Perchè le vedove sono più belle delle
fanciulle? Si è detto: l'amor vi passò:
Michelet corregge: l'amore vi è rimasto
— ne l'uno, nè l'altro. La superiorità
della vedova sulla fanciulla è la stessa
che del libertino sul collegiale,
giacchè l'ingenuità per quanto vezzosa
non vale lo spirito: e la vedova conosce
sè medesima e il mondo: è dotta nella
galanteria, artista nella voluttà.
Passando per tutti gli stadii della
vita, la sua personalità si fece
perfetta e adesso lusinga maggiormente
l'orgoglio della conquista. Una
fanciulla si prenderà forse per
sorpresa, una vedova bisogna pigliarla
di assalto: onde se la battaglia è per
l'uomo una necessità e una passione, val
meglio conquistare nella vedova una
città opulenta, che nella vergine un
villaggio alpestre e primitivo.
_La Donna_, Opere inedite. OTTONE DI BANZOLE.
Dappertutto l'amore è sempre l'amore: voce o eco, fiore o fronda, fiamma
o bracia, voluttà di sensi o voluttà di fantasia, passione di testa o
passione di cuore; dappertutto l'amore è sempre amore. Se la vita è un
sentiero, vi batte come ombra o come sole; e seduti o in cammino,
distratti o attenti, l'amore ci avviluppa e ci penetra — le sue vampe
saranno più o meno ardenti, la sua frescura più o meno viva, ma finchè
la nostra fronte può alzarsi verso il cielo non le evita, e nullameno
quelle non hanno fecondità, nè queste ristoro. I suoi raggi accendono la
febbre e offuscano gli occhi; le sue ombre addormentano la ragione e
intirizziscono la volontà: e l'amore diffuso intorno a noi come l'aria e
la noia, è necessario quanto l'una a mantenere la vita, quanto l'altra
ad irritarla.
Nulla al mondo, dacchè la intelligenza vi apparve e la parola vi suonò,
è stato più lodato dell'amore; la fantasia che prima lo adorava nel
senso lo prestò alle adorazioni della ragione; questa più matura lo
respinse e allora l'altra fattasi arte lo reimpose e vinse.
E dovunque l'amore, sempre l'amore — ieri come oggi, oggi come domani.
Statua di cristallo, che il sole fa luccicare, poichè luccica pare più
preziosa che di marmo, ma col tramonto del sole perde ogni seduzione:
eterna antinomia dell'amore, che non esiste se non stimandosi divino e
non è più nulla se cessi di essere voluttuoso! Togliete l'amore
all'anima, e le spegnete ogni luce; abbandonate l'anima all'amore, e la
sua vita invece di essere un cammino di conquista sulla terra, diviene
una gita inutile entro una gondola sulla corrente di un fiume — giovani,
amate coll'entusiasmo confidente del mattino; maturi, col torrido ardore
del meriggio: vecchi, colla tremula mestizia del vespero... e poi? Le
braccia che strinsero trepidanti lo stupendo fantasma si stringeranno
vuote al petto: avrete amato invano, invano goduto, invano sofferto, e
sedendovi sul margine della fossa che vi aspetta, mormorerete un'altra
parola egualmente vuota ed incomprensibile dell'amore — nulla! Povero ed
immutabile destino...
Ebbene, non importa — amate, amate tutto ciò che brilla, che sorride,
che canta: amate l'idea che s'invola, il fiore che odora, il vino che
freme, la donna che mente: amate il sole che vi matura per la tomba,
amate la natura che vi si ringiovanisce dintorno mentre invecchiate,
amate la bellezza che vi inebbria e non vi soddisfa, amate la vita che
vi fugge, amate la morte che vi cerca. Ah! amate, perchè l'amore è
oblio, e quando la tempesta imperversa e la nave scricchiola prossima a
scompaginarsi, piucchè una tavola cui rattenersi, sarebbe il sonno un
dono inestimabile.
Forse l'amore non sarà che illusione, ma l'orizzonte esso pure non è
bello se non perchè una illusione — e l'illusione si deve contemplare,
non studiare! Non per nulla il poeta ci disse: che Dio ci vegliava
dietro le cortine del cielo: tutto che seduce è mistero, tutto che
veramente sublime è invisibile... — Perchè l'inno che incominciò col
singulto della beffa finisce adesso coi fremiti dell'entusiasmo? poeta,
poeta, la tua lira è più incostante della donna, e invece di tormentarla
colle dita convulse ti converrebbe assai meglio farne un guanciale alla
testa pazza e dormire...
La carrozza della marchesa era tappezzata di seta azzurra; la sua
atmosfera e il suo colore contrastavano così voluttuosamente col bianco
e col freddo della neve che l'avvocato assorto nel piacere di essere
vicino a quella donna non pensava quasi più. E siccome la neve
consigliava al passo le cavalle meklemburghesi, la lentezza del
procedere sembrava aumentare il significato di quel silenzio: la
marchesa stava rannicchiata in un angolo con una mano nel manicotto e
coll'altra sguantata accarezzandone il pelo.
— Ma signor Carlo, esclamò, m'impazientite!
Egli si scosse dalla sua posa volgare.
— Non sapete che tacere; forse per un avvocato sarà un merito singolare,
ma con una donna è noioso.
Carlo la guardò negli occhi per meglio comprendere, ma la luce
fosforescente di quelle pupille nella penombra lo abbagliò.
— È vero: vicino a voi, signora marchesa, mi riesce più facile tacere
che parlare.
— Forse tacendo mi sentireste meglio?
— Forse...
La marchesa si rizzò allora indolentemente sul busto ed appressandogli
il volto al volto lo fissò con intraducibile espressione. Carlo fremette
ed ella socchiudendo gli occhi, quasi le sfuggissero le parole:
— Forse! avreste dunque altrettanto cuore che ingegno?
— Ah! e voleva prenderle una mano, ma la marchesa erasi precipitata allo
sportello chiamando col dito un giovane signore, mentre coll'altra mano
tirava il cordone della livrea al cocchiere.
All'avvocato sfuggì una smorfia di dispetto.
— Signor marchese, ella diceva al giovanotto, cui aveva già dato la mano
senza pensare a ritirarla: a quando la nostra trottata?
— A quando vorrete, ma con questo tempo...
— Riuscirà più bella: romperemo la neve; l'avete pur rotta a piedi per
venire fin qui: e osservò la sua traccia.
Il giovane sorrise colla grazia di una donna e, voltandosi egli pure, le
accostò maggiormente il viso e le susurrò basso basso, che Carlo non
potè intenderlo.
— Mi romperei anche la testa per voi.
— Avreste torto, è troppo bella.
Indi:
— A domani mattina!
— L'ora?
— Sulle dieci.
— Verrò al vostro palazzo.
— No: ci troveremo fuori di porta Castiglione.
Il giovane le strinse la mano visibilmente lieto e si allontanò.
La marchesa si rigettò nel fondo della carrozza e il cocchiere spinse le
vigorose cavalle a un trotto serrato. Passarono sulla fronte del
Pavaglione, dal quale molti eleganti, che si annoiavano elegantemente in
quell'ora, salutarono con altrettanta affettazione che premura; quindi
voltarono pel Mercato di Mezzo, una specie di vicolo, e sfiancando dalle
due torri infilarono via San Vitale fino al palazzo Fantuzzi: un
palazzo, che non ha se non la facciata e barocca. Pochi saprebbero dire
a quale scuola appartenga la sua architettura, piccola e pesante: le
finestre vi sono quasi maggiori delle porte; sopra le finestre spiccano
rilevati varii elefanti grandi come un maiale colla solita torre sulla
schiena; il muro è scannellato, a quadroni come le colonne, e un
cornicione quasi leggiero e molti scudi qua e là non effigiati coronano
il tetto.
Salirono lo scalone signorile nell'ampiezza e pieno di statue di gesso;
quindi la marchesa fe' accompagnare l'avvocato da una cameriera nella
gran sala, dicendogli che tarderebbe poco a raggiungerlo. Egli traversò
due anticamere arredate con gusto molto antico e si fermò nella sala,
vasto stanzone del seicento ammobiliato con un lusso e una severità, che
il nostro secolo non conosce più. Il soffitto ad intagli ancora
vivamente dorati e seminati di rosoni s'apriva nel mezzo a nicchia per
accogliere una donna dorata, che sosteneva con braccio forse troppo
esile per sì enorme fatica un grosso lampadario di Murano; molti mobili
di quercia intagliati s'appoggiavano alle pareti o sorgevano nel mezzo:
mobili che avevano sfidato trionfalmente più di un secolo e più di una
moda — e trionfavano ancora, massime un divano, che sembrava guardare
compassionevolmente due piccole poltrone moderne di velluto: sui vasti
tavoli si alzavano più vasti e limpidissimi specchi riflettendo vasi e
statue di bronzo, ma fra tutti quei ricchi oggetti il più stupendo era
un orologio di ottone a torre fra molte copie in marmi rari delle rovine
del foro romano. Molti ritratti più preziosi nella cornice che nella
tela pendevano dalle pareti, e un gran camino di marmo nero si apriva di
contro alla porta, fra due finestre colle tende di damasco rosso e una
gran sedia da un lato più simile a un trono che a una cattedra. Il
salone ricco severo doveva diventare quasi fosco quando le tende
abbassate vi rabbuiavano la luce già scarsa.
Carlo, che vi era stato molte volte, non si guardò nemmeno attorno:
attese sfogliando un album.
Sentì entrare la marchesa e le mosse incontro.
— Non andrete a quel convegno? le domandò con ansia.
— Quale?
— Col marchese Del Pino.
— Ci andrò: una magnifica passeggiata sulla neve ancora vergine delle
vostre colline. Poi Del Pino ha spirito e, permettetemi, ciò a Bologna è
abbastanza raro perchè possa interessare.
— E se vi supplicassi di non andarci?
— Voi!...
L'avvocato trasalì.
— Vi offro un altro spettacolo; domani ho una bella causa all'Assise, un
mistero; una donna che adorava suo marito e che lo ha ucciso. L'accusata
è giovane, quasi ancor bella: è un gran carattere, perchè ha ricusato di
narrare la più piccola circostanza, e alle mie rimostranze, che il
silenzio poteva perderla, si è stretta nelle spalle. Io difendo la sua
testa: venite a sentirmi.
— Sperate di vincere?
— Sì, se venite.
— Fanciullo!
— Venite e vi giuro di essere eloquente. Quella donna è vittima di una
grande passione; non vi è più delitto dove entra la passione. Io
svilupperò questa tesi, e i giurati, che sono uomini e non giudici, mi
daranno forse ragione. E si fermò quasi per afferrare i capi da svolgere
nella difesa. Se venite, forse le salverete la vita.
— Potrebbe essere un triste regalo.
— Del Pino, mormorò Carlo con uno scoraggiamento, nel quale sentivasi
tuttavia molto orgoglio, avrà dunque più spirito che io non abbia
ingegno!
La marchesa non rispose e si accomodò un riccio sulla fronte.
Chiusa nell'abito di velluto nero, la sua persona forse un po' pingue,
un difetto che avrebbe rapito di ammirazione Tiziano e Rubens, aveva in
quella attitudine una sveltezza assolutamente nuova, che la ringiovaniva
senza farle perdere i pregi della maturità: un collo stupendo, il seno
gonfio, la forma di un braccio che si disegnava, un piccolo piede che
spuntava dalla veste, e due mani così morbide e nervose, che
promettevano carezze insopportabili nella voluttà — e dal volto una
espressione di saffica poesia, che le pioveva sul corpo avvolgendolo
come in una luce... Era impossibile guardarla, esserle vicino, toccare
colle pupille l'opaco pallore di quelle carni, sfiorare il turgore di
quel seno, contemplare quella faccia così nobile e così cortigiana e non
amarla subito, irresistibilmente... Forse un osservatore abbastanza
vecchio per mantenersi calmo avrebbe sorpreso qualche civetteria nella
posa e qualche studio nella espressione, ma erano egualmente
irresistibili e bisognava sentirle anche non credendovi.
Carlo invece credeva.
Le prese audacemente una mano:
— Non lo amate, no?
— Amate! ripetè quasi svegliandosi da un sogno. Chi parla di amore?
siete voi!
— Sì: non lo amate?
— Amate! quale strana domanda! forse che nel mondo si vive e si muore di
amore? Si coglie un fiore, si odora, si gitta — ecco tutto, e voi
parlate di amore...
— Non lo amate? insisteva.
— E voi? gli rispose con un sorriso, nel quale lo scherzo non vinceva la
spossatezza voluttuosa.
Si fermarono.
— Io vi amo, soggiunse timidamente.
— Lo so.
— Non mi crederete?
— Mai.
La sua voce vibrò possente pronunciando questa parola, ma gli occhi non
l'imitarono.
— Sapete perchè sono venuta dalla signora Mimy? per dirle che parto a
giorni e che tornerò ad abbracciarla prima di lasciarci per sempre.
— Partite...
— Ebbene: suggeritemi dunque un altro partito invece di meravigliarvene;
che cosa debbo fare a Bologna? Del Pino mi ha detto: andate a Parigi, e
voi? voi, lo interruppe, mi dite per antitesi: restate. Che cosa farò a
Bologna, ove non vi è che un salone, quello della principessa di San
Marciano, la quale partirà probabilmente ella pure per Roma? Qui sono
uno scandalo: la mia bellezza, oramai me ne avete persuasa, il mio
lusso, la mia mora, tutto scandalizza... poi mi annoio. Quando l'anima è
vuota, bisogna distrarla: occorrono divertimenti, quando non si hanno
più passioni.
— Però Del Pino vi piace.
— È bello.
— Potreste amarlo? tornò ad insistere con voce tremula per l'emozione.
— Non lo credo.
— Non ci andrete dunque domattina?
— Vi ho già detto che andrò.
— Sola!
— Sola.
— E se si dicesse che siete la sua amante?
— Ciò potrebbe accadere; Del Pino è molto bello.
L'avvocato fe' un gesto violento.
— Non vi capisco, ruggì soffocatamente stringendosi la fronte nelle mani
come per impedire alla propria ragione di rovesciarsi.
Quella donna gli dava le vertigini. Chi amava dunque questa bella che
coglieva un uomo come un fiore? Mal dotto nello studio del cuore,
l'avvocato si chinava su quell'anima come sopra una voragine dal fondo
della quale saliva misto ad un fracasso di torrente un acre profumo di
fiori. Quella donna partirebbe dunque per sempre! Il mistero
dileguerebbe misteriosamente...
E Del Pino l'avrebbe forse posseduta: che importa se innamorata o
fredda, quando la possedesse? Questo pensiero era anche più terribile
dell'altro.
— Perchè non mi amate? le domandò colla ingenuità delle grandi passioni.
— Ma perchè voi medesimo non mi amate, sebbene crediate sinceramente il
contrario. Volete che vi riveli a voi stesso? Vi servirà di consolazione
nei primi giorni della mia assenza; dopo non ne avrete più bisogno. Oh!
non protestate, non interrompete: l'eloquenza a domani. Voi credete di
amarmi perchè non avete mai amato, perchè nato con uno spirito pratico e
positivo, con minore fantasia di un aritmetico, avete sempre vissuto di
studio e di sensi: perchè la vostra vita fino ad oggi era come il corso
di un gran fiume per una grande pianura, calmo e maestoso... e io sono
venuta a turbarlo. Io sono tutto quello che voi non siete: sono pallida,
sono aristocratica, sono splendida: ho più cuore che voi non abbiate
ingegno, più ingegno che non abbiate mai supposto in una testa
femminile. Voi mi amate perchè vi siete detto: con questa donna la
sazietà è impossibile — amore di uomo, amore di egoista. Siate sincero:
nei vostri sogni, nei vostri progetti sulla marchesa di Monero avete mai
pensato a ciò, che potreste offrirle in cambio di ciò che ella vi
darebbe.
Carlo era attonito.
— Ho dunque ragione, ella proseguì melodiando la voce: credete adesso
che io possa amarvi conoscendovi? La vostra passione è una illusione,
che vi ho prodotto; forse conoscendomi meglio chi sa se non si
dissiperebbe... Siete già un uomo illustre, fra un anno potete essere un
grand'uomo: il Parlamento vi aspetta. La donna, che fosse vostra amante,
avrebbe cento ragioni d'insuperbire: conterebbe i vostri trionfi, si
farebbe della vostra gloria una toeletta più splendida delle più
splendide, che arrivano da Parigi... Sperate: siete ancora giovane; le
donne amano ancora gli uomini.
— No: poichè non mi amate.
— Siete sicuro se io sia una donna come tutte le altre? Se la vostra
qualità di marito non sia un ostacolo, e non ricusi di amarvi per non
deporre i miei baci sui baci di un'altra donna.
— Sareste gelosa di Mimy?... Non mi ha mai amato.
La marchesa raggiò.
— E voi siete in grado di dire altrettanto?
— Io... e si sconcertava sotto il suo sguardo. È impossibile, ella
seguitò rammollendosi della persona, che l'abbiate compresa, ma la
gracile delicatezza di quella donna deve avervi commosso a qualche ora;
l'avrete amata: l'amereste ancora?
Questa domanda indiscreta era mossa con una curiosità così
aristocratica, che l'avvocato arrossiva come un fanciullo.
— Non arrossite ancora, perchè v'inseguirò più avanti nel vostro
segreto: dal giorno che mi amaste mi avete mai tradita? Non vi provate a
mentire: vi leggerei la verità negli occhi e nella voce.
Egli fe' un gesto meravigliato e la marchesa, coprendosi il volto come
dalla gioia, lasciò sfuggirsi:
— Mai?!
Carlo respirò.
— Partite, gli disse alzandosi tuttavia turbata: così che illudendosi
come tutti gli innamorati, egli suppose che lo scacciasse pel timore di
cedergli.
— Promettetemi di non andare con Del Pino, e me ne vado.
— Sono dunque bloccata, che mi si dettino le condizioni? Andate, andate:
il vostro amore ha avuto oggi un bel giorno; siate una volta poeta,
contentatevene; vorreste chiedere il meriggio al mattino?
— Perchè no? Partirete da Bologna?
— Chi sa.
— Prima d'amarmi?...
— Chi sa.
Si levarono.
— Come siete bella! mormorò quasi pallido quanto lei, ma di un brutto
pallore.
Ella gli tese la mano, che afferrò con impeto: si mossero verso la
porta. Tacevano. Egli le sbirciava il seno agitato dalla tempesta.
Passando dinanzi ad uno specchio vi si guardarono insieme e sorrisero di
questa muta e significativa intelligenza da innamorati: la marchesa
arrossì leggermente come sorpresa.
Si strinsero la mano.
— Ci andrete?
— Sì.
— Vi aspetto egualmente all'Assise: la seduta comincerà alle undici.
— Superbo!
— Sia: voglio costringervi ad applaudirmi; sarò meno brutto allora,
aggiunse con malinconia.
E, saettandole un ultimo sguardo, fuggì.
— Zisa! chiamò la marchesa aprendo un usciuolo invisibile nella
tappezzeria.
Comparve la mora.
— Fa preparare il bagno: quest'oggi è festa.
La schiava le cadde davanti in ginocchio.
— Dì? sono bella?
— Troppo...
— Oh! voglio essere amata: voglio ubbriacarmi d'amore. Tu pure sei
bella... vuoi amarmi?
La voce le si affievolì, mentre ella cadeva sopra una sedia. Pareva
sfinita, gli occhi le nuotavano in un umidore iridato, le labbra sempre
rosse sembravano asperse di rugiada. La schiava le si trascinò ai piedi
come un cane ed abbracciandole le ginocchia colle pupille fiammanti come
due carbonchi:
— Io... io... sola! susurrò.
La marchesa volle chinarsi a baciare quella fronte più nera della sedia
di quercia, ma Zisa l'afferrò a mezzo la vita e sollevandola con
singolare robustezza fuggì per l'usciolo della sala.