La vita rassomiglia ad una fuga di
stanze cogli usci chiusi: ogni volta che
ci tocca aprirne uno ci sentiamo
rimescolare o pel timore che sia
l'ultimo o per l'ansia di che cosa
nasconda.
_Lettera a Conti._ — OTTONE DI BANZOLE.
La candela si spegneva che già tra le persiane s'insinuava il bianco
dell'alba.
Mimy levossi sentoni: bisognava partire. Come accade sempre, anche ai
caratteri forti, nel momento di eseguire una risoluzione capitale, tutte
le riflessioni e i dubbi che ci lacerarono e si dispersero quando sorse,
riappaiono in tumulto urtandola d'ogni parte. L'anima ricade nella
agonia delle prime incertezze, ma se allora fu lunga e dolorosa, adesso
è affrettata e spasmodica. Si pensa con incredibile fretta, con più
fretta ancora si percorre ognuna delle vie che ci si aprono innanzi, si
procede, si indietreggia come una goccia d'acqua sopra un piano mobile.
Fuggire!
Quando la tempesta si placa, il marinaio lungi dal calmarsi tiene
l'occhio al mare con maggior trepidazione, poichè teme le ultime onde,
sempre le più terribili forse perchè le più libere; nelle tempeste delle
passioni non avviene altrimenti, e l'anima, che resistè allo
imperversare della burrasca, è spesso sprofondata nelle sue estreme
convulsioni.
Mimy stava immobile, poi balzò di letto: un'ultima onda la sospinse in
alto mare.
Prese il manicotto, si assicurò che non vi mancasse il giornale, guardò
la lettera per Carlo, il biglietto per Giulietta, li pose sopra il
cofano delle gioie, girò attorno un ultimo sguardo e soffocando un
sospiro, come il marinaio soffocherebbe volentieri il vento della
tempesta che vuole soffiare ancora quando questa è ormai quietata, si
mosse davvero fuggendo; ma nel gabinetto frenò il passo. L'uscio aveva
fatto rumore: proseguì. Il canarino le gittò uno dei soliti gorgheggi
senza finirlo; poveretto! la padrona non udì nemmeno quel saluto. Aprì
cautamente la porta della sala, sempre sulla punta dei piedi e col cuore
che palpitava da scoppiarle giunse all'altra dell'appartamento.
Tirandone il catenaccio, che non stridè, le parve di cadere... C'era
ancor tempo per retrocedere: dove andava? Fece un ultimo sforzo, il più
faticoso in quella sfinitezza, oltrepassò la soglia e giù per le scale a
furia. Per fortuna la casa non aveva portinaio, uno dei pochi comodi
delle case di Bologna, e così non ebbe a fingere una andatura più calma
dinanzi a questo personaggio inventato dai borghesi. Al medio evo la
sentinella, adesso il portinaio.
Per strada girava ancora poca gente, niuno le badò; ma col moto
l'interna agitazione le si venne calmando. S'avvide di camminare con
soverchia bizzarria: si abbassò il velo sul volto e, componendo la
persona alla solita eleganza, proseguì come se invece di fuggire
passeggiasse.
Mimy abitava in via San Felice, onde nel passare dinanzi all'Hôtel Brun
vide uscirne una folla chiassosa, e tremò. Aveva riconosciuto la
principessa di San Marciano con tre altre signore e molti giovani tutti
ancora in costume da ballo. Bisognava che avessero fatta baldoria tutta
la notte e fossero alquanto avvinazzati per permettersi in provincia una
simile scappata.
Mimy allungò il passo, ma s'intese dietro chiamare da una voce.
Si fermò.
— Come mai a quest'ora e con questo abito? esclamò gaiamente la
principessa sollevandole il velo e accomodandoglielo sul cappellino.
— Mi pare che dovrei farla io questa domanda.
— Mi annoiavo, non sgridarmi, e ho pregata questi signori di divertirmi.
— Spero che ci saremo riusciti, interloquì spiritosamente uno di loro.
— V'ingannate. Vuoi venire con me? dopo aver cenato all'Hôtel Brun,
andiamo a far colazione dal mio giardiniere in campagna: lo metteremo
alla disperazione.
La risposta fu accolta con un hurrà.
— Grazie, balbettò.
— Non vieni! ma sentiamo, dove vai? l'abito nero... andresti in chiesa a
pregare per qualcuno?
— Che fosse in pericolo, aggiunse cortesemente una signora.
Tutti risero, ma la principessa si dolse della domanda indiscreta;
senonchè era già troppo tardi per respingere la cattiveria sguinzagliata
da quella allusione.
Mimy si sentì raccapricciare fra quel riso e per disgrazia arrossì
abbassando il capo come il condannato sul ceppo: attese.
Quell'abbattimento le giovò più del migliore spirito, perchè la gente ne
fu tocca e la principessa profittando del momento fe' cenno ad un
signore di chiamare i fiaccheri.
— Addio, Mimy; e accompagnandosele per pochi passi tanto per liberarla
dal gruppo: Dio ti salvi da incontri peggiori.
Ella non rispose, proseguì senza rivoltarsi, e fu bene, perchè avrebbe
veduto quegli allegri, che ridevano guardandole dietro.
La via non era lunga dall'Hôtel Brun a San Vitale, ma non ne poteva più;
le mancavano le ginocchia.
Cominciava a patire gli inconvenienti della sua risoluzione. Che cosa
avrebbe detto il mondo sapendo che si recava dalla marchesa, invece che
da Giorgio? La stravaganza della propria passione le apparve allora in
una luce così abbagliante che la acciecò. Non vide, non capì più: era
fra tenebre lacerate da baleni.
Fece tuttavia qualche passo vacillando. Per buona sorte si trovò presso
una chiesa; vi entrò.
Era deserta e piccina. Una lampada ardeva dinanzi all'altar maggiore,
un'altra più piccola sotto a una Madonna addolorata dalla rotella di
argento in capo, un manto d'argento addosso e sette spade nel petto dai
pomi luccicanti tratto tratto. Due vecchie pregavano inginocchiate
presso la panca, sulla quale s'assise; lo scaccino spazzava nell'ombra.
Nella chiesa durava un denso crepuscolo. Mimy aveva le vertigini.
La gente entrava nella chiesa e colla gente anche la luce. Due altre
vecchie vennero ad inginocchiarsi dietro la sua panca; poco dopo ne
arrivò una terza.
— Don Ignazio è uscito?
— Non ancora.
— Sapete la nuova? La Tuda è morta.
— Che! esclamarono ad un tempo le altre due.
— Sì: stamattina l'hanno trovata morta avvelenata nel letto: si è
ammazzata per quel bel mobile.
In quel punto suonò il campanello della messa.
— Beppe! colui che aveva comprato l'oratorio per farci una stalla?
— Ah! don Ignazio.
— Eh?
— Ah! dicevo: ammazzarsi perchè l'aveva piantata... invece di
ringraziare la Madonna della grazia. Figuratevi quella poveretta di sua
madre: i pianti stamattina. Voleva gettarsi dalla finestra. Già alla
Tuda ci voleva bene, perchè ti ricordi, Teresa? la Tuda non era mica
figlia del marito. Basta, povera Tuda! bisognerà dire tre paternostri
per la sua anima. Dicono che fosse gravida; sarà stato forse per la
vergogna che si è uccisa.
— Sì! bisognava vergognarsi prima: adesso si è dannata.
— Chi sa!
— Sfido io; andava sempre a spasso con lui. Una sera li trovai da San
Rocco: sua madre non ci badava. Già anche lei sempre alla finestra a
guardare l'oste.
Mimy ascoltava fremendo. Un'altra infelice che s'era uccisa per amore;
dunque non era lei sola ad arrischiare la vita... Tutto il mondo avrebbe
riso o parlato di lei come quelle tre vecchie, ma importavano ben poco
quelle risa e quelle mormorazioni nell'ora del sagrificio, mentre
l'abisso chiamava la vittima e la vittima chinandosi coraggiosamente a
guardare nell'abisso vi si precipitava...
Forse quella fanciulla, uccisasi per l'uomo che l'aveva ingannata, era
bella e pura. Calda l'anima di amore aveva aperto le braccia al primo
che passava e se lo era stretto sul cuore per comprimerne i battiti
troppo violenti, ma il brutale aveva odorati i fiori, poi rotto la
ghirlanda che lo legava... ed ella invece di raccoglierla di terra aveva
chiuso per sempre gli occhi. La morte non era dunque così brutta, se
quella fanciulla aveva osato darle il suo ultimo bacio! Adesso era
morta; era sul povero lettuccio e la folla passava sghignazzando sotto
le finestre; ma i pochi cuori sensibili, che l'avevano conosciuta,
pensavano forse con mesto rammarico al suo infelice destino e la
seguivano peregrinando collo spirito per le fantastiche regioni della
immortalità...
Le batteva il cuore; il suo coraggio si era finalmente desto. Se la vita
era un retaggio di sventura e bisognava trascinarla nel fango per
lasciarla ad un momento segnato cadere entro una fossa fiatosa, non era
meglio prenderla a due mani e arderla come un incenso al Dio del proprio
cuore? Che coloro, i quali nati nel pantano non potè scordarsene,
camminino sempre colla testa bassa, raccogliendovi ad uno ad uno i loro
giorni, come ciottoli... e sta bene. Ma gli altri usi a camminare colla
fronte levata non possono distorsi da una stella per raccogliere un
sasso, nè rammaricarsi quando la strada non prosegua oltre l'ultima orma
che v'impressero cadendo... Che cosa era mai morire per la marchesa se
Tuda, una fanciulla volgare, era morta per Beppe?
Intanto che si esaltava in questi pensieri, don Ignazio era uscito colla
messa, e le vecchie erano andate ad inginocchiarsi alla piccola
balaustra dell'altare. La gente cresceva: qualcuno cominciava ad
osservare quella signora seduta indivotamente, mentre tutti stavano in
ginocchio. Ella se ne accorse e già infastidita dal monotono borbottio
del prete, e dallo stridente rispondere del chierico, uscì.
Profondamente commossa, aveva bisogno di moto e più ancora di fretta. La
mattinata era splendida, il cielo azzurro, l'aria tepida dallo scirocco:
poca gente girava ancora.
Mimy si affrettò. A quest'ora Carlo poteva essere alzato e Giulietta
discesa ad origliare alla camera della padrona... Se Carlo la
raggiungesse tuttavia per strada!
Questa paura le fece ancora più studiare il passo. Sfiancando dalle due
torri scorse subito il palazzo Fantuzzi. Pochi passi e sarebbe là
dentro: un nuovo tumulto di fremiti e di idee la sconvolse.
Le finestre del primo piano erano tutte aperte: così presto! Forse che
lì pure non avrebbero dormito?
Mimy camminava sotto il portico, ma discendendone i pochi gradini
dirimpetto al palazzo ebbe quasi a cadere; v'entrò correndo; il
portinaio non la vide. Allora collo stesso impeto si lanciò per lo
scalone: i capi ne erano lunghi. Anelando, ansando giunse alla porta e
vi si aggrappò per reggersi in piedi tirando il cordone. La porta si
aperse quasi istantaneamente.
— Ah! e Sulema rimase incantata davanti a Mimy.
Questa si fe' rossa.
— La signora marchesa... E si fermò per trarre il respiro; la confusione
le impediva le parole. Non sapeva più che cosa dire, nè perchè fosse
venuta.
Sulema attese.
— La signora marchesa... è in casa?
— Sì.
— Potrei vederla un momento? disse a precipizio.
— Non so: ha ordinato di lasciarla sola e di non ricevere nessuno.
— Mio Dio!... e si mise una mano sul cuore.
— Ma forse per lei farà una eccezione: in ogni caso, se avrò
disobbedito, spero di essere perdonata.
L'invitò ad entrare. Traversarono l'anticamera ridotta a capanna e Mimy
tornò ad arrossire osservando la porta del fatale gabinetto; passarono
pel salone ancora in disordine e si fermarono in un salottino assai
elegante.
— Che cosa debbo dire alla signora marchesa?
Mimy si grattò il capo come un fanciullo: tremava a verga a verga.
— Aspettate, e traendosi di tasca il taccuino ne staccò un foglietto e
colla matita, che le pendeva alla catenella dell'oriuolo, scrisse:
«Non sono innocente, però prima di condannarmi ascoltatemi: dirò tutto e
poi farete di me quello che vi parrà... Ma se la mia colpa non è più
grande del vostro cuore ascoltatemi.
«MIMY.»
Piegò il biglietto e glielo consegnò.
Sulema partiva.
— No: pigliate anche questo, e le diede dal manicotto il giornale.
L'araba uscì, ed ella cadde sospirando sopra una sedia.