20 settembre.

«Ci parleremo dopo Filippi» ti avevo scritto: adesso vuoi una lettera o

una scena? Ti scriverò da amante, da artista o da uomo di spirito,

poichè fino ad un certo punto posso pretendere a tutti questi nomi? È la

prima volta che scrivendoti mi trema la mano. Perchè? Pur troppo abbiamo

in noi sentimenti che non ci sappiamo spiegare come quelle maschere che

in un ballo scompaiono tra la folla dopo susurratoci un incomprensibile

discorso: invano vorremmo indovinare chi sotto di esse si celi: ci sono

note ed ignote; epperò fuggenti non possiamo seguirle, nè perdute

ritrovarle. Si era vissuto trent'anni e questi sentimenti non avevano

traversato la nostra coscienza, si vivrà altri trent'anni e non la

traverseranno forse più... Incomprensibili ore di vita, che il tempo

sembra aver rubato ad un'altra e che passano nella nostra, come un

uccello dell'equatore per una contrada nebbiosa d'Inghilterra:

inestimabili diamanti travolti nei ciottoli di un ruscello montanaro!

Nello _Ecclesiaste_ è scritto che ogni cosa ha la sua ora, la nascita e

la morte, la gioia ed il dolore; ma il grande di quei proverbi immortali

saprebbe dirmi: che cosa occupi questa mia ora? V'è l'ora del dubbio

anelante, della lotta convulsa, della trepida vittoria, del languore

crepuscolare — poi il languore si dissipa... oh ditemi dunque il nome di

questa ultima ora!

Ma è ora che ti conti sul serio qualcosa.

Vieni, Anselmo, ritorniamo pei sentieri di questa notte. Veramente ne

sono uscito solo da troppo poco, perchè ripassarvi in due cercando dove

mi arrestai fremendo ad ascoltare il silenzio, o bevvi tra l'ombra un

raggio di luna, sia dolce della malinconia religiosa del passato; ma ho

premesso di condurti meco e dovesse la tua onesta compagnia profanare

quei nascosti sentieri, vieni, li rifaremo. Ti dirò tutto, ma se nel mio

racconto ti appaiano vani o contraddizioni, tu filosofo non te ne

offendere: sarà forse una circostanza che il cuore commosso tenta

nascondere allo sguardo freddo della ragione; una immagine, che arrivata

questa notte dalle regioni della poesia si è gettata il mantello sul

capo e si è stancamente assopita; sarà un sentimento, che nel delirio

della voluttà perdette la parola, o un pensiero che ricredutosi nega di

mostrarsi e si appiatta dietro i neonati gelsomini... Non potrò, non

vorrò forse dirlo, e tu credine ciò che meglio ti piace, ma non ti

lagnare.

Vedesti mai le capre inerpicarsi pei greppi a divorare le buccie degli

sterpi incarogniti dal vento? Notasti con quanta destrezza profittano

delle asperità del terreno montando e arrestandosi indifferenti ed

insieme convulse? Così adesso le mie idee si sospendono alle roccie

della memoria e del linguaggio per brucare una parola: come le capre

sono bianche e nere, giovani e vecchie; alcune belano un saluto al

mattino, altre paiono non vedere, non sentire la festa del giorno.

A questo punto un magnifico insetto, pallidamente verde, mi si posa

sulla carta: lo conosco di vista; è uno di quei grandi signori che hanno

per palazzo una rosa. La sua persona è tanto gracile che sembra

camminare con fatica sulla carta levigata; eppure le mie labbra, non ha

guari, erravano su carni più morbide delle rose e egualmente profumate!

Sabato mattina Namouna m'entrò in camera, che ero tuttavia a letto,

recando una lettera di Carlo — ti aspetto a pranzo. — Io risposi: non

vengo: a stasera. Mi alzai, presi un bagno, e, fattomi bello con più

cura e minor successo della natura nel farmi brutto, mi chiusi nello

studio. Avevo lo spirito coraggioso, lessi, mi posi davanti al mio

quadro. Ho dipinto per due ore — è una donna che medita — tu più

pessimista di me non gridare: al paradosso! Volevo esprimere il pensiero

della sua meditazione e vi sono quasi riuscito, poi una piega dell'abito

mi ha costretto a gettare furiosamente il pennello.

Era l'ora del pranzo. Mi sono fatto servire da Namouna. L'ingenua

ammirazione delle sue occhiate avrebbe potuto pagarmi di tutti gli

immani studi di toeletta, ma lo spirito mi si veniva facendo sempre più

grave, talchè finii molto più a bere che a mangiare. Non giovò: come

l'ombra si allunga invincibilmente al cadere del sole, la malinconia mi

si stendeva sull'anima. Sellai io stesso Lina. È tutta bianca come il

seno di una monaca, ha una testina più intelligente della mia e due

occhi, che molte signore si augurerebbero; poi sono salito pei più

deserti sentieri fino a San Luca. Il sole era curvo sull'Appennino

quando mi arrestavo sulla spianata dinanzi al tempio. Mi sovvennero i

bei versi del Carducci:

Sol di settembre, tu nel mezzo stai,

Come l'uom che i migliori anni finì

E guarda triste innanzi.

Triste il sole di settembre: triste l'ora, che perduta l'ardente poesia

del giorno non ha ancora quella immaginosa del vespero, triste come il

volto di donna che fu divinamente bella e perdendo la bellezza della

gioventù non prese ancora quella della vecchiaia!

Come la criniera e le redini sul collo di Lina, mi ondeggiavano i

pensieri nella mente. Andavo verso il casino di Mimy, quasi

indifferente, e sentivo troppo questa indifferenza per crederci.

Il sole calava raccogliendo mano mano i suoi raggi e l'ombra saliva per

le falde dei colli: io e Lina inoltravamo a testa bassa.

Avevano lasciato Giulietta ad aspettarmi. Carlo era serio fino alla

tetraggine: la sua pelle dal colore dell'avorio ingiallito era passata

all'altro dell'oliva acerba, mentre i suoi capelli ammutinati

trionfalmente sotto il cilindro sembravano un manipolo di spighe sotto

uno staio; Mimy ne rideva dondolandosi al suo braccio come un uccello

sopra una fronda.

— Che c'è di nuovo a Bologna? gli ho chiesto ammiccando.

— È scappata la contessa Rina.

— Con chi!

— Coll'ultimo amante.

— Brava! ecco una donna che ha almeno la virtù dello scandalo: andrei

quasi a Bologna per vedere l'aria trionfante di tutte quelle borghesi e

quelle devote, le quali non troveranno mai un peccatore, che le faccia

scappare.

— Così tu approvi.

— No, per due grandi ragioni: prima l'amante è brutto.

— Più del marito.

— Zitto! un marito è fuori della legge del bello: e Bologna è un paese

anche più brutto. La Rina rimetterà difficilmente il piede nei saloni,

perchè la Rina è bella e tutte le signore, che umiliava colla bellezza,

la respingeranno come si respingeva Mirabeau dal ministero strillando

immoralità! Rina tratta la galanteria da gran signora, che non teme

disapprovazione; e ciò è troppo forte, perchè i deboli non la condannino

per non condannare sè stessi.

Mimy mi ringraziò con un'occhiata.

— Me lo aspettavo che approvassi! Sei di una immoralità rivoltante. Una

donna, prorompeva sdegnosamente, per una sordida sete di scandalo fugge

coll'amante, infama il marito, disonora la vecchiaia de' suoi genitori,

rovina due famiglie... e tu applaudi! Non poteva contentarsi dell'amante

senza lo scandalo?

— Ecco la grande distinzione: hai troppo ingegno per non riconoscere al

fatto la legittimità della natura, ma la franchezza della forma ti

ripugna, mentre in essa sarebbe la redenzione del fatto, se fosse

colpevole. E che ne sai tu avvocato, di questa sordida sete di scandalo,

che spinse la Rina a rovinarsi invece di godersi quietamente e

palesemente l'amante come le sue oneste amiche? Lo sai se non soffriva

nella casa maritale? Quali passioni violente si agitavano nel suo

corpicino delicato? Se prima del triste passo non abbia pesato tutte le

tue ragioni ed altre ancora e nullameno si sia decisa? Rispettiamo un

po' più lo spirito delle donne e non lanciamo una sentenza di morte

contro un mistero. Vuoi che ti dica perchè sei tanto arrabbiato contro

la contessa?

— Perchè?

— Perchè a Bologna hai fatto fiasco colla marchesa: gli susurrai

all'orecchio.

Egli mi scagliò una occhiata velenosa dandomi nel gomito.

— Che faresti nel caso del marito? insistei guardando Mimy.

— Mi vendicherei.

— Battendoti?

— Meglio: non sono gentiluomo io: battendo.

— Cioè assassinando.

— Mio Dio! che discorsi! interloquì Mimy visibilmente in pena.

— Hai ragione; per quanto generoso, il duello questa volta è ridicolo:

l'amante può trionfare del marito come della moglie. Quando un amico vi

uccide bisogna ucciderlo: dente per dente, occhio per occhio —

afferrarlo per la schiena e piantargli un pugnale nel cuore. È la sola

soddisfazione che rende possibile ancora il matrimonio. Dumas ha torto:

il grido della giustizia non è _tue-la_, ma _tue-le_; la donna è

innocente e corruttibile, noi corrotti e corruttori.

A queste parole pronunciate con certa esaltazione Carlo sorrise: gli

accarezzavano l'intimo corruccio e mi approvava col cuore se non colla

testa.

Quindi si alzò dicendomi con accento secco:

— Vieni.

Ci chiudemmo a chiave nel suo studio.

— Sono geloso, ruggì appena sicuro di non essere inteso. Quella donna è

una infame civetta.

— La marchesa di Monero?

— Sì.

— Impazzisci: te lo avevo predetto. Non sei di forza a lottare con

quella donna: e poi non ti ama.

— Chi te lo dice?

— Allora ti ama e sei geloso di te stesso: per un avvocato ragioni

passabilmente.

— Lasciamo gli scherzi, Giorgio: soffro come un dannato. Adesso si

lascia corteggiare dal marchese Del Pino, quel biondino antipatico.

— Assurdo! Del Pino è un bel giovine, infinitamente più bello di te.

— Sia pure, ma ella è una infame civetta senza cuore. Pare quasi che

odii gli uomini e voglia innamorarli per godersi le loro torture.

— Potrebbe essere: allora guai a te!

— Che cosa mi consigli?

— Niente.

— Non vi sono rimedii a certe malattie, e quei dubbiissimi non li

seguiresti. Ella è forte, sii forte. Maria Stuarda amò Bothwell perchè

la violò, il mio cocchiere si è lasciato bastonare da una donna e ne è

stato amato: sono due sistemi che hanno fatto le loro prove: puoi

provare.

Carlo era così profondamente irritato che la mia contraddizione lo

spingeva nell'abisso, ma esaltandosi per la marchesa, io pensavo che

dimenticherebbe Mimy. Però il nostro colloquio non fu così breve; egli

ritornava sempre sulla propria gelosia e sulla leggerezza della

marchesa, rompendo in lamentazioni quasi eloquenti.

Finalmente mi liberai e tornammo nel prato; Mimy vi era ancora nella

stessa attitudine.

— Stai a cena con noi? mi chiese Carlo.

— Per questa sera ne ho avuto abbastanza di te; e poi guarda: tua moglie

non m'invita.

— Ve ne andate? ella rispondeva con cert'aria di sfida.

— E mi dispiace di lasciarvi in cattiva compagnia; Carlo è idrofobo.

— Ho perduto una causa importantissima: darei dieci anni di vita per

vendicarmi di qualcuno.

— Dunque addio.

Uscii dal cancello, ma invece di avviarmi a casa feci il giro del

piccolo bosco, fermandomi al cancello aperto quella sera fatale. Era

chiuso a catenaccio, colle sbarre vestite di spini: lo tentai

inutilmente col piede. Nullameno avevo a passare. Con una pazienza da

martire e valendomi del temperino, che ruppi ad un legaccio di ferro,

scostai uno ad uno gli spini dalle sbarre tanto da cacciarvi la mano,

poi il piede, ma gli spini, stretti da frequenti nodi, appena respinti

tornavo a baciare le sbarre baciandomi invece le mani, che mi

sanguinavano — però vi feci qualche vano e giovandomene con destrezza

inforcai il cancello: davvero che avrei preferito il puledro più

ombroso! Se Mimy mi avesse visto in quella posizione ero perduto! Gli

spini mi si avviticchiavano alle gambe; posavo sulla punta dei piedi

tentando invano di levarne uno senza perdere l'equilibrio: ad ogni

momento mille trafitture col pericolo di lacerar i calzoni: pensavo

anche ai calzoni. Mi cimentai, levai un piede, traballai, stetti quasi

per cadere, mi stracciai le mani; fu un momento di angoscia, cadendo

potevo far rumore, e sebbene il bosco fosse deserto... ma non cascare

era difficile... lo era troppo, perchè caddi con un ramo di spini nel

collo.

Mi fermai a respirare; il sangue mi usciva da molte lacerazioni, sentivo

di avere delle spine nelle mani: ci penserà Mimy! Questa risposta mi

consolò. Camminavo cautamente fra gli alberi, trepidando più di paura

che di amore: se fossi scoperto! Studiavo l'ombra e il silenzio, le

fisonomie degli alberi; giunsi al mio ippocastano: ristetti. La finestra

del salottino di Mimy era aperta e sotto essa l'inferriata, un'altra

volta salita, nereggiava nella tenebra.

— E sia! Mi accostai al muro, afferrai una sbarra e in due slanci fui

sulla cimasa, ma colle braccia non arrivavo al davanzale della finestra;

allora un'idea m'illuminò, mi sciolsi di cintura la sciarpa romana: la

gettai e per fortuna si arrestò al ferruccio, che fissa, chiudendola, il

riccio dell'imposta. Tirai e resistè; dunque su a rischio che la sciarpa

sfugga... uno sforzo, uno sbalzo e cascai nel gabinetto.

Qui ti lascio.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Ero dunque al buio nel salottino di Mimy: respirai di soddisfazione, poi

fremetti. Se Giulietta fosse entrata in quel punto e travedendomi avesse

gridato dallo spavento... Questa idea mi fece raccapricciare, poi mi

rassicurai; il dado era tratto: _væ victis_! e movendomi con

circospezione cercai di riconoscere il luogo, perchè volevo penetrare

nella camera di Mimy. Camminavo tentoni col cuore così tumultuante che

ne udivo i palpiti: mi fermavo a mezzo i passi: un silenzio e un'ombra

di sepolcro mi avvolgevano. Lo scricchiolio elegante delle scarpe mi

dava orribili punture, mi sembrava di camminare come i commedianti nelle

scene notturne, quando si abbassano i lumi della ribalta, e la

ridicolezza dei loro passi e dei loro atti mi colpì così vivamente, che

non potei tenermi dal ridere. Afferrai brancicando una poltrona, quella

di Mimy: non so perchè respirassi con più libertà adagiandomivi;

arrovesciai il capo sulla spalliera ed incrociai le gambe come se fossi

nel mio gabinetto.

Rimasi così qualche tempo dimenticandomi Mimy nel sognarla: poi quel

bollore di sensi si abbassò e il sogno svanì nelle tenebre. Alzandomi

inciampai in uno sgabello, che ebbe la gentilezza di non rovesciarsi:

proseguii, giunsi all'uscio, era chiuso. Girai la smaniglia: era chiuso

a chiave e sapevo la serratura a scrocco. Presi a voltarla lentamente:

ogni percossa del congegno martellavami le tempia: apersi, rinchiusi

colla smaniglia: ero nella sua camera.

Non ebbi più paura.

Buio assoluto, tutto chiuso: accesi uno zolfanello. Ebbene, Anselmo,

nulla al mondo mi aveva ancora dato la sensazione di quella luce in

quella camera dalle pareti in lilla, colle tende bianche e l'aria

verginale. Stupii, mi parve strano di essere lì dentro, io un uomo in

quella cameretta linda ed innocente! Corsi allo specchio, presso il

letto, nascosto da un padiglione di veli: lo stupore mi rendeva più

brutto.

— Osceno!

Il fiammifero era ancora a mezzo: alzai una cortina del letto.

Faust ha ragione: la mano trema scoprendo il letto dell'amata. Si potrà

guardare indifferentemente la scena più lubrica, nuda la donna più

bella, forse la vostra donna, ma il suo letto intatto, bianco, colle

trine agli origlieri e ai lenzuoli, tutto bianco, appena odoroso; il

letto nel quale ripara la propria nudità, ove si accarezza sospirando o

ridendo, ove avrà passate tante ore di solitaria voluttà, godute tante

estasi mai confessate, durati tanti spasimi inconfessabili... il suo

letto vi commuove, vi confonde. Non ti dirò la sua poesia, tutto

fasciato di candidi veli, con una coperta di merletti leggieri: non si

vedeva nè legno, nè ferro: molti cuscini alla testiera, la Sacra

famiglia di Muller pendente dalla parete colla sua Madonna

inginocchiata, la più bella, la più divina e insieme la più umana di

quante Madonne io conosca; e ai piedi un'altra gualdrappa bianca, mi

esprimerò così nella mia ignoranza dei lavori femminili, pure a merletti

gonfi.

Il fiammifero si spense scottandomi le dita.

Se avessi sorpresa a dormire Mimy... ma il lettino era vuoto, era

freddo. Decisi di sdraiarmivi sopra, e spolverati accuratamente gli

stivali in quel buio mi vi allungai, affondando la testa nei cuscini.

Chiusi gli occhi.

Il letto a molle cedeva troppo sotto il mio peso troppo grave: da tutti

i drappi si sprigionava un odore sottile, le trine mi entravano nei

capelli, mi pareva che il cortinaggio si chinasse per riconoscermi,

l'ombra mi accarezzava... Ero ubbriaco.

Aspettai: voleva aspettare Mimy.

Il pensiero le correva dietro, poi divagava come accade sempre nelle

situazioni troppo violente e prolungate; le idee più strane, le immagini

più bizzarre mi passavano pel capo distraendomi tanto da tormi la

coscienza della mia posizione: poi la riacquistavo, e il sangue mi

ribolliva improvviso al cuore e alle tempia.

Aspettando mi feci malinconico.

— Povera Mimy! Che cosa mi aveva fatto per trattarla a quel modo,

entrarle in camera, entrarle nel letto come un ladro, e chi sa quale

spavento proverebbe scoprendomi? Povera donna!... Una statuetta di

opale, un raggio di luna gettato da un genio fantastico in una forma

femminile: giovane, fragile, chi sa quali fantasmi accarezza nel

pensiero, quali passioni nel cuore, ed io infinitamente più brutto vengo

ad assalirla, sfondo la siepe del suo giardino e ne calpesto i fiori...

Che cosa mi ha fatto perchè io sia giustificato e la mia ombra abbia

diritto di offuscare il suo raggio, perchè la mia bruttezza offenda di

un bacio osceno la sua beltà; perchè il mio cuore prostituito insucidi

il suo cuore poetico, e il mio spirito scettico inaridisca il suo

spirito credente? Povera donna! mi diceva con tristezza: ecco il vostro

destino; siete bella, confidente, e un bel giorno un uomo vi si accosta

inavvertito, vi investe, vi possiede, — piangete, palpitate,

v'inebbriate un momento di un senso misterioso, divino; poi l'uomo si

leva lento, ributtante, e voi? macchiata, decaduta per sempre dal vostro

cielo, inconsolabile. Guai a chi sorge, a chi brilla! Povera Mimy... Il

pensiero del dolore, che le avrei dato, m'inteneriva; il mio amore le

sarebbe passato sul cuore come un bracco inzaccherato sopra un cuscino

di seta bianca... Povera Mimy, povero e tristo Giorgio!

Anche questa malinconia venne meno.

Ero sempre sdraiato sul letto, Mimy tardava: m'impazientivo. Che cosa

faceva dunque? dov'era? una idea mi traversò lo spirito infangandomelo;

che Carlo voglia rifarsi con lei della marchesa? Il dispetto è così

stravagante! non mi ci volli fermare, e mi volsi al muro quasi per

addormentarmi. Stavo così da poco quando udii muoversi la smaniglia

dell'uscio: mi voltai convulsamente: Mimy entrava col candeliere in una

mano e la mandola nell'altra.

Finalmente!

Posò candeliere e mandola sul tavolino e sedette. La vedevo benissimo

fra le tende sforacchiate dai ricami; si era già slacciato il nastro

della cintura, scomposto sul capo il mazzo delle treccie; sedeva

pensierosa nella sua posa abituale. Sospirò: io stentavo a non tradirmi

con qualche movimento rumoroso; poi scosse la testa e seguitò a

spogliarsi. Finì di sbottonare la veste, di slacciarsi il busto che

gettò sopra una sedia: la camicia allentandosi mi rubò i contorni del

corpicino delicato; sciolse le altre treccie, che caddero pesantemente

sulla veste, e rimase un altro momento meditabonda — a che pensava? a

me? Volevo quasi crederlo, ma v'era troppa languidezza nel suo

atteggiamento, e allora m'avrebbe adorato! La ragione negava alla mia

vanità questa divina compiacenza. Quindi alzandosi andò a sedersi dietro

il canterano, così che le vedevo solo un piedino, mentre mutava gli

stivalini nelle pantofole; un piedino di fanciulla, grazioso come il

complimento di una fanciulla e che avrebbe capito nel cavo della mia

mano. Furono pochi secondi: mosse al letto.

Non ti dirò nulla: era amore, rammarico, orgoglio? non so se il cuore mi

battesse: non so nulla.

Si avanzava in camicia, sciolti i capelli, bianca, bionda,

indifferente...

Si fermò allo specchio: mi volgeva le spalle e la vedevo nella lastra:

se avessi spinto un braccio dalle tende l'afferravo. Mi venne questa

idea.

Ella si considerava melanconicamente, almeno mi parve. Si lisciò i

capelli, si guardò i denti e sorrise come per provare la grazia del

sorriso: stette sospesa mirandosi, si salutò, nota questo verbo

esattissimo... e si rivolse.

Questa volta ero calmo: ancora due secondi, due passi e la bomba

scoppiava: guai se fosse scoppiato un grido: due secondi, due secoli,

due eternità...

In faccia alla catastrofe avevo riacquistato il mio sangue freddo: il

libertino dominava l'artista, lo scettico il poeta. Ella si accostò: la

sua bianca figura si mesceva al bianco del cortinaggio: tutto era

bianco: alzò un braccio, toccò una cortina — un movimento e tutto è

fatto, o meglio tutto comincia.

— Ah! gridò soffocatamente indietreggiando, mentre io mi spingevo dal

letto perchè mi riconoscesse.

— Un momento! esclamò supplichevole cercando di nascondermisi, e la sua

voce era tanto commossa, il suo gesto così eloquente che ubbidii:

ritrassi il capo abbassando gli occhi, e quando li rialzai ella si era

diggià infilato l'abito.

— Uscite, mi disse tremando.

— È impossibile.

— Allora esco io.

— Impossibile ancora.

— Lo vedremo, e si moveva.

Afferrai la mandola e traendone un forte accordo mi sedetti. Si voltò

meravigliata.

— Che cosa faccio? suono, vi risparmio l'incomodo di suonare il

campanello, perchè canterò e sveglierò forse Carlo, che accorrerà, non

v'impazientite! abbastanza presto per fare una scena. Chi sa che questo

non dissipi il suo cattivo umore: io in camera vostra, il letto

disfatto, voi quasi in camicia... se non si contenta ha il gusto

difficile: e sarà colpa vostra, glielo avrete affinato.

Mimy si era fermata.

— Oh! ma è impossibile! riprese dopo una pausa convulsa.

— Lo penso anch'io.

— Giorgio, uscite per carità: ma donde siete entrato?

— Dalla finestra.

— È impossibile!

— Avete torto nuovamente: ho scavalcato il cancello del bosco — guardate

come mi sono guastato le mani — anzi vi ho ancora alcuni spini che, più

calma, spero mi estrarrete fra poco. Mi sono arrampicato

sull'inferriata, poi gettando questa sciarpa, sul ferruccio del

davanzale ho dato la scalata: vi confesso, non senza pena. Adesso vi ho

spiegato tutto.

Ella tremava come una canna al vento: impallidiva ed arrossiva; voleva

guardarmi e se ne vergognava, indicibilmente più bella in quel disordine

di vesti e di vita.

Ci fu un istante di silenzio.

— Sedete, le dissi: abbiamo da parlare a lungo.

— No: non importa! e fece un passo verso l'uscio.

— «Bella figlia dell'amore, — » cominciai sull'aria del _Rigoletto_.

— Zitto! mi accennava impaurita colla mano.

Allora mi alzai e pigliando il largo per non spaventarla andai alla

porta, ne trassi la chiave, chiusi e gliela presentai.

— Siete libera: dunque sediamo ed ascoltatemi. Vi sorprendo o meglio mi

sorprendete nella vostra camera e vi agitate: avete ragione, lo avevo

preveduto, ma avete troppo spirito per esagerare questo convulso.

— È una indegnità.

— Non esageriamo, vi ripeto. Ho giurato d'amarvi e mantengo la parola.

Se mi odiate: ebbene volete uscire? io mi metto a cantare e Carlo

arriva: conoscete i suoi principii cavallereschi. Voi sarete salva e noi

ci batteremo forse qui: mi farò ammazzare o lo ammazzerò, più probabile

il primo che il secondo. Non lo dico per intenerirvi, perchè preferisco

ancora la vostra indifferenza sprezzante a un amore di compassione.

Potete forse rimproverarmi di scegliere ineducatamente il terreno e di

esporvi nel caso di una scena alle atroci calunnie del pubblico, ma vi

giuro sul mio onore, e allora, Anselmo, pensavo a te, che la vostra

innocenza sarà provata — del resto non pretendo di essere inappuntabile:

però l'uomo, che giuoca la vita, merita qualche scusa se nella

commozione dimentichi le esigenze della etichetta.

Ella taceva cogli occhi bassi.

— Se vi ho offesa, seguitai, ne sono pentito e triste, Mimy; ma sono

innamorato: voi, una statua tagliata nel ghiaccio polare, voi non sapete

l'infinito di ragioni che sta in questa parola. Vi sorprendo come un

assassino — e sia, per voi sono pronto a diventarlo. Mimy: sentitemi

bene: sono qui, e non ne uscirò e non ne uscirete, per questa notte, se

non provocando una scena. Però siete libera: vi lascio la mia vita fra

le mani — scegliete: un deposito o un giocattolo: vi ripeto, siete

libera fino al dispotismo, fino alla tirannia.

— Giorgio, Giorgio! mormorava giungendo le mani: siete pazzo.

— Me lo avete detto altre volte, mia bella, e oramai ne sono persuaso.

Sarò pazzo, sarò tutto quello che vorrete, ma voi siete...

— Ascoltatemi, m'interruppi a un suo movimento nervoso. Siete bella, ma

alla vostra perfezione manca una corona, l'amore. Lasciate che io povero

poeta, che non potrò mai cingerne alla mia, la cinga alla vostra fronte:

sarete contenta. Lasciate che vi ami, perchè ne sono degno, lo dico con

orgoglio, per quanto possiate stimare voi stessa. Avete ceduto a Carlo,

perchè dovreste resistermi? Vi comporrò una ghirlanda colle rose, che

ancora mi fioriscono nell'anima, le poche che il dolore ha salvato colle

sue rugiade di sangue dal torrido sole della vita. La vita passa — tu

credi forse che un giorno senza amore sia un giorno passato? t'inganni,

questo giorno ti riviverà funestamente all'anima, come dura la cicatrice

nel corpo quando la piaga è guarita — oh! mia bella, quando non sarai

più fanciulla e sarai ancora bella sentirai che cosa sia un giorno

passato senza amore. Le tue guance sono pallide, la tua fronte opaca, il

tuo cuore melanconico; vuoi che le guance si colorino, che la fronte

splenda, che il cuore sorrida — sali la nave del mio amore, la poesia

soffierà come il vento nelle vele, e salpiamo per l'infinito...

Parlavo mano mano più commosso; l'entusiasmo m'infiammava. Trasfigurato

alla mia coscienza, m'inebbriavo di me e di lei, alla quale dovevo

questa trasformazione momentanea.

Caddi in ginocchio.

— Oh, Mimy, come t'amo!

— Proprio?

— Sì, risposi cogli occhi ardenti.

— Allora uscite, Giorgio: andatevene, non abusate di una povera donna.

Lasciatemi, ve ne prego, e tentava di staccarmi le mani, che l'avevano

afferrata. Se mi amaste davvero non mi trattereste così.

Due grosse lagrime le spuntarono dagli occhi cilestri.

— Non piangere, per tutti i santi delle tue orazioni! Non mi perdonerei

mai di averti costato una lagrima. Ma dunque mi odii molto!... Che cosa

ti ho fatto per esserti più odioso di Carlo, che ti comprò per

assassinarti? Fidati al mio amore: ti amerò con tutta la mia potenza di

uomo, il mio entusiasmo di artista. Non mi ami? un pochino!

Mi premevo le sue mani al petto appressandole il volto al seno

tumultuante. Ella mi guardava sempre più pallida ed agitata, e le

lagrime le rigavano argenteamente le gote.

Anselmo, la bellezza che piange!

Stavo in ginocchioni col petto nei suoi ginocchi; l'odoroso tepore del

suo corpo passando nel mio e raddoppiandosi formava intorno a noi

un'ardente atmosfera. Febbricitante, inconscio mi ubbriacavo colla sua

angoscia, assaporavo i suoi fremiti, libavo i suoi brividi — povera e

stupenda fanciulla! Il suo dolore m'inspirava una indefinibile voluttà

d'inasprirlo, di svegliarle la voluttà; le sue mani umide ed inanimi mi

comunicavano una indomabile irrequietezza di vita; l'agitazione del suo

seno mi agitava come il mare agita una barca abbandonata sul lido...

mentre l'onnipotente lusinga del silenzio dava all'aurora della tempesta

tutto il suo incanto.

Improvvisamente la strinsi, forzando le sue braccia a cingermi il collo.

— Ah!

— Tardi.

— No: Giorgio, rispettami: non mi vuoi bene!...

Un singhiozzo mi arrestò: la guardai, sembrava vicina a svenire,

scolorita, come senza respiro: infatti mi mancò fra le braccia. La

sollevai come una bambina adagiandola sul letto.

— Mimy, mormoravo coprendole di baci gli occhi socchiusi: guardami,

andrò via: non ti posso vedere così; e pure dicendo queste parole le mie

mani spietate le smentivano. Il sangue mi si accendeva; i baci si

moltiplicavano più lunghi ed ardenti. Un fatale prestigio spirava da

quel corpo quasi morto, da quelle labbra bianche, da quelle palpebre

abbassate, mentre le stracciavo l'ultimo velo, tenendole gli occhi alla

faccia: inebbriante e dolorosa profanazione! feroce e spirituale

brutalità! Mimy era bella come una statua, santa come un cadavere,

delicata come un angelo: la bianca ombria del cortinaggio dava alla sua

nudità un pallore anche più spento, una sacra nebulosità; la voluttà

sembrava essersi celata nel suo corpo come una bella donna entro un

fitto velo scoprendosi senza mostrarsi — io provavo mille sensazioni

insopportabili, palpitavo di mille sentimenti micidiali: ebbro, pazzo

salivo e scendevo vertiginosamente per tutta la scala dell'essere, dal

bruto all'ideale; tremavo, fremevo: quella bellezza e quella nudità mi

parlavano, mi rispondevano, lampeggiavano confuse, onnipotenti,

incomprensibili.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

L'istromento dovrebbe spezzarsi quando non può accompagnare il canto

troppo alto della passione, o la penna che ci piantiamo nel cuore per

narrarne i sentimenti, cangiarsi in pugnale e restarvi quando non si può

più scrivere nemmeno col sangue! Dovrei fermarmi qui e non posso. Un

irresistibile bisogno mi urge di dirti quello che non riuscirò a dirti,

di darti la formula impossibile della mia voluttà: bisogno lascivo e

doloroso, al quale si oppongono del pari invano la logica della ragione

e la logica del cuore.

La mia vita per un inno, tutta la mia vita d'imbecille per un'ora di

poeta! L'entusiasmo che mi fermenta nell'anima scoppii e l'uccida, ma

l'anima morendo trovi il suo grido, il suo verbo... No: l'incendio morrà

soffocato: la tempesta non avrà un urlo. Atroce impotenza! Dovunque il

dolore, sempre il dolore: come un insetto velenoso sul fiore del

piacere, come una stuonatura nella sinfonia della voluttà, come uno

spettro al banchetto dell'amore: sempre il dolore, ad ogni passo che si

muta, ad ogni pensiero che nasce, ad ogni pensiero che muore: la nostra

vita non può obliarlo: ne è il principio e forse anche l'immortalità,

come cantava ieri un grande poeta.

Dio! se Mimy fosse morta in quel punto l'avrei amata egualmente!

Alla fine sentii mancarmi il respiro, e feci un movimento che la scosse.

— Mimy! esclamai attaccandomele alle labbra, ed ella mi appoggiò le mani

sul capo per sollevarsi.

Ci guardammo: il mio sguardo la vinse e i suoi occhi cilestri si

nascosero dietro le palpebre. L'abbracciai ed ella non repugnava, non

consentiva, piangendo senza singhiozzi: era mia e mi sfuggiva! Questa

contraddizione mi esaltò: nel delirio più ancora della angoscia che

della passione l'infiammai cogli sguardi, l'arsi coi baci, e a poco a

poco la calda atmosfera delle mie parole e del mio respiro parve

penetrarla; sentii fremere le sue mani nelle mie e le sue labbra

tremarmi sotto le labbra, mentre durava a piangere silenziosamente

guatandomi a volta a volta con una sublime attonitaggine. Le sue lagrime

erano il vino del nostro banchetto e mi ubbriacarono follemente... ci

amammo in un'estasi atrocemente divina, in un tumulto di baci e di

singhiozzi, di moine e di ripulse, di esclamazioni e di gemiti profondi

soffocati, nervosi: negli occhi le scintillavano lagrime e baleni, mi

baciava fuggendomi e sentivo una sorda agonia di parole incomprensibili,

di tronchi singulti — un amplesso ineffabile, senza nome, forse come

quello di Adamo e di Eva la prima volta dopo la cacciata dal paradiso, o

dell'angelo della voluttà e del dolore la prima volta, che esuli dal

cielo, s'incontrarono sulla terra.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Adesso quell'ora è passata: quanto conforto e quanta amarezza in questa

parola! Conforto di aver vissuto, amarezza di sopravvivere alla propria

vita. È passata, Anselmo, come tutte le altre ore noiose, come sul letto

di tanti infermi, sul sepolcro di tanti morti! Il pensiero si rivolge,

quasi un pellegrino, a guardare la sua traccia nel passato e distingue

appena nel paesaggio una vetta illuminata dal sole. Là discese quell'ora

nel suo transito fatale... Avanti, pellegrino: hai avuto il tuo raggio

di sole, il tuo pellegrinaggio non fu vano e puoi perderti senza lamenti

nel buio della maremma. Se Dio esistesse, egli medesimo nella sua

onnipotenza, non potrebbe farti risalire quella vetta — la tua ora di

vita è trascorsa: avanti, pellegrino, nel buio della maremma!

Addio, Anselmo, la tristezza mi si addensa nello spirito, e invece di un

inno sto per chiedere al genio del poeta un'elegia.

Quale miserabile creatura l'uomo! Certo la nostra vita fu un errore e

nel mito del peccato originale si nasconde un'idea profondamente vera —

se non si espia si soffre, se il peccato non fu della creatura fu del

creatore. Sempre infelici appena ci raccogliamo in noi stessi!

«Ti diverti: dunque soffri.» Pascal, hai ragione. Ma il tuo Dio ha torto

di averci trattato così.

_PS._ Ci penso ora: e se Mimy fosse entrata con Giulietta?! Adesso sono

orgoglioso della mia sventatezza.

La vita è più bella attraverso il prisma di una lagrima, dicono; e la

voluttà? Mimy piangeva col volto talora sorridente sotto quel velo di

dolore. Vedesti mai sorridere un fiore nell'acqua al raggio della luna?

Pare che i colori destandosi sussultino, ma a quel raggio morto che

l'acqua scuote appena perchè appaia più morto, il loro sorriso diviene

incerto, s'abbruna quasi: una trepidazione lo fa a quando a quando

trasalire come un vivente ai baci di un cadavere. Ella era così! Oh mia

pallida e dolorosa fanciulla, mi coglierò tutti i fiori e tutte le gemme

dell'anima per fartene un serto, ti offrirò come un incenso i sentimenti

più delicati e magnanimi del mio cuore: e tu mi amerai, o dolorosa, come

la viola ama l'erba e la gazzella ama il prato.

Al di là: romanzo · 第 34 / 66 题