A. MIMY.

Hier couché à tes pieds je reposais la tête sur le doux coussin de tes

genoux, et savourant ton beau sein mes yeux se baignaient de volupté et

de douleur.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Les tresses blondes des cheveux se tenaient immobiles sur ton cou, et

l'envie me rongeait le cœur. J'aurait payé leur place avec des jours

de jeunesse pour enfouir mes regardes dans les bouffes de ton collet,

blanc comme ta peau et aussi parfumé.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Mimy, tu es belle, mais les statues des tombeaux sont aussi belles et

sans cœur: ta froideur me glace la vie dans le veines, et ma pauvre

ame se meurt dans l'atroce delice de tes baisers sans amour.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Mimy, tu es belle, mais la jeunesse galoppe et la poussiere de la route

retombe blanche sur ses cheveux: aimons jeunes et vivons d'amour comme

la fleur de soleil et l'abeille des fleurs.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

— Galoppi, galoppi, mormorò con accento di profonda tristezza: quando

sarò vecchia avrò cessato di amare e di soffrire.

E seguitò leggendo.

«Ieri notte mi parve di incontrare il raggio di quella stella, che amai

bambina. Oh! la brillante amica aveva ancora il suo fulgido sorriso, ma

la povera Mimy non potrebbe più ricambiarglielo. Bella nel suo azzurro,

fra il suo popolo di stelle, eternamente, immutabilmente bella, il suo

pallido viso, mi pareva proprio che avesse un viso, mi cercava con

affetto di amica: i suoi capelli di una luce pallidamente bionda

tremavano come agitati dal vento... Oh! la mia stella, non guardarmi

neppur tu, perchè tu pure non mi riconosceresti... «Ciò che potrei dirti

adesso è troppo diverso da quanto altre volte ti dissi nelle mie notti

verginali, la tua luce è troppo pura per i pensieri che mi affaticano la

mente; il tuo sorriso non può riposarsi sulla fronte di un'adultera.

Solo quando sarò morta e il mio corpo ridiverrà puro divenendo cadavere,

quando chiusa nella cassa di abete non potrò più rivederti... allora

ripensa alla fanciulla, che un giorno ti amava e vieni a visitare la sua

tomba — non sentirò più la pietà del tuo raggio, non importa! vieni

egualmente, riposati sul mio sasso e compiangimi.

«Dio, perdonami l'audacia del lamento, ma fu errore farmi nascere donna!

Perchè creare un giglio e riempirne il calice di profumi e di rugiade

per satollarne il grifo dei porci? Perchè macchiare di tinte così belle

il dosso della mosca e darle un'anima così allegra per perderla poi

nella rete del ragno?

«Povera la mia bellezza, il solo amore che mi consolava! Talora vorrei

quasi avvolgermi le treccie al collo e strangolarmi... rendermi almeno

orribile, schiacciandomi il viso, e invece il dolore, spietato come un

uomo, mi fa più bella. Se domani mi levassi brutta come Carlo, la

marchesa proverebbe un fiero dolore, ma si consolerebbe perchè nulla più

della bruttezza toglie la poesia al dolore e non si può essere più

fedele a un mostro che ad un cadavere; si consolerebbe con un'altra

fanciulla più bella, e nel fondo della mia miseria potrei confortarmi

della sua felicità. Invece se apprenderà che l'ho tradita per Giorgio,

posponendo lei bella come deve esserlo Dio per contentare i propri

angeli, ad un uomo il quale malgrado ogni orgoglio le si confessa

inferiore: che la ho tradita dopo essermele tacitamente promessa...

nella giusta amarezza del suo amore dovrà maledirmi... e le avrò aperto

nel cuore una piaga insanabile.»

Si arrestò pensierosa: sulla fronte contratta le passò una nuvola bruna.

Era sola nel suo gabinetto, vestita di un'ampia vesta azzurra, coi

cordoni pendenti sui fianchi, senza nè orlature, nè ricami: così la

pallidezza del suo viso e il biondo de' suoi capelli parevano più vivi.

Sembrava molto più bella ed afflitta che al tempo della villeggiatura.

Entrò Giulietta annunciando la marchesa di Monero.

— Non è possibile!

— Ma oggi è giorno di ricevimento! rispose la cameriera meravigliata di

quella meraviglia e del rossore, che le aveva colorate improvvisamente

le smorte guance.

È necessario sapere che a Bologna ogni famiglia borghese e anche

qualcuna che non lo è, consacra un giorno della settimana al

ricevimento, magnifica parola che odora di corte; e quindi la padrona si

veste colla massima eleganza, accende la stufa nell'inverno, socchiude

le imposte nell'estate e aspetta seduta nella sua poltrona

coll'indolenza di un dio indiano gli omaggi e le dissertazioni degli

avventori sull'ultima neve, sul caldo insopportabile, sul prezzo di un

abito alla moda comprato da una signora o sopra un voto del consiglio

comunale circa le scuole o la nettezza pubblica, se la signora si occupi

di alta politica.

— La marchesa! ripetè Mimy levandosi; ma in quella la marchesa

presentavasi sulla soglia dietro Giulietta, che si ritirò per lasciarla

passare.

Si mossero incontro; Mimy sempre arrossendo s'imbarazzava sino a

dimenticare i più volgari convenevoli; ma la marchesa parve non

avvertire quel disordine e, sedendosi sul divano, obbligò Mimy a

seguirla.

— Vi ricordate l'ultima volta che sono venuta? le chiese colla sua voce

più limpida.

— Un mese oggi.

— Avete un'eccellente memoria; e la guardava fisa, ma il suo sguardo,

nel quale un fino osservatore avrebbe distinto una certa durezza mal

definibile, s'intenerì a quel pallore tanto spento e allo sguardo di

quegli occhi cerulei, ai quali un tenue cerchio turchino accresceva il

fascino melanconico.

— Forse che sareste ammalata o lo foste?

— No.

— Eppure vi trovo deperita.

— Può darsi, mormorò lentamente.

— Che cosa pensereste, riprese la marchesa, se fossi venuta a dirvi che

parto?

— Quando?!

— Forse a giorni.

— Partite...

— Vi pare strano?

— Oh! a me... Impallidì ancora più e le cadde la testa sul petto, senza

moto.

— E va bene, disse poi sordamente, alzandosi quasi per dissimulare

l'emozione. Le tese la mano.

— Mi salutate! Avete dunque fretta che parta?

A queste parole piuttosto scherzose che ironiche Mimy accennò di

svenire: una nube le passò sulla fronte, socchiuse gli occhi e sarebbe

caduta se la marchesa non la reggeva per la mano: però fu un lampo: con

uno sforzo violento si rimise e liberandosi la mano:

— Io sarò forse deperita, ma voi, signora marchesa, siete diventata

cattiva.

La marchesa fe' un gesto di trionfo, che l'altra non vide essendosi

rivolta alla finestra per nascondere una lagrima.

Un impaccio stravagante pesava sul loro dialogo, come fossero ognuna

malcontenta dell'altra o temessero di passar oltre scendendo alle

confidenze: parlavano ad intervalli e a stento: ogni parola era una

allusione, un baleno che sfuggiva ad una nuvola carica di elettrico. La

conversazione si riappiccò, o meglio la marchesa cominciò a parlare

colla solita disinvoltura, ma i discorsi le venivano suo malgrado

malinconici: sorrideva e non finiva il sorriso, e dopo qualche minuto

ancora di sforzi le parole si fecero più rare e più scure.

— Non ritornerete mai più, le rispose Mimy a una domanda sul vicino

carnevale.

— E se ciò fosse, credete che molte persone mi faranno la medesima

domanda o la ripeteranno quando sarò partita? Bologna è una città ben

brutta, sebbene il signor Thiers dica che è ben costruita, e le sue

donne sono degne della città: vi ha certo qualche eccezione, la

principessa di San Marciano, la marchesina Del Pino, ma Bologna è una

città che si può lasciare senza rammarico, quando nessuno in essa vi

ricordi.

— Nessuno: ne siete sicura?

— Mio Dio, no: certo si parlerà un pezzo di me, de' miei equipaggi,

della mia mora: si pretenderà di conoscere la mia vita, s'inventeranno

forse romanzi sul mio conto, poi un altro scandalo, perchè qui io sono

uno scandalo, verrà a rubarmi l'attenzione degli oziosi: sarò una

ricordanza che si richiama per un paragone, per un frizzo... poi non

sarò più nulla.

Mimy si strinse la fronte.

— Avete ragione, e accentuava singolarmente le sillabe: è una follia

pretendere di fare sopra un'anima, per quanto grande, tale impressione

che solo la morte la cancelli... eppure è una ingiustizia! Che siamo

passeggiere sulla terra, poco importa; il mondo non è abbastanza bello

per inspirare il desiderio della immortalità, ma che le passioni siano

in noi passeggiere, che nella vita non possiamo attaccarci solidamente a

un amore, a una speranza...; ma allora spiegatemelo voi, — insisteva con

una esaltazione crescente, — voi, signora marchesa, che siete una donna

superiore, perchè il cuore crede alle passioni che sente e adora quelle

che desta, se queste morranno assai prima di quelle?

— Non so.

Poi si levò lentamente andando al tavolo sul quale era rimasto il

manoscritto, lo prese senza che l'altra assorta se ne avvedesse: e

leggendo ove prima le caddero gli occhi, pronunciò ad alta voce:

«Se un angelo venisse in una delle mie notti insonni a dirmi: Vuoi tu

amare sulla terra, e il tuo amore lo vuoi felice o infelice? Credo che

esiterei lungo tempo prima di rispondere, e forse non mi deciderei nè

per l'uno, nè per l'altro: vorrei che il mio amore fosse molto la

felicità della persona amata e quasi altrettanto la mia infelicità,

perchè nessuna passione deve essere più voluttuosa di soffrire e

sentirsi morire inebbriando l'amante.»

— È vostro questo pensiero? è pur delicato! e proseguì:

«Vorrei morire di questa passione, morire giovane, morire lentamente, ma

sopratutto morire bella, perchè l'amore dell'amante non si affievolisse

colla mia vita e consolasse il mio tramonto primaverile col voluttuoso

tepore del suo meriggio — vorrei morire innamorata per non sopravvivere

al mio amore e per farmi del suo il lenzuolo da riposarvi mollemente

tutta l'eternità. Moribonda, sorriderei fissandomi nel suo volto, come

un fiore s'incanta nel sole che lo ha ucciso a forza di baci. Bianca

sopra un letto tutto bianco, un po' scarna, i capelli un po' in

disordine, la mano secca e nervosa serrata nella sua: morire un vespero

senza nessun altro nella camera, nè rumori al di fuori, nè raggi di sole

che insultassero colla pompa del loro splendore alla calma di quel

silenzio e di quella ombria: morire per avere troppo amato, per aver

fatto troppo godere, per avere troppo goduto, non trovando modo di

espanderla la voluttà del vostro cuore: morire per seppellire seco tutti

i tesori di bellezza e di passione, per assaporare nella stanca

impotenza del senso la voluttà della morte dallo strazio dissimulato

dell'amante....»

Durante la lettura Mimy aveva più volte mutato di aspetto: il pallore

più spento, il rossore più vivo le si erano avvicendati fuggevolmente

sul viso; più d'una volta aveva dovuto mettersi una mano sul cuore per

frenarne i battiti troppo violenti ed impedire alla vita di smarrirsi:

anelante, esterrefatta seguiva cogli occhi gli occhi della marchesa,

tremando sempre che all'incontro di una parola si rivolgessero verso di

lei e l'interrogassero. Avrebbe sofferto non so cosa per distruggere

quel manoscritto, incauto confidente de' suoi dolori, ma la commozione

troppo violenta non le lasciava forza di strapparlo di mano alla

marchesa, nè tampoco di chiederglielo.

In quell'ansia Mimy perdeva la ragione, e ciò era tanto più spaventoso,

che nella faccia pareva calma, attonita nella marchesa.

Questa si rivolse, e abbassando il manoscritto con atto di

scoraggiamento:

— E dire, mormorò, chè un uomo avrà inspirato tanta poesia e tanta

passione ad un cuore di donna!

— Un uomo! ripetè scattando dal divano e accostandosele con passo quasi

di belva senza perdere di vista il manoscritto.

— Mi sarei ingannata, o sarei troppo indiscreta chiedendovi il suo nome?

Deve essere un uomo molto bello, perchè questa morte vagheggiata

tenendolo per mano non somigli ridicolmente a una morte volgare con un

marito o un prete al capezzale. Vorrei essere la vostra migliore amica

per sapere il suo nome.

— Il signor conte De-Vinci, rispose Giulietta affacciandosi dopo aver

bussato inutilmente alla porta.

Le due donne si scambiarono un'occhiata luminosa: la marchesa di

rimprovero, Mimy di disperazione.

— Non sono in casa per nessuno: mi pare che ve ne avevo avvisata.

E mentiva ingenuamente: quel giorno era di ricevimento.

— Scusi, signora, si scusò impaurita all'insolita maniera la fanciulla,

ma il signor conte è arrivato col signor Carlo, e mi hanno ordinato di

annunziarli.

Mimy abbassò il capo.

Al di là: romanzo · 第 44 / 66 题