Josè, repondit-elle, tu me demandes
l'impossible: je ne t'aime plus, tu
m'aimes encore... Je pourrais bien
encore te faire quelque mensonge, mais
je ne veux pas m'en donner la peine.
_Carmen._ — MERIMÉE.
— Il mio giornale! esclamò udendo rumore nell'anticamera.
— Il vostro giornale... ripetè la marchesa, fissandola con occhio
scrutatore.
— Datemelo, datemelo! insisteva torcendosi le mani con aria di sì
pietosa desolazione, che lo ottenne; ma quasi troppo tardi, che potè
appena insinuarlo nel cassetto, mentre Carlo e Giorgio scostavano il
cortinaggio della porta.
Si avanzarono sorridenti, Giorgio verso Mimy e Carlo verso la marchesa.
— V'ingannate, questa gli rispose ad un complimento susurratole a bassa
voce: ero venuta dalla signora Mimy, e la guardò che rimaneva seria al
saluto allegro e leggermente trionfale di Giorgio.
Vi fu d'ambo le parti uno scambio di insipidezze, e finalmente Elisa si
levò.
— Mi lasciate? le disse Mimy, accostandosele cogli occhi sbarrati.
— Sì: debbo provare una romanza giuntami stamane da Parigi: ritorno a
casa; d'altronde, sono stanca.
— Di me?
— Oh! non sono vostro marito, nè un avvocato io per stancarmi di una
persona così bella quando la possedessi.
E così parlando si riadattava il cappellino elegantissimo con una
orlatura di martora su velluto nero.
— Mi permettete di accompagnarvi? le chiese Carlo intanto che Mimy
andava a prenderle il manicotto da una poltroncina: ve ne prego,
aggiungeva sommessamente.
— Quando la signora Mimy lo permetta, e la fissò; ma la povera fanciulla
non sostenne l'occhiata e abbassò gli occhi accarezzando il manicotto.
Carlo e la marchesa si mossero.
— Ringraziatemi, le disse questa sorridendole un ultimo addio: non vi
lascio sola.
Mimy rimase colla tenda in mano e seguitò a guardare per la porta, che
l'altra era già scomparsa. Allora Giorgio, rimasto estraneo a questa
scena così indifferente d'aspetto e viva d'interesse, le si avvicinò
sulle punte dei piedi e abbracciandola strettamente per la cintura:
— Sola! ripetè, come l'eco dell'ultima parola della marchesa, della
quale s'intese la carrozza rotolare sordamente sulla strada nevosa.
Ella lo guardò senza rispondere.
Giorgio e Mimy erano dunque due amanti, poichè si avevano l'uno e
l'altra, e il mondo che incredibilmente vecchio è da lungo tempo
positivo, li avrebbe, conoscendoli, giudicati per tali — li conosceva e
così li giudicava: amanti non importa se di anima o solamente di corpo.
Ma in fatto Mimy non amava Giorgio, almeno come credeva che avrebbe
amato amando: ed egli invece l'amava meglio che non lo pensasse e
dicesse malgrado l'esaltazione di certe lettere ad Anselmo, che
sentivano la smania di autore. Quella donna era troppo delicata per
abbandonarsi con voluttà all'uragano di un amore maschile: la quercia si
rialza con sibilo beffardo sotto il soffio dell'aquilone, mentre la rosa
invece vi si sfoglia: la cavalla di razza s'inpenna superba sotto lo
sprone del cavaliere, ma l'agnella si accascierebbe se il pastore
volesse montarla: Giorgio in questo caso era il pastore.
Ella soffriva ancora più di questo secondo amore di Giorgio, che del
primo amore con Carlo.
Giorgio, essa lo ammetteva, era bello per un uomo: ingegno di filosofo,
cuore di poeta, eleganza di artista, una scioperataggine di epicureo,
una vita tempestosa sibbene vuota di avvenimenti: una agitazione
febbrile in tutte le azioni, una superiorità aristocratica su tutte le
persone, una disperazione latente che si scopriva tratto tratto in uno
slancio lirico: tutte queste qualità e questi difetti lo rendevano un
amante ideale e quasi da romanzo, molto più che a Bologna era il re
della moda e tutte le signore dell'alta società si disputavano la sua
corte o almeno un suo elogio — era bello nell'anima e anche nel corpo,
nonostante la mediocre purezza delle sue forme vaghe di quella
inesprimibile eleganza, che l'arte non ha saputo ancora rendere ed è la
più irresistibile di tutte le seduzioni: era bello e non lo amava: anzi
si dibatteva nel suo amore senza la forza di liberarsene.
Quella passione egualmente sfrenata nella voluttà che eccelsa nel
sentimento la commoveva a suo dispetto: il vento la investiva
sollevandola in alto in alto, ma appena quietava, ella ridiscendeva in
sè medesima e la coscienza la rimordeva di essere lo zimbello e il
carnefice di una passione non contraccambiata, dopo di aver tradito un
uomo per un altro uomo. Allora la bella infelice scoppiava in pianto, o
aprendo il giornale, di cui già leggemmo qualche pagina, cedeva al
prestigio del suo eterno pensiero di amore, e scriveva.
Nè a Giorgio, poeta e uomo di spirito, era sfuggita quella inquieta
preoccupazione.
— Mimy, le disse un giorno, che la sorprese in lagrime, Carlo ti rende
infelice: vuoi abbandonarlo? Andremo in Svizzera, starai sempre meco.
Senonchè Mimy per risposta si era sforzata a rattenere le lagrime e non
si era più mostrata piangendo.
Ma Giorgio non si appagò; stranamente infelice egli medesimo, ovunque
sospettasse un dolore nascosto lo perseguiva forse per una misteriosa
affinità, forse per l'egoismo di non essere solo a patire: e questa
volta la lusinga era tanto maggiore che, per servirci di una sua
espressione, quel dolore era un velo, dietro il quale si celava la parte
migliore di Mimy. Quindi le era sempre intorno per indovinarla, ma ella
se ne accorgeva, si schermiva, e come donna vinceva. Tutto era vano;
generalmente Mimy finiva col sorridere mestamente al suo armeggio, e
quando lo vedeva stanco, gli stringeva la mano per compenso e si
lasciava baciare.
Una volta egli toccò della marchesa, dicendole che ne era innamorata:
Mimy vi convenne troppo facilmente, ed egli non vi pensò altro.
In questa guisa durava da qualche tempo; il carnevale era vicino. La
marchesa veniva raramente da Mimy; Giorgio quasi ogni giorno e più di
una volta; Carlo non si accorgeva di nulla come marito e come innamorato
di Elisa, che lo teneva al guinzaglio come un orso, facendolo ballare
con un complimento o un epigramma. Ma già cominciava a susurrarsi di
questa simpatia dei due cugini, e poichè Mimy era molto bella e Giorgio
il re della moda, signore ed eleganti vi si interessavano mordendo così,
che con tutto il suo spirito egli stentava non poco a fronteggiare
quell'armata di calunnie e di pettegolezzi.
Ella non usciva più dal suo appartamento. Lo aveva tutto rinnovato con
gusto abbastanza artistico per la modica somma e una città come Bologna:
le pareti erano in mussoline persiane, le tende in lana, i mobili di
acajou e in seta, gli intagli non dorati; aveva un gabinetto color di
rosa, soffice, femminilmente soave, e una camera da letto di un azzurro
cupo e severo — ecco tutto: passava spesso le intere giornate nella
camera da letto seduta sopra una lunga poltrona ricamando, leggendo o
meditando.
Ogni giorno si faceva più pallida e più bella: molle della persona come
una Ondina, dimagrando insensibilmente perdeva in mollezza e guadagnava
in sentimento: e poichè l'istinto del bello e della civetteria è
inestinguibile nella donna, aveva cangiata pettinatura accomodandosi i
capelli lisci sulla fronte come le madonne e lasciandone cadere sulla
spalla un riccio mal inanellato o una treccia incompiuta.
In quella camera riceveva Giorgio. Aveva fermamente rifiutato i convegni
in un'altra casina, come sogliono usare gli amanti, perchè mettere
all'amore l'orario e il domicilio, le sarebbe parsa l'ultima
degradazione.
— Perchè non tieni qualche vaso di fiori? li ami tanto e ti somigliano
tanto! le aveva dimandato un giorno, che ella era più triste.
— Forse per vederli appassire con me?
— Sei troppa afflitta: non mi ami più.
— Avete pur detto che amo i fiori, e lo guarda con un sorriso, di cui lo
scherzo nascondeva male l'ironia.
— Non mi ami, aveva ripetuto, ed era uscito.
Quel giorno invece Giorgio era più allegro e innamorato del solito: la
teneva abbracciata sul divano e, coprendola di carezze palpitanti, si
fermava di quando in quando a guardarla come un artista: ma ella
inquieta non gli badava, anzi, ritraendosi troppo bruscamente ad un suo
atto, gli fe' battere la testa sul dosso del divano.
— Mimy! esclamò stupito.
Poi, lasciandosi scivolare, le si accovacciò a' piedi.
— Vediamo se hai cuore di respingermi; ti converrà farlo col piede, e
prendendogliene uno nel pugno, le trasse la pantofola di velluto cremisi
cogli orli di seta rossa e se la mise al di sopra della spalla sul
cuore. Non mi vuoi bene? non importa: ti amo per me e per te, e se il
tuo cuore è più piccolo del tuo piede, il tuo piede è così bello che mi
compenserà del tuo cuore. Cattiva! te lo leggo negli occhi — adesso, se
non mi odii, mi disprezzi: vuoi provare una voluttà veramente femminile?
calpestami. Sei abbastanza bella, così pettinata, per sembrare una
madonna: io farò da dragone. Calpestami: ti giuro che non proverò minore
voluttà di te: anche l'abbiezione, sai, ha la sua ebbrezza...
— Ma, Giorgio! mormorava cercando di ritrarre il piede.
— No.
— Sii ragionevole.
— O il piede o tutto.
— Il piede dunque, e le sfuggì un gesto di dispetto.
Giorgio si levò sulle ginocchia.
— Ma è proprio vero che non mi ami?
Mimy rivolse lo sguardo.
Giorgio si era fatto cupo, Mimy grave: le sedette a fianco, e con sforzo
visibile per parlare cominciò lentamente:
— Non mi avete dunque mai amato... è dunque vero? Qualche volta ne ho
dubitato, ma era un dubbio troppo atroce per potermivi fermare. Siate
almeno generosa... ditemi qual è il vostro ideale e vi prometto di
raggiungerlo. Ma queste parole sono stupide: voi, che non mi amate, ne
ignorate voi stessa il perchè. Lo so che sono brutto, senza gloria, che
non posso offrire nessuna corona alla vostra vanità — che siete troppo
bella per me... Mi amate! esclamò improvvisamente; non è vero che mi
amate?
E prendendole le mani la forzava a rispondere.
— Giorgio....
— Io voglio essere amato: lo esigo. Badate: mi attaccherò al vostro
amore come un naufrago: vi farò affondare meco se non mi amate.
— Questa la credete una minaccia?
Giorgio indietreggiò: lo sguardo di Mimy aveva una strana limpidezza.
— Spieghiamoci, disse dopo una pausa. Non mi amate?
— È vero.
— Che! e si cacciò le mani nei capelli spingendole il volto sotto il
volto.
Mimy resistette. Allora si levò e mosse qualche passo su e giù per la
stanza tutto sconvolto. La donna lo seguiva cogli occhi nè spaventata,
nè intenerita da quella esaltazione vicina alla follia. Poi egli si
calmò, almeno in apparenza, ed arrestandosele innanzi:
— Tutto sarà finito?
— Tutto.
— Impossibile!
— Questa volta vi sfido.
— E se mostrassi le vostre lettere a Carlo? è un'infamia, ma ne sarò
capace per conservarvi: mi siete indispensabile più della vita, più
dell'onore.
— Le ho firmate appositamente.
— Non mi sferzate: sarò capace di tutto se mi abbandonate.
— Minacciate?... riprese Mimy pigliando forza dalla resistenza. Tanto
meglio! mostrategliele quelle lettere, proseguiva con voce sibilante, e
aspettate a mostrargliele in un giorno di cattivo umore: egli non avrà
il coraggio di uccidermi, nè voi quello del suicidio, quando non sarete
più il mio amante.
— E chi lo sarà in vece mia?
— Nessuno.
— Non amate?
— Amo.
— Chi? il suo nome? parola di gentiluomo giuro di rispettare il segreto.
— Amo una donna, e scoppiò a ridere nervosamente, abbandonandosi sul
divano col viso nelle palme.
A questa scappata, che suppose una beffa, così il riso l'accompagnava,
Giorgio fe' un atto di disperazione.
— Non insultate, Mimy; perchè mi uccidete.
— Senza farvi morire. Voi parlate sempre di morire e siccome avete
ingegno ne parlate bene, ma avete più senno e non ne fate nulla. Andate
là che non mi avete mai amata e non soffrirete molto: vi lamentate
troppo per essere infelice: il dolore è muto.
Mimy era sfinita da questa scena, la più violenta della sua vita, e si
accasciò sopra sè stessa.
Era meravigliata della propria energia.
— Ah! non vi amo, ruggì Giorgio: datemi un bacio.
— No.
— Datemelo... ebbene, aspettate: corse alla stufa, ne apri lo sportello,
vi mise dentro la mano guantata, e afferrando un carbone acceso se lo
pose sull'altra palma: poi ritornando a lei, spaventata da quella nuova
pazzia:
— Il bacio! esclamò pallido di passione e forse anche di spasimo: vi
prometto di lasciarmi spegnere questo carbone sulla mano: e il guanto
riarso lasciava già scoperta la pelle.
Mimy si levò per farglielo gittare, ma egli cingendola col braccio
libero ed allontanando l'altro le impresse un bacio sulla bocca, lungo,
disperato; le carni fumavano senza che vi badasse, e Mimy commossa da
quella prova di amore s'imbiancava in volto, socchiudendo gli occhi.
— Mi amerai?
— No.
— Lo voglio,
— No.
— Guarda: e riafferrando il carbone, che ardeva tuttora sul tappeto:
guarda, ripetè, e se lo insinuò nel corpetto: adesso vienimi sul petto e
schiacciamelo nelle carni: ti lascerò quando sarà spento: e
accompagnando le parole col fatto le gittò improvvisamente le braccia
alla cintura e strappando robustamente la rovesciò sul tappeto.
— Cavati quel carbone.
— No: se non cedi.
— Giorgio!
— T'amo.
— Giorgio!
Senonchè il dolore fu più forte della volontà, e pigliando il carbone al
di sopra del corpetto dovette soffocarlo, mentre Mimy anelante, vinta,
cessava di resistere.
Dieci minuti dopo ella gli prestava il fazzoletto di battista finamente
ricamato per fasciare una piaga nerastra al costato sinistro e apriva le
finestre, perchè esalasse il puzzo di bruciato.
Giorgio pareva un cadavere.
— Addio, le disse tendendole la mano in un abbattimento mortale.
— Addio...
Egli uscì tenendosi una mano sulla ferita: ella rimase in mezzo al
gabinetto.
— Partirà, mormorò cacciandosi le mani nei capelli; poi abbassando la
voce quasi per non udirla essa medesima:
— Vile! un altro spergiuro.