CAPITOLO XII

Les tempêtes de l'Océan ne sont rien

pour celui qui connait les tempêtes da

cœur — le marin qui s'aventure dans

les unes n'a souvent le courage de

l'artiste, qui veut peindre les autres

et s'y élance seulement pour en être

ballotté: mais si nulle terreur au monde

n'égale la terreur d'une tempête en mer,

nulle volupté n'est si enivrante que de

contempler la tempête d'un cœur,

lorsque le souffle de l'ouragan passe

sur le vôtre.

_Lettere a Ortolani_ — OTTONE DI BANZOLE.

Mimy era seduta sulla sponda del letto: un rossore febbrile le svaniva

sul volto.

Al pendolo suonarono le due e tre quarti.

— Sola! mormorò levandosi. L'espressione di quella calma desolata era

scomparsa e le rughe le si sollevavano e spianavano sulla fronte, come

le onde in mare al vento: sedè a un grazioso tavolino di lacca e

reclinando la testa sulla palma cadde in profonda meditazione. Si

sentiva ancora più agitata che al ritorno dalla festa, quando

lacerandosi il cuore coll'unghie del rimorso, piegava mal rassegnata

alla sorte, ma convinta di meritarla. Adesso era ben altra la tempesta.

Carlo l'aveva sollevata.

Morire senza aver nulla goduto, frangere la tazza, nella quale fuma il

vino di una vita olimpica nell'atto di recarla alle labbra... Sì, e

mentre pentita eroicamente di una colpa non propria si compie il

sacrificio, un uomo vi tende colla insolente famigliarità del marito un

lurido boccale di birra... Non era forse presto per morire? lei, che la

marchesa aveva amata e che sentivasi, malgrado ogni rimorso, ancora

degna di amore, morire... Non era possibile: la voluttà ridestata si

aggrappava al dolore e gli contendeva l'arma omicida.

Ma perchè non vi sarebbe un rimedio? Tutto fuorchè morire, fuorchè

perdere la bellezza, scendere laggiù nel sepolcro così gelido e così

buio... Morire, farsi fredda, brutta: l'occhio cerulo smorto che pare di

vetro colorato, la bocca livida, le mani, oh! le mani del cadavere

stecchite che non si possono toccare dal ribrezzo: poi essere spogliata

di quello stupendo costume alla Margherita, lasciata in camicia: poi i

becchini, la cassa. No era troppo giovane ancora, troppo bella per

finire così...

Morire? Che ne penserebbe Elisa? Dove andrebbe questa grande infelice?

Si fermò: la marchesa non le avrebbe creduto, se le avesse spiegato il

mistero di quella scena? Certamente si erano sempre stimate e nessuna di

loro avrebbe mentito in simile caso; ma bisognava presentarsi, avere

tanto coraggio di raccontarle ogni cosa per filo e per segno: dirle non

sono morta di vergogna, perdonatemi, perchè non ho il coraggio di

morire: una nuova bassezza per redimerne un'altra!

Certo la marchesa si sarebbe alzata coll'espressione del disgusto sul

volto. Mimy indietreggiò: non era più una fanciulla che piegava

atterrita dall'uragano, ma una pantera, che chiusa nel vallo ad ogni

modo vuole uscire e spicca balzi, tenta le porte, scruta le fessure e se

non urla, l'anelito glielo impedisce. Non voleva morire senza vedere

Elisa, non voleva perderla. Cercò o meglio ancora le parve cercare:

sarebbe corsa da lei sopra una strada selciata con frantumi di vetro se

glielo avessero ordinato.

Tornò a passeggiare arrestandosi allo specchio. La candela sul tavolo

non splendeva abbastanza per illuminarlo perchè potesse vedersi bene

nella lastra: pensò a Giorgio. Anch'egli era in pericolo di morte per

lei, sciagurato! La mamma doveva essere afflitta di essere stata invano

perversa; tutti infelici quella notte, meno Carlo. Oh, per lui non

esistevano certi dolori!

Il pensiero di Carlo la respinse nuovamente verso sè medesima. Vedeva la

propria orribile vita, accettando di vivere una volta partita la

marchesa. Era impossibile che la mamma non arrivasse ad indovinare la

generosità di Elisa e a divulgarla con tutti: Carlo, che non sapeva

ancora del duello di Giorgio, lo saprebbe e si stimerebbe tradito: altri

scandali. Poi la mamma che entrerebbe a difenderla per inasprire la

contesa, poi Giorgio innamorato e cavalleresco che guasterebbe ogni

cosa; nel miglior caso, inevitabile una separazione, e allora la società

la respingerebbe. Non un mezzo per liberarsi dall'amante come dal

marito. Giorgio l'assedierebbe, si batterebbe per lei, la costringerebbe

a riceverlo; quindi bisognerebbe fuggire da Bologna dietro un uomo

innamorato, ma capace di morire oggi per lei come di piantarla domani...

Poi l'abbandono, la solitudine, la degradazione dopo la vergogna... A

che rattenersi sopra una tale china di ghiaccio? Così la fanciulla che

aveva amato una stella, che aveva pianto sulla propria verginità, che

era rimasta pura nell'adulterio, veniva mano mano infangandosi e finiva

come tante sciagurate del popolo. Allora non era meglio morire?

Lo credette: ma bisognava pure risolversi, perchè la marchesa partiva

domani e il domani era già arrivato. Stava per decidere di tutta la

vita. Come incalzava furioso il tempo!

Sentì mancarsi il respiro, così la colse inavvertita la necessità di

risolversi subito: guardò l'orologio. Le tre e mezzo; fra tre ore il

giorno imbiancherebbe.

— Mio Dio! mio Dio! esclamò nascondendosi il volto nelle palme, e cadde

sulle ginocchia. Nelle circostanze scabrose i fanciulli piangono, le

donne pregano, gli uomini bestemmiano — tre partiti ugualmente naturali

e vani. Mimy pregò, forse non sapendo chi, per qual cosa: ma la

preghiera è un trionfo del sentimento sulla ragione, e si levò più

calma. Aveva risoluto: tornò al tavolo e scrisse con mano febbrile:

«_Signore_,

«Questo stato mi opprime: non posso più lungamente durarlo. La marchesa

è innocente, è una donna sublime, che avete ragione di amare. Io era in

quel gabinetto, io che vi inganno da tre mesi, ma che non vi ingannerò

più. Non vi racconto la mia caduta, perchè mia madre ve l'ha raccontata;

non cerco scusarmi. Io medesima non mi comprendo e scrivendovi non so

bene quello che mi dica.

«Siate più felice di me: dimenticatemi. Amandone un'altra non vi sarà

difficile; così non avrò almeno il dispiacere di affliggervi

allontanandomi per sempre.

«Vi raccomando Giulietta.

«Non mi cercate; fra noi tutto deve essere finito. Forse il mio avvenire

è più fosco del vostro, ma avrò il coraggio di compierlo sola; voi

sarete sempre un uomo illustre, io sarò un'infelice di più fra i

colpevoli, e sia! La vita non può essere eterna.

«Addio, signore. Se le mie ultime parole potessero non dispiacervi, vi

auguro tutta la felicità che non avrei mai potuto darvi e non vi chieggo

che l'oblio. Oh! gettatelo sulla mia memoria questo mantello dei morti

e, seppellendomi in un angolo del vostro passato, proseguite sicuro ed

avventurato. Io dormirò nella mia tomba: vi prometto di non uscirne mai

più, mai più!

«Addio.

«MIMY.»

Piegata e suggellata la lettera, mise un gran sospiro.

Un nuovo pensiero la turbò? scriverebbe anche a Giorgio? Il suo buon

cuore lo avrebbe voluto, ma la ragione si rifiutò. Perchè scrivergli?

Che cosa dirgli? Sospirò.

Colla trepida foga della passione che si sente incalzata dalla ragione e

teme di essere raggiunta precipitò i preparativi della partenza:

cominciò a svestirsi, e slacciandosi l'abito arrossì di trovarsi sul

seno molti bottoni aperti; lo rigettò, si sciolse le trecce e

riallacciandole con febbrile prestezza le acconciò in mazzo. Aveva

fretta, forse anche freddo perchè la stufa si era spenta da un pezzo.

Aperse quindi lo sportello dell'armadio a specchio, e ne trasse fra

molti un abito nero: se ne vesti in un batter d'occhio. Tornò ad

acconciarsi i capelli. Quei ricciolini avevano l'indisciplinatezza dei

ragazzi e sembravano godersi alle carezze delle sue mani delicate... poi

si arresero, e benchè il loro tumulto non fosse al tutto sedato, potè

coprirlo con un cappellino egualmente nero, guarnito d'un sì fitto velo

da togliere ogni fisonomia al volto. Il nuovo abbigliamento era così

elegante che Mimy, respingendo sui fianchi la vesta, non potè non

accorgersene; ma si avvide ancora, che aveva le scarpette bianche, e le

mutò.

Era smorta e patita nella faccia.

— Povera Mimy! esclamò passandosi il fazzoletto sugli occhi ancora gonfi

di pianto.

Si guardò attorno: era dunque vero che fuggiva?

Non ci volle pensare.

Aveva paura di rifletterci: pensò invece a mille cose. Ah! prima di

tutto il suo giornale: voleva pigliarlo seco, era una parte di se

stessa, la coppa nella quale aveva raccolte tutte le sue lagrime e

gittati i suoi pochi sorrisi. Andò ad uno stipetto e ne trasse un

cassettino, nel quale, premendo una molla, scoprì un doppio fondo. Tutto

il giornale consisteva in cinque o sei fascicoli legati ognuno con una

cordicella di seta nera: perchè nera? Li prese, ne fe' un rotolo e lo

mise nel manicotto. E poi?... Mille idee, mille oggetti le ritornavano

alla memoria: scappò nel gabinetto, ove dalla finestra pendeva fra le

tende il suo canarino.

Il grazioso animaluccio dormiva colla testa nascosa sotto un'ala. Che

cosa sognava mai quella creaturina dalle penne d'oro e dal canto

melodioso, adesso che la padrona veniva a salutarlo per l'ultima volta?

Mimy riparò il lume colla mano, perchè la vivezza di un raggio non

avesse a destarlo. Quanta calma in quel sonno! perchè noi stessi non

siamo buoni come i canarini e non possiamo vivere contenti di una

gabbia? Quel sonno l'affascinava... Ella dove andava? Dove?...

Le fu d'uopo di uno sforzo per sormontare la corrente dei pensieri, che

minacciava trascinarla, ma vi riuscì. A passo lento e sospeso per non

fare rumore, sempre colla mano riparando il lume, rientrò nella camera.

Ah! s'era dimenticata: tornò allo stipo, aperse un altro cassetto e

cavandone un cofano se ne cercò addosso la chiave: non l'aveva. Era

d'oro e pendeva come ciondolo dalla catena dell'orologio obliato. Era il

cofanetto delle gioie. Ne levò una ad una le diverse guarnizioni

cercando nel fondo un pugnaletto col fodero di velluto e il manico di

agata. Lo aveva comprato per un costume da ballo, ma la lama era di

Lollini. Se lo mise in seno. Quando il cofano fu vuoto lo rovesciò e

coll'ugna ne cavò la lastra: sotto stavano tutte le lettere della

marchesa; le intascò. E allora? Quelle gemme erano troppe per portarsele

via e non avevano pregio per l'anima: pensò di regalarle a Giulietta, la

sola creatura che non le avesse mai recato un dolore. Quindi le

rinchiuse nel cofanetto, lasciandovi la chiave, e scrisse un altro

biglietto per la fanciulla.

«Buona Giulietta,

«La tua padrona ti regala queste gioie; le terrai coi coralli della

mamma. Non piangere se non ci vedremo più, ed amala sempre la tua

padrona.

«MIMY.»

La malinconia dell'ultima frase la vinse così che due lagrime le

appannarono gli occhi. Ora che tutto era disposto per la fuga, quella

piena di sentimenti e di idee svaniva per incanto: si guardò attorno.

Quel disordine quasi drammatico le strinse tanto il cuore, che dovette

ripetersi di non volerci pensare per soffocare l'emozione.

Interrogò l'orologio; appena le quattro e mezzo: due ore prima di

giorno. Il tempo che prima incalzava, adesso sembrava andare adagio per

godersi la sua tortura. Due ore lì vestita, pronta sempre a fuggire,

erano troppo lunghe: doveva star seduta in quel freddo, agghiacciarsi i

piedi, agghiacciarsi l'anima, riflettere ancora sulla risoluzione presa,

pesarne l'audacia, scrutarne tutti i dubbi, noverarne tutti i

pericoli... Non si dava forse al mondo un coraggio capace di tanto.

La candela era meno che mezza. Se si fosse spenta prima dell'alba? Nel

gabinetto se ne trovavano altre, ma bisognava cercarle, e ciò aveva

mille imbarazzi; in certi momenti ogni cosa, ogni atto acquista un

significato incomprensibilmente fantastico. Si sentiva venir freddo;

quindi per muoversi andò all'armadio e ne trasse la pelliccia di

martora. Vi si ravvoltolò e si rimise a sedere come prima sulla

poltrona. Cominciò ad attendere: non erano trascorsi cinque minuti che

le sembrò di avere già troppo atteso e dovette alzarsi per camminare.

Una smania indefinibile l'agitava; temeva di pensare e non lo avrebbe

potuto in quel convulso di ogni fibra: quasi quasi vi si provò.

Passeggiò, si guardò nello specchio, studiò le pieghe dell'abito e

indispettita di queste frivolezze in tanta solennità di momenti rilesse

il biglietto di Giulietta, riaperse quasi il cofano e si pentì a mezzo.

— Mio Dio! attendere ancora due ore.

Rigironzolò, trovò un libro e lesse:

Ma dimmi, altro è l'amore

Che lagrime e dolor?

— Altro! rispose e seguitò leggendo, senonchè la mente non teneva dietro

agli occhi e gittò il libro.

Quella domanda di Japhet a Aholibama le era entrata così profondamente

nell'anima che se la ripetè parecchie volte. L'amore non è che lagrime e

dolore: i fiori della sua corona nascono in cielo, ma per farli vivere

sulla terra un giorno bisogna inaffiarli col pianto, e forse muoiono

egualmente. L'amore è un angelo allontanatosi dal paradiso per la noia

della sua festa perenne, e Dio lo maledì; allora rimase sulla terra, e

oggi pure tutti quelli che amano sono maledetti e piangono...

Mimy si accorse di piangere questa volta senza amarezza: pensava con

malinconica confusione all'amore e piangeva. Ebbene, perchè non

piangere? Ogni lagrima che stilla dagli occhi è forse un'idea dolorosa

che esce dal cervello. Si avvolse più strettamente nella pelliccia, si

buttò sul letto e tirandosi un lembo del lenzuolo sul volto chiuse gli

occhi.

Il tempo allungava il passo.

Che cosa meditavano in quell'ora Giorgio e la marchesa?

Quali tempeste imperversavano in quelle anime più vaste dell'oceano e

infinitamente più profonde?

Non cerchiamo saperlo: come tutti gli spettacoli, anche quello del

dolore annoia alla lunga e non tutti i lettori avranno atteso a quello

di Mimy senza provare alle ganascie il prurito dello sbadiglio...

Avanti, la strada è oramai breve se triste: pochi fiori per le siepi,

pochi uccelli per l'aria, poca varietà nel paesaggio... Affrettiamoci al

casino, che domina quella vetta; là, in mancanza di meglio, avremo la

voluttà di separarci.

Al di là: romanzo · 第 54 / 66 题