CAPITOLO XI

Si quelque chose peut encore me

persuader que je fus homme et j'eus de

la pieté, c'est le spectacle d'une belle

douleur, qui se noie dans une sale

volupté.

_Lettere ad Alberani_ — OTTONE DI BANZOLE.

Mimy era quasi svenuta alla maledizione. Carlo ritornando colla

pelliccia la trovò languidamente appoggiata al muro con Sulema, che la

reggeva: le fu premurosamente attorno, ma ella, che aveva chiusi gli

occhi, li aperse vivamente e riconosciutolo si sforzò a dominare

l'emozione.

Per istrada non dissero una parola, a casa ognuno si ritirò nella

propria camera; Mimy traversando il gabinetto roseo cadde sfinita sopra

una sedia. Era così abbattuta nel volto, che Giulietta soffocò un grido

di spavento sostenendole la fronte che si piegava quasi morta.

— Mio Dio! esclamò: brucia!

— Se tu potessi mettere una mano qui dentro..., e le indicò il cuore.

Giulietta le si inginocchiò innanzi, ella le abbracciò il collo e

nascondendole la testa nelle spalle pianse. Le lagrime prima rare e

grosse come i goccioloni che precedono i temporali, scesero poco a poco

meno difficili, continue, senza un singhiozzo — lagrime mute di un

dolore nel quale colla speranza era cessata la facoltà del lamento;

lagrime di amore sventurato e innocente, che la natura non volle si

potessero mai cristallizzare perchè le stelle non fuggissero disperate

d'invidia e la notte incombesse buia buia...

E quel pianto mesto le accarezzava colla sua armonia quel dolore, perchè

vi è una ineffabile armonia nel pianto muto: tutti quei lamenti che

muoiono prima di aver vagito, quei sospiri che cadono a mezzo la via,

quei rari aneliti che paiono il soffio d'una voce estintasi nello sforzo

inutile di voler gridare, quei brividi dell'affanno che si dibatte senza

muoversi come un cacciatore nelle spire di un serpente... fanno una

musica senza nome, la quale passa sull'anima come un vento e la

trasporta... Il cielo è bruno, il vento è freddo e l'anima è trasportata

sempre più in alto, lontano... il mondo è rimasto laggiù che non si vede

e non si ode: nessun astro sorride, ma il vento non si stanca, e

l'anima, che si sente rapita, vi batte l'ali convulsa quasi per farsene

un appoggio e non cadere.

Mimy piangeva abbandonata al pianto, come una barca, cui si rompa il

canapo, alla corrente di un fiume: e le pareva che il pianto la

trascinasse lungi dal suo dolore — meravigliosa previdenza della natura,

che ha dato il pianto al dolore per lasciargli più lungamente la

vittima. Giulietta commossa da quelle lagrime si obliava in quel affanno

non suo.

Poi come negli uragani, quando l'acqua scema infierisce il vento, il

pianto imperversò: Mimy alzò il capo scoppiando in singhiozzi.

— Mio Dio! che cosa è stato? supplicò affettuosamente la fanciulla.

L'altra la guardò come se la domanda fosse strana.

Il mondo non aveva dunque sentito la tempesta che l'aveva schiantata!

Si levò con impeto e respingendola mosse qualche passo per la stanza:

era fuori di sè.

— Cosa è stato eh? urlò fermandosele innanzi. È stato: oh ma è

impossibile! è Dio che mi perseguita: che cosa gli ho fatto io!

Giulietta taceva e piangeva. Mai la sua padrona era stata così

angosciata; la buona fanciulla s'affliggeva di non poterla soccorrere.

Se si fosse trattato di un sacrificio, di soffrire lei... volentieri! ma

quel dolore non lo comprendeva e si trovava come sulla sponda del

canale, entro cui l'altra annegava senza poterle allungare abbastanza la

mano perchè vi si rattenesse.

Poi anche i singhiozzi cessarono e Mimy cadde in una immobilità di

statua: Giulietta non osò di chiamarla. Attese un pezzo, ma come l'altra

non rinveniva finse di ritirarsi, lo stratagemma riuscì; Mimy si destò

di soprassalto e riconoscendola:

— Va a letto, mormorò, deve essere tardi.

— Mi lasci qui nella sua camera: starò vicino al suo letto, se avrà

bisogno...

— Buona! rispose considerandola con malinconica tenerezza: va,

poveretta. Non voglio che tu soffra per me; soffro io per tutti.

— No, vada là: non le domanderò più nulla. Questa notte può sentirsi

male; io sarò lì.

— Ma che cosa farai fino a giorno?

— Starò in un angolo dietro la tenda, se non mi vuol vedere.

Questa prova di amore fece bene a Mimy, ma ancora troppo sconvolta per

abbandonarvisi aveva bisogno di essere sola, di non essere più nel

mondo. Giulietta dovè ritirarsi: uscì lentamente e sulla porta si

rivolse con un'ultima speranza. Mimy la attirò con un gesto:

— Dammi un bacio, Giulietta.

Mimy la baciò sulla fronte e entrò quasi tragicamente nella sua camera.

Il suicidio le aveva gettato improvvisamente la propria ombra

sull'anima.

Morire!

Profondarsi nelle tenebre e nel silenzio... Dall'orlo estremo della

roccia, sulla quale già irrompeva la lava in onde di fumo e di fuoco,

spiccare un salto e giù nell'abisso: più nulla, eternamente più nulla.

L'anima inseguita s'affacciava alla roccia e si arretrava affascinata

dalla calma infinità di quel vuoto. Perchè attendere l'onda

fiammeggiante, sentirsi ardere i piedi, gli stinchi, i ginocchi, non

avendo più nello spasimo la forza di gridare e conoscendo che ogni grido

sarebbe perduto? No, meglio laggiù: spiccare un salto, e nella rapidità

della caduta il vento vi spoglia di ogni veste e l'anima si perde atomo

bruno nell'immensità della tenebra.

Appena nella camera, Mimy ritrasse le cortine dal letto e lo considerò.

— Morta!

Si assise sulla sponda pensando.

Quella idea del suicidio, travoltale nella mente dalla fiumana del

dolore, ella l'aveva afferrata colla disperazione del naufrago. Adesso

si sentiva più calma, non piangeva, non singhiozzava più: morire...

tacere per sempre. In quella sfinitezza pregustava già la quiete

ineffabile del sepolcro. Le pareva quasi di essere morta, poi di morire

ancora avanzando per le regioni della morte solo per sentirsi sulla

fronte la blanda frescura del loro tacito vento. Era vestita di nero,

camminava per una landa; il vento le respingeva le vesti e i capelli,

camminava sospinta da una forza muta...

Così di fantasia in fantasia perdeva la coscienza della realtà e la

placidezza dell'anima trasfondendosi nei sensi ne calmava i nervi

torturati. Divagò, si allontanò oltre ogni confine, ogni paese e

finalmente si ritrovò dinanzi al mondo, dal quale si era precipitata,

senonchè questa volta le parve meno terribile: quindi il suo pensiero

risalì la roccia. Il vulcano fumava ancora, ma la lava si era indurita

sul terreno. Colla mesta curiosità dell'esule guardò i siti abbandonati,

mentre la memoria dei patimenti sofferti ripalpitava come un'eco; l'eco

crebbe mano mano, più patetica, armoniosa, finchè una musica vi si

confuse distendendovisi mollemente. Mimy ascoltò. Le parole non

s'intendevano, ma le note si esprimevano meglio che le parole — quella

musica la conosceva, era di Mariani e si doleva per lei. Mimy ascoltava.

La musica si appressava: fremiti improvvisi le passavano quali colombe

sulla fronte inseguiti da qualche nota acuta come gridi erompenti da

quella ineffabile querela; poi la musica si abbassava simile ad un velo

che la rugiada spruzzava di lagrime, s'abbassava più lenta... cadeva a

lembi; Mimy pure abbassava il capo, i capelli le piovevano dalla fronte,

non vedeva, non udiva più nulla... piangeva!

Si trovò che piangeva senza affanno; ma la realtà riapparve bruscamente

e l'anima, che dianzi aveva imprecato, cadde sulle ginocchia e mormorò

la preghiera della rassegnazione. Ma perchè piangere tanto su ciò che

era irreparabile? Non lo sapeva che il fantasma della felicità era un

fantasma di nebbia e doveva sciogliersi si levasse il vento o raggiasse

il sole? Amare una donna e pretendere che questo errore di cuore e di

sensi non avesse mai a dissiparsi! Certo ella aveva amato: aveva vissuto

per amare, morirebbe d'amore — triste destino! Morire d'amore senza

avere altrimenti amato che come l'infermo partecipa dalla finestra alla

gioia di primavera folleggiante sui prati e sui colli...

Era rassegnata, ma sentiva tutto lo sconforto della rassegnazione.

Fanciulla, aveva amato una stella: giovinetta, suor Maria; donna la

marchesa, ed ora che l'anelito dell'amore le si era confuso coll'anelito

della vita la stella non si vedeva più confusa nella folla scintillante

del cielo, suor Maria, mistico fantasma, sognava prigioniero in una

cella di Fognano e la marchesa si allontanava corruscante di bellezza e

di maledizione come una cometa. Ma perchè la cometa fuggiva la vista del

fiore, che chiuso ai soli dell'inverno e dell'estate non erasi aperto se

non al suo raggio fatale?

Povero fiore... Aver sognato di morire nel bacio ardente di quell'astro

vagabondo e morire invece nel putridume delle rugiade! Ma perchè mentre

tutti i fiori vivevano contenti del sole, questi aveva atteso la cometa?

Bizzarro destino! Una donna che ama una donna, un amore che nasce

nell'identità di sesso, e la ragione invece di strapparlo lo feconda, la

fantasia lo bacia, tutto gli sorride; il dolore gli fa velo perchè non

muoia nel freddo dell'alba, la poesia lo scalda più del sole: appare

l'astro in cielo, il fiore palpita, l'astro sorride, poi s'abbruna,

getta un lampo e dilegua... E se ciò non fosse stato che un sogno? Se la

marchesa avesse scherzato col suo cuore malato, come si scherza coi

fanciulli intrattenendoli di fole? Eppure no: la marchesa l'aveva

realmente amata. Che cosa era dunque questo amore?

Non lo sapeva, e lo sapeva perduto al momento di coglierlo.

Sentimento e ragione si confondevano in questi pensieri e l'anima

naufragava. Morire innocente colla maledizione del colpevole...

Innocente? lei, l'amante di Giorgio! no, no: bisognava morire perchè

l'amore era morto, e Elisa potesse cercarsi un'altra donna più bella e

più pura e in un giorno di felice voluttà ricordandosi della povera Mimy

ordinare alla maledizione di allontanarsi dalla sua tomba — Maledetta

no, piuttosto un altro inferno, piuttosto la maledizione di Dio...

Questa idea la fece torcersi spasmodicamente le mani, ma non piangeva

più.

Stava forse da due ore sul letto quando l'uscio s'aperse discretamente e

Carlo entrò in costume notturno da marito.

Mimy non lo vide, le cortine l'impedivano.

Camminava sulla punta dei piedi, s'appressò, prese un lembo della

cortina. Mimy aveva i capelli in disordine, il viso quasi cadaverico, ma

bella, poetica in quell'atteggiamento. Egli medesimo si commosse

credendo d'indovinare in quel dolore una gelosa vanità di donna. Si

chinò per sentirla respirare, ella aperse gli occhi e glieli sbarrò in

faccia.

Egli!

Priapo e Lotide... Egli non sostenne la meraviglia di quell'occhiata e

lasciando ricadere la tenda, sedè sulla sponda del letto. Perchè dopo

tanti mesi di assenza i due coniugi s'incontravano ancora nel talamo?

Chi può analizzare la logica di un marito e il sentimento di un

avvocato? Respinto dalla marchesa voleva conservarsi Mimy, offrendole

qualche compenso per lo scandalo della festa? O tornava a Mimy per fare

oltraggio alla marchesa? O la marchesa fiammeggiavagli così nel

pensiero, che avesse d'uopo di una donna e toccasse a Mimy di fare per

lui tale ufficio in quell'istante.

Ecco alcune ipotesi discutibili, e se al lettore paiono poche le

raddoppii, e risolva il problema che noi ci contentiamo di proporre.

Il letto era forse troppo largo per una sola persona, ma certamente

troppo stretto per due, sicchè le loro teste s'appoggiavano sul medesimo

cuscino: ella non aveva cangiato positura, cogli occhi bassi, pensava,

non pensava più a nulla sentendosi sempre più invadere dal sentimento

della morte. In quel punto era già fuori della vita, tutte le speranze

erano morte, tutte le disgrazie esaurite, il mondo stesso dileguato...

Non restavano che la marchesa e Mimy, ma ella stava sdraiata sul

coperchio della propria tomba e l'altra svaniva come una meteora in

fondo all'orizzonte. Come i suoi capelli neri lucevano sul terso azzurro

del cielo! Come la sua fronte si rivolgeva terribilmente bianca! Mio

Dio, essere una santa, essere Dio per chiamare quella meteora e dirle...

oh mio Dio?

Le sfuggì un sospiro. Una mano le cadde leggiera leggiera sopra una

spalla. Era Dio, che avendola intesa rispondeva? No, ma qualcuno che

poteva somigliarvi. Carlo credendo di comprendere quel sospiro voleva

consolarla. Una mano le si era appena appena posata sulla spalla, che

un'altra le passò sotto il dosso, onde dolcemente sollevata venne a

cadergli sul petto. Non capiva; il viso smorto non esprimeva che

stanchezza: aveva bisogno di dormire — _to die_ — _to sleep_, dormire,

morire. Ella gli posò inconsciamente il capo sulla spalla, bada! e

subito una bocca calda quanto un ferro da stirare le si incollò sulla

fronte... Oh! la voluttà stava dunque ubbriaca sulla soglia della morte

per impedire alla vita disperata di cercarvi un rifugio? Non sì udì che

uno strido di fanciulla, cui l'acqua del canale travolge, uno strido di

allodola sulla quale piomba il falco e risale già morta in cielo... poi

un gorgoglio, un soffio come un batter d'ala di falco...

Al di là: romanzo · 第 53 / 66 题