Furono tutti d'accordo e se lo portarono alla loro capanna per

ingrassarlo.

Il maialetto camminò di buona voglia, ma appena arrivati sentì subito

qualcuno domandare: Quando ce lo mangiamo? — e si impensierì. Chi aveva

fatto la domanda era uno che puzzava di sego lontano un miglio e si

vantava di poter trapassare la pancia di una mosca con la punta dei

suoi baffi.

— Adagio, adagio — brontolò una voce roca di sonno, che usciva insieme

al fumo di pipa, di sotto un enorme pelliccione — lo dirò io, quando

sarà tempo.

— Se uno deve dirlo, mi pare che questo debba essere io in persona

che ho avuto l'idea di portarlo qua! — sorse a dire il più grasso e

rubicondo di tutti, rompendo una bottiglia di birra vuota, contro lo

spigolo della tavola: bravata alla quale teneva moltissimo, sebbene

ormai non spaventasse più nessuno.

Uno secco secco, lungo lungo, che appena arrivato s'era disteso supino

e a gambe larghe, nel miglior posto, con le mani affondate nelle

immense tasche da cui facevano capolino a sinistra due o tre bibbie

in edizione economica, a destra tre o quattro bottiglie di «Wiscky» di

ottima marca, a questo punto girò le palle degli occhi verso la pancia

del compagno, avendo cura di non scomodare nessun'altra parte del suo

corpo; poi fece una specie di strano grugnito che lì per lì riempì di

speranze il maialetto, dopo di che lanciò uno sputo al soffitto con

arte impeccabile, e in fine disse molto categoricamente senza aprire i

denti: — Se vi piace l'ammazzeremo quando vorrò io.

Gli altri si guardarono in viso.

— Veramente.... — incominciò ad osservare il panciuto: ma si fermò.

— È una bella.... — gridò quello coi baffi insegati: ma si fermò anche

lui.

— Un po' prima o un po' dopo.... purchè si mangi! — tonò la voce che

usciva dal pelliccione — Qu'est qu'en dis tu, mon pauvre Jacques!»

Jacques era il più donnaiolo della combriccola, che da qualche tempo

non poteva più uscir per la caccia a causa di un certo male che non

lo lasciava camminare. Jacques, che da un pezzo guardava fisso il

maialetto con aria meditativa, alla domanda dell'amico, levando gli

occhi al cielo rispose: «Ce qu'en dis moi? Je dis.... quel dommàge

qu'il ne soit pas une femelle!»

Fu una risata generale. Rise anche il cane.... un vecchio cane che

aveva il grave difetto di esser fedele a tutti senza che nessuno fosse

fedele a lui.

Il maialetto capì d'averla scampata brutta: cercò d'addomesticarsi

il più possibile, imparò a mangiare a tavola, imparò a parlare la

lingua di Jacques, a bere la birra per far piacere al panciuto, a

ubbriacarsi di Wiscky per divertire quell'anima lunga, a insegarsi

le setole del grugno in omaggio a quello dai baffi come aguglioli, a

fare il progressista per deliziarli tutti. E tutti facevano a gara

per ingozzarlo d'ogni ben di Dio, e così il maialetto ingrassava a

vista d'occhio, e diventava impertinente, in ispecie con quel gigante

dormiglione e col vecchio cane.

Ma più ingrassava, e più cresceva in quei zotici cacciatori la voglia

di mangiarselo. E il maiale lo capiva: ma siccome vedeva che in quella

brigantesca compagnia ogni qualvolta uno voleva, l'altro subito

disvoleva perchè il compagno non l'avesse vinta, così sperava che

quella gente non sarebbe mai venuta a capo d'ammazzarlo, e pensava

soltanto a mangiare più che poteva alle loro spalle.

Il giuoco durava alla meglio; ma un giorno finalmente il maiale si

persuase che, anche a costo d'ammazzarsi dopo tra loro, quei banditi

prima o poi lo avrebbero scannato, tanta era la bramosia suscitata

dalle sue carni. Allora ebbe un'idea geniale che nessun altro porco

aveva mai avuto prima di allora. Disse a quella losca combriccola: — Se

volete mangiare un po' della mia carne, accomodatevi pure: non importa

ammazzarmi per questo! Che mi faccio per esempio delle mie gambe di

dietro? tanto io non ho nessuna intenzione di camminare. E delle mie

gambe davanti? niente affatto! perchè non ho nè bisogno nè voglia di

lavorare. E delle orecchie? e degli occhi? e del cervello?... Sono

tutta roba superflua per me! Serbatemi la bocca e la pancia, questo mi

basta: e datemi da mangiar bene.

Figuratevi se ebbe bisogno di ripeterlo due volte!

Gli zampetti le orecchie e la frittura toccarono all'impellicciato e

a quello dai baffi, e se ne dovettero contentare perchè l'anima lunga

e Jacques diventati amici per l'occasione dimostrarono che alla loro

salute avrebbe moltissimo giovato un prosciutto per ciascuno.

Quanto al panciuto trovò comodo di rimanere a bocca asciutta perchè

era ghiotto delle cotiche. Infatti, quando tutti ebbero preso la loro

parte, s'avvicinò al porco, il quale aveva preso la cosa con grande

filosofia, e gli disse: — E della pelle che te ne fai? Se mi dai la

preferenza io te la leverò a fettine con molto garbo, con tanto garbo

che ti verrà da ridere come se ti facessi il solletico. — E il porco

acconsentì.

Tutti erano contentoni.

Soltanto il cane, pure scodinzolando a questo e a quello, in fondo in

fondo non era troppo soddisfatto di quel niente che gli era toccato.

Stava in un angolo seduto e inclinando il capo corrugato e pensieroso

ora su un lato ora sull'altro, contemplava evidentemente un punto solo,

una cosa che sembrava proprio fosse rimasta lì ciondoloni per lui: il

codino del maiale.

— A che serve ormai quel codino — pensava il cane — ... e per me

sarebbe un bocconcello tanto conveniente!

Le pulci che popolavano il suo pelame gli sussurravano sotto le grandi

orecchie parole di prudenza e il cane stava in forse. Ma alla fine,

quando s'avvide che con la scusa dei prosciutti o delle cotiche, tra

poco del codino sarebbe rimasto l'osso solo e il ciuffo, si fece cuore.

Un salto, una buona dentata e si portò alla cuccia il codino sano sano.

Apriti cielo! Non ebbe appena riconosciuto il suo codino in bocca

al cane, che il maiale incominciò a ruzzolarsi a strillare a fare il

diavolo a quattro: Ahi! Ahi! Ahi! — gridava — non posso vivere senza

codino, io muoio, ridatemelo subito! Ahi! Ahi! rivoglio il mio codino!

E grida ancora, e si ruzzola e strilla e fa il diavolo a quattro: e

per recitar meglio la commedia non mangia più e dimagra, e questo fa

un gran dispiacere a quei ghiottoni, i quali pensano e ripensano e si

stillano il cervello per cercare una parola che lo possa consolare.

Oggi tanto sembra che l'abbian trovata, sembra che la voglian dire....

ma non fanno se non uno strano mugolìo, perchè chi di prosciutto chi di

zampetti chi di frittura chi di cotiche, tutti hanno la bocca piena.

LA REGINA DEL QUERCETO

Vedi laggiù quel breve querceto nero? Da secoli e secoli gli passano

così sopra le nubi bianche, ridendo al sole.

So la storia di una di quelle querce. Mentre il suo vecchio tronco

aveva combattuto contro mille uragani, sfrondato talora, mozzato de'

suoi rami, ma pur saldo sempre; le radici fedeli, pazienti, sobrie,

infaticabili, avevano scelto i buoni succhi della terra per ispingerli

su alto per entro le fibre secche fin su nei rami, fino all'ultime

foglie, fino alle bacche cerule, fino alle tenere gemme.

Le cose camminavano così da molti secoli, quando tutto il querceto fu

invaso da una curiosissima specie di bruchi rossi, pelosi, tutta bocca.

Appena arrivati, questi bruchi s'imbucarono sotto terra e

incominciarono a gridare alle radici: — Sapete voi perchè state

lavorando giorno e notte senza riposo? Sapete perchè vi si obbliga

a sprofondarvi sin nelle viscere della terra, nè mai vi si concede

di vedere la luce del sole? Sapete voi chi gode delle vostre oscure

affannose fatiche? Non lo sapete? Ebbene ve lo diciamo noi: i porci!

Sicuro! voi lavorate per nutrire quest'albero perchè si spanda e

fruttifichi e dei frutti dei vostri sudori i porci s'ingrassano!

A questa straordinaria rivelazione rimasero tutte rintontite dalla

maraviglia, le buone radici.

I bruchi rossi ne approfittarono subito per mettersi tranquillamente a

mangiare alle loro barbe. Qualche radice volle sincerarsi: fece tanta

forza di reni e tanto s'ingobbì che alla fine un bel giorno sbucò su

tra l'erbe impaurite e vide.

Se ce n'eran di porci! e quanti! e come affondavano il grifo

grugnendo!... e com'eran grassi. I bruchi rossi avevan detto la verità.

La nuova corse subito tra le radici della nostra bella querce, e ci fu

subito gran subbuglio.

Allora i bruchi interruppero un momento il loro pasto per parlare con

la consueta facondia. E dissero: — Noi vi insegneremo che cosa avete da

fare. Protendete le vostre rudi e oneste braccia sotto l'umida terra!

Tutt'intorno voi troverete delle braccia sorelle che v'aspettano.

Unitevi in patto con tutte le altre radici del querceto. Nè vi sembrino

straniere se esse parlano una lingua che voi non capite: lo stesso

servaggio, la stessa umiliante fatica, la stessa volontà di franchigia

vi affratellano. Unite, voi sarete forti, invincibili! Se voi vorrete,

il querceto intero non farà più una ghianda e i porci dovranno morir di

fame o sloggiare.

Il trionfo oratorio fu enorme: le povere radici della nostra quercia si

misero senz'altro per far quello che i bruchi avevan detto.

La felicità dei bruchi si potè misurare dal loro appetito diventato

spaventevole. Dei buoni succhi della terra non salì più goccia per

il tronco: le radici si ingrandivano si distendevano, intricandosi e

districandosi in un tumultuoso groviglio serpentino, mentre i rami

intristivano si nudavano e lasciavano cadere i loro frutti ancora

acerbi, tra i lamenti di qualche vecchio usignolo fedele.

Le radici avevano ben altro da fare che veder questo scempio e udir

questi pianti: incitate a parole e a morsi da quegli strani bruchi,

brancolavano come ciechi briachi cercando invano sottoterra le promesse

mani sorelle da stringere in un macabro patto di distruzione.

Ma ecco le prime bufere di settembre. Odor di battaglie nell'aria!

Quello che i pianti de' rosignoli non avevan potuto fare, fecero bensì

i primi sinistri schianti de' rami seccati.

Le brancolanti disperse radici ebbero un brivido interminabile. Si

ricordarono a un tratto di certe notti lontane passate tutte in un

unico disperato sforzo di battaglia, aggrappate alla terra con mille

mani, le membra tese dai disperati contorcimenti del tronco, tese fin

quasi a lacerarsi.

Bastò: perchè tutte si dimenticassero a un tratto dei porci e dei

bruchi, e s'accingessero, gonfie di furore, alla nuova pugna.

Le solite radici curiose s'affacciarono ancora una volta tra l'erbe

per vedere, ma poco mancò non rimanessero secche dalla maraviglia e

dal dispetto; mentre la povera quercia loro era ridotta da far pietà,

l'altre nel frattempo eran cresciute in alto e in largo e facevano al

vento un rumore minaccioso squassando i loro rami stracarichi di foglie

e di frutti, superbe del loro rigoglio e della loro cresciuta potenza.

— Per dio! Siamo state giocate! — dissero le buone radici, quando

seppero di questo fatto. — Siamo state le sole di tutto il querceto a

prendere sul serio le chiacchiere di quegli arrabbiati vermi!

I bruchi, questa volta, non credettero opportuno di parlare:

seguitarono bensì a mangiare alla barba delle radici, ma senza nemmeno

tirare il fiato.

In poco tempo la povera quercia ha dissetato le sue arse membra del

buon nettare della concordia che le radici le han prodigato a gara, e

rivive, e rigemma, e rinverdisce, e sotto la bufera è salda come un

tempo. Le superbe vicine che avevano sperato di chiuderle presto il

sole con le loro fredde ombre, impallidiscono d'invidia mentre ella

si leva gagliarda e s'infronda e si carica di frutti e si riempie di

canti, che sembra un miracolo!

Non crediate, buone radici, sui vostri frutti maturi si precipiteranno

ancora gioiose schiere di porci. Che vi importa? Dopo, tutto fanno buon

concio! Ma voi dovete lavorare al canto che vi vien dall'alto, per

i nidi degli usignoli, per le soste delle aquile, per le merigge dei

placidi armenti, per il sole, per il gran Sole che benedice le vostre

fatiche.

E tu paziente compagno di cammino che m'ascolti, non maledire a quegli

irrequieti rossi bruchi affamati: le nostre radici sono ingrandite e

fortificate per loro. E di grandi e forti radici abbisogna la querce

che deve crescere e maravigliare il mondo!

Oh! potessimo noi risalire questo poggio insieme tra cent'anni! Certo

allora la riconosceremmo di lontano tra tutte, la più alta, la più

grande, la più bella, la Regina del querceto, sotto il riso bianco

delle nubi!

INDICE

I. Per il lettore malevolo Pag. 7

LE TRE VIRTÙ TEOLOGALI

II. Fede 11

III. Speranza 12

IV. Carità 13

LE QUATTRO VIRTÙ CARDINALI

V. Prudenza 17

VI. Giustizia 18

VII. Temperanza 19

VIII. Fortezza 21

I SETTE PECCATI MORTALI

IX. Superbia 25

X. Avarizia 26

XI. Lussuria 28

XII. Invidia 30

XIII. Gola 32

XIV. Ira 34

XV. Accidia 36

LIBERTÀ — EGUAGLIANZA — FRATELLANZA

XVI. Libertà 39

XVII. Eguaglianza 40

XVIII. Fratellanza 41

I SINONIMI

XIX. Vizio e virtù 45

XX. Diritto e Dovere 46

XXI. Verità e Bugia 48

XXII. Sapienza e Ignoranza 49

XXIII. Ragione e Torto 51

XXIV. Coraggio e Paura 52

RINOMATE VIRTÙ — BENI DESIDERATI

CERTEZZE INCERTE

XXV. La Ricchezza 55

XXVI. Il Progresso 57

XXVII. La Perseveranza 59

XXVIII. L'Emulazione 61

XXIX. La Modestia 62

XXX. La Pazienza 63

XXXI. La Grandezza 65

XXXII. L'Umiltà 66

XXXIII. La Felicità 68

XXXIV. La Fedeltà 70

XXXV. La Tranquillità 71

XXXVI. L'Altruismo 72

XXXVII. La Munificenza 74

XXXVIII. La Civiltà 75

XXXIX. La Furberia 76

XL. Il Quietismo 78

XLI. L'Anarchia 81

XLII. Il Rossore 83

XLIII. La Considerazione 85

XLIV. La Cavalleria 87

XLV. Il Potere 88

XLVI. La Gratitudine 90

XLVII. L'Oratoria 91

XLVIII. La Solidarietà 93

XLIX. La Compassione 95

L. L'Esperienza 96

LI. Il Premio 98

LII. Le Illusioni 99

LIII. Le Corone 100

LIV. La Vita 102

LV. L'Amore 104

LVI. La Gloria 108

LVII. Il Sogno 109

LVIII. La Realtà 111

CONGEDO

LIX. Mecenatismo antico 115

LX. Mecenatismo moderno 117

APPENDICE

Nota 121

Di una cert'aquila male impagliata 122

Una buona dentata 128

La Regina del Querceto 133

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Favole per i Re d'oggi, by Ercole Luigi Morselli

Favole per i Re d'oggi · 第 4 / 4 段