Correggio facevano

gara di lodare il principe, al quale da Firenze applaudiva Angelo

Poliziano; Jacopo Antiquario di Perugia, famoso latinista, gli serviva

da segretario; da uffiziale delle milizie Andrea Bajardo parmigiano,

autore del romanzo _Adriano e Narcisa_ e di molte rime in volgare;

Luca Paciólo gli dirigeva la sua opera matematica «ad ornamento de la

sua degnissima biblioteca de inumerabile moltitudine de volumi in ogni

facultà e doctrina adorna»; Bernardo Bellincioni fiorentino era il suo

poeta laureato; suoi storici Bernardino Corio e Tristano Calco, mentre

Nicolò Scillacio messinese raccontava il viaggio di Cristoforo Colombo,

trasmessogli in lettera spagnuola da Guglielmo Como (1494). Aperse un

teatro, formò un’accademia d’arti belle e scienze, ampliò la fabbrica

dell’Università di Pavia, preparò a Milano il Lazzaretto, disegno

forse di Bramante, il quale invitato da lui con cinquemila ducati di

stipendio, eresse la tribuna e la cupola delle Grazie, il vestibolo di

San Celso, la sacristia di San Satiro, il chiostro di Sant’Ambrogio,

mentre Leonardo da Vinci, chiamato collo stipendio di duemila ducati,

dipingeva la mirabile Cena alle Grazie, modellava il colosso equestre

di Francesco Sforza, nel nuovo canale della Martesana applicava i

sostegni che noi chiamiamo conche, e fondava una scuola pittorica da

cui uscirono i Luini, Cesare da Sesto, Marco d’Ogino, il Lomazzo, il

Salaini, il Boltraffi.

«Questo glorioso e magnanimo principe in Milano fece ornare il castello

di Porta Zobia di mirabili e belli edifizj, e la piazza ch’è innanzi

fece aggrandire; nelle contrade della città tutti gli ostacoli fece

tor via, e le facciate fece dipingere, ornare e imbellire; e il simile

nella città di Pavia; per il che, come prima erano dette brutte e

lorde città, adesso si ponno dire bellissime. E Vigevano, stanza molto

dilettevole a’ signori, fece aggrandire ed ornare di molti degni e

belli edifizj, e vi fece fare una bella ed ornata piazza, e tutta la

terra fece selciare e imbellire; e vi fece fare un parco, dove mise

molte selvaggine, a piacere e ricreazione: fecevi anche fare alcuni

bellissimi giardini; e perchè quel paese era molto arido e secco,

vi fece fare alcuni acquedotti, con grande artifizio ed ingegno; per

modo che tanta abbondanza di acqua conducono, che molte belle e buone

possessioni fece fare in quei terreni che prima erano sterili e di

poco frutto, e al presente sono abbondantissimi»[71]. Attese anche a

riformare gli statuti, e dilatò la coltura della pianta di cui portava

il nome.

Ingegno operosissimo ed animo basso, incompiuto nelle buone come nelle

triste qualità, Lodovico, alla guisa de’ moderni, credeva che l’abilità

fosse tutto, confidava di potere colla politica destrezza dirigere

le sorti italiane, e dava negli sbagli di chi troppo sottiglia.

Avea creduto che Carlo VIII dovesse professarsegli obbligato; che

Pietro Medici e gli Aragonesi fossero abbattuti ma non disfatti, i

Veneziani intimoriti, tutti attoniti della potenza di lui; durante la

reggenza della duchessa Bianca, sperava ciuffare il Piemonte mediante

intelligenze col marchese di Saluzzo e il signore di Valperga, e così

unire tutta l’alta Italia. Ma la valanga smossa rotolò diversamente da

quel ch’egli divisava, e mentre si facea bello di avere, colla propria

astuzia, chiamato e respinto Carlo, puniti e rialzati gli Aragonesi,

e vantavasi che «Cristo in cielo e il Moro in terra sanno il fin di

questa guerra»[72], si trovò sopraffatto da pretensioni, di cui non

s’era adombrato quando invitò i Francesi; onde movea nuovi scacchi,

rinterzava trattati e alleanze, e per seguire la guerra e stare

sul vantaggio mescolava un nuovo potentato nelle vicende italiane,

invitando Massimiliano cesare a venir qui per la corona.

La caduta della casa di Borgogna (pag. 57), come arrotondò la

Francia, così assodò la grandezza di casa d’Austria, poichè l’arciduca

Massimiliano, sposando Maria figlia di Carlo il Temerario, ereditò

i Paesi Bassi, aggiungendoli ai dominj aviti dell’Austria, Stiria,

Carintia, Carniola, Tirolo, Svevia, Alsazia, ed ebbe anche la

corona imperiale. Bello di persona, vivace e piacevole di modi,

cultore delle arti e delle lettere, ardito, cavalleresco, era

improvvidissimo amministratore, e in tempo che il denaro acquistava

suprema importanza, trovavasene sempre tal carestia, che i nostri lo

chiamavano Massimiliano Pochidenari; per buscarsi trecentomila scudi

di dote sposò Bianca Sforza, nipote del Moro; vendeva privilegi e

titoli, e diritto di legittimare bastardi, e fin di creare poeti[73].

Fallendogli dunque i mezzi, interrompeva di botto le imprese che

aveva assunte sprovvedutamente; di nuove ne pigliava sol per avere un

pretesto d’abbandonare le vecchie; trescava negli affari altrui per

iscusarsi di negligere i proprj; grandi intenti enunciava, e non ad uno

riusciva; nascondeva i propositi onde non discuterli con chi che fosse;

venuto poi l’istante di eseguirli, si lasciava scoraggiare dalla prima

opposizione.

Casa d’Austria fu in ogni tempo pertinacissima a voler ricuperare ciò

che abbia una volta posseduto; laonde Massimiliano ritentò sottomettere

gli Svizzeri. I quali gli mandarono dire: — Altezza, noi siam gente

grossolana, e potremmo mancare ai riguardi dovuti ad una corona»; egli

non badò all’avviso, ma sconfitto, dovette ricorrere alla mediazione

del duca di Milano. E gli Svizzeri, redentisi colla prima guerra dalla

casa d’Austria, e con questa dall’Impero, si allearono a Francia,

provvedendola di soldati che divennero funesti al Tedesco, e che

aborrivano il duca di Milano perchè vietava di portare dalla Lombardia

vittovaglie per la Svizzera.

Massimiliano credette inutile la coronazione a Roma, e s’intitolò

imperatore eletto de’ Romani, col che pareva volesse tenersi scevro

dalle cose nostre: ma diede ascolto al Moro suo zio, che gli prometteva

duecentomila fiorini se lo titolasse re di Milano. Scese dunque

dal Tirolo per la Valtellina (1496); ma con sì tenui forze, che

chi non volle obbedirgli, non potè esservi costretto; egli medesimo

vergognandosi cercava strade appartate, e sfuggiva le città per non

restar mortificato dalle accoglienze.

Pisa era sempre la mira delle armi e de’ maneggi; i Fiorentini la

voleano per l’antico possesso; il Moro la bramava come unico ristoro

alla mal consigliata guerra; viepiù Venezia, che già tenendo numerosi

posti nella Puglia, coll’assidersi a Pisa sarebbesi trovata unica

signora del Mediterraneo. Anche Massimiliano vi pensava come a città

dell’impero; e fornito di qualche denaro e d’una flotta dai nemici

di Firenze (1498), assediò Livorno; ma ben presto dovette, secondo

il solito, levarsi dall’impresa e tornare in Germania, qui lasciando

sempre più bassa idea di sè.

Il Moro non n’aveva ottenuto che titoli per sè e pei figliuoli, e

promessa di migliaja d’armati, in ricambio della promessa di milioni

di denari; onde tornò a movere ogni ordigno per impedire che i

Fiorentini si accordassero con Venezia, com’erano in pratica, e non

le abbandonassero Pisa[74]: ma i Veneziani, che pur professavano

una politica affatto italiana[75], imitando quel che nel Moro aveano

altamente disapprovato, non esitarono a suscitargli un antagonista,

col trattato di Blois (1499 15 aprile) riconoscendo Luigi XII duca di

Milano e re di Napoli, a patto che loro cedesse Cremona e la Geradadda,

e le città da essi tenute nella Puglia. Luigi, desiderando sciogliere

le odiose sue nozze con Giovanna figlia di Luigi XI, e sposare Anna

vedova del suo predecessore erede della Bretagna, accarezzava a tal

fine Alessandro VI, che col favore di lui sperava ingrandire la propria

famiglia.

Il Moro vedendo addensarsi il nembo, vi si preparò. La guerra non

faceasi che per mezzo di condottieri, quali allora Baglione di Perugia,

Marco Martinengo da Brescia, Galeazzo di Sanseverino, Appiano di

Piombino, Virginio Orsini famoso indugiatore e maestro de’ migliori

combattenti, Camillo Vitelli che avea inventato gli archibugieri a

cavallo, Bartolomeo d’Alviano degli Atti di Todi, Paolo Vitelli di

Civita di Castello, e suo fratello Vitellozzo. Su cotesti dovea far

capitale Lodovico: ma i Romagnoli erano costretti rimanere a casa per

ischermirsi dagli attacchi del papa, ostinatosi ad abbattere que’

contumaci castellani: de’ suoi alleati, Massimiliano era occupato

contro gli Svizzeri; e poi, che bene ripromettersene? Federico di

Napoli pensava a rifarsi de’ sofferti disastri. Mancangli i Cristiani?

ed egli ricorre ai Turchi, e invita Bajazet II, mettendogli in sospetto

Venezia e la Francia. Bajazet mandò nel Friuli Scader bascià di Bosnia

(29 7bre), che devastò sino alla Livenza, facendo grandissimo numero

di prigionieri; e perchè se ne trovava imbarazzato nel ripassare

il Tagliamento, scelse i migliori, gli altri trucidò. Più odioso

ne diveniva cotesto incessante sommovitore d’Italia; onde si esultò

all’udire che i Francesi discendevano numerosi.

Dei condottieri milanesi i più rinomati erano i Dal Verme e il

Trivulzio. Jacopo Dal Verme, che vedemmo (Cap. CXII) segnalarsi al

servizio di Can Signorio, poi di Gian Galeazzo, del quale fu mandestra,

n’ebbe in feudo amplissimi possessi nelle Langhe trasmontane, nel

Piacentino, nel Pavese, nel Veronese, nel Vicentino; e Piacenza,

Milano, Pavia, Verona si disputarono l’onore di dare la cittadinanza

a quella famiglia. Luigi suo figlio spiegò valore combattendo pe’

Veneti e pe’ Fiorentini; dalla Repubblica Ambrosiana passò a Francesco

Sforza, e aggiunse altri feudi ai paterni. Suo figlio Pietro ebbe

onori e cariche dagli Sforza, ma Lodovico il Moro pensò torlo di vita

sì per gelosia, sì per occuparne i vastissimi possessi che il faceano

pari a un sovrano; morì in fatto di veleno il 1485, e subito le sue

terre vennero tratte al fisco. Marcantonio figlio di lui come contumace

fu condannato a morte; ma all’avvicinarsi dei Francesi, Lodovico

cercò cattivarselo, e gli restituì i beni, donde egli levò truppe per

soccorrerlo[76].

Terribile avversario restava Gian Giacomo Trivulzio. Principalissimo

nella guerra del 1483 contro i Veneziani; poi sbandito per gelosia

del Moro, servì a re Ferdinando contro i baroni e al papa contro

Carlo VIII, meritando il contado di Belcastro; passato quindi al re

di Francia, n’ebbe il ducato di Melfi, la contea di Pezenasco, e il

titolo di capitano generale, colla condotta di cinquecento cavalli e

la provvigione di duemila ducati, e adottò come propria la nazione

che lo assoldava. Nelle precedenti condotte più volte egli avea

mantenuto del proprio gli eserciti, lasciati sprovvisti dai principi,

ed erasi acquistata terribile rinomanza di superbia e di severità

militare. Nell’esercito della Lega dell’83, i saccomanni, che sempre

numerosissimi seguivano gli accampamenti, svogliati dal rigore di

lui, fecero tra sè un’intesa, ponendosi a capo un papa con cardinali,

arcivescovi, vescovi di loro creazione; e al grido di _falcetta_,

doveano dar nell’armi e uccidere chi gli affrontasse; e così metteano

a ruba e taglia le vicinanze. Il Trivulzio, per dissipare la masnada,

quanti ne cogliesse facea impiccare, e fin di propria mano andava a

trucidarli. Tali erano gli eserciti, tali i capitani.

Vero è che il Trivulzio seppe anche perdonare; a un assassino

appiattatosi per ucciderlo non fece male; a una ribaldaglia di

Spagnuoli che, non ricevendo le paghe, congiurarono rivoltarsegli,

distribuì le paghe del proprio. L’aver mutato spesso bandiera e servito

i forestieri contro la patria, è colpa comune ai capitani d’allora, che

si consideravano indipendenti quant’oggi i re nelle loro alleanze: ma

anche dopo gli elogi asseritigli da un valente biografo, non sappiam

vedere in lui che un soldato; e poniamo che della forza non abbia fatto

il brutale abuso che poteva, il titolo di Magno potrebbe convenirgli

solo se avesse militato per la causa nazionale.

Il Moro l’avea fatto appiccare in effigie come traditore, ond’egli

accannito a vendicarsi, non meno col valore che colle intelligenze

in pochi giorni prese Varese e Tortona, lasciando saccheggiare alla

scapestrata; mentre Galeazzo Sanseverino, cui il Moro suo suocero

avea fidate tutte le forze, benchè appoggiato all’importante fortezza

d’Alessandria, fuggì senza aspettare il nemico, traditore o codardo.

I Veneziani intanto arrivavano a Caravaggio e a Lodi: benchè il duca

avesse tentato riguadagnare i cuori coll’esporre la propria condotta e

i delitti che non avea commessi, donare e restituir feudi ai signori,

far le concessioni che nulla si valutano quando ispirate da paura, i

Milanesi tumultuarono e uccisero il Landriano, ministro delle finanze.

Esso duca sollecitava soccorsi da Massimiliano, promettendo cedergli

la Valtellina e Bormio fin a Como; dal re di Napoli, mostrando ch’egli

era la sua sentinella avanzata; e a Galeazzo Visconti suo ministro

presso gli Svizzeri scriveva: — Non vi possemo explicare lo sterminio,

il terror grande ove se trovamo; ma vedemo in un momento esser presa

questa cità, e dreto il resto dello Stato, se grossissimo numero de

gente non è qui in un subito. Non trovamo termini de parole, trovandone

in questo caso come posseti extimare, conducti a serrarsi in questo

castello, ove expecteremo la venuta della maestà sua che ne liberi; nè

sapemo che altro far che morire»[77].

Abbandonato di soccorsi e di consiglio all’avvicinarsi dell’ora di Dio,

mandò via i figliuoli e il tesoro col fratello cardinale Ascanio; e

approvvigionato il castello di Milano e istituita una reggenza, vegliò

la notte sull’urna di Beatrice d’Este, che dianzi l’avea lasciato

vedovo, donna forse virtuosa, certo robusta, che aveva sostenuto

il coraggio ed ispirato riverenza al marito, il quale il nome e il

ritratto di lei pose sempre col suo negli atti, sulle fabbriche, ne’

quadri. Indi, non sentendo che imprecazioni rispondere alle lacrime e

alle raccomandazioni sue, per Como e la Valtellina fuggì in Germania.

Allora i capitani voltano casacca, il popolo sollevato manda a chiamare

i Francesi e il Trivulzio, e in venti giorni il ducato cangia padrone

senza stilla di sangue. Re Luigi XII arriva a cosa fatta; e avuto a

tradimento anche il castello, entra pomposamente in Milano (2 8bre),

ricantato portatore della pace e della libertà, e l’altre baje al

solito.

Ma, al solito, i vinti dovettero pagar le spese; trecentomila ducati di

contribuzione per essersi ribellati a Francia coll’accogliere il Moro;

ai gentiluomini favorevoli a questo levate le case e le possessioni per

dispensarle a sudditi o benevoli di Francia; la città pagherebbe l’anno

cenventimila ducati. Il re però affettava popolarità coll’invitarsi a

pranzo o a cena da questo o da quel signore, e levarne figliuoli al

battesimo; restituì ai nobili il diritto di caccia, che gli Sforza

avevano a sè riservato; sciolse i prelati dal dover somministrare

ciascuno un bue alla mensa ducale; crebbe il soldo ai professori

nella riaperta Università di Pavia, accolse letterati e artisti, armò

cavalieri.

Più notevole è la riforma che introdusse pel governo, e che sopravvisse

alle posteriori vicende; poichè il consiglio segreto e quel di

giustizia, che stavano a fianco al principe, radunò nel senato,

composto di sette togati, cinque militari e tre prelati, irremovibili,

presieduti da un gran cancelliere, che custodiva i sigilli del re;

tribunale supremo sul modello del parlamento francese, e che poteva

sospendere (_interinare_) i decreti regj quando repugnassero ai diritti

e al bene del paese.

Conoscendo il miglior modo di mascherare la servitù, Luigi pose tutti

impiegati nazionali; avvocato fiscale Girolamo Morone, uno de’ più fini

politici; presidente del senato Goffredo Caroli saluzzese, leggista

insigne[78]; luogotenente il Trivulzio, al quale anche regalò la terra

di Vigevano, in compenso delle artiglierie trovate in Milano che a

lui sarebbonsi devolute, e che valutavansi cencinquantamila scudi; e

fattolo anche maresciallo di Francia, gli diede arbitrio di mettere

in piedi quattrocento lancie italiane, comandate da chi gli piacesse.

Ma mentre la prima arte di un nuovo dominio è di conciliarsi tutti i

partiti, il Trivulzio lasciò corso alle ire di esule, spietatamente

gravò i nobili ghibellini, e non ricordossi di coloro per cui mezzo

avea trionfato: provocava l’invidia con un lusso insultante, e alla

venuta di Luigi fece coprire gran parte della _rugabella_, dove tenea

palazzo, e del corso di porta Romana, e ornatala come una sala,

vi banchettò mille commensali, tra cui cenventi signori e cinque

cardinali, e prolungatosi il pasto nella notte, venne illuminata a

giorno, finchè si terminò con maschere e balli.

I nobili, sdegnati d’ubbidire a un compatriota, interpretavano a

dispetto ogni atto del traditore della patria, del tre-volti; e dal

borbottare passando alla insurrezione, coprirono porta Ticinese di

barricate, difesero Marco Cagnola di cui egli voleva abbattere la

casa, tanto che fu costretto ad umili proposte. Il popolo che, suo

stile, erasi immaginato i Francesi dovessero fare scorrere latte e

miele, vedendo cangiata la frasca e non il vino, piagnucolava, e diceva

traditori tutti quei che aveano abbandonato il Moro. Le libidini poi e

le prepotenze de’ soldati francesi porgeano troppi appigli ai capi de’

Ghibellini, che esageravano e invelenivano.

Il Moro agli estremi avea reso in libertà Galeazzo figlio del suo

predecessore, scaltrendo però Isabella madre di lui di non fidarlo

ai Francesi: ma essa, per la comune illusione di guardar per amici

i nemici de’ nemici nostri, pose il fanciullo in mano di re Luigi,

che, più crudele dell’usurpatore, l’obbligò a monacarsi. Inoltre fin

d’allora cotesti stranieri insultavano la nazione in ciò che ha di più

nobile, le belle arti; e Carlo VIII moltissimi libri asportò dal regno

di Napoli; Luigi XII mandò in Francia la biblioteca viscontea di Pavia,

così facendo getto del maggior bene della Francia, la simpatia che essa

ispira.

Il Moro, che d’oltr’Alpe, come Buonaparte dall’isola d’Elba,

spiava qual aura venisse di Lombardia, e, come tutti i fuorusciti,

fantasticava speranze in ogni stormire di fronde, si lusingò di poter

tornare in istato. Massimiliano l’aveva accolto coll’interesse della

compassione e della parentela, e promessogli soccorsi, ma voleva denaro

anticipato; onde il Moro, accortosi che a questo solo egli aspirava,

preferì spenderlo cogli Svizzeri, arsenale comune. Raggranellatone un

grosso, ripassò le Alpi e il lago di Como (1500), mentre il Trivulzio,

maledetto a tutta gorgia e insultato, si ritirava trucidando. Al vedere

un maresciallo fuggire dalla propria città, invanì il popolo milanese,

e buttossi a saccheggiare la casa di lui e de’ caporioni guelfi; sicchè

Lodovico, in quella Lombardia donde il settembre usciva bestemmiato,

rientrò applaudito in febbrajo.

Diremo leggero il popolo? Ma questo desidera star meglio; crede a chi

glielo promette; quand’è deluso, odia ancora, non il nome mutato, ma

gli ordini non migliorati. Di chi la colpa?

Tosto Lodovico ebbe attorno i principotti, che rinvestiva delle

signorie state confiscate dai Francesi, o che profittavano di quella

debolezza per ricuperare od usurpare possessi. Ma non dormiva re

Luigi; con altrettanta prontezza mandava soccorsi, e in nome della

nuova amistanza obbligò gli Svizzeri a richiamare i loro compatrioti

che stavano al soldo del duca. Fu come spezzar la spada in pugno a un

combattente; e Lodovico dovette ricovrarsi in Novara. Ma gli Svizzeri,

che la presidiavano, negarono combattere con lui, e si accinsero ad

obbedire al loro Governo ritornando in patria; nè egli a gran lagrime

potè impetrare se non che lo salvassero conducendolo tra le loro file

travestito: ma un di loro l’additò ai nemici, onde fu preso (9 aprile)

con tre fratelli Sanseverino. Il cardinale Ascanio, che teneva il

castello di Milano, ricovrò a Rivolta presso Corrado Lando suo antico

amico, e questi lo consegnò con altri della casa e con gentiluomini

milanesi[79].

Il Moro, menato a Lione di pieno giorno fra l’insultante curiosità

del popolo, chiese indarno di vedere l’ingeneroso vincitore, che lo

tenne prigioniero a Loches gli altri dieci anni di sua vita. Colà

potè masticare i tristi frutti della sua versatile politica: eppure

tanto presunse della sagacia propria, che voleva ancora dare pareri e

regolare il mondo; e nel testamento, con una povera politica, che unica

forza riconosceva l’indebolire altrui, suggerisce continue paure, paura

de’ condottieri, paura de’ ministri, paura de’ proprj istitutori, non

mettersi vicino persone di troppo alto grado.

I Milanesi, confessando essere stati sleali al re e al maresciallo,

ottennero perdono, e trovaronsi in dominio de’ Francesi. Il Trivulzio,

tornato luogotenente, «per un pane violentemente tolto, fece suspendere

doi Guasconi ad una quercia fora di porta Ticinese; per una gallina

furata fece appiccare un Gallo; appresso fece strangolare un Francese

sovra il ponte Vetro per aver ad un Milanese un manto rapinato;

parimenti fece suspendere sopra esso ponte monsignore de Valge,

cavaliere francese, perchè temerariamente volse in publico baciare una

fanciulla» (PRATO); insomma impiccò a dozzine i suoi soldati. Eppure

son tanti i costoro soprusi, riferiti da’ semplici cronisti, che si

vorrebbe poterli credere delle consuete esagerazioni della paura e dei

partiti.

I signori ghibellini mal comportavano il Trivulzio, e ispirati

dal Morone suo gran nemico, concitarono il popolo, che diviso per

parrocchie, firmò registri onde fosse tolto dal governo; e mentre

avrebbero strillato se il re avesse posto un luogotenente non

nazionale, or l’invocavano forestiero acciocchè non fosse parziale

a Guelfi nè a Ghibellini. E ottennero Carlo d’Amboise; ma la nuova

servitù non dava ai Milanesi nemmanco il ristoro della pace. Gli

Svizzeri, non ricevendo le paghe dai Francesi, nel ritirarsi dopo

tradito il Moro, occuparono Bellinzona, in piena pace acquistando

questa chiave d’Italia: e poco appresso anche Lugano, che furono per

sempre divelti dal Milanese. Genova era già tocca alla Francia; Venezia

ebbe Cremona e la Geradadda; la peste menò stragi nel 1502 e nel

seguente. Poi l’imperatore Massimiliano, pretendendo spettasse a lui

solo assegnare il ducato di Milano, e mostrando compassione pei figli

del Moro, faceva segno di voler discendere a _liberare_ la Lombardia,

resuscitarvi i diritti del Barbarossa, e presa la corona imperiale,

portare guerra al granturco; la quale impresa era allora il preambolo e

l’epilogo di tutti i trattati, il tema di tutte le arringhe, il balocco

che i politici gettavano ai sentimentali.

Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15) · 第 5 / 22 题