Indovina come mi sono distratto. Due anni fa ti mostrai Namouna, la mia
mendicante del Cairo — non ti ho ancora scritto, che si è innamorata di
me e che non le bado?
L'altra notte sono andato nella sua camera: dormiva colla testa
penzoloni dai cuscini e col gattino favorito sul tappeto presso una sua
lunga treccia mezzo disciolta. Il lume da notte rischiarava
misteriosamente la camera.
La ho destata.
— Vieni con me.
— Debbo vestirmi?
— No: mettiti questo scialle invece della camicia.
Poi sono tornato nel gabinetto azzurro, le ho fatto accendere tutte le
candele e l'ho mandata per una bottiglia di Falerno. L'attendevo
sdraiato sul divano in una posa eccessivamente sultanica. Ella rientrava
poco dopo colla bottiglia stappata e un bicchiere, seminuda entro quello
scialle nero, orlato di tenui ricami rossi...
— Beviti quella bottiglia; ma siediti prima, qui.
— Tutta?
— Tutta.
— Mi ubbriacherò: e si versava subito un bicchiere bevendolo d'un fiato.
— Brava! un bacio per bicchiere. Namouna, mi vuoi bene?
Invece di rispondere, ella si alzò.
— Dove vai adesso?
— A prendere uno di quei bicchieri.
— Da rosolio!
— Ci sta anche il vino.
Scelse il calice più piccino e tornò ad accovacciarmisi ai piedi. Lo
scialle vestivala tutta. Io la guardava pensando a una Orientale di
Hugo, mentre ella non osava versarsi il Falerno, cogli occhi intenti nel
mio volto come Turco il mio mastino. A poco a poco l'immobilità del suo
sguardo mi attrasse, e considerai quella bella testa di tipo armeno
abbruciata dal sole africano lievemente colorata da un inconscio
desiderio, con ammirazione d'artista. Namouna è bella, ancora vergine
nel corpo e nell'anima come nessuna ragazza della nostra vecchia Europa,
poichè la raccolsi moribonda per una via del Cairo, che non conosceva nè
Dio, nè vizi, nè virtù, e educandola non le ho insegnato il senso di
queste parole. Veramente io non lo so, nè tu, molto maggiore filosofo,
sapresti forse rispondere quando ella te lo chiedesse. Namouna ha
quindici anni, una soavità di forme, che si fa ogni giorno più
splendida: ma nella fisonomia non ha espressione di intelligenza;
sarebbe una bestia sublime se non fosse una donna.
Giocarellando colla sua treccia, mi sono accorto che l'acconciatura di
quello scialle era molto graziosa, e le ho comandato di spogliarmi: a
mano a mano che perdevo gli abiti, Namouna tremava, curva su di me quasi
a sfiorarmi il petto col petto; anzi nel liberarmi il bottone della
camicia perdette così l'equilibrio che mi appoggiò una mano sulla bocca
per non cadere — avevamo uno scialle in due.
— Dammelo: e tu infilati la mia vesta.
Ella se la gettò invece sulle spalle legandosi con civetteria i cordoni
ai fianchi.
La pipa nel suo grembo, la testa appoggiata ad un cuscino io fumavo
turcamente.
— Bevi dunque, esclamai, e getta via la bottiglia, come dovrei fare io
colla mia vita ancora più vuota.
Mi prese in parola e vuotandone il resto di un fiato la scagliò così
energicamente, che le sue gambe ne seguirono quasi l'impeto: e mi cascò
sul petto. Cominciava ad essere ubbriaca.
Le soffiai una boccata di fumo nei capelli.
— M'esce il fumo dalla testa.
— Che cosa ci resta allora?
— Il fuoco.
— Namouna, mi vuoi bene?
— Io adoro... e a me chi mi vuol bene? Al Cairo morivo di fame e di
caldo... qui è lo stesso.
— Adorami dunque; vediamo che cosa sai fare.
Mi fissò un momento colla faccia attonita, mise un lampo dagli occhi e
si alzò barcollando. La vesta dalle spalle rovesciandosele
capricciosamente sui fianchi, costretta dai cordoni finse il più
bizzarro costume. Così andò in giro a tutte le poltrone, e pigliandone i
cuscini me li adattava sotto il dosso in una enorme bica senza che
lavorandomi intorno si accorgesse di essere seminuda; due volte la sua
treccia mi sferzò il volto senza che pensassi ad afferrarla: poi ella
uscì e tornò recando alcuni vasi cinesi dalla sua camera, che dispose
intorno al divano, quasi intorno ad un altare o ad una aiuola della
quale io fossi il fiore principale, e quando ebbe composta la sua scena,
guardandola con soddisfazione d'infantile vanità, uscì ancora e rientrò
con una ghirlanda di rose così bene imitate, che posandomela sul capo
gliela strappai per odorarle.
— Fiori di seta, affetti di donna!
Ci guardammo.
Ella era ubbriaca: io dubitavo di esserlo.
Quella vergine mascherata da baccante e quella passione tuttavia
bambinesca nella violenza mi facevano sullo spirito l'effetto della
spuma dello sciampagna sul palato, mentre l'odore delle candele e dei
vasi mi avvolgeva e Namouna si disponeva ad adorarmi come un Dio.
Infatti mi accomodò la ghirlanda sulla testa, distese una piega dello
scialle e s'inginocchiò. Non fumavo più: la pipa si era spenta quasi per
non tradire la mia parte di divinità. Tacevo; ella parlava in silenzio
cogli occhi supplicandomi senza sapere forse di che cosa: le sue pupille
sorridevano languenti ed ingenue, mentre la sua bocca tremante in un
ansia di confetto e insieme di bacio non poteva più muoversi. Il suo
linguaggio si accentuava in un palpito, si smorzava in un sospiro,
svaniva in un pallore: aveva tutta l'eloquenza delle parole e il fascino
del silenzio. Come lo comprendevo!... Al di sopra della giustizia vi è
l'equità, al di sopra della forza la bellezza, al di sopra della
bellezza la voluttà, al di sopra della voluttà la gloria, al di sopra
della gloria l'amore, al di sopra dell'amare l'essere amato: lasciarsi
amare, ecco il divino dei piaceri, che i grandi bugiardi inventori dei
paradisi hanno scordato.
Mi lasciavo adorare: l'orgoglio, come una serpe ai primi raggi del sole,
mi cresceva dentro al petto per cento lubriche spire: un calore mi
saliva per tutte le vene, mi sentivo la corona sul capo, mi vedevo una
donna ai piedi; non era il mio sogno? Se le foglie delle rose si fossero
convertite in foglie di alloro, se Namouna si fosse mutata in una
regina, quel gabinetto moderno in una sala antica, quel divano di
palissandro in un divano di corallo, quello scialle di Milano in una
clamide greca, il mio corpo secco e peloso in quello bianco e levigato
di una statua... il sogno si compiva per sempre! Nullameno, una donna mi
adorava ginocchioni, e potevo così sfogare su lei il senso doloroso di
questa manchevolezza. Ad un tratto questo senso mi si acuì, una
rigidezza indefinibile mi stirò le membra e fissai la fanciulla con uno
sguardo così duro che non lo sostenne: si velò gli occhi colle palpebre,
e lasciandosi andare come una Maddalena sulla gamba che mi penzolava dal
divano, se la strinse convulsivamente contro la fronte infiammata.
A proposito, il gabinetto non era eccessivamente caldo.
Avrei voluto calpestarla, ma non osai chiederglielo: posare il piede
sulla bocca fremente di una vergine, ecco quello che tu filosofo non
potrai mai capire, nè io più disgraziato ottenere!
Poi sollevò il capo e sospendendosi colle treccie la mia gamba al collo,
me la mangiava dai baci.
— Namouna, qui. Se ti amassi, che cosa mi daresti?
— Sono povera io.
— Sei donna... Vuoi amarmi, povera ubbriaca, vuoi?
— Sì.
— Da quando mi ami?
— Sempre.
— Molto?
— Così! e apriva le braccia.
— Allora alzati e vattene.
Mi guardò trasognata.
— Debbo ripeterlo?
La poveretta si alzò veramente ubbriaca barcollando. La lunga vesta le
strisciava dietro sul tappeto sotto la magnifica nudità del suo torso.
Era affranta: la grazia del suo passo scomposto mi rendeva più acre il
piacere della ripulsa e la lascivia degli sguardi coi quali lambivo la
sua nudità verginale. Alla porta ella rivolse la testa con atto
disperato e scoppiò in singhiozzi.
— Namouna, prima di andartene spegni le candele e porta via i fiori.
Era l'ultima sferzata, non la sostenne.
Domani dovrò ricordarmi di comperarle un abito per questa sua prima
disobbedienza.
Forse nel domare la carne vi è più epicureismo che mortificazione,
giacchè la violenza nella castità genera quasi sempre un misticismo più
voluttuoso di tutti i libertinaggi. Le ballerine di Sibari inaffiavano
le rose dei loro vasi col Falerno; le monache inaffiano quelle della
loro anima colle lagrime, e le ottengono di un odore più acuto e
delicato. — Se le pareti delle celle avessero ritenute le parole
sfuggite al petto dei santi nelle loro estasi, quanti inni leggeremmo
adesso più belli dei più belli di Hugo, e come dovremmo impallidire di
vergogna, noi che ci vantiamo di saper vivere davanti all'orgie
sentimentali dei grandi, che la Chiesa ha giustamente alzati sugli
altari!
Da Casalecchio.
Domani è sabato.
Si dice che Alessandro dormisse alla vigilia di Arbella, Condè a quella
di Rocroy, ed è caro crederlo per la grandezza del carattere umano: però
ne dubito. Io non dormirò questa notte.
— Addio, Anselmo: ci parleremo dopo Filippi, e possa tu ripetere nella
tua malinconia di onesto uomo: virtù, non sei che un nome vano! Sulla
porta di un cimitero di giustiziati sta questa iscrizione:
_Deus vitam, lex necem, pietas sepulcrum._
Sulla porta dell'anima di Mimy voglio scrivere:
Da Dio l'essere, dalla legge il sepolcro, dall'amore la vita.