15 settembre.

Indovina come mi sono distratto. Due anni fa ti mostrai Namouna, la mia

mendicante del Cairo — non ti ho ancora scritto, che si è innamorata di

me e che non le bado?

L'altra notte sono andato nella sua camera: dormiva colla testa

penzoloni dai cuscini e col gattino favorito sul tappeto presso una sua

lunga treccia mezzo disciolta. Il lume da notte rischiarava

misteriosamente la camera.

La ho destata.

— Vieni con me.

— Debbo vestirmi?

— No: mettiti questo scialle invece della camicia.

Poi sono tornato nel gabinetto azzurro, le ho fatto accendere tutte le

candele e l'ho mandata per una bottiglia di Falerno. L'attendevo

sdraiato sul divano in una posa eccessivamente sultanica. Ella rientrava

poco dopo colla bottiglia stappata e un bicchiere, seminuda entro quello

scialle nero, orlato di tenui ricami rossi...

— Beviti quella bottiglia; ma siediti prima, qui.

— Tutta?

— Tutta.

— Mi ubbriacherò: e si versava subito un bicchiere bevendolo d'un fiato.

— Brava! un bacio per bicchiere. Namouna, mi vuoi bene?

Invece di rispondere, ella si alzò.

— Dove vai adesso?

— A prendere uno di quei bicchieri.

— Da rosolio!

— Ci sta anche il vino.

Scelse il calice più piccino e tornò ad accovacciarmisi ai piedi. Lo

scialle vestivala tutta. Io la guardava pensando a una Orientale di

Hugo, mentre ella non osava versarsi il Falerno, cogli occhi intenti nel

mio volto come Turco il mio mastino. A poco a poco l'immobilità del suo

sguardo mi attrasse, e considerai quella bella testa di tipo armeno

abbruciata dal sole africano lievemente colorata da un inconscio

desiderio, con ammirazione d'artista. Namouna è bella, ancora vergine

nel corpo e nell'anima come nessuna ragazza della nostra vecchia Europa,

poichè la raccolsi moribonda per una via del Cairo, che non conosceva nè

Dio, nè vizi, nè virtù, e educandola non le ho insegnato il senso di

queste parole. Veramente io non lo so, nè tu, molto maggiore filosofo,

sapresti forse rispondere quando ella te lo chiedesse. Namouna ha

quindici anni, una soavità di forme, che si fa ogni giorno più

splendida: ma nella fisonomia non ha espressione di intelligenza;

sarebbe una bestia sublime se non fosse una donna.

Giocarellando colla sua treccia, mi sono accorto che l'acconciatura di

quello scialle era molto graziosa, e le ho comandato di spogliarmi: a

mano a mano che perdevo gli abiti, Namouna tremava, curva su di me quasi

a sfiorarmi il petto col petto; anzi nel liberarmi il bottone della

camicia perdette così l'equilibrio che mi appoggiò una mano sulla bocca

per non cadere — avevamo uno scialle in due.

— Dammelo: e tu infilati la mia vesta.

Ella se la gettò invece sulle spalle legandosi con civetteria i cordoni

ai fianchi.

La pipa nel suo grembo, la testa appoggiata ad un cuscino io fumavo

turcamente.

— Bevi dunque, esclamai, e getta via la bottiglia, come dovrei fare io

colla mia vita ancora più vuota.

Mi prese in parola e vuotandone il resto di un fiato la scagliò così

energicamente, che le sue gambe ne seguirono quasi l'impeto: e mi cascò

sul petto. Cominciava ad essere ubbriaca.

Le soffiai una boccata di fumo nei capelli.

— M'esce il fumo dalla testa.

— Che cosa ci resta allora?

— Il fuoco.

— Namouna, mi vuoi bene?

— Io adoro... e a me chi mi vuol bene? Al Cairo morivo di fame e di

caldo... qui è lo stesso.

— Adorami dunque; vediamo che cosa sai fare.

Mi fissò un momento colla faccia attonita, mise un lampo dagli occhi e

si alzò barcollando. La vesta dalle spalle rovesciandosele

capricciosamente sui fianchi, costretta dai cordoni finse il più

bizzarro costume. Così andò in giro a tutte le poltrone, e pigliandone i

cuscini me li adattava sotto il dosso in una enorme bica senza che

lavorandomi intorno si accorgesse di essere seminuda; due volte la sua

treccia mi sferzò il volto senza che pensassi ad afferrarla: poi ella

uscì e tornò recando alcuni vasi cinesi dalla sua camera, che dispose

intorno al divano, quasi intorno ad un altare o ad una aiuola della

quale io fossi il fiore principale, e quando ebbe composta la sua scena,

guardandola con soddisfazione d'infantile vanità, uscì ancora e rientrò

con una ghirlanda di rose così bene imitate, che posandomela sul capo

gliela strappai per odorarle.

— Fiori di seta, affetti di donna!

Ci guardammo.

Ella era ubbriaca: io dubitavo di esserlo.

Quella vergine mascherata da baccante e quella passione tuttavia

bambinesca nella violenza mi facevano sullo spirito l'effetto della

spuma dello sciampagna sul palato, mentre l'odore delle candele e dei

vasi mi avvolgeva e Namouna si disponeva ad adorarmi come un Dio.

Infatti mi accomodò la ghirlanda sulla testa, distese una piega dello

scialle e s'inginocchiò. Non fumavo più: la pipa si era spenta quasi per

non tradire la mia parte di divinità. Tacevo; ella parlava in silenzio

cogli occhi supplicandomi senza sapere forse di che cosa: le sue pupille

sorridevano languenti ed ingenue, mentre la sua bocca tremante in un

ansia di confetto e insieme di bacio non poteva più muoversi. Il suo

linguaggio si accentuava in un palpito, si smorzava in un sospiro,

svaniva in un pallore: aveva tutta l'eloquenza delle parole e il fascino

del silenzio. Come lo comprendevo!... Al di sopra della giustizia vi è

l'equità, al di sopra della forza la bellezza, al di sopra della

bellezza la voluttà, al di sopra della voluttà la gloria, al di sopra

della gloria l'amore, al di sopra dell'amare l'essere amato: lasciarsi

amare, ecco il divino dei piaceri, che i grandi bugiardi inventori dei

paradisi hanno scordato.

Mi lasciavo adorare: l'orgoglio, come una serpe ai primi raggi del sole,

mi cresceva dentro al petto per cento lubriche spire: un calore mi

saliva per tutte le vene, mi sentivo la corona sul capo, mi vedevo una

donna ai piedi; non era il mio sogno? Se le foglie delle rose si fossero

convertite in foglie di alloro, se Namouna si fosse mutata in una

regina, quel gabinetto moderno in una sala antica, quel divano di

palissandro in un divano di corallo, quello scialle di Milano in una

clamide greca, il mio corpo secco e peloso in quello bianco e levigato

di una statua... il sogno si compiva per sempre! Nullameno, una donna mi

adorava ginocchioni, e potevo così sfogare su lei il senso doloroso di

questa manchevolezza. Ad un tratto questo senso mi si acuì, una

rigidezza indefinibile mi stirò le membra e fissai la fanciulla con uno

sguardo così duro che non lo sostenne: si velò gli occhi colle palpebre,

e lasciandosi andare come una Maddalena sulla gamba che mi penzolava dal

divano, se la strinse convulsivamente contro la fronte infiammata.

A proposito, il gabinetto non era eccessivamente caldo.

Avrei voluto calpestarla, ma non osai chiederglielo: posare il piede

sulla bocca fremente di una vergine, ecco quello che tu filosofo non

potrai mai capire, nè io più disgraziato ottenere!

Poi sollevò il capo e sospendendosi colle treccie la mia gamba al collo,

me la mangiava dai baci.

— Namouna, qui. Se ti amassi, che cosa mi daresti?

— Sono povera io.

— Sei donna... Vuoi amarmi, povera ubbriaca, vuoi?

— Sì.

— Da quando mi ami?

— Sempre.

— Molto?

— Così! e apriva le braccia.

— Allora alzati e vattene.

Mi guardò trasognata.

— Debbo ripeterlo?

La poveretta si alzò veramente ubbriaca barcollando. La lunga vesta le

strisciava dietro sul tappeto sotto la magnifica nudità del suo torso.

Era affranta: la grazia del suo passo scomposto mi rendeva più acre il

piacere della ripulsa e la lascivia degli sguardi coi quali lambivo la

sua nudità verginale. Alla porta ella rivolse la testa con atto

disperato e scoppiò in singhiozzi.

— Namouna, prima di andartene spegni le candele e porta via i fiori.

Era l'ultima sferzata, non la sostenne.

Domani dovrò ricordarmi di comperarle un abito per questa sua prima

disobbedienza.

Forse nel domare la carne vi è più epicureismo che mortificazione,

giacchè la violenza nella castità genera quasi sempre un misticismo più

voluttuoso di tutti i libertinaggi. Le ballerine di Sibari inaffiavano

le rose dei loro vasi col Falerno; le monache inaffiano quelle della

loro anima colle lagrime, e le ottengono di un odore più acuto e

delicato. — Se le pareti delle celle avessero ritenute le parole

sfuggite al petto dei santi nelle loro estasi, quanti inni leggeremmo

adesso più belli dei più belli di Hugo, e come dovremmo impallidire di

vergogna, noi che ci vantiamo di saper vivere davanti all'orgie

sentimentali dei grandi, che la Chiesa ha giustamente alzati sugli

altari!

Da Casalecchio.

Domani è sabato.

Si dice che Alessandro dormisse alla vigilia di Arbella, Condè a quella

di Rocroy, ed è caro crederlo per la grandezza del carattere umano: però

ne dubito. Io non dormirò questa notte.

— Addio, Anselmo: ci parleremo dopo Filippi, e possa tu ripetere nella

tua malinconia di onesto uomo: virtù, non sei che un nome vano! Sulla

porta di un cimitero di giustiziati sta questa iscrizione:

_Deus vitam, lex necem, pietas sepulcrum._

Sulla porta dell'anima di Mimy voglio scrivere:

Da Dio l'essere, dalla legge il sepolcro, dall'amore la vita.

Al di là: romanzo · 第 33 / 66 题