Ma una gazza peritissima, corse leggera, ci diede sopra una bella

beccata per esser ben sicura che non si trattasse di qualche

cioccolatino, poi con quanto fiato aveva, si mise a gridare: —

Uccellame del bosco! lepri, lucertole, sorci rossi! Scoiattoli,

donnole, pipistrelli e calabroni! venite! venite a vedere quel che

mai non vedeste! Questo è oro! oro vero! oro fino! La cosa più bella e

preziosa che sia nel mondo! quella di cui s'incoronano i re!

— Uuuuh! — echeggiò il bosco.

E fu tutto un volare, un correre, un saltellare, un ronzare, uno

stridere, poi uno stringersi, un accalcarsi, un montarsi addosso per

vedere meglio.

Poichè quella moneta era proprio ai piedi di un lauretto profumato,

parve a questo lauretto propizia l'occasione per far conoscere a così

grande adunata di popoli i propri meriti, e così parlò: — O nobili

bestie qui convenute al richiamo della onorevole gazza, se tanto

religiosa maraviglia vi sembra meritare questo croceo dischetto, perchè

di tal materia piacque ai re di incoronarsi, quale onore non sarò io

per meritare da voi o nobili bestie, io che incorono i poeti, i quali

son più grandi dei re?

Seguì un silenzio attonito.

Ma fu rotto da una voce che pareva singhiozzo e usciva d'un pruno e

diceva: — Il Re dei re, il Poeta dei poeti non volle altra corona che

questa.

Le bestie, trasecolate, cercaron la gazza perchè le illuminasse; ma

quella, poco favorevole alle discussioni improduttive, era sparita con

la moneta d'oro.

Che fare? Che pensare di quella strana faccenda? Chi più stimare?

l'oro, il lauro, o il pruno?

Ci fu un grasso e liscio talpone che, per fortuna, mise a posto le cose:

— Questi ardui problemi, miei cari compagni, — disse — nuocciono

assai alla salute. Infischiatevene di tutte le corone come faccio io e

lasciate agli uomini matti di scegliersele d'oro, di lauro o di pruni,

come meglio credono.

LIV.

LA VITA

Il mare era deserto sotto il sole tropicale. La nave inclinata a fior

d'acqua filava via, in _bolina stretta_, rinculando secca, a ogni

ondata che imbarcava la prua.

Guardando l'orizzonte da sopravento vidi brillare sull'acque verdi un

luccichìo noto. Doveva essere uno di quegli eserciti di pesci-rondini

eternamente in fuga tra acqua e aria.

Erano infatti.

E venivano col mare e col vento quasi diritti di prua.

Ogni poco scomparivano tutti come inghiottiti dall'acqua, poi

riapparivano tutti a un tempo sembrando un nuvolo di frecce d'argento.

E presto furon vicini. Videro nel loro volo l'imgombro della nostra

nave, e sagaci piloti, decisero di passarci di prua, sì chè d'un tratto

tutti i loro corpi rigidi e sottili e brillanti ci tagliaron la rotta a

pochi metri.

Che passo fantastico sotto il bombresso! Lo vedo ancora!

Uno solo, l'ultimo forse, si sbagliò, e ingannato dal beccheggio della

nave sbattè contro il fiocco rimbalzandomi ai piedi.

Che maraviglia! Che sogno! — non mi stancavo di esclamare: — Eppure è

bella la vita!

— Ah! è bella eh? — sentii dire da una vocetta dispettosa. Era il

malaccorto pesce-rondine che parlava.

— Dunque ti par bella davvero la vita? — gridò saltando alto un

metro sulla _coperta_. Perchè ci vedi volare? Pare che si voli per

divertimento! Non sai che si vola perchè il pescecane c'è dietro che

vuol mangiarci? Questa è la bellezza della vita. Oh! meglio meglio

mille volte morire in padella come le sogliole, e finirla una buona

volta di patire!

A sentire un pesce parlare così vi giuro che fui lì lì per mettermi a

piangere. Credo che m'apparisse intera, come al gran Gothamo, tutta la

infinita inutilità di questo infinito sforzo per vivere, che riempie di

sè il mare e la terra e l'aria, e la povera anima umana....

Ma m'ero appena gettato nello spinoso sentiero di questa meditazione,

quando il povero pesce-rondine incominciò a fare: — Ohi! ohi! Amico,

Affogo qua! muoio! Ributtami in mare. Meglio mille volte morire in

bocca al pesce cane, che morir soffocati così!

LV.

L'AMORE

Se i colombi potessero intendere la lingua dei gazzettieri, chi sa mai

quante volte sarebbero stati _intervistati_ sull'argomento dell'amore.

Ebbene: io ho fatto la prova. Ho chiesto a un bel colombo, proprio di

quelli col ciuffo dietro: — Che cosa ne pensi tu dell'amore?

— Dell'amore?! Oh! che domanda strana! — m'ha risposto: — Che vuoi che

ne pensi? Penso che quando capita qualche bella colomba non bisogna mai

lasciarsela scappare.

— Siamo d'accordo! — interruppi: — Ma quali arti, quali argomenti

adoperi per insinuare nel loro cuore l'amore, tu che passi per gran

maestro....

— Mah! Non saprei. Spalanco la coda faccio due o tre inchini, tanto per

avvisarla che stia pronta, poi spiccò un salto e....

— Basta! Basta, per carità! ho capito benissimo! — gridai: — Ma

pure.... — volli ancora insistere, — tante volte ti vediamo discorrere,

giocarellare, dar beccuzzate e far mille moine con le tue belle....

— Oh! — esclamò: — purtroppo! Sono stupidaggini, ma bisogna farle. Le

femmine ci tengono!

Perduta ogni speranza di cavar qualcosa di buono da quel celebrato

maestro, lo piantai lì in asso, e mi misi a girare in cerca di qualche

altra bestia più sapiente in amore.

Incontrai un somaro; ma, considerando che eravamo di maggio, lo lasciai

passare senza dirgli nulla.

Feci invece la mia domanda a un bel gatto soriano.

— Fossi matto! — mi rispose, — a dirlo a te quel che penso io

dell'amore! Vado sui tetti apposta per far le mie cose in pace!

E mi toccò seguitare per la mia strada. Finchè vidi affacciarsi un

becco ad una siepe. «Questo se ne deve intendere!» pensai, e senza por

tempo in mezzo gli feci la mia brava domanda.

— L'amore? — disse il becco con molta disinvoltura: — Mah! Io, a dirti

il vero, non ci ho mai pensato seriamente. So che è l'amore che ci

fa crescer le corna, perchè me lo ha insegnato mia madre; e questo mi

basta.

Non son uomo da perdermi presto di coraggio. Alzai la testa e chiamai

un farfallone che, manco a dirlo, rincorreva una bella femmina.

— Mio carissimo amico, — mi strillò senza fermarsi, con la sua

facile cordialità da veneziano: — l'amore te lo dico io che cos'è: un

passatempo che può costar la pelle! — E continuò allegramente a far

capriole al vento dietro l'addome della bella femmina.

Il serpente fece lo spiritoso: — È un nodo indissolubile, — sentenziò,

e soggiunse con un bifido sorrisetto — ... che però si può sciogliere

benissimo!

Trovai una tartaruga che cenava tranquillamente con un fungo porcino.

Mandò giù il boccone, sospirò senza nessuna fretta, poi disse: —

Ah! È una detestabile follia, questo benedetto amore, che c'entra

in corpo una volta all'anno e ci toglie ogni nostra dignità, e ci fa

rassomigliare alle boccie d'un pallaio. Che roba! non mi ci far pensare

se no, addio appetito!

Tre passi più in là sbucava una talpa.

— E tu che ne pensi dell'amore?

— Oh! — esclamò piena di entusiasmo: — Non è forse l'amore che riempie

di talpe il mondo?!

Per meditare sopra queste poche ma in verità notevoli parole della

talpa, pensai di buttarmi a giacere sotto un bel castagno.

Allora vidi sul mio naso un ragnolino peloso correre lesto lesto dalla

sua mamma la quale siedeva con moltissimo sussiego in mezzo alla sua

gran tela.

— Mamma, — disse il ragnolino, — mi racconti una favola?

— Ti racconterò la favola dell'uomo, sei contento? — disse la mamma.

— Si! Si! Si! — disse il ragnolino.

«Allora, dunque — incominciò la mamma — devi sapere che noi ragni non

eravamo nati per menar questa travagliata vita che meniamo ora.

«Quando Giove ci creò, ci mise in un paradiso, e questo paradiso era la

testa dell'uomo. L'uomo, figlio mio, è una bestia con una gran testa

rotonda, e dentro era tutta piena di mosche. Figurati un po' che vita

felice era la nostra là dentro!

«Ma noi eravamo troppo ghiotti e mangiavamo proprio da scoppiare.

«E quando Giove s'avvide di questo, si sdegnò grandemente; e per

punirci mandò sulla terra la donna, e questa sapeva certe parole

magiche che soffiate nell'orecchio all'uomo ecco d'un tratto gli

vuotavan la testa.

«Che si poteva più fare noi dentro quelle zucche vuote?

«E così ci toccò uscire da quel nostro paradiso e andarcene per il

mondo a stentar la vita, come facciamo».

LVI.

LA GLORIA

Un branco di pazzi leopardi correva giù a salti e a capriole lungo la

riva d'un torrente sotto il plenilunio.

Videro una iena.

— Ehi! Amica! — le gridarono: — Passano cento cavalli stanotte per la

strada carovaniera. Li manda il Sultano alla Mecca. Devono esser carne

fine! Son pochi gli uomini di scorta. Pranzo sicuro! di quelli che

capitan di rado! Vieni con noi!

— Tante grazie, ma non posso — rispose la iena riavviandosi in fretta

per la sua strada.

— Perchè? — le gridaron dietro i leopardi.

— Debbo andare al cimitero — rispose quella, sorridendo di lontano.

Una volta, ve ne ricordate ancora amici miei? eravamo un branco,

briachi di giovinezza e di speranze: scendevamo anche noi giù per un

torrente sotto un plenilunio sereno.

Incontrammo la Gloria. La invitammo a cena con noi. E ci rispose come

quella iena!

LVII.

IL SOGNO

Le nubi, incalzate da Borea pe' cieli sconfinati, gli aquilotti, caduti

dai monti con l'ali fiaccate dalla tempesta, le ondate eternamente

ricacciate via dalla scogliera, invidiavano un tranquillo popolo di

pini nati e cresciuti tra il monte e il mare.

Ma i pini, vedendo le nubi e gli aquilotti e le ondate andare andare e

andare, fremevano dentro e maledicevano alle loro immense radici.

E finalmente un giorno dissero a gli uomini: — Sentite! Abbiam saputo

dal mare che ci son certe terre lontane dove le caverne son zeppe di

diamanti, dove i fiumi portano oro e argento a chi ne vuole. Liberateci

dunque da queste sorde radici che ci tengono! fate di noi belle navi

veloci, e andremo insieme per il mare a veder quelle terre miracolose.

Non a caso i pini avevan parlato di diamanti, d'argento e d'oro.

Avevano appena finito di nominar queste cose, che quelli s'eran già

accinti all'opera.

Che gioia sentirsi ferir dall'ascia per tutti quei pini!

Si sentivan certi bassetti e storti gridare a più non posso: — Noi!

Noi! vedete? siam nati per far da costole alle vostre navi!

E certi alti e sottili dire: — E noi siam nati per il fasciame delle

fiancate!

Ma quando le carene furon ultimate e coperte e stavano lungo il

seno tutto odorante di resine, trattenute come fantastici segugi al

guinzaglio; allora i più belli, quelli che io amo come fratelli, quelli

che avevano aspettato, sicuri, in silenzio, levarono anch'essi la voce

dalle altissime teste scarmigliate e cantarono: — Eccovi all'ultima

fatica, uomini! Forza con l'ascia: gettateci in terra! Mozzateci questa

enorme chioma inutile, e piantateci là, nel mezzo dei nostri scafi,

che sian come le nostre radici! Non queste cocciute e vili che non

ci vollero seguire, ma sì quelle che sognammo per tanti anni, libere

radici! che venivan con noi su per le onde verdi, verso l'ignoto!...

E andarono così, finalmente, come avevan sognato, i miei cari fratelli,

tenendo tese le quadrate vele, al buon vento: uscirono del Nostro

mare, là nel mar Grande, e lo corsero tutto per sereni e per burrasche,

sentirono i freddi brividi dell'abisso, risuonarono come arpe sotto la

furia dei venti, videro le terre e i fiumi sognati, più belli ancora

che nei sogni, videro l'eterno penare degli uomini incapaci d'amarsi,

videro videro....

Ma andate per gl'intricati porti dei grandi mercati del mondo, e

vedrete che mentre gli uomini arcigni intenti a trafficare non guardano

in alto, gli alberi delle navi ormeggiate non dicon più nulla. Si son

fatti taciturni; ma scuotono con gran mestizia le loro teste.

Che ripensino alle loro vecchie radici?

LVIII.

LA REALTÀ

Ancora, nelle nostre montagne, in mezzo ai campi di grano veglia una

croce fatta con due legni legati.

Ma, nella notte qualcuno batte alle sbilenche vetratelle del contadino.

Paiono dita di regina cariche di brillanti. E di sirena par la voce che

dice: — Dormi in pace, buon villano, chè domani non avrai da mietere!

La buona fata io sono di cui ti narrarono quand'eri fanciullo che in

un'ora sola, di tre campi, trasse mille sacchi di fior di farina e

drizzò sette pagliai. Meno meco tant'opre per quante son le paglie del

tuo grano. Senti cantare le mie segatrici?... Ecco già le urlate de'

battitori!.. Han battuto.... Ora si sventola e si strameggia laggiù la

terra, mentr'io qua, su questo grano d'oro chiamo dal cielo le buone

stellucce mie sorelle a macinarlo! È morbida e bianca la farina, che

sembra nevicato!... Ho fatto. È tempo che ti desti!

E il contadino si desta. Un certo ventaccio fischia sì tra i tegoli

malfermi, ma il mareggiar delle spiche non s'ode più.

Che sia vero della fata?! Che quel biancore che si scorge appena là sia

farina!

Fa le scale come briaco, tira il paletto, spalanca la porta, si

stropiccia gli occhi, li rifissa su quel biancore, e grida: — La

tempesta! La tempesta! Non c'è più una spica dritta! non c'è più niente

per me nel mondo!

Ma no! contadino. Guarda meglio. Qualcosa è rimasto in piedi in mezzo

al campo.

Tu credi che solo le fate sian sogno. No anche il tuo grano è sogno;

anche il tuo pane è sogno. Solo quella è realtà vera.

Va. Inginocchiati. Sentirai che ti dirà: — Vivi e risemina.

Congedo.

LIX.

MECENATISMO ANTICO

Una mia bella antenata aveva ricevuto in dono da certo galante

cacciatore uno straordinario usignolo che cantava più di mille canzoni.

Tutta tremante di felicità, essa rinchiuse tosto l'usignolo in una

gabbietta d'argento, ben riguardato all'aria perchè non s'avesse

a infreddare, e lì dal mattino alla sera si mise a rimpinzarlo di

biscotti e a fargli mille moine perchè cantasse sempre rivolto a lei; e

soleva mostrarlo nei ricevimenti come cosa unica nell'universo.

E l'usignolo cantava sempre, più e meglio che poteva e con graziose

movenze si rivolgeva sempre alla sua bella padrona, per mostrar

palesemente che intendeva, cantando, di lodar lei sopra tutte le cose

belle del mondo. Ma un triste giorno, poichè vide a fianco della mia

bella progenitrice, una donna che gli parve assai più bella di lei,

senz'altro rivolse a questa ogni sua grazia e ogni sua canzone.

L'antenata sorrise, poichè aveva denti bellissimi.

Ma venuta la notte, e tutti usciti, e ogni lume spento, quando il

povero usignolo si preparava a ficcar la testolina sotto l'ala, due

bianche mani note, splendenti ancora di diamanti, si avvicinarono alla

gabbietta, l'aprirono, e mentre una l'afferrò rabbiosa e lo trasse

fuori, l'altra, con una spilla d'oro, gli bucò le pupille e l'accecò.

Quando una mia decrepita bisononna mi raccontò la prima volta questa

storiella di famiglia, io pensai subito: Ecco un bell'esempio di

Mecenatismo antico!

Non molto diversa fu la sorte dei grandi artisti dei tempi passati.

LX.

MECENATISMO MODERNO

Oggi, la sorte dei grandi artisti è ben differente e somiglia piuttosto

a quella di un usignolo che l'altro giorno morì di fame.

Era grande per tutta la terra, la gloria delle sue canzoni infinite,

e ne venivano di molto lontano uomini e bestie per sentirlo: ed egli

cantava con tutta l'anima, tra i rami verdi della sua gran quercia.

Ma, in mezzo ai trionfi quotidiani, sopravvenne inaspettato l'inverno.

La quercia si nudò: sotto la quercia non venne più nessuno: l'usignolo

cantava tristi canzoni, e un fuoruscito, che gli offrì qualche

bricciola di pane rubato, riconoscendolo, gli disse: — Sei pure un

gran mammalucco a cantar canzoni patetiche alla nebbia: va e picchia

alle finestre di tutti quei corbelloni che ti facevan ressa attorno

quest'estate. Volesse il cielo che io fossi nei piedi tuoi, e avresti a

vedere quello che saprei fare!

Ma il povero cantore, scotendo la testa malinconica rispose al vecchio

bandito: — li nostro destino è uguale: tu non puoi bussare alle case

degli uomini; io non voglio: e presto moriremo di fame tutti due.

E così fu.

Appendice.

NOTA

_Scrissi le tre favole che seguono per il Giornale d'Italia al bel

tempo, che pare ormai così lontano, della impresa libica._

_Lontano sì, quel tempo! E molto più grande la nostra Italia. Ma: sola

allora come sola oggi!_

_C'è chi avendo guadagnato milioni si compiace di mettere in cornice

nel suo salotto il primo foglio da cento guadagnato._

_Così potrebbe piacere a qualche buon italiano, in questa meridiana

ora di gloria, riudire questi tre chicchirichì ispiratimi dal roseo

albeggiare di quello stesso gran sole che oggi ci abbaglia e ci brucia

tutti._

1919.

DI UNA CERT'AQUILA MALE IMPAGLIATA

Una allegra scimmia che era stata al servizio di molti ciarlatani, un

bel giorno, stanca di pigliar busse, pensò di tornare a vivere nella

foresta dove era nata.

Colse un buon momento, scaraventò giù dal carro insonagliato l'ultimo

padrone, prese in mano redini e frusta, e via difilato dentro la

foresta squassata dal tramontano.

Se non che, un po' per l'abitudine acquistata d'aver paura di tutto,

un po' perchè veramente gli abitanti della foresta non erano più

quelli di un tempo, la povera scimmia fu molto ma molto preoccupata

di certi strani e feroci animali che si fecero, curiosamente, attorno

al suo carro tentennante. C'era per esempio un vecchio leone ben

pettinato, col monocolo, e con la punta del naso rossa; c'era un orso

bianco occupato a mangiarsi una dozzina di figliuoli e a grattarsi a

tratti la testa per il troppo daffare; c'era un dignitoso somarello

andaluso che prendeva a calci tutte le farfalle che passavano; c'era

un gran gallo pericolosissimo a toccarsi; c'era un panciuto e metodico

serpente munito di un piccolo corno puntuto e dorato nel mezzo della

testa durissima e di molte corone regie e granducali che portava

infilate alla coda a mo' di sonagli; c'era poi un vero e proprio

fenomeno vivente, una tacchina carnivora con due teste, e le due teste

non si guardavano mai come un marito e una moglie dopo una cena di

cipolle; tra le gambe di queste bestie s'intrufolavano, s'accucciavano,

giocarellavano, si rincorrevano, s'acciuffavano non so quante piccole

bestie libere e inutili.

La scimmia, che aveva molto bene imparato per lunga e dura esperienza

l'arte di divertire anche i più restii, prese a.... quattro mani il

coraggio della paura, scese dal carro tutta vestita da buffone di

corte, bilanciando sulla destra con disinvolta abilità lo stesso

bastoncino col quale il padrone soleva bastonarla, e incominciò a

cavar giù dal carro un monte di sudice cianfrusaglie maneggiandole con

ciarlatanesca venerazione.

Finito questo lavoro, tra la maraviglia di tutte le bestie, si fece

avanti e principiò a presentare il proprio vestito così:

— Illustri cavalieri e nobili dame, voi ammirate senza dubbio e con

ragione questo mio smagliante vestito: ora io vi dirò perchè questi

piccoli campanelli brillino tanto e suonino così armoniosi: essi

sono stati fabbricati nelle celeberrime fabbriche di Essen! (Il leone

brontolò, ma il serpente sorrise leccandosi rapidamente il corno con

la doppia lingua).... Questa stoffa di così bizzarri colori non si

stinge mai; sapete perchè? Perchè è vero tessuto inglese! (Il serpente

ingoiò veleno, ma il leone fece le fusa).... Queste scarpette così

eleganti sono di capriolo russo! (E l'orso si asciugò la bocca col

dorso della zampa e si mise a ballare).... e questa lama è autentica

lama di Spagna! (E l'asino si grattò la schiena in terra per la

contentezza).... e questa piuma che ho al cappello è stata acconciata

con quest'arte sopraffina nella bella Parigi, capitale del mondo!! (Il

gallo si rizzò tutto più che potè, rivoltando la coda spalancata alla

faccia del serpente).

Assicuratasi così la simpatia delle bestie più pericolose, la scimmia

prese un liuto e, accompagnandosi con arpeggi e sgambetti, cantò,

sollevando subito uno stonato coro di «oh!» ammirativi, poi un

altro coro ancora più strambo di babelici aggettivi, e alla fine un

entusiasmo fantastico, spasmodico, che invasò quegli strani animali,

i quali si strinsero attorno a lei leccandole le scarpe e gettando

tesori nel suo piattino. La scimmia, pur essendo persuasa di meritare

quell'ammirazione, si studiava con opportuna servilità di rendere meno

invidiabile la sua posizione. Ora raccoglieva la caramella caduta al

leone, ora cacciava un moscone dal corno del serpente, ora offriva

le sue reni alla tacchina perchè vi ci arrotasse i suoi becchi, ora

toglieva con molta grazia qualche rozza pagliuzza di tra le penne bruno

lucenti del gallo, ora aiutava l'orso a grattarsi la testa.

Finalmente posò il liuto, riprese la bacchetta e incominciò con

piacevolissima solennità la grande spiegazione di tutto il sudiciume di

stracci e di rottami che aveva esposto.

Mandòle, timpani, clarinetti, corone d'alloro, tutti i vestiti di

tutte le maschere resi più umoristici dagli strappi e anche da qualche

foro bruciacchiato sul petto, due tegole che avevano coperto il

Senato Romano, una reliquia portata al collo dal brigante Tiburzi,

un fazzoletto che aveva asciugato il sudore della Patti, la penna

d'oca con cui il grande poeta Dante Alighieri aveva scritto il

verso «Piangi che n'hai ben donde, Italia mia», un interessantissimo

quadro rappresentante la grande manifestazione umanitaria che corse

l'Italia al grido di «Viva Menelik!» nel 1896, il campanile di Pisa in

alabastro, la muffa della prigione di Beatrice Cenci, un pelo della

barba del famosissimo capo della terribile camorra napoletana (pelo

rimasto in mano ad una guardia venuta con lui a diverbio per questione

d'amore), uno dei molti fogli strappati da Pier Capponi fiorentino, la

coda della lupa che aveva allattato Romolo e Remo, e più di diecimila

altre curiosità purtroppo autentiche.

La scimmia, infaticabile, batteva sopra tutte queste meraviglie con

la sua bacchetta, man mano che le spiegava al pubblico intento; anzi,

solleticata dal successo, volle anche cavar fuori una certa aquila che

il padrone aveva chiuso a chiave in un armadio, e mostrandola dritta

sopra una gruccia come una civetta, e dandole una buona bacchettata

sulla groppa polverosa, gridò:

— Ecco, signori, la famosa aquila che mangiava a tavola col grande

imperatore Giulio Cesare, il padrone del mondo!!!

— Ooooh! — fecero in coro tutte le bestie estatiche.

— Ah! è lei! — esclamò melodrammaticamente il gallo: — Io la riconosco!

È stata mia amante: l'ho abbandonata, ed essa ne è morta di dolore!

— Mooolto interessante! — ruggì il leone guardandola attentamente col

suo monocolo, come se la volesse comprare.

— Aquila imperialis, storia antica! — definì il serpente chiudendo gli

occhi con molta gravità.

— Impagliata? — domandò con garbo il leone.

— Impagliata! Impagliata — Diavolo mai! — si affrettò ad assicurare

la scimmia dando un'altra bacchettata sulla schiena dell'aquila. —

Impagliata a maraviglia!

— Veramente straordinariamente interessante! — esclamò entusiasmato il

leone avvicinandosi e esaminandola meglio.

— Pauvre fille! — piagnucolò il gallo con aria di gran rubacori

commosso.

Tutti si fecero più avanti. Il somaro l'annusò, il serpente la misurò

bene bene, l'orso cercò di consolare il gallo tirandogli famigliarmente

il bargiglione, la tacchina canterellò un valzer in falsetto, mentre la

scimmia batteva ancora e strillava a più non posso.

A un tratto, tutti, compresa la scimmia rimasero di stucco.

L'aquila pian piano stirò una zampa, poi stirò quell'altra, poi stese

l'ali quant'eran larghe, poi si riaccomodò come prima.

— Siete un furfante! Ci avete ingannati! — ruggì il leone, e se

n'andò corrucciato; e tutte le altre bestie lo seguirono trovandosi

ora perfettamente d'accordo nel dire peste e corna della tanto lodata

scimmia.

Questa, pur non potendone più dal ridere per il caso inaspettato, cercò

di dire qualche parola di scusa:

— Signori! Miei cari signori! Non sarà stata impagliata bene; non è

colpa mia! Credano.... Io mi figuravo.... in buona fede.... che dopo

tanti secoli!...

Ma era fiato sprecato, perchè tutte le bestie se ne andavano prese

da santo sdegno, senza voltarsi indietro, salvo il gallo che, per

non mancare alla doverosa galanteria, andandosene si voltò a dire

all'aquila:

— Adieu, ma cherie! quand tu voudras revenir chez moi tu me trouveras

toujours prêt!

Così la scimmia è rimasta sola con la sua aquila. E l'aquila di Cesare

le insegna come si ridiventa uomini.

UNA BUONA DENTATA

Certi cacciatori di frodo trovarono un giorno sperduto e mal ridotto

assai, un povero maialetto roseo, proprio color dell'aurora, con sulla

groppa una mezzaluna bianca.

Favole per i Re d'oggi · 第 3 / 4 段