Ho incontrato la marchesa per la strada di Casalecchio, sola su
Bothaina.
— Avete un buonissimo cavallo, mi ha detto considerandolo con occhio
intelligente.
— Non quanto Bothaina.
— Le donne sono sempre più belle degli uomini: è un compenso dato loro
dalla natura.
— Agli uomini o alle donne?
— Alle donne: sono tanto infelici a cagione degli uomini, e sorrideva,
che hanno ben d'uopo di potersi tratto tratto raccogliere nel mesto
orgoglio della propria bellezza e sognare.
— Ci siete sempre così avversa! Ma allora...
— Allora!... prorompeva.
— Gli uomini vi avranno fatto soffrire.
— È vero.
— Avete amato? mi è fuggito sventatamente.
— Amato? Chi? E voi, signor conte?
Non ci siamo risposto. La strada faceva un gomito e appariva il ponte di
Casalecchio.
Non so, Anselmo, se nei tuoi brevi soggiorni a Bologna ti sia mai spinto
fino a Casalecchio per vederne la chiusa; se non lo hai fatto, vieni che
ne vale la pena. È uno stupendo paesaggio, che mi ha fatto sospirare
cento volte il pennello di Corot per renderne la bellezza latente e
melanconica. Il fiume la crea mostrandovisi appena, perchè svolta
immediatamente al di sopra della chiusa e al di sotto del ponte; a
destra è fiancheggiato da una collina, che venuta lungo la strada di
Bologna fa angolo sul ponte spingendosi verso l'Appennino lontano ed
azzurrognolo: a sinistra da un'alta pianura, della quale non si veggono
i confini — e il fiume sembra avere egli aperto quel vano per il quale
passa luminosamente magnifico. La prima collina coperta di boschetti
cedui è piuttosto bassa e povera, ma, prolungandosi, si congiunge ad
altre più poetiche di forme e di vegetazione, ed altre ancora più remote
si allineano tinte di un aereo violetto, ed altre simili a nebbie
fiottano in fondo sfumando i colori e le angolosità di tutta la catena.
Nessuna altra, delle tante che formano l'Appennino, o per l'armonia
delle tinte o per la trasparenza dell'aria o per l'incanto della
prospettiva, ha una più meravigliosa leggerezza, che fa pensare ai
quadri più belli del Ghirlandaio, il primo che abbia sentito questa
musica degli orizzonti e sia riuscito a scriverla sulla tela. E lo
sguardo volgendosi alla pianura dilaga nella verde indifferenza dei
campi o abbassandosi entra nel fiume, che si accosta per una lunga curva
alla chiusa e la cala. Non aspettarti che te lo descriva: nessun pittore
lo potrebbe, perchè il bianco, tutta la luce della pittura, non può
rendere il vibrante raggiare dell'acqua al sole, e questa volta la tela
dovrebbe essere unicamente di raggi e di baleni... E se fallirebbe il
pennello, immagina come riuscirebbe la penna! Immagina che guardando dal
ponte, il fiume immoto non ondula, non riverbera, ma toccando il ciglio
del primo gradino il suo vasto lenzuolo scivola spiegazzandosi, mentre
per tutta la linea di quello prorompono migliaia di pennacchi
sfolgoranti; sono i raggi del sole che rimbalzano spezzati e figurano
come le batterie di una immensa ribalta; e l'acqua cala unita,
trasparente, ondulosa, talora svolgendosi come una tela, talora
rincrespandosi come una vesta, talora rigandosi di solchi indecisi,
torcendosi in pieghe che si aprono prima che strette. Cola sempre
uguale, infinitamente varia nella monotonia: la luce è sotto essa, in
essa, sovr'essa: la luce è acqua, l'acqua è luce: cola coperta
d'infiniti sorrisi, armoniosa d'infiniti suoni, vaga d'infinite
apparenze, finchè sull'ultimo gradino rimbalza, si addensa, si arrotola
quasi, e svolgendosi in una frangia bruna di colore e bianca di spuma,
casca, mormora, si calma, si perde nell'altra del letto, e quando passa
sotto il ponte non somiglia più a sè stessa, nè a quella che argentea,
diafana, radiante si stende sulla magica china.
D'ambo i lati sorgono gruppi di case; a destra un mulino difeso da un
muraglione, donde irrompono due grossi getti d'acqua, che rugge di
dolore sfuggendo fra i congegni delle macine: sopra il mulino si
uguaglia uno stretto piano, dal quale s'erge il poggio di una villa
bella, forse la più bella di Bologna; e al di sopra ancora, come un elmo
bizzarro, il bizzarro tempio di San Luca.
Andavamo di così gran trotto, che Allah stentava a pareggiare Bothaina
guidata con rara maestria.
— Bella! esclamò la marchesa scorgendo la cascata, e spinse Bothaina
oltre il fosso, la siepe, su di un praticello che finiva alla ripa del
fiume. La seguii saltando così male, che n'ebbi quasi stracciato un
calzone.
— Che direste di un abito tagliato in quel drappo? mi si rivolse.
— Assai comodo per chi volesse vestirsi rimanendo nudo.
— L'ideale deve essere così.
E mi guardò con evidente disprezzo.
Mi levai rispettosamente il cappello:
— Signora marchesa, siete la prima donna che incontro nella vita e
m'inchino: non credevo che ne esistessero.
— È un bel complimento, quand'anche non sincero, giacchè voi siete un
uomo.
— E quest'uomo potrebbe essere amato?
— Giacchè lo dite per voi, sarò sincera: no.
— Li sdegnate dunque tutti?
— E se così fosse! Vi pare strano? Eppure non veggo perchè ameremmo gli
uomini più brutti e infinitamente più brutali di noi. Che direste voi,
artista se, entrando in un ospedale di vaiuolosi, vedeste una madonna
del Coreggio spiccarsi dalla sua tela per pendersi al braccio di un
ributtante convalescente e trascinarlo fuori della folla? So bene che
l'antichità si è compiaciuta negli amori dei Satiri colle Ninfe, delle
deformità colle bellezze; ma uomini composero tali quadri, e dubito se
fossero più insolenti verso sè medesimi dipingendosi con tanta verità, o
verso di noi accusandoci di un gusto così cattivo.
Povero Carlo!
— Perdono, ma parmi trattiate singolarmente l'antichità. Per Pane amato
da Pitide o da Teo, vi sono Cefalo ed Aurora, Endimione e Diana, due fra
i gruppi più belli dell'arte umana; e se avete veduto a Roma quello di
Apollo e di Dafne del Bernini, forse avrete supposto, come io, che Dafne
avesse altre ragioni per fuggire che la bellezza di Apollo. Lady Morgan,
una donna che non rinnegherete, sosteneva che aveva torto.
— Statue! e le statue valgono più degli uomini e meno delle donne. Non
ho mai incontrati uomini belli come il Meleagro, ma ho veduto molte
donne più belle della Venere, sebbene diversamente. Due uomini, Alessi e
Virgilio, Antinoo e Adriano, Stesileo e Temistocle sono orribili:
componete le tre Grazie come meglio vi piace e saranno sempre divine.
Non vi pare che l'ode di Saffo a Dorica valga tutti i versi maschili da
quelli di Meleagro a quelli di Orazio.
Che cosa ti sembra, Anselmo, di una donna che arrischia tale
conversazione? Sono rimasto interdetto. Pronunciando queste ultime
parole il suo occhio era di una serenità quasi insultante, mentre le sue
labbra contratte dolorosamente parevano soffrire ancora di quanto
avevano detto.
Quale è dunque l'ideale di quest'anima forte?
Forse profittando del mio silenzio la marchesa rivolse la briglia e
saltò sulla strada.
— Pensate alle mie parole? mi chiese dopo alcuni passi.
— Ebbene, sì; non posso comprendere...
— L'audacia della mia erudizione?
— No, ma la ragione del vostro odio. Ho inteso molte donne sparlare di
noi, ma nessuna colla vostra potenza, nè dal vostro punto di vista.
Avete sofferto più di loro, diversamente da loro? Quale è dunque il
vostro ideale? Accettate l'Apollo, se rifiutate lo scultore?
— Come siete aggressivo, signor conte! dovrò farvi un discorso per
rispondere a tutto; e per cominciare non ho detto di odiare gli uomini,
ma che ci sono inferiori nella bellezza e nel sentimento. Che cosa è
l'amore per voialtri? un episodio, e per noi tutto un poema. A quindici
anni la desiderate questa donna, a venti l'amate (sono generosa, dico
amate), a trenta non la ricordate più, mentre ella non ha che una
risorsa, l'amore; una occupazione, l'amore; una passione, l'amore.
Debole e delicata, rimane sola a divorare il proprio dolore, uccidendo
gli stessi sogni che la fanno vivere, guardandosi tristamente
invecchiare e morire. Voialtri, che passate la vita negli affari, non
potete rispondere a un amore di donna, che le assorbe tutta la vita e in
continuo sviluppo si è perfezionato attraverso i secoli come il vostro
ingegno; siete indegni di godere le bellezze che non gustate; siete i
brutti della voluttà e noi ne siamo le intelligenze. E se una donna
osasse sentire in sè stessa tutto il dolore delle martiri, che il vostro
amore ha fatto solamente nei tempi della nostra civiltà e che voi non
sapreste neppure calcolare; se rifiutasse di amare gli uomini, credete
che sarebbe pazza od ingiusta?
— No, ma a questa donna superiore dimanderei: chi amerete? Gli uomini
sono incapaci e indegni, vi rivolgereste mai a Dio?
— Dio! non è che l'ombra dell'uomo, più lunga e più deforme?
— Dunque! rompete l'Apollo, ma Venere rimane spaiata.
— Può darsi.
— Dunque?
— Conte, siete molto curioso. Andiamo dalla signora Mimy a chiederle la
mia risposta.
— Andiamo.
Abbiamo slanciati i cavalli. La polvere ci avvolgeva in una nuvola,
mentre correvamo curvi sulla sella cogli occhi socchiusi e la bocca
fremente, quasi invisibili sulla strada e quasi senza vederla. In quella
polvere mi pareva di sentire come un profumo della sua persona: ero
commosso.
Dopo venti minuti di quella furia infilavamo il cancello della villa:
Mimy nel prato si cullava sopra una poltrona americana; si alzò
vivamente. La marchesa arrestò di botto la cavalla e saltò a terra,
mentre io stentavo frenare Allah tutto bianco di spuma.
— Scendi dunque, mi gridava Carlo dalla finestra malignamente.
La marchesa aveva diggià infilato il braccio di Mimy.
— Chi è più bello, io o il signor conte?
— Puoi permettere che si discuta? interloquì Carlo sopraggiungendo.
— Non domando un complimento e quindi non interrogo un uomo. Così, mia
bella, avete riflettuto?
— Non ce n'è bisogno, parmi.
— Eccovi la mia risposta.
Decisamente ero battuto: ella mi ha gettato un sorriso come
un'elemosina.
— Questa volta è toccato a Venere il fare da Paride e Paride ha perduto.
— Vi risponderò come Antonio ad Augusto: è una sconfitta che non umilia.
Carlo e Mimy ci guardavano interrogando.
Ahimè! la marchesa ha ragione: è più bella di me, e l'amore è la musica
della bellezza!