CAPITOLO XIII

La vita rassomiglia ad una fuga di

stanze cogli usci chiusi: ogni volta che

ci tocca aprirne uno ci sentiamo

rimescolare o pel timore che sia

l'ultimo o per l'ansia di che cosa

nasconda.

_Lettera a Conti._ — OTTONE DI BANZOLE.

La candela si spegneva che già tra le persiane s'insinuava il bianco

dell'alba.

Mimy levossi sentoni: bisognava partire. Come accade sempre, anche ai

caratteri forti, nel momento di eseguire una risoluzione capitale, tutte

le riflessioni e i dubbi che ci lacerarono e si dispersero quando sorse,

riappaiono in tumulto urtandola d'ogni parte. L'anima ricade nella

agonia delle prime incertezze, ma se allora fu lunga e dolorosa, adesso

è affrettata e spasmodica. Si pensa con incredibile fretta, con più

fretta ancora si percorre ognuna delle vie che ci si aprono innanzi, si

procede, si indietreggia come una goccia d'acqua sopra un piano mobile.

Fuggire!

Quando la tempesta si placa, il marinaio lungi dal calmarsi tiene

l'occhio al mare con maggior trepidazione, poichè teme le ultime onde,

sempre le più terribili forse perchè le più libere; nelle tempeste delle

passioni non avviene altrimenti, e l'anima, che resistè allo

imperversare della burrasca, è spesso sprofondata nelle sue estreme

convulsioni.

Mimy stava immobile, poi balzò di letto: un'ultima onda la sospinse in

alto mare.

Prese il manicotto, si assicurò che non vi mancasse il giornale, guardò

la lettera per Carlo, il biglietto per Giulietta, li pose sopra il

cofano delle gioie, girò attorno un ultimo sguardo e soffocando un

sospiro, come il marinaio soffocherebbe volentieri il vento della

tempesta che vuole soffiare ancora quando questa è ormai quietata, si

mosse davvero fuggendo; ma nel gabinetto frenò il passo. L'uscio aveva

fatto rumore: proseguì. Il canarino le gittò uno dei soliti gorgheggi

senza finirlo; poveretto! la padrona non udì nemmeno quel saluto. Aprì

cautamente la porta della sala, sempre sulla punta dei piedi e col cuore

che palpitava da scoppiarle giunse all'altra dell'appartamento.

Tirandone il catenaccio, che non stridè, le parve di cadere... C'era

ancor tempo per retrocedere: dove andava? Fece un ultimo sforzo, il più

faticoso in quella sfinitezza, oltrepassò la soglia e giù per le scale a

furia. Per fortuna la casa non aveva portinaio, uno dei pochi comodi

delle case di Bologna, e così non ebbe a fingere una andatura più calma

dinanzi a questo personaggio inventato dai borghesi. Al medio evo la

sentinella, adesso il portinaio.

Per strada girava ancora poca gente, niuno le badò; ma col moto

l'interna agitazione le si venne calmando. S'avvide di camminare con

soverchia bizzarria: si abbassò il velo sul volto e, componendo la

persona alla solita eleganza, proseguì come se invece di fuggire

passeggiasse.

Mimy abitava in via San Felice, onde nel passare dinanzi all'Hôtel Brun

vide uscirne una folla chiassosa, e tremò. Aveva riconosciuto la

principessa di San Marciano con tre altre signore e molti giovani tutti

ancora in costume da ballo. Bisognava che avessero fatta baldoria tutta

la notte e fossero alquanto avvinazzati per permettersi in provincia una

simile scappata.

Mimy allungò il passo, ma s'intese dietro chiamare da una voce.

Si fermò.

— Come mai a quest'ora e con questo abito? esclamò gaiamente la

principessa sollevandole il velo e accomodandoglielo sul cappellino.

— Mi pare che dovrei farla io questa domanda.

— Mi annoiavo, non sgridarmi, e ho pregata questi signori di divertirmi.

— Spero che ci saremo riusciti, interloquì spiritosamente uno di loro.

— V'ingannate. Vuoi venire con me? dopo aver cenato all'Hôtel Brun,

andiamo a far colazione dal mio giardiniere in campagna: lo metteremo

alla disperazione.

La risposta fu accolta con un hurrà.

— Grazie, balbettò.

— Non vieni! ma sentiamo, dove vai? l'abito nero... andresti in chiesa a

pregare per qualcuno?

— Che fosse in pericolo, aggiunse cortesemente una signora.

Tutti risero, ma la principessa si dolse della domanda indiscreta;

senonchè era già troppo tardi per respingere la cattiveria sguinzagliata

da quella allusione.

Mimy si sentì raccapricciare fra quel riso e per disgrazia arrossì

abbassando il capo come il condannato sul ceppo: attese.

Quell'abbattimento le giovò più del migliore spirito, perchè la gente ne

fu tocca e la principessa profittando del momento fe' cenno ad un

signore di chiamare i fiaccheri.

— Addio, Mimy; e accompagnandosele per pochi passi tanto per liberarla

dal gruppo: Dio ti salvi da incontri peggiori.

Ella non rispose, proseguì senza rivoltarsi, e fu bene, perchè avrebbe

veduto quegli allegri, che ridevano guardandole dietro.

La via non era lunga dall'Hôtel Brun a San Vitale, ma non ne poteva più;

le mancavano le ginocchia.

Cominciava a patire gli inconvenienti della sua risoluzione. Che cosa

avrebbe detto il mondo sapendo che si recava dalla marchesa, invece che

da Giorgio? La stravaganza della propria passione le apparve allora in

una luce così abbagliante che la acciecò. Non vide, non capì più: era

fra tenebre lacerate da baleni.

Fece tuttavia qualche passo vacillando. Per buona sorte si trovò presso

una chiesa; vi entrò.

Era deserta e piccina. Una lampada ardeva dinanzi all'altar maggiore,

un'altra più piccola sotto a una Madonna addolorata dalla rotella di

argento in capo, un manto d'argento addosso e sette spade nel petto dai

pomi luccicanti tratto tratto. Due vecchie pregavano inginocchiate

presso la panca, sulla quale s'assise; lo scaccino spazzava nell'ombra.

Nella chiesa durava un denso crepuscolo. Mimy aveva le vertigini.

La gente entrava nella chiesa e colla gente anche la luce. Due altre

vecchie vennero ad inginocchiarsi dietro la sua panca; poco dopo ne

arrivò una terza.

— Don Ignazio è uscito?

— Non ancora.

— Sapete la nuova? La Tuda è morta.

— Che! esclamarono ad un tempo le altre due.

— Sì: stamattina l'hanno trovata morta avvelenata nel letto: si è

ammazzata per quel bel mobile.

In quel punto suonò il campanello della messa.

— Beppe! colui che aveva comprato l'oratorio per farci una stalla?

— Ah! don Ignazio.

— Eh?

— Ah! dicevo: ammazzarsi perchè l'aveva piantata... invece di

ringraziare la Madonna della grazia. Figuratevi quella poveretta di sua

madre: i pianti stamattina. Voleva gettarsi dalla finestra. Già alla

Tuda ci voleva bene, perchè ti ricordi, Teresa? la Tuda non era mica

figlia del marito. Basta, povera Tuda! bisognerà dire tre paternostri

per la sua anima. Dicono che fosse gravida; sarà stato forse per la

vergogna che si è uccisa.

— Sì! bisognava vergognarsi prima: adesso si è dannata.

— Chi sa!

— Sfido io; andava sempre a spasso con lui. Una sera li trovai da San

Rocco: sua madre non ci badava. Già anche lei sempre alla finestra a

guardare l'oste.

Mimy ascoltava fremendo. Un'altra infelice che s'era uccisa per amore;

dunque non era lei sola ad arrischiare la vita... Tutto il mondo avrebbe

riso o parlato di lei come quelle tre vecchie, ma importavano ben poco

quelle risa e quelle mormorazioni nell'ora del sagrificio, mentre

l'abisso chiamava la vittima e la vittima chinandosi coraggiosamente a

guardare nell'abisso vi si precipitava...

Forse quella fanciulla, uccisasi per l'uomo che l'aveva ingannata, era

bella e pura. Calda l'anima di amore aveva aperto le braccia al primo

che passava e se lo era stretto sul cuore per comprimerne i battiti

troppo violenti, ma il brutale aveva odorati i fiori, poi rotto la

ghirlanda che lo legava... ed ella invece di raccoglierla di terra aveva

chiuso per sempre gli occhi. La morte non era dunque così brutta, se

quella fanciulla aveva osato darle il suo ultimo bacio! Adesso era

morta; era sul povero lettuccio e la folla passava sghignazzando sotto

le finestre; ma i pochi cuori sensibili, che l'avevano conosciuta,

pensavano forse con mesto rammarico al suo infelice destino e la

seguivano peregrinando collo spirito per le fantastiche regioni della

immortalità...

Le batteva il cuore; il suo coraggio si era finalmente desto. Se la vita

era un retaggio di sventura e bisognava trascinarla nel fango per

lasciarla ad un momento segnato cadere entro una fossa fiatosa, non era

meglio prenderla a due mani e arderla come un incenso al Dio del proprio

cuore? Che coloro, i quali nati nel pantano non potè scordarsene,

camminino sempre colla testa bassa, raccogliendovi ad uno ad uno i loro

giorni, come ciottoli... e sta bene. Ma gli altri usi a camminare colla

fronte levata non possono distorsi da una stella per raccogliere un

sasso, nè rammaricarsi quando la strada non prosegua oltre l'ultima orma

che v'impressero cadendo... Che cosa era mai morire per la marchesa se

Tuda, una fanciulla volgare, era morta per Beppe?

Intanto che si esaltava in questi pensieri, don Ignazio era uscito colla

messa, e le vecchie erano andate ad inginocchiarsi alla piccola

balaustra dell'altare. La gente cresceva: qualcuno cominciava ad

osservare quella signora seduta indivotamente, mentre tutti stavano in

ginocchio. Ella se ne accorse e già infastidita dal monotono borbottio

del prete, e dallo stridente rispondere del chierico, uscì.

Profondamente commossa, aveva bisogno di moto e più ancora di fretta. La

mattinata era splendida, il cielo azzurro, l'aria tepida dallo scirocco:

poca gente girava ancora.

Mimy si affrettò. A quest'ora Carlo poteva essere alzato e Giulietta

discesa ad origliare alla camera della padrona... Se Carlo la

raggiungesse tuttavia per strada!

Questa paura le fece ancora più studiare il passo. Sfiancando dalle due

torri scorse subito il palazzo Fantuzzi. Pochi passi e sarebbe là

dentro: un nuovo tumulto di fremiti e di idee la sconvolse.

Le finestre del primo piano erano tutte aperte: così presto! Forse che

lì pure non avrebbero dormito?

Mimy camminava sotto il portico, ma discendendone i pochi gradini

dirimpetto al palazzo ebbe quasi a cadere; v'entrò correndo; il

portinaio non la vide. Allora collo stesso impeto si lanciò per lo

scalone: i capi ne erano lunghi. Anelando, ansando giunse alla porta e

vi si aggrappò per reggersi in piedi tirando il cordone. La porta si

aperse quasi istantaneamente.

— Ah! e Sulema rimase incantata davanti a Mimy.

Questa si fe' rossa.

— La signora marchesa... E si fermò per trarre il respiro; la confusione

le impediva le parole. Non sapeva più che cosa dire, nè perchè fosse

venuta.

Sulema attese.

— La signora marchesa... è in casa?

— Sì.

— Potrei vederla un momento? disse a precipizio.

— Non so: ha ordinato di lasciarla sola e di non ricevere nessuno.

— Mio Dio!... e si mise una mano sul cuore.

— Ma forse per lei farà una eccezione: in ogni caso, se avrò

disobbedito, spero di essere perdonata.

L'invitò ad entrare. Traversarono l'anticamera ridotta a capanna e Mimy

tornò ad arrossire osservando la porta del fatale gabinetto; passarono

pel salone ancora in disordine e si fermarono in un salottino assai

elegante.

— Che cosa debbo dire alla signora marchesa?

Mimy si grattò il capo come un fanciullo: tremava a verga a verga.

— Aspettate, e traendosi di tasca il taccuino ne staccò un foglietto e

colla matita, che le pendeva alla catenella dell'oriuolo, scrisse:

«Non sono innocente, però prima di condannarmi ascoltatemi: dirò tutto e

poi farete di me quello che vi parrà... Ma se la mia colpa non è più

grande del vostro cuore ascoltatemi.

«MIMY.»

Piegò il biglietto e glielo consegnò.

Sulema partiva.

— No: pigliate anche questo, e le diede dal manicotto il giornale.

L'araba uscì, ed ella cadde sospirando sopra una sedia.

Al di là: romanzo · 第 55 / 66 题