generoso amore del prossimo, perchè tu mia dolce civetta non ti metti a
richiamar qualche passerotto, e tu magnanimo amico, non me lo prendi e
me lo porti qua?...
Una interminabile risata a doppio accolse le parole del povero gatto, e
ancor tra le risa la civetta e il cane gli andavano gridando a vicenda:
— Me lo dai forse tu il core che mangio ogni mattina?!
— Me lo fai tu il pan di semola?!
— Ha ben ragione il padrone quando dice che tu non capisci niente!
— Bene fece quel fratello mio che ti mozzò la coda!...
— E perchè allora non gli sbarbi tu l'altra mezza?! — strillò ultima la
civetta.
Entrò il cacciatore proprio mentre il povero micio era sul punto di
perdere quel po' di coda che gli restava: per non aver abbastanza
meditato sulla intima essenza dell'Altruismo.
XXXVII.
LA MUNIFICENZA
Dovete sapere che nei velieri, specialmente quando si deve far
Natale in mare, se l'armatore non è troppo avaro, si mette a bordo un
maialetto e qualche pollanca.
Ora io, in uno de' miei viaggi, ebbi appunto tali compagni di fortuna.
Quando era buon tempo, si lasciavano libere quelle bestie per la
_coperta_; e allora io vedevo sempre il maialetto andare salterellando
e strillando da poppa a prua traendosi dietro, come uno strano e
clamoroso corteo d'onore, tutte le pollanche.
La prima volta che mi fu dato assistere a un simile spettacolo, risi
a crepapelle, e non mi curai di ricercare la cagione di quegli onori
regali.
Ma la seconda volta, mi fu facile osservare che le galline correvano e
acclamavano sì, ma non già disinteressatamente: che ogni poco le vedevo
precipitarsi tutte a beccare certe pallottole nere che ruzzolavano
fumando per la _coperta_; poi ricominciavano a correre dietro il porco,
acclamando.
Se quelle galline non fossero state mangiate anche loro il giorno di
Natale, la fama della Munificenza di quel maiale correrebbe il mondo...
come quella di tanti altri!
XXXVIII.
LA CIVILTÀ
Io posseggo una abilità singolarissima: riconosco la fisonomia d'una
bestia anche se l'ho incontrata una volta sola nella vita.
Infatti, ieri, visitando un giardino zoologico riconobbi di primo
acchito un giovane _puma_ che due anni or sono mi era scappato davanti
agli occhi nelle _pampas_.
E andando verso lui, che se ne stava comodamente sdraiato, gli gridai:
Amico!... come mai nelle _pampas_ non mi hai appena veduto che sei
scappato come una saetta; e ora non movi un'unghia?
E quello senza scomodarsi mi rispose prontamente: La stessa gabbia che
impedisce a me di fuggire, impedisce anche a te di toccarmi.
Riuscisse a me così facile comprendere i benefizi della Civiltà, come a
certe bestie!
XXXIX.
LA FURBERIA
Non poteva esser nel mondo più gran corbellone di Menico. Era così
arida la sua zucca che per quanto grandi glie le dessero a bere, ei le
beveva sempre.
E tutti nel contado lo chiamavano a nome e si prendevano gioco di lui.
Ora venne su quella terra il castigo della siccità, e le messi nel
campicel di Menico giacevano arsicciate che facevan piangere a vederle.
Un cipresso di cent'anni che si sentiva venir meno dalla sete, lì nel
mezzo di quell'arsura, sapendo anche lui con che razza di baggiano avea
che fare, ne pensò una di molto grossa e poi lo chiamò e glie la disse:
— Senti Menico; io saprei la maniera di cavarti da questa miseria e
di far crepar d'invidia tutti i tuoi nemici. Se non mi sbaglio tra
una quindicina di giorni è la luna piena. Quando la riman qui sopra
a picco, s'io potessi arrivare a farla sternutare con la punta del
mio pennacchio, ecco che tu avresti bagnate tutte queste messi e
avresti pane per tutto l'inverno.... Ma bisogna ch'io cresca almeno
tre braccia, se no non ci potrò arrivare. Per questo mettimi un po' di
concio d'attorno e dammi acqua più che tu puoi!...
Il buon Menico bevve anche questa: e tutto felice e speranzoso,
incominciò a dar tutta l'acqua che aveva a quel furbacchione di
cipresso che se ne rideva come un pazzo.
Venne la luna piena: — Eh! ci vuole altro! — disse scotendo la vetta il
cipresso — mi ci mancano ancora due braccia bone!...
E porta acqua ancora il povero Menico.
Torna la luna piena e passa sul campo. Ci arrivi? — domanda Menico al
cipresso. — Per bacco!... — risponde il cipresso — un braccio ancora:
poi ci arrivo davvero!
E riporta acqua per un altro mese il povero Menico e non avea più
braccia per la fatica e nemmeno avea pane nella madia, nè chicco nel
granaio, nè quattrino in saccoccia. «Sternuterà poi la luna?» pensava
qualche volta: e ormai dubitava.
Ritornò finalmente la luna piena. Menico guardava in su attento:
Ecco! — gridò il cipresso — ecco.... ho toccato la punta del naso....
per Dio! dentro non ci sono ancora!... Ma per quest'altra volta è
sicura!...
Menico diventò serio e non disse nulla. La mattina di poi, per tempo
andò in cerca di un mercante di legnami e lo condusse a vedere il
cipresso che era una bellezza davvero.
Così quel giorno stesso il cipresso fu segato, e Menico mangiò.
Chi le dà a bere non è sempre più furbo di chi le beve.
XL.
IL QUIETISMO
Ero in una città.... come le altre, seduto alla tavola d'una trattoria
qualunque: e mangiavo un gran piatto di ostriche.
A un tratto, ecco odo una voce, un po' fioca, ma vicinissima....
Indovinate chi era?!... Era un'ostrica che vedendomi, s'era lasciata
vincere dall'impeto lirico, e predicava:
«0 instancabili cercatori di Gloria, d'Oro, di Felicità, d'Amore,
di Piacere, insanabili pazzi! vedete in me l'esempio d'una esistenza
felice!»
Potete figurarvi, com'io tendessi l'orecchio e come l'anima esopiana
ch'io trascino mestamente per il taciturno mondo d'oggi, sorgesse in
me, felice per quella straordinaria parlata. E la illustre ostrica,
sporgendosi dal suo mezzo guscio, alto su tre dita mie, come da un
pulpito, continuava a dire: «Io non so chi m'abbia messo al mondo; e
non me ne importa nulla. La prima cosa che ho trovato sul mio cammino è
stata un palo: e a quel palo mi sono attaccata!... e starei ancora là,
se non m'avessero strappata via.
«Con un po' di pazienza, mi sono fabbricata questa casa, grande tanto
che basta per me sola: tutta bella e pulita dentro, per me: brutta di
fuori e ispida, per gli altri.
«Qualche pesce, grosso e pazzo come voi, passandomi vicino, m'ha
raccontato che il mare è tanto grande, che ci son tante cose da
vedere: ma io mi son chiusa in fretta, senza nemmeno rispondergli.
Che cosa volete ch'io vada cercando? Quando ho sete apro la casa e
c'entra l'acqua: quando ho fame, apro la casa e c'entrano certi piccoli
vagabondi, che mi mangio a comodo. Dite, instancabili cercatori di
felicità, fabbricatori di Sogni; è forse dato a voi di fare così?!
«Quando sento che l'onde cominciano a romoreggiare d'intorno, quando
avviene che l'acque s'arrossino per qualche combattimento vicino, mi
serro ben bene in casa: e non riapro finchè non sento che l'acqua è
ritornata ferma, e pulita. Dite voi, pazzi che combattete nel buio,
ostinati cavalieri dietro strane avventure, non è forse più saggio fare
così?
«A nessuno ho parlato d'amore mai! tuttavia senza soffrire pur una
delle vostre pene amorose, ho rivestito il mio palo d'una quantità di
ostriche le quali tutte grazie a Dio la pensano come me, e vivranno
felici! Dite voi, ubriachi e sterili amanti....».
Ma a questo punto, non ebbi tempo di batter ciglio, chè vidi la
fanatica predicatrice disparire dietro la meravigliosa fila di denti
d'una mia commensale, e il pulpito cader vuoto sotto la tavola.
L'assassina rideva, come usa rider laggiù, quando si è ucciso un
nemico: e io.... che potevo fare? Risi anch'io.
Chi nelle infime necessità della vita, trova tutta la ragione di
vivere: chi nega la vita senza averla provata: chi fugge il mondo non
già perchè il suo cuore sia gonfio di amarezza e gli occhi sien secchi
di lacrime, ma solo perchè ha saputo che nel mondo un'ora di gioia si
paga con cento di dolore; quando egli osi ancora riprendere, per i loro
errori, quelli che vivono e si battono nel mondo, meriterebbe certo di
far la fine dell'ostrica.
XLI.
L'ANARCHIA
Lassù, nella gelida Lapponia, un giorno, in mezzo a una foresta,
dovetti fermarmi per lasciar passare un corteo anarchico di
ermellini. E bisognava sentire con quanta voce gridavano tutti: Viva
l'Anarchia!!...
Non potevo credere agli occhi miei!
Ne chiamai uno, che più bonariamente mi riguardava, e gli domandai
qual'era mai stata la ragione che li aveva cacciati dalle loro
pacifiche case, per vociare in quel modo.
Mi rispose con una eloquenza davvero insospettata, e disse:
«Tu mi sembri un uomo di retto criterio. Giudica dunque: e se le nostre
querele ti paion giuste, va a ripetile a re e imperatori della terra.
«Perchè mai, dal primo giorno che furon creati, questi grandi hanno
creduto sempre cosa ben fatta di vestirsi con la nostra pelle? Non è
forse tempo che se ne scelgano un'altra?
«Proponi, per esempio, quella dell'orso!... È una maraviglia a vedere,
e deve tener caldo assai più della nostra!...
«Dillo dunque ai tuoi re e imperatori, che noi saremo i più fedeli
sudditi, se essi vestiranno d'ora innanzi con la pelle dell'orso! Ma se
continueranno a voler sempre la nostra, noi faremo la rivoluzione!»
A me parve che gli ermellini non avessero torto, e oggi compio
scrupolosamente il mio dovere di ambasciatore.... Ma sento che è
fatica sprecata la mia. Ditemi un po' chi di voi, se fosse re, oserebbe
vestirsi con la pelle dell'orso!
XLII.
IL ROSSORE
Non avevo mai veduto un camaleonte così triste! Mi gli feci vicino e
con buona grazia gli chiesi perchè vivesse in tanta disperazione.
Senza levarsi l'ugne di sul capo, il povero camaleonte mi disse così
il suo gran dolore: «Oh! incontentabile natura nostra! Oh! raffinata
crudeltà di Chi ci ha creati così! A tutti gli animali Egli ha
dispensato infiniti beni, ma siffatti, che agli altri paiono beni, a
chi li possiede no. Poi ancora a ciascuno ha confitto nel core come un
pruno d'acacia, il desiderio irresistibile di un bene che non ha, e che
non avrà mai!... Così mentre tutti Lo esaltano per gli infiniti beni
che a piene mani ha riversato sul mondo, il cuore di ognuno si lacera
nel pianto per il desiderio inutile di quel bene che non ha.... e che
non può avere!
«Ora vedi: noi camaleonti siamo da tutti invidiati, e anche da voi
uomini, per la facilità grande che abbiamo, di cangiar colore a seconda
de' luoghi e de' tempi. Ed è vero infatti che noi prendiamo mille
colori. Ma c'è un colore che voi facilmente prendete e lasciate, e noi
lo ameremmo sopra tutti, e ci è negato!...»
— Un colore? noi?!
— Sì! È il rosso! uomo: il bel rosso del fuoco, in cui le salamandre
ciurmatrici bruciano come noi; il rosso de' tramonti sui quali il
nostro corpo si disegna nero, si che da tutti è scorto; il rosso
di queste folte di geranî, dove vorrei dormire tutta la vita non
veduto!... Ma noi non potremo mai diventare rossi come fate voi!... E
questa è la pena che precocemente intristisce la nostra giovinezza!...»
Io avrei subito voluto dire al mio povero camaleonte che gli uomini,
di quel privilegio per lui così invidiabile, non sanno precisamente
che cosa farsi; e che, anzi, i più, stimandolo assai pericoloso, per
diversi modi sono sì bene riusciti a ucciderlo, che ormai sarebbe
mestieri dar loro fiere ceffate per vederlo rinascere: avrei anche
voluto confidare in un orecchio il segreto di certe donne, che
disperate di questo benedetto rossore se lo nascondono poverette
alzando la gonna.... e mille altre saporite cosette gli avrei voluto
raccontare, vecchie per noi, ma per lui certo nuove, e che l'avrebbero
un poco rallegrato.... Ma ecco, vidi il mio camaleonte sguardarmi un
istante pieno di dispetto, poi fuggire via soffiando per la rabbia.
Probabilmente mi aveva visto arrossire. Perchè io ho ancora questo
viziaccio.
XLIII.
LA CONSIDERAZIONE
Era salito in gran pregio sopra tutti un vecchio volpone. Andavano
per ogni bocca il gran sapere e l'impareggiabile valore di lui: ognuno
temeva d'esser tardo a rendergli onore.
E perchè?
Era accaduto tra le volpi una cosa che vediamo accadere anche tra noi
uomini. Si sapeva che il Leone chiamava spesso quel volpe alla sua
corte, e lo copriva di onori e mostrava di tener gran conto di lui e
dell'opera sua.
Qual fosse in verità questa sua opera tanto cara al re, nessuno si
curava d'accertare; ma tutti eran certissimi che si trattasse di
difficili operazioni diplomatiche, oppure di ardue incursioni ne' regni
limitrofi, le quali cose, senza l'accorgimento e l'audacia del volpe,
non si sarebbero condotte a buon fine.
Invece, un bel giorno, la mia cagna di poco sgravata, penetrata, non
so come, nei giardini della corte, offrendo le sue poppe al minore
rampollo della real casa, seppe una certa cosa....
— Quando la mamma va a caccia per qualche giorno, e mi lascia crepar
di fame — le disse in un orecchio il leoncino — quell'animale tutta
coda conduce al mio babbo un'altra leonessa più giovane e più bella
della mamma mia; poi va fiutando d'intorno per ogni parte, e appena
ha sentore che mamma ritorni, corre dal babbo e gli porta via la bella
leonessa!
Ma queste, cari lettori miei, son favole.... povere favole! Cose che
succedono tra le bestie.
Tra gli uomini succede assai di peggio!
XLIV.
LA CAVALLERIA
Ho domandato a un toro in che cosa consistesse, secondo lui, la prima
regola di un duellante, e m'ha risposto: — Diavolo!... nel presentare
costantemente la fronte all'avversario!
Ho fatto la medesima domanda a un mulo, e m'ha risposto: Caspita!....
nel presentare sempre il sedere all'avversario!...
Evidentemente bisogna concludere che anche tra le bestie il codice
cavalleresco deve aver ceduto il posto al codice del tornaconto.
XLV.
IL POTERE
Un leone africano fu mandato in regalo a un re europeo: e questo re lo
fece mettere in un bel gabbione, nel mezzo del suo parco.
Ogni giorno, tra un sonno e l'altro, il povero ex re delle bestie
sentiva parlare di questo potentissimo re degli uomini; onde si moriva
dalla voglia di vederlo.
Finalmente, una mattina, venne davanti alla sua gabbia un ometto più
piccolo dei guardiani, con le mani in tasca, il quale, come fu vicino,
gli disse in tono scherzevole: — Buon giorno collega!...
Il leone a queste parole, si levò di scatto, irta la criniera, e stette
guardando, soffiando, e sbattendo la coda, finchè quell'ometto non se
ne fu andato per i fatti suoi.
Allora il leone si calmò e chiese al suo guardiano: Quello è il vostro
re?
— Sì — rispose il guardiano.
— Chi sa che unghie deve avere?!...
— No.... le ha più corte di me!
— E allora come mai lo ubbidite?...
— Lo ubbidiamo perchè c'è la legge che vuole così.
— Ma, senza unghie e senza denti, quando vuol mangiarvi, come fa?...
— Ma che mangiarci!... — disse il guardiano sghignazzando — starebbe
fresco!... c'è la legge anche per lui!
Il leone non parlò più.
Solo ogni volta che quel re con le mani in tasca gli veniva davanti,
a mala pena socchiudeva le palpebre, per guardarlo con una infinita
compassione.
XLVI. LA GRATITUDINE
Baciandomi il collo per un quarto d'ora, s'era allegramente ingrassata
una tal mignatta. Ora, quando io la strappai e la gettai da un canto,
mi gridò con enfasi teatrale: Infame! questa è la tua ricompensa? così
mi rendi il bene che t'ho voluto?!... Un'ora fa, tu mi chiamavi a gran
voce, e ora che hai goduto il mio bacio interminabile, mi getti come
una cosa sudicia!!... Questo insegna la tua morale?!...
Cara mignatta — le diss'io — qui la morale non c'entra: t'ho chiesto
un bacio perchè mi doleva la testa: tu me l'hai dato perchè ti piace il
sangue. Tu m'hai alleggerito il capo senza volermi bene: io t'ho fatta
ingrassare senza amarti.
E siamo pari.
XLVII.
L'ORATORIA
Nelle mie budella, infestate per avventura dai bachi, discese un gran
purgante noto per la sua facondia, e levò subito a gran romore tutto
quel mondo pacifico e laborioso.
Il purgante gridò: — Sollevate le vostre teste pallidi lavoratori!
Di fuori è l'alba del vostro giorno! Lasciate le dure fatiche delle
tenebre! A che vi servono i vostri misconosciuti eroismi? Io vi offro
la luce e la libertà sconfinata!
Ma i bachi, per natura poco propensi alle grandi idee, rispondevano: —
Signor purgante, creda che stiamo benissimo qui, e non abbiamo nessuna
voglia di muoverci!...
Non l'avessero mai detto! Il purgante diventò una furia; e investendoli
e trascinandoli giù, gridò: — Bestie, indegne di udire la gran voce
dell'avvenire! Sozzi ricettacoli di putridume! O per amore o per forza
vi converrà venir meco; vi converrà, sia pure per poco, mostrare la
faccia moribonda al Sole, redenti dalla mia parola!
E così fu, come il purgante volle.
Quei miseri provarono la fervida carezza del promesso Sole e poi
precipitarono nel... nulla!
Ma la fama di grande oratore a quel purgante chi gliela leva più?
XLVIII.
LA SOLIDARIETÀ
Or è qualche mese, le api per la prima volta dopo il diluvio
universale, hanno scioperato. Non so precisamente che cosa esse
volessero, e forse non lo sapevano nemmeno loro, perchè somigliano
tanto agli uomini in tutte le loro faccende: ma so di certo che in una
adunanza plenaria fu unanimemente accolta l'idea di indurre le formiche
ad essere solidali, e fu deciso di affidare il difficile e delicato
incarico a quella che più calorosamente aveva sostenuto la tesi della
Solidarietà.
L'ape eletta, tutta piena della sua eloquenza melata, volò per i campi
e subito ch'ebbe veduto una processione di formiche nereggiare sopra
un viottolo, facendo gran rumore con l'ali, vi discese in mezzo, e
senz'altro incominciò il suo discorso.
Le povere formiche, da quand'eran nate, non avevano mai sentito dire
tante belle cose, e si pigiavano si montavano addosso a migliaia e
migliaia, e se ne vedevano molte ammusarsi con le vicine in segno di
maraviglia.
L'effetto dell'arringa, che ormai si doveva concludere, non avrebbe
potuto esser più felice; l'assentimento di tutte le formiche era
ottenuto e la loro Solidarietà ormai sicura.... quando, all'improvviso,
l'enorme suola di un contadino piombò su quella folla estatica.
Le povere formiche ebbero appena il tempo di vedere la valorosa
parlatrice ronzare strisciando sopra il loro naso.... e volar via.
Padronissimi di credere che questa favola sia contro la viltà de'
demagoghi, oppure contro la bestialità delle formiche, o contro la
gagliofferia del contadino, o infine contro la Solidarietà medesima,
quando non sia santificata dall'Amore.
XLIX.
LA COMPASSIONE
Dev'esser piena di buon cuore, poveretta, la cipolla: ma deve aver poco
cervello!
L'altro giorno ne affettavo una con grande attenzione (per me
un'insalata senza cipolle è come un cielo senza stelle!) quando,
vedendomi lacrimare come una Maria, la buona cipolla trasse dalle sue
pallide labbra un tenue sospiro, e mi disse tristemente — Com'è dolce
all'anima morire almeno compianti!
Povera cipolla! non s'era avvista che mentre i miei occhi piangevano,
le mie mani stesse la trinciavano!
Ma io devo esser grato a quella sciagurata, perchè d'ora innanzi, userò
sempre la precauzione di guardar le mani di coloro che si dolgono de'
mali miei!
L.
L'ESPERIENZA
Viveva da gran tempo in riva al Nilo un coccodrillo, così vecchio,
che non c'era nel vicinato nessuna bestia, per quanto decrepita, che
potesse dire d'averlo veduto giovane.
Così avveniva che tutti lo venerassero come un pozzo inesauribile di
Esperienza, e andassero a lui per consiglio ogni razza di bestie.
Il venerabile animalone, molto soddisfatto di quella insperata
rinomanza, non penò molto a persuadersi lui stesso di essere un
infallibile consigliere.
Ora un giorno che si stava, com'era solito, con la coda nell'acqua e il
capo tra l'erbe, e intorno al capo sedevano molti animali giunti d'ogni
parte per onorarlo, ecco venir per il sereno una farfalla d'oro con
aria distratta, la quale discese battendo l'ale vagamente, e s'accomodò
sul suo venerando naso, e tosto disse: — Ho io la gran fortuna di
sedere sul naso di quel famoso Saggio del Nilo che per ogni parte sento
lodare?
Sicuro! — gridarono a una voce tutte le bestie ch'eran lì: — Sicuro!...
E se anche tu vieni come noi per consiglio, narra il tuo caso
sicuramente, e udrai parole di conforto, e saprai quello che più ti
convenga fare per il tuo meglio.
E il farfallone, subito, giungendo l'ale sul dorso: — È presto
detto: sono innamorato pazzamente d'una bella farfalla d'argento:
l'ho rincorsa un giorno intero, le ho dette tante parole d'amore:
tutte quelle che sapevo. Inutile! Ella mi fugge e non ha pietà di me,
capite?! Ora s'è nascosta e non la trovo più. Consigliatemi dunque!
In mezzo a un silenzio religioso, il coccodrillo, raccolse un momento
le idee, poi parlò e disse: — Tu sei innamorato?... Io l'avevo subito
capito! Male! Male!... Molto male!... alla tua età! poichè io ben vedo
che tu sei molto giovine!... Ti valga il mio esempio; io ho amato per
la prima volta centosessanta anni or sono, quando già da quaranta anni
conoscevo il mondo...! Non aver fretta! è il mio consiglio. Non aver
fretta, fanciullo! e sappi farti desiderare dalle femmine!... Una volta
io, avevo allora cent'anni, mi trovai nel tuo caso medesimo: ebbene,
rifiutato da una femmina che mi piaceva, giurai a me stesso che un
giorno sarebbe mia.. Non feci altro che aspettare: cinquant'anni dopo
era tra le mie braccia!... Aspetta dunque, fanciullo! Aspetta, non aver
fretta: questo è il consiglio che ti dò.
Un mormorio di ammirazione corse tra le bestie.
Ma la farfalla d'oro sorridendo disse: — Ho capito. Mi consigliate
insomma, di diventare un coccodrillo. Mi dispiace ma non posso.
E, detto, aprì l'ale splendide e volò via, in cerca del suo amore.
LI.
IL PREMIO
Dieci anni interi aveva consumato un certo serpente, per divenire
un perfetto acrobata e c'era così bene riuscito, che affrettava col
desiderio il giorno trionfale, in cui inviterebbe tutti i colleghi suoi
a veder le sue bravure, e otterrebbe finalmente quel premio che dalle
sue fatiche decennali giustamente si sperava.
Il giorno venne. È bensì vero che certi grossi e famosi serpenti non
credendo convenevole cosa interrompere la loro aurea digestione, si
fecero pomposamente rappresentare da altri più piccoli; pur tuttavia di
serpenti ne venne un bel po' e certo, a metterli in fila, saranno stati
un miglio!
Il nostro serpente fu per iscoppiare dalla felicità, tanto s'agitarono
a lodarlo quelle lingue forcute.
Ma io che, avvisato in tempo, mi ero potuto nascondere lì vicino per
spiare un poco, vi posso dire sul mio onore che quella canaglia vennero
tutti fischiando e se ne andarono fischiando.
Voi mi direte: Ma che diavolo potevano fare dei serpenti se non
fischiare?!
E io vi dirò: — Mettete degli uomini al posto dei serpenti, rifate la
prova e vedrete che fischian lo stesso.
LII.
LE ILLUSIONI
Quando vedete un serpente ammatassato giù a piè d'un bell'Eucalipto,
con la testa sola a fior d'erba e gli occhi fissi in alto, come un
incurabile sognatore, guardate bene su pei rami e certo vedrete qualche
povero uccello tutto colori e canti esser preso a un tratto dalla malia
di quegli occhi e buttarsi giù a capo fitto nella bocca che lo aspetta.
Ma noi non facciamo forse tal quale con le buone Illusioni che
accorrono in frotta sull'albero sempre verde dei nostri sogni? Ci
contentiamo forse di guardarle? di ascoltarle?
Oh no! Le vogliamo prendere. Le vogliamo divorare.
E sia.
Ma il serpente quando s'è ingoiato bravamente quel miracolo di colori e
di canti, non dice affatto piangendo: — Oh! com'erano smaglianti quelle
piume! Oh! com'era dolce quel canto! Me misero, ch'io non l'udrò mai
più; Sciagurato ch'io ho distrutto da me stesso il mio bene!
Il serpente, animale logico, è contentone d'esserselo mangiato e ne
aspetta tranquillamente un altro.
E noi, perchè non facciamo come lui?
LIII.
LE CORONE
A una donna che ne guadagnava assai sudando pochissimo, cadde un giorno
una moneta d'oro nel più folto d'un boschetto ombroso; e là rimase
splendendo come una stella.
— Che bello sputo! — esclamò dall'alto un ghiotto moscone e, tutto
giulivo ci si precipitò sopra; ma quando vide che non era quel che
sembrava, si sdegnò e se ne andò brontolando.
Le formiche invece, vedendo quell'insolito arnese, si fermarono a
rispettosa distanza con i loro sacchi in spalla e dissero: — Non si sa
mai.