Si quelque chose peut encore me
persuader que je fus homme et j'eus de
la pieté, c'est le spectacle d'une belle
douleur, qui se noie dans une sale
volupté.
_Lettere ad Alberani_ — OTTONE DI BANZOLE.
Mimy era quasi svenuta alla maledizione. Carlo ritornando colla
pelliccia la trovò languidamente appoggiata al muro con Sulema, che la
reggeva: le fu premurosamente attorno, ma ella, che aveva chiusi gli
occhi, li aperse vivamente e riconosciutolo si sforzò a dominare
l'emozione.
Per istrada non dissero una parola, a casa ognuno si ritirò nella
propria camera; Mimy traversando il gabinetto roseo cadde sfinita sopra
una sedia. Era così abbattuta nel volto, che Giulietta soffocò un grido
di spavento sostenendole la fronte che si piegava quasi morta.
— Mio Dio! esclamò: brucia!
— Se tu potessi mettere una mano qui dentro..., e le indicò il cuore.
Giulietta le si inginocchiò innanzi, ella le abbracciò il collo e
nascondendole la testa nelle spalle pianse. Le lagrime prima rare e
grosse come i goccioloni che precedono i temporali, scesero poco a poco
meno difficili, continue, senza un singhiozzo — lagrime mute di un
dolore nel quale colla speranza era cessata la facoltà del lamento;
lagrime di amore sventurato e innocente, che la natura non volle si
potessero mai cristallizzare perchè le stelle non fuggissero disperate
d'invidia e la notte incombesse buia buia...
E quel pianto mesto le accarezzava colla sua armonia quel dolore, perchè
vi è una ineffabile armonia nel pianto muto: tutti quei lamenti che
muoiono prima di aver vagito, quei sospiri che cadono a mezzo la via,
quei rari aneliti che paiono il soffio d'una voce estintasi nello sforzo
inutile di voler gridare, quei brividi dell'affanno che si dibatte senza
muoversi come un cacciatore nelle spire di un serpente... fanno una
musica senza nome, la quale passa sull'anima come un vento e la
trasporta... Il cielo è bruno, il vento è freddo e l'anima è trasportata
sempre più in alto, lontano... il mondo è rimasto laggiù che non si vede
e non si ode: nessun astro sorride, ma il vento non si stanca, e
l'anima, che si sente rapita, vi batte l'ali convulsa quasi per farsene
un appoggio e non cadere.
Mimy piangeva abbandonata al pianto, come una barca, cui si rompa il
canapo, alla corrente di un fiume: e le pareva che il pianto la
trascinasse lungi dal suo dolore — meravigliosa previdenza della natura,
che ha dato il pianto al dolore per lasciargli più lungamente la
vittima. Giulietta commossa da quelle lagrime si obliava in quel affanno
non suo.
Poi come negli uragani, quando l'acqua scema infierisce il vento, il
pianto imperversò: Mimy alzò il capo scoppiando in singhiozzi.
— Mio Dio! che cosa è stato? supplicò affettuosamente la fanciulla.
L'altra la guardò come se la domanda fosse strana.
Il mondo non aveva dunque sentito la tempesta che l'aveva schiantata!
Si levò con impeto e respingendola mosse qualche passo per la stanza:
era fuori di sè.
— Cosa è stato eh? urlò fermandosele innanzi. È stato: oh ma è
impossibile! è Dio che mi perseguita: che cosa gli ho fatto io!
Giulietta taceva e piangeva. Mai la sua padrona era stata così
angosciata; la buona fanciulla s'affliggeva di non poterla soccorrere.
Se si fosse trattato di un sacrificio, di soffrire lei... volentieri! ma
quel dolore non lo comprendeva e si trovava come sulla sponda del
canale, entro cui l'altra annegava senza poterle allungare abbastanza la
mano perchè vi si rattenesse.
Poi anche i singhiozzi cessarono e Mimy cadde in una immobilità di
statua: Giulietta non osò di chiamarla. Attese un pezzo, ma come l'altra
non rinveniva finse di ritirarsi, lo stratagemma riuscì; Mimy si destò
di soprassalto e riconoscendola:
— Va a letto, mormorò, deve essere tardi.
— Mi lasci qui nella sua camera: starò vicino al suo letto, se avrà
bisogno...
— Buona! rispose considerandola con malinconica tenerezza: va,
poveretta. Non voglio che tu soffra per me; soffro io per tutti.
— No, vada là: non le domanderò più nulla. Questa notte può sentirsi
male; io sarò lì.
— Ma che cosa farai fino a giorno?
— Starò in un angolo dietro la tenda, se non mi vuol vedere.
Questa prova di amore fece bene a Mimy, ma ancora troppo sconvolta per
abbandonarvisi aveva bisogno di essere sola, di non essere più nel
mondo. Giulietta dovè ritirarsi: uscì lentamente e sulla porta si
rivolse con un'ultima speranza. Mimy la attirò con un gesto:
— Dammi un bacio, Giulietta.
Mimy la baciò sulla fronte e entrò quasi tragicamente nella sua camera.
Il suicidio le aveva gettato improvvisamente la propria ombra
sull'anima.
Morire!
Profondarsi nelle tenebre e nel silenzio... Dall'orlo estremo della
roccia, sulla quale già irrompeva la lava in onde di fumo e di fuoco,
spiccare un salto e giù nell'abisso: più nulla, eternamente più nulla.
L'anima inseguita s'affacciava alla roccia e si arretrava affascinata
dalla calma infinità di quel vuoto. Perchè attendere l'onda
fiammeggiante, sentirsi ardere i piedi, gli stinchi, i ginocchi, non
avendo più nello spasimo la forza di gridare e conoscendo che ogni grido
sarebbe perduto? No, meglio laggiù: spiccare un salto, e nella rapidità
della caduta il vento vi spoglia di ogni veste e l'anima si perde atomo
bruno nell'immensità della tenebra.
Appena nella camera, Mimy ritrasse le cortine dal letto e lo considerò.
— Morta!
Si assise sulla sponda pensando.
Quella idea del suicidio, travoltale nella mente dalla fiumana del
dolore, ella l'aveva afferrata colla disperazione del naufrago. Adesso
si sentiva più calma, non piangeva, non singhiozzava più: morire...
tacere per sempre. In quella sfinitezza pregustava già la quiete
ineffabile del sepolcro. Le pareva quasi di essere morta, poi di morire
ancora avanzando per le regioni della morte solo per sentirsi sulla
fronte la blanda frescura del loro tacito vento. Era vestita di nero,
camminava per una landa; il vento le respingeva le vesti e i capelli,
camminava sospinta da una forza muta...
Così di fantasia in fantasia perdeva la coscienza della realtà e la
placidezza dell'anima trasfondendosi nei sensi ne calmava i nervi
torturati. Divagò, si allontanò oltre ogni confine, ogni paese e
finalmente si ritrovò dinanzi al mondo, dal quale si era precipitata,
senonchè questa volta le parve meno terribile: quindi il suo pensiero
risalì la roccia. Il vulcano fumava ancora, ma la lava si era indurita
sul terreno. Colla mesta curiosità dell'esule guardò i siti abbandonati,
mentre la memoria dei patimenti sofferti ripalpitava come un'eco; l'eco
crebbe mano mano, più patetica, armoniosa, finchè una musica vi si
confuse distendendovisi mollemente. Mimy ascoltò. Le parole non
s'intendevano, ma le note si esprimevano meglio che le parole — quella
musica la conosceva, era di Mariani e si doleva per lei. Mimy ascoltava.
La musica si appressava: fremiti improvvisi le passavano quali colombe
sulla fronte inseguiti da qualche nota acuta come gridi erompenti da
quella ineffabile querela; poi la musica si abbassava simile ad un velo
che la rugiada spruzzava di lagrime, s'abbassava più lenta... cadeva a
lembi; Mimy pure abbassava il capo, i capelli le piovevano dalla fronte,
non vedeva, non udiva più nulla... piangeva!
Si trovò che piangeva senza affanno; ma la realtà riapparve bruscamente
e l'anima, che dianzi aveva imprecato, cadde sulle ginocchia e mormorò
la preghiera della rassegnazione. Ma perchè piangere tanto su ciò che
era irreparabile? Non lo sapeva che il fantasma della felicità era un
fantasma di nebbia e doveva sciogliersi si levasse il vento o raggiasse
il sole? Amare una donna e pretendere che questo errore di cuore e di
sensi non avesse mai a dissiparsi! Certo ella aveva amato: aveva vissuto
per amare, morirebbe d'amore — triste destino! Morire d'amore senza
avere altrimenti amato che come l'infermo partecipa dalla finestra alla
gioia di primavera folleggiante sui prati e sui colli...
Era rassegnata, ma sentiva tutto lo sconforto della rassegnazione.
Fanciulla, aveva amato una stella: giovinetta, suor Maria; donna la
marchesa, ed ora che l'anelito dell'amore le si era confuso coll'anelito
della vita la stella non si vedeva più confusa nella folla scintillante
del cielo, suor Maria, mistico fantasma, sognava prigioniero in una
cella di Fognano e la marchesa si allontanava corruscante di bellezza e
di maledizione come una cometa. Ma perchè la cometa fuggiva la vista del
fiore, che chiuso ai soli dell'inverno e dell'estate non erasi aperto se
non al suo raggio fatale?
Povero fiore... Aver sognato di morire nel bacio ardente di quell'astro
vagabondo e morire invece nel putridume delle rugiade! Ma perchè mentre
tutti i fiori vivevano contenti del sole, questi aveva atteso la cometa?
Bizzarro destino! Una donna che ama una donna, un amore che nasce
nell'identità di sesso, e la ragione invece di strapparlo lo feconda, la
fantasia lo bacia, tutto gli sorride; il dolore gli fa velo perchè non
muoia nel freddo dell'alba, la poesia lo scalda più del sole: appare
l'astro in cielo, il fiore palpita, l'astro sorride, poi s'abbruna,
getta un lampo e dilegua... E se ciò non fosse stato che un sogno? Se la
marchesa avesse scherzato col suo cuore malato, come si scherza coi
fanciulli intrattenendoli di fole? Eppure no: la marchesa l'aveva
realmente amata. Che cosa era dunque questo amore?
Non lo sapeva, e lo sapeva perduto al momento di coglierlo.
Sentimento e ragione si confondevano in questi pensieri e l'anima
naufragava. Morire innocente colla maledizione del colpevole...
Innocente? lei, l'amante di Giorgio! no, no: bisognava morire perchè
l'amore era morto, e Elisa potesse cercarsi un'altra donna più bella e
più pura e in un giorno di felice voluttà ricordandosi della povera Mimy
ordinare alla maledizione di allontanarsi dalla sua tomba — Maledetta
no, piuttosto un altro inferno, piuttosto la maledizione di Dio...
Questa idea la fece torcersi spasmodicamente le mani, ma non piangeva
più.
Stava forse da due ore sul letto quando l'uscio s'aperse discretamente e
Carlo entrò in costume notturno da marito.
Mimy non lo vide, le cortine l'impedivano.
Camminava sulla punta dei piedi, s'appressò, prese un lembo della
cortina. Mimy aveva i capelli in disordine, il viso quasi cadaverico, ma
bella, poetica in quell'atteggiamento. Egli medesimo si commosse
credendo d'indovinare in quel dolore una gelosa vanità di donna. Si
chinò per sentirla respirare, ella aperse gli occhi e glieli sbarrò in
faccia.
Egli!
Priapo e Lotide... Egli non sostenne la meraviglia di quell'occhiata e
lasciando ricadere la tenda, sedè sulla sponda del letto. Perchè dopo
tanti mesi di assenza i due coniugi s'incontravano ancora nel talamo?
Chi può analizzare la logica di un marito e il sentimento di un
avvocato? Respinto dalla marchesa voleva conservarsi Mimy, offrendole
qualche compenso per lo scandalo della festa? O tornava a Mimy per fare
oltraggio alla marchesa? O la marchesa fiammeggiavagli così nel
pensiero, che avesse d'uopo di una donna e toccasse a Mimy di fare per
lui tale ufficio in quell'istante.
Ecco alcune ipotesi discutibili, e se al lettore paiono poche le
raddoppii, e risolva il problema che noi ci contentiamo di proporre.
Il letto era forse troppo largo per una sola persona, ma certamente
troppo stretto per due, sicchè le loro teste s'appoggiavano sul medesimo
cuscino: ella non aveva cangiato positura, cogli occhi bassi, pensava,
non pensava più a nulla sentendosi sempre più invadere dal sentimento
della morte. In quel punto era già fuori della vita, tutte le speranze
erano morte, tutte le disgrazie esaurite, il mondo stesso dileguato...
Non restavano che la marchesa e Mimy, ma ella stava sdraiata sul
coperchio della propria tomba e l'altra svaniva come una meteora in
fondo all'orizzonte. Come i suoi capelli neri lucevano sul terso azzurro
del cielo! Come la sua fronte si rivolgeva terribilmente bianca! Mio
Dio, essere una santa, essere Dio per chiamare quella meteora e dirle...
oh mio Dio?
Le sfuggì un sospiro. Una mano le cadde leggiera leggiera sopra una
spalla. Era Dio, che avendola intesa rispondeva? No, ma qualcuno che
poteva somigliarvi. Carlo credendo di comprendere quel sospiro voleva
consolarla. Una mano le si era appena appena posata sulla spalla, che
un'altra le passò sotto il dosso, onde dolcemente sollevata venne a
cadergli sul petto. Non capiva; il viso smorto non esprimeva che
stanchezza: aveva bisogno di dormire — _to die_ — _to sleep_, dormire,
morire. Ella gli posò inconsciamente il capo sulla spalla, bada! e
subito una bocca calda quanto un ferro da stirare le si incollò sulla
fronte... Oh! la voluttà stava dunque ubbriaca sulla soglia della morte
per impedire alla vita disperata di cercarvi un rifugio? Non sì udì che
uno strido di fanciulla, cui l'acqua del canale travolge, uno strido di
allodola sulla quale piomba il falco e risale già morta in cielo... poi
un gorgoglio, un soffio come un batter d'ala di falco...